<![CDATA[racconti | Sherwood - La migliore alternativa]]> https://www.sherwood.it/tags/354/racconti/articles/1 <![CDATA["A casa e ritorno" di Chris Offutt - Recensione]]>


A casa e ritorno di Chris Offutt 
O del moto circolare

 

 

Scorrono lungo le strade dell'Illinois e del Nebraska, passano dall'operaia Detroit al profondo Kentucky, attraversano il Mississippi e si inerpicano fino al Colorado i racconti che Chris Offutt racchiude in A casa e ritorno, edito quest'anno da Minimum fax.

L'America profonda, distante dai più topici e narrati centri città, viaggia veloce tra le pagine e, così, nel giro di mezza frase vi trovate con una variopinta compagine di personaggi capace di solcare velocemente miglia su miglia.
Non aspettatevi, però, che questa varietà umana consenta un'intensa e immediata immedesimazione.

Troverete storie funamboliche e originali che di certo non sono state pensate per vedervi riflessa la quotidianità. Sono piuttosto una selezione ben strutturata di vite differenti come ci si aspetta da una buona antologia. Queste figure, come avrete quindi intuito, non diventeranno i vostri migliori amici. Nessuna sindrome dell'abbandono vi attende a libro concluso.

Eppure piano piano vedrete che nascerà un sottile legame tra tutti loro e voi, miei cari lettori. Questo perché non sono loro, come non lo è lo spazio in cui si muovono, il reale protagonista dei frammenti di vita narrati. Lo sceriffo e la giornalista, il camionista e il nuovo cognato, l'assidua ascoltatrice delle frequenze radio della polizia e l'alcolista sono solo agenti necessari a muovere trame che rimandano al vero principe della selezione: il moto.

Un movimento concentrico che prima è fame di viaggio e poi ineluttabile e melanconico ritorno al luogo di partenza.

In fondo questa spasmodica ricerca di un posto dove fermarsi, il miraggio di un ubi consistam, non è forse ciò che più di molto altro accomuna l'intera umanità?
Questo atavico bisogno, che attraversa tempo e spazio, ci assimila gli uni con le altre molto più di molto altro. Ci pone altresì indistintamente nel medesimo piano: non esiste estrazione sociale o generazionale che non si confronti con tale brama.

Non importano le motivazioni. Non interessa se la direzione è verso la città, la montagna o il paesino. Quello che interessa tutti quanti noi è quella necessità famelica di trovare un baricentro. Ed è proprio su questo che giocano i racconti di A casa e ritorno.

Chris Offutt ha quindi il pregio di ricordarci come tutti, indistintamente, brancoliamo in attesa di trovare un centro di gravità permanente e lo fa attraverso otto capitoli dalla prosa secca e piacevole che si leggono volentieri e lasciano durature sensazioni su cui riflettere. Non vi resta che dargli una possibilità, casomai non aveste ancora avuto modo di farlo. Una sana dose di realismo in un periodo ovattato da stucchevoli e temporanei buoni sentimenti che vi garantirà di passare agevolmente tra un panettone e un pandoro. E poi, nell'arte sottile e rischiosa che abita i racconti, questa rimane una prova superata che va di certo almeno spiata.

Chris Offutt, scrittore americano, classe 1958. Tra le sue pubblicazione, edite in Italia, trovate Nelle terre di nessuno, Mio padre il pornografo, Country dark e ovviamente A casa e ritorno.

Minumum fax è una casa editrice indipendente con sede a Roma, fondata nel 1994.

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<![CDATA[Con gli occhi del Sub]]>

Tutti a dirmi Sei Bella! Sei Unica! Noi Ti Salveremo! Impossibile Perderti! Eppure ora sto scivolando sotto il pelo dell’acqua assieme alle mie nuove compagne, le intelligenti e furbe pantegane che da secoli conoscono il modo di nascondersi e fuggire quando la marea invade il loro mondo sotterraneo. Mi sto trasformando in un pesce, a dire il vero un  pesce che non ha nulla della bellezza da tutti decantata. La mia pelle si è trasformata in una unta e maleodorante tuta nera da sub, emano odore di salsedine andata a male e fogna a cielo aperto ma ho scoperto che, a lungo andare, questi terribili odori si trasformano in respiro, l’unico possibile se decidi di vivere sotto il pelo dell’acqua.

Rio Terà Cannaregio

Anche perché questa non é esattamente acqua di mare ma ciò che i canali sputano sulle fondamente e vomitano sulle calli, è un intruglio malsano, colmo di batteri che potrebbe ucciderti in un secondo, se solo lo bevessi. Solo le mie amiche sono a loro agio, il musetto appena fuori dalla miscela micidiale, i polmoni che funzionano a pieni giri e via! Io mi ritrovo a seguirle stringendo un boccaglio infilato in bocca. Alla fin fine è anche un bene, non mi permette di urlare ciò che penso, di far sapere a quei falsi che continuano ad adularmi, quanto in verità mi fanno soffrire.

Ponte delle Guglie - Fond. Cannaregio

Ogni tanto però emergo, da lontano vedo gli scalini di un ponte e mi avvicino, con un colpo di pinne li raggiungo e finalmente a contatto con l’aria, con l’ossigeno, inizio a urlare. Urlo più forte delle Sirene, quelle bastarde creature che da sempre mi terrorizzano con il loro canto modulato: una, due, tre, quattro melodie e questo tubo che mi lega alla vita inizia ad imbarcare acqua. Ecco perché le seguo, le pantegane, solo loro sanno dove condurmi. Al riparo, sotto le fondamenta dei palazzi che, ve lo dico ma non pigliate paura, stanno tutte andando a remengo.

Sottoportego - Fond. Cannaregio

Si perché un tempo e da centinaia di anni, qui erano abituati a scavare i canali, a mantenere ben salda l’amicizia e la collaborazione tra l’acqua e la terra. Scavavano il fango, risanavano le fondamenta dei palazzi, loro si mi amavano e sapevano quanto e fragile e preziosa ero. Questi personaggi che ora vedo attraverso il vetro della mia maschera chi sono? Ma chi sono?! Da dove vengono?! Mi conoscono?! Sanno chi io sia?! Sanno qual’è la frequenza del battito del mio cuore? Mi hanno vista quando splendente accoglievo i miei figli che si tuffavano dai ponti o vogavano fino in Laguna, un paiòl lanciato in acqua e via, aggrappati ad imparare a nuotare. Questi non sanno NULLA! Non conoscono il valore della parola AMORE, loro calcolano e poco importa se questi calcoli producono devastazione, case allagate, vite distrutte, danni incalcolabili, lacrime, disperazione, ESODO!

Fondamenta Cannaregio

L’altro giorno nuotavo in Piazza San Marco, stranamente era deserta. Strano pensavo, solitamente milioni di persone passano da queste parti con il loro insano carico di ignoranza e telefonini perennemente scattanti. Poi all’improvviso ho visto codazzi continui di persone in giacca, cravatta e stivali alla coscia o vestiti da Omini Michelin con il berretto dei Carabinieri -?! perché - in testa e stivali alla coscia. Sono Politici, mi dice la mia amica dalla coda lunga. Loro vengono qui per farsi vedere, non sanno dove girarsi, non hanno nessuna soluzione valida ma devono farsi vedere perché gran parte degli umani, loro simili, crede alla panzane che raccontano. Se ne stanno in piedi, infilati dentro stivali interventisti, davanti alla Basilica completamente inondata di velenosa salsedine. E li votano!

Tabaccheria Fnd. Ormesini

Voglio dire, sono andata a vedere il disastro che hanno combinato alle bocche di porto, ho visto la cementificazione e l’acqua dell’Adriatico che capitombolava più veloce di un lampo attraverso quell’autostrada che loro hanno costruito. Ho visto la ruggine su quei mastodonti che a nulla servono e già non servivano quando li avevano ideati. Ho sentito la caparbietà con la quale insistono nel voler dar vita al mostro, sapendo benissimo che saranno altri miliardi gettati al vento. Perché non impiegare quei soldi nel risanamento?! Perché non risanano quel territorio che hanno devastato, questi bastardi! In fila indiana, uno dietro l’altro hanno governato giungendo da destra e da sinistra e nulla sono riusciti a fare per preservare la mia bellezza. Mi hanno distrutto e ancora insistono, ancora sono lì al loro posto dopo avermi praticamente ucciso. Governatori della regione, commissari speciali e al tempo stesso sindaci, gli stessi che nulla fanno per regolare un flusso turistico disumano, anzi lo aumentano permettendo la costruzioni di dormitori in quel luogo orrendo che si chiama Mestre. Gente che giunge dall’entroterra e mi ha sempre usato come si usa una bella donna portata alle cene di lavoro per far bella figura, pronti a cederla al miglior offerente in cambio di potere e denaro.

Farmacia in Fnd. Ormesini

Inizio a nutrire più amore verso le mie amiche pantegane che non verso gli uomini. Se penso a coloro che mi hanno fatto nascere così, dal nulla. Coloro che realmente hanno curato la mia bellezza e guai a chi mi toccava! Se penso alla mia lunga vita mi si appanna la maschera e non riesco più a scorgere nulla. Gli occhi si riempiono di lacrime e il respiro fatica a raggiungere l’uscita del tubo. Mi hanno distrutto e nessuno li fermerà finché non finiranno il loro lavoro. Solo il tempo, forse, riuscirà a vincerli e lo farà con le forza e la violenza di cui è capace, assoldando la sua fedele compagna, la Natura che non ne può più di essere violentata da chi ospita, da chi ha goduto dei suoi doni e del suo respiro.

Calle - Rio Terà Cannaregio

L’altra notte di tempesta, quella che ha strappato il cuore a decine e decine di famiglie, ero adagiata sul fondale e sognavo. Non ero più quella di un tempo ma neanche quella che ora cerca di sopravvivere. Il tubo per la respirazione non sarebbe servito a nulla, tanto alto era il livello dell’acqua. Riuscivo a scorgere solo le cupole della Basilica e la cima del Campanile della Piazza. Nessuno camminava più tra le calli, le fondamente e i campi. Tutto era sommerso. Si scorgevano gli interni delle case, bastava avvicinarsi alle finestre spalancate, anche quelle degli ultimi piani. Acqua, acqua, acqua ovunque e pesci che nuotavano attorno alle tv spente, si adagiavano sulle coperte e sui cuscini dei divani che nessun umano avrebbe mai più usato. Guardandoli bene sembrava sapessero dov’erano, sembrava fossero felici di vivere in un luogo che da sempre ritenevano loro.

Fnd. Cannaregio - Mauro il Barbiere

Era una situazione irreale, il silenzio era totale quando all’improvviso vedo la chiglia di una grande barca, l’elica del motore che cessa di girare e poi eccoli. Decine di sub che si tuffano, sono legati con una corda uno all’altro mentre davanti alla fila una guida fa luce con la potente lampada a led. Hanno tute multicolori con il Ponte di Rialto e un leone adagiato sopra il suo tetto. Indossa una maschera e tiene tra le zampe un cartello: Venice Underwater, The Real Venice. Sono turisti, gli eredi di quelli che ora continuano ad imperversare a piedi nudi dentro un metro e passa di liquido malsano, con le valigie sulle spalle e quel sorriso ebete di chi proprio non riesce a comprendere quale tragedia sono venuti a fotografare . Loro non la vedranno mai la Venezia del mio sogno, neanche voi che mi leggete, anche se purtroppo riuscirete a scoprire che significa vivere con un boccaglio infilato in bocca, state certi che ce la farete.

Pasticceria Donatella - Rio Terà Cannaregio

Mi sono rintanata nel mio angolo preferito, lontano dalle pietre che si sgretolano e dalla voce degli uomini che ferisce il mio udito. Me ne sto adagiata sul fondale della mia Laguna, accarezzata dalle onde e massaggiata dal fango del paugo. Qui sembra che nulla sia successo, tutto è com’era. Nel silenzio che mi avvolge rivolgo un pensiero a tutti coloro che in questi giorni dannati hanno perso tutto, a chi lotta fino allo stremo per continuare a mantenere una dignità, una casa, un lavoro.

Il Ghetto di Venezia

Alzo le braccia verso il cielo stellato e li abbraccio tutti, nessuno escluso. Sono stata con loro per centinaia di anni, abbiamo ancora poco tempo da passare assieme, uniti nel rispetto e nella memoria che sempre insegna. Facciamo che questi ultimi siano anni di bellezza ritrovata e amore. Il mio nei loro confronti, il loro nei confronti di questa vecchia che sa ancora cosa significhi amare i propri figli.

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<![CDATA[Reel around the fountain]]>

La fontana. È questa la figura-chiave del paese dove sono cresciuto, il luogo dove come un leitmotiv gira la vita del paese. Vediamo come.
Attorno a quella fontana circolare tutto si ripete ogni giorno, per sette giorni. La mattina dal panificio esce il fornaio con il pane fresco nei sacchetti sistemato sui cesti dietro alla sua Renault 4 e prima di cominciare le consegne si ferma lì per rinfrescarsi il viso dopo la nottata davanti al forno. Lì incontra Martino, il pescatore, che si alza presto per andare alla Piave e usa la fontana per mantenere in vita il pesce pescato. Attorno alla rotonda c'è l'albergo dove si preparano le prime colazioni con il pane e le paste appena consegnati, c'è la chiesa ed il prete attorniato dai fedeli ma soprattutto dalle fedeli più fedeli... Questo è il momento in cui arrivo pure io tutte le mattine alle 6.10 per prendere l'autobus. Anche l'autobus prima della fermata fa il suo giro attorno alla fontana.
In pausa-pranzo apro il mio taccuino e scrivo, cerco le parole giuste per dar forma alle emozioni e al sentimento della vita, che, secondo me, esiste solo fuori da quel sequestro che è il lavoro salariato, e per questo lo ometto da questo racconto. Poi torno a risalire sull’autobus. Ogni giorno capto stralci di conversazioni fra i passeggeri e incontro i pettegolezzi e le chiacchiere paesane. Scopro, ascoltando questo gossip “de noialtri”, che da qualche tempo è arrivato “il mago”, almeno così viene chiamato, un tipo che lavorava in un circo e che ora organizza ogni sera piccoli spettacoli clandestini: ci si riunisce alla fontana per poi entrare nel vecchio cinema in disuso dove si tengono le performance.
Arriva anche il macellaio, uomo tutto di un pezzo, con aspirazioni da sindaco, camicia nera e portamento militare. Chiude la bottega e porta a spasso il cane Benito, poi beve una birra sempre nella medesima osteria prima di entrare pure lui al “cinema” per imporre la sua visione del gioco con le carte: il metodo di sempre, come vuole la tradizione, quello da piccola bisca, puntando quattrini come gli uomini veri e senza paura, altro che giochi di prestigio.
Ecco qui. La vita gira, tutto si ripete in piccoli episodi, piccole ipocrisie. Sempre uguale, eppure sempre diversa. Perché ogni giorno sono diverse le coppie che si formano per giocare a tresette, diverse le poesie che inutilmente scrivo, diversi i discorsi captati sull’autobus tra i passeggeri (deliziosi come sempre quelli sul mago e le sue vincite sempre più sospette a tresette…). La vita – almeno in apparenza – non progredisce, circola. La storia scivola. Come tutto ciò che gira attorno alla fontana: stesse persone, stessi percorsi, stessi gesti. Ma ogni giorno in modo leggermente differente dal giorno prima.

Sul piano visivo: il cerchio è la figura dominante. Rotondo è l’orologio del campanile che ogni ora suona e che con i balzi della lancetta dà il ritmo ai zampilli della fonte, tondo è anche il bicchiere con cui bevono “ombre” i reduci della bisca leccandosi le ferite. Ma cerchi sono anche le forme disegnate nel corto vestito che la bella del paese indossa – ossessionata dal bianco e nero – e che si compiace dei fischi adulatori dei soliti frequentatori del perimetro della fontana, tonda la ruota posteriore che il gommista immerge nella stessa per trovare il buco da riparare, tondo il volante dell’autobus che gira nel percorrerla, tonda la pancia del maresciallo dei carabinieri ospite immancabile dell’azzardoso gioco, tondo l’oblò attraverso il quale spio le attività dell’improvvisata bisca che tanto improvvisata oramai non è più. Tutto gira, tutto torna. Ogni giorno è gemello dell’altro: cioè uguale eppure diverso. È un paese quieto che non urla, sussurra. Non corre, pattina. Non scalpita, attende. Eppure.
Eppure c'è qualcuno che negli ultimi tempi ha rotto la monotonia, ovvero “il mago”, che ha provocato l’inatteso ed è entrato a gamba tesa nell’ipocrita quiete, interrogandoci.
Perché, nonostante vinca sempre tutte le partite a carte, poi lascia sul tavolo i soldi che gli spettano? All'inizio su questa stranezza i suoi compagni di gioco ci contavano, altrimenti si sarebbe impossessato di buona parte dei loro averi, ma poi piano piano si è insinuata la diffidenza verso il “foresto”, verso colui che non viene capito e che non è dei “nostri”. Che vi posso dire, a me invece è sempre stato simpatico, fin dalla sera che mi avvicinò mentre ascoltavo gli Smiths dalla mia radio portatile specchiandomi nell’acqua della fontana. Mi scosse vedere il riflesso della sua presenza dietro di me mentre “Reel around the fountain” suonava, ma subito mi tranquillizzò il tono gentile della sua voce: “Che gli è capitato alla gente di questo paese? Pensano davvero che qualsiasi cosa, anche la più irrealizzabile è possibile solo se si hanno i soldi? E quale sarebbe poi questa cosa meravigliosa? Il successo, la vittoria, il raggiungimento di un sogno? Ma se qui, a quanto vedo, nessuno sogna più. La magia, qualsiasi magia, se non serve a stampare banconote non interessa più a nessuno?” Infine mi chiese: “Tu credi alla magia?”
“Trovo la magia nella musica” risposi “nel connubio tra suono e poesia come in questa splendida ballata degli Smiths.”
Mi sorrise con un che di malinconico, con la tristezza di chi è cresciuto mantenendo il suo essere bambino e sognatore dentro.
Solo per pochi minuti ci siamo parlati eppure era nata una strana simbiosi tra noi, tant’è che qualche giorno dopo confessò, solo a me, che se ne sarebbe andato, sarebbe tornato da dove era venuto, perché non c’è spazio per un mago e per la magia in un posto come questo.
Era riuscito a portare, per il tempo in cui si è fermato qui, almeno l'illusione della magia che il diverso porta con sé, ora tutto tornerà alla triste normalità.
Da domani, il cerchio riprenderà a girare, e comincerà un’altra settimana. Dopo la domenica, ci sarà sempre e solo un altro lunedì. Nel cerchio, fine e inizio coincidono. Come nella vita?
Sì, se si continua a girare sempre attorno alla solita fontana.

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<![CDATA[ReadBabyRead_451_Oscar_Wilde_10]]>

Oscar Fingal O'Flahertie Wills Wilde, nato e cresciuto a Dublino in un ambiente colto e spregiudicato, studiò a Oxford e visse prevalentemente tra Londra e Parigi. Il suo ingegno brillante, il suo spirito anarchico, i suoi successi letterari e le sue pose eccentriche lo imposero come una delle personalità dominanti nei circoli artistici sia inglesi che francesi. I saggi di Intenzioni (Intentions, 1891) esprimono la sua dottrina estetica, mentre le sue riflessioni politiche, ispirate a un anarchismo idealizzato, sono esposte ne L’anima dell’uomo sotto il socialismo (The soul of man under socialism, 1891). La sua opera è inseparabile dalla sua vita. Non solo predicò l’estetismo, ma volle vivere la propria vita come un’opera d’arte. Il tentativo di conciliare istanze di ribellione e mondanità si riflette nell’atteggiamento verso la società vittoriana, criticata ferocemente.


ReadBabyRead #451 del 15 agosto 2019


Oscar Wilde
Due racconti

Il fantasma di Canterville
Il delitto di Lord Arthur Savile


(10a e ultima parte)


per info su F. Ventimiglia e C. Tesser:

Lettura e altri crimini
iTunes podcast


voce: Francesco Ventimiglia


"Era l’ultimo ricevimento di Lady Windermere prima di Pasqua e Bentinck House era ancora più affollata del solito. Sei ministri in carica erano arrivati da un’udienza alla Camera dei Comuni agghindati con nastri e decorazioni, tutte le belle dame sfoggiavano i loro vestiti più eleganti e all’estremità della pinacoteca la principessa Sophia di Carlsrühe, una robusta signora dall’aspetto tartaro, con minuscoli occhi neri e meravigliosi smeraldi, vociava in un pessimo francese e rideva smodatamente di ogni cosa che le si diceva. Era proprio un miscuglio straordinario di gente. Splendide nobildonne chiacchieravano affabilmente con impetuosi radicali, predicatori comuni sfioravano le code di rondine con quelle di eminenti scettici, un compatto stormo di vescovi seguiva di sala in sala una formosa primadonna, sulle scale c'erano diversi membri dell’Accademia Reale travestiti da artisti, e si diceva che a un certo punto il salone dei rinfreschi fosse letteralmente zeppo di geni. Si trattava, in effetti, di una delle migliori serate di Lady Windermere, e la principessa si trattenne fin quasi alle undici e mezzo."



Un esteta che odiava il capitale 


Ritratti

«Il socialismo, il comunismo, o comunque vogliate chiamarli, nel convertire la proprietà privata in pubblica ricchezza, e sostituendo la competizione con la cooperazione, restituiranno alla società la sua giusta condizione di organismo del tutto sano, e assicureranno il benessere materiale di ciascun membro della comunità». Sembrano parole di un militante d’altri tempi, e lo sono, ma non appartengono a un personaggio che siamo soliti definire «di sinistra». Proseguendo nella lettura, ci imbattiamo in considerazioni altre: «perché si arrivi a un’esistenza sviluppata al suo massimo grado di perfezione, c’è bisogno di qualcos’altro. C’è bisogno di individualismo». È questo, scopriamo, un individualismo nuovo, un ritorno a un umanesimo libero dalle catene del capitale, un individualismo socialista, se l’espressione non suonasse come un ossimoro o un paradosso. 

A profetizzare tutto ciò è proprio il padre dei paradossi: l’irlandese Oscar Fingal O’Flaherty Wills Wilde, che il 16 ottobre compirebbe il suo cento sessantunesimo compleanno. Il «vero individualismo» di cui parla Wilde nel suo saggio del 1891, dal titolo L’animo dell’uomo sotto il socialismo – saggio che oltre ad essere incluso in innumerevoli antologie, oggi trova spazio persino nella preziosa «enciclopedia» marxista online (www.marxist.org) – è appunto libero di quella proprietà privata colpevole di aver «impedito a una parte della comunità di essere individualista, affamandola, e a un’altra, dirigendola sulla cattiva strada». Che è poi la strada, mortifera per Wilde, dell’accumulo. Riflessioni affini a quelle di un altro intellettuale di cento anni dopo, questa volta sì un marxista, Terry Eagleton, il quale, parlando con la sua proverbiale schiettezza di una «ossessione per l’accumulo», collega la cultura del capitalismo a una sorta di patologia che allontana l’uomo dalla sua natura di essere relazionale e solidale. 

Non solo dandy 

La trita vulgata di tanta critica più attenta alla forma che alla sostanza, ci ha consegnato la figura di un Wilde raffinato esteta, lontano dalle bassezze della vita quotidiana e sempre tendente alla pura bellezza. Per fare della propria vita un’opera d’arte. Leggendone però l’opera nella sua interezza – dalle prime prove poetiche alle lettere sul sistema carcerario di cui era caduto vittima, dalle commedie brillanti dove sono i cinici ad affascinare per la loro intelligenza, alla Ballata dal carcere di Reading e al De Profundis – ci si accorge che il suo interesse per il miglioramento della condizione umana fosse tutt’altro che passeggero. 

D’altro canto, è in virtù di queste ambivalenze che Wilde non sembra passare mai di moda. Lo dimostra un fiorire incessante di studi, all’estero, e anche in Italia, dove i suoi scritti sono continuamente riproposti e anche ritradotti. Solo un anno fa usciva per il Saggiatore l’epistolario completo: una sua lettura anche affrettata non può non far risaltare l’afflato umanitario e l’attenzione verso le cause degli ultimi («per quanto spaventosi siano i risultati del sistema carcerario... tuttavia non c’è tra i suoi scopi quello di distruggere l’umana ragione...»). 

Viene pubblicata in questi giorni da Marsilio un’ottima edizione della sua prima commedia, scritta un anno dopo il saggio sul socialismo. È la commedia che lo portò al successo e lo proiettò, lui irlandese e figlio di una fervente patriota nazionalista, alla ribalta dei palcoscenici e dell’alta società inglese: Il ventaglio di Lady Windermere (a cura di Paolo Amalfitano, pp. 277, euro 18). Si situa sul solco del cosiddetto «teatro della restaurazione» che, dopo la caduta di Cromwell, vide sulle scene londinesi un ritorno del mondano, talvolta frivolo, ma sempre brillante – in reazione al precedente oscurantismo puritano arrivato nel 1642 alla chiusura dei teatri e alla messa al bando dell’intrattenimento. 

La commedia di Wilde gioca con sospetti di tradimento, segreti oscuri da non rivelare, amori impossibili, e reputazioni da salvare. Il tutto condito dalla efficace velocità di battute memorabili, e di una macchina teatrale dai tempi e dal ritmo assolutamente perfetti. Per i pubblici di allora e per quelli di oggi.
Sul palcoscenico, gli attori di Wilde sembrano muoversi con la leggerezza di folletti shakespeariani, ed è tramite questa levità che egli affronta rapporti sociali complessi: matrimoniali, extraconiugali, ma anche generazionali. Come il rapporto madre-figlio, ad esempio, nella complicità originaria del legame nascosto tra Lord Windermere e Mrs Erlynne, e in quello conseguente, di mutua segretezza, tra quest’ultima e Lady Windermere. 

A ben vedere, è la società inglese, per Wilde, a essere un palcoscenico, esattamente come per Shakespeare, che però ne ampliava i confini, nel suo Globe, per finire ad abbracciare il mondo. L’Inghilterra di Wilde è il paese visto da un quasi immigrato, da un esule, forse. All’arcinota vicinanza della madre, Lady Speranza, alla causa dell’indipendentismo irlandese ma anche al femminismo, si affianca, per completare il quadretto di una famiglia assolutamente «non inglese» e non conformista, l’impegno del padre, Sir William, nei confronti della preservazione del patrimonio culturale dell’Irlanda rurale. Era un patrimonio fatto di superstizioni e leggende, e minacciato dal velocissimo declino, nell’ottocento, della lingua in cui veniva articolato, l’irlandese appunto. 

Il retaggio familiare di Wilde, assieme al suo interessamento per le sorti dell’uomo rimasto in balìa di forze, come quelle del capitale o dell’impero, che ne minano l’autentico sviluppo, permette di leggere le sue commedie da angolazioni ironiche, distaccate, mai complici. E se nel saggio sul socialismo egli si schierava in difesa di una sorta di «umanesimo individuale» capace di comporre il reticolo sociale come una comunità di animi naturalmente solidali, così nelle commedie dipinge la propria posizione, quella dell’artista, in contrasto con i banali e disumanizzanti rapporti di potere, tipici di una certa società bene dell’Inghilterra. 

Dalle risate al dramma 

È una critica, la sua, che poteva soltanto provenire da un outsider. Il critico Declan Kiberd ricorda come, alla stregua dei filí (i poeti ereditari della tradizione celtica irlandese) Oscar Wilde «iniziò sin da subito a denunciare un’aristocrazia pusillanime non più interessata a difendere gli spazi dell’arte». 

Questo perché gli spazi dell’arte, anche attraverso la risata, possono e devono aprire una riflessione sull’umanità. Devono permetterci, dal fango, di guardare le stelle. 

In quest’ottica, il frivolo ventaglio della commedia – quasi non notato, all’inizio, dalla sua proprietaria, salvo poi rivelarsi la firma di un possibile atto di adulterio – diviene un vero e proprio specchio posto davanti agli occhi divertiti di un pubblico inglese, che ride alle sue commedie ma solo per farsi beffe della propria comunità. E c’è da immaginarsi che Wilde ridesse ancor di più, dietro le quinte o nei gentleman’s club che ospitavano le altre sue famose tirate teatrali. Perché, come s’è detto, per lo scrittore la vita era un palcoscenico: un palcoscenico da cui, e di cui ridere. 

A un certo punto, l’irlandese Oscar Wilde, non rise più, in quell’Inghilterra che con tanto ardore prima l’aveva elogiato e poi portato alla gogna. Le vicende dei processi per diffamazione e omosessualità sono note, come è nota la storia dei lavori forzati a cui fu condannato, e poi l’esilio, questa volta non più privilegiato. Un esilio vero, che tramutò Wilde improvvisamente in un reietto cittadino del mondo. 

Prima Napoli, poi Parigi, alla ricerca di una quadra. Ma i fasti di un tempo lasciarono gradualmente il campo all’indigenza e alla disperazione. I suoi ultimi giorni si persero freneticamente alla ricerca di un equilibrio oramai scomparso, tra conti che non tornavano più e un senso della vita smarrito. Abbandonò il palcoscenico dell’esistenza nella solitudine, il 16 novembre del 1900. E lo fece in uno squallido albergo parigino, alla fine di una commedia, la vita, che si era trasformata in tragedia.

di Enrico Terrinoni
da Il Manifesto, 16.10.2015



Le Musiche, scelte da Claudio Tesser

Valentina Lisitsa, Fantasie In C Minor K475 [Wolfgang Amadeus Mozart]
Burzum, Decrepitude II [Burzum]
Stadler Trio & Friends, KV 439B No. 2 Allegro [Wolfgang Amadeus Mozart]
Stadler Trio & Friends, KV 439b No. 4 Adagio [Wolfgang Amadeus Mozart]
Stadler Trio & Friends, KV 439B No. 2 Menuetto [Wolfgang Amadeus Mozart]
Stadler Trio & Friends, KV 346 Notturno [Wolfgang Amadeus Mozart]
Burzum, Darkness [Burzum]
Stadler Trio & Friends, KV 439b No. 4 Allegro [Wolfgang Amadeus Mozart]
Stadler Trio & Friends, KV 439b No. 4 Larghetto [Wolfgang Amadeus Mozart]
Stadler Trio & Friends, KV 411 Adagio In B Flat [Wolfgang Amadeus Mozart]
Burzum, Circumambulation of the transcendental pillar of singularity [Burzum]
Alfred Prinz und Karl B
öhm: Vienna Philharmonic Orchestra, Clarinet Concerto In A, K 622 - 2. Adagio [Wolfgang Amadeus Mozart]
Stadler Trio & Friends, KV 439B No. 2 Larghetto [Wolfgang Amadeus Mozart]
Stadler Trio & Friends, KV 437 Notturno [Wolfgang Amadeus Mozart]
Stadler Trio & Friends, KV 549 Notturno [Wolfgang Amadeus Mozart]
Karl B
öhm: Deutsche Oper Orchestra & Chorus, Le Nozze Di Figaro, K 492 - Act 1: Porgi, Amor [Wolfgang Amadeus Mozart]
Jon Hassell, Last Night The Moon Came [Jon Hassel]
István Kertész: London Symphony Orchestra, Lobegesang Auf Die Feierliche Johannisloge, K 148 [Wolfgang Amadeus Mozart]
Jon Hassell, Aurora [Jon Hassel]
Jon Hassell, Time And Place [Jon Hassel]
Jon Hassell, Clairvoyance [Jon Hassel]
Sleep, Jerusalem (Pt. 1) [Sleep]
István Kertész: London Symphony Orchestra, Dir Seele Des Weltalls, K 429 - Dir Danken Wir Die Freude [Wolfgang Amadeus Mozart]
Jon Hassell, Light On Water (Live) [Jon Hassel]
Jon Hassell, Blue Period [Jon Hassel]
Sleep, Jerusalem (Pt. 5) [Sleep]
Jon Hassell, Scintilla [Jon Hassel]
Sleep, Jerusalem (Pt. 6) [Sleep]
Karl B
öhm: Deutsche Oper Orchestra & Chorus, Le Nozze Di Figaro, K 492 - Act 1: Non Piu Andrai, Farfallone Amoroso [Wolfgang Amadeus Mozart]

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Oscar Fingal O'Flahertie Wills Wilde, nato e cresciuto a Dublino in un ambiente colto e spregiudicato, studiò a Oxford e visse prevalentemente tra Londra e Parigi. Il suo ingegno brillante, il suo spirito anarchico, i suoi successi letterari e le sue pose eccentriche lo imposero come una delle personalità dominanti nei circoli artistici sia inglesi che francesi. I saggi di Intenzioni (Intentions, 1891) esprimono la sua dottrina estetica, mentre le sue riflessioni politiche, ispirate a un anarchismo idealizzato, sono esposte ne L’anima dell’uomo sotto il socialismo (The soul of man under socialism, 1891). La sua opera è inseparabile dalla sua vita. Non solo predicò l’estetismo, ma volle vivere la propria vita come un’opera d’arte. Il tentativo di conciliare istanze di ribellione e mondanità si riflette nell’atteggiamento verso la società vittoriana, criticata ferocemente.


ReadBabyRead #450 dell’8 agosto 2019


Oscar Wilde
Due racconti

Il fantasma di Canterville
Il delitto di Lord Arthur Savile


(9a parte)


per info su F. Ventimiglia e C. Tesser:

Lettura e altri crimini
iTunes podcast


voce: Francesco Ventimiglia


"Era l’ultimo ricevimento di Lady Windermere prima di Pasqua e Bentinck House era ancora più affollata del solito. Sei ministri in carica erano arrivati da un’udienza alla Camera dei Comuni agghindati con nastri e decorazioni, tutte le belle dame sfoggiavano i loro vestiti più eleganti e all’estremità della pinacoteca la principessa Sophia di Carlsrühe, una robusta signora dall’aspetto tartaro, con minuscoli occhi neri e meravigliosi smeraldi, vociava in un pessimo francese e rideva smodatamente di ogni cosa che le si diceva. Era proprio un miscuglio straordinario di gente. Splendide nobildonne chiacchieravano affabilmente con impetuosi radicali, predicatori comuni sfioravano le code di rondine con quelle di eminenti scettici, un compatto stormo di vescovi seguiva di sala in sala una formosa primadonna, sulle scale c'erano diversi membri dell’Accademia Reale travestiti da artisti, e si diceva che a un certo punto il salone dei rinfreschi fosse letteralmente zeppo di geni. Si trattava, in effetti, di una delle migliori serate di Lady Windermere, e la principessa si trattenne fin quasi alle undici e mezzo."



Un esteta che odiava il capitale 


Ritratti

«Il socialismo, il comunismo, o comunque vogliate chiamarli, nel convertire la proprietà privata in pubblica ricchezza, e sostituendo la competizione con la cooperazione, restituiranno alla società la sua giusta condizione di organismo del tutto sano, e assicureranno il benessere materiale di ciascun membro della comunità». Sembrano parole di un militante d’altri tempi, e lo sono, ma non appartengono a un personaggio che siamo soliti definire «di sinistra». Proseguendo nella lettura, ci imbattiamo in considerazioni altre: «perché si arrivi a un’esistenza sviluppata al suo massimo grado di perfezione, c’è bisogno di qualcos’altro. C’è bisogno di individualismo». È questo, scopriamo, un individualismo nuovo, un ritorno a un umanesimo libero dalle catene del capitale, un individualismo socialista, se l’espressione non suonasse come un ossimoro o un paradosso. 

A profetizzare tutto ciò è proprio il padre dei paradossi: l’irlandese Oscar Fingal O’Flaherty Wills Wilde, che il 16 ottobre compirebbe il suo cento sessantunesimo compleanno. Il «vero individualismo» di cui parla Wilde nel suo saggio del 1891, dal titolo L’animo dell’uomo sotto il socialismo – saggio che oltre ad essere incluso in innumerevoli antologie, oggi trova spazio persino nella preziosa «enciclopedia» marxista online (www.marxist.org) – è appunto libero di quella proprietà privata colpevole di aver «impedito a una parte della comunità di essere individualista, affamandola, e a un’altra, dirigendola sulla cattiva strada». Che è poi la strada, mortifera per Wilde, dell’accumulo. Riflessioni affini a quelle di un altro intellettuale di cento anni dopo, questa volta sì un marxista, Terry Eagleton, il quale, parlando con la sua proverbiale schiettezza di una «ossessione per l’accumulo», collega la cultura del capitalismo a una sorta di patologia che allontana l’uomo dalla sua natura di essere relazionale e solidale. 

Non solo dandy 

La trita vulgata di tanta critica più attenta alla forma che alla sostanza, ci ha consegnato la figura di un Wilde raffinato esteta, lontano dalle bassezze della vita quotidiana e sempre tendente alla pura bellezza. Per fare della propria vita un’opera d’arte. Leggendone però l’opera nella sua interezza – dalle prime prove poetiche alle lettere sul sistema carcerario di cui era caduto vittima, dalle commedie brillanti dove sono i cinici ad affascinare per la loro intelligenza, alla Ballata dal carcere di Reading e al De Profundis – ci si accorge che il suo interesse per il miglioramento della condizione umana fosse tutt’altro che passeggero. 

D’altro canto, è in virtù di queste ambivalenze che Wilde non sembra passare mai di moda. Lo dimostra un fiorire incessante di studi, all’estero, e anche in Italia, dove i suoi scritti sono continuamente riproposti e anche ritradotti. Solo un anno fa usciva per il Saggiatore l’epistolario completo: una sua lettura anche affrettata non può non far risaltare l’afflato umanitario e l’attenzione verso le cause degli ultimi («per quanto spaventosi siano i risultati del sistema carcerario... tuttavia non c’è tra i suoi scopi quello di distruggere l’umana ragione...»). 

