<![CDATA[cinema | Sherwood - La migliore alternativa]]> https://www.sherwood.it/tags/237/cinema/articles/1 Fri, 29 May 2020 11:33:08 GMT Finnegan Feed Alchemist cinema | Sherwood - La migliore alternativa <![CDATA[Close Up - Inquadrature di cinema e dintorni]]>


Titoli di testa
premessa

Per convivere meglio con questa fase che ci aspetta, la redazione di Sherwood propone una novità nella sua webzine. Si chiama Close Up ed è la nuova rubrica dedicata al cinema e alle storie che ci racconta.
Va bene, l'ho fatta facile e ho detto tutto e niente. Il cinema, d'altronde, è un mondo eclettico e troppo immenso per poter pensare di essere esaurienti quando ci si avventura a scrivere della settima arte (Riciotto Canaudo, 1921).

E quindi, niente promesse, niente certezze, ma si parte, come un film, di cui non sai il finale ma hai visto il trailer o, forse, la locandina aveva una bella immagine e il font era accattivante, insomma, tutto ciò che può servire per convincerti, caro lettore, a intraprendere questo viaggio assieme a noi.
Qui e nelle prossime puntate (che chiameremo Take) puoi trovare consigli e suggestioni, chiaramente soggettivi di chi scrive,  sul mondo della celluloide.
Il filo conduttore di ogni take è la tematica comune che viene trattata al suo interno.

Spazieremo allora dal cinema d'autore al documentario, passando per qualche analisi teorica classica senza appesantirci troppo fino a ricercare aspetti tecnici interessanti a tal punto da diventare linguaggio e narrazione del film stesso.


Titolo
Close Up

Cosa signifiva Close Up? Nel gergo cinematografico è un'inquadratura, una sorta di primo piano o comunque una richiesta da parte del regista, di passare al dettaglio di un soggetto.
Tutto ciò può coincidere con una scelta stilistica e narrativa di entrare in intimità con lo spettatore, e portarlo ancor di più dentro e perchè no, a far parte della scena.
In che modo? Avvicinandolo.

Il suo significato letterale è, appunto, avvicinamento. Un termine che oggi è importante ricordare in un periodo oscuro e di distanziamento sociale come quello che stiamo vivendo.

Anche la scelta dei film cercherà in tutti i modi di essere fedele a questa caratteristica.
Prediliegeremo un tipo di cinema distante dai canoni di fruizione abituale ma che possa orientare lo spettatore a non eseguire una semplice pratica sociale (andare a vedere il film) ma ad instaurare una relazione più forte. Un cinema, per dirla in altre parole, che rende lo spettatore un soggetto perchè gli permette di vivere un'esperienza individuale, psicologica, estetica e quindi, soggettiva. Un cinema che richiede la necessaria partecipazione di chi ne sta fruendo.


Take one
Cinema e lavoro.

Il primo appuntamento di questa rubrica tratterà film legati al mondo del lavoro, e delle implicazioni sociali contemporanee.
E quando si parla di lavoro, si parla anche di dignità e di diritti. La scelta cade inevitabilente su tre registi che hanno dedicato la (quasi) totalità della loro produzione cinematografica a temi sociali e politici. Nei film di Ken Loach, di Stéphane Brizé e dei fratelli Dardenne si respira voglia di libertà e di ribellione, si parla di dignitosa lotta contro un sistema iniquo tutto condito da un realismo secco e immediato, senza battute sbagliate o un movimento di macchina inopportuno. E mai, un personaggio fuori contesto. Stiamo parlando di registi che hanno riscritto le coordinate del cinema del reale. Grazie ad un linguaggio maturo ed essenziale che non ha bisogno di artifici estetici e narrativi. Lo spettatore, in questi film, può arrivare ad identificarsi con la storia o meglio ancora, il personaggio o, in altri casi, aprire gli occhi su ciò che ci sta intorno.

Ma procediamo con ordine.

Rosetta - Jean-Pierre Dardenne, Luc Dardenne POSTER

ROSETTA (1999)
di Jean-Pierre Dardenne, Luc Dardenne, (Belgio-Francia)
Palma d'oro a Cannes 1999

Rosetta è una ragazza che vive in un campeggio in un bosco con la madre alcolista che si prostituisce.
Ogni giorno si reca in città per trovare un lavoro perchè in continua e disperata ricerca di una vita normale come tutti. È, infatti, ossessionata dalla vergogna di essere un'emarginata e dalla paura di non essere accettata dalla società.

Non sappiamo nulla del suo passato, gli inseparabili fratelli registi non ce lo raccontano, proprio per non manipolarci ed ottenere un'interpretazione del personaggio più libera possibile.

" 9 dicembre 1996. Rosetta, la donna che s'indurisce per sopravvivere e finisce per perdere ciò che ha di più caro? È agganciata al lavoro. Da lì e solamente da lì potrà arrivarle il riconoscimento da parte degli altri. Appartenere alla comunità umana. Rifiutare con tutte le sue forze la morte sociale" (appunti di Luc Dardenne durante la stesura del film).

Si tratta di un film sociale e politico che si affaccia al Duemila ponendo la questione dei disoccupati e emarginati come una questione “di determinismo economico: per questa giovane donna l'occupazione è uguale alla felicità” (Roger Ebert).

Rosetta non prova amore ma solo rabbia e odio verso il prossimo. È dovuta crescere in fretta ma in un mondo sempre più opportunista e cinico. Vuole solo un lavoro per potersi emancipare e riscattarsi. Corre, corre spesso. E noi con lei.

Rosetta è tutto in questo film, è il titolo, è la scena (è presente dall'inizio alla fine), quello che vede lei, lo vediamo anche noi. La macchina da presa, rigorosamente a spalla, rimane incollata per 90 minuti alla protagonista, le gira intorno, si incammina e ci incammina con lei, gli zoom improvvisi sui particolari del volto e del corpo ci rivelano istantaneamente il suo disagio. Musica e dialoghi praticamente assenti.

Lo sguardo di Rosetta cerca il nostro sostegno, la nostra complicità: se comprendiamo la realtà dell'altro è possibile riconoscersi ed accettarsi. Il finale, in pieno stile dardenniano, lascia un barlume di speranza.


LA LEGGE DEL MERCATO (2015)
di Stéphane Brizé (Francia)
Vincent Lindon - Premio miglior attore - Festival di Cannes 2015

La loi du marchée è un film che racconta bene il tempo della crisi e le dinamiche di un'umanità ormai giunta allo stremo. Il protagonista è un uomo di cinquant'anni, Thierry, semplice, con una famiglia e dai solidi principi morali.
È stato licenziato dall'azienda per cui lavorava da 25 anni e trova lavoro in un supermercato come controllore. Ma il salto da vittima a carnefice è ben studiata dal sistema in cui si ritrova intrappolato. Come Rosetta, Thierry ha bisogno di un lavoro, sogna un posto fisso perchè ha una famiglia da mantenere. Il sistema riesce così a ricattare il suo desiderio a discapito della sua integrità morale. Un'altra guerra tra poveri si è scatenata.

Torna anche qui la scenografia ideale che diventa linguaggio e invita a far riflettere lo spettatore; Musica assente, forti rumori d'ambiente, stile realistico ed essenziale, attori non professionisti (il casting è formato da persone che nella vita reale svolgono le stesse attività che interpretano sullo schermo), inquadrature di 3/4 di spalle e di quinta, fotografia cupa, grigia, tutto molto schietto diretto e onesto. Duro.

"Ho spiegato a Christophe Rossignon il produttore e a Vincent Lindon che avrei voluto co-produrre il progetto con un budget ridotto e investendo la maggior parte dei nostri compensi nel film, naturalmente la troupe è stata regolarmente pagata. Non tutti i film possono essere realizzati in questo modo ma con questo è stato possibile. L’argomento, lo stile e l’aver autofinanziato il film, è una scelta di coerenza. È stata anche una conferma che i film possono essere realizzati in maniera differente, in un momento in cui l’industria cinematografica affronta il grande interrogativo di come finanziare le produzioni. Ho anche ripensato alla scenografia e all’allestimento così come alle mie motivazioni. Questo film è frutto della necessità" (Stéphane Brizé).

È un altro film di denuncia di un sistema che logora chi lavora o chi pensa al posto fisso come un miraggio. Il problema del lavoro non è la disoccupazione ma è il lavoro stesso. Un sistema che mette in dubbio la nostra etica, che porta ad un inevitabile conflitto tra deboli. Solo il finale aperto lascia una speranza: non sappiamo quale scelta farà il nostro protagonista. Il regista fa decidere allo spettatore da che parte stare.

"Thierry è un uomo normale – normale nonostante la sconfitta subita negli ultimi anni – in una situazione disumana: sono passati 20 mesi da quando la sua azienda lo ha licenziato e ora è obbligato ad accettare qualsiasi lavoro gli venga proposto. Anche quando questo posto di lavoro lo costringe in una situazione moralmente inaccettabile, cosa altro potrebbe fare? Diventare complice di un sistema spietato o lasciarlo e ritornare ad una vita instabile? Questo è il cuore del film. Il posto di un uomo nel sistema". (Stéphane Brizé)


SORRY WE MISSED YOU (2019)
di Ken Loach (Gb, Francia; Belgio)

"Un film partecipe e accurato che ci impone il confronto con la realtà dei precari, dei più deboli, dei nuovi schiavi". (Giancarlo Zappoli, critico)

Avevamo preannunciato che questa rubrica sarebbe stata incentrata sul cinema e lavoro ma anche che avrebbe portato alla luce film di un certo impegno politico e sociale. E allora non può mancare chi di questi temi ne ha fatto un vero e proprio marchio di fabbrica; Colui che ha prodotto una vera e propria filmografia resistente sempre attenta alle ingiustizie e alle disparità sociali. Parliamo di Ken Loach, oggi, novantenne regista britannico, sempre reattivo a indicare nelle sue storie la costante distinzione tra "buoni e cattivi".

Sorry we missed you, ultima opera del regista, è un crudo close up del capitalismo oggi che porta allo stremo i lavoratori (Tu non lavori per noi, lavori con noi) e alla logica dello sfruttamento con la naturale conseguenza di incrinare qualsiasi relazione umana, anche la più intima. Ancora una volta Ken Loach ci mette davanti il disagio sociale delle fasce più deboli, ci chiede di aprire gli occhi e di osservare una storia qualunque, di tutti i giorni, una storia che è, però, fotocopia della realtà in cui viviamo, una realtà normale in cui tutto è a-normale.

Al centro della storia vi è una famiglia inglese, lui, lei e i due figli. Dopo il crollo finanziario del 2008, lottano contro la precarietà e la disperazione di chi si ritrova alla ricerca di un lavoro, apparentemente autononomo ma che deve fare i conti con i ritmi incessanti, la scarsa tutela, la pressione e il tempo rubato.

Anche in questa pellicola, il regista sceglie attori non professionisti e dedica molto tempo allo studio dei personaggi realmente esistiti e appartenenti a quel mondo precario e incerto. Ci invita a credere veramente a ciò che raccontano, lo spettatore deve necessariamente immedesimarsi e provare empatia verso di loro. Per non rimanere indifferenti. Ma reagire.


Credits

Concludiamo questo primo appuntamento invitando ovviamente alla visione di almeno uno di questi tre film.  Si tratta di un cinema che si riappropria del suo rouolo etico e che quindi chiede, non troppo velatamente, un risveglio morale da parte dello spettatore. Una reazione, anche di rabbia, per le ineguaglianze sociali ed economiche che da troppo tempo ormai, sono attrici protagoniste del film della vita di ognuno di noi.

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<![CDATA[Waste Africa - Intervista al regista Matteo Lena]]>

Tratto da Globalproject.info

È una fiaba crudele che racconta la storia di un piccolo principe di nome Samsung. Orfano di padre, abbandonato dalla madre, Samsung dovrà restituire prosperità e futuro alla sua terra, ricoperta dall'immondizia.

«Non è solo un problema di inquinamento ambientale. È anche un problema di inquinamento culturale. Credo che in Africa si stia verificando quello che in Italia è successo negli anni '60: quando una cultura millenaria è stata spazzata via in pochi anni dall'arrivo dei frigoriferi, delle lavatrici e del televisore. L'arrivo del consumismo ha cancellato Dio, le stagioni, le ideologie politiche, le distanze, le differenze, e ha dettato nuovi miti, nuovi valori, nuovi desideri. 

Questa "mutazione antropologica" mi è apparsa lampante in Ghana, mentre filmavo, e credo emerga chiaramente a tutti anche dalle immagini del documentario. Sono sbarcati sulle coste africane container e container di prodotti "made in China", è arrivata la televisione, è arrivata la Playstation, è arrivato Facebook e il telefonino. 

Nessuno era preparato qui, nella tanto civile e progredita Europa; nessuno è preparato ora in Africa. 

I rifiuti che ho visto sparsi indiscriminatamente ovunque per terra e per mare in diversi paesi africani, ma anche qui in Campania, in Italia, sono solo un sintomo di questo inquinamento culturale. In ogni dove, anche nell'inferno della discarica di Abglogbloshie, tutti sognano di diventare calciatori, di diventare ricchi, di vestire bene, di avere una macchina sportiva e andare ai parties a bordo piscina. Sono tutti drogati, esattamente come noi. Ancora sono vive le tradizioni secolari, i riti religiosi, le credenze e i misteri di un tempo, ma stanno per essere svuotati di senso da questa ondata di prodotti e di rifiuti culturali che stiamo riversando loro addosso. 

Ovviamente in Africa mancano ancora i servizi e le infrastrutture di base: anche nella capitale ghanese Accra, in tanti quartieri mancano le fogne, l'acqua, l'elettricità. Figuriamoci, se esiste la raccolta differenziata che non riusciamo a fare peraltro nemmeno a Roma.

Vittima sacrificale di questo inquinamento culturale è la natura, l'acqua, la terra, gli animali e di ritorno, l'uomo, che pur sempre è un animale che abita su questo pianeta. Ma gli economisti definiscono freddamente questi disastri ambientali "esternalità" della globalizzazione del sistema capitalistico.»

 Guarda l'intervista a Matteo Lena a cura di Federica Pennelli sul documentario Waste Africa

Vedi qui il Documentario

Matteo Lena - Nato a Tortona nel 1978, vive e lavora a Roma come autore e regista televisivo. Nel 2007 realizza uno scoop per La7 che passa dalla prima pagina del Corriere della Sera alla BBC e alla CNN, svelando che un alto prelato fissava appuntamenti omosessuali sadomaso nel suo studio in Vaticano. Nel 2009 vince il Premio Ilaria Alpi per la sceneggiatura e la regia di Le mani su Palermo, docufiction Rai3 sull'operazione di cattura del boss mafioso latitante Salvatore Lo Piccolo. Ho collaborato all’inchiesta Vatileaks di Gianluigi Nuzzi e alla prima telecamera nascosta nel Parlamento italiano che ha svelato la corruzione dell’onorevole Razzi. Sceneggiatore di Camorriste e regista di Cose nostre. Nel 2013 scrive e realizza un mockumentary Waste Africa, su un bambino che vive in una discarica di rifiuti elettronici in Ghana. Ha lavorato come regista e autore a tre edizioni di XFactor e tre edizioni di Strafactor, autore di Secondo Costa e regista di Lucky Ladies. Nel 2019 ha scritto e girato Il mostro di Udine, la prima seria true crime italiana che ha riaperto le indagini su un serial killer italiano degli anni '70-'80.

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<![CDATA[The Mandalorian, ovvero come tornare ad innamorarsi di Star Wars]]>

Finalmente si può parlare di The Mandalorian! Avendo un account regolarmente posseduto su Disney plus, essendo pure uscita finalmente la serie nella sua interezza in italiano - quindi anche nonno Arnolfo dovrebbe essere in pari - possiamo qui buttar giù una bella recensione senza grossi spoiler.

Del primo episodio avevamo parlato mesi fa, in una puntata radiofonica di Bonaventura, dato che eravamo rimasti estasiati da quei 40 minuti che ballavano fra il western degli anni ’70, le saghe fantasy, il cinema di inizio millennio - epico ma non troppo, ironico ma con un taglio adulto - e si prospettava un bel prodottino soprattutto per i fan maturi e pure per i giovanissimi ancora vergini delle fantasie di George Lucas.

L’unico dubbio che avevamo avanzato era sui costi. Abbiamo scherzato sul fatto che i costumi di alieno, le navi volanti e i raggi laser che si facciano in digitale o in analogico hanno sempre un costo, e non tutte le case di produzione riescono a mantenere con costanza la spesa. Su questo, però, abbiamo dovuto ricrederci.  Il ricorso agli effetti speciali (necessari in una serie di Star Wars) è ben dosato: se in alcune puntate è chiara la mano della Lucasart scuola digitale, in altre si ricordano i cari vecchi pupazzoni. di una nuova speranza punto

È, insomma, una serie bellissima. Come Rogue One: a Star Wars Story, è quello che il tuo cuore di ragazzo avrebbe voluto vedere negli ultimi sei episodi cinematografici di Guerre Stellari, ma questa è un'altra storia.

Il mondo è appunto quello di Star Wars e chiaramente ci sono tutti i riferimenti e tutti gli elementi ma non è una back door della saga principale; è una delle tante possibili storie di avventura e azione che avvengono in quella galassia lontana lontana, afflitta ormai da 40 anni di guerra civile. L’ambientazione prende le mosse da dopo la caduta del primo impero (Il ritorno dello Jedi) e in questi 8 episodi assistiamo alle avventure di Mando il Mandaloriano (per i più grandi uno che va vestito come Boba Fett) un cacciatore di taglie, molto ligio alla sua fede riposta nelle armi ed afflitto dal ricordo di un passato sanguinario e misterioso. Mando ci fa vivere dei veri e propri spaccati dell'universo Star Wars con andate e ritorni da pianeti lontani e quasi fossimo in un videogioco lo vediamo domare animali alieni, cacciare briganti intergalattici, recuperare oggetti mistici per ottenere aiuti. Il tutto è condito da una buona miscela di extraterrestri, droni e riferimenti al plot della saga principale che aggiungono pepe alla narrazione.

Come in Rogue One, uno dei migliori film Disney degli ultimi vent'anni, abbiamo qui uno spin-off di una saga molto conosciuta e quindi molto canonica; o per dirla in altri termini con un fandom molto ortodosso. E come per Rogue One il prodotto è riuscito: si incastra perfettamente dentro le solida narrazione della trilogia ed ha un vantaggio: la leggerezza! The Mandalorian è tutto sommato una serie agevole, si segue senza fatica, racconta una storia interessante, sia per chi non conosce affatto l'universo di George Lucas, sia per i fan dal vecchio cuore. L’intento ben riuscito è quello di raccontare qualcosa che accade nella galassia e vive in maniera dualistica col grande affresco epico degli scontri per il controllo e il dominio della Forza. Le storie narrate in questo serial sono piccole storie, di personaggi minori, che vivono ai margini di queste grandi Guerre Stellari, ma non per questo meno avventurose o meno coinvolgente e intriganti.

È un format questo che è andato bene, come ascolti e ritorni, e che proseguirà sicuramente (La Disney lo ha già annunciato). Sarà interessante capire se la Disney saprà monetizzare in maniera responsabile questa produzione e questo lato dell'universo espanso di Star Wars. Di serie del genere, infatti, se ne potrebbero fare a decine, poiché l'universo di Star Wars ha già world building credibile e funzionante, dotato già di una sua base di leggende, risvolti e domande a cui rispondere e inoltre esiste una grande comunità di fan in età adulta disposti a spendere denaro, tempo e risorse per appassionarsi al tutto. Sarebbe, invece, triste se la Disney ne facesse l’ennesimo baraccone per bambini, scelta peraltro in linea con la tradizione di Star Wars (che tradotto sarebbe Natale con gli EwoK dove qui Lucas meriterebbe la dannazione, o Jar Jar Binks vero traditore della Repubblica).

Concludendo: c’è speranza per i vecchi fan erano usciti con le ossa rotte dall’episodio IX di Star Wars. Già l’episodio VIII ci aveva annichiliti sulle sedie dei cinema con domande mentali irrisolte tipo: «quella cosa lì non la può fare?! La Forza non te lo permette!» e generando de facto il caso curioso e meraviglioso che solo poche opere cinematografiche possono realizzare: il disaccordo di un fan sfegatato di una serie con la canonicità di un sequel. L’episodio IX aveva poi provato a mettere una pezza, in una maniera un po' frettolosa, e diciamolo pure, anche volgare. Dove, infatti, ci si aspettava un grande colpo di bacchetta magica, sono arrivati solo lustrini di mantello, soluzioni troppo facili e scontate per problemi complessi. Qualcuno, anzi molti, troppi, sono usciti dal cinema dicendo: «Sì bello, però…»

Ecco allora che questa serie è un buon modo per tornare ad innamorarsi di Star Wars. Innamorarsi di qualcosa che è sempre a metà fra il serio ed il faceto in un mix di fantasy, di western e della fantascienza più pura. Innamorarsi di qualcosa in cui l'avventura e la scoperta di nuovi mondi è perennemente ciclico, poiché tutto frequentemente e costantemente sconosciuto.

Post Scriptum: sì, c'è lui, c'è “Il Bambino”. E sembrava strano non parlarne, è tanta roba, veramente tanta roba. Apre alla serie scenari di qualsiasi tipo ed è probabilmente destinato ad essere uno dei prodotti commerciali di maggior successo di questi anni '20. È qualcosa che nel bene o nel male ci perseguiterà per tutti i natali del decennio. Lo si sappia. Ed ora eseguite l’ordine 66.

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<![CDATA[Perché guardare oggi "La finestra sul cortile" di Alfred Hitchcock ]]>

Il 29 aprile di 40 anni fa moriva Sir Alfred Joseph Hitchcock e, visto che le ricorrenze sono sempre una scusa buona per ritirare fuori cose vecchie senza apparire noiosi o nostalgici, colgo la palla al balzo per parlarvi di un film di cui, in realtà, avrei voluto parlare comunque. Perché, e di questo spero di riuscire a convincervi, La finestra sul cortile (1954) poi tanto vecchio non è.

New York, anni cinquanta, un'estate particolarmente afosa. Jeff, fotografo di viaggio e d'avventura, è costretto sulla sedia a rotelle per via di una gamba rotta. Bloccato in casa, divorato dalla noia, passa le giornate ad osservare (spiare?) i vicini di casa, obbligati per via del grande caldo a tenere le finestre costantemente aperte. E già qui, ammetterete, i parallelismi con la situazione che stiamo vivendo si sprecano. Se poi vi dico che Jeff a un certo punto chiama i poliziotti per mandarli a ispezionare l'abitazione del suo dirimpettaio sulla base di alcuni vaghi sospetti, allora di sicuro vi metterete a ridere, o a piangere, a seconda dello spirito con cui affrontate l'atmosfera da caccia all'untore di cui siamo quotidianamente testimoni. Ma parliamo di cinema.

A Hitchcock infatti bastano due, elegantissime, premesse (un uomo immobilizzato e il caldo insopportabile) per dare il via a un perfetto meccanismo narrativo, una storia che funziona così bene, ma così bene, da farvi pensare, al termine del film, che non sarebbe potuta andare in nessun altro modo. Jeff, in una notte piovosa, sente un urlo di donna: il giorno dopo una delle sue vicine è sparita e il marito è impegnato in sospetti armeggiamenti. Ad aiutare il reporter nelle sue improbabili indagini la fidanzata Lisa e Stella, l'infermiera della compagnia assicurativa che quotidianamente gli fa visita.

È un thriller, è un film di suspense, ma è così tanto di più. È una storia d'amore, ma di un amore incerto e titubante (di un amore realistico, potremmo dire). Mentre Jeff medita sul suo futuro con Lisa, preoccupato dallo stile di vita apparentemente così diverso che i due conducono, vede, alla finestra, le rappresentazioni delle speranze e delle paure che nutre nei confronti dell'amore matrimoniale: coppie felici, coppie banali, coppie che stanno assieme pur odiandosi; e ancora giovani belli e liberi e uomini e donne che stanno invecchiando da soli. E anche se, sulla carta, non c'è alcun motivo per cui lui e Lisa dovrebbero lasciarsi, tutto sembra spingere in quella direzione (chi non ci è mai passato alzi la mano).  

È un manuale di tecnica cinematografica. I colori saturi del technicolor, l'audio magistralmente registrato in presa diretta, il set talmente dettagliato da sembrare una casa per le bambole. Basta un piano sequenza di un minuto a inizio film per farci fare conoscenza col protagonista attraverso i dettagli della sua abitazione, farci sapere tutto di lui senza che nessuno apra bocca. E poi abbiamo l'utilizzo dei punti di vista, che forse è dove più sta il genio registico. Con la telecamera che non esce quasi mai dalla stanza dove siede il protagonista noi ci troviamo, come lui, immobilizzati, impotenti nei confronti di ciò che succede dall'altra parte del cortile, vorremmo urlare a Lisa di stare attenta ma non possiamo, perché siamo chiusi in quella stanza con una gamba rotta. Tanto che, quando l'assassino per la prima volta si accorge di Jeff, lo guarda puntando lo sguardo dritto in camera, perché in realtà è noi che sta guardando. 

Ultima menzione, necessaria, va ai dialoghi: La finestra sul cortileè ambientata in un salotto, e il tono del parlato è quello che vi si addice: forbito, elegante, al contempo ironico e naturale. Troverete battute classiche ma che potrebbero tornarvi utili nella vita di tutti i giorni «Non mi rivedrai per molto tempo. Comunque... Non prima di domani sera!», modi di dire desueti ma che meriterebbero di tornare alla ribalta «mi organizzerebbe un panino imbottito?» e frasi che sono più vere al tempo dei social di quanto non lo fossero 66 anni fa «Siamo diventati una bella razza di guardoni!».

Insomma, La finestra sul cortile è un film da guardare in tempi immobili, così da gustarne l'eloquio, la lentezza e la particolare qualità di brivido. Un film da guardare la sera, ancora meglio se fuori pioviggina. Un film, soprattutto, da guardare con un bicchiere di vino in mano, per brindare alle cose fatte bene.

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<![CDATA[C'era una volta Il cineforum]]>

L’emergenza Coronavirus e le misure restrittive ad esso dovute hanno portato a un incremento degli abbonamenti alle piattaforme streaming. Contemporaneamente la chiusura delle sale, la sospensione dei festival e degli eventi legati al cinema, ha fatto sì che le nuove uscite, previste per il grande schermo arriveranno direttamente in streaming su varie piattaforme.
In questo contesto le proiezioni in sala rischiano di diventare “vintage”, roba per cultori, o per nostalgici del tempo che fu. Insomma di questo passo al cinema c’ andranno solo cinefili e quindi, secondo me, le programmazioni nelle sale dovranno ritornare ad assomigliare a quelle dei tempi del cineforum.

Mio padre andava al cinema da solo e se capitava la sera della rassegna d'autore si appisolava: entrava al primo spettacolo e usciva alla fine dell'ultimo, o almeno così mi raccontava. Mi diceva che certi film gli conciliavano il sonno, il che era un miracolo per uno come lui che soffriva d’insonnia.
Qualche anno più tardi ho scoperto che anche a me piaceva andare al cinema da solo e mi sono appassionato al cineforum che all'epoca organizzava Radio San Donà, l'emittente da cui orgogliosamente trasmettevo. “Momenti di cinema internazionale” era il titolo della rassegna, quattro proiezioni, due il mercoledì e due il giovedì, con tanto di libretto di recensioni dei film in omaggio agli abbonati.
Spesso decidevo di andarci all'ultimo minuto, magari passando davanti alla sala cinematografica e notando una locandina che mi intrigava. In quelle serate infrasettimanali si vedevano i film dei festival, i film d'essai. Anche se ritardavi entravi ugualmente e aspettavi di vederti l'inizio perduto nella proiezione successiva. Insomma per me era un po' come una seconda casa perché entravi e uscivi quando volevi, ti sedevi dove ti piaceva di più e magari se la posizione non ti garbava ti spostavi.
Ebbene sì, ho ritrovato nello sgabuzzino delle vecchie locandine e ho provato nostalgia per quel tipo di cinema. Erano film con ridotta distribuzione, ne giravano poche copie, la pellicola arrivava spesso in provincia consumata e difettosa, e nonostante questo ne sento la mancanza, proprio ora, nell'epoca della perfezione digitale e del 3D.
Forse perché, da molto tempo ormai, non puoi più entrare nelle sale a spettacolo iniziato, devi sederti dove decidono loro, non puoi cambiare posizione, sei obbligato a sorbirti mezz'ora di pubblicità perché indicano l'orario d'inizio della proiezione quello che invece è l'inizio degli spot.
Infine c'era un'altra cosa che nei cinema dei miei ricordi non si usava: non esisteva consumare cibo, non c'erano le macchine infernali dei pop corn. In sala ci si andava per guardare, ascoltare, o al limite per baciarsi, dormire, sognare, ma silenziosamente e senza disturbare.
Ora invece si sente il rumore continuo di quello dietro, davanti, di lato che rosicchia ininterrottamente pop corn. Per non parlare della visione dell'altro schermo, quello piccolo, che si accende e vibra dentro le tasche o nelle borse. In definitiva al cinema ci si distrae continuamente, come accadde quando si guarda un film a casa e squilla il telefono, suona il campanello, abbaia il cane, sbatte una porta… È odioso che quando sullo schermo gigante passa l'emozione del momento indimenticabile, quello che dovrebbe rimanerti impresso nella memoria, coinvolgerti completamente, e i tuoi sensi sono invece disturbati dall'accendersi vibrante del display del vicino, dal fetente rumore di denti sgranocchianti o dall'odore di olio rancido.

Nel contempo la diffusione dei dispositivi multimediali ha reso “indisciplinato” il corpo e la mente dello spettatore, gli fa sentire intollerabile l'assenza di connessione prolungata, legittima la sua distrazione e il desiderio di esperienze sovrapposte alla visione. Questo non succede solo in sala ma anche nelle visioni in TV e dai dispositivi multimediali, forse per questo le piattaforme prevedono a priori una visione intermittente. Le serie TV, i film in streaming, pare siano disposti a farsi fruire come flussi, da perdere e ritrovare ogni volta che si desidera.

Per questi motivi prevedo che i cinema tenderanno a essere sempre meno frequentati da coloro che li reputavano luoghi di puro consumo. Questi potranno consumare le stesse immagini in movimento direttamente dal divano di casa e a minor prezzo. L’ auspico è che in futuro i cinema si rivolgano sempre di più alla nicchia che non intende rinunciare alla visione in sala, ai romantici amanti del mondo perduto dei cineforum.
Potrebbero divenire la migliore alternativa alle piattaforme streaming.

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cineforumvisioni , più spesso ciclo di visioni, a carattere culturale, in cui alla proiezione di un film fa seguito un dibattito

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<![CDATA[Utras, tu t'è scurdat' 'e nuje]]>

Tratto da Sportallarovescia.it

Non serve per forza essere dei critici cinematografici - ed è bene tenerlo a mente per tutta la lettura dell’articolo - per recensire una storia che può toccare anche parecchio da vicino. Quando si parla di un fenomeno così popolare come il calcio - o meglio, come lo intendiamo noi - viene difficile non dare una propria lettura su Ultras, il primo lungometraggio firmato da Francesco Lettieri.

Chi scrive ha visto questo film comodamente dal divano di casa propria, ultras, ex ultras, supporter, gente che ha o ha avuto a che fare con il mondo delle curve da Nord a Sud e anche in piazze come quella di Napoli, non si è lasciato sfuggire l’occasione di vedere il debutto del giovane regista e, a causa del tema trattato, probabilmente il seguito è stato maggiore.

