<![CDATA[Cinema | Sherwood - La migliore alternativa]]> https://www.sherwood.it/tags/237/cinema/articles/1 <![CDATA[Joker: il riscatto di un “cattivo”?]]>

Esattamente 30 anni fa veniva presentato il film Batman di Tim Burton, l’eroe pipistrello di Gotham City che nel suo primo film aveva come suo nemico Joker, interpretato da Jack Nicholson. Dopo trent’anni vince il festival di Venezia il film Joker, del regista Todd Philips, interpretato da Joaquin Phoenix, un film realistico che difficilmente si può inquadrare nella saga dei film di Batman. Salvo però una cosa: nei film di Batman una certa vena politica c’è sempre stata, proprio come è ravvisabile un forte contenuto di critica sociale nel Joker di Philips.

Proprio nel Batman di Burton per esempio, la scena in cui Joker/Nicholson percorre la città in una street parade sopra un carro carnevalesco da cui lancia soldi a tutti i cittadini (per poi volerli avvelenare) sembrava rappresentare il capitalismo che dopo la caduta del muro di Berlino era pronto a promettere una felicità illusoria a tutti. Che Tim Burton avesse uno sguardo critico sul mondo lo si poteva ben capire dal film Batman – Il ritorno , un film il cui suo arci-nemico apparente era Pinguino (interpretato da Denny De Vito) ma che in realtà era Max Shrex, magnate dell’industria che ha avvelenato con i rifiuti dell’industria tessile le fogne di Gotham, ha ucciso un vecchio socio in affari, vuole costruire una mega centrale elettrica che serve solo a fare profitti e non a generare energia per la città.

Secondo voi Burton non è abbastanza social? Sentite cosa ha risposto anni fa a un’intervista rilasciata a Valentina Neri, quando lei gli chiese perché la Warner Bros gli avesse impedito di girare altri film su Batman: «Pare che a Mc Donald’s e Burger King, che compravano le licenze commerciali, non fosse piaciuto il personaggio di Penguin. Facemmo una riunione e mi dissero “Ma che cos’è quel liquame nero? Cosa fa uscire dalla bocca di Denny De Vito?” Ed io ho risposto: “E voi nelle nostre bocche che roba strana mettete”».

Sta di fatto che in seguito ci saranno i Batman diretti da Joel Schumacher, tutto sommato fumettistici, che hanno registrato attori del calibro di Jim Carrey, Arnold Schwarzenegger, Uma Thurman, Val Kirner, Nicole Kidman, Tommy Lee Jones. E poi c’è la trilogia di Cristopher Nolan. Se il primo episodio, Batman Begins, si inserisce nel solco dei film da comics di Schumacher, Batman – Il Cavaliere Oscuro è un film che ha acceso tanti entusiasmi. Antagonista di Batman è lo Joker interpretato da Heat Ledger: Batman è oscuro (ma veramente oscuro), a partire dal tono di voce, Joker è pazzo pazzo pazzo e il film sembra un gioco di forzature di immagini piatte più che di attenzione per l’immaginario.

A ogni modo nel film il regista fa venire fuori il pensiero di Joker, inquadrato come il pensiero del cattivo ovviamente. Quando l’uomo dai capelli verdi e il viso dipinto da clown va a trovare in ospedale Jack Due Facce, ecco che parte un monologo sul caos. Secondo Joker (per cui la parola caos equivale a quella di anarchia) il caos è giusto e serve a svelare la falsa stabilità dell’ordine. L’ordine delle istituzioni e delle regole è fasullo, quindi ci vuole disordine, caos, violenza, perché almeno queste ultime sono giuste. Un ragionamento che giustifica il pensiero classico della destra per cui l’organizzazione gerarchica è l’unico modo di organizzazione politica possibile dato che le masse spesso sono in preda a impulsi irrazionali.

Nessuno sfruttamento, nessuna ingiustizia, nessuna diseguaglianza, nessun arbitrario appropriarsi delle risorse altrui, anzi, se mai ci fosse tutto questo,  si chiamerebbe ordine, mentre al suo opposto c’è la cieca violenza di cui parla Joker.

Ma è nel Il ritorno del cavaliere oscuro che Nolan dà il meglio del suo pensiero reazionario. Una corretta interpretazione del Nolan pensiero la fornisce Juan Carlos Monedero, professore di scienze politiche dell’Università Complutense di Madrid, intellettuale tra i fondatori di Podemos, nel libro Corso urgente di politica per gente decente: «I problemi di Gotham City sono gli stessi della crisi economica attuale, e quindi gli emarginati (gli Indignados di Occupy Wall Street) si rivoltano. Niente universitari, lavoratori o donne indignate che ricordino le insurrezioni per il pane della Rivoluzione francese. Il capo è un pazzo rancoroso che non sembra avere niente di umano. I difetti del sistema sono noti, ma cadere nelle mani dei nemici dell’ordine significa cadere nel peggiore dei disordini: processi popolari, esecuzioni sommarie compiute di fronte una folle esultante, violenza gratuita, odio inveterato, rancori storici dei poveri verso i ricchi. Il facchino che all’inizio del film aiuta gentilmente una signora con la valigia, dopo l’ascesa del popolo la trascina per i capelli in mezzo alla strada. Il popolo che reagisce è un criminale. Il popolo perbene se ne sta a casa. E’ Batman, con l’aiuto della polizia, che deve scendere nelle fogne per dare la caccia al movimento sociale e salvare la città».

E veniamo all’ultimo Joker di Philips, che ha vinto il Leone d’Oro dell’ultima edizione del Festival di Venezia. Arthur Fleck prima di diventare Joker è un tipo alienato e con patologie mentali che vive nei sobborghi della New York del 1981. Si guadagna da vivere facendo il pagliaccio, ma è un lavoro miserabile. Le persone lo guardano male per la sua risata involontaria che non può controllare, la metropoli lo inghiotte, controlla la malattia con 7 pillole al giorno ed il servizio psichiatrico non è granché.

Una sera, mentre tornava a casa, tre ricchi rampolli di Wall Street lo malmenano e lui, in preda al panico e le sofferenze, reagisce istintivamente sparando loro con una pistola non sua regalatagli in modo infingardo da un amico al lavoro, uccidendo i giovani yuppies. Il giorno dopo vede in televisione il candidato a sindaco Thomas Waine (padre del piccolo Bruce, altro chiaro riferimento a Batman) che spiega alle telecamere come l’autore dell’omicidio sicuramente sarà stato animato da un’invidia sociale che non fa bene alla società.

E poi c’è la rivolta dei cittadini di Gotham contro il governo che taglia i servizi e mantiene tutti in povertà, con i cittadini che scendono in strada a protestare. La psicologa del servizio pubblico spiega ad Arthur che le sedute sono finite perché il servizio di assistenza sanitaria è stato tagliato: «Quelli se ne fregano di te e di me» afferma. In tutto questo, privato di qualsiasi diritto, rimane sempre intatto in lui il suo sogno di fare breccia nel mondo dello spettacolo, come quello di abbracciare il suo idolo, il presentatore televisivo Murray Franklin interpretato da Rober De Niro.

Joker non è la storia di un emarginato ribelle a capo di una rivolta che chiede giustizia, non c’è una trama così lineare, il film è più che altro un allegoria dei tempi. La sua maschera non sostituirà nel nostro immaginario quella di Guy Fawkes come simbolo di Vendetta; Arthur non è neanche Travis Bickle di Taxi Driver, che in qualche modo diventa un eroe improvvisato ed ingenuo di strada. E’ animato da un solipsismo psicotico e la sua è una violenza cieca, però la sua è una reazione in un mondo che fin da bambino lo ha messo all’angolo, questo forse si.

La sua vicenda non si giustifica, si comprende. E’ difficile pensare che il film di Philips possa far parte della saga di Batman, ma almeno rispetto al classico "uomo pipistrello", quando penseremo a Joker potremmo appigliarci ad una pellicola che possa dire qualcosa di meno reazionario dei Batman di Nolan. 

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<![CDATA[Annotare inquiete sensazioni]]>

Negli ultimi tempi alterno la lettura di un romanzo con quella di un saggio, spesso in contemporanea: uno sta nel comodino l’altro nello zaino della mia pendolarità in treno. Ultimamente, forse perché sono padre, prediligo libri che parlano delle generazioni più giovani, dei millennial, dei post-millennial, dei fuggiaschi dal novecento. Il loro gioco, le loro vite potenziali, il loro bisogno di raccontarsi ed essere raccontati per essere compresi. E per non cadere nella trappola di ogni generazione precedente, ovvero criticare i più giovani senza averli capiti a fondo. Anche perché solo così la nostra “anzianità” novecentesca può diventare utile saggezza.

- Francesco Targhetta: Le vite potenziali

- Alessandro Baricco: The Game

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IL MONDO NUOVO

Mikky va a scuola, fa i compiti, va ad allenamento, fa ripetizioni, va a chitarra…. Non si ferma mai. Prende fiato un momento, poi torna a sprofondare nel suo libro di testo. Nell’ultima ora ha riletto la stessa parte trecento volte, ma niente, non gli entra. Studia, senza sosta, ed appena si ferma lo sguardo cade nell’unico fedele compagno: il telefono. Lo consulta, poi guarda fuori e sospira. Nessun coetaneo è lì fuori, sono tutti come lui, dentro qualche percorso formattato da adulti o da applicazioni per smartphone. Prigionieri incolpevoli di un mondo produttore di ansia da prestazione e inquietudine, tra aspettative altissime e terrore del fallimento, tra valutazioni e giudizi continui.Le uniche illusorie libertà, gli unici modi di superare tutti i recinti imposti, stanno lì in quel dispositivo multimediale: nelle chat, nelle immagini, nei video, nelle musiche. Gli adulti che gli impongono questa vita non comprendono le sue vie di fuga: non appena cerca di condividere con i genitori le sue passioni viene sgridato e quasi deriso: “Ma che schifezze guardi? Ma cosa ascolti? Ma che roba è?” E così gli capita spesso di pensare che il solo modo per farla finita con tutto questo sarebbe bloccare il mondo degli adulti, di sospenderlo a tempo indeterminato….

ps) parole liberamente ispirate dalle infinite polemiche sui “teen”, sui loro gusti, sulla musica che ascoltano… e dal visionario libro che sto leggendo: “Millennials – Il mondo nuovo” de La Buoncostume dove improvvisamente tutti gli uomini e le donne con più di diciassette anni e mezzo si sono congelati nell’azione che stavano svolgendo, bloccati, né morti, né vivi, lasciando così spazio ad un mondo nuovo…

- La Buoncostume: Millennials. Il mondo nuovo

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SGUARDI INQUIETI

Mi capita di intravedere negli occhi delle persone che incrocio quotidianamente per strada, in treno, al bar, in ufficio, degli sguardi che riconosco. Percepisco dietro le loro cornee, nei loro movimenti, nella postura, delle storie vissute dai personaggi dei libri che ho letto. E ultimamente sono soprattutto romanzi inquieti e poco rassicuranti. È una mia deformazione, quindi se vi osservo con aria sospetta, non preoccupatevi, vedo in voi la proiezione di storie altrui. O forse no, probabilmente quello che leggo nei libri fa solo emergere meglio cose che prima faticavo a vedere. Col tempo, con l’esperienza, ho riscontrato che difficilmente queste indaganti proiezioni sbagliano. Che perfino nelle più sfavillanti ed esibite vite le contraddizioni, anche le meglio nascoste, a ben guardare emergono. Che basta frugare appena sotto l’ego, nelle tasche sottostanti il visibile per trovarvi pillole antipanico, ansiolitici, antidepressivi e ciò che serve per apparire idonei e per coprire le proprie debolezze. Se da una parte questa cosa mi turba parecchio dall’altro mi rincuora: vuol dire che, nonostante le apparenze, non siete tanto diversi da me e soprattutto che scelgo libri giusti!

- Massimo Anania: Autostop per la notte

- Luigi Capone: Allegri che tra poco si muore

- Gregorio Magini: Cometa

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QUALCOSA CHE STRIDE

Qualcosa non mi quadra, qualcosa stride. Forse perché osservo la realtà da un pezzo limitato di pianeta: il nord-est di uno stivale di terra in mezzo al mediterraneo.
Qui sembra evidente come non reggano tutte quelle analisi sull’espansione di populismi e razzismi a causa dell’aumento della povertà. Stiamo troppo bene e lo sappiamo. Sappiamo di avere capacità mediocri rispetto alle sfide del mondo di oggi, sappiamo di non meritare nemmeno una piccola parte delle cose inutili che inutilmente possediamo, sappiamo di aver compromesso il domani delle generazioni future, sappiamo di aver distrutto l’ambiente e divorato le risorse del pianeta. Sappiamo che un africano o immigrato qualsiasi ha ragione da vendere nel rivendicare la sua parte di ricchezza e che ha l’energia, la voglia di vivere che noi non abbiamo più. Sappiamo tutto questo e abbiamo tanta, tanta paura. Ma talmente tanta da incarognirsi ed arrivare a stare peggio del mal vivere che ci siamo imposti per possedere così tanta inutile roba.
Qui a nord est non si spiega il voto alla lega come la reazione dei poveri, ma come quella dei ricchi miserabili.
Forse sbaglio, nella mia sicuramente parziale visione, ma oggi mi ritrovo più nelle parole di scrittori come Goffredo Parise, Andrea Zanzotto, Francesco Maino, … che nelle analisi socio-politiche che sento e leggo tutti i santi giorni nei media.

- Francesco Maino: Cartongesso

- Goffredo Parise: Dobbiamo disobbedire

- Andrea Zanzotto: In questo progresso scorsoio

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ESIBIZIONISMO RIFLETTENTE

Vorrei dire due parole su due “artisti” che non mi piacciono. Ma vorrei dirle guardando da una prospettiva diversa, distaccata dalle cose che producono. Vorrei parlare di Sferra Ebbasta e dei Queen.
Perché?
Beh, negli ultimi giorni le polemiche su Sfera Ebbasta mi sono, mio malgrado, rimbalzate agli occhi. Critiche feroci sulla sua musica e soprattutto sul suo modo di essere che hanno messo d'accordo sia gli snob della critica altolocata che la ciurma più attempata dei social.
Per quanto riguarda i Queen invece, ho accompagnato mio figlio a vedere “Bohemian Rhapsody” film sulla storia di Freddy Mercury e della band. È bello il film? Non lo so dire, non sono un critico cinematografico, ma sicuramente è esagerato, pomposo come esagerata, pomposa, era la musica dei Queen. C'è dentro tutto quello che ci si aspetta dall'immaginario rock: la ribellione ai genitori, i testi incriminati, l'elogio della droga, e poi ci si muove tra look estrosi, party e gioielli di ogni tipo. L’esaltazione della ribellione e della trasgressione che col successo diventa ricchezza da esibire.
Che poi è la stessa cosa che oggi fa Sfera Ebbasta.
Da parte mia preferisco l'intimismo, la fragilità, la timidezza, sia nell'approccio alla vita che in quello alla musica, però è anche vero che i giovani, da sempre, hanno bisogno di miti. E qui stiamo parlando di mitopoiesi, di quella di ieri e di quella di oggi, e devo dire che si assomigliano molto. Mi sembra che dimentichiamo tutti, che in questi casi abbiamo a che fare più con la creazione di immaginario che con l'arte e la musica. Che siano miti positivi o negativi dipende dai punti di vista e questi, guarda caso, cambiano con l'età. Lo sforzo di chi ha un po' più di anni sulle spalle dovrebbe essere quello di fare uno slalom perenne tra la memoria e l'esperienza, tra quello che siamo stati e quello che siamo diventati. Perché questo slalom ci dovrebbe permettere di non commettere gli stessi errori di tutti i genitori che nella storia si sono susseguiti. Invece ci limitiamo al punto di vista di quello che siamo diventati. E quello che siamo diventati a me non piace per niente.
Questo mi ha fatto capire anche perché nemmeno i Queen e Sfera Ebbasta mi piacciano. Perché entrambi si limitano ad essere uno specchio, forse distorto e di epoche differenti, ma sempre uno specchio della realtà. Senza mai guardare a ciò che sta dietro quell'immagine riflessa e tanto meno (sia mai) tentare di rompere quella superficie riflettente.

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<![CDATA[AQUAGRANDA in crescendo a Roma]]>

Appuntamento mercoledì 20 settembre, dopo la proiezione speciale del cortometraggio di Gianni Amelio "Casa d'Altri", a partire dalle 21,30, al Cinema Farnese con il documentario Aquagranda in crescendo, di Giovanni Pellegrini, presente alle Giornate degli Autori nel corso della 74° edizione della Mostra del Cinema di Venezia. Nell'ambito della 23esima edizione di "Il Cinema attravrso i grandi festival", che porta nella capitale alcune dei titoli legai alla Mostra del Cinema di Venezia, arriva a Roma il film che parla della storia e della cultura di Venezia, realizzato e prodotto da una troupe di giovani, dal regista Giovanni Pellegrini, alla giovane realtà produttiva KAMA Productions di Riccardo Biadene. In seguito a Venezia74 il documentario è stato raccontato anche dalla stampa internazionale con un pezzo uscito su El Paìs. “L’acqua alta fa parte del DNA di Venezia, fin dalla sua fondazione, segue i ritmi della natura – racconta il regista - per 6 ore cresce e per 6 ore cala, solo che in alcune occasioni accade qualcosa di memorabile. Il 4 novembre del 1966 una particolare situazione meteo provocò l’acqua alta più grave della storia, con un valore di +194 cm sul medio mare e tutta la città è stata sommersa dall’acqua per quasi per 24 ore”. Aquagranda in crescendo racconta il Teatro La Fenice durante la realizzazione di Aquagranda, l’opera-evento che commemora i 50 anni dalla terribile alluvione che colpì Venezia il 4 novembre 1966. Attraverso le testimonianze di chi ha vissuto quella tremenda giornata e le interviste ai creatori dell’Opera (in primis il compositore Filippo Perocco, il regista Damiano Michieletto e i librettisti Luigi Cerantola e Roberto Bianchin), le musiche, i lavori di preparazione dello spettacolo, le impressionanti immagini di repertorio dell'archivio RAI e dell'Archivio Montanaro, il documentario narra un momento cruciale della storia della città lagunare; secondo gli autori, l'abbandono di molte case del centro storico come conseguenza dell’alluvione ha dato inizio alla trasformazione della città dei dogi in parco turistico.


L'opera Aquagranda ha aperto la stagione 2017/18 del Teatro La Fenice per volontà del sovrintendente Cristiano Chiarot e del direttore artistico Fortunato Ortombina, ed è stata recentemente insignita del prestigioso Premio speciale Abbiati 2017. A partire dal romanzo di Roberto Bianchin, “Acqua Granda. Il romanzo dell’alluvione” ogni maestranza ha contribuito a creare un’opera nuova, che parte dalla cronaca e arriva a una dimensione esistenziale, che usa il dialetto veneziano e una raffinata tecnologia nell’allestimento, che prevede lo svuotarsi di un gigantesco acquario in scena nell'evocazione del culmine dell’alluvione. Il documentario racconta la costruzione dello spettacolo, dalla ricerca dei costumi all’idea scenografica, alle prove dei cantanti con il regista, le prove dell'orchestra, del coro, dei figuranti-ballerini. Il racconto delle prove ricalca la successione delle scene dello spettacolo; il film ricostruisce l'andamento di tutto lo spettacolo, ma nelle sue diverse fasi di produzione. Aquagranda in crescendo segue il crescere dell'opera, dalla fase di ideazione al primo giorno di prove fino alla sera della prima. Ma ci sono anche immagini di archivio: “in particolare due, scattate a Piazza San Marco – racconta Pellegrini - sintetizzano come un campo e controcampo ideale le due facce contrastanti dell’alluvione del ‘66. La prima è la famosa foto che ritrae la basilica di San Marco e il Palazzo Ducale sferzati dalle onde, un’immagine apocalittica che racconta molto bene la fragilità di Venezia ed il pericolo che ha corso. Nel controcampo invece vediamo un bar allagato in cui è stata fatta entrare una gondola, e attorno ad essa un gruppo di persone sorridenti che beve il caffè. Il fatto è che per molti veneziani si trattava semplicemente di un’acqua alta un po’ più alta del solito, un avvenimento tutto sommato normale, non si poteva immaginare gli effetti che avrebbe avuto, anche perché sono stati principalmente a lungo termine”.

IL TEAM

Giovane e veneziano il team del documentario: diretto da Giovanni Pellegrini (1981), regista di documentari, cortometraggi e spot (tra gli altri “Bring the sun home” pluripremiato nel mondo), e prodotto da Riccardo Biadene (1973), anch'egli regista e autore di film documentari premiati nel mondo (tra gli altri Come un uomo sulla terra e Alain Danielou-Il Labirinto di una vita, uscito a giugno in Italia al Biografilm Festival di Bologna) con KAMA Productions, nuova casa di produzioni audiovisive orientata alla musica, alle arti performative e al dialogo interculturale. Veneti anche la montatrice Chiara Andrich e i tecnici del suono Mattia Biadene e Alessandro Romano e la produzione con Fabrizio Weiss, Valentina Lacchin, e Tommaso Santinon.


KAMA Productions è una casa di produzioni nata per favorire la discussione e gli scambi tra la cultura orientale e occidentale, soprattutto attraverso approfondimenti sulla musica e le arti performative. Kama ha coprodotto e distribuito il lm documentario “Alain Daniélou Il Labirinto di una Vita” e ha prodotto il lm documentario “AQUAGRANDA in crescendo”, sull’opera lirica AQUAGRANDA, che commemora i 50 anni dalla grande alluvione a Venezia del 1966. KAMA produce anche concerti ed eventi di arti performative (ricordiamo tra gli altri Pt. Hariprasad Chaurasia all’Auditorium Parco della Musica di Roma e le Canzoni di Tagore alla Fondazioni Cini a Venezia); coproduce inoltre il più importante festival italiano di cultura indiana, che si tiene a Roma ogni anno, il Summer Mela.

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<![CDATA["Dunkirk" di Christopher Nolan]]>

In "Dunkirk" il nemico non si vede mai,
del resto è un film di fuga più che di guerra,
di uomini che provano a scappare con ogni mezzo,
di sguardi che parlano senza parole, senza possibilità di scelta,
e il mare diventa la frontiera da attraversare,
il luogo della lotta per la vita

le imbarcazioni private, dai traghetti alle piccole barchette con bandiera inglese
che salpano da ogni parte per riportare a casa i soldati
sono il miraggio e la speranza, sono l'ultimo baluardo dell'umano
che resiste alla barbarie.

Ecco perchè ci vorrebbe anche oggi quella flotta di piccole barchette 
che salpano dai porti dell'Europa mediterranea
battendo bandiera internazionalista
portando in salvo i migranti che affogano. 
Ma non c’è niente da fare, oggi quelli che provano a scappare,
quegli sguardi che parlano senza parole, senza possibilità di scelta,
non meritano aiuto.
Anzi quella flotta la boicottiamo e blocchiamo ogni via di fuga.
Perché quel nemico, che nel film non si vede mai, forse siamo noi.

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 ps) consiglio la visione del film in una sala che vi permetta di apprezzare la soundtrack di Hans Zimmer

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<![CDATA[ “ALAIN DANIÈLOU - IL LABIRINTO DI UNA VITA” del regista veneziano RICCARDO BIADENE]]>

Avrà la sua anteprima nazionale al Biografilm Festival edizione 2017 il documentario del regista veneziano Riccardo Biadene, dedicato alla figura emblematica di Alain Daniélou e alla straordinaria vita dell’uomo che ha portato l’India in Occidente, con proiezioni giovedì 15 giugno e lunedì 19 a Bologna. “Alain Daniélou. Il labirinto di una vita”, questo il titolo del film, racconta l’avventuroso viaggio musicale, esistenziale e spirituale che Alain – bretone d’origine, figlio di un ministro socialista e con un fratello cardinale, amico di A. Gide e J. Cocteau – intraprende dal 1932, con il compagno fotografo svizzero Raymond Burnier, alla volta dell’India, lasciando un Occidente che non lo soddisfa. Il documentario parte dalla Bretagna e accompagna lo spettatore in India (Shantiniketan, Varanasi, Chennai, Pondicherry...), a Berlino, Venezia, e Roma, seguendo la storia del francese Daniélou, indologo e musicologo che ha vissuto, soprattutto in India, tra gli anni ‘30 e ‘60 del ‘900. A Benares (ora Varanasi), Daniélou, insieme a Burnier, abita per 15 anni nel palazzo di Rewa, sulle rive del Gange, dove incontra fra gli altri, Eleanor Roosvelt o Roberto Rossellini.

Qui Daniélou si dedica allo studio del sanscrito, viene iniziato all’induismo, e studia la musica classica indiana e la Veena a livello professionale. È a quegli anni che si deve la stesura di diversi libri sulla filosofia indù, lo shivaismo e i testi vedici. Dal 1950 è curatore della prima collana di world music classica per l’UNESCO. Nel 1963, di ritorno in Europa, fonda e dirige l’Istituto Internazionale di Studi per la Musica Tradizionale (IITM) a Berlino, e in seguito crea a Venezia l’Istituto Internazionale per gli studi di musica comparata, affinché la musica orientale abbia importanza paritaria rispetto a quella occidentale, e dove tale studio è mantenuto vivo oggi dalla Fondazione Giorgio Cini. E, proprio per raccontare il periodo in cui visse in Laguna il regista è tornato, nella sua città natale, per effettuare parte delle riprese del documentario, sull’Isola di San Giorgio Maggiore. Gli ultimi anni di vita, Alain Daniélou, li trascorre tra Roma, Losanna, Berlino e Parigi, con una certa preferenza per la villa sulle colline di Zagarolo, un paesino vicino a Roma. Musica, danza, religione, tradizione e modernità, scultura e filosofia vengono esplorati in questo documentario attraverso le parole dello stesso Daniélou, tratte dall’autobiografia “La via del labirinto”.

Il regista, classe 1973 ­­– agli inizi della carriera cinematografica co-diresse “Come un uomo sulla terra” con Andrea Segre – dopo l’anteprima nazionale, accompagnerà il film il 22 al Ravenna Festival, importante manifestazione dedicata alla musica, il 29 al SummerMela, il festival di arte e cultura indiana a Roma, il 30 giugno a Padova al River Film Festival, in una serata particolare, a chiusura della rassegna, e l’8 luglio al Soleluna Festival a Palermo. Il progetto poi si aprirà a una distribuzione internazionale, che lo farà sbarcare in molti paesi europei, fra cui la Germania e l’India, nel corso del 2017. Ma per Biadene ci sarà unulteriore ritorno a Venezia il 2 luglio, al Teatro la Fenice, in veste di produttore, con la sua Kama Productions per il documentario “Aquagranda in crescendo” che racconta il Teatro La Fenice durante la realizzazione di “Aquagranda” – l’opera-evento che commemora i 50 anni dalla terribile alluvione che colpì Venezia il 4 novembre 1966 – diretto da un altro veneziano Giovanni Pellegrini, e trasmesso lo scorso maggio su Rai 5.

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<![CDATA[La Pazza Gioia di Paolo Virzì ]]>

La Pazza Gioia . E' l'ultimo film di Virzi'.
Film interessante anche se , nella filmografia di Virzi' , c'è di meglio,come ad esempio l'opera precedente: ”Capitale umano”.
La vicenda in estrema sintesi è questa. Siamo a Villa Biondi, una comunità terapeutica per donne con disturbi mentali. Tra le ricoverate ci sono Beatrice, una chiacchierona, logorroica, istrionica, megalomane e Donatella , una giovane donna fragile e silenziosa, alla quale hanno sottratto il figlio . Le due, diversissime tra loro, entrambe classificate come socialmente pericolose iniziano a frequentarsi e a stabilire un'inattesa complicità che raggiungerà l'apice in una breve fuga in cui cercheranno da una parte di riannodare i fili dolorosi e sbrindellati di un passato sbagliato e , dall'altra istanti di felicità o anche di semplice euforia . Al centro di tutto c'è la malattia mentale che Virzi' , qui, declina al femminile, quindi , con un sovraccarico di sensibilità e sfumature che il “femminile” ha in se, a prescindere dal disagio mentale o meno. Il film ha una impronta “basagliana” .
La malattia mentale si lega al disagio e rifiuto sociale: le due questioni possono scaturire l'una dall'altra e, comunque, non sono disgiunte. Ogni disagio mentale non è avulso della società e quest'ultima non può relegarlo e ghettizzarlo ,anzi deve farlo rientrare nel suo seno , come parte di se: la follia è anche un prodotto sociale e la società non può collocarla altrove da sè.
Le soluzioni meramente coercitive o strettamente farmacologiche/ospedaliere sono rimozioni del problema e la contrapposizione follia / sanità mentale è uno schema consolatorio e manicheo.


Questa è la premessa concettuale del film, quasi la cornice ideologica, e senza comprenderla è difficile capire a pieno la ragione , il senso e lo stesso sviluppo narrativo del film. La fuga delle due “matte” rappresenta proprio l'irruzione scomposta e caotica in quella società che le aveva rigettate in quanto non più' compatibili. Beatrice e Donatella riacquistano la loro soggettività nella fuga e, senza mediazione alcuna, affrontano la realtà, gestiscono le loro psicosi, maldestramente ma a modo loro, ricuciscono brandelli del loro passato, si scontrano,si fanno del male , cercano attimi di felicità , come fossero dosi di un farmaco da assumere per ripristinare la vita in loro. In questa giostra umana a volte tragica e altre colte comica , loro due appaiono agli altri nuovamente reiette ma ,nel contempo anche spiazzanti e inquisitorie,quasi fossero specchi deformanti nei quali i “sani” vedono riflessi i loro gesti passati ,come fossero , loro stesse, storie credute finite che ritornano , per rimescolare le carte , rimettere in discussione tutto e riprendersi il dovuto. Le “matte “ hanno molto da dire, da agire, da fare. Tutto si svolge in una splendida Toscana, tra i colli e il mare. Un ambiente che sa essere tenero ma anche ostile, che le due conoscono, che sanno maneggiare . La Toscana di Virzi', fa da sfondo a dinamiche complesse e umane, sempre meno relegabili allo schema rassicurante sani /matti. Sia ben chiaro che Virzi' non riduce mai la malattia mentale ad un fenomeno di eccentricità o bizzarria. Beatrice e Donatella sono mentalmente disturbate e come tali appaiono per tutto il film ma non per questo sono prive di una loro soggettività, capacità e volontà di dare direzione alla loro vita e alle loro giornate.

La fuga termina con un volontario rientro nella struttura d'accoglienza che appunto accoglie e non rinchiude, è un punto di approdo, una tappa e non un capolinea. La sceneggiatura, in un film molto di parola e sfumature, è fondamentale. La mano di Francesca Archibugi, qui co sceneggiatrice, è felice e si sente (aveva già affrontato analoghe tematiche ne “il grande cocomero”). Virzi mantiene ben saldo il ritmo della commedia, senza mai far calare la tensione emotiva, spesso drammatica, del racconto:questo nella migliore tradizione della commedia all'italiana di cui Virzi' è sicuramente il piu' brillante epigono . L'asse portante, vera rivelazione del film è Valeria Bruni che rivela persino doti istrionesche, capacità drammatica mai disgiunta da una inaspettata verve comico brillante. Virzi la mette nelle condizioni ideali e le cuce addosso un ruolo che esalta il suo particolare stile di recitazione: nevrotico, verboso, tormentato, attento a dettagli e sfumature . La Bruni trascina letteralmente il film dal registro comico al livello introspettivo maniacale. Beatrice (Valeria Bruni) è in effetti incontenibile: non tace mai , giudica tutto e tutti, è al di la di ogni regola . Indubbiamente è una donna intelligente, forse anche oltre la media e la sua intelligenza si esalta in un talento camaleontico da zelig : è fantastica la scena in cui si presenta a Donatella, appena ricoverata, come la psichiatra della comunità e in men che non si dica butta giu' diagnosi e cura,apparendo convincente o l'altra scena in cui si presenta alla famiglia adottiva del figlio sottratto a Donatella, per perorare la causa dell’amica riuscendo a spacciarsi per la psicologa e a farsi ascoltare. Micaela Ramazzotti, pur brava, è apparsa meno convincente della Bruni, un po troppo ingessata in una maschera rigida .