Viene pubblicata in questi giorni da Marsilio un’ottima edizione della sua prima commedia, scritta un anno dopo il saggio sul socialismo. È la commedia che lo portò al successo e lo proiettò, lui irlandese e figlio di una fervente patriota nazionalista, alla ribalta dei palcoscenici e dell’alta società inglese: Il ventaglio di Lady Windermere (a cura di Paolo Amalfitano, pp. 277, euro 18). Si situa sul solco del cosiddetto «teatro della restaurazione» che, dopo la caduta di Cromwell, vide sulle scene londinesi un ritorno del mondano, talvolta frivolo, ma sempre brillante – in reazione al precedente oscurantismo puritano arrivato nel 1642 alla chiusura dei teatri e alla messa al bando dell’intrattenimento. 

La commedia di Wilde gioca con sospetti di tradimento, segreti oscuri da non rivelare, amori impossibili, e reputazioni da salvare. Il tutto condito dalla efficace velocità di battute memorabili, e di una macchina teatrale dai tempi e dal ritmo assolutamente perfetti. Per i pubblici di allora e per quelli di oggi.
Sul palcoscenico, gli attori di Wilde sembrano muoversi con la leggerezza di folletti shakespeariani, ed è tramite questa levità che egli affronta rapporti sociali complessi: matrimoniali, extraconiugali, ma anche generazionali. Come il rapporto madre-figlio, ad esempio, nella complicità originaria del legame nascosto tra Lord Windermere e Mrs Erlynne, e in quello conseguente, di mutua segretezza, tra quest’ultima e Lady Windermere. 

A ben vedere, è la società inglese, per Wilde, a essere un palcoscenico, esattamente come per Shakespeare, che però ne ampliava i confini, nel suo Globe, per finire ad abbracciare il mondo. L’Inghilterra di Wilde è il paese visto da un quasi immigrato, da un esule, forse. All’arcinota vicinanza della madre, Lady Speranza, alla causa dell’indipendentismo irlandese ma anche al femminismo, si affianca, per completare il quadretto di una famiglia assolutamente «non inglese» e non conformista, l’impegno del padre, Sir William, nei confronti della preservazione del patrimonio culturale dell’Irlanda rurale. Era un patrimonio fatto di superstizioni e leggende, e minacciato dal velocissimo declino, nell’ottocento, della lingua in cui veniva articolato, l’irlandese appunto. 

Il retaggio familiare di Wilde, assieme al suo interessamento per le sorti dell’uomo rimasto in balìa di forze, come quelle del capitale o dell’impero, che ne minano l’autentico sviluppo, permette di leggere le sue commedie da angolazioni ironiche, distaccate, mai complici. E se nel saggio sul socialismo egli si schierava in difesa di una sorta di «umanesimo individuale» capace di comporre il reticolo sociale come una comunità di animi naturalmente solidali, così nelle commedie dipinge la propria posizione, quella dell’artista, in contrasto con i banali e disumanizzanti rapporti di potere, tipici di una certa società bene dell’Inghilterra. 

Dalle risate al dramma 

È una critica, la sua, che poteva soltanto provenire da un outsider. Il critico Declan Kiberd ricorda come, alla stregua dei filí (i poeti ereditari della tradizione celtica irlandese) Oscar Wilde «iniziò sin da subito a denunciare un’aristocrazia pusillanime non più interessata a difendere gli spazi dell’arte». 

Questo perché gli spazi dell’arte, anche attraverso la risata, possono e devono aprire una riflessione sull’umanità. Devono permetterci, dal fango, di guardare le stelle. 

In quest’ottica, il frivolo ventaglio della commedia – quasi non notato, all’inizio, dalla sua proprietaria, salvo poi rivelarsi la firma di un possibile atto di adulterio – diviene un vero e proprio specchio posto davanti agli occhi divertiti di un pubblico inglese, che ride alle sue commedie ma solo per farsi beffe della propria comunità. E c’è da immaginarsi che Wilde ridesse ancor di più, dietro le quinte o nei gentleman’s club che ospitavano le altre sue famose tirate teatrali. Perché, come s’è detto, per lo scrittore la vita era un palcoscenico: un palcoscenico da cui, e di cui ridere. 

A un certo punto, l’irlandese Oscar Wilde, non rise più, in quell’Inghilterra che con tanto ardore prima l’aveva elogiato e poi portato alla gogna. Le vicende dei processi per diffamazione e omosessualità sono note, come è nota la storia dei lavori forzati a cui fu condannato, e poi l’esilio, questa volta non più privilegiato. Un esilio vero, che tramutò Wilde improvvisamente in un reietto cittadino del mondo. 

Prima Napoli, poi Parigi, alla ricerca di una quadra. Ma i fasti di un tempo lasciarono gradualmente il campo all’indigenza e alla disperazione. I suoi ultimi giorni si persero freneticamente alla ricerca di un equilibrio oramai scomparso, tra conti che non tornavano più e un senso della vita smarrito. Abbandonò il palcoscenico dell’esistenza nella solitudine, il 16 novembre del 1900. E lo fece in uno squallido albergo parigino, alla fine di una commedia, la vita, che si era trasformata in tragedia.

di Enrico Terrinoni
da Il Manifesto, 16.10.2015



Le Musiche, scelte da Claudio Tesser

Valentina Lisitsa, Fantasie In C Minor K475 [Wolfgang Amadeus Mozart]
Burzum, Decrepitude II [Burzum]
Stadler Trio & Friends, KV 439B No. 2 Allegro [Wolfgang Amadeus Mozart]
Stadler Trio & Friends, KV 439b No. 4 Adagio [Wolfgang Amadeus Mozart]
Stadler Trio & Friends, KV 439B No. 2 Menuetto [Wolfgang Amadeus Mozart]
Stadler Trio & Friends, KV 346 Notturno [Wolfgang Amadeus Mozart]
Burzum, Darkness [Burzum]
Stadler Trio & Friends, KV 439b No. 4 Allegro [Wolfgang Amadeus Mozart]
Stadler Trio & Friends, KV 439b No. 4 Larghetto [Wolfgang Amadeus Mozart]
Stadler Trio & Friends, KV 411 Adagio In B Flat [Wolfgang Amadeus Mozart]
Burzum, Circumambulation of the transcendental pillar of singularity [Burzum]
Alfred Prinz und Karl B
öhm: Vienna Philharmonic Orchestra, Clarinet Concerto In A, K 622 - 2. Adagio [Wolfgang Amadeus Mozart]
Stadler Trio & Friends, KV 439B No. 2 Larghetto [Wolfgang Amadeus Mozart]
Stadler Trio & Friends, KV 437 Notturno [Wolfgang Amadeus Mozart]
Stadler Trio & Friends, KV 549 Notturno [Wolfgang Amadeus Mozart]
Karl B
öhm: Deutsche Oper Orchestra & Chorus, Le Nozze Di Figaro, K 492 - Act 1: Porgi, Amor [Wolfgang Amadeus Mozart]
Jon Hassell, Last Night The Moon Came [Jon Hassel]
István Kertész: London Symphony Orchestra, Lobegesang Auf Die Feierliche Johannisloge, K 148 [Wolfgang Amadeus Mozart]
Jon Hassell, Aurora [Jon Hassel]
Jon Hassell, Time And Place [Jon Hassel]
Jon Hassell, Clairvoyance [Jon Hassel]
Sleep, Jerusalem (Pt. 1) [Sleep]
István Kertész: London Symphony Orchestra, Dir Seele Des Weltalls, K 429 - Dir Danken Wir Die Freude [Wolfgang Amadeus Mozart]
Jon Hassell, Light On Water (Live) [Jon Hassel]
Jon Hassell, Blue Period [Jon Hassel]
Sleep, Jerusalem (Pt. 5) [Sleep]
Jon Hassell, Scintilla [Jon Hassel]
Sleep, Jerusalem (Pt. 6) [Sleep]
Karl B
öhm: Deutsche Oper Orchestra & Chorus, Le Nozze Di Figaro, K 492 - Act 1: Non Piu Andrai, Farfallone Amoroso [Wolfgang Amadeus Mozart]

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<![CDATA[ReadBabyRead_449_Oscar_Wilde_8]]>

Oscar Fingal O'Flahertie Wills Wilde, nato e cresciuto a Dublino in un ambiente colto e spregiudicato, studiò a Oxford e visse prevalentemente tra Londra e Parigi. Il suo ingegno brillante, il suo spirito anarchico, i suoi successi letterari e le sue pose eccentriche lo imposero come una delle personalità dominanti nei circoli artistici sia inglesi che francesi. I saggi di Intenzioni (Intentions, 1891) esprimono la sua dottrina estetica, mentre le sue riflessioni politiche, ispirate a un anarchismo idealizzato, sono esposte ne L’anima dell’uomo sotto il socialismo (The soul of man under socialism, 1891). La sua opera è inseparabile dalla sua vita. Non solo predicò l’estetismo, ma volle vivere la propria vita come un’opera d’arte. Il tentativo di conciliare istanze di ribellione e mondanità si riflette nell’atteggiamento verso la società vittoriana, criticata ferocemente.


ReadBabyRead #449 dell’1 agosto 2019


Oscar Wilde
Due racconti

Il fantasma di Canterville
Il delitto di Lord Arthur Savile


(8a parte)


per info su F. Ventimiglia e C. Tesser:

Lettura e altri crimini
iTunes podcast


voce: Francesco Ventimiglia


"Era l’ultimo ricevimento di Lady Windermere prima di Pasqua e Bentinck House era ancora più affollata del solito. Sei ministri in carica erano arrivati da un’udienza alla Camera dei Comuni agghindati con nastri e decorazioni, tutte le belle dame sfoggiavano i loro vestiti più eleganti e all’estremità della pinacoteca la principessa Sophia di Carlsrühe, una robusta signora dall’aspetto tartaro, con minuscoli occhi neri e meravigliosi smeraldi, vociava in un pessimo francese e rideva smodatamente di ogni cosa che le si diceva. Era proprio un miscuglio straordinario di gente. Splendide nobildonne chiacchieravano affabilmente con impetuosi radicali, predicatori comuni sfioravano le code di rondine con quelle di eminenti scettici, un compatto stormo di vescovi seguiva di sala in sala una formosa primadonna, sulle scale c'erano diversi membri dell’Accademia Reale travestiti da artisti, e si diceva che a un certo punto il salone dei rinfreschi fosse letteralmente zeppo di geni. Si trattava, in effetti, di una delle migliori serate di Lady Windermere, e la principessa si trattenne fin quasi alle undici e mezzo."



Un esteta che odiava il capitale 


Ritratti

«Il socialismo, il comunismo, o comunque vogliate chiamarli, nel convertire la proprietà privata in pubblica ricchezza, e sostituendo la competizione con la cooperazione, restituiranno alla società la sua giusta condizione di organismo del tutto sano, e assicureranno il benessere materiale di ciascun membro della comunità». Sembrano parole di un militante d’altri tempi, e lo sono, ma non appartengono a un personaggio che siamo soliti definire «di sinistra». Proseguendo nella lettura, ci imbattiamo in considerazioni altre: «perché si arrivi a un’esistenza sviluppata al suo massimo grado di perfezione, c’è bisogno di qualcos’altro. C’è bisogno di individualismo». È questo, scopriamo, un individualismo nuovo, un ritorno a un umanesimo libero dalle catene del capitale, un individualismo socialista, se l’espressione non suonasse come un ossimoro o un paradosso. 

A profetizzare tutto ciò è proprio il padre dei paradossi: l’irlandese Oscar Fingal O’Flaherty Wills Wilde, che il 16 ottobre compirebbe il suo cento sessantunesimo compleanno. Il «vero individualismo» di cui parla Wilde nel suo saggio del 1891, dal titolo L’animo dell’uomo sotto il socialismo – saggio che oltre ad essere incluso in innumerevoli antologie, oggi trova spazio persino nella preziosa «enciclopedia» marxista online (www.marxist.org) – è appunto libero di quella proprietà privata colpevole di aver «impedito a una parte della comunità di essere individualista, affamandola, e a un’altra, dirigendola sulla cattiva strada». Che è poi la strada, mortifera per Wilde, dell’accumulo. Riflessioni affini a quelle di un altro intellettuale di cento anni dopo, questa volta sì un marxista, Terry Eagleton, il quale, parlando con la sua proverbiale schiettezza di una «ossessione per l’accumulo», collega la cultura del capitalismo a una sorta di patologia che allontana l’uomo dalla sua natura di essere relazionale e solidale. 

Non solo dandy 

La trita vulgata di tanta critica più attenta alla forma che alla sostanza, ci ha consegnato la figura di un Wilde raffinato esteta, lontano dalle bassezze della vita quotidiana e sempre tendente alla pura bellezza. Per fare della propria vita un’opera d’arte. Leggendone però l’opera nella sua interezza – dalle prime prove poetiche alle lettere sul sistema carcerario di cui era caduto vittima, dalle commedie brillanti dove sono i cinici ad affascinare per la loro intelligenza, alla Ballata dal carcere di Reading e al De Profundis – ci si accorge che il suo interesse per il miglioramento della condizione umana fosse tutt’altro che passeggero. 

D’altro canto, è in virtù di queste ambivalenze che Wilde non sembra passare mai di moda. Lo dimostra un fiorire incessante di studi, all’estero, e anche in Italia, dove i suoi scritti sono continuamente riproposti e anche ritradotti. Solo un anno fa usciva per il Saggiatore l’epistolario completo: una sua lettura anche affrettata non può non far risaltare l’afflato umanitario e l’attenzione verso le cause degli ultimi («per quanto spaventosi siano i risultati del sistema carcerario... tuttavia non c’è tra i suoi scopi quello di distruggere l’umana ragione...»). 

Viene pubblicata in questi giorni da Marsilio un’ottima edizione della sua prima commedia, scritta un anno dopo il saggio sul socialismo. È la commedia che lo portò al successo e lo proiettò, lui irlandese e figlio di una fervente patriota nazionalista, alla ribalta dei palcoscenici e dell’alta società inglese: Il ventaglio di Lady Windermere (a cura di Paolo Amalfitano, pp. 277, euro 18). Si situa sul solco del cosiddetto «teatro della restaurazione» che, dopo la caduta di Cromwell, vide sulle scene londinesi un ritorno del mondano, talvolta frivolo, ma sempre brillante – in reazione al precedente oscurantismo puritano arrivato nel 1642 alla chiusura dei teatri e alla messa al bando dell’intrattenimento. 

La commedia di Wilde gioca con sospetti di tradimento, segreti oscuri da non rivelare, amori impossibili, e reputazioni da salvare. Il tutto condito dalla efficace velocità di battute memorabili, e di una macchina teatrale dai tempi e dal ritmo assolutamente perfetti. Per i pubblici di allora e per quelli di oggi.
Sul palcoscenico, gli attori di Wilde sembrano muoversi con la leggerezza di folletti shakespeariani, ed è tramite questa levità che egli affronta rapporti sociali complessi: matrimoniali, extraconiugali, ma anche generazionali. Come il rapporto madre-figlio, ad esempio, nella complicità originaria del legame nascosto tra Lord Windermere e Mrs Erlynne, e in quello conseguente, di mutua segretezza, tra quest’ultima e Lady Windermere. 

A ben vedere, è la società inglese, per Wilde, a essere un palcoscenico, esattamente come per Shakespeare, che però ne ampliava i confini, nel suo Globe, per finire ad abbracciare il mondo. L’Inghilterra di Wilde è il paese visto da un quasi immigrato, da un esule, forse. All’arcinota vicinanza della madre, Lady Speranza, alla causa dell’indipendentismo irlandese ma anche al femminismo, si affianca, per completare il quadretto di una famiglia assolutamente «non inglese» e non conformista, l’impegno del padre, Sir William, nei confronti della preservazione del patrimonio culturale dell’Irlanda rurale. Era un patrimonio fatto di superstizioni e leggende, e minacciato dal velocissimo declino, nell’ottocento, della lingua in cui veniva articolato, l’irlandese appunto. 

Il retaggio familiare di Wilde, assieme al suo interessamento per le sorti dell’uomo rimasto in balìa di forze, come quelle del capitale o dell’impero, che ne minano l’autentico sviluppo, permette di leggere le sue commedie da angolazioni ironiche, distaccate, mai complici. E se nel saggio sul socialismo egli si schierava in difesa di una sorta di «umanesimo individuale» capace di comporre il reticolo sociale come una comunità di animi naturalmente solidali, così nelle commedie dipinge la propria posizione, quella dell’artista, in contrasto con i banali e disumanizzanti rapporti di potere, tipici di una certa società bene dell’Inghilterra. 

Dalle risate al dramma 

È una critica, la sua, che poteva soltanto provenire da un outsider. Il critico Declan Kiberd ricorda come, alla stregua dei filí (i poeti ereditari della tradizione celtica irlandese) Oscar Wilde «iniziò sin da subito a denunciare un’aristocrazia pusillanime non più interessata a difendere gli spazi dell’arte». 

Questo perché gli spazi dell’arte, anche attraverso la risata, possono e devono aprire una riflessione sull’umanità. Devono permetterci, dal fango, di guardare le stelle. 

In quest’ottica, il frivolo ventaglio della commedia – quasi non notato, all’inizio, dalla sua proprietaria, salvo poi rivelarsi la firma di un possibile atto di adulterio – diviene un vero e proprio specchio posto davanti agli occhi divertiti di un pubblico inglese, che ride alle sue commedie ma solo per farsi beffe della propria comunità. E c’è da immaginarsi che Wilde ridesse ancor di più, dietro le quinte o nei gentleman’s club che ospitavano le altre sue famose tirate teatrali. Perché, come s’è detto, per lo scrittore la vita era un palcoscenico: un palcoscenico da cui, e di cui ridere. 

A un certo punto, l’irlandese Oscar Wilde, non rise più, in quell’Inghilterra che con tanto ardore prima l’aveva elogiato e poi portato alla gogna. Le vicende dei processi per diffamazione e omosessualità sono note, come è nota la storia dei lavori forzati a cui fu condannato, e poi l’esilio, questa volta non più privilegiato. Un esilio vero, che tramutò Wilde improvvisamente in un reietto cittadino del mondo. 

Prima Napoli, poi Parigi, alla ricerca di una quadra. Ma i fasti di un tempo lasciarono gradualmente il campo all’indigenza e alla disperazione. I suoi ultimi giorni si persero freneticamente alla ricerca di un equilibrio oramai scomparso, tra conti che non tornavano più e un senso della vita smarrito. Abbandonò il palcoscenico dell’esistenza nella solitudine, il 16 novembre del 1900. E lo fece in uno squallido albergo parigino, alla fine di una commedia, la vita, che si era trasformata in tragedia.

di Enrico Terrinoni
da Il Manifesto, 16.10.2015



Le Musiche, scelte da Claudio Tesser

Valentina Lisitsa, Fantasie In C Minor K475 [Wolfgang Amadeus Mozart]
Burzum, Decrepitude II [Burzum]
Stadler Trio & Friends, KV 439B No. 2 Allegro [Wolfgang Amadeus Mozart]
Stadler Trio & Friends, KV 439b No. 4 Adagio [Wolfgang Amadeus Mozart]
Stadler Trio & Friends, KV 439B No. 2 Menuetto [Wolfgang Amadeus Mozart]
Stadler Trio & Friends, KV 346 Notturno [Wolfgang Amadeus Mozart]
Burzum, Darkness [Burzum]
Stadler Trio & Friends, KV 439b No. 4 Allegro [Wolfgang Amadeus Mozart]
Stadler Trio & Friends, KV 439b No. 4 Larghetto [Wolfgang Amadeus Mozart]
Stadler Trio & Friends, KV 411 Adagio In B Flat [Wolfgang Amadeus Mozart]
Burzum, Circumambulation of the transcendental pillar of singularity [Burzum]
Alfred Prinz und Karl B
öhm: Vienna Philharmonic Orchestra, Clarinet Concerto In A, K 622 - 2. Adagio [Wolfgang Amadeus Mozart]
Stadler Trio & Friends, KV 439B No. 2 Larghetto [Wolfgang Amadeus Mozart]
Stadler Trio & Friends, KV 437 Notturno [Wolfgang Amadeus Mozart]
Stadler Trio & Friends, KV 549 Notturno [Wolfgang Amadeus Mozart]
Karl B
öhm: Deutsche Oper Orchestra & Chorus, Le Nozze Di Figaro, K 492 - Act 1: Porgi, Amor [Wolfgang Amadeus Mozart]
Jon Hassell, Last Night The Moon Came [Jon Hassel]
István Kertész: London Symphony Orchestra, Lobegesang Auf Die Feierliche Johannisloge, K 148 [Wolfgang Amadeus Mozart]
Jon Hassell, Aurora [Jon Hassel]
Jon Hassell, Time And Place [Jon Hassel]
Jon Hassell, Clairvoyance [Jon Hassel]
Sleep, Jerusalem (Pt. 1) [Sleep]
István Kertész: London Symphony Orchestra, Dir Seele Des Weltalls, K 429 - Dir Danken Wir Die Freude [Wolfgang Amadeus Mozart]
Jon Hassell, Light On Water (Live) [Jon Hassel]
Jon Hassell, Blue Period [Jon Hassel]
Sleep, Jerusalem (Pt. 5) [Sleep]
Jon Hassell, Scintilla [Jon Hassel]
Sleep, Jerusalem (Pt. 6) [Sleep]
Karl B
öhm: Deutsche Oper Orchestra & Chorus, Le Nozze Di Figaro, K 492 - Act 1: Non Piu Andrai, Farfallone Amoroso [Wolfgang Amadeus Mozart]

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<![CDATA[Suggestioni nel tornare]]>

Tornare. Vi dico qualcosa sul tornare. È una cosa che fai senza pensarci: un incontro, un fatto, un evento che ti porta indietro con la memoria e poi di getto in avanti fino al presente, come una molla che più la spingi indietro più forte di ributta in avanti, un viaggio senza cinture di sicurezza.
Ieri sera sono andato in un posto che mi ha fatto tornare.
Molti anni fa, con la mia famiglia, andavamo spesso a trovare mastro Maurizio. Già da tempo Maurizio era diventato vecchio e se ne stava solo in quel angolo del mondo.
Sembrava che tutti lo avessero dimenticato così mio padre ci portava lì a fargli compagnia. Mio padre diceva che nel suo mestiere (falegname) Maurizio era stato un maestro insuperabile e nonostante la sua veneranda età gli dava ancora degli ottimi consigli. Sbagliando s'impara - gli ripeteva quando mio padre era il suo ragazzo di bottega - perché per lui era importante pensare facendo, provarci costruendo. Era il metodo del mastro e dell'apprendista dove il criterio, la misura stavano nel fare.
Il suo angolo di mondo era un vecchio monastero sopranominato l'Abbazia dei fantasmi. Maurizio raccontava a noi bambini che per sentirli bisognava inoltrarci nel chiostro nascondendosi dietro a dei grandi scudi di legno che ci aveva insegnato a costruire. Poi, ben mimetizzati, bisognava ascoltare in silenzio facendo sempre attenzione a non farci vedere o sentire. A noi piccoli nascosti dietro quei scudi artigianali sembrava di udire bisbigli e fruscii, fino a percepire il leggero tocco del batacchio sulla campana e lo sbattere delle finestre del chiostro. Realtà, semplice vento o suggestione? Boh, sta di fatto che al primo sbattere un po' più forte delle finestre scappavamo di corsa nella vecchia bottega di Maurizio, rifugio pieno di splendidi oggetti di legno: gatti, alberi, cavallini, spade .. un vero atelier d'arte.
In quel luogo, che da piccolo mi sembrava magico, ci sono tornato grazie ad un evento che ha raccontato la storia di un'altra bottega d'arte: la Factory di Andy Wharol e dei The Velvet Underground. E devo ringraziare il racconto Mario Nardo e Samantha Silvestri e la musica dei The Shiny Boots perché mi hanno vivere le atmosfere della New York di quegli anni: l'arte, le feste, la musica, ma anche i fantasmi che popolavano la mente di molti dei protagonisti di quei tempi. “The Velvet Underground & Nico” è stato probabilmente il primo album a mettere in musica le ombre degli angeli oscuri che s'allungavano sulle vite di molti abitanti delle grandi città. Grazie alla perizia dei musicisti sul palco (Ricky Bizzarro, Captain Mantell, Vittorio Demarin, Massimiliano Bredariol) quel suono dannato è stato restituito fedelmente e reso seducente dal fluire del narrare.
I suoni delle strade della grande metropoli hanno sempre affascinato un ragazzo di campagna come me, ma ieri quando dal palco risuonavano le note di “The Black Angel's Death Song” mi sono rivisto bambino, nascosto dietro quel scudo di legno, mentre ascoltavo attentamente i rumori e i suoni attraverso i quali i fantasmi di quell'abbazia sapevano raccontare i loro segreti.
Quando andavo lì era come entrare in una festa dove il mistero ballava.
Succedeva ieri, è successo ieri sera grazie ai “Racconti di Velluto” e succederà sicuramente durante “All Tomorrow's Parties” che si terranno in questo suggestivo luogo.

*grazie al Festival delle Abbazie per le suggestioni regalate

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<![CDATA[ReadBabyRead_448_Oscar_Wilde_7]]>

Oscar Fingal O'Flahertie Wills Wilde, nato e cresciuto a Dublino in un ambiente colto e spregiudicato, studiò a Oxford e visse prevalentemente tra Londra e Parigi. Il suo ingegno brillante, il suo spirito anarchico, i suoi successi letterari e le sue pose eccentriche lo imposero come una delle personalità dominanti nei circoli artistici sia inglesi che francesi. I saggi di Intenzioni (Intentions, 1891) esprimono la sua dottrina estetica, mentre le sue riflessioni politiche, ispirate a un anarchismo idealizzato, sono esposte ne L’anima dell’uomo sotto il socialismo (The soul of man under socialism, 1891). La sua opera è inseparabile dalla sua vita. Non solo predicò l’estetismo, ma volle vivere la propria vita come un’opera d’arte. Il tentativo di conciliare istanze di ribellione e mondanità si riflette nell’atteggiamento verso la società vittoriana, criticata ferocemente.


ReadBabyRead #448 del 25 luglio 2019


Oscar Wilde
Due racconti

Il fantasma di Canterville
Il delitto di Lord Arthur Savile


(7a parte)


per info su F. Ventimiglia e C. Tesser:

Lettura e altri crimini
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voce: Francesco Ventimiglia


"Era l’ultimo ricevimento di Lady Windermere prima di Pasqua e Bentinck House era ancora più affollata del solito. Sei ministri in carica erano arrivati da un’udienza alla Camera dei Comuni agghindati con nastri e decorazioni, tutte le belle dame sfoggiavano i loro vestiti più eleganti e all’estremità della pinacoteca la principessa Sophia di Carlsrühe, una robusta signora dall’aspetto tartaro, con minuscoli occhi neri e meravigliosi smeraldi, vociava in un pessimo francese e rideva smodatamente di ogni cosa che le si diceva. Era proprio un miscuglio straordinario di gente. Splendide nobildonne chiacchieravano affabilmente con impetuosi radicali, predicatori comuni sfioravano le code di rondine con quelle di eminenti scettici, un compatto stormo di vescovi seguiva di sala in sala una formosa primadonna, sulle scale c'erano diversi membri dell’Accademia Reale travestiti da artisti, e si diceva che a un certo punto il salone dei rinfreschi fosse letteralmente zeppo di geni. Si trattava, in effetti, di una delle migliori serate di Lady Windermere, e la principessa si trattenne fin quasi alle undici e mezzo."



Un esteta che odiava il capitale 


Ritratti

«Il socialismo, il comunismo, o comunque vogliate chiamarli, nel convertire la proprietà privata in pubblica ricchezza, e sostituendo la competizione con la cooperazione, restituiranno alla società la sua giusta condizione di organismo del tutto sano, e assicureranno il benessere materiale di ciascun membro della comunità». Sembrano parole di un militante d’altri tempi, e lo sono, ma non appartengono a un personaggio che siamo soliti definire «di sinistra». Proseguendo nella lettura, ci imbattiamo in considerazioni altre: «perché si arrivi a un’esistenza sviluppata al suo massimo grado di perfezione, c’è bisogno di qualcos’altro. C’è bisogno di individualismo». È questo, scopriamo, un individualismo nuovo, un ritorno a un umanesimo libero dalle catene del capitale, un individualismo socialista, se l’espressione non suonasse come un ossimoro o un paradosso. 

A profetizzare tutto ciò è proprio il padre dei paradossi: l’irlandese Oscar Fingal O’Flaherty Wills Wilde, che il 16 ottobre compirebbe il suo cento sessantunesimo compleanno. Il «vero individualismo» di cui parla Wilde nel suo saggio del 1891, dal titolo L’animo dell’uomo sotto il socialismo – saggio che oltre ad essere incluso in innumerevoli antologie, oggi trova spazio persino nella preziosa «enciclopedia» marxista online (www.marxist.org) – è appunto libero di quella proprietà privata colpevole di aver «impedito a una parte della comunità di essere individualista, affamandola, e a un’altra, dirigendola sulla cattiva strada». Che è poi la strada, mortifera per Wilde, dell’accumulo. Riflessioni affini a quelle di un altro intellettuale di cento anni dopo, questa volta sì un marxista, Terry Eagleton, il quale, parlando con la sua proverbiale schiettezza di una «ossessione per l’accumulo», collega la cultura del capitalismo a una sorta di patologia che allontana l’uomo dalla sua natura di essere relazionale e solidale. 

Non solo dandy 

La trita vulgata di tanta critica più attenta alla forma che alla sostanza, ci ha consegnato la figura di un Wilde raffinato esteta, lontano dalle bassezze della vita quotidiana e sempre tendente alla pura bellezza. Per fare della propria vita un’opera d’arte. Leggendone però l’opera nella sua interezza – dalle prime prove poetiche alle lettere sul sistema carcerario di cui era caduto vittima, dalle commedie brillanti dove sono i cinici ad affascinare per la loro intelligenza, alla Ballata dal carcere di Reading e al De Profundis – ci si accorge che il suo interesse per il miglioramento della condizione umana fosse tutt’altro che passeggero. 

D’altro canto, è in virtù di queste ambivalenze che Wilde non sembra passare mai di moda. Lo dimostra un fiorire incessante di studi, all’estero, e anche in Italia, dove i suoi scritti sono continuamente riproposti e anche ritradotti. Solo un anno fa usciva per il Saggiatore l’epistolario completo: una sua lettura anche affrettata non può non far risaltare l’afflato umanitario e l’attenzione verso le cause degli ultimi («per quanto spaventosi siano i risultati del sistema carcerario... tuttavia non c’è tra i suoi scopi quello di distruggere l’umana ragione...»). 

Viene pubblicata in questi giorni da Marsilio un’ottima edizione della sua prima commedia, scritta un anno dopo il saggio sul socialismo. È la commedia che lo portò al successo e lo proiettò, lui irlandese e figlio di una fervente patriota nazionalista, alla ribalta dei palcoscenici e dell’alta società inglese: Il ventaglio di Lady Windermere (a cura di Paolo Amalfitano, pp. 277, euro 18). Si situa sul solco del cosiddetto «teatro della restaurazione» che, dopo la caduta di Cromwell, vide sulle scene londinesi un ritorno del mondano, talvolta frivolo, ma sempre brillante – in reazione al precedente oscurantismo puritano arrivato nel 1642 alla chiusura dei teatri e alla messa al bando dell’intrattenimento. 

La commedia di Wilde gioca con sospetti di tradimento, segreti oscuri da non rivelare, amori impossibili, e reputazioni da salvare. Il tutto condito dalla efficace velocità di battute memorabili, e di una macchina teatrale dai tempi e dal ritmo assolutamente perfetti. Per i pubblici di allora e per quelli di oggi.
Sul palcoscenico, gli attori di Wilde sembrano muoversi con la leggerezza di folletti shakespeariani, ed è tramite questa levità che egli affronta rapporti sociali complessi: matrimoniali, extraconiugali, ma anche generazionali. Come il rapporto madre-figlio, ad esempio, nella complicità originaria del legame nascosto tra Lord Windermere e Mrs Erlynne, e in quello conseguente, di mutua segretezza, tra quest’ultima e Lady Windermere. 

A ben vedere, è la società inglese, per Wilde, a essere un palcoscenico, esattamente come per Shakespeare, che però ne ampliava i confini, nel suo Globe, per finire ad abbracciare il mondo. L’Inghilterra di Wilde è il paese visto da un quasi immigrato, da un esule, forse. All’arcinota vicinanza della madre, Lady Speranza, alla causa dell’indipendentismo irlandese ma anche al femminismo, si affianca, per completare il quadretto di una famiglia assolutamente «non inglese» e non conformista, l’impegno del padre, Sir William, nei confronti della preservazione del patrimonio culturale dell’Irlanda rurale. Era un patrimonio fatto di superstizioni e leggende, e minacciato dal velocissimo declino, nell’ottocento, della lingua in cui veniva articolato, l’irlandese appunto. 

Il retaggio familiare di Wilde, assieme al suo interessamento per le sorti dell’uomo rimasto in balìa di forze, come quelle del capitale o dell’impero, che ne minano l’autentico sviluppo, permette di leggere le sue commedie da angolazioni ironiche, distaccate, mai complici. E se nel saggio sul socialismo egli si schierava in difesa di una sorta di «umanesimo individuale» capace di comporre il reticolo sociale come una comunità di animi naturalmente solidali, così nelle commedie dipinge la propria posizione, quella dell’artista, in contrasto con i banali e disumanizzanti rapporti di potere, tipici di una certa società bene dell’Inghilterra. 

Dalle risate al dramma 

È una critica, la sua, che poteva soltanto provenire da un outsider. Il critico Declan Kiberd ricorda come, alla stregua dei filí (i poeti ereditari della tradizione celtica irlandese) Oscar Wilde «iniziò sin da subito a denunciare un’aristocrazia pusillanime non più interessata a difendere gli spazi dell’arte». 

Questo perché gli spazi dell’arte, anche attraverso la risata, possono e devono aprire una riflessione sull’umanità. Devono permetterci, dal fango, di guardare le stelle. 

In quest’ottica, il frivolo ventaglio della commedia – quasi non notato, all’inizio, dalla sua proprietaria, salvo poi rivelarsi la firma di un possibile atto di adulterio – diviene un vero e proprio specchio posto davanti agli occhi divertiti di un pubblico inglese, che ride alle sue commedie ma solo per farsi beffe della propria comunità. E c’è da immaginarsi che Wilde ridesse ancor di più, dietro le quinte o nei gentleman’s club che ospitavano le altre sue famose tirate teatrali. Perché, come s’è detto, per lo scrittore la vita era un palcoscenico: un palcoscenico da cui, e di cui ridere. 

A un certo punto, l’irlandese Oscar Wilde, non rise più, in quell’Inghilterra che con tanto ardore prima l’aveva elogiato e poi portato alla gogna. Le vicende dei processi per diffamazione e omosessualità sono note, come è nota la storia dei lavori forzati a cui fu condannato, e poi l’esilio, questa volta non più privilegiato. Un esilio vero, che tramutò Wilde improvvisamente in un reietto cittadino del mondo. 