Possiamo parlare di un’occasione mancata? Crediamo proprio di si. Poteva essere l’occasione di capovolgere il racconto che era stato fatto nel film ACAB, dove si guardava al mondo degli ultras soltanto dal punto di vista della polizia? Sì, assolutamente; peccato che non sia riuscito il tentativo. Dietro Ultras c’è un progetto molto più ampio e complesso che va oltre a questo film e che gira attorno alla figura, anzi al prodotto, di Liberato. Infatti, spostandosi in un terreno in cui «se non sai» rischi di cadere in banalità, con questo film si è arrivati addirittura a denigrare e mettere in cattiva luce il movimento ultras.

A primo impatto nel film di Lettieri gli ultras sarebbero tutti teste vuote, tossici e violenti.
Sullo sfondo di tutto c’è il gruppo degli Apache, identitario, old school, con individui legati al proprio gruppo e alla sua storia. Nulla di nuovo sotto al sole, tutti i gruppi ultras sono così. Anche il gruppo di fuoriusciti, che prende forma dopo il veto messo dai vecchi del gruppo di non partecipare alla trasferta di Roma e soprattutto di non portare con sé uno striscione con su scritto «Bruciamo la capitale», avrà gli stessi valori. No Name Naples, decide di chiamarsi il gruppo di fuoriusciti dagli Apache. La loro sigla, impressa a lettere cubitali sulla parete della palestra-quartier generale. Tempio era l’angolo del porto dove gli Apache si incontrano, tempio diventerà la palestra dei NNN.

Due templi, due generazioni a confronto, con una ancora più giovane che diventerà ago della bilancia in tutta la storia, anzi ne determinerà la storia. Una contrapposizione che va oltre la battaglia generazionale, ma sottolinea come la cultura modaiola stia entrando all’interno del mondo ultras. Una guerra all’interno del gruppo, come una guerra è diventata il mondo dello stadio. Diffide, daspo, tessere del tifoso. Due sono le figure centrali del film. Da una parte Sandro detto il Mohicano, co-fondatore e capo dello storico gruppo ultras Apache, sottoposto alla misura del Daspo andrà ogni domenica a firmare, mentre Angelo è un ragazzo che ha visto morire il fratello Sasà durante degli scontri accaduti anni addietro tra napoletani e romanisti. Sono vari i riferimenti al mondo reale delle curve napoletane. Già il nome Apache fa pensare per associazione al gruppo Fedayn E.A.M. Anche lo striscione «Spirito selvaggio» che ricorda il gruppo Spirito libero.

L’appartenenza e la violenza vengono sottolineati dalla causa scatenante delle tensioni all’interno del gruppo, ossia l’oltraggio fatto ad uno storico striscione legato ad una delle imprese definite come mitologiche degli Apache, e conservato come una reliquia: ecco, i segni sono destinati a bruciare, l’appartenenza ad essere ridefinita in un’esperienza che non passa più dalla riconoscibilità monolitica in pratiche tribali, ma attraversa una sorta di replica generica, di riferimenti comportamentali e modelli già visti.

Questi ragazzini si comportano un po’ come quelli della Paranza dei bambini di Giovannesi, immortalati in pose da camorrista per i selfie, imparati dalla tv e per la voglia che hanno di divertirsi, al di la dell’appartenenza al gruppo. Quando davanti al panorama della città i ragazzini connetteranno Napoli al mondo («se vinciamo davvero crolla Napoli», «no, crolla il mondo intero»), è perché davanti a loro in quell’istante si stagliano i confini conosciuti di tutto il loro universo, abbracciato dal Vesuvio come unico orizzonte possibile. Ultras mixa così la vetrinizzazione della città partenopea (esplicitata da inserti che ironizzano apertamente sul canone turistico del capoluogo) con il dietro le quinte della metropoli, edifici in costruzione, passaggi sotterranei e angoli nascosti della mappa, alla stessa maniera con cui l’elettronica di Liberato passa a intervalli con il repertorio popolare di Pino Daniele e Lucio Dalla. Gli NNN con i giovanissimi andranno a Roma. Qualcuno andrà li per «vendicare un fratello morto», altri perché devono dimostrare il loro potere all’interno del nuovo gruppo. C’è chi andrà a Roma, in barba a qualsiasi restrizione per salvare il salvabile, o forse no!

L’arrivo a Roma sembra accostare gli ultras al peggior commando di terroristi. Arrivano chiusi dentro a dei furgoni, armati fino ai denti. Gli scontri con la polizia sono surreali, più che cinematografici. Il finale è quasi scontato. Il Mohicano, nonostante dovesse essere in questura a firmare, è lì in prima linea per cercare di salvare il giovane Angelo.

Il film ha sollevato critiche sia nel mondo degli ultras ma anche tra la gente comune. Una tra tutte Antonella Leardi, madre di Ciro Esposito, il tifoso napoletano ucciso nel 2014 da un ultrà della Roma.

«Nel vedere il trailer del film Ultras con la regia di Francesco Lettieri, sono stata colta da sgomento e profonda tristezza. Non posso che condividere le parole espresse dall’avvocato degli Ultras Emilio Coppola: questo film è una pugnalata al cuore ed una offesa nei confronti non solo della mia famiglia ma anche e soprattutto della memoria di Ciro, mio figlio». Per quanto riguarda i riferimenti alla storia personale di Ciro, Antonella Leardi ha aggiunto: «I riferimenti alla storia di mio figlio sono così espliciti, che non posso tacere. La narrazione, anche solo del trailer è davvero offensiva per mio figlio. Ciro non è mai appartenuto a quel mondo che viene descritto nel film. Ma soprattutto non ci identifichiamo nei sentimenti e nei messaggi che vengono in questo film promossi. Mio figlio è morto per un deliberato atto di violenza. E dal momento della sua morte, tutta la mia famiglia, si è prodigata per diffondere un messaggio di non violenza che abbiamo condiviso nelle TV, negli eventi, negli stadi e nelle scuole. Questo voglio sia chiaro e, nel film, non emerge nessuno di questi messaggi».

Antonella, difende giustamente suo figlio, e noi non vogliamo entrare nel merito del fatto se Ciro fosse o meno un ultras, non è questo il punto ma quello che è certo è che Ciro è morto per un agguato, non perché gli ultras del Napoli fossero andati a Roma in cerca di vendetta.
Qualcuno potrà dire che il racconto del film Ultras non è quello della vicenda di Ciro Esposito o che magari addirittura Ciro sia quel Sasà che è morto prima dell’inizio del film e che gli ultras vanno a vendicare a Roma. Comunque la si prenda e qualunque sia il personaggio di Ciro che viene impersonificato nel film, si sottolinea una voglia di vendetta che attorno alla vicenda di Ciro Esposito non è mai esistita. Non vogliamo entrare nel dibattito della violenza ultras, dell’appartenenza, della mentalità, ma vorremmo che non vengano strumentalizzate storie come quella di Ciro Esposito e di tutti quei ragazzi morti soltanto perché seguivano una passione, coltivavano un sogno, sentivano di appartenere a qualcosa simile ad una famiglia.

Dalla sua pagina Facebook, Lettieri ha provato a smarcarsi rispetto alla strumentalizzazione della vicenda di Ciro Esposito, definendolo un semplice equivoco. Il regista ha sottolineato anche che ogni gruppo ultras ha il proprio martire e che il Sasà che fa da sfondo a tutta la storia rappresenta ognuno di essi. È vero, Lettieri con le immagini riesce a restituire al pubblico una bellissima immagine di Napoli (anche se molte scene sono girate a Pozzuoli), nessuno mette in dubbio la sua bravura nella scelta della fotografia, e i video di Liberato ne sono un esempio. Una cosa è certa: è stata un’occasione mancata! Bastava non calcare la mano sugli stereotipi che investono il mondo degli ultras.

Si poteva raccontare un’altra storia!

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<![CDATA[Sherwood racconta... La notte degli Oscar 2020]]>

Correva l'anno1929. Wall Street si accingeva a conoscere uno dei crolli finanziari più eclatanti della nostra storia; Popeye (“Braccio di Ferro”) faceva la sua prima apparizione in una striscia a fumetti sul quotidiano Thimble Theatre; Alexander Fleming mette un macigno evolutivo sul progresso medico presentando i suoi risultati riguardanti la penicillina.
Questi sono solo alcuni degli eventi che resero il 1929 un anno cruciale per la nostra storia. Già, solo alcuni, perché quello che più interessa in questa sede, è che il 16 maggio del 1929 venne inaugurata la prima premiazione cinematografica della storia, l'Academy Award, da noi meglio conosciuto come il Premio Oscar! L'onoreficenza è considerata senza alcun dubbio il più prestigioso titolo cinematografico, che viene conferito annualmente a coloro che vengono giudicati meritevoli di tale premio dall'Academy of Motion Picture Arts and Science.

Sono passate novantadue edizioni da quel momento storico, e centinaia di illustri personaggi del mondo del cinema si sono susseguiti anno dopo anno per ottenere quella piccola statuetta dorata che, solo a vederla, è in grado di trasmettere un senso di epicità e maestosità degne di quel capolavoro artistico che è il cinema hollywoodiano.
Già, perché da ormai poco meno di un secolo è proprio la cornice hollywoodiana che sovrasta imperante ogni altra immagine durante questo giorno speciale. Non una cornice intesa come sito geografico nel quale si svolgono le premiazioni, ma come realtà che in modo estremamente tangibile si materializza all'interno del Dolby Theatre. Un mondo sfarzoso, altisonante, con abiti di gala e il profumo dei dollari tra le tasche degli ospiti. Insomma, la crème de la crème. Per noi esseri comuni, vivere un'esperienza come la Premiazione degli Oscar, sarebbe un po' come immergersi in un grande e lussuoso zoo che, al posto di contenere animali, contiene stars! Tutti i migliori esponenti del cinema hollywoodiano, ma non solo, una volta all'anno si ritrovano nello stesso luogo per celebrare quello che per il cinema mondiale è l'Evento degli Eventi. E quest'anno ve lo vogliamo raccontare.

Già dai giorni precedenti, una cosa era chiara a tutti. I pronostici sono stati differenti e non concordi in quasi tutte le categorie. E questo è essenzialmente un bene per lo spettacolo, poiché la suspance è senza alcun dubbio uno degli elementi fondamentali del Grande schermo, e di conseguenza della premiazione ad esso dedicata. A contendersi i premi più ambiti partivano, più o meno alla pari, un numero sostanziale di pellicole: tra queste 1917 di Sam Mendes, riproduzione storica di come la Prima Guerra mondiale fu vissuta nei suoi più angosciosi dettagli; Joker di Todd Phillips, il racconto toccante e drammatico di come il più amato tra le nemesi di Batman è diventato il super criminale che tutti conosciamo; Once upon a Time.. in Hollywood di Quentin Tarantino, uno spaccato di vita riguardante la realtà hollywoodiana negli anni '60; e poi ancora Parasite di Bong Joon-Ho, un thriller drama che a tratti si maschera da commedia, dagli scenari cupi ma estremamente evocativi e intellettuali; e ancora, The Irishman di Martin Scorsese, storia di mafia made in Usa riguardante la vita del sindacalista Frank Sheeran; infine JoJo Rabbit di Taika Waititi, commedia nera che mostra la tematica del nazismo sotto una luce alternativa. Senza nulla togliere ai titoli non citati, un quadro di questo tipo è sufficiente per lasciar intendere il livello di competizione, se di competizione si può parlare, che ci si doveva attendere.
La serata, che per noi figli del Bel Paese è in realtà una nottata, inizia immediatamente con la marcia ingranata sulla quinta. I primi due attori che si apprestano a ricevere il premio sono niente meno che Brad Pitt e Laura Dern (nota a tutti per la sua parte da protagonista in Jurassic Park), rispettivamente come miglior attore non protagonista e miglior attrice non protagonista, lui con Once Upon a Time.. in Hollyood, lei con Storia di un matrimonio. Tra gli scontati e spesso ridondanti ringraziamenti di rito, spicca quello del bell'Achille di Troy, che ci tiene ad incentivare i colleghi seduti in sala a dare maggior importanza ai propri stuntmen, riferimento non casuale al personaggio da lui interpretato che gli è valso quest'Oscar.
Una sorpresa che sicuramente noi ragazzi figli degli anni '90 non possiamo che apprezzare è poi la premiazione per il miglior film d'animazione. L'Oscar per questa categoria se lo aggiudica Toy Story 4! Per la seconda volta (dopo la vittoria di Toy Story 3 nel 2011) gli storici giocattoli animati capitanati dai nostri amici d'infanzia Woody e Buzz portano a casa l'ambito trofeo, premio ritirato dal regista Josh Cooley.
Tra le vittorie illustri è d'obbligo citare il premio per il miglior documentario, vinto da Made in Usa - Una Fabbrica in Ohio, primo lungometraggio prodotto dalla nuova casa di produzione di cui sono proprietari Barack e Michelle Obama. Tematica principale: il diritto al lavoro negli Stati Uniti.

La mia paura causata dall'idea di sorbirmi una celebrazione noiosa e ripetitiva ad orari proibitivi nel cuore della notte, durante i quali riuscire a tenere gli occhi aperti non è più così semplice come un tempo, si affievolisce sempre più grazie alla discreta rapidità delle 24 premiazioni (già, perché siamo giunti ad avere 24 tipi di premi differenti) e a degli stacchi con performance da urlo, incisive, coinvolgenti e in pieno stile hollywoodiano. D'altronde, da una serata come questa, non ci si può certo aspettare un cabaret di seconda categoria. Giusto per citarne uno: Mister Slim Shady alias Sua Maestà Eminem, dopo la mai dimenticata assenza del 2003 in cui non si presentò per ricevere il premio alla miglior canzone nel suo film biografico 8Mile, sceglie di tornare 17 anni dopo cantando proprio quella storica Lose Yourself che gli valse l'Oscar in quell'occasione! Ebbene sì, solo questo show è valso le ore di sonno perse.
Si è poi esibito anche Sir Elton John, leggenda vivente della musica pop-rock, esibendosi con (I'm gonna) Love me Again, brano che gli vale l'Oscar come Miglior canzone nel film narrante la sua stessa vita: Rocketman.

Giungiamo ora ai momenti più topici della serata, lasciati giustamente come dulcis in fundo. Uno dei pochi premi su cui non c'è molto da discutere è quello per il Miglior attore protagonista, andato di diritto nelle mani di Joaquin Phoenix. La sua interpretazione di Joker è stellare, sublime, magistrale. Senza nulla togliere ai contendenti di altissimo livello, questa statuetta era virtualmente già nelle sue mani da tempo. Sembrerebbe che il Joker abbia un buon rapporto con gli Oscar, dal momento che già il compianto Heath Ledger vinse il medesimo trofeo qualche anno prima interpretando lo stesso personaggio nel secondo capitolo della saga di Batman diretta da Christopher Nolan.
Il premio come Miglior attrice va invece a Renée Zellweger, la nostra amata Bridget Jones, che interpreta in modo elegante e particolarmente fedele l'immensa cantante Judy Garland durante gli ultimi anni della sua vita nel film omonimo Judy.

E il Miglior Film? L'edizione 2020 ha saputo ritagliarsi un pezzo nella storia del cinema proprio grazie all'assegnazione di questo premio, chiaramente il più ambito e atteso. Questo perché a vincere è stato Parasite, il film di Bong Joon-Ho, ovvero la prima pellicola in lingua non inglese che ha saputo conquistare questa vittoria (se chiudiamo un occhio per The Artist, film francese ma muto). Il regista sud coreano ha saputo a sorpresa coronare il suo sogno americano alzando, visibilmente emozionato, l'Oscar davanti ad una hollywood - cuore pulsante della fierezza statunitense - che dimostra enorme apprezzamento e gratitudine per questo autentico capolavoro del cinema asiatico e mondiale.

Parasite esce da questa edizione come il dominatore della serata grazie ai 4 premi Oscar ricevuti (miglior film, regia, sceneggiatura originale e film internazionale).
Ad aggiudicarsi tre premi, e quindi a salire sull'immaginario “secondo posto del podio” di questa edizione, è 1917 (miglior Fotografia, Sonoro ed Effetti speciali)
Due premi per Joker (miglior attore protagonista e miglior colonna sonora); stesso numero di onoreficenze per Once upon a Time.. in Hollywood (miglior Attore non protagonista e miglior Scenografia). Probabilmente sia Phillips che Tarantino avrebbero sperato in qualcosa di più per i loro tanto acclamati lavori. Anche Le Mans '66 - La Grande Sfida porta a casa due statue (miglior Montaggio e miglior Montaggio sonoro), ma in questo caso invece era difficile aspettarsi di più. Un premio infine per Rocketman (miglior Canzone), Jojo Rabbit (miglior Sceneggiatura non originale), Storia di un Matrimonio (miglior Attrice non protagonista), Judy (miglior Attrice protagonista), Piccole Donne (miglior Costume) e Bombshell: la Voce dello Scandalo (miglior Trucco).
Il grande sconfitto della serata è senza dubbio The Irishman, che nonostante le alte aspettative e le 10 nominations esce di scena senza trofei. Siamo tuttavia sicuri che elementi del calibro di Martin Scorsese, Joe Pesci, Al Pacino e Robert De Niro, vista la quantità di premi vinti in passato, sapranno farsene una ragione.

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<![CDATA[Sherwood Open Sunday - Presentazione della webzine sherwood.it]]>

Domenica 26 GennaioRadio Sherwood
Vicolo Pontecorvo 1/A, Padova

 

Sherwood Open Sunday
Presentazione della webzine sherwood.it

 

Torna Sherwood Open Sunday!
Per inaugurare l'inizio del nuovo decennio, vogliamo aprire di nuovo le porte della nostra sede, con una diretta radiofonica aperta al pubblico.
Tema della serata… Rullo di tamburi... Presentazione della Webzine di Sherwood.it!

Che cos’è Sherwood webzine? È una redazione che scriverà di:
- Musica: recensioni delle nuove uscite discografiche, report di concerti, interviste ad artisti e gruppi, sguardo agli artisti e alle etichette indipendenti, con spazi di approfondimento dedicato alla musica a 360°!
- Letture: uno sguardo improntato alle novità, ai Premi, all’editoria indipendente, e perché no? Alle nuove ristampe di un vecchio classico ed all’anniversario del nostro autore preferito!
- Cinema: un salto nel mondo della celluloide con recensioni di film nelle sale, descrizione di mostre internazionali, documentari e, manco a dirlo, delle serie TV per una consapevole visione di ciò che si trova nello sconfinato mondo dello streaming!
- Arte: uno spazio dedicato all’arte in senso ampio non poteva mancare nella Urbs Picta, articoli sulla pittura, sulla fotografia, sino al mondo dell’illustrazione, con consigli su mostre e luoghi da vedere!
Infine, perché melius abundare, uno sguardo oculato nei confronti della Cultura POPoular: dal fumetto, alle sottoculture sino alle chicche underground che più urban non si può!
Tutto ciò, ovviamente, in salsa Sherwood: la migliore alternativa.

Sei interessato ad almeno uno di questi campi (o anche a tutti: sei fantascienza!)?
È la serata giusta per venire a conoscere le redattrici ed i redattori della Webzine, e perché no, per buttarti a capofitto insieme a noi! Te lo assicuriamo, ne varrà la pena!

Al termine della presentazione ci sarà una selezione musicale a cura di Radio Sherwood, per continuare la serata in compagnia.
Un’inaugurazione degna di nota, con buon vino, cibo, bella gente e buona musica!

La sede della radio sarà pronta ad accogliervi a partire dalle 18.30 per un aperitivo prima dell'inizio della diretta, con spritz, vinelli, birre artigianali CRAK Brewery, spunciotti vari e pizze fatte con amore alla pizzeria "La Pizza Loca" del Cso Pedro.
Per chi arriva puntuale alle 18.30 ci sarà anche uno spritz offerto ed un piccolo buffet!


La diretta radio di presentazione del progetto inizia alle 19.00, puoi ascoltarci anche in streaming su www.sherwood.it/streaming.

Durante la presentazione, ai nostri microfoni si alterneranno diverse persone della redazione, che illustreranno i vari macrotemi di cui si occuperà la webzine.
A seguire la serata continua con Skyro dj!


Per info e contatti: press@sherwood.it


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Ingresso libero con tessera Sherwood Openlive 2020, che potrete richiedere la sera stessa al costo di 2 euro (valida per tutte le attività che si svolgono all'interno della sede).

Sherwood Open Sunday
E' un format di Radio Sherwood nato per "aprire le porte" degli studi e dare un volto alle voci delle varie trasmissioni, con una diretta aperta al pubblico costruita di volta in volta con una selezione dei nostri programmi.

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<![CDATA["Motherless Brooklyn" di Edward Norton - Recensione]]>

Come si fa ad essere diversi rispetto al passato? È la domanda che forse Norton nella sua seconda prova da regista si è posto, andando ad adattare il romanzo Brooklyn senza Madre di Jonathan Lethem. Punto uno: non è il classico noir sommesso e lento, e in tal senso viene aggiornato il genere con una narrazione dal ritmo variegato quanto un free jazz di Coleman. Punto secondo: qui entra in scena una New York molto Allenper atmosfera e viene raccontata al tempo della musica dei grandi interpreti degli anni centrali del ‘900.

Il film inizia veloce, rallenta fino quasi a fermarsi per poi ripartire quando viene svelata la strada da seguire e l’obiettivo da raggiungere. Diventa la narrazione di un mistero da risolvere che segue i tempi del jazz e la musica in tal senso ha un ruolo fondamentale. Essa è pure la metafora per spiegare la psicologia dietro al personaggio interpretato da Norton, il detective Lionel Essrog, afflitto dalla sindrome di Tourette e da tic ossessivo compulsivi. Tali sintomi vengono comparati ai cambi di ritmo e stile nei fraseggi della jam session, utili a definire il genio e i suoi mille flash mentali, lampi nella notte cupa, insegne dei locali accese al calar del tramonto.

Motherless Brooklyn non è solamente un crime da risolvere ma anche una storia dei tempi odierni passati, perché alcuni problemi non cambiano, rimangono, mutano solo di nome e immagine. È una pellicola che parla di ultimi, di strani, emarginati che solo per paura del diverso verrebbero lasciati agli angoli, se non ci fossero delle persone amiche capaci di vederne il potenziale latente. È una storia di potenti, potenti economici muscolari voraci di spazi, status, manie di controllo, a cui il denaro fa solo contorno come fosse la piscina in cui nuotano o le statue di casa. Motherless Brooklyn diventa il racconto di una vecchia America moderna profondamente capitalista che striscia sotto le esistenze altrui cibandosi di risorse e ingenuità.

Il comparto tecnico dimostra un Norton abile a dirigere con una maestria degna di una figura professionale profondamente conoscitrice della materia, un amante del cinema, sapiente nel prendere gli stilemi dei classici passati innovandoli secondo la propria visione. Non vuole fare l’Allen raccontando allo stesso modo New York ma vi si ispira, come per la parte crime si lascia trascinare all’immaginario donato da Scorsese al pilot di Boardwalk Empire.

Consigliato a chi: ama risolvere i misteri ma senza la sua musica di sottofondo non alzerebbe le gambe dal bancone.

Vedi il Trailer!

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<![CDATA[La famosa invasione degli orsi in Sicilia - Recensione]]>

 

 

La famosa invasione degli orsi in Sicilia

 

Una favola moderna, una dicitura così semplice e complessa racchiude La famosa invasione degli orsi in Sicilia, tratto dalla storia di Dino Buzzati, (uscita sul Corriere dei piccoli nel 1945).

In una Sicilia fuori dal tempo e dallo spazio, vivono gli orsi, nei grandi massicci centrali dell’isola, sotto la guida del buon re Leonzio, il più valoroso e onesto fra loro. Il rapimento del figlio Tonio, ad opera degli umani ed un lungo inverno, lo costringeranno a scendere a valle con tutto il suo popolo.

Una Storia, con la S maiuscola, perché come nelle favole dei bardi e degli aedi, ogni storia ne racchiude altre, che si dipanano a loro volta in infinite storie, per chi ha voglia e piacere di ascoltare. Ci si immerge fin da subito nella dolcezza di un ricordo ritrovato, di una tradizione perduta e riscoperta, quella del narrarsi, del raccontare storie l’uno all’altro, per passare il tempo, per arricchirsi vicendevolmente e confrontarsi attraverso il vissuto.

Troppi questi 75 anni passati tra la prima pubblicazione dell’opera letteraria e questo film d’animazione.

Prima prova alla regia per Lorenzo Mattotti, punto d’arrivo e d’inizio di una carriera nel mondo dell’animazione per un artista da anni nome italiano di grido nel campo dell’illustrazione. Un'esperienza notevole ed un’opera non semplicissima da mettere in scena. Prova superata brillantemente, le libertà prese rispetto al testo originale apportano organicità ed epos. Ma questo ci aspettavamo da un artista di tal fatta.

Affascinante l’uso dei colori, in massima parte naturali e brillanti; che si mostri un monte innevato, una assolata spiaggia o i vicoli dei paesini siculi, i colori scelti sono quelli dell’immaginazione, colori archetipi, che sembrano nascere nella nostra mente piuttosto che sullo schermo. A tratti è facile smarrirsi nei propri ricordi infantili tanta è la dolcezza e la forza di alcuni paesaggi.

Ricco il numero di citazioni e riferimenti che provengono da ogni dove. Dal mondo del cinema, su tutte inquadrature e scene che rimandano a Il deserto dei Tartari di Vittorio Zurlini, (forse il libro più famoso e letto di Buzzati), dai film d’animazione come i disneyani Fantasia e Aladdin, dal mondo dell’arte le scene urbane ricordano i quadri di Segantini. Il tutto con un attento e perenne studio delle geometrie e con un tocco orientaleggiante che tanto era caro a Dino Buzzati.

I più grandi si porranno domande sui significati politici nascosti nell’opera, la guerra, la fame, il mondo della borghesia urbana in contrasto col popolino rurale, i trucchi dei potenti e degli affabulatori ideologici, sono tutti temi pregnanti e portanti nella storia. I più piccoli resteranno affascinati da una poesia visiva, dallo sfavillare di colori e il susseguirsi di incanti.

Vanno ringraziati i molti attori che hanno prestato le voci a quest’opera: Toni Servillo, Antonio Albanese, Corrado Guzzanti per dirne alcuni e su tutti la voce di Andrea Camilleri, il quale era molto legato a questa fiaba.

Questa co-produzione italo-francese è un gioiellino nel panorama attuale, è a distanze siderali dalla produzione mainstream odierna con uno stile unico e riconoscibile.
In conclusione, un caleidoscopio di colori e immagini, di fantasia e realtà, che vuole leggere il mondo in maniera schietta e sincer,a ma con la gioia e l’allegria della fanciullezza.

Un film di orsi, cantastorie, di maghi e mostri, di battaglia e di amore.

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<![CDATA[Joker: il riscatto di un “cattivo”?]]>

Esattamente 30 anni fa veniva presentato il film Batman di Tim Burton, l’eroe pipistrello di Gotham City che nel suo primo film aveva come suo nemico Joker, interpretato da Jack Nicholson. Dopo trent’anni vince il festival di Venezia il film Joker, del regista Todd Philips, interpretato da Joaquin Phoenix, un film realistico che difficilmente si può inquadrare nella saga dei film di Batman. Salvo però una cosa: nei film di Batman una certa vena politica c’è sempre stata, proprio come è ravvisabile un forte contenuto di critica sociale nel Joker di Philips.

Proprio nel Batman di Burton per esempio, la scena in cui Joker/Nicholson percorre la città in una street parade sopra un carro carnevalesco da cui lancia soldi a tutti i cittadini (per poi volerli avvelenare) sembrava rappresentare il capitalismo che dopo la caduta del muro di Berlino era pronto a promettere una felicità illusoria a tutti. Che Tim Burton avesse uno sguardo critico sul mondo lo si poteva ben capire dal film Batman – Il ritorno , un film il cui suo arci-nemico apparente era Pinguino (interpretato da Denny De Vito) ma che in realtà era Max Shrex, magnate dell’industria che ha avvelenato con i rifiuti dell’industria tessile le fogne di Gotham, ha ucciso un vecchio socio in affari, vuole costruire una mega centrale elettrica che serve solo a fare profitti e non a generare energia per la città.

Secondo voi Burton non è abbastanza social? Sentite cosa ha risposto anni fa a un’intervista rilasciata a Valentina Neri, quando lei gli chiese perché la Warner Bros gli avesse impedito di girare altri film su Batman: «Pare che a Mc Donald’s e Burger King, che compravano le licenze commerciali, non fosse piaciuto il personaggio di Penguin. Facemmo una riunione e mi dissero “Ma che cos’è quel liquame nero? Cosa fa uscire dalla bocca di Denny De Vito?” Ed io ho risposto: “E voi nelle nostre bocche che roba strana mettete”».

Sta di fatto che in seguito ci saranno i Batman diretti da Joel Schumacher, tutto sommato fumettistici, che hanno registrato attori del calibro di Jim Carrey, Arnold Schwarzenegger, Uma Thurman, Val Kirner, Nicole Kidman, Tommy Lee Jones. E poi c’è la trilogia di Cristopher Nolan. Se il primo episodio, Batman Begins, si inserisce nel solco dei film da comics di Schumacher, Batman – Il Cavaliere Oscuro è un film che ha acceso tanti entusiasmi. Antagonista di Batman è lo Joker interpretato da Heat Ledger: Batman è oscuro (ma veramente oscuro), a partire dal tono di voce, Joker è pazzo pazzo pazzo e il film sembra un gioco di forzature di immagini piatte più che di attenzione per l’immaginario.

A ogni modo nel film il regista fa venire fuori il pensiero di Joker, inquadrato come il pensiero del cattivo ovviamente. Quando l’uomo dai capelli verdi e il viso dipinto da clown va a trovare in ospedale Jack Due Facce, ecco che parte un monologo sul caos. Secondo Joker (per cui la parola caos equivale a quella di anarchia) il caos è giusto e serve a svelare la falsa stabilità dell’ordine. L’ordine delle istituzioni e delle regole è fasullo, quindi ci vuole disordine, caos, violenza, perché almeno queste ultime sono giuste. Un ragionamento che giustifica il pensiero classico della destra per cui l’organizzazione gerarchica è l’unico modo di organizzazione politica possibile dato che le masse spesso sono in preda a impulsi irrazionali.

Nessuno sfruttamento, nessuna ingiustizia, nessuna diseguaglianza, nessun arbitrario appropriarsi delle risorse altrui, anzi, se mai ci fosse tutto questo,  si chiamerebbe ordine, mentre al suo opposto c’è la cieca violenza di cui parla Joker.

Ma è nel Il ritorno del cavaliere oscuro che Nolan dà il meglio del suo pensiero reazionario. Una corretta interpretazione del Nolan pensiero la fornisce Juan Carlos Monedero, professore di scienze politiche dell’Università Complutense di Madrid, intellettuale tra i fondatori di Podemos, nel libro Corso urgente di politica per gente decente: «I problemi di Gotham City sono gli stessi della crisi economica attuale, e quindi gli emarginati (gli Indignados di Occupy Wall Street) si rivoltano. Niente universitari, lavoratori o donne indignate che ricordino le insurrezioni per il pane della Rivoluzione francese. Il capo è un pazzo rancoroso che non sembra avere niente di umano. I difetti del sistema sono noti, ma cadere nelle mani dei nemici dell’ordine significa cadere nel peggiore dei disordini: processi popolari, esecuzioni sommarie compiute di fronte una folle esultante, violenza gratuita, odio inveterato, rancori storici dei poveri verso i ricchi. Il facchino che all’inizio del film aiuta gentilmente una signora con la valigia, dopo l’ascesa del popolo la trascina per i capelli in mezzo alla strada. Il popolo che reagisce è un criminale. Il popolo perbene se ne sta a casa. E’ Batman, con l’aiuto della polizia, che deve scendere nelle fogne per dare la caccia al movimento sociale e salvare la città».