Bel film, coraggioso. Come tutte le opere a tesi (e questa lo è ) talvolta pecca di qualche eccessiva semplificazione ma sono sbavature che vengono assorbite dal valore generale del film.

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<![CDATA[Real Festival 2016]]>

 

REAL Festival 2016

dal 26 al 29 maggio

Palazzo Toaldi Capra - via Pasubio,52 - Schio (VI)

musica, teatro, libri, dibattiti e attività per bambini.


PROGRAMMA COMPLETO:



GIOVEDI' 26 

17.00 - Presentazione della mostra fotografica della campagna#overthefortress presso la sala mostre al piano terra. L’esposizione sarà visitabile lungo tutta la durata del festival negli orari di apertura dell’evento. 
- Apertura chioschetto anfiteatro con aperitivo d’inizio festival

20.30 “NOI ALTRI” spettacolo teatrale a cura della compagnia dei Captanauti. Spettacolo di Teatro Forum che vuole riflettere attivamente sulle varie voci che emergono nelle città, nei paesi, nelle comunità riguardo il dibattito sull’accoglienza di migranti, profughi, richiedenti asilo. Il Teatro Forum è una forma di teatro sociale che mette in scena una o più̀ situazioni conflittuali che una comunità riconosce come proprie, invitando il pubblico a discutere e ad intervenire sulla scena al fine di trovare nuove soluzioni utili al cambiamento collettivo.

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VENERDI' 27

15.00 Apertura mostra fotografica #overthefortress e chioschetto anfiteatro

17.00 Proiezione del film “L’Onda” (2008) diretto da Denis Gansel e tratto dal romanzo di Todd Strasser
Seguirà dibattito a cura del Coordinamento Studentesco di Schio “Una dittatura è ancora possibile? Come e perché i meccanismi di xenofobia e intolleranza si insinuano tra i giovani”

21.00 Concerto live:
- Viking Moses (USA – Soul) 
- Sam Goodwill (USA - Alternative / Soul /Electro / RocknRoll) 
- Phill Reynolds (local hero - Folk Blues)

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SABATO 28 

15.00 Apertura mostra fotografica #overthefortress e chioschetto anfiteatro

17.00 Arcadia dei Bambini propone attività dedicate ai più piccoli con Spazio Giochi e Trucca Bimbi

18.30 “Idomeni: le vite dei migranti ai confini.” Le politiche europee di respingimento sono lo specchio di un’Europa che non vuole assumersi la responsabilità di affrontare il fenomeno migratorio e sta cercando di ignorare il problema blindandosi in una fortezza inespugnabile. I tre attivisti che a Marzo sono partiti da Schio raccontano la loro esperienza al campo di Idomeni in vista di una nuova partenza dal territorio scledense per le zone di confine. Introduzione a cura di Filippo Cicciù, giornalista freelance che nell’ultimo anno ha seguito la crisi migratoria tra Turchia e Grecia.

21.00 Concerto live: 
- Yellow Supergiant (Alt-Rock) 
- Duvalier (Desert/Psycho/Garage)

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DOMENICA 29 

15.00 Apertura mostra fotografica #overthefortress e chioschetto anfiteatro

17:00 l’Arcadia dei Bambini presenta ”Giocare Ballando” laboratorio di pizzica per bambini e adulti con Sara Spisso che mira a far conoscere la danza come strumento per comunicare, come un ponte che collega tutte e tutti noi.

18:30 “SPRAWL: un viaggio nella trasformazione del territorio” (da Futurama alla città diffusa). 
Intervento di Fabrizio Bottini sul fenomeno della diffusione della città e del suo suburbio su una quantità sempre maggiore di terreni agricoli. 
Dove nasce, come si sviluppa, quali alternative.
Fabrizio Bottini è stato docente di Urbanistica presso l’Istituto Politecnico di Milano e scrittore di numerosi libri e saggi.

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<![CDATA[ BLACK AND WHITE VENETO - Da maggio a settembre 2016 - OPEN CALL]]>

"Black & White Veneto" cerca 5 fotografi, 5 filmakers, 5 registi, per raccontare il Veneto che cambia. E' on line, infatti, l'open call cui è possibile accedere da tutta Italia, per iscriversi al workshop, da cui verranno selezionati 15 artisti, preferibilmente under 35, per partecipare ad un percorso didattico di alto livello formativo. Il laboratorio multidisciplinare, aperto da maggio a settembre 2016, per esplorare il territorio veneto con l’obiettivo di far emergere storie di integrazione, usando come mezzi narrativi il cinema, la fotografia e la scrittura, è un progetto artistico rivolto a tutti coloro a cui interessa raccontare il tema dell’integrazione in Veneto.

          Kinocchio – Il cinema in movimento, in collaborazione con l’Associazione di promozione sociale Kinima, e con il sostegno della Fondazione Cassa di Risparmio di Padova e Rovigo nell'ambito del bando Culturalmente 2015, insieme all'Associazione Mimosa, Videozuma e CO+, ha pensato a "Black & White Veneto" per far emergere le diverse e più curiose modalità con cui la cultura veneta viene tramandata ai nuovi abitanti del nostro territorio. Chiunque abbia un storia da raccontare potrà iscriversi al progetto, l’iscrizione è aperta a tutti, senza limiti di età né di esperienza. Gli storyteller entreranno nei negozi, nei cantieri, nelle botteghe artigiane di Padova, in prima battuta, e poi lungo il Veneto, per raccontare l’integrazione degli stranieri residenti nella regione, partendo da zone, quartieri, che hanno accolto i nuovi flussi migratori. Per far parte di "B&W Veneto" basta iscriversi sul sito di Kinocchio a questo link: www.kinocchio.com

    Il laboratorio continua la ricerca iniziata con il cortometraggio "Vivo e veneto” dei giovani filmaker Francesco Bovo e Alessandro Pittoni, realizzato con la supervisione creativa di Giorgio Diritti, Pietro Marcello e Wu Ming 2, durante il laboratorio di cinema di Kinocchio dal titolo “L’integrazione non fa notizia”, progetto vincitore del bando Culturalmente nel 2012. Il corto, prodotto da Cinema Key di Marco Fantacuzzi e da Videozuma di Marco Zuin, premiato in molti festival, fra cuiCapalbio International Film Festival, Visioni Italiane, Mestre Film Festival, interpretato da Valerio Mazzucato e Moses Kibuuka, racconta l’insolito tentativo di un biciclettaio di insegnare al nuovo apprendista africano l’arte delle piccole riparazioni, servendosi unicamente del dialetto veneto. Tra incomprensioni ed equivoci, la difficoltà linguistica diviene una via all’integrazione. Una storia che parte dall'ironia, spesso feroce, per affrontare un tema così attuale.

         Sulla scia di "Vivo e veneto" proseguiranno dunque i lavori i partecipanti del workshop che nei weekend, dal 27 al 29 maggio, e dal 3 al 5 giugno, avranno accesso alle "masterclass" con autori, registi e professionisti del panorama italiano, che si svolgeranno a Padova, con nomi come Sergio Basso (regista e documentarista, assistente di Amelio), Simone Falso (fotografo, aiuto regia di Segre), Paolo Martino (reporter e documentarista dal Medio Oriente), Fred Kuwornu (produttore e regista di origini ghanesi), Irene Dionisio (vincitrice Festival dei Popoli con il doc “Sponde”) e molti altri. Nel corso dello sviluppo del progetto non mancheranno momenti d'incontro con proiezioni pubbliche di film documentari, e occasioni di confronto e dialogo, aperti a tutte le comunità che vivono in Veneto.

      Nella seconda parte di "Black & White Veneto", che durerà da giugno a settembre, i partecipanti saranno liberi di seguire i testimoni scelti, anche esplorando le varie province del Veneto. Dall’8 al 18 settembre sarà invece il momento di raccogliere, selezionare e pubblicare i risultati, sotto forma di fotografie, racconti, ritratti sonori e brevi video. Al termine di questo processo la ricerca sarà pubblicata nei social e su web, e il racconto di questo nuovo Veneto che cambia, sarà analizzato in maniera innovativa e multimediale, grazie alle mostre, ai corti, ai racconti che verranno prodotti, creando un tessuto multimediale che si propone di documentare la cultura veneta contemporanea.

Per informazioni: info@kinocchio.com - www.kinocchio.com

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<![CDATA[TRIO SQUELINI (Budapest)]]>


Giovedì 12 maggio alle ore 21:00

Cso Django
Via Daniele Monterumici 11, 31100 Treviso

 

TRIO SQUELINI (Budapest) sonorizzazione dal vivo delle opere brevi di Georges Méliès

Le opere brevi del geniale inventore del cinema fantastico Georges Méliès saranno sonorizzate dal vivo dal TRIO SQUELINI, ensemble composto da tre grandi musicisti ungheresi, veterani della scena musicale di Budapest. 

Szalai Pèter (percussioni), Szőke Szabolcs (array mbira, gadulka) e Váczi Dániel (sopranino, sassofono) si cimenteranno con alcune delle opere più incredibili e tuttavia poco conosciute di Méliès, tra le quali anche un curiosa versione di Cenerentola.

I corti selezionati sono stati realizzati tra il 1898 e il 1909 e per l'occasione sono stati ordinati senza soluzione di continuità creando un filo conduttore.

Ne risulta un’opera unica, contenitore di frammenti d’incredibile varietà, che dona nuova linfa e un nuovo senso a queste geniali opere brevi.

 

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<![CDATA["Il Figlio di Saul" di László Nemes]]>

Il Figlio di Saul è un film di László Nemes. Con Géza Röhrig.

Opera pluripremiata e dopo aver visto il film direi che i premi sono tutti piu’ che meritati .

Breve cenno sulla trama: Protagonista del film è Saul Ausländer (Géza Röhrig), membro dei Sonderkommando di Auschwitz. Gruppi di ebrei aguzzini di altri ebrei, per ordine dei nazisti. Orrore nell’orrore, l'inferno dantesco in confronto è una passeggiata salubre. Isolati dal resto del campo i sonderkommando sono assoldati per "accompagnare" i loro fratelli per l’ultimo tratto verso la camera a gas, poi rimuovere i corpi e quindi cremarli. In questo frangente spesso si impossessavano anche dei loro abiti e degli eventuali pochissimi effetti personali: Siamo nella catena di montaggio dello Sterminio, i forni, la cenere da smaltire , le docce da lavare, via un carico sotto l'altro. Nella catena di montaggio, a sterminare ebrei, sono altri ebrei, resi schiavi e carnefici, in attesa di tornare ad essere vittime . Il gruppo,in questo caso, si prepara alla rivolta , prima che una nuova lista di sonderkommando subentri a loro condannandoli a morte. Saul riconosce nel cadavere di un ragazzino suo figlio. Il suo scopo, adesso, è quella di dare una degna sepoltura a quello che ritiene suo figlio: degna sepoltura è la ricerca di un rabbino, tra i disgraziati in attesa della camera a gas e la sottrazione del cadavere del bambino alla medesima sorte degli altri. Saul partecipa al tentativo di fuga,con sulle spalle il ”figlio” morente perchè è l'unico modo per uscire dal lager e attuare il suo proposito anche se cosi facendo ostacola e compromette il piano di fuga. Le vicende del gruppo e la tragedia enorme e incommensurabile della Shoa sembrano,a questo punto, lambire e intercettare la sua ossessione ma stando sempre e comunque a margine. Film sulla Shoa ne sono stati fatti diversi, questo però indubbiamente si distacca dagli altri e per certi versi ne e' la negazione, l'antitesi. La scelta stilistica di Nemes che e' il vero punto di svolta del film, tale da renderlo un capolavoro, è incomprensibile se non si tiene conto di un punto etico filosofico che dal dopo guerra è stato oggetto di discussione. La Shoah è rappresentabile, e ancor di più lo è nell’ambito delle arti visive? La ricostruzione è un atto di simulazione/finzione che inevitabilmente indulge su binari retorici,su espedienti narrativi che finiscono per rendere tutto, o quasi, accettabile, fruibile? Le conclusioni di Nemes sono affermative. L'orrore e la violenza o meglio ancora la loro rappresentazione spettacolare sono elementi ampiamente metabolizzati,al punto che anche la "messinscena” della sopraffazione al livello più vertiginoso e incomprensibile, come quello dei campi di sterminio, non sfugge a questi codici estetici, dei quali il pubblico e' totalmente assuefatto. Rappresentare è fuorviante, riduttivo e soprattutto strumentale. L’unica maniera possibile di accostarsi a questa immane tragedia del XX secolo è, probabilmente, per Nemes,quella dell’evocazione e non della ricostruzione . L’impostazione stilistica del film è coerente alla convinzione della non rappresentabilità della Shoah. La forma è sostanza, lo stile e' il punto di vista e il punto di vista e' imprescindibile dall'etica e dalla morale: non si può capire e apprezzare il film senza comprendere questi presupposti essenziali.


Il film è apparentemente in “soggettiva” . La macchina da presa è costantemente dietro le spalle dell'attore Géza Röhrig, lo insegue,lo affianca, a volte sembra quasi che il protagonista impalli la nostra visione,si ponga come ostacolo fisico tra lo spettatore e la scena,si crea talvolta una sorta di simbiosi,quasi una sovrapposizione fisica, tra lo spettatore e il protagonista: volutamente Nemes lascia sullo sfondo, confusa, la visione dell’orrore e lo fa tramite un geniale ricorso all'espediente tecnico della sfocatura, come per enunciare visivamente che non intende ne rappresentarla, ne ricostruirla. I cadaveri e gli atti violenti sono quasi sempre non mostrati, collocati fuori campo, oppure non decifrabili,appunto sfuocati,non messi a fuoco. Il peso insopportabile dell’orrore è, dunque, collocato al di fuori dall’inquadratura, poiché non riedificabile visivamente, oppure evocato tragicamente dalle urla, dagli ordini perentori in tedesco, dal rumore, dalle babele di lingue,dal caos che si percepisce intorno e sullo sfondo. I rumori sono la vera colonna sonora del film e il frastuono cacofonico che sentiamo e il medesimo che ossessiona il protagonista. La regia evita cosi' ogni deriva consolatoria che può scaturire dalla visione diretta che,inevitabilmente esorcizza l’angoscia, ”spiega”, razionalizza, persino banalizza e soprattutto, stabilisce una distanza rassicurante tra lo spettatore e l'orrore . Qui, invece, avviene il contrario: si lascia spazio all'immaginazione, la cui forza è inaudita, assai piu' devastante, sia psicologicamente che emotivamente, della rappresentazione/descrizione visuale. La regia è ipnotica. Lo spettatore e' appeso al protagonista e lo segue passo passo ,come potrebbe fare un bambino terrorizzato e sperduto in un labirinto, di cui non intravede l'uscita ma solo il groviglio di trame , di vicoli ciechi.
In simbiosi con lui, con ogni sua traccia emotiva, con ogni sua ossessione o speranza, lo spettatore cerca la fuga dall'inenarrabile aggrappandosi all'unico brandello di umanità per quanto folle e fragile. Il bambino e' una sorta di Cristo metaforico che redime il male, che si contrappone ai corpi ridotti a tronchi umani e come immondizia scaricati, deprivati di ogni umanità. In realtà e' il figlio di tutti, dell'umanità. Non verrà seppellito e alla fine, in una sorta di magia di cui solo l'arte è l'unica fonte e custode, risorge....cosi sembra.


PS magistrale il piano sequenza iniziale. Tre o quattro minuti che sono di per se già il compendio del film stesso sia dal punto di vista formale stilistico che contenustico. Simili virtuosismi li ho visti solo in qualche film di Orson Welles

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<![CDATA[Perfetti sconosciuti di Paolo Genovese]]>

E' un film gradevole, spicca nell'attuale panorama cinematografico italiano che per altro da qualche anno e' di buon livello. Se poi, in un film riesci a mettere assieme attori come Valerio Mastrandrea, Giuseppe Battiston e Alba Rohrwacker diciamo pure che parti col piede giusto e di strada ne puoi fare.

La storia per sommi capi è questa. Una cena fra amici di lunga data, tre coppie e un uomo, Peppe, il quale partecipa da solo perché la sua compagna è malata, almeno cosi' lui sostiene (la sua vicenda sarà una delle chiavi di volta della storia). Nel corso di questa cena, la padrona di casa Eva, ad un certo punto, si dice più che sicura che tante coppie si lascerebbero se ogni rispettivo partner potesse controllare il contenuto del cellulare dell'altro. L'affermazione è il pretesto per una sorta di gioco per cui tutti dovranno mettere il proprio cellulare sul tavolo e accettare di leggere sms/chat o ascoltare telefonate pubblicamente. Il classico gioco della verità e come ogni gioco della verità che si rispetti, si evolverà e si risolverà in un massacro, in un regolamento di conti dove nessuno si salva. Il pretesto narrativo non e' originale, schemi analoghi sono stati utilizzati più volte, (a mio ricordo “Cena tra amici” un film francese , Carnage di Polanski, Ferie di agosto di Virzì )in questo caso c'è sul tema una variante fondamentale , un'aggiunta/aggiornamento di natura tecnologica:il cellulare. Con felice definizione , nell'ambito di una sceneggiatura veramente brillante, viene definito come la “scatola nera” che contiene tutti i nostri dati . Le coppie sono tre e tutte quante alle prese con dinamiche di crisi determinate piu' da noia e apatia che da altro, Giuseppe , il settimo commensale, quello non ufficialmente accoppiato e anch'egli profondamente lacerato. Il film e' come diviso in due parti anche se scorre fluido e liscio, senza sbavature e cali.

Nella prima parte prevale l'aspetto ludico del gioco, la sceneggiatura e' incalzante, fitti i dialoghi, notevoli i picchi comici, la regia è attenta: movimenti della camera e gli stacchi sono dosati sapientemente e accompagnano con discrezione i dialoghi, senza dilungarsi in primi piani o approfondimenti ma assecondando il ritmo della conversazione. In questa fase il vero protagonista e' la “scatola nera”ossia il cellulare o meglio ancora i cellulari, piazzati in mezzo alla tavola. I messaggi si susseguono, le suonerie, cosi' come i corifei nelle tragedie greche, annunciano l'arrivo di probabili nuovi segreti o intriganti primizie: in questa fase le incomprensioni e i dubbi hanno ancora la forma del malinteso, della leggerezza, della battuta In sala il pubblico ride, poichè,secondo me, scattano meccanismi di identificazione e le risate , devo dire molte, appaiono come parte di un inconsapevole rito catartico in cui si esorcizza questo nuovo totem invadente e devastante ma irrinunciabile quanto diabolico : il telefonino.

Dopo l'inizio brioso, però, inizia ad aleggiare cupa e pesante una nube gravida di menzogne, di nodi che si snodano, di grovigli che si dipanano, di verità che sgomitano: una nube pronta da un momento all'altro a scaricare fulmini e tempeste.

Nella seconda parte il film senza perdere ritmo cambia registro regia e sceneggiatura sono esemplari in questo cambio di passo. Ciò che prima era un gioco, degenera e si rovescia nel suo contrario. A dire il vero anche questo è uno sviluppo classico in film di questo genere e a questo schema non si sottrae i “Perfetti sconosciuti” , malgrado ciò, però, il film mantiene un suo percorso originale, non cade nei clichè, ne tanto meno negli stereotipi. La seconda parte e' drammatica. Ciò che prima era accennato, ora esplode, mentre le coppie, invece, implodono devastate da brandelli di verità che calano come mannaie. L'interno borghese, con vista spettacolare su una Roma magica in piene eclissi di luna, in cui i nostri cenano e chiacchierano, si trasforma in una giostra infernale nella quale ogni forma e' la maschera del suo contrario. Il passaggio dalla fase comica a quella tragica e' quasi repentino,il pubblico in sala fatica a metabolizzare questo cambio,continua come a cercare battute che però non arrivano piu': ora a far sorridere ma, questi sorrisi sono piu' che altro i colpi di coda delle fragorose risate della prima parte , è la sequela continua di colpi di scena che una dopo l'altra, inghiottono e vomitano i personaggi. Un regista genio come Bunuel avrebbe trascinato i personaggi alle estreme conseguenze giocando con i registri anarchici del grottesco e del surreale ma Genovese per quanto bravo non è Bunuel. Se a scandire il ritmo nella prima parte era la struttura fitta e incalzante dei dialoghi,nella seconda è lo scatenarsi funambolico dei fatti . Il ritmo ' la costante del film, è la cifra stilistica. La regia di Genovese non si sofferma, non fa introspezione, non cerca sfumature ma, come un treno impazzito corre fino alla fine, senza curarsi di stazioni e panorami ma macinando strada e persone. Il finale è, a sua volta, una ulteriore sorpresa ,una licenza poetica, una bizzarria, innesca dubbi mantenendo le certezze, consola inquietando, ci ricorda che tutto nello schermo è finzione ma che quella finzione non sarebbe possibile se tutto poi non fosse già stato vero da qualche altra parte. Il finale è un ossimoro. Può turbare o tranquillizzare: dipende da noi e forse la nostra reazione al finale è la cartina di tornasole del nostro rapporto con una modernità che ci rende inadeguati e inaffidabili.

Il film è corale: sette magnifici attori affiatati, come in un orchestra. Diretti da una grande regia e supportati da una sceneggiatura virtuosa e funambolica.

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<![CDATA[The Hateful Eight di Quentin Tarantino]]>

Notevole, grandioso, oserei anche spendere la parola capolavoro. Prendetemi, però, con le pinze, ammetto la passione per Tarantino e si sa la passione fa straparlare .
Parlarne male sarebbe come se dicessi che un quadro di Tiziano o Caravaggio e' brutto. Potrei al limite pensarlo ma questo pensiero si fermerebbe nell'anticamera del cervello e non accederebbe mai in aree cerebrali preposte al pensiero. Il suo stile, intendo quello di Tarantino, e' un punto di vista sulle cose, le sue sceneggiature sono virtuosismi verbali che agiscono sul pubblico come la frusta del domatore sull'animale domato, i suoi montaggi costituiscono la grammatica di un immaginario in cui le distinzioni tra sogno, incubo e realtà vengono meno, cosi come il rapporto tra spazio e tempo viene alterato e dilatato . In questo film Tarantino si conferma ma non si ripete. La forma e' quella di sempre ma la sostanza comincia ad essere altro rispetto alle sue produzioni precedenti ma di questo parleremo dopo.


La trama. Una diligenza viaggia nell'innevato paesaggio del Wyoming. A bordo c'è un cacciatore di taglie John "The Hangman" (Il Boia) Ruth e la sua prigioniera Daisy Domergue, diretti verso la città di Red Rock, qui la donna sarà consegnata alla giustizia. Lungo la strada, la diligenza si imbatte nel Maggiore Marquis Warren, un ex soldato nero nordista diventato anche lui un cacciatore di taglie, e Chris Mannix, che si presenta come nuovo sceriffo della città in cui la diligenza è diretta. Infuria una bufera di neve apocalittica e la compagnia trova rifugio e ristoro presso l'emporio di Minnie: qui non trovano la proprietaria ma quattro sconosciuti. Nella locanda quindi si trovano in otto. Il resto della trama non ve la racconto ma, vi garantisco che in tre ore di film , tra gli otto in questione, succede di tutto e ogni parte di questo tutto vale ampiamente il prezzo del biglietto Gran parte del film, infatti, è ambientato all’interno della locanda ma ciò che, a prima vista appare un western, vira ben presto verso una sorta di giallo da camera: ti aspetti Sergio Leone e Quentin ti rifila Agathie Christie. Ormai nelle recensioni e nei discorsi sui film di Tarantino si tende pigramente a ridire le stesse cose . Quali? L'elenco puntiglioso delle citazioni e dei rimandi e anche qui ce ne sono molte(Le Iene, La Cosa di John Carpenter e 10 piccoli indiani , kill Bill, solo per nominarne alcuni); gli omaggi piu o meno occulti ai generi o ai grandi del passato; il ricorso alle scene di violenza, talmente enfatizzate e stilizzate al punto di svuotarle di qualsivoglia contenuto di dolore o terrore, riducendole a mera forma ; le caratterizzazioni dei personaggi ,sempre dalle tinte forti , sovente grottesche ,collocate spesso in una dimensione surreale che e' al di la del bene e del male, in Tarantino il personaggio prevale sempre sulla persona. Orbene e lo dico per tutti i tarantinologi, questi elementi ci sono tutti e sono resi magistralmente e spettacolarmente ma , ridurre a questi codici, per quanto importanti, la qualità dei film di Tarantino,in special modo degli ultimi due o tre, e' assolutamente sminuente ed e' come, per fare un esempio, guardare un film di Fellini attendendo o le tette della Ekberg o lo sguardo stralunato di Mastroianni, per poter uscirne soddisfatti. Tarantino ormai da tempo e' oltre un certo manierismo e utilizza certi espedienti narrativi e tecnici per raccontare qualcosa e non piu' per stupire o giocare . The Hateful Eight è per certi versi una continuazione ideale di Django e conferma ciò che in Django era ancora embrionale, ossia la “politicizzazione”, nel senso piu alto e ampio del termine, della sua poetica e del suo cinema. Come in Django Unchained, l'ambientazione di The Hateful Eight è tipicamente Western ma qui si passa dal sud schiavista verso il freddo Nord America, dalla pre guerra di secessione al post guerra. Scostamento di luoghi e di tempo ma il contesto ideale e concettuale e' il medesimo. Tarantino affronta e si occupa,a modo suo, della nascita di una nazione o meglio ancora degli elementi che sono costitutivi e alla base di questa genesi . Gli elementi sono tre: il puritanesimo cristiano dei padri fondatori, la violenza cosi' intensa e concentrata in poco tempo e il razzismo, a sua volta, alla base dell'allargamento territoriale ai danni dei nativi e dello sviluppo economico sulle spalle degli schiavi . Tarantino tralascia il primo ma fa propri gli altri due. Le coordinate di questo film (come del precedente) sono violenza e razzismo : gesti, scelte e intrecci sono imbevuti di questi due elementi,senza i quali non potrebbe esistere alcuna storia e tanto meno la Storia , quella con la esse maiuscola. Gli ideali e le grandi narrazioni stanno sullo sfondo ed emergono per contrasto o incidentalmente, sempre e comunque, stridenti e surreali. In The Hateful Eight il compito di far fare capolino ai grandi principi della giovane nazione e' svolto da una misteriosa lettera che Abramo Lincoln avrebbe scritto al Maggiore Marquis Warren, l'ex soldato nero nordista e che quest'ultimo gelosamente custodisce nella tasca della giacca. Lincoln l'antirazzista,il democratico, il nordista e Warren il nero emancipato,non piu schiavo. Ma e' uno schema retorico e quella lettera che non si capisce se vera o falsa e' nulla piu che un amuleto porta fortuna. In una delle ultime scene viene letta da uno dei protagonisti, in una cornice di sangue,di cadaveri e appare come un grottesco epitaffio . Un altro contrasto stridente che relega ai margini, ciò che la Storia, invece, ci consegna come fondamentale, si manifesta nell'immediato inizio del film. Un Cristo ligneo, crocifisso nella neve, annuncia simbolicamente ciò che sarà l'inferno a venire, l'immersione negli abissi della natura umana dove il cristo e' bandito. La croce in apertura e la lettera di Lincoln in chiusura sono le due icone che rappresentano valori della grande nazione che diventerà potenza e che The Hateful Eight demolisce spietatamente,facendo proprio della loro negazione l'essenza della nazione che diventerà potenza.

Il film e' corale, come spesso nelle opere di Tarantino ma in realtà un protagonista c'e'. E' il “negro”. E' l'ex ufficiale dell'esercito nordista. Si aggrega incidentalmente alla comitiva, è uno degli otto. Deve difendersi dagli otto in otto modi diversi, deve rendere conto ad ognuno di loro, deve entrare nella storia sapendo ,comunque, che ci starà se agli altri conviene e che dovrà saper intuire e anticipare ogni altri mossa per continuare ad esserci. Eppure alla fine non e' un “eroe positivo”. Il maggiore Marquis è scaltro, abile,intelligente ma è anche , se occorre, piu stronzo e figlio di puttana degli altri, spietato e avvezzo al delitto e alla brutalità non meno degli altri (memorabile l’episodio in cui prima di uccidere un ufficiale sudista lo costringe a fargli un pompino). Ciò, però, lo rende “americano”, parte della medesima narrazione, protagonista della costruzione della nazione che diventerà potenza, al di la della retorica lincoliana. Alla fine , la vicenda si risolve in una mattanza , in un fiume di sangue e in un groviglio di carni . Non ce’ ragione perchè qualcuno di loro debba sopravvivere o avere una morte esemplare, poiché quel rovesciamento di valori che ognuno di loro e tutti assieme incarnano non ha bisogno ne della loro vita ne del loro esempio,sono disvalori imperituri, al di la di loro e  quindi, costoro possono sparire squallidamente anche sgozzati come animali. La Storia americana piu che di un pantheon sembra necessitare di un mattatoio. La violenza che,specialmente nell’ultima parte è trasbordante oltre ogni limite, non ha piu’ quel tratto quasi ludico e fumettistico di Kill Bill o Pulp Fiction, qui e’ plumbea ,arriva come a dare il suo sigillo cupo, a stendere la sua ombra nera su ciò che verrà. Il film prevalentemente si sviluppa in un interno, per cui e’ assai “verboso”, sceneggiatura assai curata. I dialoghi non sono fitti,come negli altri film ma piu’ costruiti e pensati,d’altra parte c’e anche un giallo da risolvere e la sceneggiatura ,in qualche modo,ne e’ condizionata. Tarantino piu che Leone o Agata Christie, se proprio dobbiamo trovare un riferimento, pare Pirandello. Ogni personaggio è altro da ciò che appare,ogni situazione è una ricostruzione menzognera,ogni affermazione serve a distanziare la verità e gli otto personaggi del film sono, in qualche modo e pirandellianamente in cerca d’autore. All’inizio del film appare la didascalia che ci ricorda che questo è l’ottavo film, come otto sono i personaggi come 8 e mezzo era anche il titolo del film di svolta di Fellini.

Questo e’ un  film di svolta per Tarantino : svolta e capolavoro.

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<![CDATA[Il suono “redivivo”]]>

“Mi piace il silenzio” dice Hugh Glass (Leonardo Di Caprio) ad un certo punto del film.

In effetti parla poco, molto poco.

Però "The Revenant" di Alejandro Inarritu è un film pieno di suoni anche se nella maggioranza dei casi non è parola parlata.

E’ un altro linguaggio: è il linguaggio della natura o meglio dei toni e dei timbri della natura, compresa quella umana.

Accade che ogni cosa che emette un suono, ha un timbro unico o quasi, una voce che lo rende pressoché inconfondibile. Questi rumori dal timbro inconfondibile cambiano tono: dall’acqua prima placida e poi impetuosa, all’orsa affettuosa con i piccoli e poi imbestialita con l’uomo che li minaccia... e  infine l’interpretazione di Di Caprio: ogni rantolio, grugnito, sibilo, ogni urlo, che sia silenzioso o rumoroso trasuda rabbia e disperazione come non si è mai sentito prima.

La colonna sonora è composta da due maestri del timbro come  Ryuichi Sakamoto e Alva Noto ed è perfettamente incastrata e mai prevaricante. Riesce ad amplificare le emozioni , le risonanze evocano gli spazi sconfinati del film e la contaminazione con la timbrica (raster)notoniana di Alva Noto la rende carica di tensione. Mi piacerebbe riascoltare il film senza immagini e sono sicuro che sarebbe emotivamente esplosivo.