Prima Napoli, poi Parigi, alla ricerca di una quadra. Ma i fasti di un tempo lasciarono gradualmente il campo all’indigenza e alla disperazione. I suoi ultimi giorni si persero freneticamente alla ricerca di un equilibrio oramai scomparso, tra conti che non tornavano più e un senso della vita smarrito. Abbandonò il palcoscenico dell’esistenza nella solitudine, il 16 novembre del 1900. E lo fece in uno squallido albergo parigino, alla fine di una commedia, la vita, che si era trasformata in tragedia.

di Enrico Terrinoni
da Il Manifesto, 16.10.2015



Le Musiche, scelte da Claudio Tesser

Valentina Lisitsa, Fantasie In C Minor K475 [Wolfgang Amadeus Mozart]
Burzum, Decrepitude II [Burzum]
Stadler Trio & Friends, KV 439B No. 2 Allegro [Wolfgang Amadeus Mozart]
Stadler Trio & Friends, KV 439b No. 4 Adagio [Wolfgang Amadeus Mozart]
Stadler Trio & Friends, KV 439B No. 2 Menuetto [Wolfgang Amadeus Mozart]
Stadler Trio & Friends, KV 346 Notturno [Wolfgang Amadeus Mozart]
Burzum, Darkness [Burzum]
Stadler Trio & Friends, KV 439b No. 4 Allegro [Wolfgang Amadeus Mozart]
Stadler Trio & Friends, KV 439b No. 4 Larghetto [Wolfgang Amadeus Mozart]
Stadler Trio & Friends, KV 411 Adagio In B Flat [Wolfgang Amadeus Mozart]
Burzum, Circumambulation of the transcendental pillar of singularity [Burzum]
Alfred Prinz und Karl B
öhm: Vienna Philharmonic Orchestra, Clarinet Concerto In A, K 622 - 2. Adagio [Wolfgang Amadeus Mozart]
Stadler Trio & Friends, KV 439B No. 2 Larghetto [Wolfgang Amadeus Mozart]
Stadler Trio & Friends, KV 437 Notturno [Wolfgang Amadeus Mozart]
Stadler Trio & Friends, KV 549 Notturno [Wolfgang Amadeus Mozart]
Karl B
öhm: Deutsche Oper Orchestra & Chorus, Le Nozze Di Figaro, K 492 - Act 1: Porgi, Amor [Wolfgang Amadeus Mozart]
Jon Hassell, Last Night The Moon Came [Jon Hassel]
István Kertész: London Symphony Orchestra, Lobegesang Auf Die Feierliche Johannisloge, K 148 [Wolfgang Amadeus Mozart]
Jon Hassell, Aurora [Jon Hassel]
Jon Hassell, Time And Place [Jon Hassel]
Jon Hassell, Clairvoyance [Jon Hassel]
Sleep, Jerusalem (Pt. 1) [Sleep]
István Kertész: London Symphony Orchestra, Dir Seele Des Weltalls, K 429 - Dir Danken Wir Die Freude [Wolfgang Amadeus Mozart]
Jon Hassell, Light On Water (Live) [Jon Hassel]
Jon Hassell, Blue Period [Jon Hassel]
Sleep, Jerusalem (Pt. 5) [Sleep]
Jon Hassell, Scintilla [Jon Hassel]
Sleep, Jerusalem (Pt. 6) [Sleep]
Karl B
öhm: Deutsche Oper Orchestra & Chorus, Le Nozze Di Figaro, K 492 - Act 1: Non Piu Andrai, Farfallone Amoroso [Wolfgang Amadeus Mozart]

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info@sherwood.it (Sherwood Network)
<![CDATA[Melanconia Trap]]>

Mikky va a scuola, fa i compiti, va ad allenamento, fa ripetizioni, va a chitarra…. Non si ferma mai. Prende fiato un momento, poi torna a sprofondare nel suo libro di testo. Nell’ultima ora ha riletto la stessa parte trecento volte, ma niente, non gli entra. Studia, senza sosta, ed appena si ferma lo sguardo cade nell’unico fedele compagno: il telefono. Lo consulta, poi guarda fuori e sospira. Nessun coetaneo è lì fuori, sono tutti come lui, dentro qualche percorso formattato da adulti o da applicazioni per smartphone. Prigionieri incolpevoli di un mondo produttore di ansia da prestazione e inquietudine, tra aspettative altissime e terrore del fallimento, tra valutazioni e giudizi continui. Le uniche illusorie libertà, gli unici modi di superare tutti i recinti imposti, stanno lì in quel dispositivo multimediale: nelle chat, nelle immagini, nei video, nelle musiche. Gli adulti che gli impongono questa vita non comprendono le sue vie di fuga: non appena cerca di condividere con i genitori le sue passioni viene sgridato e quasi deriso: “Ma che schifezze guardi? Ma cosa ascolti? Ma che roba è?”
Ora sono arrivate le vacanze e con loro la noia delle lunghe giornate afose che tolgono la voglia di uscire: per andare dove se fuori continua a non esserci niente se non l'aria irrespirabile?
Mikky s'accorge che adesso possiede del tempo libero  ma non sa che farne e se ne sta chiuso in camera nella penombra delle tende abbassate con le cuffiette nelle orecchie. Se ne sta lì fino a sera attendendo il ritorno dei genitori che sicuramente lo rimproverano perché non ha concluso niente, anche se cosa doveva fare non è dato a sapersi. Dopo cena esce a fare quattro passi nel buio per assaporare quell'illusione di refrigerio che l'oscurità porta con sè. Cammina a lungo in compagnia delle amate cuffiette piene di suoni e quando rientra, mentre si stende sul letto in attesa che il sonno lo trasporti ad un nuovo giorno che si ripeterà uguale al precedente, si ritrova a ripetere ossessivamente delle parole, in rima. Una litania accompagnata da un narcotico e depresso battito che viaggia nella sua mente al ritmo inquieto del palpito del cuore. Corre al computer e registra istantaneamente, con i pochi mezzi a disposizione, un pezzo di 90 secondi e lo aggiunge alla sua playlist su spotify. Nel giro di poche ore riceve decine di feedback e commenti che lo fanno sentire finalmente parte di una comunità di creature a lui simili. 

******************

Ora so di dire qualcosa di antipatico alla maggior parte dei miei coetanei e di tutti quelli che fanno parte della generazione cosiddetta “adulta”. So che spesso avete ragione di lamentarvi per certi comportamenti giovanili che mal si combinano con la vostra proiezione del mondo.
Ciononostante vi chiedo di non cadere nella TRAPpola di tutte le generazioni precedenti e di prestare attenzione a ciò che Mikky ascolta perché la musica sa essere, in certi casi, rivelatrice dei sentire più profondi.

Mikky soundtrack: Lil Godvz, nvrmore, ooooo, Islamiq Grrrls, Misogi, Sadvibe, Nøir x Faxmyex, Haski, N.O.N. , L3T0

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<![CDATA[ReadBabyRead_447_Oscar_Wilde_6]]>

Oscar Fingal O'Flahertie Wills Wilde, nato e cresciuto a Dublino in un ambiente colto e spregiudicato, studiò a Oxford e visse prevalentemente tra Londra e Parigi. Il suo ingegno brillante, il suo spirito anarchico, i suoi successi letterari e le sue pose eccentriche lo imposero come una delle personalità dominanti nei circoli artistici sia inglesi che francesi. I saggi di Intenzioni (Intentions, 1891) esprimono la sua dottrina estetica, mentre le sue riflessioni politiche, ispirate a un anarchismo idealizzato, sono esposte ne L’anima dell’uomo sotto il socialismo (The soul of man under socialism, 1891). La sua opera è inseparabile dalla sua vita. Non solo predicò l’estetismo, ma volle vivere la propria vita come un’opera d’arte. Il tentativo di conciliare istanze di ribellione e mondanità si riflette nell’atteggiamento verso la società vittoriana, criticata ferocemente.


ReadBabyRead #447 del 18 luglio 2019


Oscar Wilde
Due racconti

Il fantasma di Canterville
Il delitto di Lord Arthur Savile


(6a parte)


per info su F. Ventimiglia e C. Tesser:

Lettura e altri crimini
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voce: Francesco Ventimiglia


"Era l’ultimo ricevimento di Lady Windermere prima di Pasqua e Bentinck House era ancora più affollata del solito. Sei ministri in carica erano arrivati da un’udienza alla Camera dei Comuni agghindati con nastri e decorazioni, tutte le belle dame sfoggiavano i loro vestiti più eleganti e all’estremità della pinacoteca la principessa Sophia di Carlsrühe, una robusta signora dall’aspetto tartaro, con minuscoli occhi neri e meravigliosi smeraldi, vociava in un pessimo francese e rideva smodatamente di ogni cosa che le si diceva. Era proprio un miscuglio straordinario di gente. Splendide nobildonne chiacchieravano affabilmente con impetuosi radicali, predicatori comuni sfioravano le code di rondine con quelle di eminenti scettici, un compatto stormo di vescovi seguiva di sala in sala una formosa primadonna, sulle scale c'erano diversi membri dell’Accademia Reale travestiti da artisti, e si diceva che a un certo punto il salone dei rinfreschi fosse letteralmente zeppo di geni. Si trattava, in effetti, di una delle migliori serate di Lady Windermere, e la principessa si trattenne fin quasi alle undici e mezzo."



Un esteta che odiava il capitale 


Ritratti

«Il socialismo, il comunismo, o comunque vogliate chiamarli, nel convertire la proprietà privata in pubblica ricchezza, e sostituendo la competizione con la cooperazione, restituiranno alla società la sua giusta condizione di organismo del tutto sano, e assicureranno il benessere materiale di ciascun membro della comunità». Sembrano parole di un militante d’altri tempi, e lo sono, ma non appartengono a un personaggio che siamo soliti definire «di sinistra». Proseguendo nella lettura, ci imbattiamo in considerazioni altre: «perché si arrivi a un’esistenza sviluppata al suo massimo grado di perfezione, c’è bisogno di qualcos’altro. C’è bisogno di individualismo». È questo, scopriamo, un individualismo nuovo, un ritorno a un umanesimo libero dalle catene del capitale, un individualismo socialista, se l’espressione non suonasse come un ossimoro o un paradosso. 

A profetizzare tutto ciò è proprio il padre dei paradossi: l’irlandese Oscar Fingal O’Flaherty Wills Wilde, che il 16 ottobre compirebbe il suo cento sessantunesimo compleanno. Il «vero individualismo» di cui parla Wilde nel suo saggio del 1891, dal titolo L’animo dell’uomo sotto il socialismo – saggio che oltre ad essere incluso in innumerevoli antologie, oggi trova spazio persino nella preziosa «enciclopedia» marxista online (www.marxist.org) – è appunto libero di quella proprietà privata colpevole di aver «impedito a una parte della comunità di essere individualista, affamandola, e a un’altra, dirigendola sulla cattiva strada». Che è poi la strada, mortifera per Wilde, dell’accumulo. Riflessioni affini a quelle di un altro intellettuale di cento anni dopo, questa volta sì un marxista, Terry Eagleton, il quale, parlando con la sua proverbiale schiettezza di una «ossessione per l’accumulo», collega la cultura del capitalismo a una sorta di patologia che allontana l’uomo dalla sua natura di essere relazionale e solidale. 

Non solo dandy 

La trita vulgata di tanta critica più attenta alla forma che alla sostanza, ci ha consegnato la figura di un Wilde raffinato esteta, lontano dalle bassezze della vita quotidiana e sempre tendente alla pura bellezza. Per fare della propria vita un’opera d’arte. Leggendone però l’opera nella sua interezza – dalle prime prove poetiche alle lettere sul sistema carcerario di cui era caduto vittima, dalle commedie brillanti dove sono i cinici ad affascinare per la loro intelligenza, alla Ballata dal carcere di Reading e al De Profundis – ci si accorge che il suo interesse per il miglioramento della condizione umana fosse tutt’altro che passeggero. 

D’altro canto, è in virtù di queste ambivalenze che Wilde non sembra passare mai di moda. Lo dimostra un fiorire incessante di studi, all’estero, e anche in Italia, dove i suoi scritti sono continuamente riproposti e anche ritradotti. Solo un anno fa usciva per il Saggiatore l’epistolario completo: una sua lettura anche affrettata non può non far risaltare l’afflato umanitario e l’attenzione verso le cause degli ultimi («per quanto spaventosi siano i risultati del sistema carcerario... tuttavia non c’è tra i suoi scopi quello di distruggere l’umana ragione...»). 

Viene pubblicata in questi giorni da Marsilio un’ottima edizione della sua prima commedia, scritta un anno dopo il saggio sul socialismo. È la commedia che lo portò al successo e lo proiettò, lui irlandese e figlio di una fervente patriota nazionalista, alla ribalta dei palcoscenici e dell’alta società inglese: Il ventaglio di Lady Windermere (a cura di Paolo Amalfitano, pp. 277, euro 18). Si situa sul solco del cosiddetto «teatro della restaurazione» che, dopo la caduta di Cromwell, vide sulle scene londinesi un ritorno del mondano, talvolta frivolo, ma sempre brillante – in reazione al precedente oscurantismo puritano arrivato nel 1642 alla chiusura dei teatri e alla messa al bando dell’intrattenimento. 

La commedia di Wilde gioca con sospetti di tradimento, segreti oscuri da non rivelare, amori impossibili, e reputazioni da salvare. Il tutto condito dalla efficace velocità di battute memorabili, e di una macchina teatrale dai tempi e dal ritmo assolutamente perfetti. Per i pubblici di allora e per quelli di oggi.
Sul palcoscenico, gli attori di Wilde sembrano muoversi con la leggerezza di folletti shakespeariani, ed è tramite questa levità che egli affronta rapporti sociali complessi: matrimoniali, extraconiugali, ma anche generazionali. Come il rapporto madre-figlio, ad esempio, nella complicità originaria del legame nascosto tra Lord Windermere e Mrs Erlynne, e in quello conseguente, di mutua segretezza, tra quest’ultima e Lady Windermere. 

A ben vedere, è la società inglese, per Wilde, a essere un palcoscenico, esattamente come per Shakespeare, che però ne ampliava i confini, nel suo Globe, per finire ad abbracciare il mondo. L’Inghilterra di Wilde è il paese visto da un quasi immigrato, da un esule, forse. All’arcinota vicinanza della madre, Lady Speranza, alla causa dell’indipendentismo irlandese ma anche al femminismo, si affianca, per completare il quadretto di una famiglia assolutamente «non inglese» e non conformista, l’impegno del padre, Sir William, nei confronti della preservazione del patrimonio culturale dell’Irlanda rurale. Era un patrimonio fatto di superstizioni e leggende, e minacciato dal velocissimo declino, nell’ottocento, della lingua in cui veniva articolato, l’irlandese appunto. 

Il retaggio familiare di Wilde, assieme al suo interessamento per le sorti dell’uomo rimasto in balìa di forze, come quelle del capitale o dell’impero, che ne minano l’autentico sviluppo, permette di leggere le sue commedie da angolazioni ironiche, distaccate, mai complici. E se nel saggio sul socialismo egli si schierava in difesa di una sorta di «umanesimo individuale» capace di comporre il reticolo sociale come una comunità di animi naturalmente solidali, così nelle commedie dipinge la propria posizione, quella dell’artista, in contrasto con i banali e disumanizzanti rapporti di potere, tipici di una certa società bene dell’Inghilterra. 

Dalle risate al dramma 

È una critica, la sua, che poteva soltanto provenire da un outsider. Il critico Declan Kiberd ricorda come, alla stregua dei filí (i poeti ereditari della tradizione celtica irlandese) Oscar Wilde «iniziò sin da subito a denunciare un’aristocrazia pusillanime non più interessata a difendere gli spazi dell’arte». 

Questo perché gli spazi dell’arte, anche attraverso la risata, possono e devono aprire una riflessione sull’umanità. Devono permetterci, dal fango, di guardare le stelle. 

In quest’ottica, il frivolo ventaglio della commedia – quasi non notato, all’inizio, dalla sua proprietaria, salvo poi rivelarsi la firma di un possibile atto di adulterio – diviene un vero e proprio specchio posto davanti agli occhi divertiti di un pubblico inglese, che ride alle sue commedie ma solo per farsi beffe della propria comunità. E c’è da immaginarsi che Wilde ridesse ancor di più, dietro le quinte o nei gentleman’s club che ospitavano le altre sue famose tirate teatrali. Perché, come s’è detto, per lo scrittore la vita era un palcoscenico: un palcoscenico da cui, e di cui ridere. 

A un certo punto, l’irlandese Oscar Wilde, non rise più, in quell’Inghilterra che con tanto ardore prima l’aveva elogiato e poi portato alla gogna. Le vicende dei processi per diffamazione e omosessualità sono note, come è nota la storia dei lavori forzati a cui fu condannato, e poi l’esilio, questa volta non più privilegiato. Un esilio vero, che tramutò Wilde improvvisamente in un reietto cittadino del mondo. 

Prima Napoli, poi Parigi, alla ricerca di una quadra. Ma i fasti di un tempo lasciarono gradualmente il campo all’indigenza e alla disperazione. I suoi ultimi giorni si persero freneticamente alla ricerca di un equilibrio oramai scomparso, tra conti che non tornavano più e un senso della vita smarrito. Abbandonò il palcoscenico dell’esistenza nella solitudine, il 16 novembre del 1900. E lo fece in uno squallido albergo parigino, alla fine di una commedia, la vita, che si era trasformata in tragedia.

di Enrico Terrinoni
da Il Manifesto, 16.10.2015



Le Musiche, scelte da Claudio Tesser

Valentina Lisitsa, Fantasie In C Minor K475 [Wolfgang Amadeus Mozart]
Burzum, Decrepitude II [Burzum]
Stadler Trio & Friends, KV 439B No. 2 Allegro [Wolfgang Amadeus Mozart]
Stadler Trio & Friends, KV 439b No. 4 Adagio [Wolfgang Amadeus Mozart]
Stadler Trio & Friends, KV 439B No. 2 Menuetto [Wolfgang Amadeus Mozart]
Stadler Trio & Friends, KV 346 Notturno [Wolfgang Amadeus Mozart]
Burzum, Darkness [Burzum]
Stadler Trio & Friends, KV 439b No. 4 Allegro [Wolfgang Amadeus Mozart]
Stadler Trio & Friends, KV 439b No. 4 Larghetto [Wolfgang Amadeus Mozart]
Stadler Trio & Friends, KV 411 Adagio In B Flat [Wolfgang Amadeus Mozart]
Burzum, Circumambulation of the transcendental pillar of singularity [Burzum]
Alfred Prinz und Karl B
öhm: Vienna Philharmonic Orchestra, Clarinet Concerto In A, K 622 - 2. Adagio [Wolfgang Amadeus Mozart]
Stadler Trio & Friends, KV 439B No. 2 Larghetto [Wolfgang Amadeus Mozart]
Stadler Trio & Friends, KV 437 Notturno [Wolfgang Amadeus Mozart]
Stadler Trio & Friends, KV 549 Notturno [Wolfgang Amadeus Mozart]
Karl B
öhm: Deutsche Oper Orchestra & Chorus, Le Nozze Di Figaro, K 492 - Act 1: Porgi, Amor [Wolfgang Amadeus Mozart]
Jon Hassell, Last Night The Moon Came [Jon Hassel]
István Kertész: London Symphony Orchestra, Lobegesang Auf Die Feierliche Johannisloge, K 148 [Wolfgang Amadeus Mozart]
Jon Hassell, Aurora [Jon Hassel]
Jon Hassell, Time And Place [Jon Hassel]
Jon Hassell, Clairvoyance [Jon Hassel]
Sleep, Jerusalem (Pt. 1) [Sleep]
István Kertész: London Symphony Orchestra, Dir Seele Des Weltalls, K 429 - Dir Danken Wir Die Freude [Wolfgang Amadeus Mozart]
Jon Hassell, Light On Water (Live) [Jon Hassel]
Jon Hassell, Blue Period [Jon Hassel]
Sleep, Jerusalem (Pt. 5) [Sleep]
Jon Hassell, Scintilla [Jon Hassel]
Sleep, Jerusalem (Pt. 6) [Sleep]
Karl B
öhm: Deutsche Oper Orchestra & Chorus, Le Nozze Di Figaro, K 492 - Act 1: Non Piu Andrai, Farfallone Amoroso [Wolfgang Amadeus Mozart]

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info@sherwood.it (Sherwood Network)
<![CDATA[L’immaginazione contro la dolciastra perfezione]]>

“The sweetest injestion of any kind” cantavamo rapiti un tempo. Eravamo persi nella palpabile densitá di un fumo lilla, rosso cupo, nero, che ci annebbiava i sensi e la vista. Naviganti in un mare in tempesta che solo noi potevamo scatenare, era lì che cercavamo il nostro piacere, nel (finto) dolore che infiammava la nostra immaginazione. Le tempeste ancora non si sono quietate, a distanza di anni continuano a urlare mentre noi alziamo il volume per meglio sentirle ma non è solo il suono ció che raggiunge la nostra anima, quella frase si è trasformata nello specchio del reale. L’immaginazione arranca e si diluisce fino a svanire, davanti a noi un inferno di anime che ingoiano ad occhi chiusi e cervello spento ció che qualcuno vende loro come dolcissima perfezione.
Continuiamo a dar fuoco all’immaginazione, noi che ancora riusciamo, accendiamo miccie ovunque. Combattiamo questa nuova dolciastra perfezione!

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info@sherwood.it (Sherwood Network)
<![CDATA[ReadBabyRead_445_Camilleri_bis_2]]>

ReadbabyRead intende rendere omaggio al maestro Andrea Camilleri, riproponendo la lettura del bellissimo racconto "Il Giudice Surra", tratto dalla dalla raccolta "Giudici" (Einaudi, 2011), espressamente scritto per l'occasione. Da RBR #92 del 27 settembre 2012. Il secondo dei due racconti di Oscar Wilde proseguirà dopo questa replica.


ReadBabyRead #445 del 4 luglio 2019


Andrea Camilleri
Il giudice Surra

(2a parte)


per info su F. Ventimiglia e C. Tesser:

Lettura e altri crimini
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voce: Francesco Ventimiglia


"Il giudice Efisio Surra arrivò direttamente da Torino a Montelusa quindici giorni dopo che il primo prefetto dell’Italia unita, il fiorentino Falconcini, aveva preso possesso della carica. Prima che il giudice si presentasse in città di persona, su di lui si vennero a sapere alcune cose. Come? Per quali vie? Forse qualcuno tra i collaboratori che Falconcini si era portato appesso lo conosceva e ne aveva parlato. Per esempio si seppe che pur avendo nome e cognome da sardo, proprio sardo non era in quanto che il suo bisnonno paterno, che era di Iglesias, quando i piemontesi avevano barattato la Sicilia con la Sardegna, si era trasferito a Torino e da lì, avendo messo su famiglia con una torinese, non si era più mosso. Si seppe anche che aveva cinquant’anni, che era un poco al di sotto della statura media, che vestiva sempre con proprietà, che era sposato e padre di un figlio avvocato, ma che a Montelusa sarebbe venuto da solo, almeno in un primo tempo, che come uomo era solitario e di scarsa parola. Come giudice però se ne sapeva poco, avendo sempre fatto parte degli uffici ministeriali e non avendo praticato tribunali. Veniva con un compito certo non facile, rifare di sana pianta il tribunale, che non esisteva più."



“Giudici”

di Francesco Forestiero

Come si intuisce dal titolo del libro (Einaudi, 2011), i protagonisti delle tre storie sono tre giudici. Tre figure raccontate umanamente e professionalmente lungo una cronologia che passa dal racconto post unitario di Camilleri, attraversa la fase degli anni di piombo in cui è ambientato il racconto di Lucarelli per arrivare fino ai nostri giorni con De Cataldo.

Il primo racconto è "Il giudice Surra" di Andrea Camilleri. Lo scrittore siciliano narra di un inflessibile uomo di legge, di una persona mite che, senza saperlo, diventa un eroe per tutti gli abitanti di Montelusa, il piccolo paese siciliano in cui è ambientato il racconto. La storia si svolge in un periodo molto particolare: quello appena successivo all’unità d’Italia. Il giudice Surra, trasferitosi da Torino e ancora poco conoscitore del posto, entra in conflitto con un’organizzazione locale anomala: una strana associazione che si fa chiamare “Fratellanza”. Un gruppo di persone che presto verrà etichettato come “Maffia”. Inconsapevole del gioco sporco e della spietatezza di certa gente, Surra si troverà a fronteggiare un pericolo dopo l’altro e a combattere, inconsapevolmente, lo strapotere dei piccoli boss locali. 

Il giudice Surra, seguendo i suoi meticolosi principi e sorprendendo i suoi stessi collaboratori, non solo riesce a scampare ai macabri avvertimenti e agli agguati del preoccupatissimo don Nené ma, ignorando spontaneamente l'esistenza dell'organizzazione mafiosa, al tempo già ben definita e perfettamente strutturata, è capace di far trionfare la giustizia trasformandosi in una sorta di eroe involontario. Camilleri, come spesso accade, infarcisce la sua narrazione con battute in siciliano e colora la storia con quell'ironia amara che da sempre caratterizza la sua scrittura.

Scritto in maniera impeccabile, Il giudice Surra è un racconto che ricorda i romanzi gialli del commissario Montalbano. Lo stile è lo stesso: periodi concisi ed essenziali, descrizioni veloci e scarne, dialoghi brevi e stringati alternati da parole in dialetto siculo. Camilleri, ancora una volta, si conferma un maestro nel tratteggiare le bellezze della sua terra. E lo fa con sagacia ed ironia, strizzando l’occhio al lettore. In più d’una occasione, riesce a strappare un sorriso a chi legge; a volte per le traversie del protagonista narrate con disinvoltura, altre volte per i termini adoperati, scelti saggiamente con acume e sagacia. È un racconto geniale, surreale, che lascia l'amaro in bocca.


Nota al racconto "Il giudice Surra"

Riporto qui un passo della relazione di don Pietro Ulloa che sicuramente, se l’avesse letto, assai avrebbe interessato il giudice Surra.
«Non vi è impiegato in Sicilia che non si sia prostrato al cenno di un prepotente e che non abbia pensato di trarre profitto dal suo ufficio. Questa generale corruzione ha fatto ricorrere il popolo a rimedi oltremodo strani e pericolosi. Vi ha in molti paesi delle Fratellanze, senza riunione, senz’altro legame che quello della dipendenza da un capo, che qui è un possidente, là un arciprete. Una cassa comune sovviene ai bisogni, ora di far esonerare un funzionario, ora di conquistarlo, ora di proteggere un funzionario, ora d’incolpare un innocente...»
Dunque il giudice Surra ignorò l’esistenza della Fratellanza, che già ai suoi tempi si chiamava maffia e che poi, strada facendo, perdette una effe.
La domanda è: se ne fosse stato al corrente, il suo atteggiamento sarebbe stato diverso?
Sinceramente, crediamo di no.
Crediamo anzi che il giudice, nel suo intimo, ne volle ignorare l’esistenza. Agì come se non ci fosse e, così facendo, inconsapevolmente l’annullò.

Andrea Camilleri 



Le Musiche, scelte da Claudio Tesser

Quartetto italianoQuartetti per archi [Wolfgang Amadeus Mozart]
The Rolling StonesShake Your Hips [James Moore aka Slim Harpo]

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info@sherwood.it (Sherwood Network)
<![CDATA[ReadBabyRead_444_Camilleri_bis_1]]>

ReadbabyRead intende rendere omaggio al maestro Andrea Camilleri, riproponendo la lettura del bellissimo racconto "Il Giudice Surra", tratto dalla dalla raccolta "Giudici" (Einaudi, 2011), espressamente scritto per l'occasione. Da RBR #91 del 20 settembre 2012. Il secondo dei due racconti di Oscar Wilde proseguirà dopo questa replica.


ReadBabyRead #444 del 27 giugno 2019


Andrea Camilleri
Il giudice Surra

(1a parte)


per info su F. Ventimiglia e C. Tesser:

Lettura e altri crimini
iTunes podcast


voce: Francesco Ventimiglia


"Il giudice Efisio Surra arrivò direttamente da Torino a Montelusa quindici giorni dopo che il primo prefetto dell’Italia unita, il fiorentino Falconcini, aveva preso possesso della carica. Prima che il giudice si presentasse in città di persona, su di lui si vennero a sapere alcune cose. Come? Per quali vie? Forse qualcuno tra i collaboratori che Falconcini si era portato appesso lo conosceva e ne aveva parlato. Per esempio si seppe che pur avendo nome e cognome da sardo, proprio sardo non era in quanto che il suo bisnonno paterno, che era di Iglesias, quando i piemontesi avevano barattato la Sicilia con la Sardegna, si era trasferito a Torino e da lì, avendo messo su famiglia con una torinese, non si era più mosso. Si seppe anche che aveva cinquant’anni, che era un poco al di sotto della statura media, che vestiva sempre con proprietà, che era sposato e padre di un figlio avvocato, ma che a Montelusa sarebbe venuto da solo, almeno in un primo tempo, che come uomo era solitario e di scarsa parola. Come giudice però se ne sapeva poco, avendo sempre fatto parte degli uffici ministeriali e non avendo praticato tribunali. Veniva con un compito certo non facile, rifare di sana pianta il tribunale, che non esisteva più."



“Giudici”

di Francesco Forestiero

Come si intuisce dal titolo del libro (Einaudi, 2011), i protagonisti delle tre storie sono tre giudici. Tre figure raccontate umanamente e professionalmente lungo una cronologia che passa dal racconto post unitario di Camilleri, attraversa la fase degli anni di piombo in cui è ambientato il racconto di Lucarelli per arrivare fino ai nostri giorni con De Cataldo.

Il primo racconto è "Il giudice Surra" di Andrea Camilleri. Lo scrittore siciliano narra di un inflessibile uomo di legge, di una persona mite che, senza saperlo, diventa un eroe per tutti gli abitanti di Montelusa, il piccolo paese siciliano in cui è ambientato il racconto. La storia si svolge in un periodo molto particolare: quello appena successivo all’unità d’Italia. Il giudice Surra, trasferitosi da Torino e ancora poco conoscitore del posto, entra in conflitto con un’organizzazione locale anomala: una strana associazione che si fa chiamare “Fratellanza”. Un gruppo di persone che presto verrà etichettato come “Maffia”. Inconsapevole del gioco sporco e della spietatezza di certa gente, Surra si troverà a fronteggiare un pericolo dopo l’altro e a combattere, inconsapevolmente, lo strapotere dei piccoli boss locali. 

Il giudice Surra, seguendo i suoi meticolosi principi e sorprendendo i suoi stessi collaboratori, non solo riesce a scampare ai macabri avvertimenti e agli agguati del preoccupatissimo don Nené ma, ignorando spontaneamente l'esistenza dell'organizzazione mafiosa, al tempo già ben definita e perfettamente strutturata, è capace di far trionfare la giustizia trasformandosi in una sorta di eroe involontario. Camilleri, come spesso accade, infarcisce la sua narrazione con battute in siciliano e colora la storia con quell'ironia amara che da sempre caratterizza la sua scrittura.

Scritto in maniera impeccabile, Il giudice Surra è un racconto che ricorda i romanzi gialli del commissario Montalbano. Lo stile è lo stesso: periodi concisi ed essenziali, descrizioni veloci e scarne, dialoghi brevi e stringati alternati da parole in dialetto siculo. Camilleri, ancora una volta, si conferma un maestro nel tratteggiare le bellezze della sua terra. E lo fa con sagacia ed ironia, strizzando l’occhio al lettore. In più d’una occasione, riesce a strappare un sorriso a chi legge; a volte per le traversie del protagonista narrate con disinvoltura, altre volte per i termini adoperati, scelti saggiamente con acume e sagacia. È un racconto geniale, surreale, che lascia l'amaro in bocca.

Nota al racconto "Il giudice Surra"

Riporto qui un passo della relazione di don Pietro Ulloa che sicuramente, se l’avesse letto, assai avrebbe interessato il giudice Surra.
«Non vi è impiegato in Sicilia che non si sia prostrato al cenno di un prepotente e che non abbia pensato di trarre profitto dal suo ufficio. Questa generale corruzione ha fatto ricorrere il popolo a rimedi oltremodo strani e pericolosi. Vi ha in molti paesi delle Fratellanze, senza riunione, senz’altro legame che quello della dipendenza da un capo, che qui è un possidente, là un arciprete. Una cassa comune sovviene ai bisogni, ora di far esonerare un funzionario, ora di conquistarlo, ora di proteggere un funzionario, ora d’incolpare un innocente...»
Dunque il giudice Surra ignorò l’esistenza della Fratellanza, che già ai suoi tempi si chiamava maffia e che poi, strada facendo, perdette una effe.
La domanda è: se ne fosse stato al corrente, il suo atteggiamento sarebbe stato diverso?
Sinceramente, crediamo di no.
Crediamo anzi che il giudice, nel suo intimo, ne volle ignorare l’esistenza. Agì come se non ci fosse e, così facendo, inconsapevolmente l’annullò.

Andrea Camilleri 



Le Musiche, scelte da Claudio Tesser

Quartetto italianoQuartetti per archi [Wolfgang Amadeus Mozart]
The Rolling StonesShake Your Hips [James Moore aka Slim Harpo]

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ReadbabyRead intende rendere omaggio al maestro Andrea Camilleri, riproponendo la lettura del bellissimo racconto "Il Giudice Surra", tratto dalla dalla raccolta "Giudici" (Einaudi, 2011), espressamente scritto per l'occasione. Da RBR #93 del 4 ottobre 2012. Il secondo dei due racconti di Oscar Wilde proseguirà dopo questa replica.


ReadBabyRead #446 dell’11 luglio 2019


Andrea Camilleri
Il giudice Surra

(3a e ultima parte)


per info su F. Ventimiglia e C. Tesser:

Lettura e altri crimini
iTunes podcast


voce: Francesco Ventimiglia


"Il giudice Efisio Surra arrivò direttamente da Torino a Montelusa quindici giorni dopo che il primo prefetto dell’Italia unita, il fiorentino Falconcini, aveva preso possesso della carica. Prima che il giudice si presentasse in città di persona, su di lui si vennero a sapere alcune cose. Come? Per quali vie? Forse qualcuno tra i collaboratori che Falconcini si era portato appesso lo conosceva e ne aveva parlato. Per esempio si seppe che pur avendo nome e cognome da sardo, proprio sardo non era in quanto che il suo bisnonno paterno, che era di Iglesias, quando i piemontesi avevano barattato la Sicilia con la Sardegna, si era trasferito a Torino e da lì, avendo messo su famiglia con una torinese, non si era più mosso. Si seppe anche che aveva cinquant’anni, che era un poco al di sotto della statura media, che vestiva sempre con proprietà, che era sposato e padre di un figlio avvocato, ma che a Montelusa sarebbe venuto da solo, almeno in un primo tempo, che come uomo era solitario e di scarsa parola. Come giudice però se ne sapeva poco, avendo sempre fatto parte degli uffici ministeriali e non avendo praticato tribunali. Veniva con un compito certo non facile, rifare di sana pianta il tribunale, che non esisteva più."



“Giudici”

di Francesco Forestiero

Come si intuisce dal titolo del libro (Einaudi, 2011), i protagonisti delle tre storie sono tre giudici. Tre figure raccontate umanamente e professionalmente lungo una cronologia che passa dal racconto post unitario di Camilleri, attraversa la fase degli anni di piombo in cui è ambientato il racconto di Lucarelli per arrivare fino ai nostri giorni con De Cataldo.

Il primo racconto è "Il giudice Surra" di Andrea Camilleri. Lo scrittore siciliano narra di un inflessibile uomo di legge, di una persona mite che, senza saperlo, diventa un eroe per tutti gli abitanti di Montelusa, il piccolo paese siciliano in cui è ambientato il racconto. La storia si svolge in un periodo molto particolare: quello appena successivo all’unità d’Italia. Il giudice Surra, trasferitosi da Torino e ancora poco conoscitore del posto, entra in conflitto con un’organizzazione locale anomala: una strana associazione che si fa chiamare “Fratellanza”. Un gruppo di persone che presto verrà etichettato come “Maffia”. Inconsapevole del gioco sporco e della spietatezza di certa gente, Surra si troverà a fronteggiare un pericolo dopo l’altro e a combattere, inconsapevolmente, lo strapotere dei piccoli boss locali. 

Il giudice Surra, seguendo i suoi meticolosi principi e sorprendendo i suoi stessi collaboratori, non solo riesce a scampare ai macabri avvertimenti e agli agguati del preoccupatissimo don Nené ma, ignorando spontaneamente l'esistenza dell'organizzazione mafiosa, al tempo già ben definita e perfettamente strutturata, è capace di far trionfare la giustizia trasformandosi in una sorta di eroe involontario. Camilleri, come spesso accade, infarcisce la sua narrazione con battute in siciliano e colora la storia con quell'ironia amara che da sempre caratterizza la sua scrittura.

Scritto in maniera impeccabile, Il giudice Surra è un racconto che ricorda i romanzi gialli del commissario Montalbano. Lo stile è lo stesso: periodi concisi ed essenziali, descrizioni veloci e scarne, dialoghi brevi e stringati alternati da parole in dialetto siculo. Camilleri, ancora una volta, si conferma un maestro nel tratteggiare le bellezze della sua terra. E lo fa con sagacia ed ironia, strizzando l’occhio al lettore. In più d’una occasione, riesce a strappare un sorriso a chi legge; a volte per le traversie del protagonista narrate con disinvoltura, altre volte per i termini adoperati, scelti saggiamente con acume e sagacia. È un racconto geniale, surreale, che lascia l'amaro in bocca.


Nota al racconto "Il giudice Surra"

Riporto qui un passo della relazione di don Pietro Ulloa che sicuramente, se l’avesse letto, assai avrebbe interessato il giudice Surra.
«Non vi è impiegato in Sicilia che non si sia prostrato al cenno di un prepotente e che non abbia pensato di trarre profitto dal suo ufficio. Questa generale corruzione ha fatto ricorrere il popolo a rimedi oltremodo strani e pericolosi. Vi ha in molti paesi delle Fratellanze, senza riunione, senz’altro legame che quello della dipendenza da un capo, che qui è un possidente, là un arciprete. Una cassa comune sovviene ai bisogni, ora di far esonerare un funzionario, ora di conquistarlo, ora di proteggere un funzionario, ora d’incolpare un innocente...»
Dunque il giudice Surra ignorò l’esistenza della Fratellanza, che già ai suoi tempi si chiamava maffia e che poi, strada facendo, perdette una effe.
La domanda è: se ne fosse stato al corrente, il suo atteggiamento sarebbe stato diverso?
Sinceramente, crediamo di no.
Crediamo anzi che il giudice, nel suo intimo, ne volle ignorare l’esistenza. Agì come se non ci fosse e, così facendo, inconsapevolmente l’annullò.

Andrea Camilleri 



Le Musiche, scelte da Claudio Tesser

Quartetto italianoQuartetti per archi [Wolfgang Amadeus Mozart]
The Rolling StonesShake Your Hips [James Moore aka Slim Harpo]

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info@sherwood.it (Sherwood Network)
<![CDATA[ReadBabyRead_443_Oscar_Wilde_5]]>

Oscar Fingal O'Flahertie Wills Wilde, nato e cresciuto a Dublino in un ambiente colto e spregiudicato, studiò a Oxford e visse prevalentemente tra Londra e Parigi. Il suo ingegno brillante, il suo spirito anarchico, i suoi successi letterari e le sue pose eccentriche lo imposero come una delle personalità dominanti nei circoli artistici sia inglesi che francesi. I saggi di Intenzioni (Intentions, 1891) esprimono la sua dottrina estetica, mentre le sue riflessioni politiche, ispirate a un anarchismo idealizzato, sono esposte ne L’anima dell’uomo sotto il socialismo (The soul of man under socialism, 1891). La sua opera è inseparabile dalla sua vita. Non solo predicò l’estetismo, ma volle vivere la propria vita come un’opera d’arte. Il tentativo di conciliare istanze di ribellione e mondanità si riflette nell’atteggiamento verso la società vittoriana, criticata ferocemente.