E veniamo all’ultimo Joker di Philips, che ha vinto il Leone d’Oro dell’ultima edizione del Festival di Venezia. Arthur Fleck prima di diventare Joker è un tipo alienato e con patologie mentali che vive nei sobborghi della New York del 1981. Si guadagna da vivere facendo il pagliaccio, ma è un lavoro miserabile. Le persone lo guardano male per la sua risata involontaria che non può controllare, la metropoli lo inghiotte, controlla la malattia con 7 pillole al giorno ed il servizio psichiatrico non è granché.

Una sera, mentre tornava a casa, tre ricchi rampolli di Wall Street lo malmenano e lui, in preda al panico e le sofferenze, reagisce istintivamente sparando loro con una pistola non sua regalatagli in modo infingardo da un amico al lavoro, uccidendo i giovani yuppies. Il giorno dopo vede in televisione il candidato a sindaco Thomas Waine (padre del piccolo Bruce, altro chiaro riferimento a Batman) che spiega alle telecamere come l’autore dell’omicidio sicuramente sarà stato animato da un’invidia sociale che non fa bene alla società.

E poi c’è la rivolta dei cittadini di Gotham contro il governo che taglia i servizi e mantiene tutti in povertà, con i cittadini che scendono in strada a protestare. La psicologa del servizio pubblico spiega ad Arthur che le sedute sono finite perché il servizio di assistenza sanitaria è stato tagliato: «Quelli se ne fregano di te e di me» afferma. In tutto questo, privato di qualsiasi diritto, rimane sempre intatto in lui il suo sogno di fare breccia nel mondo dello spettacolo, come quello di abbracciare il suo idolo, il presentatore televisivo Murray Franklin interpretato da Rober De Niro.

Joker non è la storia di un emarginato ribelle a capo di una rivolta che chiede giustizia, non c’è una trama così lineare, il film è più che altro un allegoria dei tempi. La sua maschera non sostituirà nel nostro immaginario quella di Guy Fawkes come simbolo di Vendetta; Arthur non è neanche Travis Bickle di Taxi Driver, che in qualche modo diventa un eroe improvvisato ed ingenuo di strada. E’ animato da un solipsismo psicotico e la sua è una violenza cieca, però la sua è una reazione in un mondo che fin da bambino lo ha messo all’angolo, questo forse si.

La sua vicenda non si giustifica, si comprende. E’ difficile pensare che il film di Philips possa far parte della saga di Batman, ma almeno rispetto al classico "uomo pipistrello", quando penseremo a Joker potremmo appigliarci ad una pellicola che possa dire qualcosa di meno reazionario dei Batman di Nolan. 

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<![CDATA[Annotare inquiete sensazioni]]>

Negli ultimi tempi alterno la lettura di un romanzo con quella di un saggio, spesso in contemporanea: uno sta nel comodino l’altro nello zaino della mia pendolarità in treno. Ultimamente, forse perché sono padre, prediligo libri che parlano delle generazioni più giovani, dei millennial, dei post-millennial, dei fuggiaschi dal novecento. Il loro gioco, le loro vite potenziali, il loro bisogno di raccontarsi ed essere raccontati per essere compresi. E per non cadere nella trappola di ogni generazione precedente, ovvero criticare i più giovani senza averli capiti a fondo. Anche perché solo così la nostra “anzianità” novecentesca può diventare utile saggezza.

- Francesco Targhetta: Le vite potenziali

- Alessandro Baricco: The Game

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IL MONDO NUOVO

Mikky va a scuola, fa i compiti, va ad allenamento, fa ripetizioni, va a chitarra…. Non si ferma mai. Prende fiato un momento, poi torna a sprofondare nel suo libro di testo. Nell’ultima ora ha riletto la stessa parte trecento volte, ma niente, non gli entra. Studia, senza sosta, ed appena si ferma lo sguardo cade nell’unico fedele compagno: il telefono. Lo consulta, poi guarda fuori e sospira. Nessun coetaneo è lì fuori, sono tutti come lui, dentro qualche percorso formattato da adulti o da applicazioni per smartphone. Prigionieri incolpevoli di un mondo produttore di ansia da prestazione e inquietudine, tra aspettative altissime e terrore del fallimento, tra valutazioni e giudizi continui.Le uniche illusorie libertà, gli unici modi di superare tutti i recinti imposti, stanno lì in quel dispositivo multimediale: nelle chat, nelle immagini, nei video, nelle musiche. Gli adulti che gli impongono questa vita non comprendono le sue vie di fuga: non appena cerca di condividere con i genitori le sue passioni viene sgridato e quasi deriso: “Ma che schifezze guardi? Ma cosa ascolti? Ma che roba è?” E così gli capita spesso di pensare che il solo modo per farla finita con tutto questo sarebbe bloccare il mondo degli adulti, di sospenderlo a tempo indeterminato….

ps) parole liberamente ispirate dalle infinite polemiche sui “teen”, sui loro gusti, sulla musica che ascoltano… e dal visionario libro che sto leggendo: “Millennials – Il mondo nuovo” de La Buoncostume dove improvvisamente tutti gli uomini e le donne con più di diciassette anni e mezzo si sono congelati nell’azione che stavano svolgendo, bloccati, né morti, né vivi, lasciando così spazio ad un mondo nuovo…

- La Buoncostume: Millennials. Il mondo nuovo

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SGUARDI INQUIETI

Mi capita di intravedere negli occhi delle persone che incrocio quotidianamente per strada, in treno, al bar, in ufficio, degli sguardi che riconosco. Percepisco dietro le loro cornee, nei loro movimenti, nella postura, delle storie vissute dai personaggi dei libri che ho letto. E ultimamente sono soprattutto romanzi inquieti e poco rassicuranti. È una mia deformazione, quindi se vi osservo con aria sospetta, non preoccupatevi, vedo in voi la proiezione di storie altrui. O forse no, probabilmente quello che leggo nei libri fa solo emergere meglio cose che prima faticavo a vedere. Col tempo, con l’esperienza, ho riscontrato che difficilmente queste indaganti proiezioni sbagliano. Che perfino nelle più sfavillanti ed esibite vite le contraddizioni, anche le meglio nascoste, a ben guardare emergono. Che basta frugare appena sotto l’ego, nelle tasche sottostanti il visibile per trovarvi pillole antipanico, ansiolitici, antidepressivi e ciò che serve per apparire idonei e per coprire le proprie debolezze. Se da una parte questa cosa mi turba parecchio dall’altro mi rincuora: vuol dire che, nonostante le apparenze, non siete tanto diversi da me e soprattutto che scelgo libri giusti!

- Massimo Anania: Autostop per la notte

- Luigi Capone: Allegri che tra poco si muore

- Gregorio Magini: Cometa

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QUALCOSA CHE STRIDE

Qualcosa non mi quadra, qualcosa stride. Forse perché osservo la realtà da un pezzo limitato di pianeta: il nord-est di uno stivale di terra in mezzo al mediterraneo.
Qui sembra evidente come non reggano tutte quelle analisi sull’espansione di populismi e razzismi a causa dell’aumento della povertà. Stiamo troppo bene e lo sappiamo. Sappiamo di avere capacità mediocri rispetto alle sfide del mondo di oggi, sappiamo di non meritare nemmeno una piccola parte delle cose inutili che inutilmente possediamo, sappiamo di aver compromesso il domani delle generazioni future, sappiamo di aver distrutto l’ambiente e divorato le risorse del pianeta. Sappiamo che un africano o immigrato qualsiasi ha ragione da vendere nel rivendicare la sua parte di ricchezza e che ha l’energia, la voglia di vivere che noi non abbiamo più. Sappiamo tutto questo e abbiamo tanta, tanta paura. Ma talmente tanta da incarognirsi ed arrivare a stare peggio del mal vivere che ci siamo imposti per possedere così tanta inutile roba.
Qui a nord est non si spiega il voto alla lega come la reazione dei poveri, ma come quella dei ricchi miserabili.
Forse sbaglio, nella mia sicuramente parziale visione, ma oggi mi ritrovo più nelle parole di scrittori come Goffredo Parise, Andrea Zanzotto, Francesco Maino, … che nelle analisi socio-politiche che sento e leggo tutti i santi giorni nei media.

- Francesco Maino: Cartongesso

- Goffredo Parise: Dobbiamo disobbedire

- Andrea Zanzotto: In questo progresso scorsoio

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ESIBIZIONISMO RIFLETTENTE

Vorrei dire due parole su due “artisti” che non mi piacciono. Ma vorrei dirle guardando da una prospettiva diversa, distaccata dalle cose che producono. Vorrei parlare di Sferra Ebbasta e dei Queen.
Perché?
Beh, negli ultimi giorni le polemiche su Sfera Ebbasta mi sono, mio malgrado, rimbalzate agli occhi. Critiche feroci sulla sua musica e soprattutto sul suo modo di essere che hanno messo d'accordo sia gli snob della critica altolocata che la ciurma più attempata dei social.
Per quanto riguarda i Queen invece, ho accompagnato mio figlio a vedere “Bohemian Rhapsody” film sulla storia di Freddy Mercury e della band. È bello il film? Non lo so dire, non sono un critico cinematografico, ma sicuramente è esagerato, pomposo come esagerata, pomposa, era la musica dei Queen. C'è dentro tutto quello che ci si aspetta dall'immaginario rock: la ribellione ai genitori, i testi incriminati, l'elogio della droga, e poi ci si muove tra look estrosi, party e gioielli di ogni tipo. L’esaltazione della ribellione e della trasgressione che col successo diventa ricchezza da esibire.
Che poi è la stessa cosa che oggi fa Sfera Ebbasta.
Da parte mia preferisco l'intimismo, la fragilità, la timidezza, sia nell'approccio alla vita che in quello alla musica, però è anche vero che i giovani, da sempre, hanno bisogno di miti. E qui stiamo parlando di mitopoiesi, di quella di ieri e di quella di oggi, e devo dire che si assomigliano molto. Mi sembra che dimentichiamo tutti, che in questi casi abbiamo a che fare più con la creazione di immaginario che con l'arte e la musica. Che siano miti positivi o negativi dipende dai punti di vista e questi, guarda caso, cambiano con l'età. Lo sforzo di chi ha un po' più di anni sulle spalle dovrebbe essere quello di fare uno slalom perenne tra la memoria e l'esperienza, tra quello che siamo stati e quello che siamo diventati. Perché questo slalom ci dovrebbe permettere di non commettere gli stessi errori di tutti i genitori che nella storia si sono susseguiti. Invece ci limitiamo al punto di vista di quello che siamo diventati. E quello che siamo diventati a me non piace per niente.
Questo mi ha fatto capire anche perché nemmeno i Queen e Sfera Ebbasta mi piacciano. Perché entrambi si limitano ad essere uno specchio, forse distorto e di epoche differenti, ma sempre uno specchio della realtà. Senza mai guardare a ciò che sta dietro quell'immagine riflessa e tanto meno (sia mai) tentare di rompere quella superficie riflettente.

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<![CDATA[AQUAGRANDA in crescendo a Roma]]>

Appuntamento mercoledì 20 settembre, dopo la proiezione speciale del cortometraggio di Gianni Amelio "Casa d'Altri", a partire dalle 21,30, al Cinema Farnese con il documentario Aquagranda in crescendo, di Giovanni Pellegrini, presente alle Giornate degli Autori nel corso della 74° edizione della Mostra del Cinema di Venezia. Nell'ambito della 23esima edizione di "Il Cinema attravrso i grandi festival", che porta nella capitale alcune dei titoli legai alla Mostra del Cinema di Venezia, arriva a Roma il film che parla della storia e della cultura di Venezia, realizzato e prodotto da una troupe di giovani, dal regista Giovanni Pellegrini, alla giovane realtà produttiva KAMA Productions di Riccardo Biadene. In seguito a Venezia74 il documentario è stato raccontato anche dalla stampa internazionale con un pezzo uscito su El Paìs. “L’acqua alta fa parte del DNA di Venezia, fin dalla sua fondazione, segue i ritmi della natura – racconta il regista - per 6 ore cresce e per 6 ore cala, solo che in alcune occasioni accade qualcosa di memorabile. Il 4 novembre del 1966 una particolare situazione meteo provocò l’acqua alta più grave della storia, con un valore di +194 cm sul medio mare e tutta la città è stata sommersa dall’acqua per quasi per 24 ore”. Aquagranda in crescendo racconta il Teatro La Fenice durante la realizzazione di Aquagranda, l’opera-evento che commemora i 50 anni dalla terribile alluvione che colpì Venezia il 4 novembre 1966. Attraverso le testimonianze di chi ha vissuto quella tremenda giornata e le interviste ai creatori dell’Opera (in primis il compositore Filippo Perocco, il regista Damiano Michieletto e i librettisti Luigi Cerantola e Roberto Bianchin), le musiche, i lavori di preparazione dello spettacolo, le impressionanti immagini di repertorio dell'archivio RAI e dell'Archivio Montanaro, il documentario narra un momento cruciale della storia della città lagunare; secondo gli autori, l'abbandono di molte case del centro storico come conseguenza dell’alluvione ha dato inizio alla trasformazione della città dei dogi in parco turistico.


L'opera Aquagranda ha aperto la stagione 2017/18 del Teatro La Fenice per volontà del sovrintendente Cristiano Chiarot e del direttore artistico Fortunato Ortombina, ed è stata recentemente insignita del prestigioso Premio speciale Abbiati 2017. A partire dal romanzo di Roberto Bianchin, “Acqua Granda. Il romanzo dell’alluvione” ogni maestranza ha contribuito a creare un’opera nuova, che parte dalla cronaca e arriva a una dimensione esistenziale, che usa il dialetto veneziano e una raffinata tecnologia nell’allestimento, che prevede lo svuotarsi di un gigantesco acquario in scena nell'evocazione del culmine dell’alluvione. Il documentario racconta la costruzione dello spettacolo, dalla ricerca dei costumi all’idea scenografica, alle prove dei cantanti con il regista, le prove dell'orchestra, del coro, dei figuranti-ballerini. Il racconto delle prove ricalca la successione delle scene dello spettacolo; il film ricostruisce l'andamento di tutto lo spettacolo, ma nelle sue diverse fasi di produzione. Aquagranda in crescendo segue il crescere dell'opera, dalla fase di ideazione al primo giorno di prove fino alla sera della prima. Ma ci sono anche immagini di archivio: “in particolare due, scattate a Piazza San Marco – racconta Pellegrini - sintetizzano come un campo e controcampo ideale le due facce contrastanti dell’alluvione del ‘66. La prima è la famosa foto che ritrae la basilica di San Marco e il Palazzo Ducale sferzati dalle onde, un’immagine apocalittica che racconta molto bene la fragilità di Venezia ed il pericolo che ha corso. Nel controcampo invece vediamo un bar allagato in cui è stata fatta entrare una gondola, e attorno ad essa un gruppo di persone sorridenti che beve il caffè. Il fatto è che per molti veneziani si trattava semplicemente di un’acqua alta un po’ più alta del solito, un avvenimento tutto sommato normale, non si poteva immaginare gli effetti che avrebbe avuto, anche perché sono stati principalmente a lungo termine”.

IL TEAM

Giovane e veneziano il team del documentario: diretto da Giovanni Pellegrini (1981), regista di documentari, cortometraggi e spot (tra gli altri “Bring the sun home” pluripremiato nel mondo), e prodotto da Riccardo Biadene (1973), anch'egli regista e autore di film documentari premiati nel mondo (tra gli altri Come un uomo sulla terra e Alain Danielou-Il Labirinto di una vita, uscito a giugno in Italia al Biografilm Festival di Bologna) con KAMA Productions, nuova casa di produzioni audiovisive orientata alla musica, alle arti performative e al dialogo interculturale. Veneti anche la montatrice Chiara Andrich e i tecnici del suono Mattia Biadene e Alessandro Romano e la produzione con Fabrizio Weiss, Valentina Lacchin, e Tommaso Santinon.


KAMA Productions è una casa di produzioni nata per favorire la discussione e gli scambi tra la cultura orientale e occidentale, soprattutto attraverso approfondimenti sulla musica e le arti performative. Kama ha coprodotto e distribuito il lm documentario “Alain Daniélou Il Labirinto di una Vita” e ha prodotto il lm documentario “AQUAGRANDA in crescendo”, sull’opera lirica AQUAGRANDA, che commemora i 50 anni dalla grande alluvione a Venezia del 1966. KAMA produce anche concerti ed eventi di arti performative (ricordiamo tra gli altri Pt. Hariprasad Chaurasia all’Auditorium Parco della Musica di Roma e le Canzoni di Tagore alla Fondazioni Cini a Venezia); coproduce inoltre il più importante festival italiano di cultura indiana, che si tiene a Roma ogni anno, il Summer Mela.

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<![CDATA["Dunkirk" di Christopher Nolan]]>

In "Dunkirk" il nemico non si vede mai,
del resto è un film di fuga più che di guerra,
di uomini che provano a scappare con ogni mezzo,
di sguardi che parlano senza parole, senza possibilità di scelta,
e il mare diventa la frontiera da attraversare,
il luogo della lotta per la vita

le imbarcazioni private, dai traghetti alle piccole barchette con bandiera inglese
che salpano da ogni parte per riportare a casa i soldati
sono il miraggio e la speranza, sono l'ultimo baluardo dell'umano
che resiste alla barbarie.

Ecco perchè ci vorrebbe anche oggi quella flotta di piccole barchette 
che salpano dai porti dell'Europa mediterranea
battendo bandiera internazionalista
portando in salvo i migranti che affogano. 
Ma non c’è niente da fare, oggi quelli che provano a scappare,
quegli sguardi che parlano senza parole, senza possibilità di scelta,
non meritano aiuto.
Anzi quella flotta la boicottiamo e blocchiamo ogni via di fuga.
Perché quel nemico, che nel film non si vede mai, forse siamo noi.

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 ps) consiglio la visione del film in una sala che vi permetta di apprezzare la soundtrack di Hans Zimmer

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<![CDATA[ “ALAIN DANIÈLOU - IL LABIRINTO DI UNA VITA” del regista veneziano RICCARDO BIADENE]]>

Avrà la sua anteprima nazionale al Biografilm Festival edizione 2017 il documentario del regista veneziano Riccardo Biadene, dedicato alla figura emblematica di Alain Daniélou e alla straordinaria vita dell’uomo che ha portato l’India in Occidente, con proiezioni giovedì 15 giugno e lunedì 19 a Bologna. “Alain Daniélou. Il labirinto di una vita”, questo il titolo del film, racconta l’avventuroso viaggio musicale, esistenziale e spirituale che Alain – bretone d’origine, figlio di un ministro socialista e con un fratello cardinale, amico di A. Gide e J. Cocteau – intraprende dal 1932, con il compagno fotografo svizzero Raymond Burnier, alla volta dell’India, lasciando un Occidente che non lo soddisfa. Il documentario parte dalla Bretagna e accompagna lo spettatore in India (Shantiniketan, Varanasi, Chennai, Pondicherry...), a Berlino, Venezia, e Roma, seguendo la storia del francese Daniélou, indologo e musicologo che ha vissuto, soprattutto in India, tra gli anni ‘30 e ‘60 del ‘900. A Benares (ora Varanasi), Daniélou, insieme a Burnier, abita per 15 anni nel palazzo di Rewa, sulle rive del Gange, dove incontra fra gli altri, Eleanor Roosvelt o Roberto Rossellini.

Qui Daniélou si dedica allo studio del sanscrito, viene iniziato all’induismo, e studia la musica classica indiana e la Veena a livello professionale. È a quegli anni che si deve la stesura di diversi libri sulla filosofia indù, lo shivaismo e i testi vedici. Dal 1950 è curatore della prima collana di world music classica per l’UNESCO. Nel 1963, di ritorno in Europa, fonda e dirige l’Istituto Internazionale di Studi per la Musica Tradizionale (IITM) a Berlino, e in seguito crea a Venezia l’Istituto Internazionale per gli studi di musica comparata, affinché la musica orientale abbia importanza paritaria rispetto a quella occidentale, e dove tale studio è mantenuto vivo oggi dalla Fondazione Giorgio Cini. E, proprio per raccontare il periodo in cui visse in Laguna il regista è tornato, nella sua città natale, per effettuare parte delle riprese del documentario, sull’Isola di San Giorgio Maggiore. Gli ultimi anni di vita, Alain Daniélou, li trascorre tra Roma, Losanna, Berlino e Parigi, con una certa preferenza per la villa sulle colline di Zagarolo, un paesino vicino a Roma. Musica, danza, religione, tradizione e modernità, scultura e filosofia vengono esplorati in questo documentario attraverso le parole dello stesso Daniélou, tratte dall’autobiografia “La via del labirinto”.

Il regista, classe 1973 ­­– agli inizi della carriera cinematografica co-diresse “Come un uomo sulla terra” con Andrea Segre – dopo l’anteprima nazionale, accompagnerà il film il 22 al Ravenna Festival, importante manifestazione dedicata alla musica, il 29 al SummerMela, il festival di arte e cultura indiana a Roma, il 30 giugno a Padova al River Film Festival, in una serata particolare, a chiusura della rassegna, e l’8 luglio al Soleluna Festival a Palermo. Il progetto poi si aprirà a una distribuzione internazionale, che lo farà sbarcare in molti paesi europei, fra cui la Germania e l’India, nel corso del 2017. Ma per Biadene ci sarà unulteriore ritorno a Venezia il 2 luglio, al Teatro la Fenice, in veste di produttore, con la sua Kama Productions per il documentario “Aquagranda in crescendo” che racconta il Teatro La Fenice durante la realizzazione di “Aquagranda” – l’opera-evento che commemora i 50 anni dalla terribile alluvione che colpì Venezia il 4 novembre 1966 – diretto da un altro veneziano Giovanni Pellegrini, e trasmesso lo scorso maggio su Rai 5.

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<![CDATA[La Pazza Gioia di Paolo Virzì ]]>

La Pazza Gioia . E' l'ultimo film di Virzi'.
Film interessante anche se , nella filmografia di Virzi' , c'è di meglio,come ad esempio l'opera precedente: ”Capitale umano”.
La vicenda in estrema sintesi è questa. Siamo a Villa Biondi, una comunità terapeutica per donne con disturbi mentali. Tra le ricoverate ci sono Beatrice, una chiacchierona, logorroica, istrionica, megalomane e Donatella , una giovane donna fragile e silenziosa, alla quale hanno sottratto il figlio . Le due, diversissime tra loro, entrambe classificate come socialmente pericolose iniziano a frequentarsi e a stabilire un'inattesa complicità che raggiungerà l'apice in una breve fuga in cui cercheranno da una parte di riannodare i fili dolorosi e sbrindellati di un passato sbagliato e , dall'altra istanti di felicità o anche di semplice euforia . Al centro di tutto c'è la malattia mentale che Virzi' , qui, declina al femminile, quindi , con un sovraccarico di sensibilità e sfumature che il “femminile” ha in se, a prescindere dal disagio mentale o meno. Il film ha una impronta “basagliana” .
La malattia mentale si lega al disagio e rifiuto sociale: le due questioni possono scaturire l'una dall'altra e, comunque, non sono disgiunte. Ogni disagio mentale non è avulso della società e quest'ultima non può relegarlo e ghettizzarlo ,anzi deve farlo rientrare nel suo seno , come parte di se: la follia è anche un prodotto sociale e la società non può collocarla altrove da sè.
Le soluzioni meramente coercitive o strettamente farmacologiche/ospedaliere sono rimozioni del problema e la contrapposizione follia / sanità mentale è uno schema consolatorio e manicheo.


Questa è la premessa concettuale del film, quasi la cornice ideologica, e senza comprenderla è difficile capire a pieno la ragione , il senso e lo stesso sviluppo narrativo del film. La fuga delle due “matte” rappresenta proprio l'irruzione scomposta e caotica in quella società che le aveva rigettate in quanto non più' compatibili. Beatrice e Donatella riacquistano la loro soggettività nella fuga e, senza mediazione alcuna, affrontano la realtà, gestiscono le loro psicosi, maldestramente ma a modo loro, ricuciscono brandelli del loro passato, si scontrano,si fanno del male , cercano attimi di felicità , come fossero dosi di un farmaco da assumere per ripristinare la vita in loro. In questa giostra umana a volte tragica e altre colte comica , loro due appaiono agli altri nuovamente reiette ma ,nel contempo anche spiazzanti e inquisitorie,quasi fossero specchi deformanti nei quali i “sani” vedono riflessi i loro gesti passati ,come fossero , loro stesse, storie credute finite che ritornano , per rimescolare le carte , rimettere in discussione tutto e riprendersi il dovuto. Le “matte “ hanno molto da dire, da agire, da fare. Tutto si svolge in una splendida Toscana, tra i colli e il mare. Un ambiente che sa essere tenero ma anche ostile, che le due conoscono, che sanno maneggiare . La Toscana di Virzi', fa da sfondo a dinamiche complesse e umane, sempre meno relegabili allo schema rassicurante sani /matti. Sia ben chiaro che Virzi' non riduce mai la malattia mentale ad un fenomeno di eccentricità o bizzarria. Beatrice e Donatella sono mentalmente disturbate e come tali appaiono per tutto il film ma non per questo sono prive di una loro soggettività, capacità e volontà di dare direzione alla loro vita e alle loro giornate.

La fuga termina con un volontario rientro nella struttura d'accoglienza che appunto accoglie e non rinchiude, è un punto di approdo, una tappa e non un capolinea. La sceneggiatura, in un film molto di parola e sfumature, è fondamentale. La mano di Francesca Archibugi, qui co sceneggiatrice, è felice e si sente (aveva già affrontato analoghe tematiche ne “il grande cocomero”). Virzi mantiene ben saldo il ritmo della commedia, senza mai far calare la tensione emotiva, spesso drammatica, del racconto:questo nella migliore tradizione della commedia all'italiana di cui Virzi' è sicuramente il piu' brillante epigono . L'asse portante, vera rivelazione del film è Valeria Bruni che rivela persino doti istrionesche, capacità drammatica mai disgiunta da una inaspettata verve comico brillante. Virzi la mette nelle condizioni ideali e le cuce addosso un ruolo che esalta il suo particolare stile di recitazione: nevrotico, verboso, tormentato, attento a dettagli e sfumature . La Bruni trascina letteralmente il film dal registro comico al livello introspettivo maniacale. Beatrice (Valeria Bruni) è in effetti incontenibile: non tace mai , giudica tutto e tutti, è al di la di ogni regola . Indubbiamente è una donna intelligente, forse anche oltre la media e la sua intelligenza si esalta in un talento camaleontico da zelig : è fantastica la scena in cui si presenta a Donatella, appena ricoverata, come la psichiatra della comunità e in men che non si dica butta giu' diagnosi e cura,apparendo convincente o l'altra scena in cui si presenta alla famiglia adottiva del figlio sottratto a Donatella, per perorare la causa dell’amica riuscendo a spacciarsi per la psicologa e a farsi ascoltare. Micaela Ramazzotti, pur brava, è apparsa meno convincente della Bruni, un po troppo ingessata in una maschera rigida .

Bel film, coraggioso. Come tutte le opere a tesi (e questa lo è ) talvolta pecca di qualche eccessiva semplificazione ma sono sbavature che vengono assorbite dal valore generale del film.

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<![CDATA[Real Festival 2016]]>

 

REAL Festival 2016

dal 26 al 29 maggio

Palazzo Toaldi Capra - via Pasubio,52 - Schio (VI)

musica, teatro, libri, dibattiti e attività per bambini.


PROGRAMMA COMPLETO:



GIOVEDI' 26 

17.00 - Presentazione della mostra fotografica della campagna#overthefortress presso la sala mostre al piano terra. L’esposizione sarà visitabile lungo tutta la durata del festival negli orari di apertura dell’evento. 
- Apertura chioschetto anfiteatro con aperitivo d’inizio festival

20.30 “NOI ALTRI” spettacolo teatrale a cura della compagnia dei Captanauti. Spettacolo di Teatro Forum che vuole riflettere attivamente sulle varie voci che emergono nelle città, nei paesi, nelle comunità riguardo il dibattito sull’accoglienza di migranti, profughi, richiedenti asilo. Il Teatro Forum è una forma di teatro sociale che mette in scena una o più̀ situazioni conflittuali che una comunità riconosce come proprie, invitando il pubblico a discutere e ad intervenire sulla scena al fine di trovare nuove soluzioni utili al cambiamento collettivo.

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VENERDI' 27

15.00 Apertura mostra fotografica #overthefortress e chioschetto anfiteatro

17.00 Proiezione del film “L’Onda” (2008) diretto da Denis Gansel e tratto dal romanzo di Todd Strasser
Seguirà dibattito a cura del Coordinamento Studentesco di Schio “Una dittatura è ancora possibile? Come e perché i meccanismi di xenofobia e intolleranza si insinuano tra i giovani”

21.00 Concerto live:
- Viking Moses (USA – Soul) 
- Sam Goodwill (USA - Alternative / Soul /Electro / RocknRoll) 
- Phill Reynolds (local hero - Folk Blues)

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SABATO 28 

15.00 Apertura mostra fotografica #overthefortress e chioschetto anfiteatro

17.00 Arcadia dei Bambini propone attività dedicate ai più piccoli con Spazio Giochi e Trucca Bimbi

18.30 “Idomeni: le vite dei migranti ai confini.” Le politiche europee di respingimento sono lo specchio di un’Europa che non vuole assumersi la responsabilità di affrontare il fenomeno migratorio e sta cercando di ignorare il problema blindandosi in una fortezza inespugnabile. I tre attivisti che a Marzo sono partiti da Schio raccontano la loro esperienza al campo di Idomeni in vista di una nuova partenza dal territorio scledense per le zone di confine. Introduzione a cura di Filippo Cicciù, giornalista freelance che nell’ultimo anno ha seguito la crisi migratoria tra Turchia e Grecia.

21.00 Concerto live: 
- Yellow Supergiant (Alt-Rock) 
- Duvalier (Desert/Psycho/Garage)

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DOMENICA 29 

15.00 Apertura mostra fotografica #overthefortress e chioschetto anfiteatro

17:00 l’Arcadia dei Bambini presenta ”Giocare Ballando” laboratorio di pizzica per bambini e adulti con Sara Spisso che mira a far conoscere la danza come strumento per comunicare, come un ponte che collega tutte e tutti noi.

18:30 “SPRAWL: un viaggio nella trasformazione del territorio” (da Futurama alla città diffusa). 
Intervento di Fabrizio Bottini sul fenomeno della diffusione della città e del suo suburbio su una quantità sempre maggiore di terreni agricoli. 
Dove nasce, come si sviluppa, quali alternative.
Fabrizio Bottini è stato docente di Urbanistica presso l’Istituto Politecnico di Milano e scrittore di numerosi libri e saggi.

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<![CDATA[ BLACK AND WHITE VENETO - Da maggio a settembre 2016 - OPEN CALL]]>

"Black & White Veneto" cerca 5 fotografi, 5 filmakers, 5 registi, per raccontare il Veneto che cambia. E' on line, infatti, l'open call cui è possibile accedere da tutta Italia, per iscriversi al workshop, da cui verranno selezionati 15 artisti, preferibilmente under 35, per partecipare ad un percorso didattico di alto livello formativo. Il laboratorio multidisciplinare, aperto da maggio a settembre 2016, per esplorare il territorio veneto con l’obiettivo di far emergere storie di integrazione, usando come mezzi narrativi il cinema, la fotografia e la scrittura, è un progetto artistico rivolto a tutti coloro a cui interessa raccontare il tema dell’integrazione in Veneto.