Devo ammetterlo, è una mia deformazione , ma in questi casi ascolto e guardo come fosse più un’installazione che un film: faccio attenzione alle immagini e ai suoni e molto meno al soggetto, alla trama, alla sceneggiatura ecc.. E qui sono immagini e suoni di una bellezza mozzafiato. Fare un film è sicuramente una cosa più complessa , ma per chi respira suono le aspettative non saranno deluse.

Da vedere e soprattutto da ascoltare.

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<![CDATA[Revenant (Redivivo) di Alejandro Inarritu]]>

Se fosse stato un documentario sarebbe stato ottimo, ha voluto essere un film e ha rovinato il documentario.

In breve la trama. Primo ventennio del 1800,ancora in fase pre western: esploratori, cacciatori di pelli, mercenari di varie provenienze scorrazzano per territori ancora sconosciuti d'America (Nord Dakota) per trarne profitto. Uno di loro e' Glass (Di Caprio). Meglio degli altri conosce quelle terre ed e' in grado di far da guida agli altri .Il gruppo di cui fa parte e' decimato da un attacco degli indiani e il compito di Glass è riportare la compagnia al forte ma , soprattutto proteggere suo figlio, un ragazzo indiano. Lo scontro con un orso grizzly lo lascia pressochè prossimo alla morte . Il più arrogante della compagnia, Fitzgerald, si offre di restare, a pagamento, per assisterlo ed eventualmente dargli sepoltura, ma lo tradisce orribilmente,dopo, per altro, aver ucciso suo figlio . La volontà di vendicarsi , da questo momento,animerà Glass e darà inizio ad un'odissea in cui nulla sara' risparmiato al Glass ma anche agli spettatori.
Ma in sostanza cos'è questo film? Se ne vien fuori un po stralunati.
In effetti è ben fatto, spettacolare. Scenari naturali mozzafiato, fotografia superba che ben rende la maestosità dei luoghi ma nel contempo ,si sgancia spesso da uno scontato naturalismo, per farne ,piuttosto, un riflesso della condizione interiore del personaggio. Insomma Inarritu sa fare il suo mestiere e questo già si sapeva, le major americane sono strapiene di soldi e possono permettersi di affittare mezzo Sud Dakota per un anno per fare un film e, pure questo già si sapeva.
L'impressione pero' e' che alla fine tutto si riduca a una ostentata esibizione di capacita' e potenza della grandiosa industria cinematografica americana e poi,nulla piu'.
Il film appare una via di mezzo tra un romanzo di Jack London (mal sceneggiato) e un manuale di sport estremi oppure,meglio ancora, sembra un documentario del National Geographic , inframezzato da una storia che ne attenua l'effetto scenico, lo appesantisce e lo allunga a dismisura.
Il senso del film e' l'annosa questione del rapporto tra uomo e natura. Qui la natura appare sotto forma di orsi , cascate, montagne, cervi, neve, cieli d'ogni sfumatura, lupi, iene , corvi. Tutti elementi che sono spesso ostili all'uomo, rare volte concilianti e quasi sempre spietatamente indifferenti. Son cosucce che il buon Giacomo di Recanati ha spiegato assai meglio di quanto possano mai fare Inarritu o Di Caprio. La tenzone epica uomo natura ne contiene altri quali l'onore,il tradimento,l'amore assoluto,la vendetta.
Elementi che inseriti in una cornice naturale di devastante bellezza che ricorda piu' il paleolitico che gli albori della civiltà americana , diventano assoluti, violenti, primordiali, bestiali. Non esiste mediazione o filtro morale : si pensa,si agisce.
insomma sono tematiche toste che da secoli sono oggetto dell'attenzione della letteratura, della mitologia, dell'arte e da tempi piu' recenti dell'antropologia e della psicanalisi . Anche il cinema , in qualche modo ha affrontato queste tematiche .
Revenant riduce e sintetizza co tanta materia nei grugniti e nei versi di Leonardo Di Caprio che sono la vera colonna sonora del film. Quella di Di Caprio non è una interpretazione attoriale ma una sorta di performance atletica di un uomo/ bestia che riesce sempre ad allontanare la morte regredendo sempre piu verso lo stato animale. Diciamo che se avessero preso Messner ,secondo me era pure meglio,di certo piu' appropriato. Le buone intenzioni del film annegano in un mare di sangue , in montagne di neve, in corpi( non importa se di uomini o animale) maciullati e in sporadiche apparizioni di indiani che , nel piu' trito e classico dei luoghi comuni ,parlano sempre come se dovessero declamare L'Iliade o l'Odissea, farcendo i loro discorsi di frasi ieratiche e occhi spiritati: un indiano che parla normalmente del piu' o del meno, senza cimentarsi in iperboli e sentenze,e' una figura sconosciuta all'immaginario americano.
Per concludere Revenant e' un ottimo e spettacolare documentario sul Nord Dakota , inutilmente inframezzato da una storia, di per se interessante ma banalizzata da ovvietà, luoghi comuni e dal bisogno di mettere Di Caprio nelle condizioni migliori per strafare .


PS) c'e' una scena, pero' che vale il prezzo del biglietto. A un certo punto Di Caprio si ritrova nel freddo gelido, col cavallo appena morto. Che fa? Squarta il cavallo con le mani, ne estrae le viscere e le carni, lo svuota, lo spolpa, lo riduce a contenitore e ci si infila dentro. Li' al calduccio passa la notte. Il mattino dopo esce dal cavallo ma a fatica, poichè il gelo ha irrigidito la pelle dell'animale che quasi si richiudeva. Ecco una cosa del genere , però, manco Messner l'avrebbe mai fatta!!...

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<![CDATA[Macbeth di Justin Kurzel]]>

"Macbeth", il riadattamento del capolavoro di William Shakespeare (credo il settimo nella storia del cinema) , film diretto dal regista Justin Kurzel e interpretato da Michael Fassbender e Marion Cotillard.
Un accenno alla storia e mi scuso col bardo per la semplificazione banale .
Macbeth è il Barone di Glamis generale dell'esercito comandato dal sovrano di Scozia Duncan, vincitore di una lunga serie di battaglie che di fatto salvano il regno di Scozia. Alla fine di una battaglia, quella decisiva, si ritrova insieme al suo fido Banquo e incontra tre donne che fanno loro due previsioni sul loro futuro. Macbeth dovrebbe infatti diventare re di Scozia e signore di Cawdor, mentre il suo scudiero è destinato ad essere il progenitore di una lunga dinastia di sovrani. Macbeth e Banquo sono sconvolti da tali predizioni: il re conferisce al primo il titolo di Barone di Cawdor per le grandi qualità mostrate durante le varie guerre. A questo punto, entra in gioco il ruolo di Lady Macbeth, la moglie del Barone. Informata tramite una lettera da parte del consorte, riguardo le profezie dalle tre donne, di fatto ne guida le prime mosse e ne alimenta l'ambizione. Da quel momento in poi, la sua vita prosegue con l'obiettivo di dare il trono a suo marito. Per riuscire in tale intento, bisogna necessariamente far morire il re Duncan ma questo e' solo l'inizio di sfrenata ambizione che sfocia nella follia.
Macbeth va ben oltre questa esile trama. E' uno degli apici della letteratura di tutti i tempi, forse il massimo capolavoro di Shakespeare. Opera articolata con livelli di lettura molteplici, con un tensione tragica che sviscera ogni aspetto della complessità umana fino al punto in cui gli elementi degenerano e decompongono l'umanità stessa. La prima immediata lettura riguarda il rapporto perverso e sfrenato tra ambizione e potere e di come uno non cessi mai di alimentarsi dell'altro,fino a fagocitarsi reciprocamente come un mostro a due teste. Macbeth e' anche altro. C'e' il tradimento,l'amicizia, la fedeltà, la capacità manipolatoria della donna sull'uomo/bambino ,la potenzialità irrefrenabile verso la follia che ha in se ogni pulsione umana,l'equilibrio delicato,che regola la Storia, tra la volontà dell'azione e la frustrazione del fatalismo. In Macbeth affiora la questione della sterilita', forse anche della scarsa virilità e del coraggio stesso il quale, sembra appartenere piu' ad una alterazione della coscienza piuttosto che a normale e lucida condizione. Cosa c'e' di tutto questo nel Macbeth di Justin Kurzel: Quasi nulla o ben poco.


Tutto si riduce alle avventure sanguinarie di un folle e di una femme fatale.
Come accade spesso nelle trasposizioni cinematografiche di capolavori teatrali la volontà di andare incontro ai gusti del pubblico, ha reso semplicistica e letterale l’interpretazione del testo, attraverso anche una ostentazione scenografica che, presumibilmente voleva accentuare gli effetti simbolici e naturalistici.
Sia ben chiaro che da sempre la traduzione sul grande schermo dei testi teatrali e' stata un impresa improba.
I due linguaggi pur avendo diverse analogie sono sostanzialmente diversi . In estrema e brutale sintesi si può dire che il Teatro è “parola” mentre il Cinema è “immagine”, nel primo caso l'aspetto scenografico e visivo e' a supporto della parola , nel secondo caso e' l'opposto, ossia e' la parola che giunge a rimorchio e a sostegno dell'immagine. Si capisce quindi che trasporre un genere nell'altro implica uno scatto di genialità e innovazione.
Il senso e' indagare in profondità il valore del testo e non ricopiarlo, cercando, nella traduzione cinematografica, di rielaborarne e valorizzarne i contenuti originali.
La modalità è porre in evidenza caratteristiche essenziali del testo e riuscire a misurarle con le potenzialità espressive della tecnica cinematografica. Insomma ci vuole un lavoro sul testo che ne rispecchi lo spirito ma manipoli la forma:insomma e' un gioco rischioso ed e' per chi sa giocare, non per tutti.


Orson Welles (piu' in Othello e Falstaff che nel Macbeth) , Lawrence Olivier (in tutte le trasposizioni che ha fatto) , Roman Polansky e in parte Kenneth Branagh hanno tentato e sono riusciti in questo. Ricordo anche un formidabile “Mercante di Venezia” Con Al Pacino (non ricordo il regista) . In tutti questi casi ci sono stati soluzioni prettamente cinematografiche, espedienti linguistici,incursioni “piratesche” di livelli di lettura originali, ardite attualizzazioni che hanno fatto emergere la forza espressiva dell'opera,la profondità psicologica o la lievita' se questo era il caso.
Il Macbeth di Justin Kurzel , invece, secondo me, ha privato della forza drammatica e della complessità psicologica l'opera di Shakespeare ,proprio perchè ha fatto dello strumento cinematografico,per un verso, una sorta di specchio del testo e per un altro una specie di ridondante scivolamento spettacolare che ammiccava a un certo gusto estetico corrente . In special modo l'inizio, a tratti,sembra un incrocio tra Bravehart e Il Gladiatore : teste mozzate, sangue a fiumi, corpi smantellati, arti sparsi, dettagli anatomici e tutto al rallentatore, fosse mai vi sia sfuggito qualche dettaglio. Una colonna sonora cupa e inutilmente roboante, comunque invadente e fastidiosa e,tanto per capirci ,l'effetto era quello di avere nell'appartamento attiguo due operai alle prese con seghe e trapani elettrici. Immagini ben curate e buona fotografia ma tutto l'effetto svanisce e regredisce a una cartolina o a uno screen server, quando tutta questa ricerca di naturalismo fa da sfondo ad una sceneggiatura che riflette pari pari e piattamente il testo shakespiriano, assolutamente stridente in quel contesto. Il film si salva ed e' reso comunque guardabile dalla magistrale interpretazione di Fassbender: un gigante. Macbeth passa da una iniziale devozione fideistica al re al delirio di onnipotenza ,passando per manie di persecuzioni , pulsioni omicidi e assuefazione al male come motore di ogni azione. Fassbender segue passo passo queste varie fasi ,mutando espressioni ,sguardi e posture ,senza mai scivolare nella caricatura o nell'istrionismo teatrale, apparendo piuttosto come un paesaggio che cambia naturalmente al passaggio delle stagioni,cambia rimanendo se stesso. Fassbender e' immenso e il film alla fine e' senz'altro una “prova d'attore”.
La scena che mi e' rimasta impressa e' quella dove lady Macbeth e Macbeth all'interno di una chiesa/cappella tra candeline e crocefissi nel mezzo di uno sbrigativo amplesso elaborano i piani prossimi venturi per accoppare piu' gente possibile e prendersi il trono. L'unico momento in cui il regista Justin Kurzel ha provato a volare, per il resto banale.

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<![CDATA[Il Ponte delle spie di Steven Spielberg]]>

Potrebbe mai Spielberg sbagliare un film? Certo che no, infatti “ Il ponte delle spie” è un bel film, fatto come si deve, con una ricostruzione ambientale precisa, senza sbavature che ben rende all’uomo di oggi la conoscenza quanto meno di primo livello, del tempo della guerra fredda, cronologicamente vicino ma storicamente ormai perso nell’archivio della memoria ne piu ne meno come le guerre puniche. Il film e’ ambientato negli anni 1957/60. La trama e’ semplice e lineare. Un pittore, Abel, è una spia russa ma è scoperta. Gli attribuiscono un avvocato d’ufficio, tale Donovan, il quale riesce a evitargli la sedia elettrica. Donovan si rivela particolarmente abile al punto che la Cia lo designa informalmente a trattare uno scambio di spie e soldati con i sovietici. Volutamente, secondo me, Spielberg sceglie una trama scarna con poche divagazioni, con un numero di personaggi ridotto all’osso e con uno sviluppo narrativo per lo piu’ prevedibile. L’intenzione di Spielberg era piuttosto quella di riproporre con precisione una fase storica,della quale bene o male siamo figli e, nello specifico, di scandagliare il mondo delle spie costituito per lo piu da regole che sfumano nei tradimenti, da certezze che nascono all’alba e svaniscono prima del tramonto, da personaggi che aggiornano l’agenda dei nemici regolando ,di conseguenze ,le loro menzogne. La guerra fredda fu combattuta con le armi per interposti alleati ma fu combattuta anche e soprattutto con la propaganda, con le spie, con la costruzione del nemico, con la diffusione scientifica e metodica della paura e dell’attesa dell’evento nucleare. La guerra fredda fu una guerra in preparazione di un’altra guerra che a parole si voleva evitare ma non tanto al punto di non esserne affascinati . Furono anni in cui il sistema occidentale comprese che la “democrazia” oltre ad essere il meno peggio dei consessi civili era anche, all’occorrenza una buona valigia di attrezzi che potevano essere utilizzati per qualsiasi scopo,compreso quelli estranei a uno stato di diritto, per poi essere riposti nella valigia stessa.

In questo contesto opaco, Spielberg costruisce la figura dell’avvocato Donovan. Donovan si staglia come eroe civile, come campione dei valori costituzionali e dell’umanesimo. La dignità va oltre le circostanze, il nemico è tale fin quando combatte, dopo torna a essere un uomo tra gli altri, sottoposto a quelle stesse regole che vincolano altri uomini. L’espiazione di una colpa e anch’essa una regola, non e’ una legge del contrappasso che richiama sempre la colpa stessa. Donovan, nel momento in cui la spia e’ di fatto inerme, lo eleva a suo simile, nel momento in cui la Cia utilizza la sua abilità per contrattare uno scambio di spie, si prende l’incarico e lo esegue per ciò che significa in se e non per le esigenze, piu’ o meno nobili del committente. Donovan, secondo un immaginario tipicamente americano (alla Frank Capra) e’ un cittadino comune, tranquillo,persino banale nella ritualità quotidiana e professionale, reso però inconsapevolmente eroico dal semplice agire secondo coscienza,secondo diritto e, soprattutto secondo “american way of life”. L’eroe americano, a differenza degli altri eroi, non e’ quello che sovverte un sistema ormai marcio e vecchio, gettando oltre l’ostacolo il cuore e l’anima ,egli è piuttosto, quello che difende il sistema dalle sue stesse tossine mantenendo, però, cuore e anima al di qua dell’ostacolo: insomma Un uomo giusto che ama il suo Paese ma, assai di più, i valori che esso dovrebbe incarnare, una sottigliezza americana, in verità assai scaltra e furba. Spielberg ricalca questo schema classico della cultura e della storia americana e lo cala, da par suo, nella guerra fredda, evitando retoriche e sbavature patriottiche. Certo, da buon americano cede a taluni clichè tipici dei film spionistici, cioè quello di caricaturare i sovietici e “imbruttire” oltre il verosimile metodi e quotidianità del nemico comunista. La Cia stessa non ne esce bene, con la differenza però che, il male americano è sanabile, quello comunista sovietico è strutturale. Le menzogne degli americani sono strumentali, quelle dei russi sono metodiche. La parte migliore del film, a mio parere e’ la prima parte, quella completamente ambientata negli USA. Emergono i contrasti e la lenta e arcigna consapevolezza civile di Donovan; si evince in maniera evidente quel processo di costruzione pervasiva di tensione e terrore del nemico, che parte dalle scuole e giunge in ogni aspetto della società civile; si descrive l’escalation militare che segue pari pari un processo di indottrinamento fanatico . La seconda parte, ambientata a Berlino, seppur interessante, mi e’ apparsa piu’ stanca, in alcuni frangenti forse anche un po’ di maniera .


Assai incisivi e brillanti i dialoghi, pervasero da un sottile humor nero. Notevole veramente la figura del colonnello Rudolf Abel (La Spia Russa): personaggio sottile,compassato e ironico, interpretato da un grande Mark Rylance. Un’interpretazione dai gesti essenziali, di “sottrazione” che in più di un’occasione ruba la scena al pur bravo Tom Hanks (Donovan). Rudolf Abel, alla fine, per noi spettatori più che una spia e’ un pittore,ciò che probabilmente lui piu’ di ogni altra cosa avrebbe voluto essere. In qualche modo è il miglior omaggio che ne fa Spielberg, restituendocelo cosi, come un’artista, probabilmente anche talentuoso, che eventi della vita, che non conosciamo e non giudichiamo, hanno reso soldato fedele e leale di una potenza nemica, mentre l’artista non e’ mai un nemico. Spielberg cosparge il film di umanesimo, di primato dell’uomo su ogni altra esigenza e, in questo, sta la cifra morale del film, al di la dell’intreccio. L’incipit del film e’ folgorante. Non so se consapevolmente ma e’ la citazione di un celebre quadro di uno dei più grandi pittori americani del novecento Norman Rockwell, cioè il "Triplo Autoritratto", in cui l’artista si rappresenta nell’atto di rappresentarsi, cosicché la sua figura risulta ripetuta tre volte. La scena è proprio cosi e la somiglianza fisica tra Abel e Rockwell in qualche modo c’e’, cosi come pure Rockwell,in un gioco di rimandi al pari di Donovan, fu un americano fino al midollo ma nel frattempo attivo in ogni impeto di civiltà e progresso che ha attraversato il suo paese, anche in negazione alle scelte del suo paese.
Bel film,da vedere!

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<![CDATA[Il caleidoscopico Pulp Fiction]]>

Il 16 dicembre 1994 usciva in Italia, Pulp Fiction.

Un capolavoro ma, in realtà assai di piu' di un semplice capolavoro.

Fu la definitiva consacrazione dello stile "Tarantino", cioè di un modo di far cinema che ha segnato l'ultimo ventennio.

Pulp Fiction fu il manifesto di quel genere.

Tarantino costruiva caleidoscopi in cui confluivano, come in turbinio di immagini, quelle che erano citazioni, richiami, flash quasi a se stanti.

Era una sorta di Pop Art applicata al cinema,una rielaborazione funambolica e spettacolare di tutto cio' che aveva contribuito nel tempo a costruire e strutturare il (suo)nostro immaginario, il nostro gusto estetico. Tarantino mescola cultura alta e cultura bassa, alto cinema e b- movie, fumetto e letteratura. La sua bulimia esplode in immagini irreali, in caricature del verosimile, in scene di violenza o d'amore tirate all'estremo in equilibrio tra il ridicolo e il sublime.

La colonna sonora, sulla falsariga dei capolavori di Sergio Leone o Federico Fellini, non accompagna mai la narrazione,non fa da contrappunto alle immagini ma è , essa stessa, elemento imprescindibile della struttura narrativa e parte della sceneggiatura. Anche qui Tarantino attinge e cita. La sua capacità creativa e' un effetto di sovrapposizione, di incroci e dissolvenze. Lo sviluppo della trama non procede mai linearmente ma è come un meccanismo circolare che procede per divagazioni, retroscena, distorsioni temporali che solo alla fine, in qualche modo, si ricompongono, dandoci l'impressione di uscire da un labirinto dal quale, però, non avremmo mai voluto uscire. Il cinema, per certi versi, con Tarantino torna alle origini, ossia quando il fine primo e ultimo del cinematografo era quello di inghiottirci in un gorgo avventuroso e poi, come su una molla ricatapultarci nella realtà.

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Se non fosse quello scatenato innovatore e geniale riscrittore di generi cinematografici che è, Tarantino rischierebbe di essere ricordato per le sue eccelenti colonne sonore, selezioni impeccabili di eterogenei brani pop con spiccata preferenza per il più oscuro rock'n roll anni '50 e il funksoul dei '70. La colonna sonora di Pulp Fiction, per esempio, è riuscita a riportare in auge artisti dimenticati come Dick Dale e Dusty Springfield oltre ad un intero genere: il surf.

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Da collezionista di buona musica qual'è Tarantino dice:

una delle che faccio quando sto per iniziare un film, quando sto scrivendo o ho un'idea per una pellicola, è di scorrere la mia collezione di dischi e cominciare solo con suonare delle canzoni, cercando di trovare la personalità, lo spirito del film. Poi boom! - finalmente centro due o tre canzoni – o una canzone in particolare: “ oh, questo sarà un gran pezzo per i titoli di testa”

ciò che rende cosi figo utilizzare la musica nel cinema è il fatto che se lo fai bene, se usi la canzone giusta nella scena giusta, se scegli delle canzoni e le metti in un film proprio nella giusta sequenza non c'è niente di più cinematografico che tu possa fare al mondo.”

Non ci resta quindi che riguardare e riascoltare il caleidoscopico Pulp Fiction.

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<![CDATA[Claude Lelouch vs Joe Cocker]]>

Rimango inchiodato davanti al video, mai avevo visto Parigi, i suoi palazzi, le sue vie, i suoi monumenti, scorrere davanti ai miei occhi a tale velocità. I semafori urlano di rosso furore mentre il rombo del motore si fa ancor più aggressivo e incosciente lasciandosi alle spalle la paura dell’impatto e davanti un mare di sanpietrini da calpestare con quattro ruote gonfie di rabbia e voglia di azzerare il tempo, capaci di raggiungere il futuro in quei pochi secondi che servono alle marce per dare ossigeno al motore: prima, seconda, terza, quarta, quinta, avanti, sempre avanti trasformandosi in pura velocità comandata da un pensiero che accellera prima ancora che il pedale tocchi il fondo della corsa. Io amo credere alle leggende metropolitane, quelle che raccontano di un impassibile Jacki Icks lanciato oltre i 200 Km orari, lungo le strade di una Parigi immersa nel silenzio dell’alba mentre al suo fianco Claude Lelouch filma quello che sarà il suo C’ètait un rendez-vous. Era il 1976.



Lo sguardo rimane incollato all’urlo dei cilindri mentre la celebrazione della velocità manda in frantumi lo schermo del portatile e piega il pensiero, rendendolo docile alla lettura...la velocità...ma tu quanto hai corso e quanto ancora corri? Quanti chilometri ti separano da quel 1976 e dalla musica di quei tempi? Premi ancora sull’accelleratore lasciandoti dietro viali e viali di suoni? Perchè questa continua voglia di passare gli incroci dell’ascolto mentre il semaforo segna rosso. Mai un’area di sosta nella quale fermare la corsa mentre una cassetta rimette in funzione quel lettore mai veramente messo in pensione o un disco inizia nuovamente a girare sopra quel meccanismo che i dischi li faceva girare.



La memoria fa decelerare il pensiero, i freni entrano in azione prima che la barriera del suono venga nuovamente superata (con il rosso) permettendo alla guida di dirigersi verso un mondo diverso, alieno rispetto a quello dei tuoi ricordi che ora viene illuminato dalle luci della retromarcia. Ma si, si torna indietro fino a ritrovare il ricordo primario pigliandolo al volo, la portiera aperta e il mangianastri a tutto volume...

l primo album della tua vita e quella versione dei Beatles mai veramente amati ma qui reinterpretati con una sfarzosità soul fitta e vibrante, quasi un mantra al quale è impossibile sottrarsi, anche oggi a distanza di secoli. Guardo nella mia memoria e incredulo mi chiedo se realmente amavo Joe Cocker e il soul (?!), se realmente ascoltavo fino allo sfinimento “With A Little Help From My Friends” e la mia memoria mi risponde che si, che questa Mad Dogs & Englishmen version l’ho letteralmente consumata perchè lì dentro ci trovavo tutto quel materiale psichedelico di cui mi sarei nutrito in seguito, perchè era una meraviglia assecondarla seguendo l’andamento della sua onda, l’intro che precedeva l’esplosione iniziale, il cantato che stravolgeva maledettamente la troppo delicata bellezza beatlesiana, il coro imponente e meravigliosamente freak e quel crescendo che ti lasciava tramortito e sorridente, al limite dell’ipnosi.


Un piccolo e dimenticato aiuto che scompare sempre più velocemente dallo specchietto retrovisore del ricordo mentre la strada si fa via via più stretta fino a scomparire del tutto, nel mondo futuro del suono indefinito. Pulsazioni extracorporee silenziose e affascinanti come mille universi che collidono anni luce lontano dalle dalle nostre coordinate ma mai e poi mai vive e reali come poteva esserlo una comune hippy sopra un palco in quel lontano 1970.

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<![CDATA[Mustang, Parigi e Il Teatro degli Orrori]]>

E’ venerdi sera, scelgo di andare al cinema.
E' l'uscita serale dandy, radical chic: la rassegna cinematografica d'autore.

C’è un film turco:  Mustang di Deniz Gamze Ergüven  presentato quest’anno  a Cannes e candidato a rappresentare la Francia agli Oscar come miglior film straniero. Racconta la storia di cinque giovani sorelle che lottano per la loro libertà contro un potere maschile e patriarcale soffocante.

Ottima occasione per capire qualcosa di più del continuo conflitto tra la componente conservatrice (oggi rappresentata da Erdogan) e il naturale bisogno  di emancipazione e di libertà che in Turchia si è più volte espressa.  Già dalla prima inquadratura (la sorella più piccola che saluta in lacrime la sua insegnante che si sta trasferendo ad Istanbul) entriamo in un mondo che si chiude progressivamente. Dallo spazio di libertà della spiaggia iniziale (sul mar Nero) , ai muri e alle inferriate della casa in cui vivono . Dai vestiti leggeri a quelli più pesanti e tradizionali (color merda e senza forme come li definisce la più piccola delle 5 sorelle) . E’ proprio la più piccola delle sorelle  riesce ad amplificare tutti i residui di libertà (ad esempio nel convincere le sorelle a seguirla allo stadio per una partita di calcio) e ad alimentare la rabbia e l’istinto di libertà che tutte e cinque hanno dentro.

Ecco che la casa-prigione può trasformarsi in un fortino di difesa delle libertà. Mi viene naturale pensare alla resistenza delle donne curde di Kobane e al messaggio che da loro esce: non possiamo sottostare al terrore che un fascismo vuole imporre, a scapito della libertà, dell’indipendenza e dell’autonomia.

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Dentro al cinema il pubblico è composto per il 90 per cento di donne (c'è la nazionale di calcio in tv) e non c'è il solito chiacchericcio di sottofondo, segno che il film ha colpito nel segno. E il segno è il sogno di libertà di queste cinque adolescenti. E' la spinta in avanti che danno per uscire dal medio-evo.

Ma appena si accendono le luci tutto cambia: dai telefoni arrivano le tragiche notizie da Parigi e gli sguardi sono attoniti e impauriti.

Il terrore fascista è tornato vicino a noi: occidentali, democratici. Noi che queste tragedie solitamente le viviamo solo da spettatori. Noi che giustamente piangiamo e ci emozioniamo per la strage di Parigi , ma che con facilità lasciamo scorrere notizie e immagini quando lo stesso terrore fascista si esercita in altre parti. Noi che tendiamo a rispondere al fascismo chiudendo progressivamente il nostro mondo senza capire che il mostro fa parte di noi.

Noi dovremmo fermarci e ascoltare chi scappa da morte certa, dovremmo guardare a chi combatte tutti i giorni i fascismi di ogni risma.

Noi, forse, qualcosa dovremmo imparare dalle giovani donne di Mustang o di Kobane  perchè solo l’insopprimibile voglia di libertà e la lotta quotidiana per l’estensione dei diritti per tutti rende il fascismo della jihad impossibile.

…non è un immagine qualsiasi
osserva bene
in fondo alla strada di polvere e sole
cammina quella donna tenendo per mano una bambina
sembra di fretta, chissà dove va
chissà perché
tu invece ti sei fermata a guardarmi per un attimo
come se mi conoscessi e mi volessi bene
forse quel mitra sulle spalle
hai una parola sola
come il mondo che gira!
come il tuo destino!
il mondo
che gira!
e il destino!
io non so descrivere
questo sentimento che
mi viene voglia di pensarti vicino a me
ma sei così lontana e tanto in pericolo che
potresti morire
potresti morire
e mi viene una tristezza e un'amarezza così grande
che vorrei piangere
gridare
scomparire per sempre!
una donna
una ragazza
pronta a dare tutto ciò che ha
senza riserve
e in cambio niente
una donna
una ragazza
le sue speranze
e in cambio niente

estratto da: Il Teatro degli Orrori: Una Donna

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<![CDATA['All These Things I Used To Have' Yakamoto Kotzuga]]>

Siamo felici che il video 'All These Things I Used To Have', girato per Yakamoto Kotzuga da Matilde Sambo & Furio Ganz e registrato nella Palestra Popolare del RivoltaPvc Marghera ,  nella sezione 'Video espanso' come uno dei video musicali più significativi degli ultimi tre anni.

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<![CDATA[I Sogni del Lago Salato di Andrea Segre ]]>

"Volevo andare in Kazakistan. Perdermi in terre di confine, in orizzonti talmente ampi da diventare intimi. "I sogni del lago salato" sono sogni che ho cercato nelle steppe asiatiche e che ho poi ritrovato nella cantina di mio zio Alberto, dove piccoli antichi sogni erano custoditi nelle pellicole 8 mm di 50 anni fa"

 Rai Cinema, Andrea Segre e Francesco Bonsembiante

presentano

I Sogni Del Lago Salato

un film di Andrea Segre

una produzione Ambleto con Rai Cinema

in collaborazione con JoleFilm e Mact Productions

e la partecipazione di Montura e Internazionale


 

Ecco il calendario delle uscite de "I Sogni del Lago Salato" di Andrea Segre!

Fra queste prime date manca la tua città?

Scrivici a comunicazione@zalab.org oppure tramite facebook, cercheremo di far arrivare il film anche nella tua città!

29/09 - 2/10 - 6/10 Chioggia: Cinema Teatro Don Bosco

https://www.facebook.com/events/904139886288804/

30/09 Padova: Cinema Multiastra

https://www.facebook.com/events/982885068440907/

1/10 Roma: Cinema Farnese Persol

https://www.facebook.com/events/1640916772851417/

2/10 Ferrara: Festival di Internazionale

2/10 Bologna: Cinema Lumière

https://www.facebook.com/events/717207671745942/

3/10 Mantova: mignon cinema d'essai

https://www.facebook.com/events/613922128748045/

4/10 Vicenza: Cinema Araceli

https://www.facebook.com/events/423311504546515/

5/10 Milano: Cinema Mexico

https://www.facebook.com/events/1645098752431673/

6/10 Dolo (VE): Cinema Italia

https://www.facebook.com/events/1504379643216931/

7/10 Torino: CINEMA FRATELLI MARX

https://www.facebook.com/events/746884292084915/

8/10 Bergamo: CINEMA CONCA VERDE

https://www.facebook.com/events/729809047163632/

9/10 Trento: Cinema Astra Multisala e Osteria

https://www.facebook.com/events/539602579527366/

12/10 Gorizia: KINEMAX

https://www.facebook.com/events/620538358088217/

13/10 Pergine (TN): Teatro Comunale di Pergine

https://www.facebook.com/events/1632979333643460/

13/10 Trieste: La Cappella Underground

https://www.facebook.com/events/1626187194310330/

14/10 Pordenone: CINEMAZERO

https://www.facebook.com/events/1499743660340329/

Alle proiezioni sarà presente il regista Andrea Segre.