ReadBabyRead #443 del 20 giugno 2019


Oscar Wilde
Due racconti

Il fantasma di Canterville

Il delitto di Lord Arthur Savile

(5a parte)


per info su F. Ventimiglia e C. Tesser:

Lettura e altri crimini
iTunes podcast


voce: Francesco Ventimiglia


"Quando il signor Hiram B. Otis, ministro americano, acquistò Canterville Chase, tutti gli dissero che era una follia, poiché era risaputo che il posto era infestato dagli spiriti. Di fatto, lo stesso Lord Canterville, scrupolosissimo uomo d'onore, si sentì in dovere di accennare al fatto al signor Otis quando si trovarono per discutere delle condizioni di vendita.
«Noi stessi non ci abbiamo più voluto abitare," disse Lord Canterville, “da quando la mia prozia, l’anziana vedova del duca di Bolton, ha avuto un attacco di nervi dal quale non si è mai riavuta del tutto, avendo sentito due mani scheletriche sulle spalle mentre si stava vestendo per il pranzo. E devo dirle anche, signor Otis, che il fantasma è stato visto da diversi membri viventi della mia famiglia così come dal rettore della parrocchia, il reverendo Augustus Dampier, docente al King’s College di Cambridge. Dopo l’increscioso incidente occorso alla duchessa, nessuno dei domestici più giovani ha voluto restare con noi e spesso Lady Canterville non riusciva a dormire di notte per via di certi strani rumori provenienti dal corridoio e dalla biblioteca.»"



Un esteta che odiava il capitale
 

Ritratti

«Il socialismo, il comunismo, o comunque vogliate chiamarli, nel convertire la proprietà privata in pubblica ricchezza, e sostituendo la competizione con la cooperazione, restituiranno alla società la sua giusta condizione di organismo del tutto sano, e assicureranno il benessere materiale di ciascun membro della comunità». Sembrano parole di un militante d’altri tempi, e lo sono, ma non appartengono a un personaggio che siamo soliti definire «di sinistra». Proseguendo nella lettura, ci imbattiamo in considerazioni altre: «perché si arrivi a un’esistenza sviluppata al suo massimo grado di perfezione, c’è bisogno di qualcos’altro. C’è bisogno di individualismo». È questo, scopriamo, un individualismo nuovo, un ritorno a un umanesimo libero dalle catene del capitale, un individualismo socialista, se l’espressione non suonasse come un ossimoro o un paradosso. 

A profetizzare tutto ciò è proprio il padre dei paradossi: l’irlandese Oscar Fingal O’Flaherty Wills Wilde, che il 16 ottobre compirebbe il suo cento sessantunesimo compleanno. Il «vero individualismo» di cui parla Wilde nel suo saggio del 1891, dal titolo L’animo dell’uomo sotto il socialismo – saggio che oltre ad essere incluso in innumerevoli antologie, oggi trova spazio persino nella preziosa «enciclopedia» marxista online (www.marxist.org) – è appunto libero di quella proprietà privata colpevole di aver «impedito a una parte della comunità di essere individualista, affamandola, e a un’altra, dirigendola sulla cattiva strada». Che è poi la strada, mortifera per Wilde, dell’accumulo. Riflessioni affini a quelle di un altro intellettuale di cento anni dopo, questa volta sì un marxista, Terry Eagleton, il quale, parlando con la sua proverbiale schiettezza di una «ossessione per l’accumulo», collega la cultura del capitalismo a una sorta di patologia che allontana l’uomo dalla sua natura di essere relazionale e solidale. 

Non solo dandy 

La trita vulgata di tanta critica più attenta alla forma che alla sostanza, ci ha consegnato la figura di un Wilde raffinato esteta, lontano dalle bassezze della vita quotidiana e sempre tendente alla pura bellezza. Per fare della propria vita un’opera d’arte. Leggendone però l’opera nella sua interezza – dalle prime prove poetiche alle lettere sul sistema carcerario di cui era caduto vittima, dalle commedie brillanti dove sono i cinici ad affascinare per la loro intelligenza, alla Ballata dal carcere di Reading e al De Profundis – ci si accorge che il suo interesse per il miglioramento della condizione umana fosse tutt’altro che passeggero. 

D’altro canto, è in virtù di queste ambivalenze che Wilde non sembra passare mai di moda. Lo dimostra un fiorire incessante di studi, all’estero, e anche in Italia, dove i suoi scritti sono continuamente riproposti e anche ritradotti. Solo un anno fa usciva per il Saggiatore l’epistolario completo: una sua lettura anche affrettata non può non far risaltare l’afflato umanitario e l’attenzione verso le cause degli ultimi («per quanto spaventosi siano i risultati del sistema carcerario... tuttavia non c’è tra i suoi scopi quello di distruggere l’umana ragione...»). 

Viene pubblicata in questi giorni da Marsilio un’ottima edizione della sua prima commedia, scritta un anno dopo il saggio sul socialismo. È la commedia che lo portò al successo e lo proiettò, lui irlandese e figlio di una fervente patriota nazionalista, alla ribalta dei palcoscenici e dell’alta società inglese: Il ventaglio di Lady Windermere (a cura di Paolo Amalfitano, pp. 277, euro 18). Si situa sul solco del cosiddetto «teatro della restaurazione» che, dopo la caduta di Cromwell, vide sulle scene londinesi un ritorno del mondano, talvolta frivolo, ma sempre brillante – in reazione al precedente oscurantismo puritano arrivato nel 1642 alla chiusura dei teatri e alla messa al bando dell’intrattenimento. 

La commedia di Wilde gioca con sospetti di tradimento, segreti oscuri da non rivelare, amori impossibili, e reputazioni da salvare. Il tutto condito dalla efficace velocità di battute memorabili, e di una macchina teatrale dai tempi e dal ritmo assolutamente perfetti. Per i pubblici di allora e per quelli di oggi.
Sul palcoscenico, gli attori di Wilde sembrano muoversi con la leggerezza di folletti shakespeariani, ed è tramite questa levità che egli affronta rapporti sociali complessi: matrimoniali, extraconiugali, ma anche generazionali. Come il rapporto madre-figlio, ad esempio, nella complicità originaria del legame nascosto tra Lord Windermere e Mrs Erlynne, e in quello conseguente, di mutua segretezza, tra quest’ultima e Lady Windermere. 

A ben vedere, è la società inglese, per Wilde, a essere un palcoscenico, esattamente come per Shakespeare, che però ne ampliava i confini, nel suo Globe, per finire ad abbracciare il mondo. L’Inghilterra di Wilde è il paese visto da un quasi immigrato, da un esule, forse. All’arcinota vicinanza della madre, Lady Speranza, alla causa dell’indipendentismo irlandese ma anche al femminismo, si affianca, per completare il quadretto di una famiglia assolutamente «non inglese» e non conformista, l’impegno del padre, Sir William, nei confronti della preservazione del patrimonio culturale dell’Irlanda rurale. Era un patrimonio fatto di superstizioni e leggende, e minacciato dal velocissimo declino, nell’ottocento, della lingua in cui veniva articolato, l’irlandese appunto. 

Il retaggio familiare di Wilde, assieme al suo interessamento per le sorti dell’uomo rimasto in balìa di forze, come quelle del capitale o dell’impero, che ne minano l’autentico sviluppo, permette di leggere le sue commedie da angolazioni ironiche, distaccate, mai complici. E se nel saggio sul socialismo egli si schierava in difesa di una sorta di «umanesimo individuale» capace di comporre il reticolo sociale come una comunità di animi naturalmente solidali, così nelle commedie dipinge la propria posizione, quella dell’artista, in contrasto con i banali e disumanizzanti rapporti di potere, tipici di una certa società bene dell’Inghilterra. 

Dalle risate al dramma 

È una critica, la sua, che poteva soltanto provenire da un outsider. Il critico Declan Kiberd ricorda come, alla stregua dei filí (i poeti ereditari della tradizione celtica irlandese) Oscar Wilde «iniziò sin da subito a denunciare un’aristocrazia pusillanime non più interessata a difendere gli spazi dell’arte». 

Questo perché gli spazi dell’arte, anche attraverso la risata, possono e devono aprire una riflessione sull’umanità. Devono permetterci, dal fango, di guardare le stelle. 

In quest’ottica, il frivolo ventaglio della commedia – quasi non notato, all’inizio, dalla sua proprietaria, salvo poi rivelarsi la firma di un possibile atto di adulterio – diviene un vero e proprio specchio posto davanti agli occhi divertiti di un pubblico inglese, che ride alle sue commedie ma solo per farsi beffe della propria comunità. E c’è da immaginarsi che Wilde ridesse ancor di più, dietro le quinte o nei gentleman’s club che ospitavano le altre sue famose tirate teatrali. Perché, come s’è detto, per lo scrittore la vita era un palcoscenico: un palcoscenico da cui, e di cui ridere. 

A un certo punto, l’irlandese Oscar Wilde, non rise più, in quell’Inghilterra che con tanto ardore prima l’aveva elogiato e poi portato alla gogna. Le vicende dei processi per diffamazione e omosessualità sono note, come è nota la storia dei lavori forzati a cui fu condannato, e poi l’esilio, questa volta non più privilegiato. Un esilio vero, che tramutò Wilde improvvisamente in un reietto cittadino del mondo. 

Prima Napoli, poi Parigi, alla ricerca di una quadra. Ma i fasti di un tempo lasciarono gradualmente il campo all’indigenza e alla disperazione. I suoi ultimi giorni si persero freneticamente alla ricerca di un equilibrio oramai scomparso, tra conti che non tornavano più e un senso della vita smarrito. Abbandonò il palcoscenico dell’esistenza nella solitudine, il 16 novembre del 1900. E lo fece in uno squallido albergo parigino, alla fine di una commedia, la vita, che si era trasformata in tragedia.

di Enrico Terrinoni
da Il Manifesto, 16.10.2015



Le Musiche, scelte da Claudio Tesser

Valentina Lisitsa, Fantasie In C Minor K475 [Wolfgang Amadeus Mozart]
Burzum, Decrepitude II [Burzum]
Stadler Trio & Friends, KV 439B No. 2 Allegro [Wolfgang Amadeus Mozart]
Stadler Trio & Friends, KV 439b No. 4 Adagio [Wolfgang Amadeus Mozart]
Stadler Trio & Friends, KV 439B No. 2 Menuetto [Wolfgang Amadeus Mozart]
Stadler Trio & Friends, KV 346 Notturno [Wolfgang Amadeus Mozart]
Burzum, Darkness [Burzum]
Stadler Trio & Friends, KV 439b No. 4 Allegro [Wolfgang Amadeus Mozart]
Stadler Trio & Friends, KV 439b No. 4 Larghetto [Wolfgang Amadeus Mozart]
Stadler Trio & Friends, KV 411 Adagio In B Flat [Wolfgang Amadeus Mozart]
Burzum, Circumambulation of the transcendental pillar of singularity [Burzum]
Alfred Prinz und Karl B
öhm: Vienna Philharmonic Orchestra, Clarinet Concerto In A, K 622 - 2. Adagio [Wolfgang Amadeus Mozart]
Stadler Trio & Friends, KV 439B No. 2 Larghetto [Wolfgang Amadeus Mozart]
Stadler Trio & Friends, KV 437 Notturno [Wolfgang Amadeus Mozart]
Stadler Trio & Friends, KV 549 Notturno [Wolfgang Amadeus Mozart]
Karl B
öhm: Deutsche Oper Orchestra & Chorus, Le Nozze Di Figaro, K 492 - Act 1: Porgi, Amor [Wolfgang Amadeus Mozart]

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Oscar Fingal O'Flahertie Wills Wilde, nato e cresciuto a Dublino in un ambiente colto e spregiudicato, studiò a Oxford e visse prevalentemente tra Londra e Parigi. Il suo ingegno brillante, il suo spirito anarchico, i suoi successi letterari e le sue pose eccentriche lo imposero come una delle personalità dominanti nei circoli artistici sia inglesi che francesi. I saggi di Intenzioni (Intentions, 1891) esprimono la sua dottrina estetica, mentre le sue riflessioni politiche, ispirate a un anarchismo idealizzato, sono esposte ne L’anima dell’uomo sotto il socialismo (The soul of man under socialism, 1891). La sua opera è inseparabile dalla sua vita. Non solo predicò l’estetismo, ma volle vivere la propria vita come un’opera d’arte. Il tentativo di conciliare istanze di ribellione e mondanità si riflette nell’atteggiamento verso la società vittoriana, criticata ferocemente.

ReadBabyRead #442 del 13 giugno 2019


Oscar Wilde
Due racconti

Il fantasma di Canterville

Il delitto di Lord Arthur Savile

(4a parte)


per info su F. Ventimiglia e C. Tesser:

Lettura e altri crimini
iTunes podcast


voce: Francesco Ventimiglia


"Quando il signor Hiram B. Otis, ministro americano, acquistò Canterville Chase, tutti gli dissero che era una follia, poiché era risaputo che il posto era infestato dagli spiriti. Di fatto, lo stesso Lord Canterville, scrupolosissimo uomo d'onore, si sentì in dovere di accennare al fatto al signor Otis quando si trovarono per discutere delle condizioni di vendita.
«Noi stessi non ci abbiamo più voluto abitare," disse Lord Canterville, “da quando la mia prozia, l’anziana vedova del duca di Bolton, ha avuto un attacco di nervi dal quale non si è mai riavuta del tutto, avendo sentito due mani scheletriche sulle spalle mentre si stava vestendo per il pranzo. E devo dirle anche, signor Otis, che il fantasma è stato visto da diversi membri viventi della mia famiglia così come dal rettore della parrocchia, il reverendo Augustus Dampier, docente al King’s College di Cambridge. Dopo l’increscioso incidente occorso alla duchessa, nessuno dei domestici più giovani ha voluto restare con noi e spesso Lady Canterville non riusciva a dormire di notte per via di certi strani rumori provenienti dal corridoio e dalla biblioteca.»"



Un esteta che odiava il capitale
 

Ritratti

«Il socialismo, il comunismo, o comunque vogliate chiamarli, nel convertire la proprietà privata in pubblica ricchezza, e sostituendo la competizione con la cooperazione, restituiranno alla società la sua giusta condizione di organismo del tutto sano, e assicureranno il benessere materiale di ciascun membro della comunità». Sembrano parole di un militante d’altri tempi, e lo sono, ma non appartengono a un personaggio che siamo soliti definire «di sinistra». Proseguendo nella lettura, ci imbattiamo in considerazioni altre: «perché si arrivi a un’esistenza sviluppata al suo massimo grado di perfezione, c’è bisogno di qualcos’altro. C’è bisogno di individualismo». È questo, scopriamo, un individualismo nuovo, un ritorno a un umanesimo libero dalle catene del capitale, un individualismo socialista, se l’espressione non suonasse come un ossimoro o un paradosso. 

A profetizzare tutto ciò è proprio il padre dei paradossi: l’irlandese Oscar Fingal O’Flaherty Wills Wilde, che il 16 ottobre compirebbe il suo cento sessantunesimo compleanno. Il «vero individualismo» di cui parla Wilde nel suo saggio del 1891, dal titolo L’animo dell’uomo sotto il socialismo – saggio che oltre ad essere incluso in innumerevoli antologie, oggi trova spazio persino nella preziosa «enciclopedia» marxista online (www.marxist.org) – è appunto libero di quella proprietà privata colpevole di aver «impedito a una parte della comunità di essere individualista, affamandola, e a un’altra, dirigendola sulla cattiva strada». Che è poi la strada, mortifera per Wilde, dell’accumulo. Riflessioni affini a quelle di un altro intellettuale di cento anni dopo, questa volta sì un marxista, Terry Eagleton, il quale, parlando con la sua proverbiale schiettezza di una «ossessione per l’accumulo», collega la cultura del capitalismo a una sorta di patologia che allontana l’uomo dalla sua natura di essere relazionale e solidale. 

Non solo dandy 

La trita vulgata di tanta critica più attenta alla forma che alla sostanza, ci ha consegnato la figura di un Wilde raffinato esteta, lontano dalle bassezze della vita quotidiana e sempre tendente alla pura bellezza. Per fare della propria vita un’opera d’arte. Leggendone però l’opera nella sua interezza – dalle prime prove poetiche alle lettere sul sistema carcerario di cui era caduto vittima, dalle commedie brillanti dove sono i cinici ad affascinare per la loro intelligenza, alla Ballata dal carcere di Reading e al De Profundis – ci si accorge che il suo interesse per il miglioramento della condizione umana fosse tutt’altro che passeggero. 

D’altro canto, è in virtù di queste ambivalenze che Wilde non sembra passare mai di moda. Lo dimostra un fiorire incessante di studi, all’estero, e anche in Italia, dove i suoi scritti sono continuamente riproposti e anche ritradotti. Solo un anno fa usciva per il Saggiatore l’epistolario completo: una sua lettura anche affrettata non può non far risaltare l’afflato umanitario e l’attenzione verso le cause degli ultimi («per quanto spaventosi siano i risultati del sistema carcerario... tuttavia non c’è tra i suoi scopi quello di distruggere l’umana ragione...»). 

Viene pubblicata in questi giorni da Marsilio un’ottima edizione della sua prima commedia, scritta un anno dopo il saggio sul socialismo. È la commedia che lo portò al successo e lo proiettò, lui irlandese e figlio di una fervente patriota nazionalista, alla ribalta dei palcoscenici e dell’alta società inglese: Il ventaglio di Lady Windermere (a cura di Paolo Amalfitano, pp. 277, euro 18). Si situa sul solco del cosiddetto «teatro della restaurazione» che, dopo la caduta di Cromwell, vide sulle scene londinesi un ritorno del mondano, talvolta frivolo, ma sempre brillante – in reazione al precedente oscurantismo puritano arrivato nel 1642 alla chiusura dei teatri e alla messa al bando dell’intrattenimento. 

La commedia di Wilde gioca con sospetti di tradimento, segreti oscuri da non rivelare, amori impossibili, e reputazioni da salvare. Il tutto condito dalla efficace velocità di battute memorabili, e di una macchina teatrale dai tempi e dal ritmo assolutamente perfetti. Per i pubblici di allora e per quelli di oggi.
Sul palcoscenico, gli attori di Wilde sembrano muoversi con la leggerezza di folletti shakespeariani, ed è tramite questa levità che egli affronta rapporti sociali complessi: matrimoniali, extraconiugali, ma anche generazionali. Come il rapporto madre-figlio, ad esempio, nella complicità originaria del legame nascosto tra Lord Windermere e Mrs Erlynne, e in quello conseguente, di mutua segretezza, tra quest’ultima e Lady Windermere. 

A ben vedere, è la società inglese, per Wilde, a essere un palcoscenico, esattamente come per Shakespeare, che però ne ampliava i confini, nel suo Globe, per finire ad abbracciare il mondo. L’Inghilterra di Wilde è il paese visto da un quasi immigrato, da un esule, forse. All’arcinota vicinanza della madre, Lady Speranza, alla causa dell’indipendentismo irlandese ma anche al femminismo, si affianca, per completare il quadretto di una famiglia assolutamente «non inglese» e non conformista, l’impegno del padre, Sir William, nei confronti della preservazione del patrimonio culturale dell’Irlanda rurale. Era un patrimonio fatto di superstizioni e leggende, e minacciato dal velocissimo declino, nell’ottocento, della lingua in cui veniva articolato, l’irlandese appunto. 

Il retaggio familiare di Wilde, assieme al suo interessamento per le sorti dell’uomo rimasto in balìa di forze, come quelle del capitale o dell’impero, che ne minano l’autentico sviluppo, permette di leggere le sue commedie da angolazioni ironiche, distaccate, mai complici. E se nel saggio sul socialismo egli si schierava in difesa di una sorta di «umanesimo individuale» capace di comporre il reticolo sociale come una comunità di animi naturalmente solidali, così nelle commedie dipinge la propria posizione, quella dell’artista, in contrasto con i banali e disumanizzanti rapporti di potere, tipici di una certa società bene dell’Inghilterra. 

Dalle risate al dramma 

È una critica, la sua, che poteva soltanto provenire da un outsider. Il critico Declan Kiberd ricorda come, alla stregua dei filí (i poeti ereditari della tradizione celtica irlandese) Oscar Wilde «iniziò sin da subito a denunciare un’aristocrazia pusillanime non più interessata a difendere gli spazi dell’arte». 

Questo perché gli spazi dell’arte, anche attraverso la risata, possono e devono aprire una riflessione sull’umanità. Devono permetterci, dal fango, di guardare le stelle. 

In quest’ottica, il frivolo ventaglio della commedia – quasi non notato, all’inizio, dalla sua proprietaria, salvo poi rivelarsi la firma di un possibile atto di adulterio – diviene un vero e proprio specchio posto davanti agli occhi divertiti di un pubblico inglese, che ride alle sue commedie ma solo per farsi beffe della propria comunità. E c’è da immaginarsi che Wilde ridesse ancor di più, dietro le quinte o nei gentleman’s club che ospitavano le altre sue famose tirate teatrali. Perché, come s’è detto, per lo scrittore la vita era un palcoscenico: un palcoscenico da cui, e di cui ridere. 

A un certo punto, l’irlandese Oscar Wilde, non rise più, in quell’Inghilterra che con tanto ardore prima l’aveva elogiato e poi portato alla gogna. Le vicende dei processi per diffamazione e omosessualità sono note, come è nota la storia dei lavori forzati a cui fu condannato, e poi l’esilio, questa volta non più privilegiato. Un esilio vero, che tramutò Wilde improvvisamente in un reietto cittadino del mondo. 

Prima Napoli, poi Parigi, alla ricerca di una quadra. Ma i fasti di un tempo lasciarono gradualmente il campo all’indigenza e alla disperazione. I suoi ultimi giorni si persero freneticamente alla ricerca di un equilibrio oramai scomparso, tra conti che non tornavano più e un senso della vita smarrito. Abbandonò il palcoscenico dell’esistenza nella solitudine, il 16 novembre del 1900. E lo fece in uno squallido albergo parigino, alla fine di una commedia, la vita, che si era trasformata in tragedia.

di Enrico Terrinoni
da Il Manifesto, 16.10.2015



Le Musiche, scelte da Claudio Tesser

Valentina Lisitsa, Fantasie In C Minor K475 [Wolfgang Amadeus Mozart]
Burzum, Decrepitude II [Burzum]
Stadler Trio & Friends, KV 439B No. 2 Allegro [Wolfgang Amadeus Mozart]
Stadler Trio & Friends, KV 439b No. 4 Adagio [Wolfgang Amadeus Mozart]
Stadler Trio & Friends, KV 439B No. 2 Menuetto [Wolfgang Amadeus Mozart]
Stadler Trio & Friends, KV 346 Notturno [Wolfgang Amadeus Mozart]
Burzum, Darkness [Burzum]
Stadler Trio & Friends, KV 439b No. 4 Allegro [Wolfgang Amadeus Mozart]
Stadler Trio & Friends, KV 439b No. 4 Larghetto [Wolfgang Amadeus Mozart]
Stadler Trio & Friends, KV 411 Adagio In B Flat [Wolfgang Amadeus Mozart]
Burzum, Circumambulation of the transcendental pillar of singularity [Burzum]
Alfred Prinz und Karl B
öhm: Vienna Philharmonic Orchestra, Clarinet Concerto In A, K 622 - 2. Adagio [Wolfgang Amadeus Mozart]
Stadler Trio & Friends, KV 439B No. 2 Larghetto [Wolfgang Amadeus Mozart]
Stadler Trio & Friends, KV 437 Notturno [Wolfgang Amadeus Mozart]
Stadler Trio & Friends, KV 549 Notturno [Wolfgang Amadeus Mozart]
Karl B
öhm: Deutsche Oper Orchestra & Chorus, Le Nozze Di Figaro, K 492 - Act 1: Porgi, Amor [Wolfgang Amadeus Mozart]

]]>
info@sherwood.it (Sherwood Network)
<![CDATA[ReadBabyRead_441_Oscar_Wilde_3]]>

Oscar Fingal O'Flahertie Wills Wilde, nato e cresciuto a Dublino in un ambiente colto e spregiudicato, studiò a Oxford e visse prevalentemente tra Londra e Parigi. Il suo ingegno brillante, il suo spirito anarchico, i suoi successi letterari e le sue pose eccentriche lo imposero come una delle personalità dominanti nei circoli artistici sia inglesi che francesi. I saggi di Intenzioni (Intentions, 1891) esprimono la sua dottrina estetica, mentre le sue riflessioni politiche, ispirate a un anarchismo idealizzato, sono esposte ne L’anima dell’uomo sotto il socialismo (The soul of man under socialism, 1891). La sua opera è inseparabile dalla sua vita. Non solo predicò l’estetismo, ma volle vivere la propria vita come un’opera d’arte. Il tentativo di conciliare istanze di ribellione e mondanità si riflette nell’atteggiamento verso la società vittoriana, criticata ferocemente.

ReadBabyRead #441 del 6 giugno 2019


Oscar Wilde
Due racconti

Il fantasma di Canterville

Il delitto di Lord Arthur Savile

(3a parte)


per info su F. Ventimiglia e C. Tesser:

Lettura e altri crimini
iTunes podcast


voce: Francesco Ventimiglia


"Quando il signor Hiram B. Otis, ministro americano, acquistò Canterville Chase, tutti gli dissero che era una follia, poiché era risaputo che il posto era infestato dagli spiriti. Di fatto, lo stesso Lord Canterville, scrupolosissimo uomo d'onore, si sentì in dovere di accennare al fatto al signor Otis quando si trovarono per discutere delle condizioni di vendita.
«Noi stessi non ci abbiamo più voluto abitare," disse Lord Canterville, “da quando la mia prozia, l’anziana vedova del duca di Bolton, ha avuto un attacco di nervi dal quale non si è mai riavuta del tutto, avendo sentito due mani scheletriche sulle spalle mentre si stava vestendo per il pranzo. E devo dirle anche, signor Otis, che il fantasma è stato visto da diversi membri viventi della mia famiglia così come dal rettore della parrocchia, il reverendo Augustus Dampier, docente al King’s College di Cambridge. Dopo l’increscioso incidente occorso alla duchessa, nessuno dei domestici più giovani ha voluto restare con noi e spesso Lady Canterville non riusciva a dormire di notte per via di certi strani rumori provenienti dal corridoio e dalla biblioteca.»"



Un esteta che odiava il capitale
 

Ritratti

«Il socialismo, il comunismo, o comunque vogliate chiamarli, nel convertire la proprietà privata in pubblica ricchezza, e sostituendo la competizione con la cooperazione, restituiranno alla società la sua giusta condizione di organismo del tutto sano, e assicureranno il benessere materiale di ciascun membro della comunità». Sembrano parole di un militante d’altri tempi, e lo sono, ma non appartengono a un personaggio che siamo soliti definire «di sinistra». Proseguendo nella lettura, ci imbattiamo in considerazioni altre: «perché si arrivi a un’esistenza sviluppata al suo massimo grado di perfezione, c’è bisogno di qualcos’altro. C’è bisogno di individualismo». È questo, scopriamo, un individualismo nuovo, un ritorno a un umanesimo libero dalle catene del capitale, un individualismo socialista, se l’espressione non suonasse come un ossimoro o un paradosso. 

A profetizzare tutto ciò è proprio il padre dei paradossi: l’irlandese Oscar Fingal O’Flaherty Wills Wilde, che il 16 ottobre compirebbe il suo cento sessantunesimo compleanno. Il «vero individualismo» di cui parla Wilde nel suo saggio del 1891, dal titolo L’animo dell’uomo sotto il socialismo – saggio che oltre ad essere incluso in innumerevoli antologie, oggi trova spazio persino nella preziosa «enciclopedia» marxista online (www.marxist.org) – è appunto libero di quella proprietà privata colpevole di aver «impedito a una parte della comunità di essere individualista, affamandola, e a un’altra, dirigendola sulla cattiva strada». Che è poi la strada, mortifera per Wilde, dell’accumulo. Riflessioni affini a quelle di un altro intellettuale di cento anni dopo, questa volta sì un marxista, Terry Eagleton, il quale, parlando con la sua proverbiale schiettezza di una «ossessione per l’accumulo», collega la cultura del capitalismo a una sorta di patologia che allontana l’uomo dalla sua natura di essere relazionale e solidale. 

Non solo dandy 

La trita vulgata di tanta critica più attenta alla forma che alla sostanza, ci ha consegnato la figura di un Wilde raffinato esteta, lontano dalle bassezze della vita quotidiana e sempre tendente alla pura bellezza. Per fare della propria vita un’opera d’arte. Leggendone però l’opera nella sua interezza – dalle prime prove poetiche alle lettere sul sistema carcerario di cui era caduto vittima, dalle commedie brillanti dove sono i cinici ad affascinare per la loro intelligenza, alla Ballata dal carcere di Reading e al De Profundis – ci si accorge che il suo interesse per il miglioramento della condizione umana fosse tutt’altro che passeggero. 

D’altro canto, è in virtù di queste ambivalenze che Wilde non sembra passare mai di moda. Lo dimostra un fiorire incessante di studi, all’estero, e anche in Italia, dove i suoi scritti sono continuamente riproposti e anche ritradotti. Solo un anno fa usciva per il Saggiatore l’epistolario completo: una sua lettura anche affrettata non può non far risaltare l’afflato umanitario e l’attenzione verso le cause degli ultimi («per quanto spaventosi siano i risultati del sistema carcerario... tuttavia non c’è tra i suoi scopi quello di distruggere l’umana ragione...»). 

Viene pubblicata in questi giorni da Marsilio un’ottima edizione della sua prima commedia, scritta un anno dopo il saggio sul socialismo. È la commedia che lo portò al successo e lo proiettò, lui irlandese e figlio di una fervente patriota nazionalista, alla ribalta dei palcoscenici e dell’alta società inglese: Il ventaglio di Lady Windermere (a cura di Paolo Amalfitano, pp. 277, euro 18). Si situa sul solco del cosiddetto «teatro della restaurazione» che, dopo la caduta di Cromwell, vide sulle scene londinesi un ritorno del mondano, talvolta frivolo, ma sempre brillante – in reazione al precedente oscurantismo puritano arrivato nel 1642 alla chiusura dei teatri e alla messa al bando dell’intrattenimento. 

La commedia di Wilde gioca con sospetti di tradimento, segreti oscuri da non rivelare, amori impossibili, e reputazioni da salvare. Il tutto condito dalla efficace velocità di battute memorabili, e di una macchina teatrale dai tempi e dal ritmo assolutamente perfetti. Per i pubblici di allora e per quelli di oggi.
Sul palcoscenico, gli attori di Wilde sembrano muoversi con la leggerezza di folletti shakespeariani, ed è tramite questa levità che egli affronta rapporti sociali complessi: matrimoniali, extraconiugali, ma anche generazionali. Come il rapporto madre-figlio, ad esempio, nella complicità originaria del legame nascosto tra Lord Windermere e Mrs Erlynne, e in quello conseguente, di mutua segretezza, tra quest’ultima e Lady Windermere. 

A ben vedere, è la società inglese, per Wilde, a essere un palcoscenico, esattamente come per Shakespeare, che però ne ampliava i confini, nel suo Globe, per finire ad abbracciare il mondo. L’Inghilterra di Wilde è il paese visto da un quasi immigrato, da un esule, forse. All’arcinota vicinanza della madre, Lady Speranza, alla causa dell’indipendentismo irlandese ma anche al femminismo, si affianca, per completare il quadretto di una famiglia assolutamente «non inglese» e non conformista, l’impegno del padre, Sir William, nei confronti della preservazione del patrimonio culturale dell’Irlanda rurale. Era un patrimonio fatto di superstizioni e leggende, e minacciato dal velocissimo declino, nell’ottocento, della lingua in cui veniva articolato, l’irlandese appunto. 

Il retaggio familiare di Wilde, assieme al suo interessamento per le sorti dell’uomo rimasto in balìa di forze, come quelle del capitale o dell’impero, che ne minano l’autentico sviluppo, permette di leggere le sue commedie da angolazioni ironiche, distaccate, mai complici. E se nel saggio sul socialismo egli si schierava in difesa di una sorta di «umanesimo individuale» capace di comporre il reticolo sociale come una comunità di animi naturalmente solidali, così nelle commedie dipinge la propria posizione, quella dell’artista, in contrasto con i banali e disumanizzanti rapporti di potere, tipici di una certa società bene dell’Inghilterra. 

Dalle risate al dramma 

È una critica, la sua, che poteva soltanto provenire da un outsider. Il critico Declan Kiberd ricorda come, alla stregua dei filí (i poeti ereditari della tradizione celtica irlandese) Oscar Wilde «iniziò sin da subito a denunciare un’aristocrazia pusillanime non più interessata a difendere gli spazi dell’arte». 

Questo perché gli spazi dell’arte, anche attraverso la risata, possono e devono aprire una riflessione sull’umanità. Devono permetterci, dal fango, di guardare le stelle. 

In quest’ottica, il frivolo ventaglio della commedia – quasi non notato, all’inizio, dalla sua proprietaria, salvo poi rivelarsi la firma di un possibile atto di adulterio – diviene un vero e proprio specchio posto davanti agli occhi divertiti di un pubblico inglese, che ride alle sue commedie ma solo per farsi beffe della propria comunità. E c’è da immaginarsi che Wilde ridesse ancor di più, dietro le quinte o nei gentleman’s club che ospitavano le altre sue famose tirate teatrali. Perché, come s’è detto, per lo scrittore la vita era un palcoscenico: un palcoscenico da cui, e di cui ridere. 

A un certo punto, l’irlandese Oscar Wilde, non rise più, in quell’Inghilterra che con tanto ardore prima l’aveva elogiato e poi portato alla gogna. Le vicende dei processi per diffamazione e omosessualità sono note, come è nota la storia dei lavori forzati a cui fu condannato, e poi l’esilio, questa volta non più privilegiato. Un esilio vero, che tramutò Wilde improvvisamente in un reietto cittadino del mondo. 

Prima Napoli, poi Parigi, alla ricerca di una quadra. Ma i fasti di un tempo lasciarono gradualmente il campo all’indigenza e alla disperazione. I suoi ultimi giorni si persero freneticamente alla ricerca di un equilibrio oramai scomparso, tra conti che non tornavano più e un senso della vita smarrito. Abbandonò il palcoscenico dell’esistenza nella solitudine, il 16 novembre del 1900. E lo fece in uno squallido albergo parigino, alla fine di una commedia, la vita, che si era trasformata in tragedia.

di Enrico Terrinoni
da Il Manifesto, 16.10.2015



Le Musiche, scelte da Claudio Tesser

Valentina Lisitsa, Fantasie In C Minor K475 [Wolfgang Amadeus Mozart]
Burzum, Decrepitude II [Burzum]
Stadler Trio & Friends, KV 439B No. 2 Allegro [Wolfgang Amadeus Mozart]
Stadler Trio & Friends, KV 439b No. 4 Adagio [Wolfgang Amadeus Mozart]
Stadler Trio & Friends, KV 439B No. 2 Menuetto [Wolfgang Amadeus Mozart]
Stadler Trio & Friends, KV 346 Notturno [Wolfgang Amadeus Mozart]
Burzum, Darkness [Burzum]
Stadler Trio & Friends, KV 439b No. 4 Allegro [Wolfgang Amadeus Mozart]
Stadler Trio & Friends, KV 439b No. 4 Larghetto [Wolfgang Amadeus Mozart]
Stadler Trio & Friends, KV 411 Adagio In B Flat [Wolfgang Amadeus Mozart]
Burzum, Circumambulation of the transcendental pillar of singularity [Burzum]
Alfred Prinz und Karl B
öhm: Vienna Philharmonic Orchestra, Clarinet Concerto In A, K 622 - 2. Adagio [Wolfgang Amadeus Mozart]
Stadler Trio & Friends, KV 439B No. 2 Larghetto [Wolfgang Amadeus Mozart]
Stadler Trio & Friends, KV 437 Notturno [Wolfgang Amadeus Mozart]
Stadler Trio & Friends, KV 549 Notturno [Wolfgang Amadeus Mozart]
Karl B
öhm: Deutsche Oper Orchestra & Chorus, Le Nozze Di Figaro, K 492 - Act 1: Porgi, Amor [Wolfgang Amadeus Mozart]

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<![CDATA[40 anni di "Unknown Pleasures" ]]>

Quarant’anni dopo la pubblicazione originale il 14 giugno esce un'edizione limitata di Unknown Pleasures dei Joy Division. L’LP è stampato su vinile 180 grammi rosso rubino con una copertina alternativa che richiama il motivo del design originale.
Unknown Pleasures è uno dei più significanti debutti di tutti i tempi e ha cambiato il sentire musicale di intere generazioni. Noi abbiamo voluto celebrarlo attraverso due brevi racconti che hanno questo album come protagonista.