          Kinocchio – Il cinema in movimento, in collaborazione con l’Associazione di promozione sociale Kinima, e con il sostegno della Fondazione Cassa di Risparmio di Padova e Rovigo nell'ambito del bando Culturalmente 2015, insieme all'Associazione Mimosa, Videozuma e CO+, ha pensato a "Black & White Veneto" per far emergere le diverse e più curiose modalità con cui la cultura veneta viene tramandata ai nuovi abitanti del nostro territorio. Chiunque abbia un storia da raccontare potrà iscriversi al progetto, l’iscrizione è aperta a tutti, senza limiti di età né di esperienza. Gli storyteller entreranno nei negozi, nei cantieri, nelle botteghe artigiane di Padova, in prima battuta, e poi lungo il Veneto, per raccontare l’integrazione degli stranieri residenti nella regione, partendo da zone, quartieri, che hanno accolto i nuovi flussi migratori. Per far parte di "B&W Veneto" basta iscriversi sul sito di Kinocchio a questo link: www.kinocchio.com

    Il laboratorio continua la ricerca iniziata con il cortometraggio "Vivo e veneto” dei giovani filmaker Francesco Bovo e Alessandro Pittoni, realizzato con la supervisione creativa di Giorgio Diritti, Pietro Marcello e Wu Ming 2, durante il laboratorio di cinema di Kinocchio dal titolo “L’integrazione non fa notizia”, progetto vincitore del bando Culturalmente nel 2012. Il corto, prodotto da Cinema Key di Marco Fantacuzzi e da Videozuma di Marco Zuin, premiato in molti festival, fra cuiCapalbio International Film Festival, Visioni Italiane, Mestre Film Festival, interpretato da Valerio Mazzucato e Moses Kibuuka, racconta l’insolito tentativo di un biciclettaio di insegnare al nuovo apprendista africano l’arte delle piccole riparazioni, servendosi unicamente del dialetto veneto. Tra incomprensioni ed equivoci, la difficoltà linguistica diviene una via all’integrazione. Una storia che parte dall'ironia, spesso feroce, per affrontare un tema così attuale.

         Sulla scia di "Vivo e veneto" proseguiranno dunque i lavori i partecipanti del workshop che nei weekend, dal 27 al 29 maggio, e dal 3 al 5 giugno, avranno accesso alle "masterclass" con autori, registi e professionisti del panorama italiano, che si svolgeranno a Padova, con nomi come Sergio Basso (regista e documentarista, assistente di Amelio), Simone Falso (fotografo, aiuto regia di Segre), Paolo Martino (reporter e documentarista dal Medio Oriente), Fred Kuwornu (produttore e regista di origini ghanesi), Irene Dionisio (vincitrice Festival dei Popoli con il doc “Sponde”) e molti altri. Nel corso dello sviluppo del progetto non mancheranno momenti d'incontro con proiezioni pubbliche di film documentari, e occasioni di confronto e dialogo, aperti a tutte le comunità che vivono in Veneto.

      Nella seconda parte di "Black & White Veneto", che durerà da giugno a settembre, i partecipanti saranno liberi di seguire i testimoni scelti, anche esplorando le varie province del Veneto. Dall’8 al 18 settembre sarà invece il momento di raccogliere, selezionare e pubblicare i risultati, sotto forma di fotografie, racconti, ritratti sonori e brevi video. Al termine di questo processo la ricerca sarà pubblicata nei social e su web, e il racconto di questo nuovo Veneto che cambia, sarà analizzato in maniera innovativa e multimediale, grazie alle mostre, ai corti, ai racconti che verranno prodotti, creando un tessuto multimediale che si propone di documentare la cultura veneta contemporanea.

Per informazioni: info@kinocchio.com - www.kinocchio.com

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<![CDATA[TRIO SQUELINI (Budapest)]]>


Giovedì 12 maggio alle ore 21:00

Cso Django
Via Daniele Monterumici 11, 31100 Treviso

 

TRIO SQUELINI (Budapest) sonorizzazione dal vivo delle opere brevi di Georges Méliès

Le opere brevi del geniale inventore del cinema fantastico Georges Méliès saranno sonorizzate dal vivo dal TRIO SQUELINI, ensemble composto da tre grandi musicisti ungheresi, veterani della scena musicale di Budapest. 

Szalai Pèter (percussioni), Szőke Szabolcs (array mbira, gadulka) e Váczi Dániel (sopranino, sassofono) si cimenteranno con alcune delle opere più incredibili e tuttavia poco conosciute di Méliès, tra le quali anche un curiosa versione di Cenerentola.

I corti selezionati sono stati realizzati tra il 1898 e il 1909 e per l'occasione sono stati ordinati senza soluzione di continuità creando un filo conduttore.

Ne risulta un’opera unica, contenitore di frammenti d’incredibile varietà, che dona nuova linfa e un nuovo senso a queste geniali opere brevi.

 

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<![CDATA["Il Figlio di Saul" di László Nemes]]>

Il Figlio di Saul è un film di László Nemes. Con Géza Röhrig.

Opera pluripremiata e dopo aver visto il film direi che i premi sono tutti piu’ che meritati .

Breve cenno sulla trama: Protagonista del film è Saul Ausländer (Géza Röhrig), membro dei Sonderkommando di Auschwitz. Gruppi di ebrei aguzzini di altri ebrei, per ordine dei nazisti. Orrore nell’orrore, l'inferno dantesco in confronto è una passeggiata salubre. Isolati dal resto del campo i sonderkommando sono assoldati per "accompagnare" i loro fratelli per l’ultimo tratto verso la camera a gas, poi rimuovere i corpi e quindi cremarli. In questo frangente spesso si impossessavano anche dei loro abiti e degli eventuali pochissimi effetti personali: Siamo nella catena di montaggio dello Sterminio, i forni, la cenere da smaltire , le docce da lavare, via un carico sotto l'altro. Nella catena di montaggio, a sterminare ebrei, sono altri ebrei, resi schiavi e carnefici, in attesa di tornare ad essere vittime . Il gruppo,in questo caso, si prepara alla rivolta , prima che una nuova lista di sonderkommando subentri a loro condannandoli a morte. Saul riconosce nel cadavere di un ragazzino suo figlio. Il suo scopo, adesso, è quella di dare una degna sepoltura a quello che ritiene suo figlio: degna sepoltura è la ricerca di un rabbino, tra i disgraziati in attesa della camera a gas e la sottrazione del cadavere del bambino alla medesima sorte degli altri. Saul partecipa al tentativo di fuga,con sulle spalle il ”figlio” morente perchè è l'unico modo per uscire dal lager e attuare il suo proposito anche se cosi facendo ostacola e compromette il piano di fuga. Le vicende del gruppo e la tragedia enorme e incommensurabile della Shoa sembrano,a questo punto, lambire e intercettare la sua ossessione ma stando sempre e comunque a margine. Film sulla Shoa ne sono stati fatti diversi, questo però indubbiamente si distacca dagli altri e per certi versi ne e' la negazione, l'antitesi. La scelta stilistica di Nemes che e' il vero punto di svolta del film, tale da renderlo un capolavoro, è incomprensibile se non si tiene conto di un punto etico filosofico che dal dopo guerra è stato oggetto di discussione. La Shoah è rappresentabile, e ancor di più lo è nell’ambito delle arti visive? La ricostruzione è un atto di simulazione/finzione che inevitabilmente indulge su binari retorici,su espedienti narrativi che finiscono per rendere tutto, o quasi, accettabile, fruibile? Le conclusioni di Nemes sono affermative. L'orrore e la violenza o meglio ancora la loro rappresentazione spettacolare sono elementi ampiamente metabolizzati,al punto che anche la "messinscena” della sopraffazione al livello più vertiginoso e incomprensibile, come quello dei campi di sterminio, non sfugge a questi codici estetici, dei quali il pubblico e' totalmente assuefatto. Rappresentare è fuorviante, riduttivo e soprattutto strumentale. L’unica maniera possibile di accostarsi a questa immane tragedia del XX secolo è, probabilmente, per Nemes,quella dell’evocazione e non della ricostruzione . L’impostazione stilistica del film è coerente alla convinzione della non rappresentabilità della Shoah. La forma è sostanza, lo stile e' il punto di vista e il punto di vista e' imprescindibile dall'etica e dalla morale: non si può capire e apprezzare il film senza comprendere questi presupposti essenziali.


Il film è apparentemente in “soggettiva” . La macchina da presa è costantemente dietro le spalle dell'attore Géza Röhrig, lo insegue,lo affianca, a volte sembra quasi che il protagonista impalli la nostra visione,si ponga come ostacolo fisico tra lo spettatore e la scena,si crea talvolta una sorta di simbiosi,quasi una sovrapposizione fisica, tra lo spettatore e il protagonista: volutamente Nemes lascia sullo sfondo, confusa, la visione dell’orrore e lo fa tramite un geniale ricorso all'espediente tecnico della sfocatura, come per enunciare visivamente che non intende ne rappresentarla, ne ricostruirla. I cadaveri e gli atti violenti sono quasi sempre non mostrati, collocati fuori campo, oppure non decifrabili,appunto sfuocati,non messi a fuoco. Il peso insopportabile dell’orrore è, dunque, collocato al di fuori dall’inquadratura, poiché non riedificabile visivamente, oppure evocato tragicamente dalle urla, dagli ordini perentori in tedesco, dal rumore, dalle babele di lingue,dal caos che si percepisce intorno e sullo sfondo. I rumori sono la vera colonna sonora del film e il frastuono cacofonico che sentiamo e il medesimo che ossessiona il protagonista. La regia evita cosi' ogni deriva consolatoria che può scaturire dalla visione diretta che,inevitabilmente esorcizza l’angoscia, ”spiega”, razionalizza, persino banalizza e soprattutto, stabilisce una distanza rassicurante tra lo spettatore e l'orrore . Qui, invece, avviene il contrario: si lascia spazio all'immaginazione, la cui forza è inaudita, assai piu' devastante, sia psicologicamente che emotivamente, della rappresentazione/descrizione visuale. La regia è ipnotica. Lo spettatore e' appeso al protagonista e lo segue passo passo ,come potrebbe fare un bambino terrorizzato e sperduto in un labirinto, di cui non intravede l'uscita ma solo il groviglio di trame , di vicoli ciechi.
In simbiosi con lui, con ogni sua traccia emotiva, con ogni sua ossessione o speranza, lo spettatore cerca la fuga dall'inenarrabile aggrappandosi all'unico brandello di umanità per quanto folle e fragile. Il bambino e' una sorta di Cristo metaforico che redime il male, che si contrappone ai corpi ridotti a tronchi umani e come immondizia scaricati, deprivati di ogni umanità. In realtà e' il figlio di tutti, dell'umanità. Non verrà seppellito e alla fine, in una sorta di magia di cui solo l'arte è l'unica fonte e custode, risorge....cosi sembra.


PS magistrale il piano sequenza iniziale. Tre o quattro minuti che sono di per se già il compendio del film stesso sia dal punto di vista formale stilistico che contenustico. Simili virtuosismi li ho visti solo in qualche film di Orson Welles

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<![CDATA[Perfetti sconosciuti di Paolo Genovese]]>

E' un film gradevole, spicca nell'attuale panorama cinematografico italiano che per altro da qualche anno e' di buon livello. Se poi, in un film riesci a mettere assieme attori come Valerio Mastrandrea, Giuseppe Battiston e Alba Rohrwacker diciamo pure che parti col piede giusto e di strada ne puoi fare.

La storia per sommi capi è questa. Una cena fra amici di lunga data, tre coppie e un uomo, Peppe, il quale partecipa da solo perché la sua compagna è malata, almeno cosi' lui sostiene (la sua vicenda sarà una delle chiavi di volta della storia). Nel corso di questa cena, la padrona di casa Eva, ad un certo punto, si dice più che sicura che tante coppie si lascerebbero se ogni rispettivo partner potesse controllare il contenuto del cellulare dell'altro. L'affermazione è il pretesto per una sorta di gioco per cui tutti dovranno mettere il proprio cellulare sul tavolo e accettare di leggere sms/chat o ascoltare telefonate pubblicamente. Il classico gioco della verità e come ogni gioco della verità che si rispetti, si evolverà e si risolverà in un massacro, in un regolamento di conti dove nessuno si salva. Il pretesto narrativo non e' originale, schemi analoghi sono stati utilizzati più volte, (a mio ricordo “Cena tra amici” un film francese , Carnage di Polanski, Ferie di agosto di Virzì )in questo caso c'è sul tema una variante fondamentale , un'aggiunta/aggiornamento di natura tecnologica:il cellulare. Con felice definizione , nell'ambito di una sceneggiatura veramente brillante, viene definito come la “scatola nera” che contiene tutti i nostri dati . Le coppie sono tre e tutte quante alle prese con dinamiche di crisi determinate piu' da noia e apatia che da altro, Giuseppe , il settimo commensale, quello non ufficialmente accoppiato e anch'egli profondamente lacerato. Il film e' come diviso in due parti anche se scorre fluido e liscio, senza sbavature e cali.

Nella prima parte prevale l'aspetto ludico del gioco, la sceneggiatura e' incalzante, fitti i dialoghi, notevoli i picchi comici, la regia è attenta: movimenti della camera e gli stacchi sono dosati sapientemente e accompagnano con discrezione i dialoghi, senza dilungarsi in primi piani o approfondimenti ma assecondando il ritmo della conversazione. In questa fase il vero protagonista e' la “scatola nera”ossia il cellulare o meglio ancora i cellulari, piazzati in mezzo alla tavola. I messaggi si susseguono, le suonerie, cosi' come i corifei nelle tragedie greche, annunciano l'arrivo di probabili nuovi segreti o intriganti primizie: in questa fase le incomprensioni e i dubbi hanno ancora la forma del malinteso, della leggerezza, della battuta In sala il pubblico ride, poichè,secondo me, scattano meccanismi di identificazione e le risate , devo dire molte, appaiono come parte di un inconsapevole rito catartico in cui si esorcizza questo nuovo totem invadente e devastante ma irrinunciabile quanto diabolico : il telefonino.

Dopo l'inizio brioso, però, inizia ad aleggiare cupa e pesante una nube gravida di menzogne, di nodi che si snodano, di grovigli che si dipanano, di verità che sgomitano: una nube pronta da un momento all'altro a scaricare fulmini e tempeste.

Nella seconda parte il film senza perdere ritmo cambia registro regia e sceneggiatura sono esemplari in questo cambio di passo. Ciò che prima era un gioco, degenera e si rovescia nel suo contrario. A dire il vero anche questo è uno sviluppo classico in film di questo genere e a questo schema non si sottrae i “Perfetti sconosciuti” , malgrado ciò, però, il film mantiene un suo percorso originale, non cade nei clichè, ne tanto meno negli stereotipi. La seconda parte e' drammatica. Ciò che prima era accennato, ora esplode, mentre le coppie, invece, implodono devastate da brandelli di verità che calano come mannaie. L'interno borghese, con vista spettacolare su una Roma magica in piene eclissi di luna, in cui i nostri cenano e chiacchierano, si trasforma in una giostra infernale nella quale ogni forma e' la maschera del suo contrario. Il passaggio dalla fase comica a quella tragica e' quasi repentino,il pubblico in sala fatica a metabolizzare questo cambio,continua come a cercare battute che però non arrivano piu': ora a far sorridere ma, questi sorrisi sono piu' che altro i colpi di coda delle fragorose risate della prima parte , è la sequela continua di colpi di scena che una dopo l'altra, inghiottono e vomitano i personaggi. Un regista genio come Bunuel avrebbe trascinato i personaggi alle estreme conseguenze giocando con i registri anarchici del grottesco e del surreale ma Genovese per quanto bravo non è Bunuel. Se a scandire il ritmo nella prima parte era la struttura fitta e incalzante dei dialoghi,nella seconda è lo scatenarsi funambolico dei fatti . Il ritmo ' la costante del film, è la cifra stilistica. La regia di Genovese non si sofferma, non fa introspezione, non cerca sfumature ma, come un treno impazzito corre fino alla fine, senza curarsi di stazioni e panorami ma macinando strada e persone. Il finale è, a sua volta, una ulteriore sorpresa ,una licenza poetica, una bizzarria, innesca dubbi mantenendo le certezze, consola inquietando, ci ricorda che tutto nello schermo è finzione ma che quella finzione non sarebbe possibile se tutto poi non fosse già stato vero da qualche altra parte. Il finale è un ossimoro. Può turbare o tranquillizzare: dipende da noi e forse la nostra reazione al finale è la cartina di tornasole del nostro rapporto con una modernità che ci rende inadeguati e inaffidabili.

Il film è corale: sette magnifici attori affiatati, come in un orchestra. Diretti da una grande regia e supportati da una sceneggiatura virtuosa e funambolica.

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<![CDATA[The Hateful Eight di Quentin Tarantino]]>

Notevole, grandioso, oserei anche spendere la parola capolavoro. Prendetemi, però, con le pinze, ammetto la passione per Tarantino e si sa la passione fa straparlare .
Parlarne male sarebbe come se dicessi che un quadro di Tiziano o Caravaggio e' brutto. Potrei al limite pensarlo ma questo pensiero si fermerebbe nell'anticamera del cervello e non accederebbe mai in aree cerebrali preposte al pensiero. Il suo stile, intendo quello di Tarantino, e' un punto di vista sulle cose, le sue sceneggiature sono virtuosismi verbali che agiscono sul pubblico come la frusta del domatore sull'animale domato, i suoi montaggi costituiscono la grammatica di un immaginario in cui le distinzioni tra sogno, incubo e realtà vengono meno, cosi come il rapporto tra spazio e tempo viene alterato e dilatato . In questo film Tarantino si conferma ma non si ripete. La forma e' quella di sempre ma la sostanza comincia ad essere altro rispetto alle sue produzioni precedenti ma di questo parleremo dopo.


La trama. Una diligenza viaggia nell'innevato paesaggio del Wyoming. A bordo c'è un cacciatore di taglie John "The Hangman" (Il Boia) Ruth e la sua prigioniera Daisy Domergue, diretti verso la città di Red Rock, qui la donna sarà consegnata alla giustizia. Lungo la strada, la diligenza si imbatte nel Maggiore Marquis Warren, un ex soldato nero nordista diventato anche lui un cacciatore di taglie, e Chris Mannix, che si presenta come nuovo sceriffo della città in cui la diligenza è diretta. Infuria una bufera di neve apocalittica e la compagnia trova rifugio e ristoro presso l'emporio di Minnie: qui non trovano la proprietaria ma quattro sconosciuti. Nella locanda quindi si trovano in otto. Il resto della trama non ve la racconto ma, vi garantisco che in tre ore di film , tra gli otto in questione, succede di tutto e ogni parte di questo tutto vale ampiamente il prezzo del biglietto Gran parte del film, infatti, è ambientato all’interno della locanda ma ciò che, a prima vista appare un western, vira ben presto verso una sorta di giallo da camera: ti aspetti Sergio Leone e Quentin ti rifila Agathie Christie. Ormai nelle recensioni e nei discorsi sui film di Tarantino si tende pigramente a ridire le stesse cose . Quali? L'elenco puntiglioso delle citazioni e dei rimandi e anche qui ce ne sono molte(Le Iene, La Cosa di John Carpenter e 10 piccoli indiani , kill Bill, solo per nominarne alcuni); gli omaggi piu o meno occulti ai generi o ai grandi del passato; il ricorso alle scene di violenza, talmente enfatizzate e stilizzate al punto di svuotarle di qualsivoglia contenuto di dolore o terrore, riducendole a mera forma ; le caratterizzazioni dei personaggi ,sempre dalle tinte forti , sovente grottesche ,collocate spesso in una dimensione surreale che e' al di la del bene e del male, in Tarantino il personaggio prevale sempre sulla persona. Orbene e lo dico per tutti i tarantinologi, questi elementi ci sono tutti e sono resi magistralmente e spettacolarmente ma , ridurre a questi codici, per quanto importanti, la qualità dei film di Tarantino,in special modo degli ultimi due o tre, e' assolutamente sminuente ed e' come, per fare un esempio, guardare un film di Fellini attendendo o le tette della Ekberg o lo sguardo stralunato di Mastroianni, per poter uscirne soddisfatti. Tarantino ormai da tempo e' oltre un certo manierismo e utilizza certi espedienti narrativi e tecnici per raccontare qualcosa e non piu' per stupire o giocare . The Hateful Eight è per certi versi una continuazione ideale di Django e conferma ciò che in Django era ancora embrionale, ossia la “politicizzazione”, nel senso piu alto e ampio del termine, della sua poetica e del suo cinema. Come in Django Unchained, l'ambientazione di The Hateful Eight è tipicamente Western ma qui si passa dal sud schiavista verso il freddo Nord America, dalla pre guerra di secessione al post guerra. Scostamento di luoghi e di tempo ma il contesto ideale e concettuale e' il medesimo. Tarantino affronta e si occupa,a modo suo, della nascita di una nazione o meglio ancora degli elementi che sono costitutivi e alla base di questa genesi . Gli elementi sono tre: il puritanesimo cristiano dei padri fondatori, la violenza cosi' intensa e concentrata in poco tempo e il razzismo, a sua volta, alla base dell'allargamento territoriale ai danni dei nativi e dello sviluppo economico sulle spalle degli schiavi . Tarantino tralascia il primo ma fa propri gli altri due. Le coordinate di questo film (come del precedente) sono violenza e razzismo : gesti, scelte e intrecci sono imbevuti di questi due elementi,senza i quali non potrebbe esistere alcuna storia e tanto meno la Storia , quella con la esse maiuscola. Gli ideali e le grandi narrazioni stanno sullo sfondo ed emergono per contrasto o incidentalmente, sempre e comunque, stridenti e surreali. In The Hateful Eight il compito di far fare capolino ai grandi principi della giovane nazione e' svolto da una misteriosa lettera che Abramo Lincoln avrebbe scritto al Maggiore Marquis Warren, l'ex soldato nero nordista e che quest'ultimo gelosamente custodisce nella tasca della giacca. Lincoln l'antirazzista,il democratico, il nordista e Warren il nero emancipato,non piu schiavo. Ma e' uno schema retorico e quella lettera che non si capisce se vera o falsa e' nulla piu che un amuleto porta fortuna. In una delle ultime scene viene letta da uno dei protagonisti, in una cornice di sangue,di cadaveri e appare come un grottesco epitaffio . Un altro contrasto stridente che relega ai margini, ciò che la Storia, invece, ci consegna come fondamentale, si manifesta nell'immediato inizio del film. Un Cristo ligneo, crocifisso nella neve, annuncia simbolicamente ciò che sarà l'inferno a venire, l'immersione negli abissi della natura umana dove il cristo e' bandito. La croce in apertura e la lettera di Lincoln in chiusura sono le due icone che rappresentano valori della grande nazione che diventerà potenza e che The Hateful Eight demolisce spietatamente,facendo proprio della loro negazione l'essenza della nazione che diventerà potenza.

Il film e' corale, come spesso nelle opere di Tarantino ma in realtà un protagonista c'e'. E' il “negro”. E' l'ex ufficiale dell'esercito nordista. Si aggrega incidentalmente alla comitiva, è uno degli otto. Deve difendersi dagli otto in otto modi diversi, deve rendere conto ad ognuno di loro, deve entrare nella storia sapendo ,comunque, che ci starà se agli altri conviene e che dovrà saper intuire e anticipare ogni altri mossa per continuare ad esserci. Eppure alla fine non e' un “eroe positivo”. Il maggiore Marquis è scaltro, abile,intelligente ma è anche , se occorre, piu stronzo e figlio di puttana degli altri, spietato e avvezzo al delitto e alla brutalità non meno degli altri (memorabile l’episodio in cui prima di uccidere un ufficiale sudista lo costringe a fargli un pompino). Ciò, però, lo rende “americano”, parte della medesima narrazione, protagonista della costruzione della nazione che diventerà potenza, al di la della retorica lincoliana. Alla fine , la vicenda si risolve in una mattanza , in un fiume di sangue e in un groviglio di carni . Non ce’ ragione perchè qualcuno di loro debba sopravvivere o avere una morte esemplare, poiché quel rovesciamento di valori che ognuno di loro e tutti assieme incarnano non ha bisogno ne della loro vita ne del loro esempio,sono disvalori imperituri, al di la di loro e  quindi, costoro possono sparire squallidamente anche sgozzati come animali. La Storia americana piu che di un pantheon sembra necessitare di un mattatoio. La violenza che,specialmente nell’ultima parte è trasbordante oltre ogni limite, non ha piu’ quel tratto quasi ludico e fumettistico di Kill Bill o Pulp Fiction, qui e’ plumbea ,arriva come a dare il suo sigillo cupo, a stendere la sua ombra nera su ciò che verrà. Il film prevalentemente si sviluppa in un interno, per cui e’ assai “verboso”, sceneggiatura assai curata. I dialoghi non sono fitti,come negli altri film ma piu’ costruiti e pensati,d’altra parte c’e anche un giallo da risolvere e la sceneggiatura ,in qualche modo,ne e’ condizionata. Tarantino piu che Leone o Agata Christie, se proprio dobbiamo trovare un riferimento, pare Pirandello. Ogni personaggio è altro da ciò che appare,ogni situazione è una ricostruzione menzognera,ogni affermazione serve a distanziare la verità e gli otto personaggi del film sono, in qualche modo e pirandellianamente in cerca d’autore. All’inizio del film appare la didascalia che ci ricorda che questo è l’ottavo film, come otto sono i personaggi come 8 e mezzo era anche il titolo del film di svolta di Fellini.

Questo e’ un  film di svolta per Tarantino : svolta e capolavoro.

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<![CDATA[Il suono “redivivo”]]>

“Mi piace il silenzio” dice Hugh Glass (Leonardo Di Caprio) ad un certo punto del film.

In effetti parla poco, molto poco.

Però "The Revenant" di Alejandro Inarritu è un film pieno di suoni anche se nella maggioranza dei casi non è parola parlata.

E’ un altro linguaggio: è il linguaggio della natura o meglio dei toni e dei timbri della natura, compresa quella umana.

Accade che ogni cosa che emette un suono, ha un timbro unico o quasi, una voce che lo rende pressoché inconfondibile. Questi rumori dal timbro inconfondibile cambiano tono: dall’acqua prima placida e poi impetuosa, all’orsa affettuosa con i piccoli e poi imbestialita con l’uomo che li minaccia... e  infine l’interpretazione di Di Caprio: ogni rantolio, grugnito, sibilo, ogni urlo, che sia silenzioso o rumoroso trasuda rabbia e disperazione come non si è mai sentito prima.

La colonna sonora è composta da due maestri del timbro come  Ryuichi Sakamoto e Alva Noto ed è perfettamente incastrata e mai prevaricante. Riesce ad amplificare le emozioni , le risonanze evocano gli spazi sconfinati del film e la contaminazione con la timbrica (raster)notoniana di Alva Noto la rende carica di tensione. Mi piacerebbe riascoltare il film senza immagini e sono sicuro che sarebbe emotivamente esplosivo.

Devo ammetterlo, è una mia deformazione , ma in questi casi ascolto e guardo come fosse più un’installazione che un film: faccio attenzione alle immagini e ai suoni e molto meno al soggetto, alla trama, alla sceneggiatura ecc.. E qui sono immagini e suoni di una bellezza mozzafiato. Fare un film è sicuramente una cosa più complessa , ma per chi respira suono le aspettative non saranno deluse.

Da vedere e soprattutto da ascoltare.

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<![CDATA[Revenant (Redivivo) di Alejandro Inarritu]]>

Se fosse stato un documentario sarebbe stato ottimo, ha voluto essere un film e ha rovinato il documentario.

In breve la trama. Primo ventennio del 1800,ancora in fase pre western: esploratori, cacciatori di pelli, mercenari di varie provenienze scorrazzano per territori ancora sconosciuti d'America (Nord Dakota) per trarne profitto. Uno di loro e' Glass (Di Caprio). Meglio degli altri conosce quelle terre ed e' in grado di far da guida agli altri .Il gruppo di cui fa parte e' decimato da un attacco degli indiani e il compito di Glass è riportare la compagnia al forte ma , soprattutto proteggere suo figlio, un ragazzo indiano. Lo scontro con un orso grizzly lo lascia pressochè prossimo alla morte . Il più arrogante della compagnia, Fitzgerald, si offre di restare, a pagamento, per assisterlo ed eventualmente dargli sepoltura, ma lo tradisce orribilmente,dopo, per altro, aver ucciso suo figlio . La volontà di vendicarsi , da questo momento,animerà Glass e darà inizio ad un'odissea in cui nulla sara' risparmiato al Glass ma anche agli spettatori.
Ma in sostanza cos'è questo film? Se ne vien fuori un po stralunati.
In effetti è ben fatto, spettacolare. Scenari naturali mozzafiato, fotografia superba che ben rende la maestosità dei luoghi ma nel contempo ,si sgancia spesso da uno scontato naturalismo, per farne ,piuttosto, un riflesso della condizione interiore del personaggio. Insomma Inarritu sa fare il suo mestiere e questo già si sapeva, le major americane sono strapiene di soldi e possono permettersi di affittare mezzo Sud Dakota per un anno per fare un film e, pure questo già si sapeva.
L'impressione pero' e' che alla fine tutto si riduca a una ostentata esibizione di capacita' e potenza della grandiosa industria cinematografica americana e poi,nulla piu'.
Il film appare una via di mezzo tra un romanzo di Jack London (mal sceneggiato) e un manuale di sport estremi oppure,meglio ancora, sembra un documentario del National Geographic , inframezzato da una storia che ne attenua l'effetto scenico, lo appesantisce e lo allunga a dismisura.
Il senso del film e' l'annosa questione del rapporto tra uomo e natura. Qui la natura appare sotto forma di orsi , cascate, montagne, cervi, neve, cieli d'ogni sfumatura, lupi, iene , corvi. Tutti elementi che sono spesso ostili all'uomo, rare volte concilianti e quasi sempre spietatamente indifferenti. Son cosucce che il buon Giacomo di Recanati ha spiegato assai meglio di quanto possano mai fare Inarritu o Di Caprio. La tenzone epica uomo natura ne contiene altri quali l'onore,il tradimento,l'amore assoluto,la vendetta.
Elementi che inseriti in una cornice naturale di devastante bellezza che ricorda piu' il paleolitico che gli albori della civiltà americana , diventano assoluti, violenti, primordiali, bestiali. Non esiste mediazione o filtro morale : si pensa,si agisce.
insomma sono tematiche toste che da secoli sono oggetto dell'attenzione della letteratura, della mitologia, dell'arte e da tempi piu' recenti dell'antropologia e della psicanalisi . Anche il cinema , in qualche modo ha affrontato queste tematiche .
Revenant riduce e sintetizza co tanta materia nei grugniti e nei versi di Leonardo Di Caprio che sono la vera colonna sonora del film. Quella di Di Caprio non è una interpretazione attoriale ma una sorta di performance atletica di un uomo/ bestia che riesce sempre ad allontanare la morte regredendo sempre piu verso lo stato animale. Diciamo che se avessero preso Messner ,secondo me era pure meglio,di certo piu' appropriato. Le buone intenzioni del film annegano in un mare di sangue , in montagne di neve, in corpi( non importa se di uomini o animale) maciullati e in sporadiche apparizioni di indiani che , nel piu' trito e classico dei luoghi comuni ,parlano sempre come se dovessero declamare L'Iliade o l'Odissea, farcendo i loro discorsi di frasi ieratiche e occhi spiritati: un indiano che parla normalmente del piu' o del meno, senza cimentarsi in iperboli e sentenze,e' una figura sconosciuta all'immaginario americano.
Per concludere Revenant e' un ottimo e spettacolare documentario sul Nord Dakota , inutilmente inframezzato da una storia, di per se interessante ma banalizzata da ovvietà, luoghi comuni e dal bisogno di mettere Di Caprio nelle condizioni migliori per strafare .