 Vi aspettiamo!

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<![CDATA[L'arte del silenzio non invecchia]]>

Nemmeno ci provo. Proprio non ne sarei capace.

Di fare una recensione cinematografica, dico, per quella vi rimando qui.

Ma “Youth” di Sorrentino mi ha portato dentro a certi rit(m)i del mio sentire. Perché ci interroga, oltre che sul tempo che passa, anche sul senso del silenzio. Che non è tanto l'assenza di suoni, ma la base stessa del suono, del linguaggio e forse anche del cinema.

Ci invita  a renderci “sensibili a quei fili di silenzio di cui il tessuto del suono è intramato”.

Insomma più che seguire una trama questo film sembra segua una partitura.

Io capisco solo la musica” dice Michael Caine  che in “Youth” è un  corteggiato compositore e direttore d’orchestra che si è ritirato dalle scene “c'è e non ha bisogno di parole, ne di spiegazioni

Solo a partire da questa consapevolezza, ben presente nel protagonista del film, si può scoprire che  paradossalmente il silenzio parla molte voci. Ce n'è uno prezioso (il silenzio è d'oro) e uno che indica penuria (il silenzio di tomba), ma anche il silenzio che crea tensione e quello della mancanza come in Lisbon story  di Wenders quando il fonico registra l'assenza dell'amico.

Ma tornando al film di Sorrentino: vedendo le scommesse dei due vecchi amici (Harvey Keitel e Michael Caine)  sul fatto che coppia vicina di tavolo non si parla mai: “stasera apriranno bocca, sì o no?” oppure nella scena dove la giovane massaggiatrice sussurra: “non serve parlare basta toccarsi per capirsi” , sembra che il regista voglia riflettere sul silenzio e sul fatto che bisogna re imparare ad ascoltarlo e in questo caso anche a guardarlo.

John Cage diceva: “Non esiste il silenzio. Accade sempre qualcosa che produce suono”. Ma per captare quel qualcosa bisogna sottrarsi al rumore di fondo.

Certi silenzi possono sembrare apatia, e di apatia viene accusato dalla figlia il musicista protagonista di Youth. Ma guardare o sentire una cosa vuota è sempre guardare o sentire qualcosa, se non altro gli spettri della propria attesa.

L’apatia semmai è frutto della comunità obbligatoria connessa 24 ore su 24 che ci impedisce di restar in silenzio. E allo stesso tempo l'affollamento di immagini, parole, suoni di oggi essendo privo di corpi è oppresso dalla solitudine.

Imparare la sottrazione dalla massa infinita di rumore, ricreare le condizioni per l’ascolto del silenzio, ecco cosa serve per accorgersi dell’altro da sé. Perché diventare apatici è sicuramente peggio che diventare vecchi.

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<![CDATA[Youth di Paolo Sorrentino]]>

Raccontare la trama di un film e' il modo migliore per banalizzarlo, per ridurlo a una storia che sicuramente sarà stata raccontata e sviluppata mille altre volte. Ma qualcosa bisogna pur dire per dare almeno una vaga idea del soggetto, per cui togliamoci questo sassolino dalla scarpa e dopo si potrà scrivere qualcosa circa la poetica, la ricchezza e il senso di questa splendida pellicola.

Storia ambientata in un albergo svizzero: protagonisti un regista ottantenne (Harvey Keitel), ancora convinto di poter girare un film, un coetaneo direttore d'orchestra (Michael Caine), che si sente in pensione. Durante il soggiorno in una lussuosa spa svizzera, ricorderanno o cercheranno di ricordare il loro passato, giudicheranno la vita dei propri figli e osserveranno con benevolo cinismo e curiosità la routine dei tanti ospiti dell'hotel. Insomma qualcosa che nella storia del cinema è trito e ritrito,visto e trattato tante volte. Eppure lo stesso,da questo materiale, Sorrentino ne trae un'opera che per bellezza,l eggerezza e capacita' estetica e emozionale è assai difficile dimenticare.

Sorrentino sa posare uno sguardo sulle cose che, di per se, già costituisce uno stile inequivocabile, un punto di vista poetico/estetico che avvolge la vicenda, le si avvicina,la scompone, ricompone, la fa scivolare via, la riafferra più in la', la rende irriconoscibile. Nel film di Sorrentino non ce' mai linearità, c'è scostanza, non c'e' la necessità di concatenare gli eventi secondo una logica causale, egli, piuttosto,si pone come chi osserva le conseguenze del riflusso di un onda, cioè di qualcosa che ha esaurito la sua forza e che, rientrando rilascia sensazioni e percezioni delicate, grottesche, talvolta tragiche e altre comiche.

Quello di Sorrentino è una sorta di caleidoscopio o forse meglio ancora, un film mosaico, costituito da “tessere”, che da una parte ci guidano ma dall'altra, soprattutto, richiedono a chi guarda lo sforzo di metterci del proprio, cioè di unire le tessere e ricavarne un senso o più semplicemente un piacere innanzitutto estetico: lo spettatore è coinvolto in un immaginario montaggio, dettato dalla sua sensibilità e dal suo gusto. Queste tessere, però, sono sparse in modo contraddittorio, ambiguo, persino ingannevole. Ordinare il caos creativo è, appunto, compito dello spettatore o fruitore del film. Il regista si sottrae da questa funzione e si limita a disseminare il film di tracce ,intuizioni, momenti, icone, caricature, ossessioni. Il film e' un incredibile sequela di “scene madri” in cui si alternano dialoghi “scolpiti nella pietra” e sconcertanti banalità ,ciò che rimane è la forza incredibile ed evocativa delle immagini, delle inquadrature,delle soluzioni estetiche e iperboliche. Sorrentino, come fosse un pittore impressionista, colpisce innanzitutto la “retina “dello spettatore e il resto ne è una conseguenza. I personaggi fondamentali sono due (il regista e il direttore d'orchestra) e incarnano le tensioni e ossessioni che aleggiano sul film, ossia quelle sul tempo che passa,sul senso dell'arte,sul valore dei ricordi e dell'amicizia:i personaggi di seconda linea che in apparenza sono solo oggetto della curiosità e attenzione dei due e,solo in quanto tali hanno una funzione, nello sviluppo dell'opera assurgono, invece, a ruoli fondamentali e decisivi, facendone cosi' un film corale e non una banale vicenda di due ottuagenari in crisi senile esistenziale.

La carrellata di personaggi che popolano l'albergo svizzero è certamente elemento caratterizzante: conferiscono alla pellicola la leggerezza piacevole della commedia, cospargendola qua e la di pennellate geniali e indimenticabili. Un attore californiano condannato ad essere per sempre un personaggio interpretato che, però, detesta, ma di cui tutti si ricordano (secondo me il personaggio meno riuscito del film); un Maradona memorabile, obeso, distrutto nel fisico, prostrato nello spirito ma ancora capace di sentirsi un mancino e di scorgere nel suo “sinistro” non solo tracce di una gloria passata ma anche la voglia di futuro e il senso di una regalità e di una distinzione che sono l'ultimo argine contro una decadenza fisica impietosa (la scena nel campo da tennis, di lui solo che palleggia con la pallina da tennis,scagliandola in cielo col sinistro e accogliendola di ritorno dal cielo col medesimo sinistro è un vero capolavoro) ; una Miss Universo disarmante per bellezza e per intelligenza semplice e solida; uno scalatore malinconico e solitario che sfida la paura e l'ansia esattamente procurandosi paura e ansia, cosi come un metaforico antibiotico di se stesso; un monaco buddista che cerca spazio per la contemplazione, nella quintessenza del vacuo e edonista piacere occidentale,cioè una SPA svizzera, come in una specie di assurda e divertente legge del contrappasso ; una ragazzina massaggiatrice che balla imitando divette televisive ma lo fa con una grazia assoluta ,quanto insospettabile e si rivela di una profondità semplice, di una saggezza tanto antica quanto spontanea; un Hitler, zoppicante ,indolente e invecchiato che irrompe nell'albergo tra l'incredulo sgomento degli altri (come fosse un statua di Cattelan) e che, alla fine si rivela essere solo un attore demotivato,ormai incapace e disinteressato a interpretare l'orrore che e' null'altro che banale e inspiegabile e voglioso di dare corpo ai desideri che, per quanto a volte possano essere viziosi,malati o incerti sono il motore delle azioni,di tutte. Situazioni che calano, spesso, improvvisamente nel film, delineando una specie di sinfonia jazz,dove motivi diversi e assoli improvvisi si intersecano e si inseguono seguendo una trama misteriosa e irregolare. Fra le scene che,in qualche modo,sono rimaste impresse,aggiungerei quella del regista (Harvey Keitel) che in una immersione onirica chiaramente felliniana, scorge in una collina tutte le donne protagoniste dei suoi film, coinvolte in un immaginifico e toccante concerto polifonico di voci e scampoli di battute:un saluto dell'arte alla vita che sfuma,forse.

Una menzione merita la musica. Sorrentino sovverte la logica classica della colonna sonora, cioè quella di puntellare il film, accompagnarlo e dettarne i tempi e le emozioni. Qui,invece,l a musica fa vere e proprie incursioni ,si ricava un suo specifico spazio e ruolo ,non veste il film ma sta dentro. Il regista non disdegna ne il pezzo rock, piuttosto che quello pop commerciale, passando se e' il caso per cori degni dei carmina burana. Il salto di registro è continuo, la sfida a ricercare il senso e il piacere passa anche attraverso le musiche.

Per chi ama il cinema ed un po è cinefilo sono diversi i richiami ad Altman, Fellini e in alcuni momenti,in alcuni interni anche a Kubrik.

Da vedere....

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<![CDATA[Timbuktu di Abderrahmane Sissako]]>

Timbuctu è il nuovo film del regista mauritano Sissako.

La trama e' esile e in fin dei conti assolutamente marginale nell'economia del film. Comunque giusto per farne un breve cenno: 
Timbuctu, una volta città di tolleranza,è oramai nelle mani di un gruppo di jiadisti, che impongono un ordine grottesco quanto brutale attraverso leggi che proibiscono la musica, il calcio e il fumo, e impongono un codice di abbigliamento per le donne. Kidane, invece, con la sua famiglia vive lontano dalla città e sente solo gli echi di ciò che avviene a Timbuctu e la sua distanza e', di per se, una forma di ribellione o forse segno di un fatalismo atavico che ritiene che l'ordine naturale, comunque, alla fine prevarrà. Kidane è un uomo tranquillo che vive sulle rive del fiume Niger, lavora come pastore aiutato dal giovanissimo Issan. A un certo punto un pescatore pazzoide Amadou, che vive nelle vicinanze, spara al suo gregge, uccidendo una mucca, colpevole di aver invaso la sua rete da pesca Kidane per proteggere lavoro, vita e famiglia, affronta il pescatore e accidentalmente, nel corso di una colluttazione lo uccide:la scena dell'omicidio e' una delle più' intense del film, una di quelle che rimangono, nel tempo , nella memoria visiva/emozionale.

Un campo lungo e orizzontale dove da una parte si vede Kidane che, consumato l'omicidio raggiunge la riva e dall'altra il pescatore che galleggia sullo specchio dell'acqua e muore in un ultimo movimento/rantolo che lo fa sembrare come un insetto scoordinato che si dissolve nell'acqua.

Le tragedie rappresentate con la tecnica dei campi lunghi perdono in morbosità e drammaticità ma conferiscono un senso sacro e misterioso all'evento, elevandolo ad archetipo . Da quel momento il suo destino scorre rapidamente verso il tragico epilogo. Viene scaraventato in quel mondo che era riuscito fino ad allora ad evitare e finisce incastrato in un meccanismo rapido surreale e violento,quello della giustizia jiadista,tanto efficace quanto incomprensibile.


Ripeto, la trama e' esile, sviluppata in modo forse anche elementare, la sceneggiatura non e' lineare e omogenea , si limita a puntellare il film, svolge quasi una funzione didascalica ma a tratti anche poetica,sempre comunque ha un taglio evocativo e ieratico, per certi versi evoca alcuni momenti della cinematografia di Pasolini.

La forza del film e', però, altrove.

L'opera di Sissako e' come un mosaico costituito da diverse tessere quasi autonome tra loro ma che nell'insieme costituiscono un meraviglioso e crudele affresco di uno squarcio d'Africa, violato violentato dalla follia jiadista:un orrore totalmente estraneo e altro dalla storia e dalla cultura di quei popoli e,proprio per questo piu' lancinante ancora. L'irruzione delle milizie jiadiste stravolge un “ecosistema” e la crudeltà di quest'azione e' proprio amplificata dalla banalità inverosimile del male che nel caso specifico, scivola sovente persino nel ridicolo e nella farsa sadica.
L'ecosistema resiste ma e' una resistenza particolare, disarticolata e multipla:una sommatoria di momenti e personaggi,una specie di torrente carsico che,irriducibile sbuca tra le rocce,invincibile proprio perchè fragile e imprevedibile. La forza etica ed estetica del film e' proprio nella rappresentazione fumettistica grottesca dell'orrore jiadista a cui fa da contrappeso il lirismo struggente, dolente e immaginifico di chi resiste e sopravvive.

E' soprattutto un film di “immagine” di pulsioni visive:per lo spettatore non e' possibile adagiarsi su una sceneggiatura o storia lineare, quanto piuttosto accettare, subire ed essere folgorato da continui piccoli e disomogenei shock alla retina, cioè a quello che è il primo ingresso fisico di qualsiasi emozione.

Lo sviluppo narrativo e' lento ma questa lentezza è attraversata e turbata da scene assolutamente memorabili ,autentiche scorribande poetiche, immagini tragiche , un orrore sempre presente che il lirismo latente non stempera ma, piuttosto gli conferisce un identità africana che sa conciliare da sempre il dolore e la tragedia con un senso fatalista ma anche ludico e sacro della vita.

Il miracolo (artistico) di Sissako e' quello di aver fatto un film lento ma tutt'altro che noioso,un opera con una trama scarna ma con una sensazione perenne di incombenza e attesa . Le apparenti contraddizioni che poi si dipanano nello sviluppo,sono da sempre un tratto distintivo di un opera d'arte di valore e cosi e' anche per questo film.
L'incipit e' folgorante: due sequenze immediate .

La prima, una jeep con un gruppo di jihadisti e la bandiera nera svolazzante che insegue una gazzella Sparano con i kalashnikov e lo fanno in maniera assolutamente sproporzionata rispetto all'obiettivo,come se volessero mitragliare l'intera natura che protegge l'animale in fuga . La gazzella corre, fugge mentre uno di loro dice: "Sfiancala!",” non ucciderla”(qualcosa che ricorda “ Cuore di tenebra di Conrad).

La seconda sequenza è una serie di inquadrature di statuette di arte africana, per lo più rappresentazioni di figure femminili e ,quindi,della fertilità, le quali vengono crivellate dai proiettili:inermi vengono rase al suolo e affondano nella sabbia. Due sequenze forti e simboliche, nelle quali si esibisce a mo di metafora l'assassinio di una cultura ma anche di una società, in cui la sacralità della natura e del passato antico costituiscono il presente e sono tutt'uno.

L'incipit si ricollega al finale con la corsa a tre, in un montaggio alternato e spettacolare, tra i jihadisti che rincorrono un uomo tra le dune ,il giovane pastore, Issan aiutante di Kidane, che rincorre il suo gregge di buoi, e la corsa disperata di Toya, la figlia di Kidane. Toya corre verso il pubblico in sala intonando una nenia:tutti e tre i soggetti corrono ma appaiono spacciati e sconfitti. Una sensazione lancinante di fuga, di un pezzo d'Africa braccato . E' evidente la contrapposizione tra il senso del sacro degli abitanti di Timbuctu e il dogma che si tramuta in legge e persecuzione degli Jiadisti .Sia gli uni che gli altri sono islamici e ciò toglie qualsiasi intenzione antiislamica o meramente propagandistica del film.

D'altra parte poco più di un secolo prima quelle terre furono stuprate da chi issava croci e fucili e prima ancora croci e spade e anche in quel tempo come ora ,la sacralità' di quelle genti fu l'ultimo e unico baluardo contro il dogma del progresso civile che si rappresentava nel colonialismo o nella civilizzazione.

Momenti del film imperdibili sono diversi e si alternano . Non si fuma, non si canta, non si ascolta la musica, non ci si siede davanti casa e non si gioca a calcio:ciò stabilisce il nuovo potere. Agisce sulla libertà fisica e spirituale, sul reale e sull'immaginario, dirotta una cultura secolare verso nuovi dogmi da assimilare cosi' al buio:una cosuccia a cui l'Africa e' abituata. Un gruppo di ragazzini gioca in un campo di calcio dal terreno sabbioso ma senza il pallone . Scattano , dribblano, colpiscono di testa, effettuano passaggi, tirano in porta ma,appunto il pallone non ce'. 
Ciò che rimane e' immaginare la palla e giocare lo stesso, in un atto di sfida che e' anche un sobbalzo di ironia e vitalità. Una scena meravigliosa e non nascondo che per me, amante dell'Africa e del calcio e' stato persino commovente. Poi uno stacco macabro:vediamo,poco dopo, che nello stesso campo un uomo e una donna sono sotterrati in piedi, solo la loro testa resta fuori. Li uccidono entrambi con la lapidazione,colpevoli di adulterio. Le teste che spuntano dal campo di calcio sembrano due palloni a cui lanciare pietre. Il potere sa essere orribile e arriva financo a violentare e deturpare l'immaginazione e la fantasia, fare di un luogo ludico una esibizione di sadismo senza pietà'.

Altro momento e' quello dei ragazzi fustigati per aver cantato e suonato , per essere stati nella stessa stanza e per averlo fatto andando incontro a quel inevitabile destino. Una figura particolare, e' quella della donna,che potremmo definire la pazza del villaggio,una specie di griot,cantastorie,una cassandra sulle rive del Niger,un maschera africana,un totem che si muove tra le vie del villaggio come una sorta di versione ancestrale dell'Africa e monito minaccia per il futuro. Una “folle” che sfida la follia e che in quanto senza tempo e logica mai potrà essere sconfitta...

E', quindi, la follia l'ultimo rifugio e difesa dell'Africa?...

PS. Per quei pochi che vedranno questo film come un manifesto antiislamico suggerisco questo pensiero semplice: ciò che gli jiadisti fanno all'Africa di Kidane segue le stesse modalità distruttive e destrutturanti che hanno applicato francesi , inglesi ,belgi ,spagnoli e italiani nei secoli precedenti e in tutto il continente.

Buona visione

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<![CDATA[“Mia Madre” di Nanni Moretti]]>

Sono un "morettiano" e, credo, che neanche sotto tortura potrei trovare e men che meno rivelare pecche e difetti di un opera del Nanni, eppure questo film, per quanto intelligente e interessante, mi ha convinto assai poco e nel complesso leggermente deluso.

Ho letto che per molti questo film registra una maturità' ulteriore del regista,una sua evoluzione,una sua emancipazione dal suo perenne "io" ipertrofico. Qualcuno lo ha paragonato alla “Stanza del figlio” un precedente film di Moretti ma, decisamente quest'ultimo film non ha la forza e lo spessore della “Stanza del figlio” .

Io ho trovato, invece,un Moretti stanco e un film che cerca in continuazione un colpo d'ala, un decollo che , pero' mai avviene. Da una parte c'è' la vicenda di un regista, interpretato mirabilmente da Margherita Buy, alter ego di Moretti, alle prese con un rapporto con la propria professione, giunto quasi al capolinea: incapace di raccontare una realtà' che non afferra, inadeguata nel rapporto con gli altri e con sensi di colpa irrisolti che si allargano dalla professione alla vita privata. Poi c'è' la vicenda del fratello della regista (interpretato da Moretti):un ingegnere in crisi,afflitto anche lui da vuoti sempre più "corposi " e, fastidiosamente, in atteggiamento perenne da grillo parlante. I due sono uniti e legati dalla Madre , malata ,ricoverata in ospedale. Una donna della quale si intuisce un passato delicato,di studio,di attenzione verso le persone,di amore per la bellezza, di sobrietà' di modi, insomma un'esponente di quella che un giorno si sarebbe definita borghesia colta e illuminata.

La madre si spegne e di riflesso sembra che i figli perdano la luce,la forza,l'energia che provenivano da quella madre. Raccontare crisi , fallimenti e vuoti esistenziali ,in special modo in soggetti che hanno alle spalle la gioventù' ma ancora molto di la da venire la vecchiaia e l'impressione di non avere abbastanza benzina per coprire il tragitto mancante,e' un classico:una traccia narrativa che esiste dalla notte dei tempi. Nel film, pero', la traccia si risolve in una sorta di autocompiacimento, di un estetica della stanchezza . E un film su una donna che muore e su due figli che si lasciano vivere stancamente e proseguendo, seminano solo ricordi sterili. C'è' un che di incompiuto,la sensazione di qualcosa che forse era solo una bozza da sviluppare.

L'elemento assolutamente più' creativo e vitale del film e', secondo me, l'incursione di John Turturro. Turturro interpreta un divo protagonista del film nel film che Margherita sta girando. Gli intermezzi di Turturro sono tra il comico, il malinconico, comunque sempre sopra le righe. E' l'attore americano, cosi come un certo luogo comune lo vorrebbe: bambinone, eccessivo, incontenibile, dai sentimenti sempre estremi e sempre con qualche "pregresso" problematico . Turturro e' bravo nel non renderlo macchietta ma persona reale e a dargli una verve comica che,in effetti,ha la funzione di spezzare una certa certa tristezza e lentezza narrativa.

Ovviamente la sceneggiatura e' ben curata,i dialoghi sono stimolanti e la costruzione del film e' articolata mai banale. Talune interpretazioni sono sublimi:oltre al citato Turturro , c'è Margherita Buy ma, soprattutto Giulia Lazzarini che fa il ruolo della madre,meravigliosa e toccante ma mai patetica e ne tanto meno a uso e consumo della lacrimuccia facile. Eppure alla fine il film li' rimane, imbrigliato e legato dai tentativi di raccontare sensazioni e disagi che stanno tra il dolore per la morte della madre e le crisi esistenziali : potremmo anche dire piacevolmente abbozzati con mestiere e perizia ma appunto,tutto li' . Quando mestiere e abilita' interpretative la fanno da padrone vuol dire che mancano le forze e le risorse sia per andare in profondita' che per volare in alto.

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<![CDATA[Arnaldo Cestaro e la "Notte della Diaz"]]>

Mercoledì 22 aprile ore 18

L.O.Co Laboratorio Occupato ContemporaneoVia Piave 2, Piazzetta Olivotti, 30171 Mestre


Arnaldo Cestaro e la "Notte della Diaz"

Con Arnaldo Cestaro, vicentino di 74 anni che ha vissuto in prima persona la notte dentro la scuola Diaz a Genova durante il g8 del 2001, parleremo di torture e violenze poliziesche e di Stato partendo prorpio dalla sua storia: la storia di colui che ha fatto condannare L'Italia come stato torturatore dallla commissione dell'UnioneEuropea.

A seguire spritzettata e proiezione del film

"DIAZ, DON'T CLEAN UP THIS BLOOD"

sotto una breve traccia del film.

Un film di Daniele Vicari. Con Claudio Santamaria, Jennifer Ulrich, Elio Germano, Davide Iacopini, Ralph Amoussou.
Drammatico, durata 120 min. - Italia 2012. - Fandango uscita venerdì 13 aprile 2012.


Luca è un giornalista della Gazzetta di Bologna (giornale di centro destra) che il 20 luglio 2001 decide di andare a vedere di persona cosa sta accadendo a Genova dove, in seguito agli scontri per il G8, un ragazzo, Carlo Guliani, è stato ucciso. Alma è un'anarchica tedesca che ha partecipato agli scontri e ora, insieme a Marco (organizzatore del Social Forum) è alla ricerca dei dispersi. Nick è un manager francese giunto a Genova per seguire il seminario dell'economista Susan George. Anselmo è un anziano militante della CGIL che ha preso parte al corteo pacifico contro il G8. Bea e Ralf sono di passaggio ma cercano un luogo presso cui dormire prima di ripartire. Max è vicequestore aggiunto e, nel corso della giornata, ha già preso la decisione di non partecipare a una carica al fine di evitare una strage di pacifici manifestanti. Tutti costoro e molti altri si troveranno la notte del 21 luglio all'interno della scuola Diaz dove la polizia scatenerà l'inferno.
Fino a qui la parte iniziale del film a cui vanno fatti seguire dei dati che non sono cinema ma cronaca giudiziaria. Alla fine di quella notte gli arrestati furono 93 e i feriti 87. Dalle dichiarazioni rese dai 93 detenuti (molti dei quali oggetto di ulteriori violenze alla caserma-prigione di Bolzaneto) nacque il processo in seguito al quale dei più di 300 poliziotti che parteciparono all'azione 29 vennero processati e, nella sentenza d'appello, 27 sono stati condannati per lesioni, falso in atto pubblico e calunnia, reati in gran parte prescritti. Mentre per quanto accaduto a Bolzaneto si sono avute 44 condanne per abuso di ufficio, abuso di autorità contro detenuti e violenza privata (in Italia non esiste il reato di tortura).
Gli elementi di cui sopra sono indispensabili per fare memoria su un episodio avvenuto in una scuola dedicata a colui che firmò il bollettino di guerra della vittoria nel 1918 è che è stata teatro della più grave disfatta del diritto democratico della nostra storia recente. Il film di Vicari si colloca all'interno del cinema di denuncia civile di cui Rosi e Lizzani sono stati maestri e che richiama, per la forza e la lucida coerenza della narrazione il Costa Gavras di Z- L'orgia del potere. Vicari non si nasconde dietro a nessun facile manicheismo come quello di chi tuttora considera i Black Block solo dei 'compagni che sbagliano'. Ne mostra in apertura le devastazioni e, così facendo, può permettersi di proporre un film che si muove su un piano eticamente elevato. Così come solo chi è in malafede potrà accusare Diaz - Non pulire questo sangue di essere 'contro la polizia'. E' sicuramente contro ma con l'opposizione e la denuncia di quel tumore che può pervadere (così come è accaduto) un'istituzione la cui finalità e quella di mantenere l'ordine democratico e non di esercitare violenza fisica e psicologica su chi ritiene di dover sottoporre a controlli o restrizioni di libertà. Dal punto di vista cinematografico poi questo è un film senza star. Ognuno ha il proprio ruolo che si immerge e riemerge come un corso d'acqua carsico nei gironi degli inferi di quella notte. Una notte da dimenticare diranno alcuni. Una notte da ricordare afferma con forza e rigore questo film. Perché fatti simili non accadano più.

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<![CDATA[Sul film "Due giorni, una notte" dei fratelli di Jean-Pierre e Luc Dardenne]]>

di Gmdp

Il film candidato Oscar di Luc e Jeanne Pierre Dardenne non racconta solo di una formidabile riattivazione personale di una giovane proletaria francese al tempo della crisi; certamente è la storia magistrale di una resistenza prima singolare, poi di coppia, quindi famigliare, infine di fabbrica nella cornice di una periferia europea triste e povera, in cui il welfare è bello che finito.

Il film è un dispositivo che disvela la difficoltà di comporre il discorso della resistenza nella crisi, mette a nudo l'assenza della classe in sé, dissolta nella proliferazione dei mille rivoli carsici della sofferenza, e l'inattualità del linguaggio di sinistra.

Sono piuttosto certo che molti attivisti avrebbero impostato la campagna in fabbrica con lessico e pratiche diverse da Sandra, avrebbero invocato l'unità operaia, convocato assemblea in sala mensa e via comiziando, impugnato il licenziamento, chiamato uno dei tanti sindacati in essere -quelli dei precari pare profilichino.
Tutte tattiche sacrosante. Tutte tattiche inadeguate.

Perchè Sandra (sandrà) sposta gli equilibri accettando la sfida di mettersi a nudo, parlando del sé prima che del dover essere universale degli (su gli) altri, non impone il rifiuto del bonus, ma, con sapienza ed umiltà, afferma il suo diritto al salario dopo la malattia, compone e non separa, ascolta prima di asserire, parla del proprio diritto alla vita degna ed in questo unisce.

Ed il viaggio di due giorni ed una notte divengono un'intensa inchiesta nella crisi di classe, nelle sue incertezze, nella diffusione del lavoro nero, degli straordinari, della violenza maschilista, nell'assenza dell'autonomia di classe.
La battaglia di Sandra è però anche una meravigliosa esemplarità di come si possa fare.

Bisogna innanzitutto rinunciare agli antidepressivi, non andare a letto presto, rifiutare ogni vittimismo consolatorio, evitare di avere (auto)narrazioni tossiche di chi sta di fianco a te; bisogna far su le maniche della camicia, indossare gli stivali e girare le periferie del lavoro nella crisi, capirne le contraddizioni impresse sulla carne viva, parlare lo stesso linguaggio, affrontare fino in fondo la complessità della vita.
Bisogna provare a muovere equilibri, costruendo una nuova visione della classe per sé e provando a vincere, non a drogarsi di sconfitte.

Per arrivare ad 8 ad 8 in assemblea in mensa Sandra deve mettere insieme precari e indeterminati, G1 e G2, uomini e donne, facendo lievitare il senso collettivo e complessivo per ognuno -e, quindi, per tutti- della lotta ed ha bisogno del marito, della collega - che coglie l'occasione per liberarsi anche dello stronzo di uomo che aveva.
Fate finta che Sandra siamo noi.

Noi allora dobbiamo cambiare, avere una vocazione meno settaria, minoritaria, statica, conservativa, autoconsolatoria -mai abusare di Xanax!- ma operare a spartito libero ed in mare aperto, avendo la vocazione a mettere insieme e non a separare, a coalizzare e non a rappresentare minoritarismi, facendo programmi e non partitini bizantini.
La storia di Sandra dice che cosi facendo ci battiamo bene, ci torna il sorriso e che non importa se non si vince sempre perchè la dignità è nella lotta e non nella briciola di ricompensa.

Avanti tutta verso #12D!
#siamoil43%

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<![CDATA[“Triangle” in cenere nella città operaia]]>

Torino Film Festival. Cento anni di distanza separano l’incendio della fabbrica di New York dal crollo di Barletta: Costanza Quatriglio mette in moto le emozioni della forza lavoro

Una fab­brica di con­fe­zioni di ini­zio secolo a New York. Il labo­ra­to­rio di maglie­ria di Bar­letta. Spe­cu­lari i disa­stri delle due fab­bri­che avve­nuti a un secolo di distanza, La Trian­gle Shirt­waist Com­pany bru­ciata nel 1911 e la palaz­zina crol­lata in Puglia nell’ottobre del 2011: in mezzo alle mace­rie i destini delle ope­raie scom­parse - la cara sorella, l’amata figlia - e le soprav­vis­sute.

Que­ste vicende da sto­ria del movi­mento ope­raio sono avvi­ci­nate in pro­gres­sione sti­li­stica ed emo­tiva da Costanza Qua­tri­glio in Trian­gle pre­sen­tato al Festi­val di Torino il 26 novem­bre.