THE UNKNOWN VOICE OF ITAGLY
di Mirco Salvadori

Mi sono svegliato presto, questa mattina. Come sempre la tv era accesa con mio padre che cincionava bestemmiando, cercava un canale musicale dove dessero musica ‘di quella giusta’, come era abituato a chiamarla. Da quando l’azienda nella quale lavorava da 30 anni ha chiuso, lui cinciona con la tv. Troppo finito per trovar lavoro, cosí dice. Non posso dargli torto, a 60 anni chi vuoi che ti assuma. Oh! Non assumono neanche me! La porta d’entrara si apre ed ecco mia madre, bella sfatta come sempre. Lei si alza alle 4 del mattino e va a pulire uffici. È cosí che tiriamo avanti qui.
Oggi peró noto qualcosa di diverso, non capisco che sia. Forse l’estate in arrivo, il mese di Giugno da sempre amato nella nostra famiglia, non chiedetemi perché.
Mia madre si trascina in salotto e si siede sul bracciolo della poltrona, abbraccia mio padre e tutti e due iniziano a guardarmi intensamente. Davanti a me due sfatti, distrutti sessantenni mi osservano ed io mi sento a disagio finché il silenzio non viene rotto.
Mia madre: quella notte del 14 Giugno di 40 anni fa, io e tuo padre uscivamo dalla discoteca, eravamo stravolti dall’alcol e dai cannoni. Il mondo ci appariva come un luogo orribile dove vivere, nessuno ci capiva, comprendeva il nostro essere dark, sempre seri e tristi. Andavamo fieri della nostra diversitá, ci riconoscevamo in qualcosa d’altro. Tuo padre ed io ci amavamo, ci siamo amati anche dentro quell’auto parcheggiata nel viottolo dietro la disco. Nel mangianastri, a tutto volume, Unknown Pleasure ci aiutava e spronava a volare via, lontano, uno dentro l’altra!
Cosí sei stato concepito, Ian, in quella furibonda notte di 40 anni fa.
Ian, quel nome non lo aveva mai sopportato e poi chi cazzo era Ian? Proprio non reggeva i discorsi nostalgici di quei due.
Senti mamma, dammi 30 eurj che stasera vado a farmi una pizza con i ragazzi e poi abbiamo la finale di The Voice of Italy, che quel fattone di Morgan è troppo figo. E poi c’é anche quella Lamborghini fighissima e il rapper! Oh, anche Gigi D’Alessio non è male. Il vostro Ian ci fa le pippe. Mi dai i 30?
Sioux! Fa mio padre rivolgendosi a mia madre da sempre chiamata con quel nome, ma quella sera, di preservativi nel cruscotto ne avevamo o erano finiti?

ONLY PLEASURES LEFT ALIVE
di Andrea De Rocco

Un tramonto di fine primavera, Andrew guardò fuori attraverso le cortine di foschia del crepuscolo che s’attardava, la notte stava sopraggiungendo lentamente come un messaggero del destino. Le luci dei lampioni si accendevano una dopo l'altra cercando di vincere la maestosa onda oscura della notte.
Ritornò nella stanza. Era lì, tutte le sere a quell'ora, prigioniero per scelta, per lasciarsi avvolgere dal buio e dal suono. La radio gracidava caoticamente alla ricerca della giusta frequenza, mentre lui cercava di posizionarne l'antenna in modo da ricevere meglio le modulazioni nell'etere. Sul tappeto  giacevano i suoi unici compagni: i corpi vaporosi dei cuscini disseminati sul pavimento.
Beccata quella che gli sembrò la stazione radiofonica giusta si distese sui cuscini mentre il giro di basso che usciva dalla radiolina divenne l'attracco ad un'emissione notturna rivelatrice di un mondo sconosciuto. Quando lo speaker presentò quel pezzo e pronunciò il nome della band s'alzò di scatto, come se la sua memoria lo avesse identificato con qualcosa di conosciuto. S'avvicinò frettolosamente allo scaffale per controllare nella confusa raccolta di dischi che suo fratello maggiore gli aveva lasciato in eredità. Vinili che aveva imparato a conoscere attraverso il vecchio giradischi della madre: una valigetta bianco rossa che apriva di rado e solo per ascoltare qualche cantautore. Il fratello amava Guccini, De Gregori, Lolli... ma ricordava che nella collezione c'era un disco alieno, nero, tra i pochi col titolo in inglese. Rammentava bene: la copertina era completamente nera tranne l'iscrizione di piccole onde bianche sul davanti e la minuscola scritta Joy Division – Unknow Pleasures sul retro. Era quello! Apri la valigia giradischi e fece scendere la puntina sulla spessa nera liquirizia di plastica. Una secca batteria elettronica sibilò e poi s'accasciò, un basso pesante e grasso brontolò, una chitarra entrò pungente con un nervoso intreccio di corde e poi quella voce misteriosa e maledetta. La prima facciata s'intitolava “Outside”, mentre la seconda “Inside” e quest'ultima cominciava proprio con la canzone appena sentita alla radio, quella “She's lost control” che non abbandonerà la sua testa per giorni. Quando la puntina gracchiò sull'ultimo solco del vinile Andrew s'alzò per togliere il disco dal piatto e riporlo nella nera custodia ed ebbe uno stordimento, un senso di mancanza, come soffrisse di un'astinenza sonora. Rigirò il disco e fece ridiscendere la puntina e si sentì meglio. Ripeté quel gesto molte volte finché non s'addormentò disteso sul pavimento abbracciato ai suoi amici cuscini. Si svegliò all'alba con le ossa rotte e col vinile che ancora girava nel piatto mentre la luce scavalcava l'oscurità della notte.
Andò in bagno, si guardo nello specchio e vide il suo volto rigato dalle lacrime mentre dalla bocca usciva un piccolo rigagnolo rosso. Quella fu la notte che lo trasformò per sempre in un vampiro assettato di suono.

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<![CDATA[ReadBabyRead_440_Oscar_Wilde_2]]>

Oscar Fingal O'Flahertie Wills Wilde, nato e cresciuto a Dublino in un ambiente colto e spregiudicato, studiò a Oxford e visse prevalentemente tra Londra e Parigi. Il suo ingegno brillante, il suo spirito anarchico, i suoi successi letterari e le sue pose eccentriche lo imposero come una delle personalità dominanti nei circoli artistici sia inglesi che francesi. I saggi di Intenzioni (Intentions, 1891) esprimono la sua dottrina estetica, mentre le sue riflessioni politiche, ispirate a un anarchismo idealizzato, sono esposte ne L’anima dell’uomo sotto il socialismo (The soul of man under socialism, 1891). La sua opera è inseparabile dalla sua vita. Non solo predicò l’estetismo, ma volle vivere la propria vita come un’opera d’arte. Il tentativo di conciliare istanze di ribellione e mondanità si riflette nell’atteggiamento verso la società vittoriana, criticata ferocemente.

ReadBabyRead #440 del 30 maggio 2019


Oscar Wilde
Due racconti

Il fantasma di Canterville

Il delitto di Lord Arthur Savile

(2a parte)


per info su F. Ventimiglia e C. Tesser:

Lettura e altri crimini
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voce: Francesco Ventimiglia


"Quando il signor Hiram B. Otis, ministro americano, acquistò Canterville Chase, tutti gli dissero che era una follia, poiché era risaputo che il posto era infestato dagli spiriti. Di fatto, lo stesso Lord Canterville, scrupolosissimo uomo d'onore, si sentì in dovere di accennare al fatto al signor Otis quando si trovarono per discutere delle condizioni di vendita.
«Noi stessi non ci abbiamo più voluto abitare," disse Lord Canterville, “da quando la mia prozia, l’anziana vedova del duca di Bolton, ha avuto un attacco di nervi dal quale non si è mai riavuta del tutto, avendo sentito due mani scheletriche sulle spalle mentre si stava vestendo per il pranzo. E devo dirle anche, signor Otis, che il fantasma è stato visto da diversi membri viventi della mia famiglia così come dal rettore della parrocchia, il reverendo Augustus Dampier, docente al King’s College di Cambridge. Dopo l’increscioso incidente occorso alla duchessa, nessuno dei domestici più giovani ha voluto restare con noi e spesso Lady Canterville non riusciva a dormire di notte per via di certi strani rumori provenienti dal corridoio e dalla biblioteca.»"



Un esteta che odiava il capitale
 

Ritratti

«Il socialismo, il comunismo, o comunque vogliate chiamarli, nel convertire la proprietà privata in pubblica ricchezza, e sostituendo la competizione con la cooperazione, restituiranno alla società la sua giusta condizione di organismo del tutto sano, e assicureranno il benessere materiale di ciascun membro della comunità». Sembrano parole di un militante d’altri tempi, e lo sono, ma non appartengono a un personaggio che siamo soliti definire «di sinistra». Proseguendo nella lettura, ci imbattiamo in considerazioni altre: «perché si arrivi a un’esistenza sviluppata al suo massimo grado di perfezione, c’è bisogno di qualcos’altro. C’è bisogno di individualismo». È questo, scopriamo, un individualismo nuovo, un ritorno a un umanesimo libero dalle catene del capitale, un individualismo socialista, se l’espressione non suonasse come un ossimoro o un paradosso. 

A profetizzare tutto ciò è proprio il padre dei paradossi: l’irlandese Oscar Fingal O’Flaherty Wills Wilde, che il 16 ottobre compirebbe il suo cento sessantunesimo compleanno. Il «vero individualismo» di cui parla Wilde nel suo saggio del 1891, dal titolo L’animo dell’uomo sotto il socialismo – saggio che oltre ad essere incluso in innumerevoli antologie, oggi trova spazio persino nella preziosa «enciclopedia» marxista online (www.marxist.org) – è appunto libero di quella proprietà privata colpevole di aver «impedito a una parte della comunità di essere individualista, affamandola, e a un’altra, dirigendola sulla cattiva strada». Che è poi la strada, mortifera per Wilde, dell’accumulo. Riflessioni affini a quelle di un altro intellettuale di cento anni dopo, questa volta sì un marxista, Terry Eagleton, il quale, parlando con la sua proverbiale schiettezza di una «ossessione per l’accumulo», collega la cultura del capitalismo a una sorta di patologia che allontana l’uomo dalla sua natura di essere relazionale e solidale. 

Non solo dandy 

La trita vulgata di tanta critica più attenta alla forma che alla sostanza, ci ha consegnato la figura di un Wilde raffinato esteta, lontano dalle bassezze della vita quotidiana e sempre tendente alla pura bellezza. Per fare della propria vita un’opera d’arte. Leggendone però l’opera nella sua interezza – dalle prime prove poetiche alle lettere sul sistema carcerario di cui era caduto vittima, dalle commedie brillanti dove sono i cinici ad affascinare per la loro intelligenza, alla Ballata dal carcere di Reading e al De Profundis – ci si accorge che il suo interesse per il miglioramento della condizione umana fosse tutt’altro che passeggero. 

D’altro canto, è in virtù di queste ambivalenze che Wilde non sembra passare mai di moda. Lo dimostra un fiorire incessante di studi, all’estero, e anche in Italia, dove i suoi scritti sono continuamente riproposti e anche ritradotti. Solo un anno fa usciva per il Saggiatore l’epistolario completo: una sua lettura anche affrettata non può non far risaltare l’afflato umanitario e l’attenzione verso le cause degli ultimi («per quanto spaventosi siano i risultati del sistema carcerario... tuttavia non c’è tra i suoi scopi quello di distruggere l’umana ragione...»). 

Viene pubblicata in questi giorni da Marsilio un’ottima edizione della sua prima commedia, scritta un anno dopo il saggio sul socialismo. È la commedia che lo portò al successo e lo proiettò, lui irlandese e figlio di una fervente patriota nazionalista, alla ribalta dei palcoscenici e dell’alta società inglese: Il ventaglio di Lady Windermere (a cura di Paolo Amalfitano, pp. 277, euro 18). Si situa sul solco del cosiddetto «teatro della restaurazione» che, dopo la caduta di Cromwell, vide sulle scene londinesi un ritorno del mondano, talvolta frivolo, ma sempre brillante – in reazione al precedente oscurantismo puritano arrivato nel 1642 alla chiusura dei teatri e alla messa al bando dell’intrattenimento. 

La commedia di Wilde gioca con sospetti di tradimento, segreti oscuri da non rivelare, amori impossibili, e reputazioni da salvare. Il tutto condito dalla efficace velocità di battute memorabili, e di una macchina teatrale dai tempi e dal ritmo assolutamente perfetti. Per i pubblici di allora e per quelli di oggi.
Sul palcoscenico, gli attori di Wilde sembrano muoversi con la leggerezza di folletti shakespeariani, ed è tramite questa levità che egli affronta rapporti sociali complessi: matrimoniali, extraconiugali, ma anche generazionali. Come il rapporto madre-figlio, ad esempio, nella complicità originaria del legame nascosto tra Lord Windermere e Mrs Erlynne, e in quello conseguente, di mutua segretezza, tra quest’ultima e Lady Windermere. 

A ben vedere, è la società inglese, per Wilde, a essere un palcoscenico, esattamente come per Shakespeare, che però ne ampliava i confini, nel suo Globe, per finire ad abbracciare il mondo. L’Inghilterra di Wilde è il paese visto da un quasi immigrato, da un esule, forse. All’arcinota vicinanza della madre, Lady Speranza, alla causa dell’indipendentismo irlandese ma anche al femminismo, si affianca, per completare il quadretto di una famiglia assolutamente «non inglese» e non conformista, l’impegno del padre, Sir William, nei confronti della preservazione del patrimonio culturale dell’Irlanda rurale. Era un patrimonio fatto di superstizioni e leggende, e minacciato dal velocissimo declino, nell’ottocento, della lingua in cui veniva articolato, l’irlandese appunto. 

Il retaggio familiare di Wilde, assieme al suo interessamento per le sorti dell’uomo rimasto in balìa di forze, come quelle del capitale o dell’impero, che ne minano l’autentico sviluppo, permette di leggere le sue commedie da angolazioni ironiche, distaccate, mai complici. E se nel saggio sul socialismo egli si schierava in difesa di una sorta di «umanesimo individuale» capace di comporre il reticolo sociale come una comunità di animi naturalmente solidali, così nelle commedie dipinge la propria posizione, quella dell’artista, in contrasto con i banali e disumanizzanti rapporti di potere, tipici di una certa società bene dell’Inghilterra. 

Dalle risate al dramma 

È una critica, la sua, che poteva soltanto provenire da un outsider. Il critico Declan Kiberd ricorda come, alla stregua dei filí (i poeti ereditari della tradizione celtica irlandese) Oscar Wilde «iniziò sin da subito a denunciare un’aristocrazia pusillanime non più interessata a difendere gli spazi dell’arte». 

Questo perché gli spazi dell’arte, anche attraverso la risata, possono e devono aprire una riflessione sull’umanità. Devono permetterci, dal fango, di guardare le stelle. 

In quest’ottica, il frivolo ventaglio della commedia – quasi non notato, all’inizio, dalla sua proprietaria, salvo poi rivelarsi la firma di un possibile atto di adulterio – diviene un vero e proprio specchio posto davanti agli occhi divertiti di un pubblico inglese, che ride alle sue commedie ma solo per farsi beffe della propria comunità. E c’è da immaginarsi che Wilde ridesse ancor di più, dietro le quinte o nei gentleman’s club che ospitavano le altre sue famose tirate teatrali. Perché, come s’è detto, per lo scrittore la vita era un palcoscenico: un palcoscenico da cui, e di cui ridere. 

A un certo punto, l’irlandese Oscar Wilde, non rise più, in quell’Inghilterra che con tanto ardore prima l’aveva elogiato e poi portato alla gogna. Le vicende dei processi per diffamazione e omosessualità sono note, come è nota la storia dei lavori forzati a cui fu condannato, e poi l’esilio, questa volta non più privilegiato. Un esilio vero, che tramutò Wilde improvvisamente in un reietto cittadino del mondo. 

Prima Napoli, poi Parigi, alla ricerca di una quadra. Ma i fasti di un tempo lasciarono gradualmente il campo all’indigenza e alla disperazione. I suoi ultimi giorni si persero freneticamente alla ricerca di un equilibrio oramai scomparso, tra conti che non tornavano più e un senso della vita smarrito. Abbandonò il palcoscenico dell’esistenza nella solitudine, il 16 novembre del 1900. E lo fece in uno squallido albergo parigino, alla fine di una commedia, la vita, che si era trasformata in tragedia.

di Enrico Terrinoni
da Il Manifesto, 16.10.2015



Le Musiche, scelte da Claudio Tesser

Valentina Lisitsa, Fantasie In C Minor K475 [Wolfgang Amadeus Mozart]
Burzum, Decrepitude II [Burzum]
Stadler Trio & Friends, KV 439B No. 2 Allegro [Wolfgang Amadeus Mozart]
Stadler Trio & Friends, KV 439b No. 4 Adagio [Wolfgang Amadeus Mozart]
Stadler Trio & Friends, KV 439B No. 2 Menuetto [Wolfgang Amadeus Mozart]
Stadler Trio & Friends, KV 346 Notturno [Wolfgang Amadeus Mozart]
Burzum, Darkness [Burzum]
Stadler Trio & Friends, KV 439b No. 4 Allegro [Wolfgang Amadeus Mozart]
Stadler Trio & Friends, KV 439b No. 4 Larghetto [Wolfgang Amadeus Mozart]
Stadler Trio & Friends, KV 411 Adagio In B Flat [Wolfgang Amadeus Mozart]
Burzum, Circumambulation of the transcendental pillar of singularity [Burzum]
Alfred Prinz und Karl B
öhm: Vienna Philharmonic Orchestra, Clarinet Concerto In A, K 622 - 2. Adagio [Wolfgang Amadeus Mozart]
Stadler Trio & Friends, KV 439B No. 2 Larghetto [Wolfgang Amadeus Mozart]
Stadler Trio & Friends, KV 437 Notturno [Wolfgang Amadeus Mozart]
Stadler Trio & Friends, KV 549 Notturno [Wolfgang Amadeus Mozart]
Karl B
öhm: Deutsche Oper Orchestra & Chorus, Le Nozze Di Figaro, K 492 - Act 1: Porgi, Amor [Wolfgang Amadeus Mozart]

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<![CDATA[ReadBabyRead_439_Oscar_Wilde_1]]>

Oscar Fingal O'Flahertie Wills Wilde, nato e cresciuto a Dublino in un ambiente colto e spregiudicato, studiò a Oxford e visse prevalentemente tra Londra e Parigi. Il suo ingegno brillante, il suo spirito anarchico, i suoi successi letterari e le sue pose eccentriche lo imposero come una delle personalità dominanti nei circoli artistici sia inglesi che francesi. I saggi di Intenzioni (Intentions, 1891) esprimono la sua dottrina estetica, mentre le sue riflessioni politiche, ispirate a un anarchismo idealizzato, sono esposte ne L’anima dell’uomo sotto il socialismo (The soul of man under socialism, 1891). La sua opera è inseparabile dalla sua vita. Non solo predicò l’estetismo, ma volle vivere la propria vita come un’opera d’arte. Il tentativo di conciliare istanze di ribellione e mondanità si riflette nell’atteggiamento verso la società vittoriana, criticata ferocemente.

ReadBabyRead #439 del 23 maggio 2019


Oscar Wilde
Due racconti

Il fantasma di Canterville

Il delitto di Lord Arthur Savile

(1a parte)


per info su F. Ventimiglia e C. Tesser:

Lettura e altri crimini
iTunes podcast


voce: Francesco Ventimiglia


"Quando il signor Hiram B. Otis, ministro americano, acquistò Canterville Chase, tutti gli dissero che era una follia, poiché era risaputo che il posto era infestato dagli spiriti. Di fatto, lo stesso Lord Canterville, scrupolosissimo uomo d'onore, si sentì in dovere di accennare al fatto al signor Otis quando si trovarono per discutere delle condizioni di vendita.
«Noi stessi non ci abbiamo più voluto abitare," disse Lord Canterville, “da quando la mia prozia, l’anziana vedova del duca di Bolton, ha avuto un attacco di nervi dal quale non si è mai riavuta del tutto, avendo sentito due mani scheletriche sulle spalle mentre si stava vestendo per il pranzo. E devo dirle anche, signor Otis, che il fantasma è stato visto da diversi membri viventi della mia famiglia così come dal rettore della parrocchia, il reverendo Augustus Dampier, docente al King’s College di Cambridge. Dopo l’increscioso incidente occorso alla duchessa, nessuno dei domestici più giovani ha voluto restare con noi e spesso Lady Canterville non riusciva a dormire di notte per via di certi strani rumori provenienti dal corridoio e dalla biblioteca.»"



Un esteta che odiava il capitale
 

Ritratti

«Il socialismo, il comunismo, o comunque vogliate chiamarli, nel convertire la proprietà privata in pubblica ricchezza, e sostituendo la competizione con la cooperazione, restituiranno alla società la sua giusta condizione di organismo del tutto sano, e assicureranno il benessere materiale di ciascun membro della comunità». Sembrano parole di un militante d’altri tempi, e lo sono, ma non appartengono a un personaggio che siamo soliti definire «di sinistra». Proseguendo nella lettura, ci imbattiamo in considerazioni altre: «perché si arrivi a un’esistenza sviluppata al suo massimo grado di perfezione, c’è bisogno di qualcos’altro. C’è bisogno di individualismo». È questo, scopriamo, un individualismo nuovo, un ritorno a un umanesimo libero dalle catene del capitale, un individualismo socialista, se l’espressione non suonasse come un ossimoro o un paradosso. 

A profetizzare tutto ciò è proprio il padre dei paradossi: l’irlandese Oscar Fingal O’Flaherty Wills Wilde, che il 16 ottobre compirebbe il suo cento sessantunesimo compleanno. Il «vero individualismo» di cui parla Wilde nel suo saggio del 1891, dal titolo L’animo dell’uomo sotto il socialismo – saggio che oltre ad essere incluso in innumerevoli antologie, oggi trova spazio persino nella preziosa «enciclopedia» marxista online (www.marxist.org) – è appunto libero di quella proprietà privata colpevole di aver «impedito a una parte della comunità di essere individualista, affamandola, e a un’altra, dirigendola sulla cattiva strada». Che è poi la strada, mortifera per Wilde, dell’accumulo. Riflessioni affini a quelle di un altro intellettuale di cento anni dopo, questa volta sì un marxista, Terry Eagleton, il quale, parlando con la sua proverbiale schiettezza di una «ossessione per l’accumulo», collega la cultura del capitalismo a una sorta di patologia che allontana l’uomo dalla sua natura di essere relazionale e solidale. 

Non solo dandy 

La trita vulgata di tanta critica più attenta alla forma che alla sostanza, ci ha consegnato la figura di un Wilde raffinato esteta, lontano dalle bassezze della vita quotidiana e sempre tendente alla pura bellezza. Per fare della propria vita un’opera d’arte. Leggendone però l’opera nella sua interezza – dalle prime prove poetiche alle lettere sul sistema carcerario di cui era caduto vittima, dalle commedie brillanti dove sono i cinici ad affascinare per la loro intelligenza, alla Ballata dal carcere di Reading e al De Profundis – ci si accorge che il suo interesse per il miglioramento della condizione umana fosse tutt’altro che passeggero. 

D’altro canto, è in virtù di queste ambivalenze che Wilde non sembra passare mai di moda. Lo dimostra un fiorire incessante di studi, all’estero, e anche in Italia, dove i suoi scritti sono continuamente riproposti e anche ritradotti. Solo un anno fa usciva per il Saggiatore l’epistolario completo: una sua lettura anche affrettata non può non far risaltare l’afflato umanitario e l’attenzione verso le cause degli ultimi («per quanto spaventosi siano i risultati del sistema carcerario... tuttavia non c’è tra i suoi scopi quello di distruggere l’umana ragione...»). 

Viene pubblicata in questi giorni da Marsilio un’ottima edizione della sua prima commedia, scritta un anno dopo il saggio sul socialismo. È la commedia che lo portò al successo e lo proiettò, lui irlandese e figlio di una fervente patriota nazionalista, alla ribalta dei palcoscenici e dell’alta società inglese: Il ventaglio di Lady Windermere (a cura di Paolo Amalfitano, pp. 277, euro 18). Si situa sul solco del cosiddetto «teatro della restaurazione» che, dopo la caduta di Cromwell, vide sulle scene londinesi un ritorno del mondano, talvolta frivolo, ma sempre brillante – in reazione al precedente oscurantismo puritano arrivato nel 1642 alla chiusura dei teatri e alla messa al bando dell’intrattenimento. 

La commedia di Wilde gioca con sospetti di tradimento, segreti oscuri da non rivelare, amori impossibili, e reputazioni da salvare. Il tutto condito dalla efficace velocità di battute memorabili, e di una macchina teatrale dai tempi e dal ritmo assolutamente perfetti. Per i pubblici di allora e per quelli di oggi.
Sul palcoscenico, gli attori di Wilde sembrano muoversi con la leggerezza di folletti shakespeariani, ed è tramite questa levità che egli affronta rapporti sociali complessi: matrimoniali, extraconiugali, ma anche generazionali. Come il rapporto madre-figlio, ad esempio, nella complicità originaria del legame nascosto tra Lord Windermere e Mrs Erlynne, e in quello conseguente, di mutua segretezza, tra quest’ultima e Lady Windermere. 

A ben vedere, è la società inglese, per Wilde, a essere un palcoscenico, esattamente come per Shakespeare, che però ne ampliava i confini, nel suo Globe, per finire ad abbracciare il mondo. L’Inghilterra di Wilde è il paese visto da un quasi immigrato, da un esule, forse. All’arcinota vicinanza della madre, Lady Speranza, alla causa dell’indipendentismo irlandese ma anche al femminismo, si affianca, per completare il quadretto di una famiglia assolutamente «non inglese» e non conformista, l’impegno del padre, Sir William, nei confronti della preservazione del patrimonio culturale dell’Irlanda rurale. Era un patrimonio fatto di superstizioni e leggende, e minacciato dal velocissimo declino, nell’ottocento, della lingua in cui veniva articolato, l’irlandese appunto. 

Il retaggio familiare di Wilde, assieme al suo interessamento per le sorti dell’uomo rimasto in balìa di forze, come quelle del capitale o dell’impero, che ne minano l’autentico sviluppo, permette di leggere le sue commedie da angolazioni ironiche, distaccate, mai complici. E se nel saggio sul socialismo egli si schierava in difesa di una sorta di «umanesimo individuale» capace di comporre il reticolo sociale come una comunità di animi naturalmente solidali, così nelle commedie dipinge la propria posizione, quella dell’artista, in contrasto con i banali e disumanizzanti rapporti di potere, tipici di una certa società bene dell’Inghilterra. 

Dalle risate al dramma 

È una critica, la sua, che poteva soltanto provenire da un outsider. Il critico Declan Kiberd ricorda come, alla stregua dei filí (i poeti ereditari della tradizione celtica irlandese) Oscar Wilde «iniziò sin da subito a denunciare un’aristocrazia pusillanime non più interessata a difendere gli spazi dell’arte». 

Questo perché gli spazi dell’arte, anche attraverso la risata, possono e devono aprire una riflessione sull’umanità. Devono permetterci, dal fango, di guardare le stelle. 

In quest’ottica, il frivolo ventaglio della commedia – quasi non notato, all’inizio, dalla sua proprietaria, salvo poi rivelarsi la firma di un possibile atto di adulterio – diviene un vero e proprio specchio posto davanti agli occhi divertiti di un pubblico inglese, che ride alle sue commedie ma solo per farsi beffe della propria comunità. E c’è da immaginarsi che Wilde ridesse ancor di più, dietro le quinte o nei gentleman’s club che ospitavano le altre sue famose tirate teatrali. Perché, come s’è detto, per lo scrittore la vita era un palcoscenico: un palcoscenico da cui, e di cui ridere. 

A un certo punto, l’irlandese Oscar Wilde, non rise più, in quell’Inghilterra che con tanto ardore prima l’aveva elogiato e poi portato alla gogna. Le vicende dei processi per diffamazione e omosessualità sono note, come è nota la storia dei lavori forzati a cui fu condannato, e poi l’esilio, questa volta non più privilegiato. Un esilio vero, che tramutò Wilde improvvisamente in un reietto cittadino del mondo. 

Prima Napoli, poi Parigi, alla ricerca di una quadra. Ma i fasti di un tempo lasciarono gradualmente il campo all’indigenza e alla disperazione. I suoi ultimi giorni si persero freneticamente alla ricerca di un equilibrio oramai scomparso, tra conti che non tornavano più e un senso della vita smarrito. Abbandonò il palcoscenico dell’esistenza nella solitudine, il 16 novembre del 1900. E lo fece in uno squallido albergo parigino, alla fine di una commedia, la vita, che si era trasformata in tragedia.

di Enrico Terrinoni
da Il Manifesto, 16.10.2015



Le Musiche, scelte da Claudio Tesser

Valentina Lisitsa, Fantasie In C Minor K475 [Wolfgang Amadeus Mozart]
Burzum, Decrepitude II [Burzum]
Stadler Trio & Friends, KV 439B No. 2 Allegro [Wolfgang Amadeus Mozart]
Stadler Trio & Friends, KV 439b No. 4 Adagio [Wolfgang Amadeus Mozart]
Stadler Trio & Friends, KV 439B No. 2 Menuetto [Wolfgang Amadeus Mozart]
Stadler Trio & Friends, KV 346 Notturno [Wolfgang Amadeus Mozart]
Burzum, Darkness [Burzum]
Stadler Trio & Friends, KV 439b No. 4 Allegro [Wolfgang Amadeus Mozart]
Stadler Trio & Friends, KV 439b No. 4 Larghetto [Wolfgang Amadeus Mozart]
Stadler Trio & Friends, KV 411 Adagio In B Flat [Wolfgang Amadeus Mozart]
Burzum, Circumambulation of the transcendental pillar of singularity [Burzum]
Alfred Prinz und Karl B
öhm: Vienna Philharmonic Orchestra, Clarinet Concerto In A, K 622 - 2. Adagio [Wolfgang Amadeus Mozart]
Stadler Trio & Friends, KV 439B No. 2 Larghetto [Wolfgang Amadeus Mozart]
Stadler Trio & Friends, KV 437 Notturno [Wolfgang Amadeus Mozart]
Stadler Trio & Friends, KV 549 Notturno [Wolfgang Amadeus Mozart]
Karl B
öhm: Deutsche Oper Orchestra & Chorus, Le Nozze Di Figaro, K 492 - Act 1: Porgi, Amor [Wolfgang Amadeus Mozart]

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<![CDATA[ReadBabyRead_438_De_Silva_3]]>

Un filo resistente lega gli uni agli altri i racconti di questa antologia: un'agenda rossa. Si affaccia dalla pagina declinata in diversi modi ma sempre intende ricordare quella appartenuta a Paolo Borsellino - che conteneva appunti, nomi e forse rivelazioni sulla strage di Capaci, scomparsa immediatamente dopo l'attentato mafioso del 19 luglio 1992 e mai più riapparsa.
Diversi autori, ciascuno con la propria storia, la propria sensibilità e la propria voce, riattualizzano con altrettanti racconti inediti, scritti appositamente per “L’agenda ritrovata”, il nucleo dell'impegno di Paolo Borsellino e gli interrogativi ancora aperti a ventisette anni dalla strage di via D'Amelio - la verità negata, il bisogno di giustizia, la sottrazione indebita, il mancato ritrovamento, la resistenza della politica... Ci riescono senza il bisogno della cronaca dei fatti: ci riescono inventando storie. "Uno scrittore che fa il suo dovere, sottolinea Marco Balzano nell'introduzione, "è prima di tutto uno scrittore che scrive bene e che sa consegnare agli altri una storia. Volevamo un libro vivo, completamente calato nell'oggi, senza ulteriori mitizzazioni, senza altre ipocrite santificazioni, che sono servite soltanto a collocare in un olimpo inaccessibile chi apparteneva alla collettività e solo per questa si è sacrificato. La letteratura, invece, quando è letteratura, compie sempre un'operazione di avvicinamento".


ReadBabyRead #438 del 16 maggio 2019


Quattro storie da
AA.VV.: L’agenda ritrovata
SETTE RACCONTI PER PAOLO BORSELLINO

Carlo Lucarelli, Hanno ucciso l’Uomo Ragno
Vanni Santoni, La solitudine della verità
Alessandro Leogrande, Le maschere di San Giovanni
Diego De Silva, Notturno pendolare

4.
Diego De Silva
Notturno pendolare

(3a parte)


per info su F. Ventimiglia e C. Tesser:

Lettura e altri crimini
iTunes podcast


voce: Francesco Ventimiglia


“Se le guardi di notte quando piove, le buste della spazzatura di via Chiaia, sembra che imbarcando acqua mettano pancia e sbuffino, si slaccino il cappio con cui i commercianti le hanno strette al collo prima di chiudere il negozio.
Da una un po' più gonfia delle altre cadono delle bucce di mandarino, spiccando sulla carta velina che avvolgeva il vestito della signora di mezza età che da anni torna nella stessa boutique a comprare lo stesso tailleur e quella mattina, forse, fuori del camerino s'è guardata nello specchio a figura intera dicendo qui va bene, lì è lungo, le spalline non tengono, e tra un apprezzamento e l'altro la commessa le ha chiesto di scusarla per andare ad accogliere il corriere all'ingresso, firmare la bolla di consegna e baciarlo fugacemente sulle labbra passandogli il sapore di mandarino, la sua colazione, e ora quelle bucce sono finite tra la velina che si rompe con niente e i cartoni inutilizzati che proprio lei, più tardi, con gesti rapidi ed esperti, ha spezzettato e ridotto a triangoli, schiacciandoli nelle buste nere che ora s'ammassano all'angolo della strada, gonfie di pioggia.
Antonia le guarda, quelle bucce che adesso la corrente di una piccola pozzanghera spinge verso i gradoni che portano ai Quartieri, avanti e indietro, avanti e indietro, e la loro inconcludenza la incanta, perché lenisce l’inquietudine che sempre l’accompagna quando esce di casa di notte.”



L’agenda ritrovata. Una staffetta letteraria


Passo ogni giorno davanti a una camionetta dell’esercito dove, da mesi, due militari piantonano piazzale Loreto, mitragliatore in mano. Sono lì per la mia sicurezza, per quella dell’intero quartiere, dopo l’ennesimo fatto criminale che ha mandato in fibrillazione i quotidiani nazionali, in una eccitazione mediatica fuori controllo, pornografica, che ha trasformato via Padova, la strada dove abito, in una specie di inferno in terra. Nulla di più lontano dalla realtà, ma questa è un’altra storia. Passo davanti, dicevo, e mi accorgo ogni volta di tenere lo sguardo basso, di incassarmi nelle spalle, quasi volessi scomparire dal loro campo visivo. Non mi sento sicuro, insomma. E non c’è ragione, ovviamente. Passo e mi tornano in mente le parole di Leonardo Sciascia quando diceva che gli italiani, di fronte alle istituzioni, si sentono sempre in colpa. E vero, non è militarizzando le strade che si ha una città più sicura, come dissi al mio sindaco quando chiese al governo la presenza dell’esercito. Ci vuole cultura del territorio. Nel territorio. Resta il fatto che quei ragazzi non mi hanno fatto niente e che io non ho alcun motivo per sospettare di loro.
Poi, ogni giorno, attraverso il marciapiedi e le spalle si rilassano. Sorrido, spesso. Non perché mi sono lasciato dietro i militari, ma perché vedo un bar, uno di quelli anonimi, scialbi, non ancora glamourizzati dalla neocultura fashion food che sta imperversando in città. Sorrido perché ripenso, ogni volta che passo, a quando gli amici dell'Orablù vennero a trovarmi, in quel tardo agosto del 2016, per un caffè e un consiglio. L'Orablù è un’associazione culturale che da anni, ricchi del solo loro folle entusiasmo, hanno portato scrittori, musicisti, attori in quel di Bollate, un comune della cintura metropolitana. Un pezzo di Milano con un altro nome. La loro ospitalità è calorosa, il loro entusiasmo travolgente.
“Abbiamo avuto un’idea,” mi dissero al telefono, “vogliamo parlartene.” La mattina appresso me la stavano esponendo in quel bar sgarrupato, frequentato da extracomunitari e perdigiorno.
Il 19 luglio del 2017, mi spiegarono, sono venticinque anni dalla morte di Paolo Borsellino. Vogliamo fare qualcosa per rendere onore a lui e a Falcone, vogliamo che non si perda la memoria di un fatto così importante, di una tragedia così determinante per tutti noi. Li ascoltavo e pensavo: ecco. Ecco cos’è la cultura che nasce dal basso, ecco cos’è la società civile. Ecco cos’è la cultura del (nel) territorio.
Vogliamo commemorarlo, mi spiegarono, attraversando l’Italia da Nord a Sud, in bicicletta. Da Milano a Palermo. Vogliamo partire il 25 giugno - giorno dell’ultimo discorso pubblico di Borsellino, come poi abbiamo scoperto: le date non sono mai casuali - per giungere, dopo una estenuante ciclostaffetta, a Palermo, in via D’Amelio, il 19 luglio.
Ci porteremo dietro un’agenda rossa, la riempiremo lungo la strada di testimonianze, esortazioni, ricordi, imprecazioni. Tappa dopo tappa, paese dopo paese. E per ogni tappa, se qualcuno vorrà aiutarci (perché lo sai, soldi non ne abbiamo), vorremmo organizzare incontri, dibattiti, concerti, letture. Vorremmo consegnare nelle mani del fratello Salvatore quell’agenda rossa scomparsa durante i concitati momenti successivi alla strage. Scomparsa non per mano della mafia; ed è questa la cosa che, se è possibile, più ci addolora. (Li guardavo e pensavo: ecco l’ennesima prova di quel sospetto nei confronti delle istituzioni che mi fa camminare a testa bassa quando passo davanti ai militari in piazza.) Vorremmo idealmente risarcire la famiglia Borsellino di quel documento prezioso che l'antistato gli ha sottratto.
“Voi siete completamente pazzi,” dissi loro, bevendo una birra ghiacciata. “E un’idea assurda, complicatissima, irrealizzabile. Ci vuole un sacco di gente per organizzare una cosa del genere. Ci vuole una radio che vi segua, se non addirittura un canale televisivo, qualcuno che documenti tutto sui social, ci vogliono persone e associazioni sui territori da coinvolgere. E non avete un euro, una struttura, uno sponsor, un appoggio politico, un santo in paradiso. Niente di niente.”
Questa mia piazzata li lasciò di stucco. “Quindi dobbiamo lasciar perdere?” mi chiesero, mesti.
“E un’idea folle,” ripresi, dopo un altro sorso di birra. Poi sorrisi: “Quindi ci sto! ”.