PS) c'e' una scena, pero' che vale il prezzo del biglietto. A un certo punto Di Caprio si ritrova nel freddo gelido, col cavallo appena morto. Che fa? Squarta il cavallo con le mani, ne estrae le viscere e le carni, lo svuota, lo spolpa, lo riduce a contenitore e ci si infila dentro. Li' al calduccio passa la notte. Il mattino dopo esce dal cavallo ma a fatica, poichè il gelo ha irrigidito la pelle dell'animale che quasi si richiudeva. Ecco una cosa del genere , però, manco Messner l'avrebbe mai fatta!!...

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<![CDATA[Macbeth di Justin Kurzel]]>

"Macbeth", il riadattamento del capolavoro di William Shakespeare (credo il settimo nella storia del cinema) , film diretto dal regista Justin Kurzel e interpretato da Michael Fassbender e Marion Cotillard.
Un accenno alla storia e mi scuso col bardo per la semplificazione banale .
Macbeth è il Barone di Glamis generale dell'esercito comandato dal sovrano di Scozia Duncan, vincitore di una lunga serie di battaglie che di fatto salvano il regno di Scozia. Alla fine di una battaglia, quella decisiva, si ritrova insieme al suo fido Banquo e incontra tre donne che fanno loro due previsioni sul loro futuro. Macbeth dovrebbe infatti diventare re di Scozia e signore di Cawdor, mentre il suo scudiero è destinato ad essere il progenitore di una lunga dinastia di sovrani. Macbeth e Banquo sono sconvolti da tali predizioni: il re conferisce al primo il titolo di Barone di Cawdor per le grandi qualità mostrate durante le varie guerre. A questo punto, entra in gioco il ruolo di Lady Macbeth, la moglie del Barone. Informata tramite una lettera da parte del consorte, riguardo le profezie dalle tre donne, di fatto ne guida le prime mosse e ne alimenta l'ambizione. Da quel momento in poi, la sua vita prosegue con l'obiettivo di dare il trono a suo marito. Per riuscire in tale intento, bisogna necessariamente far morire il re Duncan ma questo e' solo l'inizio di sfrenata ambizione che sfocia nella follia.
Macbeth va ben oltre questa esile trama. E' uno degli apici della letteratura di tutti i tempi, forse il massimo capolavoro di Shakespeare. Opera articolata con livelli di lettura molteplici, con un tensione tragica che sviscera ogni aspetto della complessità umana fino al punto in cui gli elementi degenerano e decompongono l'umanità stessa. La prima immediata lettura riguarda il rapporto perverso e sfrenato tra ambizione e potere e di come uno non cessi mai di alimentarsi dell'altro,fino a fagocitarsi reciprocamente come un mostro a due teste. Macbeth e' anche altro. C'e' il tradimento,l'amicizia, la fedeltà, la capacità manipolatoria della donna sull'uomo/bambino ,la potenzialità irrefrenabile verso la follia che ha in se ogni pulsione umana,l'equilibrio delicato,che regola la Storia, tra la volontà dell'azione e la frustrazione del fatalismo. In Macbeth affiora la questione della sterilita', forse anche della scarsa virilità e del coraggio stesso il quale, sembra appartenere piu' ad una alterazione della coscienza piuttosto che a normale e lucida condizione. Cosa c'e' di tutto questo nel Macbeth di Justin Kurzel: Quasi nulla o ben poco.


Tutto si riduce alle avventure sanguinarie di un folle e di una femme fatale.
Come accade spesso nelle trasposizioni cinematografiche di capolavori teatrali la volontà di andare incontro ai gusti del pubblico, ha reso semplicistica e letterale l’interpretazione del testo, attraverso anche una ostentazione scenografica che, presumibilmente voleva accentuare gli effetti simbolici e naturalistici.
Sia ben chiaro che da sempre la traduzione sul grande schermo dei testi teatrali e' stata un impresa improba.
I due linguaggi pur avendo diverse analogie sono sostanzialmente diversi . In estrema e brutale sintesi si può dire che il Teatro è “parola” mentre il Cinema è “immagine”, nel primo caso l'aspetto scenografico e visivo e' a supporto della parola , nel secondo caso e' l'opposto, ossia e' la parola che giunge a rimorchio e a sostegno dell'immagine. Si capisce quindi che trasporre un genere nell'altro implica uno scatto di genialità e innovazione.
Il senso e' indagare in profondità il valore del testo e non ricopiarlo, cercando, nella traduzione cinematografica, di rielaborarne e valorizzarne i contenuti originali.
La modalità è porre in evidenza caratteristiche essenziali del testo e riuscire a misurarle con le potenzialità espressive della tecnica cinematografica. Insomma ci vuole un lavoro sul testo che ne rispecchi lo spirito ma manipoli la forma:insomma e' un gioco rischioso ed e' per chi sa giocare, non per tutti.


Orson Welles (piu' in Othello e Falstaff che nel Macbeth) , Lawrence Olivier (in tutte le trasposizioni che ha fatto) , Roman Polansky e in parte Kenneth Branagh hanno tentato e sono riusciti in questo. Ricordo anche un formidabile “Mercante di Venezia” Con Al Pacino (non ricordo il regista) . In tutti questi casi ci sono stati soluzioni prettamente cinematografiche, espedienti linguistici,incursioni “piratesche” di livelli di lettura originali, ardite attualizzazioni che hanno fatto emergere la forza espressiva dell'opera,la profondità psicologica o la lievita' se questo era il caso.
Il Macbeth di Justin Kurzel , invece, secondo me, ha privato della forza drammatica e della complessità psicologica l'opera di Shakespeare ,proprio perchè ha fatto dello strumento cinematografico,per un verso, una sorta di specchio del testo e per un altro una specie di ridondante scivolamento spettacolare che ammiccava a un certo gusto estetico corrente . In special modo l'inizio, a tratti,sembra un incrocio tra Bravehart e Il Gladiatore : teste mozzate, sangue a fiumi, corpi smantellati, arti sparsi, dettagli anatomici e tutto al rallentatore, fosse mai vi sia sfuggito qualche dettaglio. Una colonna sonora cupa e inutilmente roboante, comunque invadente e fastidiosa e,tanto per capirci ,l'effetto era quello di avere nell'appartamento attiguo due operai alle prese con seghe e trapani elettrici. Immagini ben curate e buona fotografia ma tutto l'effetto svanisce e regredisce a una cartolina o a uno screen server, quando tutta questa ricerca di naturalismo fa da sfondo ad una sceneggiatura che riflette pari pari e piattamente il testo shakespiriano, assolutamente stridente in quel contesto. Il film si salva ed e' reso comunque guardabile dalla magistrale interpretazione di Fassbender: un gigante. Macbeth passa da una iniziale devozione fideistica al re al delirio di onnipotenza ,passando per manie di persecuzioni , pulsioni omicidi e assuefazione al male come motore di ogni azione. Fassbender segue passo passo queste varie fasi ,mutando espressioni ,sguardi e posture ,senza mai scivolare nella caricatura o nell'istrionismo teatrale, apparendo piuttosto come un paesaggio che cambia naturalmente al passaggio delle stagioni,cambia rimanendo se stesso. Fassbender e' immenso e il film alla fine e' senz'altro una “prova d'attore”.
La scena che mi e' rimasta impressa e' quella dove lady Macbeth e Macbeth all'interno di una chiesa/cappella tra candeline e crocefissi nel mezzo di uno sbrigativo amplesso elaborano i piani prossimi venturi per accoppare piu' gente possibile e prendersi il trono. L'unico momento in cui il regista Justin Kurzel ha provato a volare, per il resto banale.

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<![CDATA[Il Ponte delle spie di Steven Spielberg]]>

Potrebbe mai Spielberg sbagliare un film? Certo che no, infatti “ Il ponte delle spie” è un bel film, fatto come si deve, con una ricostruzione ambientale precisa, senza sbavature che ben rende all’uomo di oggi la conoscenza quanto meno di primo livello, del tempo della guerra fredda, cronologicamente vicino ma storicamente ormai perso nell’archivio della memoria ne piu ne meno come le guerre puniche. Il film e’ ambientato negli anni 1957/60. La trama e’ semplice e lineare. Un pittore, Abel, è una spia russa ma è scoperta. Gli attribuiscono un avvocato d’ufficio, tale Donovan, il quale riesce a evitargli la sedia elettrica. Donovan si rivela particolarmente abile al punto che la Cia lo designa informalmente a trattare uno scambio di spie e soldati con i sovietici. Volutamente, secondo me, Spielberg sceglie una trama scarna con poche divagazioni, con un numero di personaggi ridotto all’osso e con uno sviluppo narrativo per lo piu’ prevedibile. L’intenzione di Spielberg era piuttosto quella di riproporre con precisione una fase storica,della quale bene o male siamo figli e, nello specifico, di scandagliare il mondo delle spie costituito per lo piu da regole che sfumano nei tradimenti, da certezze che nascono all’alba e svaniscono prima del tramonto, da personaggi che aggiornano l’agenda dei nemici regolando ,di conseguenze ,le loro menzogne. La guerra fredda fu combattuta con le armi per interposti alleati ma fu combattuta anche e soprattutto con la propaganda, con le spie, con la costruzione del nemico, con la diffusione scientifica e metodica della paura e dell’attesa dell’evento nucleare. La guerra fredda fu una guerra in preparazione di un’altra guerra che a parole si voleva evitare ma non tanto al punto di non esserne affascinati . Furono anni in cui il sistema occidentale comprese che la “democrazia” oltre ad essere il meno peggio dei consessi civili era anche, all’occorrenza una buona valigia di attrezzi che potevano essere utilizzati per qualsiasi scopo,compreso quelli estranei a uno stato di diritto, per poi essere riposti nella valigia stessa.

In questo contesto opaco, Spielberg costruisce la figura dell’avvocato Donovan. Donovan si staglia come eroe civile, come campione dei valori costituzionali e dell’umanesimo. La dignità va oltre le circostanze, il nemico è tale fin quando combatte, dopo torna a essere un uomo tra gli altri, sottoposto a quelle stesse regole che vincolano altri uomini. L’espiazione di una colpa e anch’essa una regola, non e’ una legge del contrappasso che richiama sempre la colpa stessa. Donovan, nel momento in cui la spia e’ di fatto inerme, lo eleva a suo simile, nel momento in cui la Cia utilizza la sua abilità per contrattare uno scambio di spie, si prende l’incarico e lo esegue per ciò che significa in se e non per le esigenze, piu’ o meno nobili del committente. Donovan, secondo un immaginario tipicamente americano (alla Frank Capra) e’ un cittadino comune, tranquillo,persino banale nella ritualità quotidiana e professionale, reso però inconsapevolmente eroico dal semplice agire secondo coscienza,secondo diritto e, soprattutto secondo “american way of life”. L’eroe americano, a differenza degli altri eroi, non e’ quello che sovverte un sistema ormai marcio e vecchio, gettando oltre l’ostacolo il cuore e l’anima ,egli è piuttosto, quello che difende il sistema dalle sue stesse tossine mantenendo, però, cuore e anima al di qua dell’ostacolo: insomma Un uomo giusto che ama il suo Paese ma, assai di più, i valori che esso dovrebbe incarnare, una sottigliezza americana, in verità assai scaltra e furba. Spielberg ricalca questo schema classico della cultura e della storia americana e lo cala, da par suo, nella guerra fredda, evitando retoriche e sbavature patriottiche. Certo, da buon americano cede a taluni clichè tipici dei film spionistici, cioè quello di caricaturare i sovietici e “imbruttire” oltre il verosimile metodi e quotidianità del nemico comunista. La Cia stessa non ne esce bene, con la differenza però che, il male americano è sanabile, quello comunista sovietico è strutturale. Le menzogne degli americani sono strumentali, quelle dei russi sono metodiche. La parte migliore del film, a mio parere e’ la prima parte, quella completamente ambientata negli USA. Emergono i contrasti e la lenta e arcigna consapevolezza civile di Donovan; si evince in maniera evidente quel processo di costruzione pervasiva di tensione e terrore del nemico, che parte dalle scuole e giunge in ogni aspetto della società civile; si descrive l’escalation militare che segue pari pari un processo di indottrinamento fanatico . La seconda parte, ambientata a Berlino, seppur interessante, mi e’ apparsa piu’ stanca, in alcuni frangenti forse anche un po’ di maniera .


Assai incisivi e brillanti i dialoghi, pervasero da un sottile humor nero. Notevole veramente la figura del colonnello Rudolf Abel (La Spia Russa): personaggio sottile,compassato e ironico, interpretato da un grande Mark Rylance. Un’interpretazione dai gesti essenziali, di “sottrazione” che in più di un’occasione ruba la scena al pur bravo Tom Hanks (Donovan). Rudolf Abel, alla fine, per noi spettatori più che una spia e’ un pittore,ciò che probabilmente lui piu’ di ogni altra cosa avrebbe voluto essere. In qualche modo è il miglior omaggio che ne fa Spielberg, restituendocelo cosi, come un’artista, probabilmente anche talentuoso, che eventi della vita, che non conosciamo e non giudichiamo, hanno reso soldato fedele e leale di una potenza nemica, mentre l’artista non e’ mai un nemico. Spielberg cosparge il film di umanesimo, di primato dell’uomo su ogni altra esigenza e, in questo, sta la cifra morale del film, al di la dell’intreccio. L’incipit del film e’ folgorante. Non so se consapevolmente ma e’ la citazione di un celebre quadro di uno dei più grandi pittori americani del novecento Norman Rockwell, cioè il "Triplo Autoritratto", in cui l’artista si rappresenta nell’atto di rappresentarsi, cosicché la sua figura risulta ripetuta tre volte. La scena è proprio cosi e la somiglianza fisica tra Abel e Rockwell in qualche modo c’e’, cosi come pure Rockwell,in un gioco di rimandi al pari di Donovan, fu un americano fino al midollo ma nel frattempo attivo in ogni impeto di civiltà e progresso che ha attraversato il suo paese, anche in negazione alle scelte del suo paese.
Bel film,da vedere!

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<![CDATA[Il caleidoscopico Pulp Fiction]]>

Il 16 dicembre 1994 usciva in Italia, Pulp Fiction.

Un capolavoro ma, in realtà assai di piu' di un semplice capolavoro.

Fu la definitiva consacrazione dello stile "Tarantino", cioè di un modo di far cinema che ha segnato l'ultimo ventennio.

Pulp Fiction fu il manifesto di quel genere.

Tarantino costruiva caleidoscopi in cui confluivano, come in turbinio di immagini, quelle che erano citazioni, richiami, flash quasi a se stanti.

Era una sorta di Pop Art applicata al cinema,una rielaborazione funambolica e spettacolare di tutto cio' che aveva contribuito nel tempo a costruire e strutturare il (suo)nostro immaginario, il nostro gusto estetico. Tarantino mescola cultura alta e cultura bassa, alto cinema e b- movie, fumetto e letteratura. La sua bulimia esplode in immagini irreali, in caricature del verosimile, in scene di violenza o d'amore tirate all'estremo in equilibrio tra il ridicolo e il sublime.

La colonna sonora, sulla falsariga dei capolavori di Sergio Leone o Federico Fellini, non accompagna mai la narrazione,non fa da contrappunto alle immagini ma è , essa stessa, elemento imprescindibile della struttura narrativa e parte della sceneggiatura. Anche qui Tarantino attinge e cita. La sua capacità creativa e' un effetto di sovrapposizione, di incroci e dissolvenze. Lo sviluppo della trama non procede mai linearmente ma è come un meccanismo circolare che procede per divagazioni, retroscena, distorsioni temporali che solo alla fine, in qualche modo, si ricompongono, dandoci l'impressione di uscire da un labirinto dal quale, però, non avremmo mai voluto uscire. Il cinema, per certi versi, con Tarantino torna alle origini, ossia quando il fine primo e ultimo del cinematografo era quello di inghiottirci in un gorgo avventuroso e poi, come su una molla ricatapultarci nella realtà.

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Se non fosse quello scatenato innovatore e geniale riscrittore di generi cinematografici che è, Tarantino rischierebbe di essere ricordato per le sue eccelenti colonne sonore, selezioni impeccabili di eterogenei brani pop con spiccata preferenza per il più oscuro rock'n roll anni '50 e il funksoul dei '70. La colonna sonora di Pulp Fiction, per esempio, è riuscita a riportare in auge artisti dimenticati come Dick Dale e Dusty Springfield oltre ad un intero genere: il surf.

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Da collezionista di buona musica qual'è Tarantino dice:

una delle che faccio quando sto per iniziare un film, quando sto scrivendo o ho un'idea per una pellicola, è di scorrere la mia collezione di dischi e cominciare solo con suonare delle canzoni, cercando di trovare la personalità, lo spirito del film. Poi boom! - finalmente centro due o tre canzoni – o una canzone in particolare: “ oh, questo sarà un gran pezzo per i titoli di testa”

ciò che rende cosi figo utilizzare la musica nel cinema è il fatto che se lo fai bene, se usi la canzone giusta nella scena giusta, se scegli delle canzoni e le metti in un film proprio nella giusta sequenza non c'è niente di più cinematografico che tu possa fare al mondo.”

Non ci resta quindi che riguardare e riascoltare il caleidoscopico Pulp Fiction.

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<![CDATA[Claude Lelouch vs Joe Cocker]]>

Rimango inchiodato davanti al video, mai avevo visto Parigi, i suoi palazzi, le sue vie, i suoi monumenti, scorrere davanti ai miei occhi a tale velocità. I semafori urlano di rosso furore mentre il rombo del motore si fa ancor più aggressivo e incosciente lasciandosi alle spalle la paura dell’impatto e davanti un mare di sanpietrini da calpestare con quattro ruote gonfie di rabbia e voglia di azzerare il tempo, capaci di raggiungere il futuro in quei pochi secondi che servono alle marce per dare ossigeno al motore: prima, seconda, terza, quarta, quinta, avanti, sempre avanti trasformandosi in pura velocità comandata da un pensiero che accellera prima ancora che il pedale tocchi il fondo della corsa. Io amo credere alle leggende metropolitane, quelle che raccontano di un impassibile Jacki Icks lanciato oltre i 200 Km orari, lungo le strade di una Parigi immersa nel silenzio dell’alba mentre al suo fianco Claude Lelouch filma quello che sarà il suo C’ètait un rendez-vous. Era il 1976.



Lo sguardo rimane incollato all’urlo dei cilindri mentre la celebrazione della velocità manda in frantumi lo schermo del portatile e piega il pensiero, rendendolo docile alla lettura...la velocità...ma tu quanto hai corso e quanto ancora corri? Quanti chilometri ti separano da quel 1976 e dalla musica di quei tempi? Premi ancora sull’accelleratore lasciandoti dietro viali e viali di suoni? Perchè questa continua voglia di passare gli incroci dell’ascolto mentre il semaforo segna rosso. Mai un’area di sosta nella quale fermare la corsa mentre una cassetta rimette in funzione quel lettore mai veramente messo in pensione o un disco inizia nuovamente a girare sopra quel meccanismo che i dischi li faceva girare.



La memoria fa decelerare il pensiero, i freni entrano in azione prima che la barriera del suono venga nuovamente superata (con il rosso) permettendo alla guida di dirigersi verso un mondo diverso, alieno rispetto a quello dei tuoi ricordi che ora viene illuminato dalle luci della retromarcia. Ma si, si torna indietro fino a ritrovare il ricordo primario pigliandolo al volo, la portiera aperta e il mangianastri a tutto volume...

l primo album della tua vita e quella versione dei Beatles mai veramente amati ma qui reinterpretati con una sfarzosità soul fitta e vibrante, quasi un mantra al quale è impossibile sottrarsi, anche oggi a distanza di secoli. Guardo nella mia memoria e incredulo mi chiedo se realmente amavo Joe Cocker e il soul (?!), se realmente ascoltavo fino allo sfinimento “With A Little Help From My Friends” e la mia memoria mi risponde che si, che questa Mad Dogs & Englishmen version l’ho letteralmente consumata perchè lì dentro ci trovavo tutto quel materiale psichedelico di cui mi sarei nutrito in seguito, perchè era una meraviglia assecondarla seguendo l’andamento della sua onda, l’intro che precedeva l’esplosione iniziale, il cantato che stravolgeva maledettamente la troppo delicata bellezza beatlesiana, il coro imponente e meravigliosamente freak e quel crescendo che ti lasciava tramortito e sorridente, al limite dell’ipnosi.


Un piccolo e dimenticato aiuto che scompare sempre più velocemente dallo specchietto retrovisore del ricordo mentre la strada si fa via via più stretta fino a scomparire del tutto, nel mondo futuro del suono indefinito. Pulsazioni extracorporee silenziose e affascinanti come mille universi che collidono anni luce lontano dalle dalle nostre coordinate ma mai e poi mai vive e reali come poteva esserlo una comune hippy sopra un palco in quel lontano 1970.

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<![CDATA[Mustang, Parigi e Il Teatro degli Orrori]]>

E’ venerdi sera, scelgo di andare al cinema.
E' l'uscita serale dandy, radical chic: la rassegna cinematografica d'autore.

C’è un film turco:  Mustang di Deniz Gamze Ergüven  presentato quest’anno  a Cannes e candidato a rappresentare la Francia agli Oscar come miglior film straniero. Racconta la storia di cinque giovani sorelle che lottano per la loro libertà contro un potere maschile e patriarcale soffocante.

Ottima occasione per capire qualcosa di più del continuo conflitto tra la componente conservatrice (oggi rappresentata da Erdogan) e il naturale bisogno  di emancipazione e di libertà che in Turchia si è più volte espressa.  Già dalla prima inquadratura (la sorella più piccola che saluta in lacrime la sua insegnante che si sta trasferendo ad Istanbul) entriamo in un mondo che si chiude progressivamente. Dallo spazio di libertà della spiaggia iniziale (sul mar Nero) , ai muri e alle inferriate della casa in cui vivono . Dai vestiti leggeri a quelli più pesanti e tradizionali (color merda e senza forme come li definisce la più piccola delle 5 sorelle) . E’ proprio la più piccola delle sorelle  riesce ad amplificare tutti i residui di libertà (ad esempio nel convincere le sorelle a seguirla allo stadio per una partita di calcio) e ad alimentare la rabbia e l’istinto di libertà che tutte e cinque hanno dentro.

Ecco che la casa-prigione può trasformarsi in un fortino di difesa delle libertà. Mi viene naturale pensare alla resistenza delle donne curde di Kobane e al messaggio che da loro esce: non possiamo sottostare al terrore che un fascismo vuole imporre, a scapito della libertà, dell’indipendenza e dell’autonomia.

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Dentro al cinema il pubblico è composto per il 90 per cento di donne (c'è la nazionale di calcio in tv) e non c'è il solito chiacchericcio di sottofondo, segno che il film ha colpito nel segno. E il segno è il sogno di libertà di queste cinque adolescenti. E' la spinta in avanti che danno per uscire dal medio-evo.

Ma appena si accendono le luci tutto cambia: dai telefoni arrivano le tragiche notizie da Parigi e gli sguardi sono attoniti e impauriti.

Il terrore fascista è tornato vicino a noi: occidentali, democratici. Noi che queste tragedie solitamente le viviamo solo da spettatori. Noi che giustamente piangiamo e ci emozioniamo per la strage di Parigi , ma che con facilità lasciamo scorrere notizie e immagini quando lo stesso terrore fascista si esercita in altre parti. Noi che tendiamo a rispondere al fascismo chiudendo progressivamente il nostro mondo senza capire che il mostro fa parte di noi.

Noi dovremmo fermarci e ascoltare chi scappa da morte certa, dovremmo guardare a chi combatte tutti i giorni i fascismi di ogni risma.

Noi, forse, qualcosa dovremmo imparare dalle giovani donne di Mustang o di Kobane  perchè solo l’insopprimibile voglia di libertà e la lotta quotidiana per l’estensione dei diritti per tutti rende il fascismo della jihad impossibile.

…non è un immagine qualsiasi
osserva bene
in fondo alla strada di polvere e sole
cammina quella donna tenendo per mano una bambina
sembra di fretta, chissà dove va
chissà perché
tu invece ti sei fermata a guardarmi per un attimo
come se mi conoscessi e mi volessi bene
forse quel mitra sulle spalle
hai una parola sola
come il mondo che gira!
come il tuo destino!
il mondo
che gira!
e il destino!
io non so descrivere
questo sentimento che
mi viene voglia di pensarti vicino a me
ma sei così lontana e tanto in pericolo che
potresti morire
potresti morire
e mi viene una tristezza e un'amarezza così grande
che vorrei piangere
gridare
scomparire per sempre!
una donna
una ragazza
pronta a dare tutto ciò che ha
senza riserve
e in cambio niente
una donna
una ragazza
le sue speranze
e in cambio niente

estratto da: Il Teatro degli Orrori: Una Donna

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<![CDATA['All These Things I Used To Have' Yakamoto Kotzuga]]>

Siamo felici che il video 'All These Things I Used To Have', girato per Yakamoto Kotzuga da Matilde Sambo & Furio Ganz e registrato nella Palestra Popolare del RivoltaPvc Marghera ,  nella sezione 'Video espanso' come uno dei video musicali più significativi degli ultimi tre anni.

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<![CDATA[I Sogni del Lago Salato di Andrea Segre ]]>

"Volevo andare in Kazakistan. Perdermi in terre di confine, in orizzonti talmente ampi da diventare intimi. "I sogni del lago salato" sono sogni che ho cercato nelle steppe asiatiche e che ho poi ritrovato nella cantina di mio zio Alberto, dove piccoli antichi sogni erano custoditi nelle pellicole 8 mm di 50 anni fa"

 Rai Cinema, Andrea Segre e Francesco Bonsembiante

presentano

I Sogni Del Lago Salato

un film di Andrea Segre

una produzione Ambleto con Rai Cinema

in collaborazione con JoleFilm e Mact Productions

e la partecipazione di Montura e Internazionale


 

Ecco il calendario delle uscite de "I Sogni del Lago Salato" di Andrea Segre!

Fra queste prime date manca la tua città?

Scrivici a comunicazione@zalab.org oppure tramite facebook, cercheremo di far arrivare il film anche nella tua città!

29/09 - 2/10 - 6/10 Chioggia: Cinema Teatro Don Bosco

https://www.facebook.com/events/904139886288804/

30/09 Padova: Cinema Multiastra

https://www.facebook.com/events/982885068440907/

1/10 Roma: Cinema Farnese Persol

https://www.facebook.com/events/1640916772851417/

2/10 Ferrara: Festival di Internazionale

2/10 Bologna: Cinema Lumière

https://www.facebook.com/events/717207671745942/

3/10 Mantova: mignon cinema d'essai

https://www.facebook.com/events/613922128748045/

4/10 Vicenza: Cinema Araceli

https://www.facebook.com/events/423311504546515/

5/10 Milano: Cinema Mexico

https://www.facebook.com/events/1645098752431673/

6/10 Dolo (VE): Cinema Italia

https://www.facebook.com/events/1504379643216931/

7/10 Torino: CINEMA FRATELLI MARX

https://www.facebook.com/events/746884292084915/

8/10 Bergamo: CINEMA CONCA VERDE

https://www.facebook.com/events/729809047163632/

9/10 Trento: Cinema Astra Multisala e Osteria

https://www.facebook.com/events/539602579527366/

12/10 Gorizia: KINEMAX

https://www.facebook.com/events/620538358088217/

13/10 Pergine (TN): Teatro Comunale di Pergine

https://www.facebook.com/events/1632979333643460/

13/10 Trieste: La Cappella Underground

https://www.facebook.com/events/1626187194310330/

14/10 Pordenone: CINEMAZERO

https://www.facebook.com/events/1499743660340329/

Alle proiezioni sarà presente il regista Andrea Segre.

 Vi aspettiamo!

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<![CDATA[L'arte del silenzio non invecchia]]>

Nemmeno ci provo. Proprio non ne sarei capace.

Di fare una recensione cinematografica, dico, per quella vi rimando qui.

Ma “Youth” di Sorrentino mi ha portato dentro a certi rit(m)i del mio sentire. Perché ci interroga, oltre che sul tempo che passa, anche sul senso del silenzio. Che non è tanto l'assenza di suoni, ma la base stessa del suono, del linguaggio e forse anche del cinema.

Ci invita  a renderci “sensibili a quei fili di silenzio di cui il tessuto del suono è intramato”.

Insomma più che seguire una trama questo film sembra segua una partitura.

Io capisco solo la musica” dice Michael Caine  che in “Youth” è un  corteggiato compositore e direttore d’orchestra che si è ritirato dalle scene “c'è e non ha bisogno di parole, ne di spiegazioni

Solo a partire da questa consapevolezza, ben presente nel protagonista del film, si può scoprire che  paradossalmente il silenzio parla molte voci. Ce n'è uno prezioso (il silenzio è d'oro) e uno che indica penuria (il silenzio di tomba), ma anche il silenzio che crea tensione e quello della mancanza come in Lisbon story  di Wenders quando il fonico registra l'assenza dell'amico.

Ma tornando al film di Sorrentino: vedendo le scommesse dei due vecchi amici (Harvey Keitel e Michael Caine)  sul fatto che la coppia vicina di tavolo non si parla mai: “stasera apriranno bocca, sì o no?” oppure nella scena dove la giovane massaggiatrice sussurra: “non serve parlare basta toccarsi per capirsi” , sembra che il regista voglia riflettere sul silenzio e sul fatto che bisogna re imparare ad ascoltarlo e in questo caso anche a guardarlo.

John Cage diceva: “Non esiste il silenzio. Accade sempre qualcosa che produce suono”. Ma per captare quel qualcosa bisogna sottrarsi al rumore di fondo.

Certi silenzi possono sembrare apatia, e di apatia viene accusato dalla figlia il musicista protagonista di Youth. Ma guardare o sentire una cosa vuota è sempre guardare o sentire qualcosa, se non altro gli spettri della propria attesa.

L’apatia semmai è frutto della comunità obbligatoria connessa 24 ore su 24 che ci impedisce di restar in silenzio. E allo stesso tempo l'affollamento di immagini, parole, suoni di oggi essendo privo di corpi è oppresso dalla solitudine.

Imparare la sottrazione dalla massa infinita di rumore, ricreare le condizioni per l’ascolto del silenzio, ecco cosa serve per accorgersi dell’altro da sé. Perché diventare apatici è sicuramente peggio che diventare vecchi.

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<![CDATA[Youth di Paolo Sorrentino]]>

Raccontare la trama di un film e' il modo migliore per banalizzarlo, per ridurlo a una storia che sicuramente sarà stata raccontata e sviluppata mille altre volte. Ma qualcosa bisogna pur dire per dare almeno una vaga idea del soggetto, per cui togliamoci questo sassolino dalla scarpa e dopo si potrà scrivere qualcosa circa la poetica, la ricchezza e il senso di questa splendida pellicola.

Storia ambientata in un albergo svizzero: protagonisti un regista ottantenne (Harvey Keitel), ancora convinto di poter girare un film, un coetaneo direttore d'orchestra (Michael Caine), che si sente in pensione. Durante il soggiorno in una lussuosa spa svizzera, ricorderanno o cercheranno di ricordare il loro passato, giudicheranno la vita dei propri figli e osserveranno con benevolo cinismo e curiosità la routine dei tanti ospiti dell'hotel. Insomma qualcosa che nella storia del cinema è trito e ritrito,visto e trattato tante volte. Eppure lo stesso,da questo materiale, Sorrentino ne trae un'opera che per bellezza,l eggerezza e capacita' estetica e emozionale è assai difficile dimenticare.