Dall’orrore dell’evento, alla con­si­de­ra­zione del lavoro, e infine alla testi­mo­nianza diretta, ma quanto emo­zio­nante, di una ope­raia che è uscita mira­co­lo­sa­mente illesa dal crollo. Il film uti­lizza i mate­riali di reper­to­rio con un gusto déco, geo­me­trico e tale da destare lo stu­pore delle con­qui­ste di ini­zio secolo: l’elettricità, i grat­ta­cieli che si innal­za­vano ad altezze mai viste, la pro­du­zione che sfor­nava merci sem­pre più nume­rose a salari sem­pre più ridotti. Per­fino quelle bat­ta­gliere mani­fe­sta­zioni ope­raie le cui tracce tra­pe­lano a mala­pena dagli Stati Uniti.

Fil­mati d’epoca che si aprono davanti ai nostri occhi come pagine di libro, calei­do­scopi dalla rad­dop­piata sor­presa, come tro­varsi all’angolo delle ave­nues squa­drate (e all’angolo di Washing­ton ave­nue si tro­vava il palazzo in fiamme), si decom­pon­gono poi nella voce fuori campo della docu­men­ta­zione diretta, delle parole di chi visse l’incendio di quel nono piano chiuso a chiave per evi­tare che le ope­raie por­tas­sero via qual­che pez­zetto di mer­letto o si pren­des­sero pause troppo lun­ghe.

A New York la fab­brica che pro­du­ceva le Shirt­waist, le cami­cette alla moda di allora, vita stretta, pizzi e mani­che con spalle a pal­lon­cino, era stata in scio­pero da feb­braio, pre­ce­duta dal grande scio­pero dei tes­sili dei ven­ti­mila nel 2008, e quando scop­piò l’incendio, qual­cuno ebbe dubbi sulle ori­gini di quel disa­stro. È ricor­dato come il più grande inci­dente indu­striale della sto­ria della città, mori­rono 146 ope­raie, soprat­tutto immi­grate ebree del cen­tro Europa e ita­liane.

Erano durati a lungo i pic­chetti, all’epoca vie­tati, nel corso dello scio­pero. I padroni assol­da­vano i gang­ster con­tro le ope­raie che veni­vano arre­state tante volte che i giu­dici le cono­sce­vano tutte per nome. Non esi­ste­vano norme antin­cen­dio, le ton­nel­late di tes­suto acca­ta­state erano infiam­ma­bili, l’illuminazione a gas. Solo dopo l’incendio si pro­mulgò una legge che impo­neva le norme di sicu­rezza. I due pro­prie­tari che ave­vano dispo­sto di chiu­dere a chiave le ope­raie nel labo­ra­to­rio erano al piano di sopra e si sal­va­rono, e al pro­cesso che seguì furono assolti (in appello con­dan­nati a pagare 75 dol­lari a fami­glia). Una sto­ria che si ripete, ma anche una sto­ria dimen­ti­cata, risco­perta solo da poco, tanto che nean­che si cono­sce­vano tutti i nomi delle vit­time. Forza lavoro da macello.

Rac­con­tano le ope­raie di Bar­letta che nella palaz­zina si sen­ti­vano scric­chio­lii sospetti, ave­vano avver­tito anche il comune. La moglie del pro­prie­ta­rio scese giù a dire a quelli che in strada sta­vano facendo lavori di demo­li­zione di un’altra palaz­zina accanto che le mura tre­ma­vano e si sentì rispon­dere: «fate magliette? andate a fare magliette, qui ce la vediamo noi» ma quei rumori sini­stri che si sen­ti­vano erano l’annuncio di un crollo (uno dei primi che si sono sus­se­guiti negli ultimi anni nella cro­naca ita­liana, nean­che più meta­fore: crolli, esplo­sioni, smot­ta­menti, eson­da­zioni).

Nel crollo di quella palaz­zina di tre piani, cin­que furono le vit­time tra cui la figlia quat­tor­di­cenne dei tito­lari, uscita prima da scuola. Cin­que vit­time come quella Rosie Mehl, o Sara Coo­per o Con­cetta Pre­sti­fi­lippo che per­sero la vita a New York. I rac­conti sono simili, la novità di andare a lavo­rare per la prima volta, di tro­varsi insieme con le altre a pranzo e all’uscita, di ridere e rac­con­tarsi pro­blemi e gioie.

Un’operaia, Mariella Fasa­nella estratta viva dalle mace­rie dopo essere rima­sta ben sette ore sotto le mace­rie, è la testi­mone del rac­conto prima della tra­ge­dia, e poi della sua rina­scita alla vita, al lavoro. Ne viene fuori un bel­lis­simo rac­conto, la testi­mo­nianza di una donna forte e sen­si­bile. Ha rico­struito tutta la sua vita dopo la tra­ge­dia (anche lei, così come avvenne con l’avvento del cot­timo in Ame­rica, ora lavora a pezzo, più maglie con­se­gna e più gua­da­gna (dieci euro, venti al giorno? non lon­tani dai 6,7 dol­lari a set­ti­mana delle ope­raie ame­ri­cane), descrive le carat­te­ri­sti­che del suo lavoro: «non devi avere pen­sieri né pre­oc­cu­pa­zioni, per­ché devi fare un lavoro che richiede con­cen­tra­zione» fino a far diven­tare la mac­china da cucire qual­cosa di vivo con cui dia­lo­gare.

Come in uno spec­chio scor­rono le bobine delle grandi fab­bri­che ame­ri­cane, le ope­raie di ini­zio secolo altret­tanto fisse sulle loro quat­tor­dici ore di lavoro, e dall’altra parte i fili di lamé dei nuovi capi che poi fini­scono a sei euro sulle ban­ca­relle e che sal­gono e scen­dono dai mac­chi­nari con le loro lumi­no­sità ten­ta­co­lari.

Die­tro a que­sto vol­teg­giare da bal­let meca­ni­que c’è la sto­ria che si ripete, la vicenda umana del ven­te­simo secolo e oltre. Costanza Qua­tri­glio con la sapienza e la pro­fon­dità dei suoi rac­conti rie­sce a ricu­cire le vicende di un secolo di lavoro riem­piendo lo schermo di emo­zioni con il ritmo delle imma­gini e delle mac­chine: quelle delle ragazze con­tem­po­ra­nee le regala alle com­pa­gne di un tempo, tanto avranno avuto la stessa voglia di vivere e di ridere, si danno ideal­mente la mano.

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<![CDATA[Maria Roveran, da Venezia il talento del momento]]>

Al Festival Int.le di Roma nel film di Claudio Noce "La foresta di ghiaccio", a teatro nel musical lo-fi "Cinque allegri ragazzi morti" e l'esordio come cantante nel cd "alleprofondeoriginidellerugheprofonde"

Maria roveran  -  l'attrice-cantante volto emergente del panorama cinematografico italiano

L'attrice Maria Roveran sarà nel secondo lungometraggio, in sala dal 13 novembre, appena presentato, lo scorso 23 ottobre, La foresta di ghiaccio di Claudio Noce, selezionato alla nona edizione del Festival Internazionale del Film di Roma, e dal 28 ottobre in concorso anche al Tokio Festival. Insieme a Emir Kusturica, Kseniya Rappoport, Domenico Diele, Adriano Giannini, Giovanni Vettorazzo, l'attrice interpreta il ruolo di Sandra, una ragazza di origini bosniache: "una giovane donna estirpata dalla sua terra a causa della Guerra Civile in Jugoslavia, salvata dalla madre che ormai non ha più, allevata da un branco di uomini che uomini non sono ma forse soltanto bestie. Interpretare questo ruolo - racconta Maria - è stato come cercare un costante equilibrio tra dolore e gioia vitale, tra luci ed ombre, tra sanità mentale e follia".

Torna dunque ad un festival la giovane attrice, quando, solo lo scorso 5 settembre, ha ricevuto a Venezia71 il premioMarie Claire, dedicato a cinque attrici Visioni Future del cinema italiano. Veneziana, classe '88, Roveran, ad un anno dal suo esordio come protagonista in Piccola Patria di Alessandro Rossetto, apprezzato da critica e pubblico (Orizzonti a Venezia70, partecipazioni a festival internazionali da Copenaghen a Monaco, da Rotterdam a New York), è stata anche "miglior attrice protagonista" alla decima edizione di Bimbi Belli-Esordi nel cinema italiano di Nanni Moretti.

E nella colonna sonora de La foresta di ghiaccio, come era già successo con Piccola Patria, spicca una canzone, composta e cantata da lei, "Putea dela luna": "per il provino veniva richiesta una ninna nanna di tradizione popolare, io non conoscendone di particolari ne ho composta una, presentandola all’incontro con la casting. Scrivere e cantare spesso mi aiutano ad entrare all’interno delle dinamiche di un personaggio. Quella stessa ninna nanna è stata poi inserita all’interno del film per volere di Claudio e sotto la sua guida ho cercato di interpretarla provando a far parlare le pieghe più nascoste di Sandra". Nell'opera di Rossetto, influenzata dal ruolo di Luisa aveva composto "Indrio soea" e "E Va (Assime star)", in dialetto veneto. E nel suo percorso artistico, caratterizzato da naturale ecletticità, l'essere cantante è divenuto un nuovo canale espressivo di cui Maria non può più fare a meno.

Ai primi di novembre viene anche pubblicato per Gutenberg Music - etichetta veneziana che ha in catalogo lavori dei due “Premi Tenco” Max Manfredi e Cristiano Angelini, oltre che di un'altra stimata cantautrice veneta, Lubjan - il suo esordio discografico "AlleProfondeOriginiDelleRugheProfonde". Sette brani, prodotti ed arrangiati insieme ai musicisti Simone Chivilò, Moreno Marchesin e Piero Trevisan. Sonorità elettroniche entrano a far parte del mondo musicale di Roveran nell'album che raccoglie nuovi pezzi insieme ai brani, rivisitati, presenti nella colonna sonora di Piccola Patria e a "Putea dela luna" ne La foresta di ghiaccio.

Sarà quindi, per l’attrice, un autunno di grande importanza: sullo schermo nel film di Noce, come cantante nel suo album d'esordio - disponibile in tutti gli store e on line in tutti i canali specializzati – in teatro nel tour del secondo episodio "La festa dei morti" del musical lo-fi Cinque allegri ragazzi morti, per la regia di Eleonora Pippo, tratto dall'omonima saga di Davide Toffolo, leader dei Tre Allegri Ragazzi Morti. Nello spettacolo Maria è Sabina la ragazza-lupo.

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<![CDATA[Cosa posso mandarti dal posto in cui arriverò?]]>

Scrivo un po’ di getto dopo la serata di ieri per non perdere la temperatura dell’incontro con Antonio Augugliaro e Valeria Verdolini rispettivamente regista e sociologa che hanno lavorato al film Io sto con la sposa.

La sala del cinema Giorgione di Venezia era eccezionalmente al completo e la prima cosa che mi chiesi fu per quale motivo ognuno di noi fosse lì.

Sì, perché molti film raccontano d’emigrazioni da paesi in guerra, ma in questo caso esistono almeno tre punti di vista: quella delle tragedie, dei sogni e delle lotte dei cinque personaggi palestinesi siriani, arrivati in Italia in cerca d’accoglienza, quella di un gruppo di altre diciotto persone che decidono di non essere spettatori passivi, e quella dell’illegalità che attraversa ognuna delle loro storie.

Perché un po’ si sa che le chiacchiere volano e le storie si diffondono veloci, e che a volte gioca un ruolo primario l’inquietudine di non perdere il nostro protagonismo all’interno degli eventi, seppur da spettatori, per poterne dire, citare, non essere esclusi dalla cosa di cui tanto si parla in questo o quel momento, per segnalare una presenza. A volte ancora si tratta di un incontro assolutorio fra la nostra coscienza e loro: basta avere il groppo in gola per sentirci meno colpevoli.

Tutti questi pensieri mi attraversavano ma c’era un altro aspetto che m’incuriosiva. In che modo un atto politico, come la stessa Valeria lo definisce, di cui viene ultra dichiarata l’illegalità, può essere assorbito come fatto artistico dentro un sistema iper-regolamentato, burocratizzato e ampiamente accettato come quello cinematografico ma anche all’interno di molto pubblico che vede nella legge le basi di una società civile? Una domanda che rimane aperta ma che per la prima volta può essere indagata anche dentro questo settore.

Non racconterò qui del film per il quale rimando al sito e alla visione. Riporterò invece una parte dell’incontro avuto con loro dopo la proiezione e finito piacevolmente nel piccolo bar di Masud vicino a Fondamenta Nuove accompagnato da vino bianco aromatizzato allo zenzero e saporiti samosa.

Sul viaggio...

Valeria - Chiamare Io sto con la sposa un film è riduttivo, non perché si tratta di un documentario e non di un film ma perché è un progetto politico e questo per noi è stato chiaro fin dalla partenza, è stato il modo con cui abbiamo costruito questo progetto e il modo con cui è stato finanziato. Dietro c’è un’urgenza e dal momento in cui tutti noi ventitré siamo stati coinvolti e invitati a questo matrimonio posticcio ci siamo ritrovati nell’idea che la misura fosse colma, che ci fosse stato un limite. Il progetto inizia a farsi concreto nel mese di novembre 2013 dopo i due grandi naufragi del 3 e del 11 ottobre, due delle più grandi tragedie del Mediterraneo non solo degli ultimi anni ma nella storia dell’emigrazione.

C’era quello, c’era la guerra in Siria, c’erano tante questioni che avevano incrociato le nostre vite in maniera diversa, ognuno di noi è arrivato portando la sua storia e il proprio desiderio di voler far qualcosa, introducendo in questo progetto il tema della soggettività.

Perché le sale sono piene con Io sto con la sposa? Cosa cambia? L’immigrazione non è un tema nuovo, in Italia è dal ‘92 che ci si occupa del tema dell’immigrazione, inoltre è stata raccontata da molti film, da studiosi.
Quindi, cosa fa la differenza? Forse l’idea di cambiare prospettiva.
Dove ci posizioniamo rispetto l’immigrazione?
Noi questo viaggio l’abbiamo fatto con loro e rischiavamo con loro. Nella diversità, perché ovviamente i nostri rischi non erano proporzionati ai loro, perché noi rischiavamo conseguenze penali ma la nostra vita, la nostra storia, i nostri documenti non erano a rischio.
Cinque persone, che sono diventate cinque amici, hanno scelto noi come strumento per costruire il loro sogno, come strumento per raggiungere la possibilità di avere dei documenti perché alla fine di questo si tratta.

La Svezia è una destinazione ideale perché lo status di rifugiato permette di avere più possibilità rispetto all’Italia e ad altri paesi europei.
Hanno scelto noi, non solo perché gli è capitato, ma anche perché sentivano l’urgenza che il loro viaggio non fosse un viaggio individuale e attraverso il quale poter raccontare cosa fosse richiesto a un pezzo di mondo per poter viaggiare, per potersi muovere per poter scegliere dove andare.

Antonio - Realizzare questo viaggio ha significato realizzare un sogno che vive con il film. Io guardo le immagini e penso a che bello sarebbe il mondo fatto così. Moltissime persone durante il viaggio ci hanno ospitato nelle proprie case, altre erano dispiaciute perché non ce l’hanno fatta ad accoglierci. Un’Europa così aperta sarebbe davvero un sogno.

(…) L’idea è stata quella di dare tantissimo nell’occhio per destare meno sospetto. Fra le varie cose chiedemmo il permesso per girare un film dentro la stazione di Copenaghen così da ottenere un pezzo di carta che giustificasse la nostra presenza lì con le telecamere nel caso di problemi. L’unica volta che un poliziotto si avvicinò a noi, fu per farci le congratulazioni per il matrimonio proprio in stazione centrale a Copenaghen.

Devo dire che ha funzionato, chi ci vedeva da fuori aveva davvero l’immagine di un set cinematografico di livello e di un matrimonio importante. Non dimenticherò mai il giorno in cui siamo andati dal parrucchiere per trasformarli, si vede all’inizio del film, conciati com’erano i primi giorni dopo notti in strada, nessuno gli avrebbe voluti, invece noi siamo riusciti a raccontare agli addetti del salone di bellezza che erano dei famosissimi attori provenienti dalla Giordania e che stavamo girando un colossal. Il risultato fu che questi del salone gli servirono e riverirono in tutti i modi. Per noi è stata una performance artistica stupenda, risi davvero molto.

Valeria - Anche per noi diciotto italiani è stato un processo, una trasformazione. Quando ho conosciuto Antonio, Khaled e Gabriele, qualche giorno prima di partire mi chiesero se a casa avevo un divano-letto in più per due persone che non sapevano dove mettere e non volevano che dormissero al Centro. A casa mia sono arrivati Mona e Ahmed con niente, senza alcun bagaglio, già questa è una cosa che ti traumatizza, la leggerezza, il lasciare tutto in un modo così forte.

Come avrete visto nel film Ahmed fuma tantissimo, una quantità di sigarette esagerata e la prima mattina che mi svegliai con loro in casa, ero preoccupatissima perché lui tossiva tanto e ho pensato “Ecco, Tubercolosi di sicuro, mi sono infilata in una situazione allucinante”. Perché prima di partire, le paure erano le mie paure, quelle di poter trovarmi in una situazione pericolosa, di poter essere arrestata, di non poter più far il mio lavoro, io sono una precaria dell’università, per cui nessuna università avrebbe assunto una persona che rischia di essere coinvolta in un processo penale connesso con l’immigrazione clandestina. La cosa davvero forte è che tutte queste paure sono sparite nel momento in cui le loro paure e le loro esigenze erano molto più significative delle nostre.

Credo che i due temi, quello del disobbedire e dell’essere dalla stessa parte vadano assieme nel senso che per essere così vicini bisogna porsi nello stesso piano. Se noi fossimo stati legali fino in fondo avremmo sempre avuto una posizione di superiorità. Il rischiare insieme ci ha messo sullo stesso piano perché ognuno rischiava qualcosa.

Questioni produttive e distributive

Antonio - La fase di produzione è stata costruita in modo totalmente casuale. Nelle due settimane di organizzazione partirono una serie di telefonate ad amici, amici di amici sparsi per l’Europa a cui chiedevamo ospitalità per un viaggio ma di cui non chiarivamo molto bene i dettagli. Poi quando arrivavamo nelle varie case, rimanevano tutti un po’ spaesati, poi molto velocemente si creava un clima di complicità e di vicinanza.

Sull’aspetto tecnico economico, abbiamo messo dei denari, che erano i nostri, 3.000 euro a testa più o meno, ad un certo punto è entrata una casa editrice che ha messo 2.000 euro e con questo abbiamo coperto le spese vive di viaggio, non essendo contrabbandieri i soldi non li prendiamo ma li diamo.

Una volta tornati dalla Svezia abbiamo cominciato a guardare il materiale. Il giorno prima di finire le riprese il direttore della fotografia mi prese in disparte e mi disse “Guarda, qui non abbiamo proprio un bel niente” questo per far capire in che situazione giravamo. Solo io, Khaled e Gabriele sapevamo un po’ cosa stavamo facendo ma tutti gli altri vivevano il viaggio in modo completamente casuale e per giunta molti di noi non sapevano neanche l’arabo con l’enorme difficoltà nel capire cosa stava succedendo. Io risposi che non faceva niente, che avevamo portato cinque palestinesi siriani in Svezia e che andava bene così, l’esperienza valeva la fatica.

Poi ritornati in Italia iniziammo a guardare il materiale, a tradurlo, rendendoci conto che era buono e che dovevamo cominciare a lavorare assiduamente. Questo significava che per lavorare così tanto per mesi avremmo avuto bisogno di uno stipendio, i nostri conti correnti erano sempre in rosso, ci veniva da piangere. Abbiamo quindi provato con le varie associazioni e fondazioni, abbiamo ricevuto un sacco di no e un sacco di sì, poi vedremo ecc. Praticamente niente.

Abbiamo, quindi, provato con il crowdfunding tentando di puntare alto visto che dovevamo pagarci il lavoro e rientrare anche delle spese precedenti. Grazie a questo sistema siamo riusciti a raggiungere 98,000,00 euro ben più di quello che avevamo chiesto che erano 75,000,00 e grazie a questi soldi siamo riusciti a pagare tutte le professionalità che hanno lavorato all’interno del progetto.

Ma la cosa più bella è stata quella del aver creato una comunità che è la stessa che ora attraverso i passaparola viene nei cinema. Questa comunità si è basata inizialmente su uno zoccolo duro pre-esistente costruito attorno alla figura di Gabriele Del Grande e al suo blog seguitissimo da migliaia di persone che hanno completa fiducia nel suo lavoro e che sono stati i primi a diffondere la notizia di questa ricerca. L’idea è più di mobilitare, piuttosto che creare una comunità.

Valeria - Molti film sono finanziati dal basso, ma spesso si finanzia l’opera artistica, il progetto estetico. Qui da una parte c’è il discorso della mobilitazione ma dall’altra c’è anche l’idea di dire VOI DA CHE PARTE VOLETE STARE? Noi poniamo una questione: siamo d’accordo o no su come vengono gestite le migrazioni all’interno di Shengen?

Poi ci sarebbe tutto il tema del confine marittimo del Mediterraneo, però noi abbiamo scelto di raccontare una storia più piccola, quella di rifugiati politici che, giunti sul territorio europeo, non hanno la possibilità di scegliere in quale paese vivere e che a fronte della fortissima mobilità dei cittadini europei non hanno la possibilità di muoversi all’interno del territorio dell’Unione per i regolamenti di Dublino.

Si tratta quindi di decidere quant’è ampia la loro possibilità di scegliere. Perché noi a questo abbiamo disobbedito, e la domanda di disobbedienza è anche una domanda d’impegno, cioè tu finanzi la disobbedienza, non finanzi solo l’ora e mezza di pellicola. Noi non volevamo commuovere, l’estetica della pietà è stata l’estetica del racconto sull’immigrazione degli ultimi vent’anni e fondamentalmente ci faceva sentir buoni ma non responsabili. Dall’altra parte c’è l’idea di dire che siamo un NOI siamo una comunità europea che vuole un’Europa diversa, che ospita, che ci racconta che l’Europa è piccola ed attraversabile in 4 giorni.

Antonio - Noi siamo distribuiti da Cineama, una società di distribuzione molto piccola ma appassionata. Con loro abbiamo fatto un discorso abbastanza interessante: non potendo pagarci la pubblicità main stream, abbiamo utilizzato la rete che già esisteva, chiedendo alle associazioni, che durante il crowdfunding avevano già prenotato una proiezione, di fare un accordo con i cinema e tale accordo si è tramutato nel primo giorno di tenitura all’interno dei cinema stessi. Questo ha significato spesso una visione gratuita il primo giorno per le associazioni e ha funzionato come pubblicità per i giorni dopo. Attraverso questo sperimentare giornaliero di forme e strumenti nuovi, abbiamo raggiunto 41 sale in tutt’Italia in quasi tutte le sale stiamo facendo sold out, tant’è che siamo secondi come media sala in tutt’Italia.

Oltre alla distribuzione ufficiale abbiamo istituito una distribuzione dal basso ovvero chiunque può andare nel nostro sito e nella sezione “proiezioni” prenotare una proiezione privata.

Antonio ritornando a parlare del viaggio, quasi ci tenesse a riportarci in quella dimensione, dice che mentre venivano raccontate le esperienze di guerra, quello che emergeva di più durante i momenti più pericolosi, era la reazione di gioia dell’essere umano: il ballare, l’ascoltare la musica a tutto volume per non pensare. Il pregio del film è anche questo, oltre a dare dei volti a dei numeri pone al centro il racconto dell’essere umano che non è fatto solo di cose drammatiche ma anche di speranza, di gioia, di voglia di catalizzare tutte le proprie paure, e perché no, improvvisare un concerto e sognare di diventare una star e provare ad esserlo per 5 minuti, tutto questo rende vero e autentico questo viaggio.

Quasi al termine dell’incontro all’interno del Cinema Giorgione ascoltando i vari interventi del pubblico mi accorsi dell’enorme fatica nel nominare la parola illegalità. Solo una ragazza disse che nel film era più interessante l’aspetto della comprensione rispetto a quello della disobbedienza, perché tanto le leggi non si cambiano.
Mi chiedo allora quanto sia facile diventare complici inconsapevoli di tanto orrore, perché se si ritiene la Legge immutabile e inattaccabile si decide di non vedere in essa la responsabilità rispetto l’espulsione, la privazione della libertà e l’esclusione che migliaia di esseri umani subiscono.

Seduti assieme attorno a un tavolo con Gloria, Piter, Valeria e Daria, mentre gli chiedevo chi fosse Gina Films, Antonio ci racconta che Gina è il nome di sua moglie e che la società è stata fondata da loro per poter gestire meglio i finanziamenti che arrivavano dal Crowdfunding e da altri donatori…poi aggiunge “Se hai un progetto che ami e in cui credi devi prendertene cura tu dall’inizio alla fine e si può fare…in fondo siamo dei sognatori”.

Fra i silenzi pieni di senso e le mezze frasi che non importano perché tanto ci si capisce comunque, ripenso a queste parole: “Dedicato ai nostri figli perché ricordino sempre che nella vita arriva il momento di scegliere da che parte stare”.

Roberta, Piter, Daria
S.a.L.E. Docks

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<![CDATA[Intervista a Alberto Girotto, uno dei vincitori del Leoncino d'Oro per il miglior documentario]]>

Alberto Girotto ha fatto parte di Ztl Wake Up, ma ora è senz'altro meglio conosciuto come uno dei registi di Animata Resistenza, film sull'animatore Simone Massi che ha vinto il primo premio della sezione documentari all'ultima edizione della Mostra del Cinema di Venezia. Hanno lavorato al documentario anche il regista Francesco Montagner e il musicista Lorenzo Danesin, tutti giovani trevigiani di 25 anni. Un elemento del documentario in larga parte oscurato da giornali e televisione è la sua portata sociale e politica, così evidente dal titolo. Abbiamo chiesto ad Alberto di parlarci anche di questi aspetti del suo lavoro.

Ztl: Come nasce l'idea di realizzare Animata Resistenza?

AG: Nasce dall'incontro di Francesco Montagner e Simone Massi al festival Animation. Nasce dal bisogno di raccontare Simone Massi, il suo cinema e la sua persona. Siamo stati catturati dal suo modo di vivere e di essere resistente nel lavoro, nella vita. È un uomo incontaminato che rifiuta di accettare compromessi di qualsiasi genere. Volevamo rendergli onore, perché troviamo ridicolo che in Italia sia così poco conosciuto quando nel resto del mondo è ritenuto uno dei migliori animatori del nostro tempo.

Ztl: Quali sono i principali temi del documentario? In particolare quali sono i nessi tra arte e resistenza?

AG: I principali temi sono: Simone Massi uomo e Simone Massi artista, la civiltà contadina, la Resistenza partigiana, il rispetto per gli animali e la memoria storica. I nessi tra arte e Resistenza sono legati al nostro tempo, a come si debba obbligatoriamente resistere per fare arte. La scelta di resistere è difficile ma è la migliore, anche per Simone Massi.

Ztl: Il documentario è stato realizzato senza finanziamenti esterni (eccezion fatta per una piccola somma arrivata a lavori terminati). Come siete riusciti a superare le difficoltà economiche di due giovani artisti senza sponsor?

AG: Le difficoltà sono state tante, proprio perché non abbiamo avuto aiuti finanziari, tranne un contibuto dalla Marche Film Commission e dall'Anpi sezione Arcevia. Per andare avanti abbiamo fatto lavori paralleli e notti insonni, ma la fortuna è stata quella di avere vicino persone che credevano in noi (amici, familiari, fidanzate), e soprattutto di aver lavorato bene tra di noi, con fiducia, amicizia e professionalità.

Ztl: A proposito di resistenza nel nostro tempo: noi siamo cresciuti in una città che per vent'anni è stata simbolo di razzismo e nostalgie fasciste, nonché laboratorio di destre vecchie e nuove. È quindi a maggior ragione significativo che due giovani artisti locali abbiano portato in mondovisione l'idea e la realtà di una Treviso diversa. Qual è il tuo rapporto con Treviso?

AG: Il mio rapporto con Treviso è sempre stato di amore e odio. L'amore mi è stato dato dagli amici, dalle persone che mi sono state vicine e da quelle che con me hanno lottato per cercare di cambiare le cose a Treviso. L'odio invece deriva da svariate spiacevoli esperienze in questa città. Non riesco ancora ad accettare che una città “civile” possa accettare gruppi o movimenti politici appartenenti all'estrema destra. Credo che nessuno possa rimanere indifferente quando vede o è a conoscenza di episodi violenti razzisti, omofobi e intimidatori verso ragazzi sia di sinistra che slegati da qualsiasi coscienza politica.

Ztl: Per un periodo hai fatto parte del collettivo Ztl Wake Up e tuttora sembri condividerne molte istanze. In particolare secondo te che cosa andrebbe cambiato ancora a Treviso?

AG: Sono stato attivo nel movimento Ztl nelle prime tre occupazioni e sono tuttora sostenitore e amico del collettivo. Credo che Ztl sia stata e sia l'unica realtà a Treviso che veramente ha denunciato i problemi in città e ha dimostrato/mostrato una soluzione. Ztl è l'unica realtà che ha messo le mani letteralmente nella “merda” e ne ha fatto nascere i fiori. Di cose da cambiare in questa città ce ne sono, molte. Parlando di cinema e più in generale di arte, Treviso dovrebbe quanto meno dimostrarsi all'altezza della sigla “Città d'arte” continuamente ribadita sotto i cartelli ai suoi confini. Basterebbe poco per migliorare le cose.

Ztl: Hai progetti e idee per il futuro?

AG: Idee per il futuro ce ne sono tante. Mi piacerebbe poter girare un film a Treviso, che a livello scenografico è meravigliosa. Ma so già che bisognerà combattere, il che non è un problema: abbiamo combattuto fino ad ora per le nostre idee, per il lavoro, per l'arte, continueremo a farlo con molto piacere.

Animata resistenza

Ritratto di Simone Massi, il film documentario Animata resistenza è narrazione della sua opera poetica portatrice incontaminata di memoria, legata alla civiltà rurale, alla terra marchigiana e ai sentimenti della semplicità delle piccole cose, dei gesti quotidiani dentro ai quali si nascondono verità profonde e interrogativi esistenziali. I suoi lavori e il suo stile di vita sono caratterizzati da un’armonica e coerente semplicità e purezza.

Pluripremiata vetta artistica della cinematografia italiana, Simone Massi è vincitore del David di Donatello 2012 per il Miglior Cortometraggio, è autore della Sigla della Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia per le edizioni 2012, 2013, 2014, 2015.

soggetto: Francesco Montagner
sceneggiatura: Alberto Girotto, Francesco Montagner
direttore della fotografia: Alberto Girotto
suono e musiche originali: Lorenzo Danesin
trio d’archi: Frau Musika
musiche non originali: Arvo Pärt
consulenza drammaturgica: Ketty Adenzato
consulenza: Simone Massi
sound editor: Lorenzo Danesin
operatore di camera: Alberto Girotto, Francesco Montagner
montaggio: Alberto Girotto, Francesco Montagner
progetto e concept: Ketty Adenzato|Fucina del Corāgo

regia: Francesco Montagner, Alberto Girotto
produzione: Francesco Montagner│coproduzione Fucina del Corāgo|ChorusOut

produttore aggiunto: Fabrizio Tassi
ufficio stampa: Clara Gipponi

grafica: Federico Barbon

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<![CDATA[Io sto con la sposa alla Mostra del Cinema di Venezia]]>

Grande attenzione a Venezia per il film "Io sto con la sposa" diretto da Gabriele Del Grande, Antonio Augugliaro, Khaled Soliman Al Nassiry.

Un lavoro che oltre a rappresentare il racconto dell’odissea a cui sono sottoposti uomini donne in fuga da guerre e conflitti è stato un atto concreto di impegno politico, di disobbedienza reale alla barbarie delle frontiere.

La storia si fa racconto, il film è un atto d’azione. Un corto circuito che punta direttamente il segno su un’attualità che non può essere ignorata.