Quella che è venuta dopo è una storia bella e pulita. È l’entusiasmo di Salvatore Borsellino che ci ha regalato la copia originale dell’agenda rossa dei carabinieri del 1992, è il coinvolgimento delle associazioni delle Agende Rosse, della Fiab, di Radio Popolare, di Coop Lombardia, di Libera Terra, dei ragazzi di “Una poltrona per tre” che si sono offerti di lare da ufficio stampa a titolo gratuito, sono le decine di realtà territoriali, di persone, famose o perfettamente sconosciute, che hanno abbracciato il progetto senza chiedere nulla in cambio.
Una cosa però dobbiamo fare, dissi loro quella mattina.
Quando tutta questa follia sarà finita, cosa resterà? Ci vuole un lascito. Dobbiamo coinvolgere un gruppo di scrittori, ripetere con le parole quello che voi farete con la ciclostaffetta. Un passaggio di testimone, dalla Lombardia fino alla Sicilia, per raccontare non tanto dov’eravamo alla morte dei due magistrati, ma dove forse siamo stati in questi anni, tutti noi: chi silente, chi indifferente, chi deluso, chi vigliacco, chi sempre e comunque, ostinatamente contrario, in prima fila. Dobbiamo scrivere un libro che testimoni tutto questo. Lo voglio curare assieme a Marco Balzano. Perché ho un’idea della cultura che è condivisione, inclusione, e non coltivazione esclusiva del proprio miserabile orticello. Perché Marco è bravo, lo conoscete bene, ha come me nelle vene un sangue meridionale, umile e irrequieto, e perché se è da Bollate che nasce un’idea così semplice e così perfetta, ci vuole uno scrittore di Bollate a seguirla!

L’altra mattina, mia figlia mi ha chiesto come mai i soldati che piantonano la piazza fossero tutti d’origine meridionale. I ragazzi fanno sempre le domande giuste. Io dovrei saperlo, dopo tutto, come ho fatto a non rendermene conto? Preso dai miei timori atavici, ideologici, m’incupivo di fronte alle uniformi, dimenticandomi dei ragazzi che le indossavano.
Ci sono posti d’Italia, le ho detto, dove non sempre puoi decidere della tua vita. Dove per vivere, spesso per sopravvivere, sei obbligato a scegliere. Come è capitato ad alcuni miei cugini, o amici, chi arruolato, chi spacciatore. Fra il 23 maggio e il 19 luglio del 1992 non sono morti soltanto due uomini straordinari, due eroici magistrati, due persone che volevano raddrizzare la schiena e l’orgoglio di una nazione compromessa. Nell’attentato di Capaci sono morti oltre a Francesca Morvillo - la moglie di Falcone, magistrato anche lei - i tre agenti di scorta Vito Schifani, Rocco Dicillo, Antonio Montinaro. E nella mattanza di via D’Amelio hanno perso la vita Agostino Catalano, Emanuela Loi, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina, Claudio Traina. Sardi, pugliesi, siciliani, uno persino immigrato dall’Australia.
Forse alcuni di loro credevano nell’idea di servire la Patria. O avevano ammirazione per il magistrato che dovevano proteggere. Altri, più semplicemente, volevano fare un lavoro onesto, pagare l’affitto, sposarsi, programmare una vacanza al mare con gli amici. Qualunque siano state le loro ragioni sono morti per difenderle. Sono morti per difendere la dignità di tutti noi. Per difenderci.
Questa ciclostaffetta, questo gesto semplice e naif, puerile e romantico, è un cammino sulla spina dorsale di una nazione troppo spesso indifferente. Per ricordarci che la nostra, di schiena, deve restare dritta se vogliamo guardare negli occhi, col giusto disprezzo, chi ci vuole in ginocchio. Il futuro è latto di memoria.
Resto ovviamente dell’idea che sia la cultura e non l’esercito a rendere sicure le città. Ma da qualche tempo, quando passo in piazzale Loreto, ascolto i militari chiacchierare fra loro, cercando di riconoscerne l’origine dalla cadenza. (Quasi sempre è quella di mio padre.) Sono ragazzi. Lì per la Patria o per uno stipendio. Sono lì per me. Li ascolto e sorrido.

di Gianni Biondillo


Le Musiche, scelte da Claudio Tesser

Janis Joplin, Bye Bye Baby [P.St.John]
Luca Carboni, Ci vuole un fisico bestiale  [Luca Carboni]
Janis Joplin, Try (Just A Little Bit Harder) [C. Taylor/Jerry Ragovoy]
Jovanotti, Non m’annoio [Lorenzo Jovanotti]
Janis Joplin, Piece Of My Heart [B. Berns/Jerry Ragovoy]
Annie Lennox, Why [Annie Lennox]
Fabrizio De André
, Il bombarolo [Fabrizio De André]
Virgilio Savona
, Il testamento del parroco Meslier [Virgilio Savona]
Nirvana, Smells Like Teen Spirit [Nirvana]
883, Hanno ucciso l’Uomo Ragno [Max Pezzali, Mauro Repetto]
Janis Joplin,
Summertime [George Gershwin, DuBose Heyward]
Goldie
, Timeless [R Playford/D Charlemagne]
The Chemical Brothers,Where Do I Begin [Rowlands, Simons]
Goldie, Saint Angel [R Playford/D Charlemagne]

Goldie, This Is A Bad [R Playford/D Charlemagne]
Wolfgang ZererPartite Diverse Sopra "Christ, Der Du Bist Der Helle Tag", BWV 766 [Johann Sebastian Bach]
Wolfgang ZererFugue In C Minor, BWV 575 [Johann Sebastian Bach]
Wolfgang ZererPartite Diverse Sopra "Ach, Was Soll Ich S
ünder Machen", BWV 770 [Johann Sebastian Bach]
Wolfgang ZererPartite Diverse Sopra "Ach, Was Soll Ich S
ünder Machen", BWV 770-3  [Johann Sebastian Bach]
Wolfgang ZererVater Unser Im Himmelreich, BWV 762 [Johann Sebastian Bach]
Leonard CohenHallelujah [Leonard Cohen]

Nuova Compagnia Di Canto Popolare'E spingule francese [Tradizionale]
Nuova Compagnia Di Canto PopolareRicciulina [Tradizionale]
Nuova Compagnia Di Canto PopolareTammurriata alli uno…alli uno [Tradizionale]
Nuova Compagnia Di Canto PopolareTammurriata nera [Tradizionale]

Nuova Compagnia Di Canto PopolareLi sarracini adorano lu sole. [Tradizionale]
Nuova Compagnia Di Canto Popolare‘O Guarracino [Tradizionale]
Nuova Compagnia Di Canto PopolareCicerenella [Tradizionale]
Nuova Compagnia Di Canto PopolareLa palummella [Tradizionale]
Franco BattiatoEra de maggio [Salvatore Di Giacomo, Mario Costa]

]]>
info@sherwood.it (Sherwood Network)
<![CDATA[ReadBabyRead_437_De_Silva_2]]>

Un filo resistente lega gli uni agli altri i racconti di questa antologia: un'agenda rossa. Si affaccia dalla pagina declinata in diversi modi ma sempre intende ricordare quella appartenuta a Paolo Borsellino - che conteneva appunti, nomi e forse rivelazioni sulla strage di Capaci, scomparsa immediatamente dopo l'attentato mafioso del 19 luglio 1992 e mai più riapparsa.
Diversi autori, ciascuno con la propria storia, la propria sensibilità e la propria voce, riattualizzano con altrettanti racconti inediti, scritti appositamente per “L’agenda ritrovata”, il nucleo dell'impegno di Paolo Borsellino e gli interrogativi ancora aperti a ventisette anni dalla strage di via D'Amelio - la verità negata, il bisogno di giustizia, la sottrazione indebita, il mancato ritrovamento, la resistenza della politica... Ci riescono senza il bisogno della cronaca dei fatti: ci riescono inventando storie. "Uno scrittore che fa il suo dovere, sottolinea Marco Balzano nell'introduzione, "è prima di tutto uno scrittore che scrive bene e che sa consegnare agli altri una storia. Volevamo un libro vivo, completamente calato nell'oggi, senza ulteriori mitizzazioni, senza altre ipocrite santificazioni, che sono servite soltanto a collocare in un olimpo inaccessibile chi apparteneva alla collettività e solo per questa si è sacrificato. La letteratura, invece, quando è letteratura, compie sempre un'operazione di avvicinamento".


ReadBabyRead #437 del 9 maggio 2019


Quattro storie da
AA.VV.: L’agenda ritrovata
SETTE RACCONTI PER PAOLO BORSELLINO

Carlo Lucarelli, Hanno ucciso l’Uomo Ragno
Vanni Santoni, La solitudine della verità
Alessandro Leogrande, Le maschere di San Giovanni
Diego De Silva, Notturno pendolare

4.
Diego De Silva
Notturno pendolare

(2a parte)


per info su F. Ventimiglia e C. Tesser:

Lettura e altri crimini
iTunes podcast


voce: Francesco Ventimiglia


“Se le guardi di notte quando piove, le buste della spazzatura di via Chiaia, sembra che imbarcando acqua mettano pancia e sbuffino, si slaccino il cappio con cui i commercianti le hanno strette al collo prima di chiudere il negozio.
Da una un po' più gonfia delle altre cadono delle bucce di mandarino, spiccando sulla carta velina che avvolgeva il vestito della signora di mezza età che da anni torna nella stessa boutique a comprare lo stesso tailleur e quella mattina, forse, fuori del camerino s'è guardata nello specchio a figura intera dicendo qui va bene, lì è lungo, le spalline non tengono, e tra un apprezzamento e l'altro la commessa le ha chiesto di scusarla per andare ad accogliere il corriere all'ingresso, firmare la bolla di consegna e baciarlo fugacemente sulle labbra passandogli il sapore di mandarino, la sua colazione, e ora quelle bucce sono finite tra la velina che si rompe con niente e i cartoni inutilizzati che proprio lei, più tardi, con gesti rapidi ed esperti, ha spezzettato e ridotto a triangoli, schiacciandoli nelle buste nere che ora s'ammassano all'angolo della strada, gonfie di pioggia.
Antonia le guarda, quelle bucce che adesso la corrente di una piccola pozzanghera spinge verso i gradoni che portano ai Quartieri, avanti e indietro, avanti e indietro, e la loro inconcludenza la incanta, perché lenisce l’inquietudine che sempre l’accompagna quando esce di casa di notte.”



L’agenda ritrovata. Una staffetta letteraria


Passo ogni giorno davanti a una camionetta dell’esercito dove, da mesi, due militari piantonano piazzale Loreto, mitragliatore in mano. Sono lì per la mia sicurezza, per quella dell’intero quartiere, dopo l’ennesimo fatto criminale che ha mandato in fibrillazione i quotidiani nazionali, in una eccitazione mediatica fuori controllo, pornografica, che ha trasformato via Padova, la strada dove abito, in una specie di inferno in terra. Nulla di più lontano dalla realtà, ma questa è un’altra storia. Passo davanti, dicevo, e mi accorgo ogni volta di tenere lo sguardo basso, di incassarmi nelle spalle, quasi volessi scomparire dal loro campo visivo. Non mi sento sicuro, insomma. E non c’è ragione, ovviamente. Passo e mi tornano in mente le parole di Leonardo Sciascia quando diceva che gli italiani, di fronte alle istituzioni, si sentono sempre in colpa. E vero, non è militarizzando le strade che si ha una città più sicura, come dissi al mio sindaco quando chiese al governo la presenza dell’esercito. Ci vuole cultura del territorio. Nel territorio. Resta il fatto che quei ragazzi non mi hanno fatto niente e che io non ho alcun motivo per sospettare di loro.
Poi, ogni giorno, attraverso il marciapiedi e le spalle si rilassano. Sorrido, spesso. Non perché mi sono lasciato dietro i militari, ma perché vedo un bar, uno di quelli anonimi, scialbi, non ancora glamourizzati dalla neocultura fashion food che sta imperversando in città. Sorrido perché ripenso, ogni volta che passo, a quando gli amici dell'Orablù vennero a trovarmi, in quel tardo agosto del 2016, per un caffè e un consiglio. L'Orablù è un’associazione culturale che da anni, ricchi del solo loro folle entusiasmo, hanno portato scrittori, musicisti, attori in quel di Bollate, un comune della cintura metropolitana. Un pezzo di Milano con un altro nome. La loro ospitalità è calorosa, il loro entusiasmo travolgente.
“Abbiamo avuto un’idea,” mi dissero al telefono, “vogliamo parlartene.” La mattina appresso me la stavano esponendo in quel bar sgarrupato, frequentato da extracomunitari e perdigiorno.
Il 19 luglio del 2017, mi spiegarono, sono venticinque anni dalla morte di Paolo Borsellino. Vogliamo fare qualcosa per rendere onore a lui e a Falcone, vogliamo che non si perda la memoria di un fatto così importante, di una tragedia così determinante per tutti noi. Li ascoltavo e pensavo: ecco. Ecco cos’è la cultura che nasce dal basso, ecco cos’è la società civile. Ecco cos’è la cultura del (nel) territorio.
Vogliamo commemorarlo, mi spiegarono, attraversando l’Italia da Nord a Sud, in bicicletta. Da Milano a Palermo. Vogliamo partire il 25 giugno - giorno dell’ultimo discorso pubblico di Borsellino, come poi abbiamo scoperto: le date non sono mai casuali - per giungere, dopo una estenuante ciclostaffetta, a Palermo, in via D’Amelio, il 19 luglio.
Ci porteremo dietro un’agenda rossa, la riempiremo lungo la strada di testimonianze, esortazioni, ricordi, imprecazioni. Tappa dopo tappa, paese dopo paese. E per ogni tappa, se qualcuno vorrà aiutarci (perché lo sai, soldi non ne abbiamo), vorremmo organizzare incontri, dibattiti, concerti, letture. Vorremmo consegnare nelle mani del fratello Salvatore quell’agenda rossa scomparsa durante i concitati momenti successivi alla strage. Scomparsa non per mano della mafia; ed è questa la cosa che, se è possibile, più ci addolora. (Li guardavo e pensavo: ecco l’ennesima prova di quel sospetto nei confronti delle istituzioni che mi fa camminare a testa bassa quando passo davanti ai militari in piazza.) Vorremmo idealmente risarcire la famiglia Borsellino di quel documento prezioso che l'antistato gli ha sottratto.
“Voi siete completamente pazzi,” dissi loro, bevendo una birra ghiacciata. “E un’idea assurda, complicatissima, irrealizzabile. Ci vuole un sacco di gente per organizzare una cosa del genere. Ci vuole una radio che vi segua, se non addirittura un canale televisivo, qualcuno che documenti tutto sui social, ci vogliono persone e associazioni sui territori da coinvolgere. E non avete un euro, una struttura, uno sponsor, un appoggio politico, un santo in paradiso. Niente di niente.”
Questa mia piazzata li lasciò di stucco. “Quindi dobbiamo lasciar perdere?” mi chiesero, mesti.
“E un’idea folle,” ripresi, dopo un altro sorso di birra. Poi sorrisi: “Quindi ci sto! ”.

Quella che è venuta dopo è una storia bella e pulita. È l’entusiasmo di Salvatore Borsellino che ci ha regalato la copia originale dell’agenda rossa dei carabinieri del 1992, è il coinvolgimento delle associazioni delle Agende Rosse, della Fiab, di Radio Popolare, di Coop Lombardia, di Libera Terra, dei ragazzi di “Una poltrona per tre” che si sono offerti di lare da ufficio stampa a titolo gratuito, sono le decine di realtà territoriali, di persone, famose o perfettamente sconosciute, che hanno abbracciato il progetto senza chiedere nulla in cambio.
Una cosa però dobbiamo fare, dissi loro quella mattina.
Quando tutta questa follia sarà finita, cosa resterà? Ci vuole un lascito. Dobbiamo coinvolgere un gruppo di scrittori, ripetere con le parole quello che voi farete con la ciclostaffetta. Un passaggio di testimone, dalla Lombardia fino alla Sicilia, per raccontare non tanto dov’eravamo alla morte dei due magistrati, ma dove forse siamo stati in questi anni, tutti noi: chi silente, chi indifferente, chi deluso, chi vigliacco, chi sempre e comunque, ostinatamente contrario, in prima fila. Dobbiamo scrivere un libro che testimoni tutto questo. Lo voglio curare assieme a Marco Balzano. Perché ho un’idea della cultura che è condivisione, inclusione, e non coltivazione esclusiva del proprio miserabile orticello. Perché Marco è bravo, lo conoscete bene, ha come me nelle vene un sangue meridionale, umile e irrequieto, e perché se è da Bollate che nasce un’idea così semplice e così perfetta, ci vuole uno scrittore di Bollate a seguirla!

L’altra mattina, mia figlia mi ha chiesto come mai i soldati che piantonano la piazza fossero tutti d’origine meridionale. I ragazzi fanno sempre le domande giuste. Io dovrei saperlo, dopo tutto, come ho fatto a non rendermene conto? Preso dai miei timori atavici, ideologici, m’incupivo di fronte alle uniformi, dimenticandomi dei ragazzi che le indossavano.
Ci sono posti d’Italia, le ho detto, dove non sempre puoi decidere della tua vita. Dove per vivere, spesso per sopravvivere, sei obbligato a scegliere. Come è capitato ad alcuni miei cugini, o amici, chi arruolato, chi spacciatore. Fra il 23 maggio e il 19 luglio del 1992 non sono morti soltanto due uomini straordinari, due eroici magistrati, due persone che volevano raddrizzare la schiena e l’orgoglio di una nazione compromessa. Nell’attentato di Capaci sono morti oltre a Francesca Morvillo - la moglie di Falcone, magistrato anche lei - i tre agenti di scorta Vito Schifani, Rocco Dicillo, Antonio Montinaro. E nella mattanza di via D’Amelio hanno perso la vita Agostino Catalano, Emanuela Loi, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina, Claudio Traina. Sardi, pugliesi, siciliani, uno persino immigrato dall’Australia.
Forse alcuni di loro credevano nell’idea di servire la Patria. O avevano ammirazione per il magistrato che dovevano proteggere. Altri, più semplicemente, volevano fare un lavoro onesto, pagare l’affitto, sposarsi, programmare una vacanza al mare con gli amici. Qualunque siano state le loro ragioni sono morti per difenderle. Sono morti per difendere la dignità di tutti noi. Per difenderci.
Questa ciclostaffetta, questo gesto semplice e naif, puerile e romantico, è un cammino sulla spina dorsale di una nazione troppo spesso indifferente. Per ricordarci che la nostra, di schiena, deve restare dritta se vogliamo guardare negli occhi, col giusto disprezzo, chi ci vuole in ginocchio. Il futuro è latto di memoria.
Resto ovviamente dell’idea che sia la cultura e non l’esercito a rendere sicure le città. Ma da qualche tempo, quando passo in piazzale Loreto, ascolto i militari chiacchierare fra loro, cercando di riconoscerne l’origine dalla cadenza. (Quasi sempre è quella di mio padre.) Sono ragazzi. Lì per la Patria o per uno stipendio. Sono lì per me. Li ascolto e sorrido.

di Gianni Biondillo


Le Musiche, scelte da Claudio Tesser

Janis Joplin, Bye Bye Baby [P.St.John]
Luca Carboni, Ci vuole un fisico bestiale  [Luca Carboni]
Janis Joplin, Try (Just A Little Bit Harder) [C. Taylor/Jerry Ragovoy]
Jovanotti, Non m’annoio [Lorenzo Jovanotti]
Janis Joplin, Piece Of My Heart [B. Berns/Jerry Ragovoy]
Annie Lennox, Why [Annie Lennox]
Fabrizio De André
, Il bombarolo [Fabrizio De André]
Virgilio Savona
, Il testamento del parroco Meslier [Virgilio Savona]
Nirvana, Smells Like Teen Spirit [Nirvana]
883, Hanno ucciso l’Uomo Ragno [Max Pezzali, Mauro Repetto]
Janis Joplin,
Summertime [George Gershwin, DuBose Heyward]
Goldie
, Timeless [R Playford/D Charlemagne]
The Chemical Brothers,Where Do I Begin [Rowlands, Simons]
Goldie, Saint Angel [R Playford/D Charlemagne]

Goldie, This Is A Bad [R Playford/D Charlemagne]
Wolfgang Zerer,Partite Diverse Sopra "Christ, Der Du Bist Der Helle Tag", BWV 766 [Johann Sebastian Bach]
Wolfgang ZererFugue In C Minor, BWV 575 [Johann Sebastian Bach]
Wolfgang ZererPartite Diverse Sopra "Ach, Was Soll Ich S
ünder Machen", BWV 770 [Johann Sebastian Bach]
Wolfgang ZererPartite Diverse Sopra "Ach, Was Soll Ich S
ünder Machen", BWV 770-3  [Johann Sebastian Bach]
Wolfgang ZererVater Unser Im Himmelreich, BWV 762 [Johann Sebastian Bach]
Leonard CohenHallelujah [Leonard Cohen]

Nuova Compagnia Di Canto Popolare'E spingule francese [Tradizionale]
Nuova Compagnia Di Canto PopolareRicciulina [Tradizionale]
Nuova Compagnia Di Canto PopolareTammurriata alli uno…alli uno [Tradizionale]
Nuova Compagnia Di Canto PopolareTammurriata nera [Tradizionale]

Nuova Compagnia Di Canto PopolareLi sarracini adorano lu sole. [Tradizionale]
Nuova Compagnia Di Canto Popolare‘O Guarracino [Tradizionale]
Nuova Compagnia Di Canto PopolareCicerenella [Tradizionale]
Nuova Compagnia Di Canto PopolareLa palummella [Tradizionale]
Franco BattiatoEra de maggio [Salvatore Di Giacomo, Mario Costa]


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info@sherwood.it (Sherwood Network)
<![CDATA[ReadBabyRead_436_De_Silva_1]]>

Un filo resistente lega gli uni agli altri i racconti di questa antologia: un'agenda rossa. Si affaccia dalla pagina declinata in diversi modi ma sempre intende ricordare quella appartenuta a Paolo Borsellino - che conteneva appunti, nomi e forse rivelazioni sulla strage di Capaci, scomparsa immediatamente dopo l'attentato mafioso del 19 luglio 1992 e mai più riapparsa.
Diversi autori, ciascuno con la propria storia, la propria sensibilità e la propria voce, riattualizzano con altrettanti racconti inediti, scritti appositamente per “L’agenda ritrovata”, il nucleo dell'impegno di Paolo Borsellino e gli interrogativi ancora aperti a ventisette anni dalla strage di via D'Amelio - la verità negata, il bisogno di giustizia, la sottrazione indebita, il mancato ritrovamento, la resistenza della politica... Ci riescono senza il bisogno della cronaca dei fatti: ci riescono inventando storie. "Uno scrittore che fa il suo dovere, sottolinea Marco Balzano nell'introduzione, "è prima di tutto uno scrittore che scrive bene e che sa consegnare agli altri una storia. Volevamo un libro vivo, completamente calato nell'oggi, senza ulteriori mitizzazioni, senza altre ipocrite santificazioni, che sono servite soltanto a collocare in un olimpo inaccessibile chi apparteneva alla collettività e solo per questa si è sacrificato. La letteratura, invece, quando è letteratura, compie sempre un'operazione di avvicinamento".


ReadBabyRead #436 del 2 maggio 2019


Quattro storie da
AA.VV.: L’agenda ritrovata
SETTE RACCONTI PER PAOLO BORSELLINO

Carlo Lucarelli, Hanno ucciso l’Uomo Ragno
Vanni Santoni, La solitudine della verità
Alessandro Leogrande, Le maschere di San Giovanni
Diego De Silva, Notturno pendolare

4.
Diego De Silva
Notturno pendolare

(1a parte)


per info su F. Ventimiglia e C. Tesser:

Lettura e altri crimini
iTunes podcast


voce: Francesco Ventimiglia


“Se le guardi di notte quando piove, le buste della spazzatura di via Chiaia, sembra che imbarcando acqua mettano pancia e sbuffino, si slaccino il cappio con cui i commercianti le hanno strette al collo prima di chiudere il negozio.
Da una un po' più gonfia delle altre cadono delle bucce di mandarino, spiccando sulla carta velina che avvolgeva il vestito della signora di mezza età che da anni torna nella stessa boutique a comprare lo stesso tailleur e quella mattina, forse, fuori del camerino s'è guardata nello specchio a figura intera dicendo qui va bene, lì è lungo, le spalline non tengono, e tra un apprezzamento e l'altro la commessa le ha chiesto di scusarla per andare ad accogliere il corriere all'ingresso, firmare la bolla di consegna e baciarlo fugacemente sulle labbra passandogli il sapore di mandarino, la sua colazione, e ora quelle bucce sono finite tra la velina che si rompe con niente e i cartoni inutilizzati che proprio lei, più tardi, con gesti rapidi ed esperti, ha spezzettato e ridotto a triangoli, schiacciandoli nelle buste nere che ora s'ammassano all'angolo della strada, gonfie di pioggia.
Antonia le guarda, quelle bucce che adesso la corrente di una piccola pozzanghera spinge verso i gradoni che portano ai Quartieri, avanti e indietro, avanti e indietro, e la loro inconcludenza la incanta, perché lenisce l’inquietudine che sempre l’accompagna quando esce di casa di notte.”



L’agenda ritrovata. Una staffetta letteraria


Passo ogni giorno davanti a una camionetta dell’esercito dove, da mesi, due militari piantonano piazzale Loreto, mitragliatore in mano. Sono lì per la mia sicurezza, per quella dell’intero quartiere, dopo l’ennesimo fatto criminale che ha mandato in fibrillazione i quotidiani nazionali, in una eccitazione mediatica fuori controllo, pornografica, che ha trasformato via Padova, la strada dove abito, in una specie di inferno in terra. Nulla di più lontano dalla realtà, ma questa è un’altra storia. Passo davanti, dicevo, e mi accorgo ogni volta di tenere lo sguardo basso, di incassarmi nelle spalle, quasi volessi scomparire dal loro campo visivo. Non mi sento sicuro, insomma. E non c’è ragione, ovviamente. Passo e mi tornano in mente le parole di Leonardo Sciascia quando diceva che gli italiani, di fronte alle istituzioni, si sentono sempre in colpa. E vero, non è militarizzando le strade che si ha una città più sicura, come dissi al mio sindaco quando chiese al governo la presenza dell’esercito. Ci vuole cultura del territorio. Nel territorio. Resta il fatto che quei ragazzi non mi hanno fatto niente e che io non ho alcun motivo per sospettare di loro.
Poi, ogni giorno, attraverso il marciapiedi e le spalle si rilassano. Sorrido, spesso. Non perché mi sono lasciato dietro i militari, ma perché vedo un bar, uno di quelli anonimi, scialbi, non ancora glamourizzati dalla neocultura fashion food che sta imperversando in città. Sorrido perché ripenso, ogni volta che passo, a quando gli amici dell'Orablù vennero a trovarmi, in quel tardo agosto del 2016, per un caffè e un consiglio. L'Orablù è un’associazione culturale che da anni, ricchi del solo loro folle entusiasmo, hanno portato scrittori, musicisti, attori in quel di Bollate, un comune della cintura metropolitana. Un pezzo di Milano con un altro nome. La loro ospitalità è calorosa, il loro entusiasmo travolgente.
“Abbiamo avuto un’idea,” mi dissero al telefono, “vogliamo parlartene.” La mattina appresso me la stavano esponendo in quel bar sgarrupato, frequentato da extracomunitari e perdigiorno.
Il 19 luglio del 2017, mi spiegarono, sono venticinque anni dalla morte di Paolo Borsellino. Vogliamo fare qualcosa per rendere onore a lui e a Falcone, vogliamo che non si perda la memoria di un fatto così importante, di una tragedia così determinante per tutti noi. Li ascoltavo e pensavo: ecco. Ecco cos’è la cultura che nasce dal basso, ecco cos’è la società civile. Ecco cos’è la cultura del (nel) territorio.
Vogliamo commemorarlo, mi spiegarono, attraversando l’Italia da Nord a Sud, in bicicletta. Da Milano a Palermo. Vogliamo partire il 25 giugno - giorno dell’ultimo discorso pubblico di Borsellino, come poi abbiamo scoperto: le date non sono mai casuali - per giungere, dopo una estenuante ciclostaffetta, a Palermo, in via D’Amelio, il 19 luglio.
Ci porteremo dietro un’agenda rossa, la riempiremo lungo la strada di testimonianze, esortazioni, ricordi, imprecazioni. Tappa dopo tappa, paese dopo paese. E per ogni tappa, se qualcuno vorrà aiutarci (perché lo sai, soldi non ne abbiamo), vorremmo organizzare incontri, dibattiti, concerti, letture. Vorremmo consegnare nelle mani del fratello Salvatore quell’agenda rossa scomparsa durante i concitati momenti successivi alla strage. Scomparsa non per mano della mafia; ed è questa la cosa che, se è possibile, più ci addolora. (Li guardavo e pensavo: ecco l’ennesima prova di quel sospetto nei confronti delle istituzioni che mi fa camminare a testa bassa quando passo davanti ai militari in piazza.) Vorremmo idealmente risarcire la famiglia Borsellino di quel documento prezioso che l'antistato gli ha sottratto.
“Voi siete completamente pazzi,” dissi loro, bevendo una birra ghiacciata. “E un’idea assurda, complicatissima, irrealizzabile. Ci vuole un sacco di gente per organizzare una cosa del genere. Ci vuole una radio che vi segua, se non addirittura un canale televisivo, qualcuno che documenti tutto sui social, ci vogliono persone e associazioni sui territori da coinvolgere. E non avete un euro, una struttura, uno sponsor, un appoggio politico, un santo in paradiso. Niente di niente.”
Questa mia piazzata li lasciò di stucco. “Quindi dobbiamo lasciar perdere?” mi chiesero, mesti.
“E un’idea folle,” ripresi, dopo un altro sorso di birra. Poi sorrisi: “Quindi ci sto! ”.

Quella che è venuta dopo è una storia bella e pulita. È l’entusiasmo di Salvatore Borsellino che ci ha regalato la copia originale dell’agenda rossa dei carabinieri del 1992, è il coinvolgimento delle associazioni delle Agende Rosse, della Fiab, di Radio Popolare, di Coop Lombardia, di Libera Terra, dei ragazzi di “Una poltrona per tre” che si sono offerti di lare da ufficio stampa a titolo gratuito, sono le decine di realtà territoriali, di persone, famose o perfettamente sconosciute, che hanno abbracciato il progetto senza chiedere nulla in cambio.
Una cosa però dobbiamo fare, dissi loro quella mattina.
Quando tutta questa follia sarà finita, cosa resterà? Ci vuole un lascito. Dobbiamo coinvolgere un gruppo di scrittori, ripetere con le parole quello che voi farete con la ciclostaffetta. Un passaggio di testimone, dalla Lombardia fino alla Sicilia, per raccontare non tanto dov’eravamo alla morte dei due magistrati, ma dove forse siamo stati in questi anni, tutti noi: chi silente, chi indifferente, chi deluso, chi vigliacco, chi sempre e comunque, ostinatamente contrario, in prima fila. Dobbiamo scrivere un libro che testimoni tutto questo. Lo voglio curare assieme a Marco Balzano. Perché ho un’idea della cultura che è condivisione, inclusione, e non coltivazione esclusiva del proprio miserabile orticello. Perché Marco è bravo, lo conoscete bene, ha come me nelle vene un sangue meridionale, umile e irrequieto, e perché se è da Bollate che nasce un’idea così semplice e così perfetta, ci vuole uno scrittore di Bollate a seguirla!

L’altra mattina, mia figlia mi ha chiesto come mai i soldati che piantonano la piazza fossero tutti d’origine meridionale. I ragazzi fanno sempre le domande giuste. Io dovrei saperlo, dopo tutto, come ho fatto a non rendermene conto? Preso dai miei timori atavici, ideologici, m’incupivo di fronte alle uniformi, dimenticandomi dei ragazzi che le indossavano.
Ci sono posti d’Italia, le ho detto, dove non sempre puoi decidere della tua vita. Dove per vivere, spesso per sopravvivere, sei obbligato a scegliere. Come è capitato ad alcuni miei cugini, o amici, chi arruolato, chi spacciatore. Fra il 23 maggio e il 19 luglio del 1992 non sono morti soltanto due uomini straordinari, due eroici magistrati, due persone che volevano raddrizzare la schiena e l’orgoglio di una nazione compromessa. Nell’attentato di Capaci sono morti oltre a Francesca Morvillo - la moglie di Falcone, magistrato anche lei - i tre agenti di scorta Vito Schifani, Rocco Dicillo, Antonio Montinaro. E nella mattanza di via D’Amelio hanno perso la vita Agostino Catalano, Emanuela Loi, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina, Claudio Traina. Sardi, pugliesi, siciliani, uno persino immigrato dall’Australia.
Forse alcuni di loro credevano nell’idea di servire la Patria. O avevano ammirazione per il magistrato che dovevano proteggere. Altri, più semplicemente, volevano fare un lavoro onesto, pagare l’affitto, sposarsi, programmare una vacanza al mare con gli amici. Qualunque siano state le loro ragioni sono morti per difenderle. Sono morti per difendere la dignità di tutti noi. Per difenderci.
Questa ciclostaffetta, questo gesto semplice e naif, puerile e romantico, è un cammino sulla spina dorsale di una nazione troppo spesso indifferente. Per ricordarci che la nostra, di schiena, deve restare dritta se vogliamo guardare negli occhi, col giusto disprezzo, chi ci vuole in ginocchio. Il futuro è latto di memoria.
Resto ovviamente dell’idea che sia la cultura e non l’esercito a rendere sicure le città. Ma da qualche tempo, quando passo in piazzale Loreto, ascolto i militari chiacchierare fra loro, cercando di riconoscerne l’origine dalla cadenza. (Quasi sempre è quella di mio padre.) Sono ragazzi. Lì per la Patria o per uno stipendio. Sono lì per me. Li ascolto e sorrido.

di Gianni Biondillo


Le Musiche, scelte da Claudio Tesser

Janis Joplin, Bye Bye Baby [P.St.John]
Luca Carboni, Ci vuole un fisico bestiale  [Luca Carboni]
Janis Joplin, Try (Just A Little Bit Harder) [C. Taylor/Jerry Ragovoy]
Jovanotti, Non m’annoio [Lorenzo Jovanotti]
Janis Joplin, Piece Of My Heart [B. Berns/Jerry Ragovoy]
Annie Lennox, Why [Annie Lennox]
Fabrizio De André
, Il bombarolo [Fabrizio De André]
Virgilio Savona
, Il testamento del parroco Meslier [Virgilio Savona]
Nirvana, Smells Like Teen Spirit [Nirvana]
883, Hanno ucciso l’Uomo Ragno [Max Pezzali, Mauro Repetto]
Janis Joplin,
Summertime [George Gershwin, DuBose Heyward]
Goldie
, Timeless [R Playford/D Charlemagne]
The Chemical Brothers,Where Do I Begin [Rowlands, Simons]
Goldie, Saint Angel [R Playford/D Charlemagne]

Goldie, This Is A Bad [R Playford/D Charlemagne]
Wolfgang ZererPartite Diverse Sopra "Christ, Der Du Bist Der Helle Tag", BWV 766 [Johann Sebastian Bach]
Wolfgang ZererFugue In C Minor, BWV 575 [Johann Sebastian Bach]
Wolfgang ZererPartite Diverse Sopra "Ach, Was Soll Ich S
ünder Machen", BWV 770 [Johann Sebastian Bach]
Wolfgang ZererPartite Diverse Sopra "Ach, Was Soll Ich S
ünder Machen", BWV 770-3  [Johann Sebastian Bach]
Wolfgang ZererVater Unser Im Himmelreich, BWV 762 [Johann Sebastian Bach]
Leonard CohenHallelujah [Leonard Cohen]

Nuova Compagnia Di Canto Popolare'E spingule francese [Tradizionale]
Nuova Compagnia Di Canto PopolareRicciulina [Tradizionale]
Nuova Compagnia Di Canto PopolareTammurriata alli uno…alli uno [Tradizionale]
Nuova Compagnia Di Canto PopolareTammurriata nera [Tradizionale]

Nuova Compagnia Di Canto PopolareLi sarracini adorano lu sole. [Tradizionale]
Nuova Compagnia Di Canto Popolare‘O Guarracino [Tradizionale]
Nuova Compagnia Di Canto PopolareCicerenella [Tradizionale]
Nuova Compagnia Di Canto PopolareLa palummella [Tradizionale]
Franco BattiatoEra de maggio [Salvatore Di Giacomo, Mario Costa]


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info@sherwood.it (Sherwood Network)
<![CDATA[ReadBabyRead_435_Leogrande_2]]>

Un filo resistente lega gli uni agli altri i racconti di questa antologia: un'agenda rossa. Si affaccia dalla pagina declinata in diversi modi ma sempre intende ricordare quella appartenuta a Paolo Borsellino - che conteneva appunti, nomi e forse rivelazioni sulla strage di Capaci, scomparsa immediatamente dopo l'attentato mafioso del 19 luglio 1992 e mai più riapparsa.
Diversi autori, ciascuno con la propria storia, la propria sensibilità e la propria voce, riattualizzano con altrettanti racconti inediti, scritti appositamente per “L’agenda ritrovata”, il nucleo dell'impegno di Paolo Borsellino e gli interrogativi ancora aperti a ventisette anni dalla strage di via D'Amelio - la verità negata, il bisogno di giustizia, la sottrazione indebita, il mancato ritrovamento, la resistenza della politica... Ci riescono senza il bisogno della cronaca dei fatti: ci riescono inventando storie. "Uno scrittore che fa il suo dovere, sottolinea Marco Balzano nell'introduzione, "è prima di tutto uno scrittore che scrive bene e che sa consegnare agli altri una storia. Volevamo un libro vivo, completamente calato nell'oggi, senza ulteriori mitizzazioni, senza altre ipocrite santificazioni, che sono servite soltanto a collocare in un olimpo inaccessibile chi apparteneva alla collettività e solo per questa si è sacrificato. La letteratura, invece, quando è letteratura, compie sempre un'operazione di avvicinamento".