Sorrentino sa posare uno sguardo sulle cose che, di per se, già costituisce uno stile inequivocabile, un punto di vista poetico/estetico che avvolge la vicenda, le si avvicina,la scompone, ricompone, la fa scivolare via, la riafferra più in la', la rende irriconoscibile. Nel film di Sorrentino non ce' mai linearità, c'è scostanza, non c'e' la necessità di concatenare gli eventi secondo una logica causale, egli, piuttosto,si pone come chi osserva le conseguenze del riflusso di un onda, cioè di qualcosa che ha esaurito la sua forza e che, rientrando rilascia sensazioni e percezioni delicate, grottesche, talvolta tragiche e altre comiche.

Quello di Sorrentino è una sorta di caleidoscopio o forse meglio ancora, un film mosaico, costituito da “tessere”, che da una parte ci guidano ma dall'altra, soprattutto, richiedono a chi guarda lo sforzo di metterci del proprio, cioè di unire le tessere e ricavarne un senso o più semplicemente un piacere innanzitutto estetico: lo spettatore è coinvolto in un immaginario montaggio, dettato dalla sua sensibilità e dal suo gusto. Queste tessere, però, sono sparse in modo contraddittorio, ambiguo, persino ingannevole. Ordinare il caos creativo è, appunto, compito dello spettatore o fruitore del film. Il regista si sottrae da questa funzione e si limita a disseminare il film di tracce ,intuizioni, momenti, icone, caricature, ossessioni. Il film e' un incredibile sequela di “scene madri” in cui si alternano dialoghi “scolpiti nella pietra” e sconcertanti banalità ,ciò che rimane è la forza incredibile ed evocativa delle immagini, delle inquadrature,delle soluzioni estetiche e iperboliche. Sorrentino, come fosse un pittore impressionista, colpisce innanzitutto la “retina “dello spettatore e il resto ne è una conseguenza. I personaggi fondamentali sono due (il regista e il direttore d'orchestra) e incarnano le tensioni e ossessioni che aleggiano sul film, ossia quelle sul tempo che passa,sul senso dell'arte,sul valore dei ricordi e dell'amicizia:i personaggi di seconda linea che in apparenza sono solo oggetto della curiosità e attenzione dei due e,solo in quanto tali hanno una funzione, nello sviluppo dell'opera assurgono, invece, a ruoli fondamentali e decisivi, facendone cosi' un film corale e non una banale vicenda di due ottuagenari in crisi senile esistenziale.

La carrellata di personaggi che popolano l'albergo svizzero è certamente elemento caratterizzante: conferiscono alla pellicola la leggerezza piacevole della commedia, cospargendola qua e la di pennellate geniali e indimenticabili. Un attore californiano condannato ad essere per sempre un personaggio interpretato che, però, detesta, ma di cui tutti si ricordano (secondo me il personaggio meno riuscito del film); un Maradona memorabile, obeso, distrutto nel fisico, prostrato nello spirito ma ancora capace di sentirsi un mancino e di scorgere nel suo “sinistro” non solo tracce di una gloria passata ma anche la voglia di futuro e il senso di una regalità e di una distinzione che sono l'ultimo argine contro una decadenza fisica impietosa (la scena nel campo da tennis, di lui solo che palleggia con la pallina da tennis,scagliandola in cielo col sinistro e accogliendola di ritorno dal cielo col medesimo sinistro è un vero capolavoro) ; una Miss Universo disarmante per bellezza e per intelligenza semplice e solida; uno scalatore malinconico e solitario che sfida la paura e l'ansia esattamente procurandosi paura e ansia, cosi come un metaforico antibiotico di se stesso; un monaco buddista che cerca spazio per la contemplazione, nella quintessenza del vacuo e edonista piacere occidentale,cioè una SPA svizzera, come in una specie di assurda e divertente legge del contrappasso ; una ragazzina massaggiatrice che balla imitando divette televisive ma lo fa con una grazia assoluta ,quanto insospettabile e si rivela di una profondità semplice, di una saggezza tanto antica quanto spontanea; un Hitler, zoppicante ,indolente e invecchiato che irrompe nell'albergo tra l'incredulo sgomento degli altri (come fosse un statua di Cattelan) e che, alla fine si rivela essere solo un attore demotivato,ormai incapace e disinteressato a interpretare l'orrore che e' null'altro che banale e inspiegabile e voglioso di dare corpo ai desideri che, per quanto a volte possano essere viziosi,malati o incerti sono il motore delle azioni,di tutte. Situazioni che calano, spesso, improvvisamente nel film, delineando una specie di sinfonia jazz,dove motivi diversi e assoli improvvisi si intersecano e si inseguono seguendo una trama misteriosa e irregolare. Fra le scene che,in qualche modo,sono rimaste impresse,aggiungerei quella del regista (Harvey Keitel) che in una immersione onirica chiaramente felliniana, scorge in una collina tutte le donne protagoniste dei suoi film, coinvolte in un immaginifico e toccante concerto polifonico di voci e scampoli di battute:un saluto dell'arte alla vita che sfuma,forse.

Una menzione merita la musica. Sorrentino sovverte la logica classica della colonna sonora, cioè quella di puntellare il film, accompagnarlo e dettarne i tempi e le emozioni. Qui,invece,l a musica fa vere e proprie incursioni ,si ricava un suo specifico spazio e ruolo ,non veste il film ma sta dentro. Il regista non disdegna ne il pezzo rock, piuttosto che quello pop commerciale, passando se e' il caso per cori degni dei carmina burana. Il salto di registro è continuo, la sfida a ricercare il senso e il piacere passa anche attraverso le musiche.

Per chi ama il cinema ed un po è cinefilo sono diversi i richiami ad Altman, Fellini e in alcuni momenti,in alcuni interni anche a Kubrik.

Da vedere....

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<![CDATA[Timbuktu di Abderrahmane Sissako]]>

Timbuctu è il nuovo film del regista mauritano Sissako.

La trama e' esile e in fin dei conti assolutamente marginale nell'economia del film. Comunque giusto per farne un breve cenno: 
Timbuctu, una volta città di tolleranza,è oramai nelle mani di un gruppo di jiadisti, che impongono un ordine grottesco quanto brutale attraverso leggi che proibiscono la musica, il calcio e il fumo, e impongono un codice di abbigliamento per le donne. Kidane, invece, con la sua famiglia vive lontano dalla città e sente solo gli echi di ciò che avviene a Timbuctu e la sua distanza e', di per se, una forma di ribellione o forse segno di un fatalismo atavico che ritiene che l'ordine naturale, comunque, alla fine prevarrà. Kidane è un uomo tranquillo che vive sulle rive del fiume Niger, lavora come pastore aiutato dal giovanissimo Issan. A un certo punto un pescatore pazzoide Amadou, che vive nelle vicinanze, spara al suo gregge, uccidendo una mucca, colpevole di aver invaso la sua rete da pesca Kidane per proteggere lavoro, vita e famiglia, affronta il pescatore e accidentalmente, nel corso di una colluttazione lo uccide:la scena dell'omicidio e' una delle più' intense del film, una di quelle che rimangono, nel tempo , nella memoria visiva/emozionale.

Un campo lungo e orizzontale dove da una parte si vede Kidane che, consumato l'omicidio raggiunge la riva e dall'altra il pescatore che galleggia sullo specchio dell'acqua e muore in un ultimo movimento/rantolo che lo fa sembrare come un insetto scoordinato che si dissolve nell'acqua.

Le tragedie rappresentate con la tecnica dei campi lunghi perdono in morbosità e drammaticità ma conferiscono un senso sacro e misterioso all'evento, elevandolo ad archetipo . Da quel momento il suo destino scorre rapidamente verso il tragico epilogo. Viene scaraventato in quel mondo che era riuscito fino ad allora ad evitare e finisce incastrato in un meccanismo rapido surreale e violento,quello della giustizia jiadista,tanto efficace quanto incomprensibile.


Ripeto, la trama e' esile, sviluppata in modo forse anche elementare, la sceneggiatura non e' lineare e omogenea , si limita a puntellare il film, svolge quasi una funzione didascalica ma a tratti anche poetica,sempre comunque ha un taglio evocativo e ieratico, per certi versi evoca alcuni momenti della cinematografia di Pasolini.

La forza del film e', però, altrove.

L'opera di Sissako e' come un mosaico costituito da diverse tessere quasi autonome tra loro ma che nell'insieme costituiscono un meraviglioso e crudele affresco di uno squarcio d'Africa, violato violentato dalla follia jiadista:un orrore totalmente estraneo e altro dalla storia e dalla cultura di quei popoli e,proprio per questo piu' lancinante ancora. L'irruzione delle milizie jiadiste stravolge un “ecosistema” e la crudeltà di quest'azione e' proprio amplificata dalla banalità inverosimile del male che nel caso specifico, scivola sovente persino nel ridicolo e nella farsa sadica.
L'ecosistema resiste ma e' una resistenza particolare, disarticolata e multipla:una sommatoria di momenti e personaggi,una specie di torrente carsico che,irriducibile sbuca tra le rocce,invincibile proprio perchè fragile e imprevedibile. La forza etica ed estetica del film e' proprio nella rappresentazione fumettistica grottesca dell'orrore jiadista a cui fa da contrappeso il lirismo struggente, dolente e immaginifico di chi resiste e sopravvive.

E' soprattutto un film di “immagine” di pulsioni visive:per lo spettatore non e' possibile adagiarsi su una sceneggiatura o storia lineare, quanto piuttosto accettare, subire ed essere folgorato da continui piccoli e disomogenei shock alla retina, cioè a quello che è il primo ingresso fisico di qualsiasi emozione.

Lo sviluppo narrativo e' lento ma questa lentezza è attraversata e turbata da scene assolutamente memorabili ,autentiche scorribande poetiche, immagini tragiche , un orrore sempre presente che il lirismo latente non stempera ma, piuttosto gli conferisce un identità africana che sa conciliare da sempre il dolore e la tragedia con un senso fatalista ma anche ludico e sacro della vita.

Il miracolo (artistico) di Sissako e' quello di aver fatto un film lento ma tutt'altro che noioso,un opera con una trama scarna ma con una sensazione perenne di incombenza e attesa . Le apparenti contraddizioni che poi si dipanano nello sviluppo,sono da sempre un tratto distintivo di un opera d'arte di valore e cosi e' anche per questo film.
L'incipit e' folgorante: due sequenze immediate .

La prima, una jeep con un gruppo di jihadisti e la bandiera nera svolazzante che insegue una gazzella Sparano con i kalashnikov e lo fanno in maniera assolutamente sproporzionata rispetto all'obiettivo,come se volessero mitragliare l'intera natura che protegge l'animale in fuga . La gazzella corre, fugge mentre uno di loro dice: "Sfiancala!",” non ucciderla”(qualcosa che ricorda “ Cuore di tenebra di Conrad).

La seconda sequenza è una serie di inquadrature di statuette di arte africana, per lo più rappresentazioni di figure femminili e ,quindi,della fertilità, le quali vengono crivellate dai proiettili:inermi vengono rase al suolo e affondano nella sabbia. Due sequenze forti e simboliche, nelle quali si esibisce a mo di metafora l'assassinio di una cultura ma anche di una società, in cui la sacralità della natura e del passato antico costituiscono il presente e sono tutt'uno.

L'incipit si ricollega al finale con la corsa a tre, in un montaggio alternato e spettacolare, tra i jihadisti che rincorrono un uomo tra le dune ,il giovane pastore, Issan aiutante di Kidane, che rincorre il suo gregge di buoi, e la corsa disperata di Toya, la figlia di Kidane. Toya corre verso il pubblico in sala intonando una nenia:tutti e tre i soggetti corrono ma appaiono spacciati e sconfitti. Una sensazione lancinante di fuga, di un pezzo d'Africa braccato . E' evidente la contrapposizione tra il senso del sacro degli abitanti di Timbuctu e il dogma che si tramuta in legge e persecuzione degli Jiadisti .Sia gli uni che gli altri sono islamici e ciò toglie qualsiasi intenzione antiislamica o meramente propagandistica del film.

D'altra parte poco più di un secolo prima quelle terre furono stuprate da chi issava croci e fucili e prima ancora croci e spade e anche in quel tempo come ora ,la sacralità' di quelle genti fu l'ultimo e unico baluardo contro il dogma del progresso civile che si rappresentava nel colonialismo o nella civilizzazione.

Momenti del film imperdibili sono diversi e si alternano . Non si fuma, non si canta, non si ascolta la musica, non ci si siede davanti casa e non si gioca a calcio:ciò stabilisce il nuovo potere. Agisce sulla libertà fisica e spirituale, sul reale e sull'immaginario, dirotta una cultura secolare verso nuovi dogmi da assimilare cosi' al buio:una cosuccia a cui l'Africa e' abituata. Un gruppo di ragazzini gioca in un campo di calcio dal terreno sabbioso ma senza il pallone . Scattano , dribblano, colpiscono di testa, effettuano passaggi, tirano in porta ma,appunto il pallone non ce'. 
Ciò che rimane e' immaginare la palla e giocare lo stesso, in un atto di sfida che e' anche un sobbalzo di ironia e vitalità. Una scena meravigliosa e non nascondo che per me, amante dell'Africa e del calcio e' stato persino commovente. Poi uno stacco macabro:vediamo,poco dopo, che nello stesso campo un uomo e una donna sono sotterrati in piedi, solo la loro testa resta fuori. Li uccidono entrambi con la lapidazione,colpevoli di adulterio. Le teste che spuntano dal campo di calcio sembrano due palloni a cui lanciare pietre. Il potere sa essere orribile e arriva financo a violentare e deturpare l'immaginazione e la fantasia, fare di un luogo ludico una esibizione di sadismo senza pietà'.

Altro momento e' quello dei ragazzi fustigati per aver cantato e suonato , per essere stati nella stessa stanza e per averlo fatto andando incontro a quel inevitabile destino. Una figura particolare, e' quella della donna,che potremmo definire la pazza del villaggio,una specie di griot,cantastorie,una cassandra sulle rive del Niger,un maschera africana,un totem che si muove tra le vie del villaggio come una sorta di versione ancestrale dell'Africa e monito minaccia per il futuro. Una “folle” che sfida la follia e che in quanto senza tempo e logica mai potrà essere sconfitta...

E', quindi, la follia l'ultimo rifugio e difesa dell'Africa?...

PS. Per quei pochi che vedranno questo film come un manifesto antiislamico suggerisco questo pensiero semplice: ciò che gli jiadisti fanno all'Africa di Kidane segue le stesse modalità distruttive e destrutturanti che hanno applicato francesi , inglesi ,belgi ,spagnoli e italiani nei secoli precedenti e in tutto il continente.

Buona visione

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<![CDATA[“Mia Madre” di Nanni Moretti]]>

Sono un "morettiano" e, credo, che neanche sotto tortura potrei trovare e men che meno rivelare pecche e difetti di un opera del Nanni, eppure questo film, per quanto intelligente e interessante, mi ha convinto assai poco e nel complesso leggermente deluso.

Ho letto che per molti questo film registra una maturità' ulteriore del regista,una sua evoluzione,una sua emancipazione dal suo perenne "io" ipertrofico. Qualcuno lo ha paragonato alla “Stanza del figlio” un precedente film di Moretti ma, decisamente quest'ultimo film non ha la forza e lo spessore della “Stanza del figlio” .

Io ho trovato, invece,un Moretti stanco e un film che cerca in continuazione un colpo d'ala, un decollo che , pero' mai avviene. Da una parte c'è' la vicenda di un regista, interpretato mirabilmente da Margherita Buy, alter ego di Moretti, alle prese con un rapporto con la propria professione, giunto quasi al capolinea: incapace di raccontare una realtà' che non afferra, inadeguata nel rapporto con gli altri e con sensi di colpa irrisolti che si allargano dalla professione alla vita privata. Poi c'è' la vicenda del fratello della regista (interpretato da Moretti):un ingegnere in crisi,afflitto anche lui da vuoti sempre più "corposi " e, fastidiosamente, in atteggiamento perenne da grillo parlante. I due sono uniti e legati dalla Madre , malata ,ricoverata in ospedale. Una donna della quale si intuisce un passato delicato,di studio,di attenzione verso le persone,di amore per la bellezza, di sobrietà' di modi, insomma un'esponente di quella che un giorno si sarebbe definita borghesia colta e illuminata.

La madre si spegne e di riflesso sembra che i figli perdano la luce,la forza,l'energia che provenivano da quella madre. Raccontare crisi , fallimenti e vuoti esistenziali ,in special modo in soggetti che hanno alle spalle la gioventù' ma ancora molto di la da venire la vecchiaia e l'impressione di non avere abbastanza benzina per coprire il tragitto mancante,e' un classico:una traccia narrativa che esiste dalla notte dei tempi. Nel film, pero', la traccia si risolve in una sorta di autocompiacimento, di un estetica della stanchezza . E un film su una donna che muore e su due figli che si lasciano vivere stancamente e proseguendo, seminano solo ricordi sterili. C'è' un che di incompiuto,la sensazione di qualcosa che forse era solo una bozza da sviluppare.

L'elemento assolutamente più' creativo e vitale del film e', secondo me, l'incursione di John Turturro. Turturro interpreta un divo protagonista del film nel film che Margherita sta girando. Gli intermezzi di Turturro sono tra il comico, il malinconico, comunque sempre sopra le righe. E' l'attore americano, cosi come un certo luogo comune lo vorrebbe: bambinone, eccessivo, incontenibile, dai sentimenti sempre estremi e sempre con qualche "pregresso" problematico . Turturro e' bravo nel non renderlo macchietta ma persona reale e a dargli una verve comica che,in effetti,ha la funzione di spezzare una certa certa tristezza e lentezza narrativa.

Ovviamente la sceneggiatura e' ben curata,i dialoghi sono stimolanti e la costruzione del film e' articolata mai banale. Talune interpretazioni sono sublimi:oltre al citato Turturro , c'è Margherita Buy ma, soprattutto Giulia Lazzarini che fa il ruolo della madre,meravigliosa e toccante ma mai patetica e ne tanto meno a uso e consumo della lacrimuccia facile. Eppure alla fine il film li' rimane, imbrigliato e legato dai tentativi di raccontare sensazioni e disagi che stanno tra il dolore per la morte della madre e le crisi esistenziali : potremmo anche dire piacevolmente abbozzati con mestiere e perizia ma appunto,tutto li' . Quando mestiere e abilita' interpretative la fanno da padrone vuol dire che mancano le forze e le risorse sia per andare in profondita' che per volare in alto.

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<![CDATA[Arnaldo Cestaro e la "Notte della Diaz"]]>

Mercoledì 22 aprile ore 18

L.O.Co Laboratorio Occupato ContemporaneoVia Piave 2, Piazzetta Olivotti, 30171 Mestre


Arnaldo Cestaro e la "Notte della Diaz"

Con Arnaldo Cestaro, vicentino di 74 anni che ha vissuto in prima persona la notte dentro la scuola Diaz a Genova durante il g8 del 2001, parleremo di torture e violenze poliziesche e di Stato partendo prorpio dalla sua storia: la storia di colui che ha fatto condannare L'Italia come stato torturatore dallla commissione dell'UnioneEuropea.

A seguire spritzettata e proiezione del film

"DIAZ, DON'T CLEAN UP THIS BLOOD"

sotto una breve traccia del film.

Un film di Daniele Vicari. Con Claudio Santamaria, Jennifer Ulrich, Elio Germano, Davide Iacopini, Ralph Amoussou.
Drammatico, durata 120 min. - Italia 2012. - Fandango uscita venerdì 13 aprile 2012.


Luca è un giornalista della Gazzetta di Bologna (giornale di centro destra) che il 20 luglio 2001 decide di andare a vedere di persona cosa sta accadendo a Genova dove, in seguito agli scontri per il G8, un ragazzo, Carlo Guliani, è stato ucciso. Alma è un'anarchica tedesca che ha partecipato agli scontri e ora, insieme a Marco (organizzatore del Social Forum) è alla ricerca dei dispersi. Nick è un manager francese giunto a Genova per seguire il seminario dell'economista Susan George. Anselmo è un anziano militante della CGIL che ha preso parte al corteo pacifico contro il G8. Bea e Ralf sono di passaggio ma cercano un luogo presso cui dormire prima di ripartire. Max è vicequestore aggiunto e, nel corso della giornata, ha già preso la decisione di non partecipare a una carica al fine di evitare una strage di pacifici manifestanti. Tutti costoro e molti altri si troveranno la notte del 21 luglio all'interno della scuola Diaz dove la polizia scatenerà l'inferno.
Fino a qui la parte iniziale del film a cui vanno fatti seguire dei dati che non sono cinema ma cronaca giudiziaria. Alla fine di quella notte gli arrestati furono 93 e i feriti 87. Dalle dichiarazioni rese dai 93 detenuti (molti dei quali oggetto di ulteriori violenze alla caserma-prigione di Bolzaneto) nacque il processo in seguito al quale dei più di 300 poliziotti che parteciparono all'azione 29 vennero processati e, nella sentenza d'appello, 27 sono stati condannati per lesioni, falso in atto pubblico e calunnia, reati in gran parte prescritti. Mentre per quanto accaduto a Bolzaneto si sono avute 44 condanne per abuso di ufficio, abuso di autorità contro detenuti e violenza privata (in Italia non esiste il reato di tortura).
Gli elementi di cui sopra sono indispensabili per fare memoria su un episodio avvenuto in una scuola dedicata a colui che firmò il bollettino di guerra della vittoria nel 1918 è che è stata teatro della più grave disfatta del diritto democratico della nostra storia recente. Il film di Vicari si colloca all'interno del cinema di denuncia civile di cui Rosi e Lizzani sono stati maestri e che richiama, per la forza e la lucida coerenza della narrazione il Costa Gavras di Z- L'orgia del potere. Vicari non si nasconde dietro a nessun facile manicheismo come quello di chi tuttora considera i Black Block solo dei 'compagni che sbagliano'. Ne mostra in apertura le devastazioni e, così facendo, può permettersi di proporre un film che si muove su un piano eticamente elevato. Così come solo chi è in malafede potrà accusare Diaz - Non pulire questo sangue di essere 'contro la polizia'. E' sicuramente contro ma con l'opposizione e la denuncia di quel tumore che può pervadere (così come è accaduto) un'istituzione la cui finalità e quella di mantenere l'ordine democratico e non di esercitare violenza fisica e psicologica su chi ritiene di dover sottoporre a controlli o restrizioni di libertà. Dal punto di vista cinematografico poi questo è un film senza star. Ognuno ha il proprio ruolo che si immerge e riemerge come un corso d'acqua carsico nei gironi degli inferi di quella notte. Una notte da dimenticare diranno alcuni. Una notte da ricordare afferma con forza e rigore questo film. Perché fatti simili non accadano più.

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<![CDATA[Sul film "Due giorni, una notte" dei fratelli di Jean-Pierre e Luc Dardenne]]>

di Gmdp

Il film candidato Oscar di Luc e Jeanne Pierre Dardenne non racconta solo di una formidabile riattivazione personale di una giovane proletaria francese al tempo della crisi; certamente è la storia magistrale di una resistenza prima singolare, poi di coppia, quindi famigliare, infine di fabbrica nella cornice di una periferia europea triste e povera, in cui il welfare è bello che finito.

Il film è un dispositivo che disvela la difficoltà di comporre il discorso della resistenza nella crisi, mette a nudo l'assenza della classe in sé, dissolta nella proliferazione dei mille rivoli carsici della sofferenza, e l'inattualità del linguaggio di sinistra.

Sono piuttosto certo che molti attivisti avrebbero impostato la campagna in fabbrica con lessico e pratiche diverse da Sandra, avrebbero invocato l'unità operaia, convocato assemblea in sala mensa e via comiziando, impugnato il licenziamento, chiamato uno dei tanti sindacati in essere -quelli dei precari pare profilichino.
Tutte tattiche sacrosante. Tutte tattiche inadeguate.

Perchè Sandra (sandrà) sposta gli equilibri accettando la sfida di mettersi a nudo, parlando del sé prima che del dover essere universale degli (su gli) altri, non impone il rifiuto del bonus, ma, con sapienza ed umiltà, afferma il suo diritto al salario dopo la malattia, compone e non separa, ascolta prima di asserire, parla del proprio diritto alla vita degna ed in questo unisce.

Ed il viaggio di due giorni ed una notte divengono un'intensa inchiesta nella crisi di classe, nelle sue incertezze, nella diffusione del lavoro nero, degli straordinari, della violenza maschilista, nell'assenza dell'autonomia di classe.
La battaglia di Sandra è però anche una meravigliosa esemplarità di come si possa fare.

Bisogna innanzitutto rinunciare agli antidepressivi, non andare a letto presto, rifiutare ogni vittimismo consolatorio, evitare di avere (auto)narrazioni tossiche di chi sta di fianco a te; bisogna far su le maniche della camicia, indossare gli stivali e girare le periferie del lavoro nella crisi, capirne le contraddizioni impresse sulla carne viva, parlare lo stesso linguaggio, affrontare fino in fondo la complessità della vita.
Bisogna provare a muovere equilibri, costruendo una nuova visione della classe per sé e provando a vincere, non a drogarsi di sconfitte.

Per arrivare ad 8 ad 8 in assemblea in mensa Sandra deve mettere insieme precari e indeterminati, G1 e G2, uomini e donne, facendo lievitare il senso collettivo e complessivo per ognuno -e, quindi, per tutti- della lotta ed ha bisogno del marito, della collega - che coglie l'occasione per liberarsi anche dello stronzo di uomo che aveva.
Fate finta che Sandra siamo noi.

Noi allora dobbiamo cambiare, avere una vocazione meno settaria, minoritaria, statica, conservativa, autoconsolatoria -mai abusare di Xanax!- ma operare a spartito libero ed in mare aperto, avendo la vocazione a mettere insieme e non a separare, a coalizzare e non a rappresentare minoritarismi, facendo programmi e non partitini bizantini.
La storia di Sandra dice che cosi facendo ci battiamo bene, ci torna il sorriso e che non importa se non si vince sempre perchè la dignità è nella lotta e non nella briciola di ricompensa.

Avanti tutta verso #12D!
#siamoil43%

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<![CDATA[“Triangle” in cenere nella città operaia]]>

Torino Film Festival. Cento anni di distanza separano l’incendio della fabbrica di New York dal crollo di Barletta: Costanza Quatriglio mette in moto le emozioni della forza lavoro

Una fab­brica di con­fe­zioni di ini­zio secolo a New York. Il labo­ra­to­rio di maglie­ria di Bar­letta. Spe­cu­lari i disa­stri delle due fab­bri­che avve­nuti a un secolo di distanza, La Trian­gle Shirt­waist Com­pany bru­ciata nel 1911 e la palaz­zina crol­lata in Puglia nell’ottobre del 2011: in mezzo alle mace­rie i destini delle ope­raie scom­parse - la cara sorella, l’amata figlia - e le soprav­vis­sute.

Que­ste vicende da sto­ria del movi­mento ope­raio sono avvi­ci­nate in pro­gres­sione sti­li­stica ed emo­tiva da Costanza Qua­tri­glio in Trian­gle pre­sen­tato al Festi­val di Torino il 26 novem­bre.

Dall’orrore dell’evento, alla con­si­de­ra­zione del lavoro, e infine alla testi­mo­nianza diretta, ma quanto emo­zio­nante, di una ope­raia che è uscita mira­co­lo­sa­mente illesa dal crollo. Il film uti­lizza i mate­riali di reper­to­rio con un gusto déco, geo­me­trico e tale da destare lo stu­pore delle con­qui­ste di ini­zio secolo: l’elettricità, i grat­ta­cieli che si innal­za­vano ad altezze mai viste, la pro­du­zione che sfor­nava merci sem­pre più nume­rose a salari sem­pre più ridotti. Per­fino quelle bat­ta­gliere mani­fe­sta­zioni ope­raie le cui tracce tra­pe­lano a mala­pena dagli Stati Uniti.

Fil­mati d’epoca che si aprono davanti ai nostri occhi come pagine di libro, calei­do­scopi dalla rad­dop­piata sor­presa, come tro­varsi all’angolo delle ave­nues squa­drate (e all’angolo di Washing­ton ave­nue si tro­vava il palazzo in fiamme), si decom­pon­gono poi nella voce fuori campo della docu­men­ta­zione diretta, delle parole di chi visse l’incendio di quel nono piano chiuso a chiave per evi­tare che le ope­raie por­tas­sero via qual­che pez­zetto di mer­letto o si pren­des­sero pause troppo lun­ghe.

A New York la fab­brica che pro­du­ceva le Shirt­waist, le cami­cette alla moda di allora, vita stretta, pizzi e mani­che con spalle a pal­lon­cino, era stata in scio­pero da feb­braio, pre­ce­duta dal grande scio­pero dei tes­sili dei ven­ti­mila nel 2008, e quando scop­piò l’incendio, qual­cuno ebbe dubbi sulle ori­gini di quel disa­stro. È ricor­dato come il più grande inci­dente indu­striale della sto­ria della città, mori­rono 146 ope­raie, soprat­tutto immi­grate ebree del cen­tro Europa e ita­liane.

Erano durati a lungo i pic­chetti, all’epoca vie­tati, nel corso dello scio­pero. I padroni assol­da­vano i gang­ster con­tro le ope­raie che veni­vano arre­state tante volte che i giu­dici le cono­sce­vano tutte per nome. Non esi­ste­vano norme antin­cen­dio, le ton­nel­late di tes­suto acca­ta­state erano infiam­ma­bili, l’illuminazione a gas. Solo dopo l’incendio si pro­mulgò una legge che impo­neva le norme di sicu­rezza. I due pro­prie­tari che ave­vano dispo­sto di chiu­dere a chiave le ope­raie nel labo­ra­to­rio erano al piano di sopra e si sal­va­rono, e al pro­cesso che seguì furono assolti (in appello con­dan­nati a pagare 75 dol­lari a fami­glia). Una sto­ria che si ripete, ma anche una sto­ria dimen­ti­cata, risco­perta solo da poco, tanto che nean­che si cono­sce­vano tutti i nomi delle vit­time. Forza lavoro da macello.

Rac­con­tano le ope­raie di Bar­letta che nella palaz­zina si sen­ti­vano scric­chio­lii sospetti, ave­vano avver­tito anche il comune. La moglie del pro­prie­ta­rio scese giù a dire a quelli che in strada sta­vano facendo lavori di demo­li­zione di un’altra palaz­zina accanto che le mura tre­ma­vano e si sentì rispon­dere: «fate magliette? andate a fare magliette, qui ce la vediamo noi» ma quei rumori sini­stri che si sen­ti­vano erano l’annuncio di un crollo (uno dei primi che si sono sus­se­guiti negli ultimi anni nella cro­naca ita­liana, nean­che più meta­fore: crolli, esplo­sioni, smot­ta­menti, eson­da­zioni).

Nel crollo di quella palaz­zina di tre piani, cin­que furono le vit­time tra cui la figlia quat­tor­di­cenne dei tito­lari, uscita prima da scuola. Cin­que vit­time come quella Rosie Mehl, o Sara Coo­per o Con­cetta Pre­sti­fi­lippo che per­sero la vita a New York. I rac­conti sono simili, la novità di andare a lavo­rare per la prima volta, di tro­varsi insieme con le altre a pranzo e all’uscita, di ridere e rac­con­tarsi pro­blemi e gioie.

Un’operaia, Mariella Fasa­nella estratta viva dalle mace­rie dopo essere rima­sta ben sette ore sotto le mace­rie, è la testi­mone del rac­conto prima della tra­ge­dia, e poi della sua rina­scita alla vita, al lavoro. Ne viene fuori un bel­lis­simo rac­conto, la testi­mo­nianza di una donna forte e sen­si­bile. Ha rico­struito tutta la sua vita dopo la tra­ge­dia (anche lei, così come avvenne con l’avvento del cot­timo in Ame­rica, ora lavora a pezzo, più maglie con­se­gna e più gua­da­gna (dieci euro, venti al giorno? non lon­tani dai 6,7 dol­lari a set­ti­mana delle ope­raie ame­ri­cane), descrive le carat­te­ri­sti­che del suo lavoro: «non devi avere pen­sieri né pre­oc­cu­pa­zioni, per­ché devi fare un lavoro che richiede con­cen­tra­zione» fino a far diven­tare la mac­china da cucire qual­cosa di vivo con cui dia­lo­gare.