L’arrivo a Lampedusa e poi il viaggio verso il nord Europa, trasformato in un corteo nuziale, per attraversare le frontiere pronte a fermare il passaggio in nome delle normative formali di un Europa a parole "impegnata" nell’accoglienza ma nella realtà ostile alla vita reale di migliaia di esseri umani.

Gabriele Del Grande nel presentare ieri il film a Venezia ha riaffermato come il fim sia un atto di disobbedienza, "non è un film sugli altri e non solo un’opera di denuncia, ma la storia di un "noi" che ha portato un anno fa i protagonisti ad essere in mezzo alla guerra, dieci mesi fa in un barcone e oggi sul red carpet della Mostra del Cinema". Khaled Soliman, siriano-palestinese parla del film come un invito alla libertà, a non aver paura, "il mestiere del cinema è quello di realizzare i sogni e noi abbiamo cercato di farlo. Il nostro è un manifesto di chi crede in un Mediterraneo che unisce e non uccide, che sia un mare di pace e non una fossa comune".

Gli autori agggiungono che sono consapevoli di "rischiare fino a 15 anni per favoreggiamento all’immigrazione clandestina" ma si chiedono e chiedono "abbiamo fatto una cosa illegale. Ma di certo resta un atto legittimo" per chi non vuole essere complice ed accettare che il Mediterraneo sia un enorme cimitero.

Dopo la proiezione davanti all’Excelsior 50 donne, vestite da sposa, si sono tolte il velo e lo hanno adagiato sulla spiaggia, mentre i protagonisti del film che ora sono tutti rifugiati politici hanno messo in mare due bottiglie cariche di messaggi, per ricordare chi perde la vita nel Mediterraneo cercando di sfuggire ad un presente di guerra e devastazione per sperare in un nuovo futuro.

Per capire la nascita e l’idea di questo lavoro, peraltro finanziato attraverso una campagna di crowdfunding on line, profondamente immerso nella necessità di un impegno personale e collettivo di azione reale, vi riproponiamo l’intervento di Gabriele del Grande in occasione del dibattito Europa e confini curato da Melting Pot allo Sherwood Festival 2014, oltre ad articoli e materiali dedicati ad un lavoro positivamente destinato a far discutere.

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<![CDATA[IN&OUT #Venezia71: La Mostra del Cinema vista dal buco]]>

Uno sguardo dentro e fuori le sale della 71° Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia. A cura di Silvia Joplavoroculturale.org

Ci sono cose che per decollare devono prendere la rincorsa, altre invece sembrano sempre esistite anche nell’istante in cui cominciano.
Succede così ogni anno al Lido di Venezia, tra la fine di agosto e l’inizio di settembre, con la Mostra Internazionale d’Arte Cinematografia che, pur piombando sull’isola come un meteorite, poco dopo il suo avvio, pare accadere tra le righe di una sequenza senza interruzioni rispetto all’edizione precedente.

Basta piazzarsi di fronte alle transenne che costeggiano il red carpet di fronte al Palazzo del Cinema, per ritrovarsi tra le pareti di questa bolla senza tempo fatta di ragazzine smaniose di vedere attori, registi, starlet di turno, fotografi che rivolgono gli obiettivi al di qua e al di là della passerella, uomini e donne imbrigliati nei loro accrediti che rimbalzano dal petto al mento, mentre si affrettano a raggiungere la proiezione del film che rischiano sempre di perdere e - immancabile incursione che restituisce a questa manifestazione la sua impercettibile vena locale - signore che, appena uscite dalla spiaggia, attraversano la folla con le loro biciclette arrugginite e i polpacci ancora insabbiati, una volta pedalando verso il pranzo a casa e quella dopo verso il supermercato prima che chiuda.

L’unico irresistibile ma pressoché invisibile punto d’incrocio tra Venezia e il Festival trova la sua possibilità di realizzazione proprio tra le maglie di questo fiume di corpi. Non dovreste stupirvi infatti se vi accadesse di vedere una di queste signore in bicicletta immerse nella loro quotidianità che, costretta a rallentare la pedalata da Al Pacino mentre, invisibile, cammina tra i passanti comodo e protetto solo dai suoi occhiali da sole, si mettesse a gridare: «E ora?!?! el vol cavarse da mezo?! Dai che go da passar!» («E allora? Vuole levarsi dai piedi? Dai che devo passare!»).
E come se non bastasse, la cosa più irresistibile è che, per una serie di fattori difficili da individuare e tradurre in sole due righe, trovereste questa signora non maleducata bensì terribilmente elegante nel suo farsi strada così irriverente.

L’amarezza sta nel realizzare che questa “irresistibile irriverenza”, per l’appunto, è l’ultimo residuo della straordinaria capacità di una popolazione che a lungo è stata in grado di sopravvivere a se stessa e al mondo. Venezia, città donna, città del sempre nascere, del coltivare e del nutrire una forma di ironia leggera e tagliente, una sorta di “colto dissacrare” che non si piega all’imbellettamento di una realtà impacchettata e ingessata che si impone su un’altra. La mobilità ondulatoria e marinara, strutturale della “venezianità” – che non necessariamente appartiene a chi ci nasce ma che tendenzialmente pervade chi la vive – è stata per secoli una risorsa non solo per quanto concerne il sapere del viaggio, dell’attraversare, dell’andare e del tornare, ma anche e soprattutto per quanto riguarda una certa forma dell’esistere. In una città così fisiologicamente “mossa”, una relazione, in virtù di questa terra fatta d’acqua mai ferma, è sempre dispari. E questa irriducibile disparità è sempre stata uno strumento per smontare facilmente la tendenza dell’alto a restare sempre tale e al basso di non potersi mai emancipare.
Di questa abilità, di questa ricchezza di postura, oggi resta ben poco e la Mostra del Cinema al Lido diventa uno spazio paradigmatico per constatarne il tramonto.

Il mondo approda al Lido di Venezia in questi giorni per incontrare, sfogliare e assaggiare la crema di una cultura cinematografica che, nonostante le difficoltà economiche che spesso rendono difficile in questo paese una produzione culturale di qualità, conferma anche la propria ricchezza.

Con il Leone d’oro alla carriera allo sguardo di Wiseman, l’anatomica crudezza di Oppenheimer, l’esperimento ben riuscito di Iñárritu con Birdman, e le tinte forti e italiane di Munzi e Maresco, queste prime giornate di Festival hanno nutrito il popolo della Mostra che abita, a tratti troppo ciecamente, il perimetro del Lido costruito attorno alle sale cinematografiche riqualificate per questa settantunesima edizione. Per il quarto anno consecutivo infatti, il vero protagonista di questo Festival continua ad essere il buco che è stato scavato una volta sradicata la storica pineta che vi sorgeva in precedenza, per fare spazio alle fondamenta del nuovo Palazzo del Cinema. Buco che è rimasto aperto, senza che i lavori di costruzione siano mai stati avviati, a causa dei quintali di amianto che ne sono emersi e che, per questioni economiche e amministrative, non solo non sono mai stati rimossi ma nemmeno completamente ricoperti.

Ne abbiamo parlato in modo approfondito due anni fa, quando la recinzione attorno al buco rendeva la visione più nuda e cruda, quando ancora non era stata ricoperta da un compensato blu cosparso di pubblicità che dovrebbero distrarre osservatori più attenti di altri.

Si tratta della storia di un fallimento, tutto italiano, i cui attori sono, come ahimè ormai quasi sempre in questo paese, amministrazioni bucate che svendono le proprie città affidandosi ad imprese private intenzionate a speculare sulle debolezze di un territorio e che, sulla base di questa prospettiva, finiscono per rilevare pezzi interi di quelle stesse città avviando progetti che non ne valorizzano le possibilità di residenzializzazione bensì ne favoriscono la vendita, la ri-vendita e la svendita.
Nonostante gli anni trascorsi, di quella storia l’unico nuovo capitolo è il fallimento di Est-Capital, la società che si era aggiudicata l’acquisto dell’Ex-Ospedale al Mare, area dell’isola che rientrava nel progetto di riqualificazione all’interno del quale era previsto anche l’avvio dei lavori per la costruzione del Nuovo Palazzo del Cinema.

All’epoca, a sollevare lo scandalo erano stati gli occupanti del Teatro Valle Occupato che, forti dell’esperienza politico-culturale avviata, e in collaborazione con il Sale Docks, avevano occupato il Teatro Marinoni, piccolo teatro liberty dell’Ospedale, avviando un’esperienza di liberazione e di disvelamento di una vicenda buia nascosta dall’ombra dei riflettori di una delle più grandi manifestazioni cinematografiche del mondo. La genesi dell’occupazione di quello spazio vibra tutt’oggi grazie alle persone che negli anni hanno continuato a sostenerne una vita sempre nuova, resistendo all’abbandono delle istituzioni e alle ripetute minacce di sgombero che stanno decimando nel resto del paese esperienze simili a questa.

Il permanere di quel buco oggi, sempre più nascosto, è il sintomo lampante di un atteggiamento drammatico che il nostro paese continua a riservare a se stesso continuando ad illudersi che non gli nuocerà. Ma la mancanza di cura, l’incapacità di saper coltivare uno sguardo ampio in grado non solo di nutrire chi fa e produce cultura ma anche di divorare la cultura che viene prodotta, dando la possibilità a ognuno di cibarsene, sta frammentando in modo sempre più violento i corpi ormai secchi e inariditi dei luoghi e degli uomini e delle donne che li abitano.

Guardare dentro a questo buco, ci strappa dalle poltroncine comode di un cinema per sbatterci in faccia il mostro della realtà che lo ospita senza la mediazione dello schermo.

Mentre la voragine di amianto a cielo aperto permane (tra le voci di corridoio quella più verosimile è che non ci sia nessuno disposto ad investire la somma necessaria alla sua bonifica), sono stati stranamente invece trovati i finanziamenti per avviare le ristrutturazioni del piazzale di S. Maria Elisabetta, approdo di tutte le linee di vaporetti che collegano il Lido alla centro storico di Venezia – seppur non versasse in condizioni particolarmente disagevoli – e, in continuità con il progetto di ristrutturazione di questo piazzale, l’intero viale che collega S. Maria Elisabetta al lungo mare delle spiagge, sta per essere completamente sventrato per essere anch’esso rifatto. Il tutto, ancora una volta, sradicando gli alberi che vi sorgono da decenni.
I cittadini e le cittadine, nuovamente, insorgono. Le istituzioni, nuovamente tacciono o temporeggiano.
Nel frattempo il Mose, assieme alle bocche di porto, si è mangiato le casse della città, i dipendenti del Comune si vedono per questo decurtare stipendi, i servizi alla persona sono sempre più carenti, il buco rimane, l’amianto pure, gli alberi sani vengono strappati dalla terra, e anche noi non ci sentiamo tanto bene.

Meno male che c’è Poveglia e la rete di persone che continua a lavorare e progettare perché diventi una vera capitale dei beni comuni: di a da in con su per tra fra, la cittadinanza.

Ma ora basta, si torna in sala…

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<![CDATA[Piccola Patria a #sherwood14]]>

Giovedì 17 luglio

Sherwood Festival 2014

ore 21.00

Park Nord Stadio Euganeo
Viale Nereo Rocco - Padova
#sherwood14

E' uscito 10 aprile nelle sale "Piccola patria" il film del regista padovano Alessandro Rossetto sbarcato nel settembre scorso alla 70° edizione della Mostra del cinema di Venezia, nella sezione Orizzonti.

Giovedì 17 luglio allo Sherwood Festival incontreremo tre protagonisti del film: Maria Roveran, Nicoletta Maragno e Vladimir Doda

Sarà anche l'occasione per un omaggio ad un grande artista scomparso recentemente: Carlo Mazzacurati

Ad aprire il live degli Estra l'esibizione di Piccola Patria Tour con Maria Roveran (co-protagonista con Roberta Da Soller del film).

Mercoledì 2 aprile abbiamo partecipato all'anteprima del film al Multisala Astra di Padova.

In questa occasione abbiamo intervistato il regista Alessandro Rossetto, l'attore Mirko Artuso, la co-protagonista Roberta Da Soller e l'attore Mateo Çili.

Alessandro Rossetto ci parla di "Piccola Patria"

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<![CDATA[Arriva il Lago Film Fest]]>

110 film da tutto il mondo, 12 proiezioni speciali, la campagna choc del fotografo Marco Pietracupa, lo speciale sui 25 anni di BLOB, 12 concerti live in 9 giorni, il video virale da 25.000 click in poco meno di 24 ore, 120 rane nello staff, sperimentazione, comunicazione digitale, arti visive, performance ed enogastronomia

Viviana Carlet-direttore artistico: “E con questo abbiamo fatto tutto quello che volevamo fare”.

Carlo Migotto-direttore artistico: “Siamo felici, liberi e indipendenti. Ormai è impossibile ignorarci!”

Prima l'immagine ufficiale, il folgorante scatto realizzato dal fotografo Marco Pietracupa da un'idea di Alan Chies che conferisce agli anziani di Revine Lago immortalati nei loro abiti tradizionali il ruolo di testimonial della manifestazione veneta; poi le oltre 25.000 visualizzazioni in poco meno di 24 ore del videoclip animato di Glenn & The Chunkies, la band che ha confezionato il promo del festival con musica, parole e immagini destinate ad essere viralizzate. Con queste anticipazioni, Lago Film Fest di Revine Lago (18 – 26 luglio 2014, www.lagofest.org), si appresta a tagliare il nastro della decima edizione tra ironia e provocazione e con la sfrontatezza di chi, lo dicono i suoi organizzatori, ha fatto della cultura un progetto di vita. 

Presentato in conferenza stampa in Provincia a Treviso lo scorso 8 luglio, alla presenza di Silvia Moro, Assessore al Turismo e Cultura della Provincia di Treviso, di Michela Coan, Sindaco di Revine Lago, di Mariella Andreatta, Presidente Comitato Unicef di Treviso, il Lago Film Fest è un evento unico in Europa, con un vero schermo cinematografico immerso in un vero lago naturale. Organizzato e reso possibile dalla Proloco di Revine Lago con l'aiuto di un team di volontari professionisti, il festival è un progetto – sottolinea Viviana Carlet – divenuto negli anni una piattaforma di produzione culturale dove si incontrano le competenze, e dove al centro ci sono sì i progetti, ma anche le persone.

Un programma mai così ricco quest'anno, messo a punto per celebrare alla grande una manifestazione culturale dalla vocazione indipendente che ha saputo e voluto crescere, dribblando le difficoltà di chi ha pochi soldi ma tante idee, sciogliendo ogni riserva che trattenesse dallo spiccare il volo. Quest'anno sono nate nuove e stimolanti partnership con importanti enti europei che promuovono il cinema giovane europeo e – aggiunge Migotto - abbiamo fatto network con realtà culturali capaci di generare progetti forti, dal sicuro impatto, trampolino per future iniziative, come il festival calabrese La Guarimba, Sexto 'nplugged, il Milano Film Festival e tanti altri ancora che vi invitiamo a scoprire.  

In aggiunta al concorso di cortometraggi, oltre 100 provenienti da tutto il tutto il mondo e divisi in 5 sezioni che saranno valutati dalla giuria internazionale composta dall'autrice TV  Simona Buonaiuto (BLOB), dal filmmaker finlandese Joonas Makkonen (Finlandia), dall'attore e autore Carlo Gabardinie dal giornalista Federico Pucci (Ansa), ci sono: le rassegne Eurovision - ogni sera, una lezione di cine-geografia con la più fresca produzione di cinema breve di Lituania, Norvegia, Slovacchia, Croazia, Estonia, Romania, Slovenia, Polonia – e i focus su Australia e Argentina. A sottolineare l'internazionalità di Lago Film Fest, aggiunge Carlet.Fa irruzione nel programma di quest'anno il tema dell'innovazione: tanta, tantissima innovazione, oggetto di incontri-evento da non perdere come quella con il team dicimilame, autori del fake-bomba di Casaleggio su Twitter, con Zero, il collettivo autore del progetto tormentone #coglioneNo, con Milano Underground, la web serie su gioie e dolori della vita in metropolitana e tanto altro ancora.

Molti i registi presenti a Lago che presenteranno i propri film e incontreranno il pubblico, novità di quest'anno, ogni giorno alle 11:30 in occasione di un ciclo di divertenti press meeting. 

Tanti inoltre gli ospiti che a Lago Film Fest lasceranno il segno: da Carlo Giuseppe Gabardini, noto al grande pubblico della TV per il ruolo di Olmo in Camera Café di Italia 1, nonché fondatore di Milano Film Festival, voce di Radio24 e autore di un monologo divenuto video virale sulla marmellata e la Nutella, come metafora sul tema dell’omosessualità, a Simona Bonaiuto e Fabio Masi, autori di BLOB. Della trasmissione di culto di Rai 3, che nel 2014 spegne 25 candeline, inoltre, saranno mostrati 3 documentari. Incluso Blob '77, il film-tributo a un anno di fratture e rivoluzioni, generatore di incubi e sogni di intere generazioni di italiani. Da special guest di Lago Film Fest, inoltre, Blob si insinuerà tra le proiezioni, invadendo lo schermo e le platee, con una striscia quotidiana dove sono condensati il meglio/peggio del nostro tempo...

Il programma della decima edizione include anche il grande ritorno del Premio Rodolfo Sonego, intitolato al mai dimenticato autore di Alberto Sordi, dal sangue veneto. Quest'anno saranno 5 le sceneggiature originali in lizza che verranno valutate dalla giuria impreziosita dalla presenza di Gianfranco Angelucci, amico e collaboratore di Federico Fellini, e autore di un libro omaggio alla sua Musa, Giulietta Masina, nell'anno in cui si celebra il ventennale della morte.

Musica e arti visive non daranno tregua al pubblico del festival, neanche quest'anno. 12 sono infatti i live in soli 9 giorni di festival e densissimo è il calendario di appuntamenti con le arti visive e le performance, a conferma trasformazione di Lago in una galleria d'arte a cielo aperto nei 9 rutilanti giorni di festival. 

 LAGO FILM FEST

X Festival internazionale di cortometraggi, documentari e sceneggiature

18-26 Luglio 2014 | Revine Lago, Treviso

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<![CDATA[Carlo Migotto presenta il Lago Film Fest]]>

Intervista a Carlo Migotto, direttore del Lago Film Fest insieme a Viviana Carlet

Nella conferenza stampa di presentazione della decima edizione del festival fra le tue dichiarazioni c'è stata questa "siamo felici, liberi e indipendenti. Ormai è impossibile ignorarci!” parlacene un po' in maniera più ampia..

Da un certo punto di vista l'ho detto anche per tirarci sù il morale, non è facile mantenere vivo un festival per dieci anni ma ci siamo riusciti, ed anche se il budget è quello che è e non riusciamo a fare per questo una pianificazione, ad inquadrare professionalmente molte persone che lavorano con noi, aver conservato un'indipendenza sul piano del contenuto delle scelte artistiche non avendo aderenze politiche o sponsor molto grossi ci ha reso davvero liberi; sono meccanismi che non serve essere esperti per conoscere o immaginare, ma ogni scelta fatta era solo legata al nostro pensiero ed anche gli sponsor che abbiamo aderiscono sono in quanto legati al contenuto che produciamo.  

Il vostro festival si caratterizza per il profondo legame con il territorio che lo ospita insieme all'elemento di internazionalità, sempre di più quest'unione sembra creare un legame con il pubblico molto forte...

Dieci anni fa abbiamo deciso di portare in un piccolo paese decentrato rispetto al mondo, come è Revine Lago, stimoli da mettere in relazione con il territorio, in questo senso Revine non è il luogo del festival, il lago è il motivo per cui esiste il festival. Le relazioni che si creano, l'impatto con il territorio sono il motore del festival, per questo l'evento non è di nove giorni ma coinvolge tutti tutto l'anno.

Proprio in relazione a questo aspetto cui stavi accennando come Lago Film Fest siete una vera e propria piattaforma di produzione culturale, per chi collabora la cultura è un progetto di vita...

Sì, per questo in quest'ultimo anno abbiamo fatto una riflessione ed alla decima edizione abbiamo deciso di evitare gli aspetti celebrativi, non ci saranno infatti retrospettive, non ci saranno mostre con manifesti legate alle passate edizioni, perché questo percorso che per noi è lungo, dieci anni, ma è anche piccolo, rappresenta un punto fondamentale perché è quest'anno che abbiamo voluto pensare al festival come fosse l'ultimo e proprio per questo, come del resto è sempre stato nello spirito del festival, anche in maniera molto incosciente, abbiamo deciso di giocarci tutto e divertirci, ci siamo detti "qualsiasi cosa che avremmo trovato durante l'anno stimolante l'avremmo potuta inserire, senza limiti". E così è stato. Vedremo cosa accadrà l'anno prossimo visto che con questa modalità è l'ultima volta che si vedrà il festival con questa modalità, dal 2015 sarà diverso.

Nasce da questa riflessione l'idea di questa campagna fotografica ironica e shock del fotografo Marco Pietracupa e il videoclip animato di Glenn & The Chunkies?

Sì, anche se la campagna va dall'esterno al festival nel senso che attira l'attenzione verso il festival, mentre il video è un progetto che parte dal festival e va all'esterno. La campagna è stata affidata ad un fotografo glamour Marco Pietracupa, che da un'idea di Alais Chies ha realizzato questo scatti dai colori "croccanti" con le persone del posto, persone che sono gli abitanti del lago, senza alcuna preparazione, conoscendoli qualche giorno prima, i vestiti non li ha scelti ma sono i loro, ha aggiunto i vari dettagli, maschere, boccaglio, e li ha fatte diventare testimonial della manifestazione. Inutile dire che queste immagini raccontano molto bene il festival, sono irriverenti e intelligenti e segnano il forte legame con il territorio, con il tessuto umano ed antropologico del paese. Il video di Glenn & The Chunkies è parte del festival, nasce da un progetto di Lago Film Fest di creare un gruppo musicale e lanciarlo, a prescindere dal festival. Il videoclip è stato censurato da youtube, ma Blob - presente nella manifestazione a celebrare i 25 anni - l'ha messo in onda, e con il loro primo live italiano i Glam ci saranno il giorno di apertura del festival.   

Quest'anno l'innovazione irrompe al festival con incontri eventi che porteranno a Revine Lago il team dicimilame, autori del fake-bomba di Casaleggio su Twitter, o con Zero, il collettivo autore del progetto tormentone #coglioneNo, e le partnership si sono ampliate, oltre a Sherwood, state collaborando con il festival calabrese La Guarimba, Sexto 'nplugged....

Le collaborazioni sono un altro dei punti fondamentali, Sherwood è un festival indipendente storico ci sembrava naturale la partnership, ma ad esempio Guarimba è una nuova realtà, un festival di cinema indipendente che ci ha contattati perchè seguivano i nostri stessi principi, hanno deciso in un piccolo paese di non organizzare la solita sagra ma un festival internazionale che porti gente da fuori da un lato, e dall'altro faccia qualcosa per la gente del posto. Mentre gli organizzatori di Sexto 'nplugged li ho chiamati io, stanno facendo a Pordenone un festival di musica indipendente molto interessante, partono da un'associazione senza fini di lucro, insomma abbiamo molti punti in comune. (Silvia Gorgi)


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<![CDATA[Recensione del film "Gabrielle" di Louise Archambault]]>

Per una volta l'estensione del titolo che la distribuzione italiana ha imposto a Gabrielle, secondo lungometraggio della canadese Louise Archambault, sembra avere un senso. Un amore fuori dal coro funziona infatti egregiamente come doppio senso: mettendo in relazione quanto avviene nella trama del racconto con la capacità di descrivere una storia d'amore cinematografica in una chiave interamente sottratta alle coordinate abituali del caso. Perché in questo caso l'amore nasce durante le prove di un coro molto particolare, quello de Les Muses di Montreal, un centro di arti dello spettacolo che offre una formazione professionale in canto, danza e teatro a persone portatrici di handicap come il ritardo mentale, il ritardo nello sviluppo o le limitazioni fisiche e sensoriali

Folgorata dall'incontro casuale con questa realtà la regista ha riadattato sul personaggio di Gabrielle una sceneggiatura che stava scrivendo. La protagonista nella vita si chiama Gabrielle Marion-Rivard ed è affetta dalla sindrome di Williams: un deficit mentale associato a un carattere estremamente socievole e a una rara predisposizione alla musica e all'orecchio assoluto. Che non impedisce a chi ne è colpito di innamorarsi e di ricercare, come ogni essere umano “normale”, la felicità degli affetti. Accade infatti che cantando in un coro di ragazze e ragazzi realmente sofferenti di lievi deficienze intellettuali si innamori, ricambiata, di Martin, interpretato con bella sensibilità da Alexandre Landry, che invece è attore professionista.

Premiato in varie occasioni e all'ultima rassegna di Locarno, rappresentante per il Canada all'Oscar, Gabrielle è un piccolo film connotato da un grande spessore. Unica autrice di soggetto e sceneggiatura Archambault fa muovere la sua camera a mano con grande leggerezza, ma senza timore di accostarsi a distanza anche molto ravvicinata ai suoi interpreti, accompagnandoci a esplorare una realtà che il cinema raramente frequenta. Realizzando sul piano visivo quasi un ibrido con il documentario e suggerendoci però che deve essere invece stato fatto contestualmente un impegnativo lavoro di prove e di affiatamento per ottenere quell'effetto di naturalezza che è la cifra stilistica più convincente di tutto il film. Il testo della canzone che i ragazzi devono portare a un'importante manifestazione, accompagnando l'indiscussa star canadese Robert Charlebois (nel ruolo di se stesso), dice “non sono altro che un ragazzo normale”: è qui che l'autrice trova felicemente il suo centro, è qui che vince la sua scommessa.

Gabrielle desidera infatti una vita “normale”, dove sia possibile essere autosufficienti, avere un appartamento, farsi da mangiare, innamorarsi, fare l'amore. Pur restando consapevole della propria diversità e dei limiti che comporta. Attorno alla quale una sottile e precisa rete di scrittura riesce a dare fisionomia e credibilità ai personaggi di contorno: una sorella amatissima che vorrebbe raggiungere il suo uomo in India, una madre in carriera saldamente arroccata nel proprio pragmatismo, un innamorato appena un po' più adulto di lei bisognoso di liberarsi dall'eccesso di protezione della madre, gli insegnanti e la loro pazienza, il loro problemi. La loro vita quotidiana.

C'è molto coraggio e molta sensibilità nell'affrontare anche la parte sensuale (non sessuale) del rapporto tra Gabrielle e Martin, due soggetti che la convenzione dominante vuole handicappati. Tema che abitualmente il cinema aggira così come fa quando attiene al rapporto tra anziani, argomenti d'altra parte scomodi e imbarazzanti anche fuori dal contesto cinematografico. Archambault lo scioglie nella complessità delle emozioni che il suo racconto suscita e incentiva anche attraverso la sua parte musicale, lo sottrae a qualsiasi inclinazione al melodramma e alla facilità della commozione, ci porta a guardare loro con tenerezza e a chiederci se il nostro grado di conoscenza del loro modo di esistere non potrebbe essere più elevato, o almeno più attento e curioso. Più “normale”, verrebbe da dire. E finalmente fa piazza pulita di tutti i corpi patinati, perfetti e senza anima straripanti da schermi e teleschermi sentimentali.   

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<![CDATA[Recensione del film "Maps to the Stars" di David Cronenberg]]>

E' una comunissima Lincoln nera, noleggio con conducente, quella verso cui si avvia la giovane Agatha appena sbarcata a Hollywood. Aveva chiesto come di prammatica una limousine, ma l'autista Jerome le spiega laconicamente che non ce n'era più nessuna disponibile. Nelle prime scene di Maps to the Stars (Cannes 2014) Cronenberg cerca di confonderci le idee estraendo l’ex vampiro Pattinson, protagonista di Cosmopolis, dalla lunghissima Lincoln bianca sua ipertecnologica casa ufficio per ricollocarlo al volante di una più modesta berlina della stessa marca. Mentre ci interroghiamo sul senso dell'operazione fatichiamo un po' a renderci conto che è solo un piccolo divertimento del Maestro alle nostre spalle e che invece stiamo dolcemente infilandoci dentro uno dei suoi incubi peggiori.

O migliori. Consegnato Cosmopolis alla sua identità di prisma misterioso e puro, archiviato A dangerous Method come incidente di percorso, circoscritti A history of violence e La Promessa dell’assassino in un affascinante dittico sul tema della violenza Cronenberg torna sui suoi passi più antichi e al suo cinema più visionario e (letteralmente) bruciante. Con evidente sprezzo del pericolo si tuffa in un’operazione “Hollywood su Hollywood” non esattamente inedita per il cinema americano (risparmio la lunga serie di titoli di riferimento) confezionandone una declinazione che squaderna il genere e sedimenta un punto di originalità assoluta, tra Billy Wilder e David Linch.

Il suo gruppo di famiglia in un interno è costituito dall’orrenda giovanissima star di un serial per adolescenti Benjie, dalla poco più adulta sorella piromane cui è stata spenta la fiamma pilota Agatha, dalla madre tonica palestrata scrupolosa ansiosa manager del giovane astro, dal padre tetro e cinico guru delle terapie alternative per ricchi psicopatici. Nel perimetro esterno c’è Havana, sua paziente, diva sul viale del tramonto in lotta per avere la parte che fu di sua madre negli anni ‘60, di cui Agatha - qui si accende il cortocircuito - diventerà assistente e dama di compagnia.

Secondo il regista l’azione avrebbe potuto essere ambientata ovunque, dalla b a Wall Street, dove l’apparire diventa ossessione, ma anche qui si avverte un sapore di garbato depistaggio. Il mondo del cinema, di cui Hollywood è l’indiscusso ombelico, è il luogo dove l’apparenza cessa di essere tale per farsi verità: niente è più vero di ciò che appare sullo schermo 24 volte al secondo. E’ qui che un ragazzino di tredici anni uscito dal rehab può insultare serenamente chiunque lavori per lui, che un cialtrone spregevole e impunito può fare montagne di dollari sulle vulnerabilità psicologiche dei danarosi, che un battito di ciglia o una bizza del Caso può decretare la tua gloria o la tua rovina, che i fantasmi e gli incubi possono materializzarsi e decidere cosa fare della tua vita.

Perché a Hollywood si può condividere l’idea che l’inferno sia solo un mondo senza droghe evitando di chiedersi se l’inferno non sia lì: appannato dai cocktail, dalle pastiglie, dalle ville finto europeo con piscina, dalle limousine, dai milioni di dollari che scorrono assieme all’alcol. Un mondo alieno dove l’ossessione si esercita quotidianamente sul bordo della disperazione, dove o sei tutto o non sei niente. Nel ritorno all’orrore Cronenberg mette a valore tutta la radicalità del proprio sguardo verso un universo che conosce fin troppo bene e dal quale non finge di tirarsi fuori.

Dentro una sceneggiatura (di Bruce Wagner) a orologeria lo sostiene un cast impeccabile in cui spicca una gigantesca Julianne Moore, che si carica addosso il peso della gran parte del film e in cui menzione speciale va fatta per Mia Wasikowska, classe 1989, l’Alice di Tim Burton e la giovanissima vampira dell’ultimo Jim Jarmush Solo gli amanti sopravvivono – ancora nelle sale, affrettarsi. Quanto al Maestro, al suo punto di vista sullo show business e alla sua voglia di presa in giro, prestate attenzione a una sanguinaria arma letale che viene utilizzata in sottofinale: è un “Genie”, il premio del cinema canadese conferito a Spider nel 2002.

Ottone massiccio.
Vedete voi.