ReadBabyRead #435 del 25 aprile 2019


Quattro storie da
AA.VV.: L’agenda ritrovata
SETTE RACCONTI PER PAOLO BORSELLINO

Carlo Lucarelli, Hanno ucciso l’Uomo Ragno
Vanni Santoni, La solitudine della verità
Alessandro Leogrande, Le maschere di San Giovanni
Diego De Silva, Notturno pendolare

3.
Alessandro Leogrande
Le maschere di San Giovanni

(2a parte)


per info su F. Ventimiglia e C. Tesser:

Lettura e altri crimini
iTunes podcast


voce: Francesco Ventimiglia


“Mi accoglie nel suo studio a due passi da piazza Venezia.
Siede dietro una pesante scrivania di legno scuro, dai piedi rifiniti, che poggia come un trono su un tappeto color castagno. Gli angoli del trono, le pareti e gli scaffali delle librerie sono pieni di cimeli garibaldini, editti della Repubblica Romana, ritratti dei martiri del Risorgimento. E poi carte, libri, volumi rilegati a mano. Sta al centro di questo regno come il testimone di un'epoca che non c'è più. Un nottambulo che dialoga con i fantasmi, con le parole del passato. Fuori dalla finestra, sotto la pioggerella del tardo pomeriggio, Roma appare per quella che è: il prodotto dell'aggrovigliarsi perenne di poteri fragili e angusti sottopoteri, un arcipelago sconnesso di tribù che raramente interagiscono in una lingua comune.
È stato ministro, in un'epoca in cui le bombe continuavano a esplodere sugli aerei e sui treni, addensando un fumo nero di sospetti e misteri. Ha fatto comizi e rilasciato interviste, in una stagione in cui uomini delle istituzioni venivano ancora uccisi lungo i marciapiedi, sulle scalinate delle facoltà universitarie, davanti all’ingresso dei palazzi, le portiere delle auto spalancate, i ghigni sinistri a storpiare i loro volti di morti.” 



L’agenda ritrovata. Una staffetta letteraria


Passo ogni giorno davanti a una camionetta dell’esercito dove, da mesi, due militari piantonano piazzale Loreto, mitragliatore in mano. Sono lì per la mia sicurezza, per quella dell’intero quartiere, dopo l’ennesimo fatto criminale che ha mandato in fibrillazione i quotidiani nazionali, in una eccitazione mediatica fuori controllo, pornografica, che ha trasformato via Padova, la strada dove abito, in una specie di inferno in terra. Nulla di più lontano dalla realtà, ma questa è un’altra storia. Passo davanti, dicevo, e mi accorgo ogni volta di tenere lo sguardo basso, di incassarmi nelle spalle, quasi volessi scomparire dal loro campo visivo. Non mi sento sicuro, insomma. E non c’è ragione, ovviamente. Passo e mi tornano in mente le parole di Leonardo Sciascia quando diceva che gli italiani, di fronte alle istituzioni, si sentono sempre in colpa. E vero, non è militarizzando le strade che si ha una città più sicura, come dissi al mio sindaco quando chiese al governo la presenza dell’esercito. Ci vuole cultura del territorio. Nel territorio. Resta il fatto che quei ragazzi non mi hanno fatto niente e che io non ho alcun motivo per sospettare di loro.
Poi, ogni giorno, attraverso il marciapiedi e le spalle si rilassano. Sorrido, spesso. Non perché mi sono lasciato dietro i militari, ma perché vedo un bar, uno di quelli anonimi, scialbi, non ancora glamourizzati dalla neocultura fashion food che sta imperversando in città. Sorrido perché ripenso, ogni volta che passo, a quando gli amici dell'Orablù vennero a trovarmi, in quel tardo agosto del 2016, per un caffè e un consiglio. L'Orablù è un’associazione culturale che da anni, ricchi del solo loro folle entusiasmo, hanno portato scrittori, musicisti, attori in quel di Bollate, un comune della cintura metropolitana. Un pezzo di Milano con un altro nome. La loro ospitalità è calorosa, il loro entusiasmo travolgente.
“Abbiamo avuto un’idea,” mi dissero al telefono, “vogliamo parlartene.” La mattina appresso me la stavano esponendo in quel bar sgarrupato, frequentato da extracomunitari e perdigiorno.
Il 19 luglio del 2017, mi spiegarono, sono venticinque anni dalla morte di Paolo Borsellino. Vogliamo fare qualcosa per rendere onore a lui e a Falcone, vogliamo che non si perda la memoria di un fatto così importante, di una tragedia così determinante per tutti noi. Li ascoltavo e pensavo: ecco. Ecco cos’è la cultura che nasce dal basso, ecco cos’è la società civile. Ecco cos’è la cultura del (nel) territorio.
Vogliamo commemorarlo, mi spiegarono, attraversando l’Italia da Nord a Sud, in bicicletta. Da Milano a Palermo. Vogliamo partire il 25 giugno - giorno dell’ultimo discorso pubblico di Borsellino, come poi abbiamo scoperto: le date non sono mai casuali - per giungere, dopo una estenuante ciclostaffetta, a Palermo, in via D’Amelio, il 19 luglio.
Ci porteremo dietro un’agenda rossa, la riempiremo lungo la strada di testimonianze, esortazioni, ricordi, imprecazioni. Tappa dopo tappa, paese dopo paese. E per ogni tappa, se qualcuno vorrà aiutarci (perché lo sai, soldi non ne abbiamo), vorremmo organizzare incontri, dibattiti, concerti, letture. Vorremmo consegnare nelle mani del fratello Salvatore quell’agenda rossa scomparsa durante i concitati momenti successivi alla strage. Scomparsa non per mano della mafia; ed è questa la cosa che, se è possibile, più ci addolora. (Li guardavo e pensavo: ecco l’ennesima prova di quel sospetto nei confronti delle istituzioni che mi fa camminare a testa bassa quando passo davanti ai militari in piazza.) Vorremmo idealmente risarcire la famiglia Borsellino di quel documento prezioso che l'antistato gli ha sottratto.
“Voi siete completamente pazzi,” dissi loro, bevendo una birra ghiacciata. “E un’idea assurda, complicatissima, irrealizzabile. Ci vuole un sacco di gente per organizzare una cosa del genere. Ci vuole una radio che vi segua, se non addirittura un canale televisivo, qualcuno che documenti tutto sui social, ci vogliono persone e associazioni sui territori da coinvolgere. E non avete un euro, una struttura, uno sponsor, un appoggio politico, un santo in paradiso. Niente di niente.”
Questa mia piazzata li lasciò di stucco. “Quindi dobbiamo lasciar perdere?” mi chiesero, mesti.
“E un’idea folle,” ripresi, dopo un altro sorso di birra. Poi sorrisi: “Quindi ci sto! ”.

Quella che è venuta dopo è una storia bella e pulita. È l’entusiasmo di Salvatore Borsellino che ci ha regalato la copia originale dell’agenda rossa dei carabinieri del 1992, è il coinvolgimento delle associazioni delle Agende Rosse, della Fiab, di Radio Popolare, di Coop Lombardia, di Libera Terra, dei ragazzi di “Una poltrona per tre” che si sono offerti di lare da ufficio stampa a titolo gratuito, sono le decine di realtà territoriali, di persone, famose o perfettamente sconosciute, che hanno abbracciato il progetto senza chiedere nulla in cambio.
Una cosa però dobbiamo fare, dissi loro quella mattina.
Quando tutta questa follia sarà finita, cosa resterà? Ci vuole un lascito. Dobbiamo coinvolgere un gruppo di scrittori, ripetere con le parole quello che voi farete con la ciclostaffetta. Un passaggio di testimone, dalla Lombardia fino alla Sicilia, per raccontare non tanto dov’eravamo alla morte dei due magistrati, ma dove forse siamo stati in questi anni, tutti noi: chi silente, chi indifferente, chi deluso, chi vigliacco, chi sempre e comunque, ostinatamente contrario, in prima fila. Dobbiamo scrivere un libro che testimoni tutto questo. Lo voglio curare assieme a Marco Balzano. Perché ho un’idea della cultura che è condivisione, inclusione, e non coltivazione esclusiva del proprio miserabile orticello. Perché Marco è bravo, lo conoscete bene, ha come me nelle vene un sangue meridionale, umile e irrequieto, e perché se è da Bollate che nasce un’idea così semplice e così perfetta, ci vuole uno scrittore di Bollate a seguirla!

L’altra mattina, mia figlia mi ha chiesto come mai i soldati che piantonano la piazza fossero tutti d’origine meridionale. I ragazzi fanno sempre le domande giuste. Io dovrei saperlo, dopo tutto, come ho fatto a non rendermene conto? Preso dai miei timori atavici, ideologici, m’incupivo di fronte alle uniformi, dimenticandomi dei ragazzi che le indossavano.
Ci sono posti d’Italia, le ho detto, dove non sempre puoi decidere della tua vita. Dove per vivere, spesso per sopravvivere, sei obbligato a scegliere. Come è capitato ad alcuni miei cugini, o amici, chi arruolato, chi spacciatore. Fra il 23 maggio e il 19 luglio del 1992 non sono morti soltanto due uomini straordinari, due eroici magistrati, due persone che volevano raddrizzare la schiena e l’orgoglio di una nazione compromessa. Nell’attentato di Capaci sono morti oltre a Francesca Morvillo - la moglie di Falcone, magistrato anche lei - i tre agenti di scorta Vito Schifani, Rocco Dicillo, Antonio Montinaro. E nella mattanza di via D’Amelio hanno perso la vita Agostino Catalano, Emanuela Loi, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina, Claudio Traina. Sardi, pugliesi, siciliani, uno persino immigrato dall’Australia.
Forse alcuni di loro credevano nell’idea di servire la Patria. O avevano ammirazione per il magistrato che dovevano proteggere. Altri, più semplicemente, volevano fare un lavoro onesto, pagare l’affitto, sposarsi, programmare una vacanza al mare con gli amici. Qualunque siano state le loro ragioni sono morti per difenderle. Sono morti per difendere la dignità di tutti noi. Per difenderci.
Questa ciclostaffetta, questo gesto semplice e naif, puerile e romantico, è un cammino sulla spina dorsale di una nazione troppo spesso indifferente. Per ricordarci che la nostra, di schiena, deve restare dritta se vogliamo guardare negli occhi, col giusto disprezzo, chi ci vuole in ginocchio. Il futuro è latto di memoria.
Resto ovviamente dell’idea che sia la cultura e non l’esercito a rendere sicure le città. Ma da qualche tempo, quando passo in piazzale Loreto, ascolto i militari chiacchierare fra loro, cercando di riconoscerne l’origine dalla cadenza. (Quasi sempre è quella di mio padre.) Sono ragazzi. Lì per la Patria o per uno stipendio. Sono lì per me. Li ascolto e sorrido.

di Gianni Biondillo


Le Musiche, scelte da Claudio Tesser

Janis Joplin, Bye Bye Baby [P.St.John]
Luca Carboni, Ci vuole un fisico bestiale  [Luca Carboni]
Janis Joplin, Try (Just A Little Bit Harder) [C. Taylor/Jerry Ragovoy]
Jovanotti, Non m’annoio [Lorenzo Jovanotti]
Janis Joplin, Piece Of My Heart [B. Berns/Jerry Ragovoy]
Annie Lennox, Why [Annie Lennox]
Fabrizio De André
, Il bombarolo [Fabrizio De André]
Virgilio Savona
, Il testamento del parroco Meslier [Virgilio Savona]
Nirvana, Smells Like Teen Spirit [Nirvana]
883, Hanno ucciso l’Uomo Ragno [Max Pezzali, Mauro Repetto]
Janis Joplin,
Summertime [George Gershwin, DuBose Heyward]
Goldie
, Timeless [R Playford/D Charlemagne]
The Chemical Brothers,Where Do I Begin [Rowlands, Simons]
Goldie, Saint Angel [R Playford/D Charlemagne]

Goldie, This Is A Bad [R Playford/D Charlemagne]
Wolfgang ZererPartite Diverse Sopra "Christ, Der Du Bist Der Helle Tag", BWV 766 [Johann Sebastian Bach]
Wolfgang ZererFugue In C Minor, BWV 575 [Johann Sebastian Bach]
Wolfgang ZererPartite Diverse Sopra "Ach, Was Soll Ich S
ünder Machen", BWV 770 [Johann Sebastian Bach]
Wolfgang ZererPartite Diverse Sopra "Ach, Was Soll Ich S
ünder Machen", BWV 770-3  [Johann Sebastian Bach]
Wolfgang ZererVater Unser Im Himmelreich, BWV 762 [Johann Sebastian Bach]
Leonard CohenHallelujah [Leonard Cohen]

Nuova Compagnia Di Canto Popolare'E spingule francese [Tradizionale]
Nuova Compagnia Di Canto PopolareRicciulina [Tradizionale]
Nuova Compagnia Di Canto PopolareTammurriata alli uno…alli uno [Tradizionale]
Nuova Compagnia Di Canto PopolareTammurriata nera [Tradizionale]

Nuova Compagnia Di Canto PopolareLi sarracini adorano lu sole. [Tradizionale]
Nuova Compagnia Di Canto Popolare‘O Guarracino [Tradizionale]
Nuova Compagnia Di Canto PopolareCicerenella [Tradizionale]
Nuova Compagnia Di Canto PopolareLa palummella [Tradizionale]
Franco BattiatoEra de maggio [Salvatore Di Giacomo, Mario Costa]


]]>
info@sherwood.it (Sherwood Network)
<![CDATA[ReadBabyRead_434_Leogrande_1]]>

Un filo resistente lega gli uni agli altri i racconti di questa antologia: un'agenda rossa. Si affaccia dalla pagina declinata in diversi modi ma sempre intende ricordare quella appartenuta a Paolo Borsellino - che conteneva appunti, nomi e forse rivelazioni sulla strage di Capaci, scomparsa immediatamente dopo l'attentato mafioso del 19 luglio 1992 e mai più riapparsa.
Diversi autori, ciascuno con la propria storia, la propria sensibilità e la propria voce, riattualizzano con altrettanti racconti inediti, scritti appositamente per “L’agenda ritrovata”, il nucleo dell'impegno di Paolo Borsellino e gli interrogativi ancora aperti a ventisette anni dalla strage di via D'Amelio - la verità negata, il bisogno di giustizia, la sottrazione indebita, il mancato ritrovamento, la resistenza della politica... Ci riescono senza il bisogno della cronaca dei fatti: ci riescono inventando storie. "Uno scrittore che fa il suo dovere, sottolinea Marco Balzano nell'introduzione, "è prima di tutto uno scrittore che scrive bene e che sa consegnare agli altri una storia. Volevamo un libro vivo, completamente calato nell'oggi, senza ulteriori mitizzazioni, senza altre ipocrite santificazioni, che sono servite soltanto a collocare in un olimpo inaccessibile chi apparteneva alla collettività e solo per questa si è sacrificato. La letteratura, invece, quando è letteratura, compie sempre un'operazione di avvicinamento".

ReadBabyRead #434 del 18 aprile 2019


Quattro storie da
AA.VV.: L’agenda ritrovata
SETTE RACCONTI PER PAOLO BORSELLINO

Carlo Lucarelli, Hanno ucciso l’Uomo Ragno
Vanni Santoni, La solitudine della verità
Alessandro Leogrande, Le maschere di San Giovanni
Diego De Silva, Notturno pendolare

3.
Alessandro Leogrande
Le maschere di San Giovanni

(1a parte)


per info su F. Ventimiglia e C. Tesser:

Lettura e altri crimini
iTunes podcast


voce: Francesco Ventimiglia


“Mi accoglie nel suo studio a due passi da piazza Venezia.
Siede dietro una pesante scrivania di legno scuro, dai piedi rifiniti, che poggia come un trono su un tappeto color castagno. Gli angoli del trono, le pareti e gli scaffali delle librerie sono pieni di cimeli garibaldini, editti della Repubblica Romana, ritratti dei martiri del Risorgimento. E poi carte, libri, volumi rilegati a mano. Sta al centro di questo regno come il testimone di un'epoca che non c'è più. Un nottambulo che dialoga con i fantasmi, con le parole del passato. Fuori dalla finestra, sotto la pioggerella del tardo pomeriggio, Roma appare per quella che è: il prodotto dell'aggrovigliarsi perenne di poteri fragili e angusti sottopoteri, un arcipelago sconnesso di tribù che raramente interagiscono in una lingua comune.
È stato ministro, in un'epoca in cui le bombe continuavano a esplodere sugli aerei e sui treni, addensando un fumo nero di sospetti e misteri. Ha fatto comizi e rilasciato interviste, in una stagione in cui uomini delle istituzioni venivano ancora uccisi lungo i marciapiedi, sulle scalinate delle facoltà universitarie, davanti all’ingresso dei palazzi, le portiere delle auto spalancate, i ghigni sinistri a storpiare i loro volti di morti.” 



L’agenda ritrovata. Una staffetta letteraria


Passo ogni giorno davanti a una camionetta dell’esercito dove, da mesi, due militari piantonano piazzale Loreto, mitragliatore in mano. Sono lì per la mia sicurezza, per quella dell’intero quartiere, dopo l’ennesimo fatto criminale che ha mandato in fibrillazione i quotidiani nazionali, in una eccitazione mediatica fuori controllo, pornografica, che ha trasformato via Padova, la strada dove abito, in una specie di inferno in terra. Nulla di più lontano dalla realtà, ma questa è un’altra storia. Passo davanti, dicevo, e mi accorgo ogni volta di tenere lo sguardo basso, di incassarmi nelle spalle, quasi volessi scomparire dal loro campo visivo. Non mi sento sicuro, insomma. E non c’è ragione, ovviamente. Passo e mi tornano in mente le parole di Leonardo Sciascia quando diceva che gli italiani, di fronte alle istituzioni, si sentono sempre in colpa. E vero, non è militarizzando le strade che si ha una città più sicura, come dissi al mio sindaco quando chiese al governo la presenza dell’esercito. Ci vuole cultura del territorio. Nel territorio. Resta il fatto che quei ragazzi non mi hanno fatto niente e che io non ho alcun motivo per sospettare di loro.
Poi, ogni giorno, attraverso il marciapiedi e le spalle si rilassano. Sorrido, spesso. Non perché mi sono lasciato dietro i militari, ma perché vedo un bar, uno di quelli anonimi, scialbi, non ancora glamourizzati dalla neocultura fashion food che sta imperversando in città. Sorrido perché ripenso, ogni volta che passo, a quando gli amici dell'Orablù vennero a trovarmi, in quel tardo agosto del 2016, per un caffè e un consiglio. L'Orablù è un’associazione culturale che da anni, ricchi del solo loro folle entusiasmo, hanno portato scrittori, musicisti, attori in quel di Bollate, un comune della cintura metropolitana. Un pezzo di Milano con un altro nome. La loro ospitalità è calorosa, il loro entusiasmo travolgente.
“Abbiamo avuto un’idea,” mi dissero al telefono, “vogliamo parlartene.” La mattina appresso me la stavano esponendo in quel bar sgarrupato, frequentato da extracomunitari e perdigiorno.
Il 19 luglio del 2017, mi spiegarono, sono venticinque anni dalla morte di Paolo Borsellino. Vogliamo fare qualcosa per rendere onore a lui e a Falcone, vogliamo che non si perda la memoria di un fatto così importante, di una tragedia così determinante per tutti noi. Li ascoltavo e pensavo: ecco. Ecco cos’è la cultura che nasce dal basso, ecco cos’è la società civile. Ecco cos’è la cultura del (nel) territorio.
Vogliamo commemorarlo, mi spiegarono, attraversando l’Italia da Nord a Sud, in bicicletta. Da Milano a Palermo. Vogliamo partire il 25 giugno - giorno dell’ultimo discorso pubblico di Borsellino, come poi abbiamo scoperto: le date non sono mai casuali - per giungere, dopo una estenuante ciclostaffetta, a Palermo, in via D’Amelio, il 19 luglio.
Ci porteremo dietro un’agenda rossa, la riempiremo lungo la strada di testimonianze, esortazioni, ricordi, imprecazioni. Tappa dopo tappa, paese dopo paese. E per ogni tappa, se qualcuno vorrà aiutarci (perché lo sai, soldi non ne abbiamo), vorremmo organizzare incontri, dibattiti, concerti, letture. Vorremmo consegnare nelle mani del fratello Salvatore quell’agenda rossa scomparsa durante i concitati momenti successivi alla strage. Scomparsa non per mano della mafia; ed è questa la cosa che, se è possibile, più ci addolora. (Li guardavo e pensavo: ecco l’ennesima prova di quel sospetto nei confronti delle istituzioni che mi fa camminare a testa bassa quando passo davanti ai militari in piazza.) Vorremmo idealmente risarcire la famiglia Borsellino di quel documento prezioso che l'antistato gli ha sottratto.
“Voi siete completamente pazzi,” dissi loro, bevendo una birra ghiacciata. “E un’idea assurda, complicatissima, irrealizzabile. Ci vuole un sacco di gente per organizzare una cosa del genere. Ci vuole una radio che vi segua, se non addirittura un canale televisivo, qualcuno che documenti tutto sui social, ci vogliono persone e associazioni sui territori da coinvolgere. E non avete un euro, una struttura, uno sponsor, un appoggio politico, un santo in paradiso. Niente di niente.”
Questa mia piazzata li lasciò di stucco. “Quindi dobbiamo lasciar perdere?” mi chiesero, mesti.
“E un’idea folle,” ripresi, dopo un altro sorso di birra. Poi sorrisi: “Quindi ci sto! ”.

Quella che è venuta dopo è una storia bella e pulita. È l’entusiasmo di Salvatore Borsellino che ci ha regalato la copia originale dell’agenda rossa dei carabinieri del 1992, è il coinvolgimento delle associazioni delle Agende Rosse, della Fiab, di Radio Popolare, di Coop Lombardia, di Libera Terra, dei ragazzi di “Una poltrona per tre” che si sono offerti di lare da ufficio stampa a titolo gratuito, sono le decine di realtà territoriali, di persone, famose o perfettamente sconosciute, che hanno abbracciato il progetto senza chiedere nulla in cambio.
Una cosa però dobbiamo fare, dissi loro quella mattina.
Quando tutta questa follia sarà finita, cosa resterà? Ci vuole un lascito. Dobbiamo coinvolgere un gruppo di scrittori, ripetere con le parole quello che voi farete con la ciclostaffetta. Un passaggio di testimone, dalla Lombardia fino alla Sicilia, per raccontare non tanto dov’eravamo alla morte dei due magistrati, ma dove forse siamo stati in questi anni, tutti noi: chi silente, chi indifferente, chi deluso, chi vigliacco, chi sempre e comunque, ostinatamente contrario, in prima fila. Dobbiamo scrivere un libro che testimoni tutto questo. Lo voglio curare assieme a Marco Balzano. Perché ho un’idea della cultura che è condivisione, inclusione, e non coltivazione esclusiva del proprio miserabile orticello. Perché Marco è bravo, lo conoscete bene, ha come me nelle vene un sangue meridionale, umile e irrequieto, e perché se è da Bollate che nasce un’idea così semplice e così perfetta, ci vuole uno scrittore di Bollate a seguirla!

L’altra mattina, mia figlia mi ha chiesto come mai i soldati che piantonano la piazza fossero tutti d’origine meridionale. I ragazzi fanno sempre le domande giuste. Io dovrei saperlo, dopo tutto, come ho fatto a non rendermene conto? Preso dai miei timori atavici, ideologici, m’incupivo di fronte alle uniformi, dimenticandomi dei ragazzi che le indossavano.
Ci sono posti d’Italia, le ho detto, dove non sempre puoi decidere della tua vita. Dove per vivere, spesso per sopravvivere, sei obbligato a scegliere. Come è capitato ad alcuni miei cugini, o amici, chi arruolato, chi spacciatore. Fra il 23 maggio e il 19 luglio del 1992 non sono morti soltanto due uomini straordinari, due eroici magistrati, due persone che volevano raddrizzare la schiena e l’orgoglio di una nazione compromessa. Nell’attentato di Capaci sono morti oltre a Francesca Morvillo - la moglie di Falcone, magistrato anche lei - i tre agenti di scorta Vito Schifani, Rocco Dicillo, Antonio Montinaro. E nella mattanza di via D’Amelio hanno perso la vita Agostino Catalano, Emanuela Loi, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina, Claudio Traina. Sardi, pugliesi, siciliani, uno persino immigrato dall’Australia.
Forse alcuni di loro credevano nell’idea di servire la Patria. O avevano ammirazione per il magistrato che dovevano proteggere. Altri, più semplicemente, volevano fare un lavoro onesto, pagare l’affitto, sposarsi, programmare una vacanza al mare con gli amici. Qualunque siano state le loro ragioni sono morti per difenderle. Sono morti per difendere la dignità di tutti noi. Per difenderci.
Questa ciclostaffetta, questo gesto semplice e naif, puerile e romantico, è un cammino sulla spina dorsale di una nazione troppo spesso indifferente. Per ricordarci che la nostra, di schiena, deve restare dritta se vogliamo guardare negli occhi, col giusto disprezzo, chi ci vuole in ginocchio. Il futuro è latto di memoria.
Resto ovviamente dell’idea che sia la cultura e non l’esercito a rendere sicure le città. Ma da qualche tempo, quando passo in piazzale Loreto, ascolto i militari chiacchierare fra loro, cercando di riconoscerne l’origine dalla cadenza. (Quasi sempre è quella di mio padre.) Sono ragazzi. Lì per la Patria o per uno stipendio. Sono lì per me. Li ascolto e sorrido.

di Gianni Biondillo


Le Musiche, scelte da Claudio Tesser

Janis Joplin, Bye Bye Baby [P.St.John]
Luca Carboni, Ci vuole un fisico bestiale  [Luca Carboni]
Janis Joplin, Try (Just A Little Bit Harder) [C. Taylor/Jerry Ragovoy]
Jovanotti, Non m’annoio [Lorenzo Jovanotti]
Janis Joplin, Piece Of My Heart [B. Berns/Jerry Ragovoy]
Annie Lennox, Why [Annie Lennox]
Fabrizio De André
, Il bombarolo [Fabrizio De André]
Virgilio Savona
, Il testamento del parroco Meslier [Virgilio Savona]
Nirvana, Smells Like Teen Spirit [Nirvana]
883, Hanno ucciso l’Uomo Ragno [Max Pezzali, Mauro Repetto]
Janis Joplin,
Summertime [George Gershwin, DuBose Heyward]
Goldie
, Timeless [R Playford/D Charlemagne]
The Chemical Brothers,Where Do I Begin [Rowlands, Simons]
Goldie, Saint Angel [R Playford/D Charlemagne]

Goldie, This Is A Bad [R Playford/D Charlemagne]
Wolfgang ZererPartite Diverse Sopra "Christ, Der Du Bist Der Helle Tag", BWV 766 [Johann Sebastian Bach]
Wolfgang ZererFugue In C Minor, BWV 575 [Johann Sebastian Bach]
Wolfgang ZererPartite Diverse Sopra "Ach, Was Soll Ich S
ünder Machen", BWV 770 [Johann Sebastian Bach]
Wolfgang ZererPartite Diverse Sopra "Ach, Was Soll Ich S
ünder Machen", BWV 770-3  [Johann Sebastian Bach]
Wolfgang ZererVater Unser Im Himmelreich, BWV 762 [Johann Sebastian Bach]
Leonard CohenHallelujah [Leonard Cohen]

Nuova Compagnia Di Canto Popolare'E spingule francese [Tradizionale]
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Nuova Compagnia Di Canto Popolare‘O Guarracino [Tradizionale]
Nuova Compagnia Di Canto PopolareCicerenella [Tradizionale]
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<![CDATA[Gli Ultrauomini ]]>

“GLI ULTRAUOMINI– Terrestri d’Italia in contatto con altre dimensioni” è il nuovo libro di CTRL books, collana editoriale che nasce nella redazione di CTRL magazine.
È una strana creatura, un libro-reportage, un libro corale, di sole storie vere, che unisce:
- 1 reportage fotografico durato tre anni
- 11 reportage narrativi, affidati ad altrettanti scrittori e scrittrici
- 1 gran centrifugato finale di ultraumanità
Tutti gli autori e le autrici hanno incontrato in prima persona GLI ULTRAUOMINI, terrestri d’Italia in contatto con altre dimensioni.
Valerio Millefoglie ha raccolto le storie delle prime persone che, in Italia, hanno deciso di crioconservare un caro (che sia essere umano o animale); e ha incontrato il primo impresario di pompe funebri che, a Mirandola, fornisce servizi di ibernazione, congelando i cadaveri e spedendoli in Russia in un centro specializzato nella criogenesi. Qui i corpi riposeranno a meno 196 gradi, in attesa di una “resurrezione” perintercessione della tecnologia.
Giulia Callino ha trascorso 24 ore in un convento di suore di clausura: una bolla in cui vivono 19 donne, un mondo chiuso incastonato all’interno della dinamica e interconnessa Milano.
C’è poi la storia di Ortenzia Squillace, un’impiegata comunale calabrese che, a 40 anni, ha scelto di diventare una lottatrice di wrestling con il nome di Tenebra e ha raccontato di questa sua decisione a Maura Chiulli; e quella della dottoressa Lucrezia Furian, che ha aperto le porte della sala operatoria a Paolo Zardi per assistere a un trapianto di rene: donato da una moglie a suo marito.
C’è l’esperienza in prima persona di Alessandro Monaci, che ha trascorsi tre giorni nelle viscere della terra, al seguito di una spedizione di speleologi.
Un incontro fra Sofia Natella e una giovane tanatoesteta, che si occupa di truccare e preparare i defunti per l’ultimo addio; uno fra Luca Pakarov e le Persone Altamente Sensibili, che condividono un tratto comportamentale che le rende più recettive (e vulnerabili) alla realtà che ci circonda.
Matteo Trevisani, invece, ha intervistato (sotto anonimato) un maestro della cosiddetta “Quarta Via”, disciplina esoterica per il “reale e completo sviluppo dell’uomo”.
Donato Novellini ha suonato al campanello di un “alieno della porta accanto”, un alieno di paese che non ha mai lavorato (si dice) e sopravvive vendendo oroscopi personalizzati;
Martino Pinna è stato a pranzo con un cyborg: un ventiduenne transumanista che si è fatto impiantare un chip sottopelle.
Angelo Mozzillo, infine, ha incontrato un pensionato che da 14 anni va a caccia di messaggi in bottiglia sputati dal mare sulle spiagge di Termoli, in Molise; finora ne ha trovati e collezionati circa 800.
L’intero volume è percorso dalle immagini del reportage fotografico di Michela Benaglia.
Un lavoro durato tre anni, sulle tracce delle maschere del folklore italiano, dal Trentino alla Sardegna, alla Basilicata. Uomini, dunque, che quando indossano la maschera non sono più uomini, ma ponti tra questo mondo e un altro, tra la Bestia e il Divino. Ultrauomini, appunto.
A 500 anni dalla spedizione di Magellano, che per primo navigò nell’oceano che lui
battezzò “Pacifico”, e a 50 anni dal primo uomo sulla Luna, la redazione di CTRL ha scelto di occuparsi di quelli che vanno ultra, anche se vivono vite appartate, lontani dai riflettori e in luoghi fuori dai radar.

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CHI SONO GLI AUTORI
Un mix fra giovani esordienti e affermati scrittori, con la direzione editoriale di Nicola Feninno.
Si va dai 25 anni di Giulia Callino ai 49 anni di Paolo Zardi, già finalista al Premio Strega2015.
Questo l’elenco completo: Giulia Callino, Maura Chiulli, Valerio Millefoglie, Alessandro Monaci, Angelo Mozzillo, Sofia Natella, Donato Novellini, Luca Pakarov, Martino Pinna, Matteo Trevisani, Paolo Zardi.
La fotografa: Michela Benaglia (1980). Free-lance. Il suo lavoro si concentra sul reportage documentaristico e sociale. I suoi servizi sono apparsi sui più importanti quotidiani e periodici nazionali.
Photoediting: Michele Perletti
Direzione editoriale: Nicola Feninno

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CTRL si occupa di reportage narrativi riguardanti persone e luoghi fuori dai radar, lontano dai soliti centri d’attenzione.
Nasce nel 2009 come magazine gratuito, distribuito inizialmente a Bergamo e poi in tutta Italia, per diventare infine casa editrice.
Attualmente pubblica su www.ctrlmagazine.it e libri-reportage nella collana CTRL Books.
Gli Ultrauomini è il suo secondo libro.

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<![CDATA[ReadBabyRead_433_Santoni_3]]>

Un filo resistente lega gli uni agli altri i racconti di questa antologia: un'agenda rossa. Si affaccia dalla pagina declinata in diversi modi ma sempre intende ricordare quella appartenuta a Paolo Borsellino - che conteneva appunti, nomi e forse rivelazioni sulla strage di Capaci, scomparsa immediatamente dopo l'attentato mafioso del 19 luglio 1992 e mai più riapparsa.
Diversi autori, ciascuno con la propria storia, la propria sensibilità e la propria voce, riattualizzano con altrettanti racconti inediti, scritti appositamente per “L’agenda ritrovata”, il nucleo dell'impegno di Paolo Borsellino e gli interrogativi ancora aperti a ventisette anni dalla strage di via D'Amelio - la verità negata, il bisogno di giustizia, la sottrazione indebita, il mancato ritrovamento, la resistenza della politica... Ci riescono senza il bisogno della cronaca dei fatti: ci riescono inventando storie. "Uno scrittore che fa il suo dovere, sottolinea Marco Balzano nell'introduzione, "è prima di tutto uno scrittore che scrive bene e che sa consegnare agli altri una storia. Volevamo un libro vivo, completamente calato nell'oggi, senza ulteriori mitizzazioni, senza altre ipocrite santificazioni, che sono servite soltanto a collocare in un olimpo inaccessibile chi apparteneva alla collettività e solo per questa si è sacrificato. La letteratura, invece, quando è letteratura, compie sempre un'operazione di avvicinamento".


ReadBabyRead #433 dell’11 aprile 2019

Quattro storie da
AA.VV.: L’agenda ritrovata
SETTE RACCONTI PER PAOLO BORSELLINO

Carlo Lucarelli, Hanno ucciso l’Uomo Ragno
Vanni Santoni, La solitudine della verità
Alessandro Leogrande, Le maschere di San Giovanni
Diego De Silva, Notturno pendolare

2.
Vanni Santoni
La solitudine della verità

(3a parte)


per info su F. Ventimiglia e C. Tesser:

Lettura e altri crimini
iTunes podcast


voce: Francesco Ventimiglia


“Ma dove vai?
Lo sai... A dormire da Teresa, giù in paese. Basta che non andate su, dice a voce più bassa la mamma senza voltarsi dall’acquaio.
Su dove?
Ho letto sul giornale che ci sono dei matti che hanno messo in piedi una di quelle feste rave...
T'immagini mamma... Neanche ci piace quella musica.
Fosse la musica il problema!
Tranquilla. Ciao ma’.
Cate! dice ancora, e stavolta si gira.
Che c'è ancora?
Prendi almeno un po' di provviste. Aspetta, ti preparo una schiacciata, dice, e già tramena nella madia. 

Così Caterina aspetta che la mamma affetti schiacciata all'olio e finocchiona, col dubbio che in realtà sappia benissimo che appena uscita dal cortile prenderà la strada nella direzione che conduce al bivio per la bianca che sale verso la montagna. Mette nello zaino la schiacciata avvolta nello Scottex e nella stagnola e poi, quando la mamma è andata di là, sfila anche una bottiglia di vino dalla rastrelliera in basso e fìcca dentro pure quella.”