Come in uno spec­chio scor­rono le bobine delle grandi fab­bri­che ame­ri­cane, le ope­raie di ini­zio secolo altret­tanto fisse sulle loro quat­tor­dici ore di lavoro, e dall’altra parte i fili di lamé dei nuovi capi che poi fini­scono a sei euro sulle ban­ca­relle e che sal­gono e scen­dono dai mac­chi­nari con le loro lumi­no­sità ten­ta­co­lari.

Die­tro a que­sto vol­teg­giare da bal­let meca­ni­que c’è la sto­ria che si ripete, la vicenda umana del ven­te­simo secolo e oltre. Costanza Qua­tri­glio con la sapienza e la pro­fon­dità dei suoi rac­conti rie­sce a ricu­cire le vicende di un secolo di lavoro riem­piendo lo schermo di emo­zioni con il ritmo delle imma­gini e delle mac­chine: quelle delle ragazze con­tem­po­ra­nee le regala alle com­pa­gne di un tempo, tanto avranno avuto la stessa voglia di vivere e di ridere, si danno ideal­mente la mano.

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<![CDATA[Maria Roveran, da Venezia il talento del momento]]>

Al Festival Int.le di Roma nel film di Claudio Noce "La foresta di ghiaccio", a teatro nel musical lo-fi "Cinque allegri ragazzi morti" e l'esordio come cantante nel cd "alleprofondeoriginidellerugheprofonde"

Maria roveran  -  l'attrice-cantante volto emergente del panorama cinematografico italiano

L'attrice Maria Roveran sarà nel secondo lungometraggio, in sala dal 13 novembre, appena presentato, lo scorso 23 ottobre, La foresta di ghiaccio di Claudio Noce, selezionato alla nona edizione del Festival Internazionale del Film di Roma, e dal 28 ottobre in concorso anche al Tokio Festival. Insieme a Emir Kusturica, Kseniya Rappoport, Domenico Diele, Adriano Giannini, Giovanni Vettorazzo, l'attrice interpreta il ruolo di Sandra, una ragazza di origini bosniache: "una giovane donna estirpata dalla sua terra a causa della Guerra Civile in Jugoslavia, salvata dalla madre che ormai non ha più, allevata da un branco di uomini che uomini non sono ma forse soltanto bestie. Interpretare questo ruolo - racconta Maria - è stato come cercare un costante equilibrio tra dolore e gioia vitale, tra luci ed ombre, tra sanità mentale e follia".

Torna dunque ad un festival la giovane attrice, quando, solo lo scorso 5 settembre, ha ricevuto a Venezia71 il premioMarie Claire, dedicato a cinque attrici Visioni Future del cinema italiano. Veneziana, classe '88, Roveran, ad un anno dal suo esordio come protagonista in Piccola Patria di Alessandro Rossetto, apprezzato da critica e pubblico (Orizzonti a Venezia70, partecipazioni a festival internazionali da Copenaghen a Monaco, da Rotterdam a New York), è stata anche "miglior attrice protagonista" alla decima edizione di Bimbi Belli-Esordi nel cinema italiano di Nanni Moretti.

E nella colonna sonora de La foresta di ghiaccio, come era già successo con Piccola Patria, spicca una canzone, composta e cantata da lei, "Putea dela luna": "per il provino veniva richiesta una ninna nanna di tradizione popolare, io non conoscendone di particolari ne ho composta una, presentandola all’incontro con la casting. Scrivere e cantare spesso mi aiutano ad entrare all’interno delle dinamiche di un personaggio. Quella stessa ninna nanna è stata poi inserita all’interno del film per volere di Claudio e sotto la sua guida ho cercato di interpretarla provando a far parlare le pieghe più nascoste di Sandra". Nell'opera di Rossetto, influenzata dal ruolo di Luisa aveva composto "Indrio soea" e "E Va (Assime star)", in dialetto veneto. E nel suo percorso artistico, caratterizzato da naturale ecletticità, l'essere cantante è divenuto un nuovo canale espressivo di cui Maria non può più fare a meno.

Ai primi di novembre viene anche pubblicato per Gutenberg Music - etichetta veneziana che ha in catalogo lavori dei due “Premi Tenco” Max Manfredi e Cristiano Angelini, oltre che di un'altra stimata cantautrice veneta, Lubjan - il suo esordio discografico "AlleProfondeOriginiDelleRugheProfonde". Sette brani, prodotti ed arrangiati insieme ai musicisti Simone Chivilò, Moreno Marchesin e Piero Trevisan. Sonorità elettroniche entrano a far parte del mondo musicale di Roveran nell'album che raccoglie nuovi pezzi insieme ai brani, rivisitati, presenti nella colonna sonora di Piccola Patria e a "Putea dela luna" ne La foresta di ghiaccio.

Sarà quindi, per l’attrice, un autunno di grande importanza: sullo schermo nel film di Noce, come cantante nel suo album d'esordio - disponibile in tutti gli store e on line in tutti i canali specializzati – in teatro nel tour del secondo episodio "La festa dei morti" del musical lo-fi Cinque allegri ragazzi morti, per la regia di Eleonora Pippo, tratto dall'omonima saga di Davide Toffolo, leader dei Tre Allegri Ragazzi Morti. Nello spettacolo Maria è Sabina la ragazza-lupo.

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<![CDATA[Cosa posso mandarti dal posto in cui arriverò?]]>

Scrivo un po’ di getto dopo la serata di ieri per non perdere la temperatura dell’incontro con Antonio Augugliaro e Valeria Verdolini rispettivamente regista e sociologa che hanno lavorato al film Io sto con la sposa.

La sala del cinema Giorgione di Venezia era eccezionalmente al completo e la prima cosa che mi chiesi fu per quale motivo ognuno di noi fosse lì.

Sì, perché molti film raccontano d’emigrazioni da paesi in guerra, ma in questo caso esistono almeno tre punti di vista: quella delle tragedie, dei sogni e delle lotte dei cinque personaggi palestinesi siriani, arrivati in Italia in cerca d’accoglienza, quella di un gruppo di altre diciotto persone che decidono di non essere spettatori passivi, e quella dell’illegalità che attraversa ognuna delle loro storie.

Perché un po’ si sa che le chiacchiere volano e le storie si diffondono veloci, e che a volte gioca un ruolo primario l’inquietudine di non perdere il nostro protagonismo all’interno degli eventi, seppur da spettatori, per poterne dire, citare, non essere esclusi dalla cosa di cui tanto si parla in questo o quel momento, per segnalare una presenza. A volte ancora si tratta di un incontro assolutorio fra la nostra coscienza e loro: basta avere il groppo in gola per sentirci meno colpevoli.

Tutti questi pensieri mi attraversavano ma c’era un altro aspetto che m’incuriosiva. In che modo un atto politico, come la stessa Valeria lo definisce, di cui viene ultra dichiarata l’illegalità, può essere assorbito come fatto artistico dentro un sistema iper-regolamentato, burocratizzato e ampiamente accettato come quello cinematografico ma anche all’interno di molto pubblico che vede nella legge le basi di una società civile? Una domanda che rimane aperta ma che per la prima volta può essere indagata anche dentro questo settore.

Non racconterò qui del film per il quale rimando al sito e alla visione. Riporterò invece una parte dell’incontro avuto con loro dopo la proiezione e finito piacevolmente nel piccolo bar di Masud vicino a Fondamenta Nuove accompagnato da vino bianco aromatizzato allo zenzero e saporiti samosa.

Sul viaggio...

Valeria - Chiamare Io sto con la sposa un film è riduttivo, non perché si tratta di un documentario e non di un film ma perché è un progetto politico e questo per noi è stato chiaro fin dalla partenza, è stato il modo con cui abbiamo costruito questo progetto e il modo con cui è stato finanziato. Dietro c’è un’urgenza e dal momento in cui tutti noi ventitré siamo stati coinvolti e invitati a questo matrimonio posticcio ci siamo ritrovati nell’idea che la misura fosse colma, che ci fosse stato un limite. Il progetto inizia a farsi concreto nel mese di novembre 2013 dopo i due grandi naufragi del 3 e del 11 ottobre, due delle più grandi tragedie del Mediterraneo non solo degli ultimi anni ma nella storia dell’emigrazione.

C’era quello, c’era la guerra in Siria, c’erano tante questioni che avevano incrociato le nostre vite in maniera diversa, ognuno di noi è arrivato portando la sua storia e il proprio desiderio di voler far qualcosa, introducendo in questo progetto il tema della soggettività.

Perché le sale sono piene con Io sto con la sposa? Cosa cambia? L’immigrazione non è un tema nuovo, in Italia è dal ‘92 che ci si occupa del tema dell’immigrazione, inoltre è stata raccontata da molti film, da studiosi.
Quindi, cosa fa la differenza? Forse l’idea di cambiare prospettiva.
Dove ci posizioniamo rispetto l’immigrazione?
Noi questo viaggio l’abbiamo fatto con loro e rischiavamo con loro. Nella diversità, perché ovviamente i nostri rischi non erano proporzionati ai loro, perché noi rischiavamo conseguenze penali ma la nostra vita, la nostra storia, i nostri documenti non erano a rischio.
Cinque persone, che sono diventate cinque amici, hanno scelto noi come strumento per costruire il loro sogno, come strumento per raggiungere la possibilità di avere dei documenti perché alla fine di questo si tratta.

La Svezia è una destinazione ideale perché lo status di rifugiato permette di avere più possibilità rispetto all’Italia e ad altri paesi europei.
Hanno scelto noi, non solo perché gli è capitato, ma anche perché sentivano l’urgenza che il loro viaggio non fosse un viaggio individuale e attraverso il quale poter raccontare cosa fosse richiesto a un pezzo di mondo per poter viaggiare, per potersi muovere per poter scegliere dove andare.

Antonio - Realizzare questo viaggio ha significato realizzare un sogno che vive con il film. Io guardo le immagini e penso a che bello sarebbe il mondo fatto così. Moltissime persone durante il viaggio ci hanno ospitato nelle proprie case, altre erano dispiaciute perché non ce l’hanno fatta ad accoglierci. Un’Europa così aperta sarebbe davvero un sogno.

(…) L’idea è stata quella di dare tantissimo nell’occhio per destare meno sospetto. Fra le varie cose chiedemmo il permesso per girare un film dentro la stazione di Copenaghen così da ottenere un pezzo di carta che giustificasse la nostra presenza lì con le telecamere nel caso di problemi. L’unica volta che un poliziotto si avvicinò a noi, fu per farci le congratulazioni per il matrimonio proprio in stazione centrale a Copenaghen.

Devo dire che ha funzionato, chi ci vedeva da fuori aveva davvero l’immagine di un set cinematografico di livello e di un matrimonio importante. Non dimenticherò mai il giorno in cui siamo andati dal parrucchiere per trasformarli, si vede all’inizio del film, conciati com’erano i primi giorni dopo notti in strada, nessuno gli avrebbe voluti, invece noi siamo riusciti a raccontare agli addetti del salone di bellezza che erano dei famosissimi attori provenienti dalla Giordania e che stavamo girando un colossal. Il risultato fu che questi del salone gli servirono e riverirono in tutti i modi. Per noi è stata una performance artistica stupenda, risi davvero molto.

Valeria - Anche per noi diciotto italiani è stato un processo, una trasformazione. Quando ho conosciuto Antonio, Khaled e Gabriele, qualche giorno prima di partire mi chiesero se a casa avevo un divano-letto in più per due persone che non sapevano dove mettere e non volevano che dormissero al Centro. A casa mia sono arrivati Mona e Ahmed con niente, senza alcun bagaglio, già questa è una cosa che ti traumatizza, la leggerezza, il lasciare tutto in un modo così forte.

Come avrete visto nel film Ahmed fuma tantissimo, una quantità di sigarette esagerata e la prima mattina che mi svegliai con loro in casa, ero preoccupatissima perché lui tossiva tanto e ho pensato “Ecco, Tubercolosi di sicuro, mi sono infilata in una situazione allucinante”. Perché prima di partire, le paure erano le mie paure, quelle di poter trovarmi in una situazione pericolosa, di poter essere arrestata, di non poter più far il mio lavoro, io sono una precaria dell’università, per cui nessuna università avrebbe assunto una persona che rischia di essere coinvolta in un processo penale connesso con l’immigrazione clandestina. La cosa davvero forte è che tutte queste paure sono sparite nel momento in cui le loro paure e le loro esigenze erano molto più significative delle nostre.

Credo che i due temi, quello del disobbedire e dell’essere dalla stessa parte vadano assieme nel senso che per essere così vicini bisogna porsi nello stesso piano. Se noi fossimo stati legali fino in fondo avremmo sempre avuto una posizione di superiorità. Il rischiare insieme ci ha messo sullo stesso piano perché ognuno rischiava qualcosa.

Questioni produttive e distributive

Antonio - La fase di produzione è stata costruita in modo totalmente casuale. Nelle due settimane di organizzazione partirono una serie di telefonate ad amici, amici di amici sparsi per l’Europa a cui chiedevamo ospitalità per un viaggio ma di cui non chiarivamo molto bene i dettagli. Poi quando arrivavamo nelle varie case, rimanevano tutti un po’ spaesati, poi molto velocemente si creava un clima di complicità e di vicinanza.

Sull’aspetto tecnico economico, abbiamo messo dei denari, che erano i nostri, 3.000 euro a testa più o meno, ad un certo punto è entrata una casa editrice che ha messo 2.000 euro e con questo abbiamo coperto le spese vive di viaggio, non essendo contrabbandieri i soldi non li prendiamo ma li diamo.

Una volta tornati dalla Svezia abbiamo cominciato a guardare il materiale. Il giorno prima di finire le riprese il direttore della fotografia mi prese in disparte e mi disse “Guarda, qui non abbiamo proprio un bel niente” questo per far capire in che situazione giravamo. Solo io, Khaled e Gabriele sapevamo un po’ cosa stavamo facendo ma tutti gli altri vivevano il viaggio in modo completamente casuale e per giunta molti di noi non sapevano neanche l’arabo con l’enorme difficoltà nel capire cosa stava succedendo. Io risposi che non faceva niente, che avevamo portato cinque palestinesi siriani in Svezia e che andava bene così, l’esperienza valeva la fatica.

Poi ritornati in Italia iniziammo a guardare il materiale, a tradurlo, rendendoci conto che era buono e che dovevamo cominciare a lavorare assiduamente. Questo significava che per lavorare così tanto per mesi avremmo avuto bisogno di uno stipendio, i nostri conti correnti erano sempre in rosso, ci veniva da piangere. Abbiamo quindi provato con le varie associazioni e fondazioni, abbiamo ricevuto un sacco di no e un sacco di sì, poi vedremo ecc. Praticamente niente.

Abbiamo, quindi, provato con il crowdfunding tentando di puntare alto visto che dovevamo pagarci il lavoro e rientrare anche delle spese precedenti. Grazie a questo sistema siamo riusciti a raggiungere 98,000,00 euro ben più di quello che avevamo chiesto che erano 75,000,00 e grazie a questi soldi siamo riusciti a pagare tutte le professionalità che hanno lavorato all’interno del progetto.

Ma la cosa più bella è stata quella del aver creato una comunità che è la stessa che ora attraverso i passaparola viene nei cinema. Questa comunità si è basata inizialmente su uno zoccolo duro pre-esistente costruito attorno alla figura di Gabriele Del Grande e al suo blog seguitissimo da migliaia di persone che hanno completa fiducia nel suo lavoro e che sono stati i primi a diffondere la notizia di questa ricerca. L’idea è più di mobilitare, piuttosto che creare una comunità.

Valeria - Molti film sono finanziati dal basso, ma spesso si finanzia l’opera artistica, il progetto estetico. Qui da una parte c’è il discorso della mobilitazione ma dall’altra c’è anche l’idea di dire VOI DA CHE PARTE VOLETE STARE? Noi poniamo una questione: siamo d’accordo o no su come vengono gestite le migrazioni all’interno di Shengen?

Poi ci sarebbe tutto il tema del confine marittimo del Mediterraneo, però noi abbiamo scelto di raccontare una storia più piccola, quella di rifugiati politici che, giunti sul territorio europeo, non hanno la possibilità di scegliere in quale paese vivere e che a fronte della fortissima mobilità dei cittadini europei non hanno la possibilità di muoversi all’interno del territorio dell’Unione per i regolamenti di Dublino.

Si tratta quindi di decidere quant’è ampia la loro possibilità di scegliere. Perché noi a questo abbiamo disobbedito, e la domanda di disobbedienza è anche una domanda d’impegno, cioè tu finanzi la disobbedienza, non finanzi solo l’ora e mezza di pellicola. Noi non volevamo commuovere, l’estetica della pietà è stata l’estetica del racconto sull’immigrazione degli ultimi vent’anni e fondamentalmente ci faceva sentir buoni ma non responsabili. Dall’altra parte c’è l’idea di dire che siamo un NOI siamo una comunità europea che vuole un’Europa diversa, che ospita, che ci racconta che l’Europa è piccola ed attraversabile in 4 giorni.

Antonio - Noi siamo distribuiti da Cineama, una società di distribuzione molto piccola ma appassionata. Con loro abbiamo fatto un discorso abbastanza interessante: non potendo pagarci la pubblicità main stream, abbiamo utilizzato la rete che già esisteva, chiedendo alle associazioni, che durante il crowdfunding avevano già prenotato una proiezione, di fare un accordo con i cinema e tale accordo si è tramutato nel primo giorno di tenitura all’interno dei cinema stessi. Questo ha significato spesso una visione gratuita il primo giorno per le associazioni e ha funzionato come pubblicità per i giorni dopo. Attraverso questo sperimentare giornaliero di forme e strumenti nuovi, abbiamo raggiunto 41 sale in tutt’Italia in quasi tutte le sale stiamo facendo sold out, tant’è che siamo secondi come media sala in tutt’Italia.

Oltre alla distribuzione ufficiale abbiamo istituito una distribuzione dal basso ovvero chiunque può andare nel nostro sito e nella sezione “proiezioni” prenotare una proiezione privata.

Antonio ritornando a parlare del viaggio, quasi ci tenesse a riportarci in quella dimensione, dice che mentre venivano raccontate le esperienze di guerra, quello che emergeva di più durante i momenti più pericolosi, era la reazione di gioia dell’essere umano: il ballare, l’ascoltare la musica a tutto volume per non pensare. Il pregio del film è anche questo, oltre a dare dei volti a dei numeri pone al centro il racconto dell’essere umano che non è fatto solo di cose drammatiche ma anche di speranza, di gioia, di voglia di catalizzare tutte le proprie paure, e perché no, improvvisare un concerto e sognare di diventare una star e provare ad esserlo per 5 minuti, tutto questo rende vero e autentico questo viaggio.

Quasi al termine dell’incontro all’interno del Cinema Giorgione ascoltando i vari interventi del pubblico mi accorsi dell’enorme fatica nel nominare la parola illegalità. Solo una ragazza disse che nel film era più interessante l’aspetto della comprensione rispetto a quello della disobbedienza, perché tanto le leggi non si cambiano.
Mi chiedo allora quanto sia facile diventare complici inconsapevoli di tanto orrore, perché se si ritiene la Legge immutabile e inattaccabile si decide di non vedere in essa la responsabilità rispetto l’espulsione, la privazione della libertà e l’esclusione che migliaia di esseri umani subiscono.

Seduti assieme attorno a un tavolo con Gloria, Piter, Valeria e Daria, mentre gli chiedevo chi fosse Gina Films, Antonio ci racconta che Gina è il nome di sua moglie e che la società è stata fondata da loro per poter gestire meglio i finanziamenti che arrivavano dal Crowdfunding e da altri donatori…poi aggiunge “Se hai un progetto che ami e in cui credi devi prendertene cura tu dall’inizio alla fine e si può fare…in fondo siamo dei sognatori”.

Fra i silenzi pieni di senso e le mezze frasi che non importano perché tanto ci si capisce comunque, ripenso a queste parole: “Dedicato ai nostri figli perché ricordino sempre che nella vita arriva il momento di scegliere da che parte stare”.

Roberta, Piter, Daria
S.a.L.E. Docks

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<![CDATA[Intervista a Alberto Girotto, uno dei vincitori del Leoncino d'Oro per il miglior documentario]]>

Alberto Girotto ha fatto parte di Ztl Wake Up, ma ora è senz'altro meglio conosciuto come uno dei registi di Animata Resistenza, film sull'animatore Simone Massi che ha vinto il primo premio della sezione documentari all'ultima edizione della Mostra del Cinema di Venezia. Hanno lavorato al documentario anche il regista Francesco Montagner e il musicista Lorenzo Danesin, tutti giovani trevigiani di 25 anni. Un elemento del documentario in larga parte oscurato da giornali e televisione è la sua portata sociale e politica, così evidente dal titolo. Abbiamo chiesto ad Alberto di parlarci anche di questi aspetti del suo lavoro.

Ztl: Come nasce l'idea di realizzare Animata Resistenza?

AG: Nasce dall'incontro di Francesco Montagner e Simone Massi al festival Animation. Nasce dal bisogno di raccontare Simone Massi, il suo cinema e la sua persona. Siamo stati catturati dal suo modo di vivere e di essere resistente nel lavoro, nella vita. È un uomo incontaminato che rifiuta di accettare compromessi di qualsiasi genere. Volevamo rendergli onore, perché troviamo ridicolo che in Italia sia così poco conosciuto quando nel resto del mondo è ritenuto uno dei migliori animatori del nostro tempo.

Ztl: Quali sono i principali temi del documentario? In particolare quali sono i nessi tra arte e resistenza?

AG: I principali temi sono: Simone Massi uomo e Simone Massi artista, la civiltà contadina, la Resistenza partigiana, il rispetto per gli animali e la memoria storica. I nessi tra arte e Resistenza sono legati al nostro tempo, a come si debba obbligatoriamente resistere per fare arte. La scelta di resistere è difficile ma è la migliore, anche per Simone Massi.

Ztl: Il documentario è stato realizzato senza finanziamenti esterni (eccezion fatta per una piccola somma arrivata a lavori terminati). Come siete riusciti a superare le difficoltà economiche di due giovani artisti senza sponsor?

AG: Le difficoltà sono state tante, proprio perché non abbiamo avuto aiuti finanziari, tranne un contibuto dalla Marche Film Commission e dall'Anpi sezione Arcevia. Per andare avanti abbiamo fatto lavori paralleli e notti insonni, ma la fortuna è stata quella di avere vicino persone che credevano in noi (amici, familiari, fidanzate), e soprattutto di aver lavorato bene tra di noi, con fiducia, amicizia e professionalità.

Ztl: A proposito di resistenza nel nostro tempo: noi siamo cresciuti in una città che per vent'anni è stata simbolo di razzismo e nostalgie fasciste, nonché laboratorio di destre vecchie e nuove. È quindi a maggior ragione significativo che due giovani artisti locali abbiano portato in mondovisione l'idea e la realtà di una Treviso diversa. Qual è il tuo rapporto con Treviso?

AG: Il mio rapporto con Treviso è sempre stato di amore e odio. L'amore mi è stato dato dagli amici, dalle persone che mi sono state vicine e da quelle che con me hanno lottato per cercare di cambiare le cose a Treviso. L'odio invece deriva da svariate spiacevoli esperienze in questa città. Non riesco ancora ad accettare che una città “civile” possa accettare gruppi o movimenti politici appartenenti all'estrema destra. Credo che nessuno possa rimanere indifferente quando vede o è a conoscenza di episodi violenti razzisti, omofobi e intimidatori verso ragazzi sia di sinistra che slegati da qualsiasi coscienza politica.

Ztl: Per un periodo hai fatto parte del collettivo Ztl Wake Up e tuttora sembri condividerne molte istanze. In particolare secondo te che cosa andrebbe cambiato ancora a Treviso?

AG: Sono stato attivo nel movimento Ztl nelle prime tre occupazioni e sono tuttora sostenitore e amico del collettivo. Credo che Ztl sia stata e sia l'unica realtà a Treviso che veramente ha denunciato i problemi in città e ha dimostrato/mostrato una soluzione. Ztl è l'unica realtà che ha messo le mani letteralmente nella “merda” e ne ha fatto nascere i fiori. Di cose da cambiare in questa città ce ne sono, molte. Parlando di cinema e più in generale di arte, Treviso dovrebbe quanto meno dimostrarsi all'altezza della sigla “Città d'arte” continuamente ribadita sotto i cartelli ai suoi confini. Basterebbe poco per migliorare le cose.

Ztl: Hai progetti e idee per il futuro?

AG: Idee per il futuro ce ne sono tante. Mi piacerebbe poter girare un film a Treviso, che a livello scenografico è meravigliosa. Ma so già che bisognerà combattere, il che non è un problema: abbiamo combattuto fino ad ora per le nostre idee, per il lavoro, per l'arte, continueremo a farlo con molto piacere.

Animata resistenza

Ritratto di Simone Massi, il film documentario Animata resistenza è narrazione della sua opera poetica portatrice incontaminata di memoria, legata alla civiltà rurale, alla terra marchigiana e ai sentimenti della semplicità delle piccole cose, dei gesti quotidiani dentro ai quali si nascondono verità profonde e interrogativi esistenziali. I suoi lavori e il suo stile di vita sono caratterizzati da un’armonica e coerente semplicità e purezza.

Pluripremiata vetta artistica della cinematografia italiana, Simone Massi è vincitore del David di Donatello 2012 per il Miglior Cortometraggio, è autore della Sigla della Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia per le edizioni 2012, 2013, 2014, 2015.

soggetto: Francesco Montagner
sceneggiatura: Alberto Girotto, Francesco Montagner
direttore della fotografia: Alberto Girotto
suono e musiche originali: Lorenzo Danesin
trio d’archi: Frau Musika
musiche non originali: Arvo Pärt
consulenza drammaturgica: Ketty Adenzato
consulenza: Simone Massi
sound editor: Lorenzo Danesin
operatore di camera: Alberto Girotto, Francesco Montagner
montaggio: Alberto Girotto, Francesco Montagner
progetto e concept: Ketty Adenzato|Fucina del Corāgo

regia: Francesco Montagner, Alberto Girotto
produzione: Francesco Montagner│coproduzione Fucina del Corāgo|ChorusOut

produttore aggiunto: Fabrizio Tassi
ufficio stampa: Clara Gipponi

grafica: Federico Barbon

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<![CDATA[Io sto con la sposa alla Mostra del Cinema di Venezia]]>

Grande attenzione a Venezia per il film "Io sto con la sposa" diretto da Gabriele Del Grande, Antonio Augugliaro, Khaled Soliman Al Nassiry.

Un lavoro che oltre a rappresentare il racconto dell’odissea a cui sono sottoposti uomini donne in fuga da guerre e conflitti è stato un atto concreto di impegno politico, di disobbedienza reale alla barbarie delle frontiere.

La storia si fa racconto, il film è un atto d’azione. Un corto circuito che punta direttamente il segno su un’attualità che non può essere ignorata.

L’arrivo a Lampedusa e poi il viaggio verso il nord Europa, trasformato in un corteo nuziale, per attraversare le frontiere pronte a fermare il passaggio in nome delle normative formali di un Europa a parole "impegnata" nell’accoglienza ma nella realtà ostile alla vita reale di migliaia di esseri umani.

Gabriele Del Grande nel presentare ieri il film a Venezia ha riaffermato come il fim sia un atto di disobbedienza, "non è un film sugli altri e non solo un’opera di denuncia, ma la storia di un "noi" che ha portato un anno fa i protagonisti ad essere in mezzo alla guerra, dieci mesi fa in un barcone e oggi sul red carpet della Mostra del Cinema". Khaled Soliman, siriano-palestinese parla del film come un invito alla libertà, a non aver paura, "il mestiere del cinema è quello di realizzare i sogni e noi abbiamo cercato di farlo. Il nostro è un manifesto di chi crede in un Mediterraneo che unisce e non uccide, che sia un mare di pace e non una fossa comune".

Gli autori agggiungono che sono consapevoli di "rischiare fino a 15 anni per favoreggiamento all’immigrazione clandestina" ma si chiedono e chiedono "abbiamo fatto una cosa illegale. Ma di certo resta un atto legittimo" per chi non vuole essere complice ed accettare che il Mediterraneo sia un enorme cimitero.

Dopo la proiezione davanti all’Excelsior 50 donne, vestite da sposa, si sono tolte il velo e lo hanno adagiato sulla spiaggia, mentre i protagonisti del film che ora sono tutti rifugiati politici hanno messo in mare due bottiglie cariche di messaggi, per ricordare chi perde la vita nel Mediterraneo cercando di sfuggire ad un presente di guerra e devastazione per sperare in un nuovo futuro.

Per capire la nascita e l’idea di questo lavoro, peraltro finanziato attraverso una campagna di crowdfunding on line, profondamente immerso nella necessità di un impegno personale e collettivo di azione reale, vi riproponiamo l’intervento di Gabriele del Grande in occasione del dibattito Europa e confini curato da Melting Pot allo Sherwood Festival 2014, oltre ad articoli e materiali dedicati ad un lavoro positivamente destinato a far discutere.

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<![CDATA[IN&OUT #Venezia71: La Mostra del Cinema vista dal buco]]>

Uno sguardo dentro e fuori le sale della 71° Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia. A cura di Silvia Joplavoroculturale.org

Ci sono cose che per decollare devono prendere la rincorsa, altre invece sembrano sempre esistite anche nell’istante in cui cominciano.
Succede così ogni anno al Lido di Venezia, tra la fine di agosto e l’inizio di settembre, con la Mostra Internazionale d’Arte Cinematografia che, pur piombando sull’isola come un meteorite, poco dopo il suo avvio, pare accadere tra le righe di una sequenza senza interruzioni rispetto all’edizione precedente.

Basta piazzarsi di fronte alle transenne che costeggiano il red carpet di fronte al Palazzo del Cinema, per ritrovarsi tra le pareti di questa bolla senza tempo fatta di ragazzine smaniose di vedere attori, registi, starlet di turno, fotografi che rivolgono gli obiettivi al di qua e al di là della passerella, uomini e donne imbrigliati nei loro accrediti che rimbalzano dal petto al mento, mentre si affrettano a raggiungere la proiezione del film che rischiano sempre di perdere e - immancabile incursione che restituisce a questa manifestazione la sua impercettibile vena locale - signore che, appena uscite dalla spiaggia, attraversano la folla con le loro biciclette arrugginite e i polpacci ancora insabbiati, una volta pedalando verso il pranzo a casa e quella dopo verso il supermercato prima che chiuda.

L’unico irresistibile ma pressoché invisibile punto d’incrocio tra Venezia e il Festival trova la sua possibilità di realizzazione proprio tra le maglie di questo fiume di corpi. Non dovreste stupirvi infatti se vi accadesse di vedere una di queste signore in bicicletta immerse nella loro quotidianità che, costretta a rallentare la pedalata da Al Pacino mentre, invisibile, cammina tra i passanti comodo e protetto solo dai suoi occhiali da sole, si mettesse a gridare: «E ora?!?! el vol cavarse da mezo?! Dai che go da passar!» («E allora? Vuole levarsi dai piedi? Dai che devo passare!»).
E come se non bastasse, la cosa più irresistibile è che, per una serie di fattori difficili da individuare e tradurre in sole due righe, trovereste questa signora non maleducata bensì terribilmente elegante nel suo farsi strada così irriverente.