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<![CDATA[Recensione del film "Locke" di Steven Knight]]>

“Credo che l'idea di responsabilità sia legata al sacrificio”.  Steven Knight

E' sera, la Bmw X5 è ferma a un semaforo appena fuori Birmingham, la freccia lampeggia a destra. Il grosso camion che si è accostato da dietro suona più volte dopo che è scattato il verde perché l'auto non riparte. Qualche secondo - o un tempo interminabile - e l'autista cambia verso alla freccia svoltando a sinistra. E' in questo cambio di direzione che si incardina Locke, presentato con successo e inspiegabilmente fuori concorso all'ultima Mostra veneziana, opera seconda scritta e diretta da Steven Knight. Già sceneggiatore per Stephen Frears (Piccoli affari sporchi) e David Cronenberg (La promessa dell'assassino) gira in sequenza in otto notti rinchiudendo l'azione nel tempo quasi reale di 85 minuti. Tutta dentro l'abitacolo, un uomo solo, lungo l'autostrada verso Londra. Fuori luci artificiali e oscurità. Ha preso rapidamente una decisione Ivan Locke, ingegnere capo per una potente multinazionale di Chicago che gestisce enormi cantieri di costruzione. Il mattino seguente deve sovrintendere una colata di calcestruzzo senza precedenti che getterà le fondamenta di un grattacielo di 55 piani. Ma ha deciso che non ci sarà: ha ricevuto una telefonata.

Nello squillare continuo del telefono, nelle conversazioni in viva voce che si susseguono tentando talvolta di sovrapporsi, prendono forma i frammenti che compongono la narrazione. Che nell'incedere con passo da thriller rivela invece ben presto uno spessore di racconto morale via via più decifrabile. Voci di uomini, donne, bambini diversamente e profondamente coinvolti negli effetti di una decisione improvvisa e difficile. Quella che non ti concede più tempo, quella che cambia tutto. Un padre di famiglia affettuoso, un marito innamorato della moglie, un professionista stimato da tutti. Un uomo. A un punto cruciale della sua vita, in cui ogni cosa è a rischio di andare perduta. In cui deve, vuole, fare la cosa giusta. Perché qualcosa poco tempo prima gli è sfuggito di mano e porta sua moglie a rinfacciargli che la differenza tra mai e una volta sola è la differenza tra bene e male. Voci ora disperate ora aggressive, ora incredule ora impaurite, verso le quali Ivan deve continuamente ridefinire il proprio ruolo reimpostando la propria voce. Rendendola calma, sicura e convincente, perché è il solo strumento a disposizione “per occuparsi del prossimo passo concreto”. Che può riguardare un cantiere, una stanza d’ospedale, la famiglia. Quando le voci per brevi momenti tacciono c’è un fantasma seduto sul sedile posteriore, cui ringhiare il proprio risentimento.

Che uomo sia Ivan Locke lo capiamo un po’ alla volta. Quando i suoi occhi brillano dicendo al suo aiutante che con quell’ edificio “ruberemo un pezzo di cielo”, quando al suo capo (Bastard nella rubrica telefonica) che gli urla perché non si è dato malato risponde che malato non è, quando non riesce a ripetere a suo figlio che gli vuole bene, quando un caposquadra polacco gli manda a dire che è il miglior uomo in Inghilterra. Frasi, gesti, espressioni che raccontano l’uomo più della sua esplicitata scelta morale, più dell’assunzione di responsabilità, più dell’assumersi il peso delle conseguenze delle proprie azioni. Un trasferimento di percezione veicolato con grande efficacia da una scelta cinematografica di sperimentazione ai limiti del temerario. All’alternanza del clima dentro l’abitacolo si accompagnano sguardi e traiettorie sulla notte dell’autostrada. Carreggiate che si intersecano, giochi di specchi, luci vagamente lisergiche. Fari di auto che fanno correre altre vite, altre storie. Un’illuminazione ipnotica che impasta sentimenti, spiegazioni, accuse, determinazione.

Locke è irremovibile, di una solidità senza crepe come il suo amato calcestruzzo. Interpretato da un sorprendente Tom Hardy che, per la prima volta sottratto alle maschere che lo hanno fatto conoscere al pubblico internazionale, gioca di sottrazione, di toni bassi, di gestione sofferta dell’autocontrollo. Ci costringe a immedesimarci nella sua situazione, a valutare se davvero è la cosa giusta quella contenuta nella sua scelta. Se non ci siano altre soluzioni o compromessi. Ci chiarifica che nel tessuto del racconto morale non si annidano tracce di moralismo. Non ci sono prediche o sermoni: che fare al suo posto resta problema nostro, con cui fare i conti in auto da soli, tornando a casa. Per aiutarci a risolverlo c’è una parola (è in v. o. in diverse sale) che non pronuncia mai: sorry.

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<![CDATA[Recensione del film "La sedia della felicità" di Carlo Mazzacurati]]>

Sul set de La sedia della felicità c'era la famiglia di Carlo Mazzacurati. Quella anagrafica, quella artistica, quella del cast tecnico. L'importanza di cercare di costruire ogni volta una famiglia perché così si crea un'atmosfera da cui scaturiscono le emozioni è un ricordo nitido (so di ripetermi) da una lunga conversazione intervista di quasi vent'anni fa, dopo che Il toro fu premiato a Venezia. Con noi c'era Bobo Citran, premiato anche lui. Eravamo nella storica osteria del Ghetto gestita da Alberto, apparizione in più d'uno dei suoi film. Le ombre ce le versava Noki, anche lui con la troupe nell'Est europeo, che allora serviva ai tavoli e in quest'ultimo lavoro è l'aggressivo assistente del “Mago Kasimir”. Se a noi padovani che abbiamo conosciuto Carlo risulta facile identificare sua moglie all'assistenza alla regia, suo nipote tra gli sceneggiatori o sua sorella con la figlia nella scena in pescheria (riconosciamo anche la pescheria) a nessuno del grande pubblico è sfuggito il folto gruppo delle brevi apparizioni amichevoli, magari per solo una o due pose, di quanti degli attori che hanno fatto parte del suo cinema in tutti questi anni. Da Citran a Bentivoglio, Albanese, Orlando, Balasso.

Si sono divertiti tutti. Si vede e si sente. L'apporto del nuovo entrato Valerio Mastandrea non deve essere stato in questo senso indifferente: “una delle persone che più mi fa simpatia”. In un film in cui ha cercato di “riuscire a mettere insieme il senso di catastrofe nella quale sembra stiamo precipitando e l'energia che malgrado tutto si sente nell'aria” si sono divertiti tutti nonostante la malattia che se lo stava portando via e che a tutti era nota. E' difficile eludere questo argomento riflettendo sul suo ultimo lavoro, così come è difficile non trovarvi tracce delle sue scelte di vita. Delle quali la più significativa è forse il ritorno nella sua città dopo un lungo soggiorno romano (“il nordest è nel mio destino”) per poi andare a scegliere un attore che della sua romanità ha fatto una cifra stilistica e che in questo caso lo ha “aiutato a trovare il baricentro del personaggio”, correggendone il linguaggio. Mettendogli accanto la palermitana Isabella Ragonese, grazia sorprendente e determinazione mediterranea, per un racconto scritto prima di ammalarsi, realizzato in una cornice di leggerezza e serenità. Da cui è uscito un film che ha il coraggio e la forza di mettere la felicità nel titolo.

Attorno a un tatuatore e un'estetista che il destino ha portato chissà come a essere dirimpettai in una galleria commerciale di Jesolo (ma potrebbe essere un qualsiasi altro luogo del nordest) Carlo ha costruito la sua poetica di una felicità difficile ma possibile. Bisogna cercarla, volerla. Superando gli ostacoli, sfidando la fortuna, per trovarla magari nascosta sotto la seduta di una sedia in orrendo stile finto-indiano. Una caccia al tesoro. Un gioco. Con il prete-quasi-pope Giuseppe Battiston a dare (grosso) corpo al ruolo della variabile impazzita. Un pretesto per circondarsi dei familiari, degli amici. Per godere del loro affetto. Per parlare di una terra che il tempo ha trasformato: capannoni artigianali divenuti enormi ristoranti cinesi, antiche dimore di campagna in cui scorrazzano i cinghiali tra l'erba alta, negozianti indebitati consegnati al culto del corpo, convention di gelatai attratti dal bisogno di apparenza. Senza che traspaiano critica, giudizio o severità. Al contrario lo sguardo è indulgente, leggero, benevolo. E' più difficile del solito trovare tracce nitide della malinconia cui il suo cinema ci ha in filigrana abituato. Il clima un po' stralunato che si poteva cogliere nel suo ultimo La passione è ancora percepibile, ma stemperato in quell'equilibrio magico che solo le favole sanno trovare. Consegnando ai suoi protagonisti la missione di suggerire che la speranza può essere a portata di mano per chi ha ancora voglia di provarci, di mettersi in gioco.


E' un film lieve La sedia della felicità. Potremmo parafrasare una battuta di Ilvo Diamanti e collocarlo tra Tarantino e Goldoni: non è il film testamento e tantomeno il film postumo di Carlo Mazzacurati. E’ un piccolo compendio sul suo modo di intendere il Cinema, di interpretare il suo mestiere: che genera prodotti magari imperfetti ma mai omologati, certamente non omologabili. E’ un’occasione per riflettere su tutta la sua cinematografia, su quanto ci riguarda da vicino. E’ lo sguardo che a 57 anni e dopo 14 lungometraggi rivolge con tenerezza al suo mondo, a personaggi che danno continuità alla sua vena più solare e ottimista, a un territorio che, nascosta nel coacervo delle proprie contraddizioni, coltiva pur sempre una volontà di riscatto. O almeno così vorremmo tutti. Perché la felicità forse non si nasconde in uno scrigno colmo di gioielli: più probabilmente sta negli affetti, nella solidarietà, nell’amicizia, nell’amore. Possiamo passare dai capodogli dell'Oceano agli orsi delle Dolomiti e trovarla improvvisamente nel silenzio più vicino al cielo. In un tempo confuso e rallentato, mentre i valori propri di questa sua terra sembrano sempre più appannati, ci ricorda le proprietà terapeutiche che vengono dal sognare e dall’avere fiducia nella vita proprio mentre la sua se ne sta andando. Radici russe per una fiaba veneta che mette a valore la sua ironia, la sua voglia di allegria, il suo colto umorismo. Restituendoci l’aria più pulita del nordest ci suggerisce che se esiste un Paradiso degli Orsi è lì che, se vorremo, potremo andare a trovarlo.

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<![CDATA[Recensione del film "I corpi estranei" di Mirko Locatelli]]>

"Volevo un corpo che riuscisse a comunicare odio e amore contemporaneamente". Mirko Locatelli

Bestemmia e prega Antonio, il protagonista de I corpi estranei, secondo lungometraggio di finzione di Mirko Locatelli. Bestemmia anche quando prega. Prega perché non si sa mai. Ma soprattutto tace, fatica a far uscire la voce, quando lo fa la stritola. Perché è un uomo solo, lontano da casa, con un bimbo di meno di un anno in braccio. Un bimbo malato. Di cancro. Intorno, in quell'ospedale livido grande come una città, “sono tutti arabi, fanno schifo”. La città vera, Milano, anonimato urbano dalla finestra, non esercita alcun potere di coinvolgimento. Sradicato dal suo contesto sociale, allontanato per una drammatica urgenza dagli affetti familiari, Antonio sembra ritrovare la parola solo al telefono con la moglie e gli altri due figli piccoli, che non vedremo mai.

Locatelli ha scritto il film insieme alla sua compagna Giuditta Tarantelli, dopo aver fondato con lei nel 2002 una casa di produzione che si occupa principalmente di documentari. L' abitudine al documentario riverbera nitidamente in questo lavoro. Assieme hanno letto, studiato, incontrato psicologi clinici e oncologi. Decidendo di raccontare la fragilità dell'uomo invece che il dolore della malattia. Organizzando la narrazione attorno e addosso a Filippo Timi, che se ne assume l'onere con una intensità e una capacità di aggiungere valore che lo confermano come uno degli attori più interessanti della sua generazione. Lo incontriamo in un'area di servizio autostradale, a notte fonda. Si lasciano intravedere il display dell'orologio dell'auto e le luci dell'autogrill. Quando l'uomo rientra in macchina ci accorgiamo che dentro c'è un bimbo assicurato al seggiolino. Ci domandiamo cautamente che razza di padre è questo che lascia il figlio incustodito nel cuore della notte.

Timi ci mette 98 minuti a spiegarcelo, caricandosi addosso tutto il film, anche se l'uomo dell'area di servizio è diverso dall'uomo che tornerà verso casa. Sempre al centro della scena mentre attorno a lui tutto è rarefatto, impersonale. Il bimbo che gli è accanto (nella realtà sono due fratellini) è una straordinaria spalla senza parole. Medici, infermieri, inservienti sono brevi apparizioni senza nome. Pochissime informazioni per commentare l'evoluzione di quella che sembra una delicata operazione al cervello, che forse sta subendo qualche complicazione. Sono gli “arabi” quelli che parlano. Che si interessano della malattia, che indirizzano Antonio al mercato notturno ad alzare cassette e qualche euro, che pensano a sostituire a basso prezzo la batteria della vecchia Opel. Soprattutto Jaber, adolescente tunisino, si ostina a cercarlo, a fargli sollevare lo sguardo, a rompere il muro.
 


La camera tallona costantemente Antonio, spesso da dietro, in questo rimandandoci alla cinematografia dei fratelli Dardenne, dei quali ritroviamo anche atmosfere e asperità di sguardo. Sospettoso, diffidente, razzista per nascita. Pronto a fare a cazzotti, capace di piangere di nascosto, Antonio subisce fisicamente l'estraneità dei corpi che lo circondano. Attraverso di lui ci avviciniamo alla malattia nella sua parte meno conosciuta: quella che riguarda gli “altri”, quelli che dalla malattia sono colpiti indirettamente, ma non per questo sono meno sofferenti. Antonio rappresenta la complessità della risposta al dolore, mettendo al centro la fragilità. Non solo la sua, bene camuffata da un atteggiamento spavaldo e ruvido, ma anche quella dell'epoca che viviamo.

Fragilità culturale di un mondo sempre meno disposto a praticare i terreni della convivenza, della solidarietà, della tolleranza. Locatelli paralizza qualsiasi retorica e non mette in scrittura un sentimentalismo che pure sarebbe a portata di mano, confezionando un piccolo grande film non catalogabile e purtroppo non facilmente frequentabile. L'estraneità dei corpi non attiene solo alle razze, alle culture, alle lingue: è spinta alla sua massima declinazione quando mette in cortocircuito il corpo dell'uomo strutturato delle certezze sedimentate, razzismo in testa, con la fragilità del ruolo sociale, primariamente connotato dalla paternità in cui, infine, anche Jaber si specchia. Nessun intento didascalico, nessun pietismo, molto pudore, molto rispetto per i personaggi. Attento a non cercare la commozione la lascia ritrovare in opzione, per chi vuole, allo scorrere dei titoli di coda.

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<![CDATA[Piccola Patria - Intervista all'attrice Roberta Da Soller]]>

Un nuovo modo di vivere il mestiere dell'attrice.
Roberta Da Soller è uno dei volti emergenti della scena cinematografica italiana. Coprotagonista nell'esordio del regista Alessandro Rossetto "Piccola patria", accolto favorevolmente da critica e pubblico alla Mostra del Cinema di Venezia e selezionato al Festival del Cinema di Rotterdam, in sala dal 10 aprile, Roberta Da Soller, accanto alla bravissima Maria Roveran, altro talento cristallino, interpreta Renata, una ragazza schiva, chiusa, profondamente legata all'amica Luisa, con cui divide un non-futuro e la voglia di scappare da un luogo che non offre nulla, attraverso la via che tutti hanno insegnato loro, quella dei soldi.
Un ruolo che ha aperto in lei delle domande profonde.


Intervista a Roberta Dal Soller


Esordisci con Alessandro Rossetto, eppure da tempo ti formavi come attrice, come mai prima non avevi pensato al cinema? Come mai sei andata al provino per questo film?

Il provino con Rossetto è stato un travaglio, non tanto il provino in sé, ma il decidere di andarci. Ricevo una telefonata da Stefano Scandaletti nell’estate 2011 mentre stavo lavorando a Centrale Fies, che mi dice "c’è un caro amico che sta cercando attori per il suo film, ti va di fare il provino?"
Io molto frettolosamente e in preda alle mille cose gli dico: “sì, sì, però a settembre perché ora sono impegnata”.

Il provino era con Alessandro Rossetto per il film Piccola Patria.
A settembre mi richiama e cerca di fissare questo appuntamento per il provino, gli dico ok, di fissarlo ma poi non mi presento. Ad aprile del 2012 Stefano mi richiama per ripropormi di fare il provino e stavolta decido di andarci
Il provino secondo me andò male. Passarono settimane, poi Alessandro stesso mi chiamò e mi disse che voleva rivedermi in stazione a Padova.
Stavolta ci andai con più piacere, anche perché avendo conosciuto Alessandro iniziavo ad incuriosirmi. Quel giorno mi disse che gli interessavo, io lo guardavo fisso negli occhi sbalordita, alla fine si susseguirono i provini, conobbi Maria con cui si creò subito una complicità invidiabile e poi un giorno, nel bar dell’Antares, Alessandro mi disse che mi voleva, che voleva interpretassi Renata, la co-protagonista. E aggiunse… "non ti preoccupare perché tutto quello che dovrai rigurgitare sarà solo funzionale al lavoro, nessuna terapia" mi disse qualcosa del genere.


Al cinema prima non ci avevo mai pensato, o forse sì, ma era un pensarci intimo, una sorta di passione molto personale. Allenavo quotidianamente la mia memoria emotiva che, paradossalmente, durante gli anni d’accademia, rimase soffocata. Ho abbandonato il desiderio di diventare attrice quasi sul nascere, c’erano troppi aspetti dell’arte contemporanea che mi interessavano e non concepivo l’idea di dedicare anni solo a una parte di essa. L’accademismo poi ti aliena, ti porta a dimenticare molte cose per concentrarti solo sulla disciplina, sulle materie e quest’ultime spesso necessitano di un potente svecchiamento. L’accademismo per me è fallimentare. E' un luogo ordinario per l’arte esattamente al contrario di una rovina urbana in cui però l’arte trova una casa molto più interessante, per parafrasare Rebecca Solnit nella sua Storia del Camminare.

Ho cercato una comprensione più profonda anche del sistema in cui mi stavo per gettare, di studiare quella parte di teatro che mi affascinava e che molto genericamente è il Teatro Sperimentale. Giusto per tagliarlo con l’accetta dal teatro tradizionale di prosa o dai musical.


 Come hai costruito il ruolo di Renata in Piccola Patria dentro di te?

Il ruolo di Renata in realtà si è formato in maniera abbastanza complessa e per nulla lineare. Nel senso che non si è esaurito con l’ultimo giorno di riprese. I primi dialoghi con Alessandro per me furono molto chiari. A lui interessava tutto quello che io avevo cercato di rimuovere negli anni, gli interessava il dialetto, quello sguardo che mi scappava quando guardavo certe persone o sentivo certi discorsi, quelle reazioni che  avevo quando qualcuno mi toccava, gli interessavano tutte le cose che non dicevo, il mio accartocciarmi nella sedia per non scoprirmi troppo, il mio modo di vestire, il mio fissare fermo.

Alla fine ad Ale io raccontai credo solo tre o quattro cose di me ma lui aveva già capito tutto. Ed era sul quella pasta della quale sono fatta che gli interessava lavorare. Dico pasta perché parlo di materia, di qualcosa di molto simile al giocare con la terra e il fango. Renata è nata dal recupero di tutto il mio rimosso. Ho cercato nella mia biografia gli elementi che più si avvicinavano a un rapporto diretto con l’istintività, sì perché anche se Renata è cervellotica, alla fine il suo pensare si traduce in rigurgito, il pensiero serve solo a far degenerare il sentimento, e non a comprenderlo e ad agirlo come succede quando si ha una consapevolezza, in questo caso, culturale di quello che succede.


Alessandro aveva ben chiaro che il dialetto avrebbe fatto da autostrada a questo lavoro indirizzato al rapporto materico con i sentimenti, il paesaggio, le persone. Per me è stato molto faticoso, perché questo dialetto proprio non me lo volevo sentir pronunciare. Mi dava un fastidio tremendo recitare in quel modo, mi sentivo ridicola e impacciata. Quindi ho cercato innanzi tutto di concentrarmi su alcune cose come il rapporto morboso fra Renata e Luisa, e quello violento fra Renata e Menon, e trovare delle prese fisiche che facessero da detonatore a tutto l’epilogo. Poi vi era una sorta di cambio di stato apparente in cui Renata sembra più concedersi, questo sia con Menon che con Luisa, ma dovevo comunque mantenere alla base del mio stomaco una sorta di tappeto nero in cui si rimescolavano le angosce e le paure.
Sul lavoro ci sarebbe da dire davvero molto. Sono stati 3 mesi in continua fibrillazione.


Mi racconti il tuo ruolo nel film di Carlo Mazzacurati, che uscirà il prossimo 24 aprile, "La sedia della felicità" e come sono andati i provini?

Il film di Mazzacurati La Sedia Della Felicità è pieno di attori, credo una sessantina, con personaggi come Antonio Albanese, che fanno anche solo qualche minuto, credo sia stata una scelta di Mazzacurati lavorare un po’ con tutte le persone che ha incontrato in questi suoi anni di lavoro. Io invece sono capitata in questa cosa un po’ per caso.
Al provino ci sono arrivata perché Stefano Scandaletti, ancora una volta, mi chiamò e mi disse "c’è un ruolo che forse fa per te", mi dice di non rinunciare a tutti i miei “difetti” di non pulire l’italiano, di non togliermi i manierismi da ragazzetta da centro sociale, insomma di non recitare troppo. Mi sono fatta accompagnare da una cara amica curatrice d’arte, una molto appassionata che mi segue spesso nelle mie vicende. Entro e conosco Marina la moglie di Carlo Mazzacurati, una signora molto riservata e gentile, fu lei a provinarmi quel giorno. Andò abbastanza bene la parte del copione che mi ero preparata, poi mi dicono di improvvisare una scena in cui dovevo impazzire: immaginare che mi stessero pignorando gli strumenti di lavoro nel mio centro estetico, perché la parte che dovevo fare era di un’apprendista estetista.


Di fronte a me c’era un omone che faceva finta di trascinarsi dietro qualcosa e io mi buttai urlando su di lui. Dico le battute e d’improvviso gli tiro un pugno sulla spalla. Finito il provino esco dalla stanza chiedendo scusa più volte al ragazzo sotto lo sguardo interdetto della mia amica, che mi chiede cos’era successo che urlavo come una gallina sgozzata.

Spiegare il mio personaggio è raccontare un po’ questo, quando incontrai Carlo e poi andai sul set, in tanti mi dissero “tu sei quella del pugno”, “ho visto il tuo provino, ti ho stimata” e cose di questo tipo relative al pugno che avevo sferrato. Aveva fatto parecchio ridere e, se ci penso, fa molto ridere anche me.

Ecco alla fine Pamela è un’apprendista estetista molto dedita al lavoro e molto affezionata e grata alla sua datrice, difende queste cose con molta vemenza e passionalità. E’ un personaggio buffo, quella simpatia che danno, a volte, le persone che prendono che si prendono molto sul serio e fanno del proprio lavoro quasi una filosofia di vita, in Veneto succede spesso.


Nel mese di marzo è venuto a mancare Resnais regista che ispirò la Nouvelle Vague, cosa ti piace di quel modo di fare cinema? Quali attrici di questa corrente ti piacciono in particolare?

Di quella corrente amo l’intimismo, l’estetica, le musiche, l’immediatezza senza cadere nella facile retorica delle ideologie del tempo, mi piace quel nuovo modo di essere giovani, mi piacciono le domande che i personaggi si pongono e le risposte che danno. Amo la forma con cui vengono definiti i rapporti fra uomo e donna, le loro differenze così profonde, non in termini di ruoli ma esistenziali. Bellissimo per esempio il dialogo fra Jean Seberg e Jean-Paul Belmondo in Fino all’ultimo respiro in cui lui dice che fra il dolore e il nulla sceglie il nulla poiché il dolore è stupido, mentre lei sceglie il dolor.
Poi lei stringe gli occhi per cercare di vedere tutto nero, ma non ci riesce, non è mai completamente ner. Trovo questo dialogo pieno di senso e poi lei aggiunge: "ci guardiamo fissi negli occhi e non serve a niente".


Sancisce una differenza incolmabile ma reale e inevitabile, è la crepa fra due persone ma anche con un’epoca. Jean Seberg è un riferimento culturale forte per me. Essere un’artista completa/o non significa solamente saper cantare, ballare, recitare in maniera eccellente e convincente ma soprattutto avere un proprio punto di vista, un proprio stile, uno sguardo preciso e personale sulle cose. Lei aveva questo stile inconfondibile. Sensibile donna di sinistra che diede il suo appoggio ai Black Panters e ai nativi d’America durante le lotte di quegli anni. Non ha mai vissuto il suo lavoro dentro la gabbia identitaria dell’attrice attribuendogli un valore in sé e per sé. Ed è inutile, questo modo di fare e di essere è leggibile anche nel suo fascino d’attrice come poche.


Quali sono i registi (donne e uomini) e attori (donne e uomini) con cui ti piacerebbe lavorare in Italia?

Due registi con cui avrei voluto lavorare, ed è un desiderio realizzato, sono Alessandro Rossetto e Carlo Mazzacurati. Altri non lo so, vedere film e farli sono due cose molto diverse. Mi piace Silvio Soldini, Davide Manuli, Leonardo di Costanzo cose diversissime, ma con forte personalità.

Se Gianfranco Rosi decidesse di fare un docufiction farei di tutto per farmi provinare e detto da me vuol dire che proprio mi piace. Dirlo ora che ha vinto il Leone d’Oro sembra scontato, ma il suo lavoro con Sacro Gra è sublime, e rifacendomi a quanto detto sopra, niente di più fulminante per me.

Attori… Elio Germano senza dubbio, e con Mastandrea vorrei lavorarci di nuovo perché mi fa piegare dalle risate e anche lui è un gran bel tipo.


Quali sono i film che ti sono piaciuti che hai visto quest'anno e i film che ritieni per te dei capisaldi?

Alcuni film molto belli che ho visto Oh boy un caffè a Berlino di Jan Ole Gerster, molto bello e intelligente, Nebraska di Alexander Payne, pura poesia
Capisaldi? L’Odio di Kassovitz, Bastardi senza gloria di Tarantin.
Tarantino sempre meno senza compromessi lo amo. Fino all’ultimo respiro e Due o tre cose che so di Lei di Godard.


Nei lavori che hai curato, seguito, sviluppato, organizzato nell’arte contemporanea spesso "si ragiona" con lo spazio, in particolare lo spazio urbano, dal S.a.L.E Docks (riappropriazione di uno spazio), al festival AL LIMITE, di cui sei stata direttrice artistica (confine, limite, delimitazione di spazi; metropoli=fabbrica sociale), al Centrale Fies (luogo fisico e percorso artistico) mi esplichi un po' questi concetti...

Mi interessa moltissimo il rapporto, con gli spazi, il paesaggio e l’urbano in generale. Anche questa cosa è cresciuta un po’ negli anni grazie al mio compagno che è un artista, anche se a lui non piacerebbe questa definizione, ma soprattutto un writer e grazie ai miei compagni del S.a.L.E. In passato non capivo come mai sia di fronte ad una montagna che di fronte a palazzoni di cemento mi sentissi disambienta, mi attraversava un certo mal di vivere tipico dei sintomi da hangover.

Prima Leopardi, nell’Infinito, mi chiarì un po’ le idee, poi ho iniziato a leggere libri su temi relativi alla città, la perdita dell’ambiente, sul senso delle periferie, sull’importanza della comunità. Ho iniziato a comprendere quanto i posti dove ho vissuto e che attraverso tutt’ora influenzano la qualità della mia vita e la direzione dei miei desideri. Tutte le cose che hai citato sono parte di questo ricercare intimo e collettivo allo stesso tempo, che riguarda molto da vicino un aspetto della vita, non contemplato dalle politiche abitative e lavorative siano queste tradizionali, artistiche etc.. e cioè la felicità e il desiderio.

Scegliere di stare dentro un percorso come quello di S.a.L.E Docks è fondamentale, non solo per la comprensione della Città, ma anche per l’immediata ricaduta pratica, che si manifesta per noi nella cooperazione, nel mutualismo, nello scambio di competenze, strumenti e conoscenze, nel valore che diamo al comune sentire. E di conseguenza anche nelle cose che produciamo e organizziamo, come nel caso di AL LIMITE.
Citavi Centrale Fies, che per me è una seconda casa, dopo il S.a.L.E., lì mi nutro, è un incubatore di esperienze artistiche altissime e uno spazio meraviglioso, oltre a un esperimento riuscitissimo. Lì ho a che fare più con le montagne che con i palazzoni, ma il forte contrasto fra il teatro contemporaneo, a volte estremo, che passa di lì e l’ambiente che lo circonda, fatto di storia antichissima, è qualcosa di unico.


Con Dora Garcìa sei stata performer, nel progetto di Mabel Palacin soggetto di riprese metti assieme cinema e arte contemporanea e sei anche un'organizzatrice, rispetto alla carriera di attrice hai più una visione di "sistema" sull'arte che ti differenzia dalle altre attrici in Italia, ti caratterizza, mi racconti un po' queste tue anime..

L’interdisciplinarietà è la cifra del nostro tempo. Cercare di scansarla è una forma di castrazione. Se ti appassiona il teatro contemporaneo di ricerca, non puoi non amare la video art, la performance, l’arte visiva, i lavori sul suono, la letteratura, la politica, il cinema etc…

Il s.a.L.E per questo è stato fondamentale. All’interno moltissimi di noi hanno specificità diverse, c’è chi lavora come curatore/trice, ci sono artisti, studenti di economia dell’arte, architetti etc… stare assieme così tanto ti porta a contaminarti grazie al confronto continuo. Inoltre il lavoro all’interno del Sale si colloca dentro e contro l’istituzione culturale e per far questo necessitiamo di studio e aggiornamento continuo per riuscire poi a produrre contenuti nuovi, per mantenere questo delicato equilibrio fra dialogo e conflitto. Che è quello che ci interessa davvero.

Io mi sento continuamente incompleta e poter lavorare a cose molto diverse tra loro, per capirle e farle conoscere, mi aiuta a colmare parzialmente questa incompiutezza, che francamente spero mi accompagni per molto tempo.

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<![CDATA[Recensione del film "La luna su Torino" di Davide Ferrario]]>

Davide Ferrario fa iniziare il suo ultimo “piccolo” lungometraggio là dove Sorrentino fa finire il suo film da Oscar. La luna su Torino - da Ferrario scritto, prodotto e diretto - si apre con la camera che scorre a pelo d'acqua sopra il Po o forse uno dei tre suoi affluenti che bagnano la città. Non c'è nulla della ricercatezza e della magniloquenza che mette in evidenza quella di Bigazzi tra le sacre sponde del Tevere: presto si alza e va a inquadrare in perpendicolare la linea del 45° parallelo che attraversa Torino. E' questo il centro della narrazione. Siamo a metà dell'emisfero, alla stessa distanza dal Polo e dall'Equatore. Il destino di Davide sul 45° lo ha fatto nascere, a Casalmaggiore, poi lo ha portato a vivere a trecento metri dal parallelo, nella campagna torinese: c'è qualcosa nel film che lo riguarda direttamente. Qualcosa che attiene all'esperienza degli equilibristi che camminano sulla fune, esposti alla possibilità di scivolare verso sud o verso nord, “scoprendo magari di essere più simili ai mongoli dei Gobi che a molti italiani” dice Davide. Una lunga linea virtuale, metafora di quella costante e concretissima ricerca di equilibrio che è la vita.

Incontrammo Davide Ferrario per la prima volta nel '98, quando uscì Figli di Annibale. Ci era piaciuta quella storia di rapina sgangherata ma a lieto fine e lo invitammo a parlarne. L’ Fm di Sherwood trasmise in diretta un paio d’ore di conversazione effervescente con Davide, Silvio Orlando, Diego Abatantuono e una nutrita rappresentanza della crew tecnica. Fu lì che capimmo di avere parecchi punti di vista in comune, così siamo rimasti in contatto. Qualcuno si ricorderà di lui allo Sherwood Festival del 2009 ad affrontare il tema dei diritti dei detenuti prendendo a pretesto il suo Tutta colpa di Giuda o al Cso Pedro ancora a parlare di carcere (ha fatto per più di dieci anni il volontario a Torino) o dentro al penale Due Palazzi di Padova a presentare Fine amore mai nel 2002. Mai abbandonato il documentario e mai smesso di sperimentare, per tutti il controverso Guardami, drammatica parabola di una pornostar, che provocò una energica presa di posizione del responsabile del Vaticano per la cultura cardinale Poupard: medaglia che Davide porta con orgoglio.

 

Sempre nel solco del cinema indipendente il suo ultimo lavoro denuncia un’evidente parentela con Dopo mezzanotte, anche questo film a basso costo e autoprodotto, uscito giusto dieci anni fa. Nuovamente tre giovani attori quasi sconosciuti a perimetrare la narrazione. Vivono assieme nella stessa grande villa in decadenza sulle colline, ma hanno età, vite, abitudini, frequentazioni diverse. Li accomuna la precarietà e la difficoltà nella ricerca di un senso da dare alle proprie vite. Esistenze sospese sul filo, in un equilibrio instabile dove scivolare, cadere, significa dover scegliere, decidere, valorizzare un’opportunità. C’è un tono lieve che Davide dice derivi dalle Lezioni americane di Calvino: la prima è dedicata alla leggerezza. Un respiro onirico che non ho colto in nessuno dei suoi film precedenti. Una Torino inaspettata sia negli squarci notturni che nelle traiettorie diurne. Una scrittura che sembra voler concedere spazio libero all’improvvisazione, a nicchie di ironia, a una atmosfera rarefatta. Eppure mantenendo la città bene ancorata alla sua identità, che spesso sono facce di anziani a sottolineare. Una città che può anche rinchiuderti: in una grande e bella casa, in un bioparco animalisticamente corretto, in un’agenzia di viaggi che non ti fa conoscere il mondo.

 

Mentre ricordo come al nostro primo incontro Davide mi disse che fare cinema era il mestiere più bello del mondo, dopo il documentario (peraltro ben contaminato da finzione) Piazza Garibaldi del 2011 La luna su Torino mi fa pensare che il suo approccio sia felicemente descritto da una battuta che mette in bocca ai suoi protagonisti: “perché passare il tempo a scrivere storie? per far passare un po’ d’aria fresca nella testa”. Di aria fresca in questo film ce n’è molta. Poi per chi vuole in questa freschezza sono rinvenibili anche nitide tracce di filosofia, di politica, di visione del mondo nel cuore della crisi, di percezione della catastrofe culturale e civile che ci sta contaminando. Della maturazione di un cineasta disposto a fare tutto il giro e tornare magari al punto di partenza. Perché in realtà tutta la narrazione ruota attorno alla domanda più antica: qual è il nostro posto nel mondo?

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<![CDATA[Tutto su Piccola Patria di Alessandro Rossetto]]>

Esce il 10 aprile nelle sale "Piccola patria" il film del regista padovano Alessandro Rossetto sbarcato nel settembre scorso alla 70° edizione della Mostra del cinema di Venezia, nella sezione Orizzonti.

In questo articolo raccogliamo tutti gli articoli e le risorse multimediali pubblicate su Sherwood.it.

L'anteprima di Piccola patria

Mercoledì 2 aprile abbiamo partecipato all'anteprima del film al Multisala Astra di Padova.

In questa occasione abbiamo intervistato il regista Alessandro Rossetto, l'attore Mirko Artuso, la co-protagonista Roberta Da Soller e l'attore Mateo Çili.


Recensione del film a cura di Marco Rigamo

Il centro geografico della Piccola patria che dà il titolo al lungometraggio d'esordio di Alessandro Rossetto - presentato con successo nella sezione Orizzonti dell'ultima rassegna veneziana - è l'Hotel Antares, pluristellato mostro di cemento edificato in un imprecisato punto del Nordest. Appare subito, in apertura. Visto in perpendicolare dall'alto, con le due piscine azzurre che si stagliano su un fondale color terra, fa pensare a un'oasi. Un coro alpino accompagna la ripresa aerea intonando “Vardate Intorno” (guardati attorno): attorno non c'è il deserto, ma qualcosa di simile. >> continua


Alessandro Rossetto ci parla di "Piccola Patria"

Alla 70° edizione della Mostra del cinema di Venezia, nella sezione Orizzonti, sbarca al Lido l’opera prima del documentarista padovano Alessandro Rossetto. Una sceneggiatura, quella di “Piccola Patria”, nata 5 anni fa, poi il progetto è entrato in fase operativa negli ultimi due anni. >> continua

 

Un estratto del film


Piccola Patria - Maria Roveran feat Marco Guazzone & Stag


Locandina del film


Piccola patria - Pictures

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<![CDATA[Recensione del film Piccola patria di Alessandro Rossetto]]>

Schei

"Tutte le storie che racconto sono vere". Alessandro Rossetto

Il centro geografico della Piccola patria che dà il titolo al lungometraggio d'esordio di Alessandro Rossetto - presentato con successo nella sezione Orizzonti dell'ultima rassegna veneziana - è l'Hotel Antares, pluristellato mostro di cemento edificato in un imprecisato punto del Nordest. Appare subito, in apertura. Visto in perpendicolare dall'alto, con le due piscine azzurre che si stagliano su un fondale color terra, fa pensare a un'oasi. Un coro alpino accompagna la ripresa aerea intonando “Vardate Intorno” (guardati attorno): attorno non c'è il deserto, ma qualcosa di simile. Un territorio indistinto di capannoni industriali, piccoli laboratori, aziende agricole, villette “da geometra”, amalgamato in un tutto che sa di fango, degrado e perdita di senso. Quando la macchina da presa scende in uno spazio interno assistiamo all'incontro tra il corpo di un uomo e quello di una giovane donna, in una serie di movenze che richiamano il linguaggio di Pina Bausch, del suo teatro danza. La parola che memorizziamo è “schei”. Soldi.

Il primo atto di coraggio di Alessandro Rossetto, solida esperienza di documentarista, è quello di mantenere la prevalenza del dialetto veneto sottotitolato a sostanziare i dialoghi dei suoi attori. Un'assunzione di rischio che scommette e vince, conferendo verità e spessore a una piccola storia di provincia che, nel Triveneto come altrove, ruota attorno alla necessità di riscatto di una generazione rimasta schiacciata nel conflitto tra civiltà industriale e contadina. Uno scontro culturale accelerato dal tracollo economico, che dietro a sé sta lasciando macerie, meschinità camuffate, aspirazioni frustrate, odio xenofobo. Tra una (autentica) kermesse separatista di Indipendenza Veneta, un ballo western di gruppo, un poligono di tiro. Da questo teatro rabbioso e razzista Luisa e Renata, addette sottopagate alle pulizie dell'albergo, vogliono fuggire. Vogliono andare in Cina, con ciò marcando una bella distanza da quando i desideri di fuga di altri tempi e altre coordinate esistenziali erano rivolti verso l'India o il Messico. Per farlo architettano un ricatto sessuale che sa di atto di giustizia.

Maria Roveran (che scrive e interpreta anche due canzoni in dialetto) e Roberta Da Soller sono la seconda scommessa vinta dal regista. Entrambe esordienti, mettono in campo personalità diverse accomunate dalla stessa sofferenza, immergendosi senza sottrazioni in una sceneggiatura non rigidamente perimetrata, rendendo palpabile il desiderio di conquista di un altrove “con ogni mezzo necessario”. Mettendo letteralmente in gioco i loro corpi. Suggerendo di essere a loro volta gravate da una zavorra culturale che impedisce di mettere a segno con chiarezza sentimenti, affetti, amicizia, amore. Attorno personaggi e ambienti che caratterizzano l'arenarsi di un intero territorio, di un'intera generazione. E' odioso e laido il bersaglio del loro piano. Schiacciato dalla crisi e razzista dentro il padre di Luisa. Fragili le mogli e le sorelle. Vulnerabile e abituato alla sterpaglia il giovane albanese strumento inconsapevole del ricatto. Non c'è vera ragione di speranza nemmeno nel vecchio che ci dice che “finché siamo vivi abbiamo tutti la stessa età”.

Lo sguardo di Rossetto scende a spirale dentro un vuoto che sta divorando i valori destinati convenzionalmente a tenere in equilibrio le dinamiche di convivenza, di tolleranza, di solidarietà. Dall'alto, sopra a un territorio devastato, scende fino dentro il sentire dei suoi personaggi. Che è per tutti comunque, nessuno escluso, un sentire confuso, appannato. I “schei”, certo. Ma il racconto sembra voler indicare soprattutto il superamento di una soglia di non ritorno, che non riguarda solo una macroregione del nostro paese. Se le vicende che danno vita al film a dire dell'autore “sarebbero potute accadere in una qualsiasi provincia del mondo” emerge comunque la peculiarità di uno scenario in cui, più che altrove, hanno attecchito parole d'ordine che hanno sfruttato ignoranza e malessere, lacerazioni e avidità, azzeramento della memoria: in un tempo non troppo lontano gli immigrati eravamo noi. I Menon e i Camielo, l'impoverimento del sistema delle relazioni, lo slittamento verso un luogo dove alla disperazione subentra la perdita del sé non sono il risultato di una calamità naturale. Ancora una volta e come sempre il responsabile unico è l'Uomo.

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<![CDATA[Recensione del film Lei (Her) di Spike Jonze]]>

"Ognuno indica all'altro modi diversi di guardare le cose". Spike Jonze

di Marco Rigamo

La questione preliminare è la seguente: Her o Lei? Intendo la versione originale sottotitolata o quella doppiata, che dal dopoguerra in poi viene imposta a noi vinti colonizzati ad alto tasso di analfabetismo? La voce calda e arrotata o quella vivace e giovanile? Dell'ultimo lavoro del regista americano Spike Jonze la distribuzione su 170 copie ne ha destinate 65 alla v.o. Cavalcando l'onda del premio quale migliore attrice assegnato nell'ultimo Festival del Film di Roma a Scarlett Johansson, voce di Samantha, sistema operativo OS, si inscrive in questa operazione culturale anche la possibilità di raddoppiare un bel po' di biglietti grazie a coloro i quali intendono confrontare le due versioni. Chi non abbocca naturalmente opta per l'originale, con tutto il rispetto per Micaela Ramazzotti che alla versione italiana presta la voce. E il corpo. Nel senso che il suo non è un vero doppiaggio, non c'è un sinc labiale da rispettare. E' una voce, una tonalità, una personalità, uno spessore. Un personaggio. Cui viene istintivo associare un corpo femminile: per gli anglofoni quello familiare di Johansson, attrice del momento, per gli italiani quello meno frequentato di Ramazzotti, stella in divenire. L’esercizio dell’opzione risulta di rilevanza non indifferente.

Ciò premesso a Jonze va riconosciuto il merito di essersi lanciato, autore anche di soggetto e sceneggiatura (premiata con l'Oscar), in un'operazione cinematograficamente spericolata. Theodore (Joaquin Phoenix, come sempre portatore di valore aggiunto) alla Belleletterescritteamano.com, sito frequentato da imbranati sentimentali, scrive per loro con diverse calligrafie. Matrimonio finito, socialità per lo più limitata all'amica del cuore Amy (Adams - American Hustle). Solitudine in crescita in una Los Angeles proiettata in un futuro non troppo lontano, nelle immagini il risultato di un processo di fusione con Hong Kong attraverso computer graphic. Per alleviarla si attrezza con un sistema operativo vocale - sorta di upgrade di Siri, interfaccia sonoro di Apple - espressione di un' intelligenza artificiale che da interlocutore di servizio diviene rapidamente oggetto di una relazione vera e propria: gli scambi verbali progressivamente strutturano pulsione reciproca, condivisione di pensiero, desiderio di azione comune. Che diventa qualcosa di molto simile all'amore.

La regia gioca uno scenario fantascientifico molto cool. Una soleggiata metropoli del benessere fatta di acciaio, vetro e silicio in cui un semplice impiegato può godere di un appartamento ampio e luminoso. Ordine, pulizia, moderata velocità. Elettronica diffusa a sopperire il ridursi della rete delle relazioni. Theodore resta imbarazzato e muto alla domanda finale che personalizza l'accesso al sistema “come descriveresti il rapporto con tua madre?” mentre noi andiamo al “sai che ti dico di mia madre?” prima che il replicante Leon scarichi la sua pistola da sotto il tavolo contro l'agente Holden all'inizio di Blade Runner, in una distopica Los Angeles del 2019. Niente piogge acide qui, niente cose che noi umani non possiamo nemmeno immaginare. Al contrario ciò che accade tra l'Uomo e il Sistema Operativo rimanda a un immaginario conosciuto ed eternamente attuale: le dinamiche di attrazione tra i sessi, il loro trasformarsi in rapporto, sentimento, complicità, erotismo. Il loro complicarsi nelle divaricazioni della crescita, l'affermarsi di una personalità a scapito dell'altra, il potere devastante degli equivoci, l'inclinazione fisiologica all'autodistruzione.

Jonze riporta con fluidità sorprendente gli eterni interrogativi sulla chimica che determina il riprodursi delle relazioni all'interno del rapporto che si crea tra Theodore e Samantha. Lo rende plausibile. Costringendoci a considerare come avremmo nel 1982, anno di Blade Runner, valutato gli odierni sistemi di comunicazione gestiti dalla telefonia mobile. Che tutti, ma proprio tutti, utilizziamo. Sono passati solo poco più di trent'anni. La tecnologia si è evoluta modificando profondamente i nostri veicoli di rapporto con l'altro. I sentimenti sono rimasti gli stessi, ma sempre più esposti a una regressione imputabile alla tecnologia stessa. Resta un filo di ottimismo, attaccato allo stratagemma che Theodore adopera per far sì che l'occhio della camera spunti dal taschino troppo grande in cui infila il suo smartphone. Il caro, vecchio, duttile, insostituibile spillo da balia.

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<![CDATA[Recensione del film "Snowpiercer" di Bong Joon-ho]]>

Lo dico subito: non è il mio genere. Mi riferisco a Snowpiercer, presentato fuori concorso allo scorso Festival del Film di Roma, ultimo lungometraggio di Bong Joon-ho. Quarantaquattrenne regista e sceneggiatore sudcoreano campione d'incassi nel 2003 con The Host, nel 2011 presidente della giuria Caméra d'Or a Cannes. Ritengo la precisazione necessaria per non incontrare la disapprovazione degli appassionati del genere fantascientifico-catastrofista davanti alla mia povera conoscenza dell'opera di quello che scopro essere un regista di culto, non solo nel suo Paese. In realtà mi ha spinto alla visione la presenza tra i produttori del regista suo conterraneo Park Chan-wook, essendo nel 2005 rimasto folgorato da Old boy, perno centrale della sua Trilogia della Vendetta, che a Cannes si portò a casa il Premio della Giuria. La mia intuizione si è rivelata essere felice e l'apporto di Park Chan-wook forse non limitato a un carattere esclusivamente economico.

Nel breve prologo datato luglio 2014 il mondo sta per essere annientato dal surriscaldamento globale. Una decisione planetaria conviene per l'utilizzo del CW7, una sostanza che sparsa nell'atmosfera dovrebbe contrastare il processo di global warming. L'effetto è invece quello di una inarrestabile glaciazione che ricopre l'intera crosta terreste di uno spesso strato di neve e ghiaccio, distruggendo ogni forma di vita. L'azione si avvia così nel 2031 con l'unico residuato di umanità rinchiuso nello Snowpiercer, un lungo treno rompighiaccio ad alta velocità, dotato di motore a moto perpetuo, costantemente in movimento su un unico binario che gira attorno al pianeta in un percorso circolare. In testa il padrone e inventore del treno e i ricchi che vivono nel lusso, in quadri che ricordano il futurismo orwelliano, in coda i poveri, malnutriti e straccioni, confinati nella loro condizione da guardie armate. Finché non arriva il momento di andare a prendersi la testa del treno.

Il piano di lettura immediato propone una potente visione di fantascienza distopica, direttamente proveniente dal genere post apocalittico, dalle radici saldamente impiantate nel terreno del disastro ecologico. Il mondo compresso e stratificato dentro i vagoni di un treno blindato. L'umanità ridotta a una sua sparuta rappresentanza che conserva tutte le differenze di classe fino alla loro estrema declinazione. Il conflitto sedato e paralizzato dall'esercizio della forza istituzionale. Lo status sociale, dalla coda alla testa, si trasfigura fino a diventare religione, alla quale le nuove leve del potere vengono indottrinate. La selezione naturale viene sostituita da sacrifici funzionali al mantenimento dell'ordine costituito. Sfruttamento e privilegio possono convivere fino a quando la vecchia e sana lotta di classe non romperà l'equilibrio fondato sull'oppressione e il comando. Ma anche qui, come nel percorso del treno, può celarsi una circolarità sorprendente.

Realizzazione ad alto budget internazionale, il più costoso della storia cinematografica coreana, non integra soltanto un'efficace opera di intrattenimento più vicina al blockbuster che al film d'autore. Alla cupa riflessione filosofica sulla natura dell'Uomo e sul destino che il suo agire sta riservando all'umanità associa una serie di fughe nell'ironia e nel grottesco, che trovano la massima espressione nel personaggio interpretato da una cinica, crudele e truccatissima Tilda Swinton alle dipendenze del “divino” Ed Harris. Ma quella di Bong Joon-ho, prendendo spunto dalla graphic novel degli anni '80 Le Transperceneige, è soprattutto una lezione su come il cinema possa dilatare e rendere fluido uno spazio claustrofobico. Se l'azione ha un incedere da videogame la padronanza con cui viene affrontato ogni successivo ambiente del treno ne spezza lo stesso carattere fortemente perimetrato. La flessibilità del ritmo conferisce senso plastico a ogni progressione dell'azione. Le dinamiche subiscono accelerazioni e rallentamenti di alta suggestione coreografica. Qui affiora il centro di Old boy, cui il regista non può non guardare in un lungo momento della risalita dei ribelli verso il primo vagone, armati solo di martelli, spranghe, armi di fortuna. Il tossico maestro di chiavi è un doppio del suo protagonista, rimasto rinchiuso per quindici anni in una prigione privata. Metafora finale: la sua droga è ottenuta della sintesi di rifiuti industriali.

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<![CDATA[La recensione del film "12 anni schiavo" di Steve McQueen]]>

Una storia di schiavi

"Una storia vera impone rispetto, non permette eccessi di invenzioni visuali". Steve McQueen

C'è un percorso possibile in ordine alla valutazione di 12 anni schiavo, terzo e a oggi ultimo lungometraggio del videoartista e regista britannico Steve McQueen. E' quello per cui la nostra distribuzione ha fatto vedere prima il suo secondo Shame, vicenda di un giovane professionista newyorkese sex addicted e solo dopo il successo di questo il primo Hunger, lotta estrema di Bobby Sands per i diritti dei detenuti dell'Ira nel carcere The Maze, girato tre anni prima. Entrambe pellicole aventi al loro centro una diversa declinazione dell'autodistruzione del corpo umano. La patina drammatica, ma con palesi riverberi glamour, che ricopriva l'essere desiderante e ossessionato di Michael Fassbender si sostituiva al rigore disturbante e alla grande presa emotiva della concreta distruzione fisica inflitta precedentemente allo stesso corpo attoriale. Uno slittamento che consegnava al protagonista la Coppa Volpi alla Mostra veneziana del 2011 e a noi la possibilità di (ri)vederlo finalmente in uno squarcio di storia recente dallo spessore fortemente evocativo. Attraversando una confezione in cui l'evidenza della ricerca autoriale si traduceva in originalità di sguardo, invenzione visiva e vigore narrativo. Con il suo ultimo lavoro McQueen sembra volersi spostare ancora. Dalla fisicità del suo attore feticcio e dalla posizione di nicchia del suo primo film.

In 12 anni schiavo McQueen intende raccontare una storia vera, tratta dal libro di memorie con lo stesso titolo edito dal protagonista nel 1853. Un libro che “è anche più duro del film”. Nuovamente un personaggio realmente esistito, esibito nella convinzione che di film sulla schiavitù ce ne siano pochissimi e che sull'argomento ci fosse un vuoto di narrazione. Il nero libero Solomon Northup, benestante di Saratoga, sposato e padre, appassionato di violino, viene rapito e consegnato alla condizione di schiavo nelle piantagioni della Louisiana. Per un incubo lungo 12 anni. La scelta di campo di McQueen è ancora una volta quella dello sguardo ravvicinato sull'uomo, sul suo stato di essere umano improvvisamente non più libero. Spogliato degli abiti borghesi, degli affetti, del nome, della dignità. Della vita. Le catene che dopo una narcosi scopre serrate ai polsi e alle caviglie non hanno nulla a che fare con quelle di Tarantino. Sono il sigillo che i fratelli Grimm, Kafka o Collodi avrebbero apposto a una loro favola nera. Segnano la trasformazione di un corpo che, a differenza di quello di Bobby Sands, volendo tornare a vivere accetta di sopravvivere. A zero il caleidoscopio pop di Django Unchained, a zero la verbosità politica di Lincoln. Fedeltà alla storia vera, iperrealismo figurativo spurgato di enfatizzazione, coerenza nell’aggirare il melodramma.

La sua lezione di rispetto filologico non può questa volta, per evidente motivo, assegnare il ruolo di protagonista nuovamente a Fassbender, affidandogli il compito di rappresentare il Male nella sua espressione più malata e sadica. In una deriva patologica e febbrile meno inquietante della “normalità” dei mercanti, dei negrieri, dei signori pacati delle piantagioni, delle loro mogli bene educate. Non c'è effettivamente alcuna novità visuale nelle profonde ferite lasciate dalla frusta sulla schiena di una giovane donna. La violenza restando elemento essenziale di una schiavitù in cui non c'è confine tra obbedienza, brutalità, tortura. McQueen sembra cercare nella ordinarietà del Male il punto di forza del suo film, concentrandosi non solo e non tanto sulla violenza in sé quanto sull'accettazione, quando non vera indifferenza, degli “altri”. Mentre un nigger in un lunghissimo pianosequenza è a rischio di morire impiccato tutto attorno scorre come sempre: bambini che giocano, donne che stendono i panni, uomini che vanno verso i campi. Tutti neri, tutti schiavi. Suggerendo in sottotraccia una possibilità: tra gli “altri” potremmo essere collocati anche noi. Chiamandoci così al rilancio, nel sospetto che lo spostamento della sua cinematografia stia maturando qualcosa di autoreferenziale che ha accantonato la sperimentazione dei graffiti fatti di escrementi prigionieri del suo primo film per viaggiare con maggiore sicurezza verso gli Academy Awards, forte di nove nominations. In quella che appare come la ricerca di uno sguardo analitico obiettivo si avverte la pretesa di una lucidità che, per ottenersi, non può lasciare spazio all'odio. Sentimento che va invece riservato a tutti gli schiavisti di tutte le epoche. Compresa la nostra.

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<![CDATA[Ulisse al Greenwich Village]]>

Non sono pochi quelli che hanno storto il naso al termine della visone di A proposito di Davis, ultimo lavoro dei fratelli Coen. Troppo insigne la loro statura di registi di culto e troppo piccolo il loro film. Eccesso di minimalismo e di sottrazione, confezione convenzionale e priva di folgorazioni, personaggi statici e mai del tutto risolti, lievità che scivola nella piattezza o, più prosaicamente, “una gigantesca cagata” malgrado il Gran Prix della Giuria spielberghiana a Cannes 2013. Dall’altra parte non sono mancati gli estimatori, anche blasonati, pronti a coglierne i tormenti autoriali e decisi a classificarlo tra i capolavori dei fratelli del Minnesota. Forse è possibile partire da qui, visto che nello stesso Stato, a Duluth, ha avuto i natali anche Robert Allen Zimmerman, meglio conosciuto con il nome di Bob Dylan. Che nel ’61 - epoca del film - ventenne arrivato a New York per conoscere il mitico Woody Guthrie, fa la sua comparsa nei locali del Village.

E’ possibile così confrontare il manifesto del film con la copertina di “The Freewhelin’ Bob Dylan”, seconda raccolta di Dylan (1963), la prima scritta interamente da lui. Sembra la stessa strada del Greenwich dalla tonalità appena desaturata, con le Pakard anni ’50 e le scale antincendio a vista. Anche Bob ha una giacchetta troppo leggera, c’è la neve per terra. Al suo braccio sinistro si aggrappa Suze Rotolo, la sua fidanzata del momento. Lo stesso braccio di Davis sorregge invece un gatto fulvo: accantonare questo particolare. Il titolo di Dylan può essere tradotto grosso modo come “Bob Dylan a ruota libera” e lo stesso possiamo dire del nostro protagonista: Davis a ruota libera attraverso una settimana tra il Village e Chicago nel tentativo di mettere a valore il suo talento di giovane folk singer in cerca di affermazione e riproduzione di reddito. Ammesso che il talento ci sia. In realtà non succede un granché da quando si presenta cantando “Hang Me, Oh Hang Me” al Gaslight Café: letti e divani in casa di amici o parenti, audizioni sfortunate, improbabili compagni di viaggio (grande e wellesiano John Goodman), cinici impresari (I don’t see a lot of money here), terzetti simulacro di Peter Paul and Mary, ex fidanzate rancorose incazzate nere. Giustamente, pare.

Effettivamente Davis non ispira particolare affetto, potrebbe essere anche un po’ stronzo. Motivo verosimile per cui un signore piuttosto grosso, in apertura di film, gli rifila una energica quanto incomprensibile pestata. Questo sposta la nostra simpatia verso il gatto, che deve attraversare una vera e propria odissea: di proprietà di amici provvisoriamente ospitanti viene smarrito a più riprese, scambiato con un altro di sesso diverso, dato definitivamente per disperso, salvo ritrovare da solo la strada di casa. Sarà per questo che - scopriamo alla fine -  si chiama Ulisse. La sua presenza ci fa transitare (almeno chi ha un po’di primavere sulla schiena) attraverso Colazione da Tiffany annotando la stessa ambientazione, lo stesso anno, lo stesso gatto senza nome (Ms. Golightly lo chiamava Cat). Riducendo la necessità di conferire per forza valenza epica al tragitto di Davis.

Il quale è in fondo anche lui un senza nome. Pur essendo la sua storia ispirata a quella reale di Dave Van Ronk, stella minore del firmamento folk, di sé non lascerà traccia. Nessuna ciotola di latte caldo alla fine della sua odissea, ma di nuovo quel grosso signore dalla mano pesante: la circolarità dei Coen ci riporta alla casella di partenza, questa volta facendoci comprendere la ragione delle legnate, accentuando la percezione del carattere del protagonista, svelando la vera geometria del film, la sua essenza di piccola storia. Dove nulla è destinato a evolversi positivamente: nemmeno il ripiego verso un lavoro “ordinario” riesce ad andare a buon fine, nessun happy end è concepibile. Perché il talento non si costruisce, ce lo ricorda in sottofinale un profilo che si staglia su un piccolo palco fumoso. Mentre la sua inconfondibile voce nasale canta un brano che si chiama “Farewell”.

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<![CDATA[Il Nostro Uomo]]>

“E' come osservare la generazione di mio padre prepararsi a lasciare il pianeta”.  J. C. Chandor

E' l'incubo di ogni velista, soprattutto di quelli che in solitudine viaggiano di notte. Un po' come per il motociclista la spolverata di sabbia a metà di una curva cieca affrontata a velocità sostenuta. E' un corpo galleggiante alla deriva, prevalentemente sommerso, che centra la tua barca danneggiandone gravemente lo scafo.

In All is lost, secondo lavoro di Jeffrey C. Chandor, è un container pieno di scarpe da ginnastica ad aprire uno squarcio nella fiancata a dritta del “Virginia Jean”, elegante sloop in vetroresina di 12 metri. Ad alzarsi nel cuore della notte, quando l'acqua sale rapidamente di livello sopra il pagliolato, è Robert Redford. Abbiamo sentito la sua voce in apertura parlare brevemente di sé, dell'aver cercato di riempire di valori la sua vita, dell'amore che nutre per chi vorrebbe raccogliesse le sue ultime parole. Restano viveri per una giornata. Tutto è perduto, tranne il corpo, la mente, il cuore.

Sono le ultime parole che sentiremo anche noi, fatta eccezione per un tentativo di comunicare via radio e una sequenza di imprecazioni gridata a metà film. Subito dopo torniamo indietro di otto giorni, quando il Nostro Uomo (Our Man come unico nome del cast artistico nei titoli di coda) si sveglia di soprassalto mentre l'acqua scroscia abbondante sopra il tavolo da carteggio e la strumentazione di bordo. Il Nostro Uomo è un navigatore solitario, in mezzo all'Oceano Indiano. Le carte nautiche dicono forse in rotta verso il Madagascar.

J.C. Chandor, classe 1973, è stato premiato al Sundance nel 2011 per Margin Call, originale sguardo sul disastro economico, conquistando Redford al punto da coinvolgerlo in un progetto temerario. Un uomo solo per tutta la durata di un lungometraggio convenzionale, il set circoscritto a un piccolo yacht prima e a un autogonfiabile di salvataggio poi. E, naturalmente, l'Oceano.

Chi è abituato ad andare per mare (e verosimilmente anche chi non ha questa fortuna) si concentra istintivamente sulle cose da fare, sull'ordine delle priorità. La prima è liberare lo scafo da quel container rosso che continua a rosicchiarne la struttura, la seconda è riparare la falla con mezzi di fortuna. Poi il punto nave, il tentativo di rimettere in funzione gli strumenti, la scorta d'acqua. Ma quando il Nostro Uomo si è issato in testa d'albero per riconnettere l'antenna della radio il cielo annuncia una tempesta tropicale. Prima di affrontarla si rade con cura.

Lentamente, mentre il susseguirsi degli avvenimenti assume una progressione catastrofica, la nostra concentrazione si sposta dall'azione all'Uomo, cerca di oltrepassarne la maschera per scavare nei sentimenti. Di lui non sappiamo niente. Possiede una bella barca, ma non particolarmente lussuosa. Porta un anello etnico, ha l'aria istruita, è in mezzo a una traversata di settimane, conosce bene la sua barca e certamente la sua rotta. Non conosce i suoi limiti, ma il destino lo costringe a fare i conti con loro. La stessa cosa sembra fare l'attore (e regista) Robert Redford, che a 77 anni suonati accetta una sfida in solitario che comporta anche l'aver girato in prima persona, senza stunt, molte scene complicate e pericolose. Alle sue rughe, perdonando il colore dei capelli e qualche licenza atletica, si deve il richiamo a superare la dinamica degli avvenimenti per interrogarci su noi stessi, sui nostri limiti, sul nostro istinto di sopravvivenza. Su qual' è il nostro punto di rottura, qual' è il momento in cui l'unico atto possibile è lanciare la spugna o un messaggio in bottiglia. Quando tutto ti è contro, quando anche i tuoi gesti più avveduti vengono vanificati dalla sfortuna.

Servono a nulla i riferimenti letterari e cinematografici, scordarsi Il vecchio e il mare o Cast Away. Sorvegliatamente elettronico, il lavoro sperimentale di Chandor e Redford spariglia le coordinate del genere, conferendo al protagonista un'umanità spogliata di qualsiasi valenza eroica e perciò riconoscibile come vicina, familiare, percettibilmente interna all'epica spesso crudele che riempie la vita quotidiana. I pensieri che cerchiamo di indovinare dietro le rughe ormai bruciate dal sole sono i nostri pensieri. La soglia della rassegnazione all'accanimento del destino che nel Nostro Uomo fino all'ultimo non riusciamo a individuare è quella che temiamo di dover prima o poi riconoscere. Il Nostro Uomo siamo noi. Dentro un finale che non si può e non si deve rivelare.

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