L’amarezza sta nel realizzare che questa “irresistibile irriverenza”, per l’appunto, è l’ultimo residuo della straordinaria capacità di una popolazione che a lungo è stata in grado di sopravvivere a se stessa e al mondo. Venezia, città donna, città del sempre nascere, del coltivare e del nutrire una forma di ironia leggera e tagliente, una sorta di “colto dissacrare” che non si piega all’imbellettamento di una realtà impacchettata e ingessata che si impone su un’altra. La mobilità ondulatoria e marinara, strutturale della “venezianità” – che non necessariamente appartiene a chi ci nasce ma che tendenzialmente pervade chi la vive – è stata per secoli una risorsa non solo per quanto concerne il sapere del viaggio, dell’attraversare, dell’andare e del tornare, ma anche e soprattutto per quanto riguarda una certa forma dell’esistere. In una città così fisiologicamente “mossa”, una relazione, in virtù di questa terra fatta d’acqua mai ferma, è sempre dispari. E questa irriducibile disparità è sempre stata uno strumento per smontare facilmente la tendenza dell’alto a restare sempre tale e al basso di non potersi mai emancipare.
Di questa abilità, di questa ricchezza di postura, oggi resta ben poco e la Mostra del Cinema al Lido diventa uno spazio paradigmatico per constatarne il tramonto.

Il mondo approda al Lido di Venezia in questi giorni per incontrare, sfogliare e assaggiare la crema di una cultura cinematografica che, nonostante le difficoltà economiche che spesso rendono difficile in questo paese una produzione culturale di qualità, conferma anche la propria ricchezza.

Con il Leone d’oro alla carriera allo sguardo di Wiseman, l’anatomica crudezza di Oppenheimer, l’esperimento ben riuscito di Iñárritu con Birdman, e le tinte forti e italiane di Munzi e Maresco, queste prime giornate di Festival hanno nutrito il popolo della Mostra che abita, a tratti troppo ciecamente, il perimetro del Lido costruito attorno alle sale cinematografiche riqualificate per questa settantunesima edizione. Per il quarto anno consecutivo infatti, il vero protagonista di questo Festival continua ad essere il buco che è stato scavato una volta sradicata la storica pineta che vi sorgeva in precedenza, per fare spazio alle fondamenta del nuovo Palazzo del Cinema. Buco che è rimasto aperto, senza che i lavori di costruzione siano mai stati avviati, a causa dei quintali di amianto che ne sono emersi e che, per questioni economiche e amministrative, non solo non sono mai stati rimossi ma nemmeno completamente ricoperti.

Ne abbiamo parlato in modo approfondito due anni fa, quando la recinzione attorno al buco rendeva la visione più nuda e cruda, quando ancora non era stata ricoperta da un compensato blu cosparso di pubblicità che dovrebbero distrarre osservatori più attenti di altri.

Si tratta della storia di un fallimento, tutto italiano, i cui attori sono, come ahimè ormai quasi sempre in questo paese, amministrazioni bucate che svendono le proprie città affidandosi ad imprese private intenzionate a speculare sulle debolezze di un territorio e che, sulla base di questa prospettiva, finiscono per rilevare pezzi interi di quelle stesse città avviando progetti che non ne valorizzano le possibilità di residenzializzazione bensì ne favoriscono la vendita, la ri-vendita e la svendita.
Nonostante gli anni trascorsi, di quella storia l’unico nuovo capitolo è il fallimento di Est-Capital, la società che si era aggiudicata l’acquisto dell’Ex-Ospedale al Mare, area dell’isola che rientrava nel progetto di riqualificazione all’interno del quale era previsto anche l’avvio dei lavori per la costruzione del Nuovo Palazzo del Cinema.

All’epoca, a sollevare lo scandalo erano stati gli occupanti del Teatro Valle Occupato che, forti dell’esperienza politico-culturale avviata, e in collaborazione con il Sale Docks, avevano occupato il Teatro Marinoni, piccolo teatro liberty dell’Ospedale, avviando un’esperienza di liberazione e di disvelamento di una vicenda buia nascosta dall’ombra dei riflettori di una delle più grandi manifestazioni cinematografiche del mondo. La genesi dell’occupazione di quello spazio vibra tutt’oggi grazie alle persone che negli anni hanno continuato a sostenerne una vita sempre nuova, resistendo all’abbandono delle istituzioni e alle ripetute minacce di sgombero che stanno decimando nel resto del paese esperienze simili a questa.

Il permanere di quel buco oggi, sempre più nascosto, è il sintomo lampante di un atteggiamento drammatico che il nostro paese continua a riservare a se stesso continuando ad illudersi che non gli nuocerà. Ma la mancanza di cura, l’incapacità di saper coltivare uno sguardo ampio in grado non solo di nutrire chi fa e produce cultura ma anche di divorare la cultura che viene prodotta, dando la possibilità a ognuno di cibarsene, sta frammentando in modo sempre più violento i corpi ormai secchi e inariditi dei luoghi e degli uomini e delle donne che li abitano.

Guardare dentro a questo buco, ci strappa dalle poltroncine comode di un cinema per sbatterci in faccia il mostro della realtà che lo ospita senza la mediazione dello schermo.

Mentre la voragine di amianto a cielo aperto permane (tra le voci di corridoio quella più verosimile è che non ci sia nessuno disposto ad investire la somma necessaria alla sua bonifica), sono stati stranamente invece trovati i finanziamenti per avviare le ristrutturazioni del piazzale di S. Maria Elisabetta, approdo di tutte le linee di vaporetti che collegano il Lido alla centro storico di Venezia – seppur non versasse in condizioni particolarmente disagevoli – e, in continuità con il progetto di ristrutturazione di questo piazzale, l’intero viale che collega S. Maria Elisabetta al lungo mare delle spiagge, sta per essere completamente sventrato per essere anch’esso rifatto. Il tutto, ancora una volta, sradicando gli alberi che vi sorgono da decenni.
I cittadini e le cittadine, nuovamente, insorgono. Le istituzioni, nuovamente tacciono o temporeggiano.
Nel frattempo il Mose, assieme alle bocche di porto, si è mangiato le casse della città, i dipendenti del Comune si vedono per questo decurtare stipendi, i servizi alla persona sono sempre più carenti, il buco rimane, l’amianto pure, gli alberi sani vengono strappati dalla terra, e anche noi non ci sentiamo tanto bene.

Meno male che c’è Poveglia e la rete di persone che continua a lavorare e progettare perché diventi una vera capitale dei beni comuni: di a da in con su per tra fra, la cittadinanza.

Ma ora basta, si torna in sala…

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<![CDATA[Piccola Patria a #sherwood14]]>

Giovedì 17 luglio

Sherwood Festival 2014

ore 21.00

Park Nord Stadio Euganeo
Viale Nereo Rocco - Padova
#sherwood14

E' uscito 10 aprile nelle sale "Piccola patria" il film del regista padovano Alessandro Rossetto sbarcato nel settembre scorso alla 70° edizione della Mostra del cinema di Venezia, nella sezione Orizzonti.

Giovedì 17 luglio allo Sherwood Festival incontreremo tre protagonisti del film: Maria Roveran, Nicoletta Maragno e Vladimir Doda

Sarà anche l'occasione per un omaggio ad un grande artista scomparso recentemente: Carlo Mazzacurati

Ad aprire il live degli Estra l'esibizione di Piccola Patria Tour con Maria Roveran (co-protagonista con Roberta Da Soller del film).

Mercoledì 2 aprile abbiamo partecipato all'anteprima del film al Multisala Astra di Padova.

In questa occasione abbiamo intervistato il regista Alessandro Rossetto, l'attore Mirko Artuso, la co-protagonista Roberta Da Soller e l'attore Mateo Çili.

Alessandro Rossetto ci parla di "Piccola Patria"

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<![CDATA[Arriva il Lago Film Fest]]>

110 film da tutto il mondo, 12 proiezioni speciali, la campagna choc del fotografo Marco Pietracupa, lo speciale sui 25 anni di BLOB, 12 concerti live in 9 giorni, il video virale da 25.000 click in poco meno di 24 ore, 120 rane nello staff, sperimentazione, comunicazione digitale, arti visive, performance ed enogastronomia

Viviana Carlet-direttore artistico: “E con questo abbiamo fatto tutto quello che volevamo fare”.

Carlo Migotto-direttore artistico: “Siamo felici, liberi e indipendenti. Ormai è impossibile ignorarci!”

Prima l'immagine ufficiale, il folgorante scatto realizzato dal fotografo Marco Pietracupa da un'idea di Alan Chies che conferisce agli anziani di Revine Lago immortalati nei loro abiti tradizionali il ruolo di testimonial della manifestazione veneta; poi le oltre 25.000 visualizzazioni in poco meno di 24 ore del videoclip animato di Glenn & The Chunkies, la band che ha confezionato il promo del festival con musica, parole e immagini destinate ad essere viralizzate. Con queste anticipazioni, Lago Film Fest di Revine Lago (18 – 26 luglio 2014, www.lagofest.org), si appresta a tagliare il nastro della decima edizione tra ironia e provocazione e con la sfrontatezza di chi, lo dicono i suoi organizzatori, ha fatto della cultura un progetto di vita. 

Presentato in conferenza stampa in Provincia a Treviso lo scorso 8 luglio, alla presenza di Silvia Moro, Assessore al Turismo e Cultura della Provincia di Treviso, di Michela Coan, Sindaco di Revine Lago, di Mariella Andreatta, Presidente Comitato Unicef di Treviso, il Lago Film Fest è un evento unico in Europa, con un vero schermo cinematografico immerso in un vero lago naturale. Organizzato e reso possibile dalla Proloco di Revine Lago con l'aiuto di un team di volontari professionisti, il festival è un progetto – sottolinea Viviana Carlet – divenuto negli anni una piattaforma di produzione culturale dove si incontrano le competenze, e dove al centro ci sono sì i progetti, ma anche le persone.

Un programma mai così ricco quest'anno, messo a punto per celebrare alla grande una manifestazione culturale dalla vocazione indipendente che ha saputo e voluto crescere, dribblando le difficoltà di chi ha pochi soldi ma tante idee, sciogliendo ogni riserva che trattenesse dallo spiccare il volo. Quest'anno sono nate nuove e stimolanti partnership con importanti enti europei che promuovono il cinema giovane europeo e – aggiunge Migotto - abbiamo fatto network con realtà culturali capaci di generare progetti forti, dal sicuro impatto, trampolino per future iniziative, come il festival calabrese La Guarimba, Sexto 'nplugged, il Milano Film Festival e tanti altri ancora che vi invitiamo a scoprire.  

In aggiunta al concorso di cortometraggi, oltre 100 provenienti da tutto il tutto il mondo e divisi in 5 sezioni che saranno valutati dalla giuria internazionale composta dall'autrice TV  Simona Buonaiuto (BLOB), dal filmmaker finlandese Joonas Makkonen (Finlandia), dall'attore e autore Carlo Gabardinie dal giornalista Federico Pucci (Ansa), ci sono: le rassegne Eurovision - ogni sera, una lezione di cine-geografia con la più fresca produzione di cinema breve di Lituania, Norvegia, Slovacchia, Croazia, Estonia, Romania, Slovenia, Polonia – e i focus su Australia e Argentina. A sottolineare l'internazionalità di Lago Film Fest, aggiunge Carlet.Fa irruzione nel programma di quest'anno il tema dell'innovazione: tanta, tantissima innovazione, oggetto di incontri-evento da non perdere come quella con il team dicimilame, autori del fake-bomba di Casaleggio su Twitter, con Zero, il collettivo autore del progetto tormentone #coglioneNo, con Milano Underground, la web serie su gioie e dolori della vita in metropolitana e tanto altro ancora.

Molti i registi presenti a Lago che presenteranno i propri film e incontreranno il pubblico, novità di quest'anno, ogni giorno alle 11:30 in occasione di un ciclo di divertenti press meeting. 

Tanti inoltre gli ospiti che a Lago Film Fest lasceranno il segno: da Carlo Giuseppe Gabardini, noto al grande pubblico della TV per il ruolo di Olmo in Camera Café di Italia 1, nonché fondatore di Milano Film Festival, voce di Radio24 e autore di un monologo divenuto video virale sulla marmellata e la Nutella, come metafora sul tema dell’omosessualità, a Simona Bonaiuto e Fabio Masi, autori di BLOB. Della trasmissione di culto di Rai 3, che nel 2014 spegne 25 candeline, inoltre, saranno mostrati 3 documentari. Incluso Blob '77, il film-tributo a un anno di fratture e rivoluzioni, generatore di incubi e sogni di intere generazioni di italiani. Da special guest di Lago Film Fest, inoltre, Blob si insinuerà tra le proiezioni, invadendo lo schermo e le platee, con una striscia quotidiana dove sono condensati il meglio/peggio del nostro tempo...

Il programma della decima edizione include anche il grande ritorno del Premio Rodolfo Sonego, intitolato al mai dimenticato autore di Alberto Sordi, dal sangue veneto. Quest'anno saranno 5 le sceneggiature originali in lizza che verranno valutate dalla giuria impreziosita dalla presenza di Gianfranco Angelucci, amico e collaboratore di Federico Fellini, e autore di un libro omaggio alla sua Musa, Giulietta Masina, nell'anno in cui si celebra il ventennale della morte.

Musica e arti visive non daranno tregua al pubblico del festival, neanche quest'anno. 12 sono infatti i live in soli 9 giorni di festival e densissimo è il calendario di appuntamenti con le arti visive e le performance, a conferma trasformazione di Lago in una galleria d'arte a cielo aperto nei 9 rutilanti giorni di festival. 

 LAGO FILM FEST

X Festival internazionale di cortometraggi, documentari e sceneggiature

18-26 Luglio 2014 | Revine Lago, Treviso

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<![CDATA[Carlo Migotto presenta il Lago Film Fest]]>

Intervista a Carlo Migotto, direttore del Lago Film Fest insieme a Viviana Carlet

Nella conferenza stampa di presentazione della decima edizione del festival fra le tue dichiarazioni c'è stata questa "siamo felici, liberi e indipendenti. Ormai è impossibile ignorarci!” parlacene un po' in maniera più ampia..

Da un certo punto di vista l'ho detto anche per tirarci sù il morale, non è facile mantenere vivo un festival per dieci anni ma ci siamo riusciti, ed anche se il budget è quello che è e non riusciamo a fare per questo una pianificazione, ad inquadrare professionalmente molte persone che lavorano con noi, aver conservato un'indipendenza sul piano del contenuto delle scelte artistiche non avendo aderenze politiche o sponsor molto grossi ci ha reso davvero liberi; sono meccanismi che non serve essere esperti per conoscere o immaginare, ma ogni scelta fatta era solo legata al nostro pensiero ed anche gli sponsor che abbiamo aderiscono sono in quanto legati al contenuto che produciamo.  

Il vostro festival si caratterizza per il profondo legame con il territorio che lo ospita insieme all'elemento di internazionalità, sempre di più quest'unione sembra creare un legame con il pubblico molto forte...

Dieci anni fa abbiamo deciso di portare in un piccolo paese decentrato rispetto al mondo, come è Revine Lago, stimoli da mettere in relazione con il territorio, in questo senso Revine non è il luogo del festival, il lago è il motivo per cui esiste il festival. Le relazioni che si creano, l'impatto con il territorio sono il motore del festival, per questo l'evento non è di nove giorni ma coinvolge tutti tutto l'anno.

Proprio in relazione a questo aspetto cui stavi accennando come Lago Film Fest siete una vera e propria piattaforma di produzione culturale, per chi collabora la cultura è un progetto di vita...

Sì, per questo in quest'ultimo anno abbiamo fatto una riflessione ed alla decima edizione abbiamo deciso di evitare gli aspetti celebrativi, non ci saranno infatti retrospettive, non ci saranno mostre con manifesti legate alle passate edizioni, perché questo percorso che per noi è lungo, dieci anni, ma è anche piccolo, rappresenta un punto fondamentale perché è quest'anno che abbiamo voluto pensare al festival come fosse l'ultimo e proprio per questo, come del resto è sempre stato nello spirito del festival, anche in maniera molto incosciente, abbiamo deciso di giocarci tutto e divertirci, ci siamo detti "qualsiasi cosa che avremmo trovato durante l'anno stimolante l'avremmo potuta inserire, senza limiti". E così è stato. Vedremo cosa accadrà l'anno prossimo visto che con questa modalità è l'ultima volta che si vedrà il festival con questa modalità, dal 2015 sarà diverso.

Nasce da questa riflessione l'idea di questa campagna fotografica ironica e shock del fotografo Marco Pietracupa e il videoclip animato di Glenn & The Chunkies?

Sì, anche se la campagna va dall'esterno al festival nel senso che attira l'attenzione verso il festival, mentre il video è un progetto che parte dal festival e va all'esterno. La campagna è stata affidata ad un fotografo glamour Marco Pietracupa, che da un'idea di Alais Chies ha realizzato questo scatti dai colori "croccanti" con le persone del posto, persone che sono gli abitanti del lago, senza alcuna preparazione, conoscendoli qualche giorno prima, i vestiti non li ha scelti ma sono i loro, ha aggiunto i vari dettagli, maschere, boccaglio, e li ha fatte diventare testimonial della manifestazione. Inutile dire che queste immagini raccontano molto bene il festival, sono irriverenti e intelligenti e segnano il forte legame con il territorio, con il tessuto umano ed antropologico del paese. Il video di Glenn & The Chunkies è parte del festival, nasce da un progetto di Lago Film Fest di creare un gruppo musicale e lanciarlo, a prescindere dal festival. Il videoclip è stato censurato da youtube, ma Blob - presente nella manifestazione a celebrare i 25 anni - l'ha messo in onda, e con il loro primo live italiano i Glam ci saranno il giorno di apertura del festival.   

Quest'anno l'innovazione irrompe al festival con incontri eventi che porteranno a Revine Lago il team dicimilame, autori del fake-bomba di Casaleggio su Twitter, o con Zero, il collettivo autore del progetto tormentone #coglioneNo, e le partnership si sono ampliate, oltre a Sherwood, state collaborando con il festival calabrese La Guarimba, Sexto 'nplugged....

Le collaborazioni sono un altro dei punti fondamentali, Sherwood è un festival indipendente storico ci sembrava naturale la partnership, ma ad esempio Guarimba è una nuova realtà, un festival di cinema indipendente che ci ha contattati perchè seguivano i nostri stessi principi, hanno deciso in un piccolo paese di non organizzare la solita sagra ma un festival internazionale che porti gente da fuori da un lato, e dall'altro faccia qualcosa per la gente del posto. Mentre gli organizzatori di Sexto 'nplugged li ho chiamati io, stanno facendo a Pordenone un festival di musica indipendente molto interessante, partono da un'associazione senza fini di lucro, insomma abbiamo molti punti in comune. (Silvia Gorgi)


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<![CDATA[Recensione del film "Gabrielle" di Louise Archambault]]>

Per una volta l'estensione del titolo che la distribuzione italiana ha imposto a Gabrielle, secondo lungometraggio della canadese Louise Archambault, sembra avere un senso. Un amore fuori dal coro funziona infatti egregiamente come doppio senso: mettendo in relazione quanto avviene nella trama del racconto con la capacità di descrivere una storia d'amore cinematografica in una chiave interamente sottratta alle coordinate abituali del caso. Perché in questo caso l'amore nasce durante le prove di un coro molto particolare, quello de Les Muses di Montreal, un centro di arti dello spettacolo che offre una formazione professionale in canto, danza e teatro a persone portatrici di handicap come il ritardo mentale, il ritardo nello sviluppo o le limitazioni fisiche e sensoriali

Folgorata dall'incontro casuale con questa realtà la regista ha riadattato sul personaggio di Gabrielle una sceneggiatura che stava scrivendo. La protagonista nella vita si chiama Gabrielle Marion-Rivard ed è affetta dalla sindrome di Williams: un deficit mentale associato a un carattere estremamente socievole e a una rara predisposizione alla musica e all'orecchio assoluto. Che non impedisce a chi ne è colpito di innamorarsi e di ricercare, come ogni essere umano “normale”, la felicità degli affetti. Accade infatti che cantando in un coro di ragazze e ragazzi realmente sofferenti di lievi deficienze intellettuali si innamori, ricambiata, di Martin, interpretato con bella sensibilità da Alexandre Landry, che invece è attore professionista.

Premiato in varie occasioni e all'ultima rassegna di Locarno, rappresentante per il Canada all'Oscar, Gabrielle è un piccolo film connotato da un grande spessore. Unica autrice di soggetto e sceneggiatura Archambault fa muovere la sua camera a mano con grande leggerezza, ma senza timore di accostarsi a distanza anche molto ravvicinata ai suoi interpreti, accompagnandoci a esplorare una realtà che il cinema raramente frequenta. Realizzando sul piano visivo quasi un ibrido con il documentario e suggerendoci però che deve essere invece stato fatto contestualmente un impegnativo lavoro di prove e di affiatamento per ottenere quell'effetto di naturalezza che è la cifra stilistica più convincente di tutto il film. Il testo della canzone che i ragazzi devono portare a un'importante manifestazione, accompagnando l'indiscussa star canadese Robert Charlebois (nel ruolo di se stesso), dice “non sono altro che un ragazzo normale”: è qui che l'autrice trova felicemente il suo centro, è qui che vince la sua scommessa.

Gabrielle desidera infatti una vita “normale”, dove sia possibile essere autosufficienti, avere un appartamento, farsi da mangiare, innamorarsi, fare l'amore. Pur restando consapevole della propria diversità e dei limiti che comporta. Attorno alla quale una sottile e precisa rete di scrittura riesce a dare fisionomia e credibilità ai personaggi di contorno: una sorella amatissima che vorrebbe raggiungere il suo uomo in India, una madre in carriera saldamente arroccata nel proprio pragmatismo, un innamorato appena un po' più adulto di lei bisognoso di liberarsi dall'eccesso di protezione della madre, gli insegnanti e la loro pazienza, il loro problemi. La loro vita quotidiana.

C'è molto coraggio e molta sensibilità nell'affrontare anche la parte sensuale (non sessuale) del rapporto tra Gabrielle e Martin, due soggetti che la convenzione dominante vuole handicappati. Tema che abitualmente il cinema aggira così come fa quando attiene al rapporto tra anziani, argomenti d'altra parte scomodi e imbarazzanti anche fuori dal contesto cinematografico. Archambault lo scioglie nella complessità delle emozioni che il suo racconto suscita e incentiva anche attraverso la sua parte musicale, lo sottrae a qualsiasi inclinazione al melodramma e alla facilità della commozione, ci porta a guardare loro con tenerezza e a chiederci se il nostro grado di conoscenza del loro modo di esistere non potrebbe essere più elevato, o almeno più attento e curioso. Più “normale”, verrebbe da dire. E finalmente fa piazza pulita di tutti i corpi patinati, perfetti e senza anima straripanti da schermi e teleschermi sentimentali.   

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<![CDATA[Recensione del film "Maps to the Stars" di David Cronenberg]]>

E' una comunissima Lincoln nera, noleggio con conducente, quella verso cui si avvia la giovane Agatha appena sbarcata a Hollywood. Aveva chiesto come di prammatica una limousine, ma l'autista Jerome le spiega laconicamente che non ce n'era più nessuna disponibile. Nelle prime scene di Maps to the Stars (Cannes 2014) Cronenberg cerca di confonderci le idee estraendo l’ex vampiro Pattinson, protagonista di Cosmopolis, dalla lunghissima Lincoln bianca sua ipertecnologica casa ufficio per ricollocarlo al volante di una più modesta berlina della stessa marca. Mentre ci interroghiamo sul senso dell'operazione fatichiamo un po' a renderci conto che è solo un piccolo divertimento del Maestro alle nostre spalle e che invece stiamo dolcemente infilandoci dentro uno dei suoi incubi peggiori.

O migliori. Consegnato Cosmopolis alla sua identità di prisma misterioso e puro, archiviato A dangerous Method come incidente di percorso, circoscritti A history of violence e La Promessa dell’assassino in un affascinante dittico sul tema della violenza Cronenberg torna sui suoi passi più antichi e al suo cinema più visionario e (letteralmente) bruciante. Con evidente sprezzo del pericolo si tuffa in un’operazione “Hollywood su Hollywood” non esattamente inedita per il cinema americano (risparmio la lunga serie di titoli di riferimento) confezionandone una declinazione che squaderna il genere e sedimenta un punto di originalità assoluta, tra Billy Wilder e David Linch.

Il suo gruppo di famiglia in un interno è costituito dall’orrenda giovanissima star di un serial per adolescenti Benjie, dalla poco più adulta sorella piromane cui è stata spenta la fiamma pilota Agatha, dalla madre tonica palestrata scrupolosa ansiosa manager del giovane astro, dal padre tetro e cinico guru delle terapie alternative per ricchi psicopatici. Nel perimetro esterno c’è Havana, sua paziente, diva sul viale del tramonto in lotta per avere la parte che fu di sua madre negli anni ‘60, di cui Agatha - qui si accende il cortocircuito - diventerà assistente e dama di compagnia.

Secondo il regista l’azione avrebbe potuto essere ambientata ovunque, dalla b a Wall Street, dove l’apparire diventa ossessione, ma anche qui si avverte un sapore di garbato depistaggio. Il mondo del cinema, di cui Hollywood è l’indiscusso ombelico, è il luogo dove l’apparenza cessa di essere tale per farsi verità: niente è più vero di ciò che appare sullo schermo 24 volte al secondo. E’ qui che un ragazzino di tredici anni uscito dal rehab può insultare serenamente chiunque lavori per lui, che un cialtrone spregevole e impunito può fare montagne di dollari sulle vulnerabilità psicologiche dei danarosi, che un battito di ciglia o una bizza del Caso può decretare la tua gloria o la tua rovina, che i fantasmi e gli incubi possono materializzarsi e decidere cosa fare della tua vita.

Perché a Hollywood si può condividere l’idea che l’inferno sia solo un mondo senza droghe evitando di chiedersi se l’inferno non sia lì: appannato dai cocktail, dalle pastiglie, dalle ville finto europeo con piscina, dalle limousine, dai milioni di dollari che scorrono assieme all’alcol. Un mondo alieno dove l’ossessione si esercita quotidianamente sul bordo della disperazione, dove o sei tutto o non sei niente. Nel ritorno all’orrore Cronenberg mette a valore tutta la radicalità del proprio sguardo verso un universo che conosce fin troppo bene e dal quale non finge di tirarsi fuori.

Dentro una sceneggiatura (di Bruce Wagner) a orologeria lo sostiene un cast impeccabile in cui spicca una gigantesca Julianne Moore, che si carica addosso il peso della gran parte del film e in cui menzione speciale va fatta per Mia Wasikowska, classe 1989, l’Alice di Tim Burton e la giovanissima vampira dell’ultimo Jim Jarmush Solo gli amanti sopravvivono – ancora nelle sale, affrettarsi. Quanto al Maestro, al suo punto di vista sullo show business e alla sua voglia di presa in giro, prestate attenzione a una sanguinaria arma letale che viene utilizzata in sottofinale: è un “Genie”, il premio del cinema canadese conferito a Spider nel 2002.

Ottone massiccio.
Vedete voi.

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<![CDATA[Recensione del film "Locke" di Steven Knight]]>

“Credo che l'idea di responsabilità sia legata al sacrificio”.  Steven Knight

E' sera, la Bmw X5 è ferma a un semaforo appena fuori Birmingham, la freccia lampeggia a destra. Il grosso camion che si è accostato da dietro suona più volte dopo che è scattato il verde perché l'auto non riparte. Qualche secondo - o un tempo interminabile - e l'autista cambia verso alla freccia svoltando a sinistra. E' in questo cambio di direzione che si incardina Locke, presentato con successo e inspiegabilmente fuori concorso all'ultima Mostra veneziana, opera seconda scritta e diretta da Steven Knight. Già sceneggiatore per Stephen Frears (Piccoli affari sporchi) e David Cronenberg (La promessa dell'assassino) gira in sequenza in otto notti rinchiudendo l'azione nel tempo quasi reale di 85 minuti. Tutta dentro l'abitacolo, un uomo solo, lungo l'autostrada verso Londra. Fuori luci artificiali e oscurità. Ha preso rapidamente una decisione Ivan Locke, ingegnere capo per una potente multinazionale di Chicago che gestisce enormi cantieri di costruzione. Il mattino seguente deve sovrintendere una colata di calcestruzzo senza precedenti che getterà le fondamenta di un grattacielo di 55 piani. Ma ha deciso che non ci sarà: ha ricevuto una telefonata.

Nello squillare continuo del telefono, nelle conversazioni in viva voce che si susseguono tentando talvolta di sovrapporsi, prendono forma i frammenti che compongono la narrazione. Che nell'incedere con passo da thriller rivela invece ben presto uno spessore di racconto morale via via più decifrabile. Voci di uomini, donne, bambini diversamente e profondamente coinvolti negli effetti di una decisione improvvisa e difficile. Quella che non ti concede più tempo, quella che cambia tutto. Un padre di famiglia affettuoso, un marito innamorato della moglie, un professionista stimato da tutti. Un uomo. A un punto cruciale della sua vita, in cui ogni cosa è a rischio di andare perduta. In cui deve, vuole, fare la cosa giusta. Perché qualcosa poco tempo prima gli è sfuggito di mano e porta sua moglie a rinfacciargli che la differenza tra mai e una volta sola è la differenza tra bene e male. Voci ora disperate ora aggressive, ora incredule ora impaurite, verso le quali Ivan deve continuamente ridefinire il proprio ruolo reimpostando la propria voce. Rendendola calma, sicura e convincente, perché è il solo strumento a disposizione “per occuparsi del prossimo passo concreto”. Che può riguardare un cantiere, una stanza d’ospedale, la famiglia. Quando le voci per brevi momenti tacciono c’è un fantasma seduto sul sedile posteriore, cui ringhiare il proprio risentimento.

Che uomo sia Ivan Locke lo capiamo un po’ alla volta. Quando i suoi occhi brillano dicendo al suo aiutante che con quell’ edificio “ruberemo un pezzo di cielo”, quando al suo capo (Bastard nella rubrica telefonica) che gli urla perché non si è dato malato risponde che malato non è, quando non riesce a ripetere a suo figlio che gli vuole bene, quando un caposquadra polacco gli manda a dire che è il miglior uomo in Inghilterra. Frasi, gesti, espressioni che raccontano l’uomo più della sua esplicitata scelta morale, più dell’assunzione di responsabilità, più dell’assumersi il peso delle conseguenze delle proprie azioni. Un trasferimento di percezione veicolato con grande efficacia da una scelta cinematografica di sperimentazione ai limiti del temerario. All’alternanza del clima dentro l’abitacolo si accompagnano sguardi e traiettorie sulla notte dell’autostrada. Carreggiate che si intersecano, giochi di specchi, luci vagamente lisergiche. Fari di auto che fanno correre altre vite, altre storie. Un’illuminazione ipnotica che impasta sentimenti, spiegazioni, accuse, determinazione.

Locke è irremovibile, di una solidità senza crepe come il suo amato calcestruzzo. Interpretato da un sorprendente Tom Hardy che, per la prima volta sottratto alle maschere che lo hanno fatto conoscere al pubblico internazionale, gioca di sottrazione, di toni bassi, di gestione sofferta dell’autocontrollo. Ci costringe a immedesimarci nella sua situazione, a valutare se davvero è la cosa giusta quella contenuta nella sua scelta. Se non ci siano altre soluzioni o compromessi. Ci chiarifica che nel tessuto del racconto morale non si annidano tracce di moralismo. Non ci sono prediche o sermoni: che fare al suo posto resta problema nostro, con cui fare i conti in auto da soli, tornando a casa. Per aiutarci a risolverlo c’è una parola (è in v. o. in diverse sale) che non pronuncia mai: sorry.

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