L’agenda ritrovata. Una staffetta letteraria


Passo ogni giorno davanti a una camionetta dell’esercito dove, da mesi, due militari piantonano piazzale Loreto, mitragliatore in mano. Sono lì per la mia sicurezza, per quella dell’intero quartiere, dopo l’ennesimo fatto criminale che ha mandato in fibrillazione i quotidiani nazionali, in una eccitazione mediatica fuori controllo, pornografica, che ha trasformato via Padova, la strada dove abito, in una specie di inferno in terra. Nulla di più lontano dalla realtà, ma questa è un’altra storia. Passo davanti, dicevo, e mi accorgo ogni volta di tenere lo sguardo basso, di incassarmi nelle spalle, quasi volessi scomparire dal loro campo visivo. Non mi sento sicuro, insomma. E non c’è ragione, ovviamente. Passo e mi tornano in mente le parole di Leonardo Sciascia quando diceva che gli italiani, di fronte alle istituzioni, si sentono sempre in colpa. E vero, non è militarizzando le strade che si ha una città più sicura, come dissi al mio sindaco quando chiese al governo la presenza dell’esercito. Ci vuole cultura del territorio. Nel territorio. Resta il fatto che quei ragazzi non mi hanno fatto niente e che io non ho alcun motivo per sospettare di loro.
Poi, ogni giorno, attraverso il marciapiedi e le spalle si rilassano. Sorrido, spesso. Non perché mi sono lasciato dietro i militari, ma perché vedo un bar, uno di quelli anonimi, scialbi, non ancora glamourizzati dalla neocultura fashion food che sta imperversando in città. Sorrido perché ripenso, ogni volta che passo, a quando gli amici dell'Orablù vennero a trovarmi, in quel tardo agosto del 2016, per un caffè e un consiglio. L'Orablù è un’associazione culturale che da anni, ricchi del solo loro folle entusiasmo, hanno portato scrittori, musicisti, attori in quel di Bollate, un comune della cintura metropolitana. Un pezzo di Milano con un altro nome. La loro ospitalità è calorosa, il loro entusiasmo travolgente.
“Abbiamo avuto un’idea,” mi dissero al telefono, “vogliamo parlartene.” La mattina appresso me la stavano esponendo in quel bar sgarrupato, frequentato da extracomunitari e perdigiorno.
Il 19 luglio del 2017, mi spiegarono, sono venticinque anni dalla morte di Paolo Borsellino. Vogliamo fare qualcosa per rendere onore a lui e a Falcone, vogliamo che non si perda la memoria di un fatto così importante, di una tragedia così determinante per tutti noi. Li ascoltavo e pensavo: ecco. Ecco cos’è la cultura che nasce dal basso, ecco cos’è la società civile. Ecco cos’è la cultura del (nel) territorio.
Vogliamo commemorarlo, mi spiegarono, attraversando l’Italia da Nord a Sud, in bicicletta. Da Milano a Palermo. Vogliamo partire il 25 giugno - giorno dell’ultimo discorso pubblico di Borsellino, come poi abbiamo scoperto: le date non sono mai casuali - per giungere, dopo una estenuante ciclostaffetta, a Palermo, in via D’Amelio, il 19 luglio.
Ci porteremo dietro un’agenda rossa, la riempiremo lungo la strada di testimonianze, esortazioni, ricordi, imprecazioni. Tappa dopo tappa, paese dopo paese. E per ogni tappa, se qualcuno vorrà aiutarci (perché lo sai, soldi non ne abbiamo), vorremmo organizzare incontri, dibattiti, concerti, letture. Vorremmo consegnare nelle mani del fratello Salvatore quell’agenda rossa scomparsa durante i concitati momenti successivi alla strage. Scomparsa non per mano della mafia; ed è questa la cosa che, se è possibile, più ci addolora. (Li guardavo e pensavo: ecco l’ennesima prova di quel sospetto nei confronti delle istituzioni che mi fa camminare a testa bassa quando passo davanti ai militari in piazza.) Vorremmo idealmente risarcire la famiglia Borsellino di quel documento prezioso che l'antistato gli ha sottratto.
“Voi siete completamente pazzi,” dissi loro, bevendo una birra ghiacciata. “E un’idea assurda, complicatissima, irrealizzabile. Ci vuole un sacco di gente per organizzare una cosa del genere. Ci vuole una radio che vi segua, se non addirittura un canale televisivo, qualcuno che documenti tutto sui social, ci vogliono persone e associazioni sui territori da coinvolgere. E non avete un euro, una struttura, uno sponsor, un appoggio politico, un santo in paradiso. Niente di niente.”
Questa mia piazzata li lasciò di stucco. “Quindi dobbiamo lasciar perdere?” mi chiesero, mesti.
“E un’idea folle,” ripresi, dopo un altro sorso di birra. Poi sorrisi: “Quindi ci sto! ”.

Quella che è venuta dopo è una storia bella e pulita. È l’entusiasmo di Salvatore Borsellino che ci ha regalato la copia originale dell’agenda rossa dei carabinieri del 1992, è il coinvolgimento delle associazioni delle Agende Rosse, della Fiab, di Radio Popolare, di Coop Lombardia, di Libera Terra, dei ragazzi di “Una poltrona per tre” che si sono offerti di lare da ufficio stampa a titolo gratuito, sono le decine di realtà territoriali, di persone, famose o perfettamente sconosciute, che hanno abbracciato il progetto senza chiedere nulla in cambio.
Una cosa però dobbiamo fare, dissi loro quella mattina.
Quando tutta questa follia sarà finita, cosa resterà? Ci vuole un lascito. Dobbiamo coinvolgere un gruppo di scrittori, ripetere con le parole quello che voi farete con la ciclostaffetta. Un passaggio di testimone, dalla Lombardia fino alla Sicilia, per raccontare non tanto dov’eravamo alla morte dei due magistrati, ma dove forse siamo stati in questi anni, tutti noi: chi silente, chi indifferente, chi deluso, chi vigliacco, chi sempre e comunque, ostinatamente contrario, in prima fila. Dobbiamo scrivere un libro che testimoni tutto questo. Lo voglio curare assieme a Marco Balzano. Perché ho un’idea della cultura che è condivisione, inclusione, e non coltivazione esclusiva del proprio miserabile orticello. Perché Marco è bravo, lo conoscete bene, ha come me nelle vene un sangue meridionale, umile e irrequieto, e perché se è da Bollate che nasce un’idea così semplice e così perfetta, ci vuole uno scrittore di Bollate a seguirla!

L’altra mattina, mia figlia mi ha chiesto come mai i soldati che piantonano la piazza fossero tutti d’origine meridionale. I ragazzi fanno sempre le domande giuste. Io dovrei saperlo, dopo tutto, come ho fatto a non rendermene conto? Preso dai miei timori atavici, ideologici, m’incupivo di fronte alle uniformi, dimenticandomi dei ragazzi che le indossavano.
Ci sono posti d’Italia, le ho detto, dove non sempre puoi decidere della tua vita. Dove per vivere, spesso per sopravvivere, sei obbligato a scegliere. Come è capitato ad alcuni miei cugini, o amici, chi arruolato, chi spacciatore. Fra il 23 maggio e il 19 luglio del 1992 non sono morti soltanto due uomini straordinari, due eroici magistrati, due persone che volevano raddrizzare la schiena e l’orgoglio di una nazione compromessa. Nell’attentato di Capaci sono morti oltre a Francesca Morvillo - la moglie di Falcone, magistrato anche lei - i tre agenti di scorta Vito Schifani, Rocco Dicillo, Antonio Montinaro. E nella mattanza di via D’Amelio hanno perso la vita Agostino Catalano, Emanuela Loi, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina, Claudio Traina. Sardi, pugliesi, siciliani, uno persino immigrato dall’Australia.
Forse alcuni di loro credevano nell’idea di servire la Patria. O avevano ammirazione per il magistrato che dovevano proteggere. Altri, più semplicemente, volevano fare un lavoro onesto, pagare l’affitto, sposarsi, programmare una vacanza al mare con gli amici. Qualunque siano state le loro ragioni sono morti per difenderle. Sono morti per difendere la dignità di tutti noi. Per difenderci.
Questa ciclostaffetta, questo gesto semplice e naif, puerile e romantico, è un cammino sulla spina dorsale di una nazione troppo spesso indifferente. Per ricordarci che la nostra, di schiena, deve restare dritta se vogliamo guardare negli occhi, col giusto disprezzo, chi ci vuole in ginocchio. Il futuro è latto di memoria.
Resto ovviamente dell’idea che sia la cultura e non l’esercito a rendere sicure le città. Ma da qualche tempo, quando passo in piazzale Loreto, ascolto i militari chiacchierare fra loro, cercando di riconoscerne l’origine dalla cadenza. (Quasi sempre è quella di mio padre.) Sono ragazzi. Lì per la Patria o per uno stipendio. Sono lì per me. Li ascolto e sorrido.

di Gianni Biondillo


Le Musiche, scelte da Claudio Tesser

Janis Joplin, Bye Bye Baby [P.St.John]
Luca Carboni, Ci vuole un fisico bestiale  [Luca Carboni]
Janis Joplin, Try (Just A Little Bit Harder) [C. Taylor/Jerry Ragovoy]
Jovanotti, Non m’annoio [Lorenzo Jovanotti]
Janis Joplin, Piece Of My Heart [B. Berns/Jerry Ragovoy]
Annie Lennox, Why [Annie Lennox]
Fabrizio De André
, Il bombarolo [Fabrizio De André]
Virgilio Savona
, Il testamento del parroco Meslier [Virgilio Savona]
Nirvana, Smells Like Teen Spirit [Nirvana]
883, Hanno ucciso l’Uomo Ragno [Max Pezzali, Mauro Repetto]
Janis Joplin,
Summertime [George Gershwin, DuBose Heyward]
Goldie
, Timeless [R Playford/D Charlemagne]
The Chemical Brothers,Where Do I Begin [Rowlands, Simons]
Goldie, Saint Angel [R Playford/D Charlemagne]

Goldie, This Is A Bad [R Playford/D Charlemagne]
The Chemical BrothersDig Your Own Hole [Rowlands, Simons]

]]>
info@sherwood.it (Sherwood Network)
<![CDATA[ReadBabyRead_432_Santoni_2]]>

Un filo resistente lega gli uni agli altri i racconti di questa antologia: un'agenda rossa. Si affaccia dalla pagina declinata in diversi modi ma sempre intende ricordare quella appartenuta a Paolo Borsellino - che conteneva appunti, nomi e forse rivelazioni sulla strage di Capaci, scomparsa immediatamente dopo l'attentato mafioso del 19 luglio 1992 e mai più riapparsa.
Diversi autori, ciascuno con la propria storia, la propria sensibilità e la propria voce, riattualizzano con altrettanti racconti inediti, scritti appositamente per “L’agenda ritrovata”, il nucleo dell'impegno di Paolo Borsellino e gli interrogativi ancora aperti a ventisette anni dalla strage di via D'Amelio - la verità negata, il bisogno di giustizia, la sottrazione indebita, il mancato ritrovamento, la resistenza della politica... Ci riescono senza il bisogno della cronaca dei fatti: ci riescono inventando storie. "Uno scrittore che fa il suo dovere, sottolinea Marco Balzano nell'introduzione, "è prima di tutto uno scrittore che scrive bene e che sa consegnare agli altri una storia. Volevamo un libro vivo, completamente calato nell'oggi, senza ulteriori mitizzazioni, senza altre ipocrite santificazioni, che sono servite soltanto a collocare in un olimpo inaccessibile chi apparteneva alla collettività e solo per questa si è sacrificato. La letteratura, invece, quando è letteratura, compie sempre un'operazione di avvicinamento".


ReadBabyRead #432 del 4 aprile 2019

Quattro storie da
AA.VV.: L’agenda ritrovata
SETTE RACCONTI PER PAOLO BORSELLINO

Carlo Lucarelli, Hanno ucciso l’Uomo Ragno
Vanni Santoni, La solitudine della verità
Alessandro Leogrande, Le maschere di San Giovanni
Diego De Silva, Notturno pendolare

2.
Vanni Santoni
La solitudine della verità

(2a parte)


per info su F. Ventimiglia e C. Tesser:

Lettura e altri crimini
iTunes podcast


voce: Francesco Ventimiglia


“Ma dove vai?
Lo sai... A dormire da Teresa, giù in paese. Basta che non andate su, dice a voce più bassa la mamma senza voltarsi dall’acquaio.
Su dove?
Ho letto sul giornale che ci sono dei matti che hanno messo in piedi una di quelle feste rave...
T'immagini mamma... Neanche ci piace quella musica.
Fosse la musica il problema!
Tranquilla. Ciao ma’.
Cate! dice ancora, e stavolta si gira.
Che c'è ancora?
Prendi almeno un po' di provviste. Aspetta, ti preparo una schiacciata, dice, e già tramena nella madia. 

Così Caterina aspetta che la mamma affetti schiacciata all'olio e finocchiona, col dubbio che in realtà sappia benissimo che appena uscita dal cortile prenderà la strada nella direzione che conduce al bivio per la bianca che sale verso la montagna. Mette nello zaino la schiacciata avvolta nello Scottex e nella stagnola e poi, quando la mamma è andata di là, sfila anche una bottiglia di vino dalla rastrelliera in basso e fìcca dentro pure quella.”



L’agenda ritrovata. Una staffetta letteraria


Passo ogni giorno davanti a una camionetta dell’esercito dove, da mesi, due militari piantonano piazzale Loreto, mitragliatore in mano. Sono lì per la mia sicurezza, per quella dell’intero quartiere, dopo l’ennesimo fatto criminale che ha mandato in fibrillazione i quotidiani nazionali, in una eccitazione mediatica fuori controllo, pornografica, che ha trasformato via Padova, la strada dove abito, in una specie di inferno in terra. Nulla di più lontano dalla realtà, ma questa è un’altra storia. Passo davanti, dicevo, e mi accorgo ogni volta di tenere lo sguardo basso, di incassarmi nelle spalle, quasi volessi scomparire dal loro campo visivo. Non mi sento sicuro, insomma. E non c’è ragione, ovviamente. Passo e mi tornano in mente le parole di Leonardo Sciascia quando diceva che gli italiani, di fronte alle istituzioni, si sentono sempre in colpa. E vero, non è militarizzando le strade che si ha una città più sicura, come dissi al mio sindaco quando chiese al governo la presenza dell’esercito. Ci vuole cultura del territorio. Nel territorio. Resta il fatto che quei ragazzi non mi hanno fatto niente e che io non ho alcun motivo per sospettare di loro.
Poi, ogni giorno, attraverso il marciapiedi e le spalle si rilassano. Sorrido, spesso. Non perché mi sono lasciato dietro i militari, ma perché vedo un bar, uno di quelli anonimi, scialbi, non ancora glamourizzati dalla neocultura fashion food che sta imperversando in città. Sorrido perché ripenso, ogni volta che passo, a quando gli amici dell'Orablù vennero a trovarmi, in quel tardo agosto del 2016, per un caffè e un consiglio. L'Orablù è un’associazione culturale che da anni, ricchi del solo loro folle entusiasmo, hanno portato scrittori, musicisti, attori in quel di Bollate, un comune della cintura metropolitana. Un pezzo di Milano con un altro nome. La loro ospitalità è calorosa, il loro entusiasmo travolgente.
“Abbiamo avuto un’idea,” mi dissero al telefono, “vogliamo parlartene.” La mattina appresso me la stavano esponendo in quel bar sgarrupato, frequentato da extracomunitari e perdigiorno.
Il 19 luglio del 2017, mi spiegarono, sono venticinque anni dalla morte di Paolo Borsellino. Vogliamo fare qualcosa per rendere onore a lui e a Falcone, vogliamo che non si perda la memoria di un fatto così importante, di una tragedia così determinante per tutti noi. Li ascoltavo e pensavo: ecco. Ecco cos’è la cultura che nasce dal basso, ecco cos’è la società civile. Ecco cos’è la cultura del (nel) territorio.
Vogliamo commemorarlo, mi spiegarono, attraversando l’Italia da Nord a Sud, in bicicletta. Da Milano a Palermo. Vogliamo partire il 25 giugno - giorno dell’ultimo discorso pubblico di Borsellino, come poi abbiamo scoperto: le date non sono mai casuali - per giungere, dopo una estenuante ciclostaffetta, a Palermo, in via D’Amelio, il 19 luglio.
Ci porteremo dietro un’agenda rossa, la riempiremo lungo la strada di testimonianze, esortazioni, ricordi, imprecazioni. Tappa dopo tappa, paese dopo paese. E per ogni tappa, se qualcuno vorrà aiutarci (perché lo sai, soldi non ne abbiamo), vorremmo organizzare incontri, dibattiti, concerti, letture. Vorremmo consegnare nelle mani del fratello Salvatore quell’agenda rossa scomparsa durante i concitati momenti successivi alla strage. Scomparsa non per mano della mafia; ed è questa la cosa che, se è possibile, più ci addolora. (Li guardavo e pensavo: ecco l’ennesima prova di quel sospetto nei confronti delle istituzioni che mi fa camminare a testa bassa quando passo davanti ai militari in piazza.) Vorremmo idealmente risarcire la famiglia Borsellino di quel documento prezioso che l'antistato gli ha sottratto.
“Voi siete completamente pazzi,” dissi loro, bevendo una birra ghiacciata. “E un’idea assurda, complicatissima, irrealizzabile. Ci vuole un sacco di gente per organizzare una cosa del genere. Ci vuole una radio che vi segua, se non addirittura un canale televisivo, qualcuno che documenti tutto sui social, ci vogliono persone e associazioni sui territori da coinvolgere. E non avete un euro, una struttura, uno sponsor, un appoggio politico, un santo in paradiso. Niente di niente.”
Questa mia piazzata li lasciò di stucco. “Quindi dobbiamo lasciar perdere?” mi chiesero, mesti.
“E un’idea folle,” ripresi, dopo un altro sorso di birra. Poi sorrisi: “Quindi ci sto! ”.

Quella che è venuta dopo è una storia bella e pulita. È l’entusiasmo di Salvatore Borsellino che ci ha regalato la copia originale dell’agenda rossa dei carabinieri del 1992, è il coinvolgimento delle associazioni delle Agende Rosse, della Fiab, di Radio Popolare, di Coop Lombardia, di Libera Terra, dei ragazzi di “Una poltrona per tre” che si sono offerti di lare da ufficio stampa a titolo gratuito, sono le decine di realtà territoriali, di persone, famose o perfettamente sconosciute, che hanno abbracciato il progetto senza chiedere nulla in cambio.
Una cosa però dobbiamo fare, dissi loro quella mattina.
Quando tutta questa follia sarà finita, cosa resterà? Ci vuole un lascito. Dobbiamo coinvolgere un gruppo di scrittori, ripetere con le parole quello che voi farete con la ciclostaffetta. Un passaggio di testimone, dalla Lombardia fino alla Sicilia, per raccontare non tanto dov’eravamo alla morte dei due magistrati, ma dove forse siamo stati in questi anni, tutti noi: chi silente, chi indifferente, chi deluso, chi vigliacco, chi sempre e comunque, ostinatamente contrario, in prima fila. Dobbiamo scrivere un libro che testimoni tutto questo. Lo voglio curare assieme a Marco Balzano. Perché ho un’idea della cultura che è condivisione, inclusione, e non coltivazione esclusiva del proprio miserabile orticello. Perché Marco è bravo, lo conoscete bene, ha come me nelle vene un sangue meridionale, umile e irrequieto, e perché se è da Bollate che nasce un’idea così semplice e così perfetta, ci vuole uno scrittore di Bollate a seguirla!

L’altra mattina, mia figlia mi ha chiesto come mai i soldati che piantonano la piazza fossero tutti d’origine meridionale. I ragazzi fanno sempre le domande giuste. Io dovrei saperlo, dopo tutto, come ho fatto a non rendermene conto? Preso dai miei timori atavici, ideologici, m’incupivo di fronte alle uniformi, dimenticandomi dei ragazzi che le indossavano.
Ci sono posti d’Italia, le ho detto, dove non sempre puoi decidere della tua vita. Dove per vivere, spesso per sopravvivere, sei obbligato a scegliere. Come è capitato ad alcuni miei cugini, o amici, chi arruolato, chi spacciatore. Fra il 23 maggio e il 19 luglio del 1992 non sono morti soltanto due uomini straordinari, due eroici magistrati, due persone che volevano raddrizzare la schiena e l’orgoglio di una nazione compromessa. Nell’attentato di Capaci sono morti oltre a Francesca Morvillo - la moglie di Falcone, magistrato anche lei - i tre agenti di scorta Vito Schifani, Rocco Dicillo, Antonio Montinaro. E nella mattanza di via D’Amelio hanno perso la vita Agostino Catalano, Emanuela Loi, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina, Claudio Traina. Sardi, pugliesi, siciliani, uno persino immigrato dall’Australia.
Forse alcuni di loro credevano nell’idea di servire la Patria. O avevano ammirazione per il magistrato che dovevano proteggere. Altri, più semplicemente, volevano fare un lavoro onesto, pagare l’affitto, sposarsi, programmare una vacanza al mare con gli amici. Qualunque siano state le loro ragioni sono morti per difenderle. Sono morti per difendere la dignità di tutti noi. Per difenderci.
Questa ciclostaffetta, questo gesto semplice e naif, puerile e romantico, è un cammino sulla spina dorsale di una nazione troppo spesso indifferente. Per ricordarci che la nostra, di schiena, deve restare dritta se vogliamo guardare negli occhi, col giusto disprezzo, chi ci vuole in ginocchio. Il futuro è latto di memoria.
Resto ovviamente dell’idea che sia la cultura e non l’esercito a rendere sicure le città. Ma da qualche tempo, quando passo in piazzale Loreto, ascolto i militari chiacchierare fra loro, cercando di riconoscerne l’origine dalla cadenza. (Quasi sempre è quella di mio padre.) Sono ragazzi. Lì per la Patria o per uno stipendio. Sono lì per me. Li ascolto e sorrido.

di Gianni Biondillo


Le Musiche, scelte da Claudio Tesser

Janis Joplin, Bye Bye Baby [P.St.John]
Luca Carboni, Ci vuole un fisico bestiale  [Luca Carboni]
Janis Joplin, Try (Just A Little Bit Harder) [C. Taylor/Jerry Ragovoy]
Jovanotti, Non m’annoio [Lorenzo Jovanotti]
Janis Joplin, Piece Of My Heart [B. Berns/Jerry Ragovoy]
Annie Lennox, Why [Annie Lennox]
Fabrizio De André
, Il bombarolo [Fabrizio De André]
Virgilio Savona
, Il testamento del parroco Meslier [Virgilio Savona]
Nirvana, Smells Like Teen Spirit [Nirvana]
883, Hanno ucciso l’Uomo Ragno [Max Pezzali, Mauro Repetto]
Janis Joplin,
Summertime [George Gershwin, DuBose Heyward]
Goldie
, Timeless [R Playford/D Charlemagne]
The Chemical Brothers,Where Do I Begin [Rowlands, Simons]
Goldie, Saint Angel [R Playford/D Charlemagne]

Goldie, This Is A Bad [R Playford/D Charlemagne]
The Chemical BrothersDig Your Own Hole [Rowlands, Simons]

]]>
info@sherwood.it (Sherwood Network)
<![CDATA[ReadBabyRead_431_Santoni_1]]>

Un filo resistente lega gli uni agli altri i racconti di questa antologia: un'agenda rossa. Si affaccia dalla pagina declinata in diversi modi ma sempre intende ricordare quella appartenuta a Paolo Borsellino - che conteneva appunti, nomi e forse rivelazioni sulla strage di Capaci, scomparsa immediatamente dopo l'attentato mafioso del 19 luglio 1992 e mai più riapparsa.
Diversi autori, ciascuno con la propria storia, la propria sensibilità e la propria voce, riattualizzano con altrettanti racconti inediti, scritti appositamente per “L’agenda ritrovata”, il nucleo dell'impegno di Paolo Borsellino e gli interrogativi ancora aperti a ventisette anni dalla strage di via D'Amelio - la verità negata, il bisogno di giustizia, la sottrazione indebita, il mancato ritrovamento, la resistenza della politica... Ci riescono senza il bisogno della cronaca dei fatti: ci riescono inventando storie. "Uno scrittore che fa il suo dovere, sottolinea Marco Balzano nell'introduzione, "è prima di tutto uno scrittore che scrive bene e che sa consegnare agli altri una storia. Volevamo un libro vivo, completamente calato nell'oggi, senza ulteriori mitizzazioni, senza altre ipocrite santificazioni, che sono servite soltanto a collocare in un olimpo inaccessibile chi apparteneva alla collettività e solo per questa si è sacrificato. La letteratura, invece, quando è letteratura, compie sempre un'operazione di avvicinamento".


ReadBabyRead #431 del 28 marzo 2019

Quattro storie da
AA.VV.: L’agenda ritrovata
SETTE RACCONTI PER PAOLO BORSELLINO

Carlo Lucarelli, Hanno ucciso l’Uomo Ragno
Vanni Santoni, La solitudine della verità
Alessandro Leogrande, Le maschere di San Giovanni
Diego De Silva, Notturno pendolare

2.
Vanni Santoni
La solitudine della verità

(1a parte)


per info su F. Ventimiglia e C. Tesser:

Lettura e altri crimini
iTunes podcast


voce: Francesco Ventimiglia


“Ma dove vai?
Lo sai... A dormire da Teresa, giù in paese. Basta che non andate su, dice a voce più bassa la mamma senza voltarsi dall’acquaio.
Su dove?
Ho letto sul giornale che ci sono dei matti che hanno messo in piedi una di quelle feste rave...
T'immagini mamma... Neanche ci piace quella musica.
Fosse la musica il problema!
Tranquilla. Ciao ma’.
Cate! dice ancora, e stavolta si gira.
Che c'è ancora?
Prendi almeno un po' di provviste. Aspetta, ti preparo una schiacciata, dice, e già tramena nella madia. 

Così Caterina aspetta che la mamma affetti schiacciata all'olio e finocchiona, col dubbio che in realtà sappia benissimo che appena uscita dal cortile prenderà la strada nella direzione che conduce al bivio per la bianca che sale verso la montagna. Mette nello zaino la schiacciata avvolta nello Scottex e nella stagnola e poi, quando la mamma è andata di là, sfila anche una bottiglia di vino dalla rastrelliera in basso e fìcca dentro pure quella.”



L’agenda ritrovata. Una staffetta letteraria


Passo ogni giorno davanti a una camionetta dell’esercito dove, da mesi, due militari piantonano piazzale Loreto, mitragliatore in mano. Sono lì per la mia sicurezza, per quella dell’intero quartiere, dopo l’ennesimo fatto criminale che ha mandato in fibrillazione i quotidiani nazionali, in una eccitazione mediatica fuori controllo, pornografica, che ha trasformato via Padova, la strada dove abito, in una specie di inferno in terra. Nulla di più lontano dalla realtà, ma questa è un’altra storia. Passo davanti, dicevo, e mi accorgo ogni volta di tenere lo sguardo basso, di incassarmi nelle spalle, quasi volessi scomparire dal loro campo visivo. Non mi sento sicuro, insomma. E non c’è ragione, ovviamente. Passo e mi tornano in mente le parole di Leonardo Sciascia quando diceva che gli italiani, di fronte alle istituzioni, si sentono sempre in colpa. E vero, non è militarizzando le strade che si ha una città più sicura, come dissi al mio sindaco quando chiese al governo la presenza dell’esercito. Ci vuole cultura del territorio. Nel territorio. Resta il fatto che quei ragazzi non mi hanno fatto niente e che io non ho alcun motivo per sospettare di loro.
Poi, ogni giorno, attraverso il marciapiedi e le spalle si rilassano. Sorrido, spesso. Non perché mi sono lasciato dietro i militari, ma perché vedo un bar, uno di quelli anonimi, scialbi, non ancora glamourizzati dalla neocultura fashion food che sta imperversando in città. Sorrido perché ripenso, ogni volta che passo, a quando gli amici dell'Orablù vennero a trovarmi, in quel tardo agosto del 2016, per un caffè e un consiglio. L'Orablù è un’associazione culturale che da anni, ricchi del solo loro folle entusiasmo, hanno portato scrittori, musicisti, attori in quel di Bollate, un comune della cintura metropolitana. Un pezzo di Milano con un altro nome. La loro ospitalità è calorosa, il loro entusiasmo travolgente.
“Abbiamo avuto un’idea,” mi dissero al telefono, “vogliamo parlartene.” La mattina appresso me la stavano esponendo in quel bar sgarrupato, frequentato da extracomunitari e perdigiorno.
Il 19 luglio del 2017, mi spiegarono, sono venticinque anni dalla morte di Paolo Borsellino. Vogliamo fare qualcosa per rendere onore a lui e a Falcone, vogliamo che non si perda la memoria di un fatto così importante, di una tragedia così determinante per tutti noi. Li ascoltavo e pensavo: ecco. Ecco cos’è la cultura che nasce dal basso, ecco cos’è la società civile. Ecco cos’è la cultura del (nel) territorio.
Vogliamo commemorarlo, mi spiegarono, attraversando l’Italia da Nord a Sud, in bicicletta. Da Milano a Palermo. Vogliamo partire il 25 giugno - giorno dell’ultimo discorso pubblico di Borsellino, come poi abbiamo scoperto: le date non sono mai casuali - per giungere, dopo una estenuante ciclostaffetta, a Palermo, in via D’Amelio, il 19 luglio.
Ci porteremo dietro un’agenda rossa, la riempiremo lungo la strada di testimonianze, esortazioni, ricordi, imprecazioni. Tappa dopo tappa, paese dopo paese. E per ogni tappa, se qualcuno vorrà aiutarci (perché lo sai, soldi non ne abbiamo), vorremmo organizzare incontri, dibattiti, concerti, letture. Vorremmo consegnare nelle mani del fratello Salvatore quell’agenda rossa scomparsa durante i concitati momenti successivi alla strage. Scomparsa non per mano della mafia; ed è questa la cosa che, se è possibile, più ci addolora. (Li guardavo e pensavo: ecco l’ennesima prova di quel sospetto nei confronti delle istituzioni che mi fa camminare a testa bassa quando passo davanti ai militari in piazza.) Vorremmo idealmente risarcire la famiglia Borsellino di quel documento prezioso che l'antistato gli ha sottratto.
“Voi siete completamente pazzi,” dissi loro, bevendo una birra ghiacciata. “E un’idea assurda, complicatissima, irrealizzabile. Ci vuole un sacco di gente per organizzare una cosa del genere. Ci vuole una radio che vi segua, se non addirittura un canale televisivo, qualcuno che documenti tutto sui social, ci vogliono persone e associazioni sui territori da coinvolgere. E non avete un euro, una struttura, uno sponsor, un appoggio politico, un santo in paradiso. Niente di niente.”
Questa mia piazzata li lasciò di stucco. “Quindi dobbiamo lasciar perdere?” mi chiesero, mesti.
“E un’idea folle,” ripresi, dopo un altro sorso di birra. Poi sorrisi: “Quindi ci sto! ”.

Quella che è venuta dopo è una storia bella e pulita. È l’entusiasmo di Salvatore Borsellino che ci ha regalato la copia originale dell’agenda rossa dei carabinieri del 1992, è il coinvolgimento delle associazioni delle Agende Rosse, della Fiab, di Radio Popolare, di Coop Lombardia, di Libera Terra, dei ragazzi di “Una poltrona per tre” che si sono offerti di lare da ufficio stampa a titolo gratuito, sono le decine di realtà territoriali, di persone, famose o perfettamente sconosciute, che hanno abbracciato il progetto senza chiedere nulla in cambio.
Una cosa però dobbiamo fare, dissi loro quella mattina.
Quando tutta questa follia sarà finita, cosa resterà? Ci vuole un lascito. Dobbiamo coinvolgere un gruppo di scrittori, ripetere con le parole quello che voi farete con la ciclostaffetta. Un passaggio di testimone, dalla Lombardia fino alla Sicilia, per raccontare non tanto dov’eravamo alla morte dei due magistrati, ma dove forse siamo stati in questi anni, tutti noi: chi silente, chi indifferente, chi deluso, chi vigliacco, chi sempre e comunque, ostinatamente contrario, in prima fila. Dobbiamo scrivere un libro che testimoni tutto questo. Lo voglio curare assieme a Marco Balzano. Perché ho un’idea della cultura che è condivisione, inclusione, e non coltivazione esclusiva del proprio miserabile orticello. Perché Marco è bravo, lo conoscete bene, ha come me nelle vene un sangue meridionale, umile e irrequieto, e perché se è da Bollate che nasce un’idea così semplice e così perfetta, ci vuole uno scrittore di Bollate a seguirla!

L’altra mattina, mia figlia mi ha chiesto come mai i soldati che piantonano la piazza fossero tutti d’origine meridionale. I ragazzi fanno sempre le domande giuste. Io dovrei saperlo, dopo tutto, come ho fatto a non rendermene conto? Preso dai miei timori atavici, ideologici, m’incupivo di fronte alle uniformi, dimenticandomi dei ragazzi che le indossavano.
Ci sono posti d’Italia, le ho detto, dove non sempre puoi decidere della tua vita. Dove per vivere, spesso per sopravvivere, sei obbligato a scegliere. Come è capitato ad alcuni miei cugini, o amici, chi arruolato, chi spacciatore. Fra il 23 maggio e il 19 luglio del 1992 non sono morti soltanto due uomini straordinari, due eroici magistrati, due persone che volevano raddrizzare la schiena e l’orgoglio di una nazione compromessa. Nell’attentato di Capaci sono morti oltre a Francesca Morvillo - la moglie di Falcone, magistrato anche lei - i tre agenti di scorta Vito Schifani, Rocco Dicillo, Antonio Montinaro. E nella mattanza di via D’Amelio hanno perso la vita Agostino Catalano, Emanuela Loi, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina, Claudio Traina. Sardi, pugliesi, siciliani, uno persino immigrato dall’Australia.
Forse alcuni di loro credevano nell’idea di servire la Patria. O avevano ammirazione per il magistrato che dovevano proteggere. Altri, più semplicemente, volevano fare un lavoro onesto, pagare l’affitto, sposarsi, programmare una vacanza al mare con gli amici. Qualunque siano state le loro ragioni sono morti per difenderle. Sono morti per difendere la dignità di tutti noi. Per difenderci.
Questa ciclostaffetta, questo gesto semplice e naif, puerile e romantico, è un cammino sulla spina dorsale di una nazione troppo spesso indifferente. Per ricordarci che la nostra, di schiena, deve restare dritta se vogliamo guardare negli occhi, col giusto disprezzo, chi ci vuole in ginocchio. Il futuro è latto di memoria.
Resto ovviamente dell’idea che sia la cultura e non l’esercito a rendere sicure le città. Ma da qualche tempo, quando passo in piazzale Loreto, ascolto i militari chiacchierare fra loro, cercando di riconoscerne l’origine dalla cadenza. (Quasi sempre è quella di mio padre.) Sono ragazzi. Lì per la Patria o per uno stipendio. Sono lì per me. Li ascolto e sorrido.

di Gianni Biondillo


Le Musiche, scelte da Claudio Tesser

Janis Joplin, Bye Bye Baby [P.St.John]
Luca Carboni, Ci vuole un fisico bestiale  [Luca Carboni]
Janis Joplin, Try (Just A Little Bit Harder) [C. Taylor/Jerry Ragovoy]
Jovanotti, Non m’annoio [Lorenzo Jovanotti]
Janis Joplin, Piece Of My Heart [B. Berns/Jerry Ragovoy]
Annie Lennox, Why [Annie Lennox]
Fabrizio De André
, Il bombarolo [Fabrizio De André]
Virgilio Savona
, Il testamento del parroco Meslier [Virgilio Savona]
Nirvana, Smells Like Teen Spirit [Nirvana]
883, Hanno ucciso l’Uomo Ragno [Max Pezzali, Mauro Repetto]
Janis Joplin,
Summertime [George Gershwin, DuBose Heyward]
Goldie
, Timeless [R Playford/D Charlemagne]
The Chemical Brothers,Where Do I Begin [Rowlands, Simons]
Goldie, Saint Angel [R Playford/D Charlemagne]

Goldie, This Is A Bad [R Playford/D Charlemagne]
The Chemical BrothersDig Your Own Hole [Rowlands, Simons]

]]>
info@sherwood.it (Sherwood Network)
<![CDATA[ReadBabyRead_430_Lucarelli_3]]>

Un filo resistente lega gli uni agli altri i racconti di questa antologia: un'agenda rossa. Si affaccia dalla pagina declinata in diversi modi ma sempre intende ricordare quella appartenuta a Paolo Borsellino - che conteneva appunti, nomi e forse rivelazioni sulla strage di Capaci, scomparsa immediatamente dopo l'attentato mafioso del 19 luglio 1992 e mai più riapparsa.
Diversi autori, ciascuno con la propria storia, la propria sensibilità e la propria voce, riattualizzano con altrettanti racconti inediti, scritti appositamente per “L’agenda ritrovata”, il nucleo dell'impegno di Paolo Borsellino e gli interrogativi ancora aperti a ventisette anni dalla strage di via D'Amelio - la verità negata, il bisogno di giustizia, la sottrazione indebita, il mancato ritrovamento, la resistenza della politica... Ci riescono senza il bisogno della cronaca dei fatti: ci riescono inventando storie. "Uno scrittore che fa il suo dovere, sottolinea Marco Balzano nell'introduzione, "è prima di tutto uno scrittore che scrive bene e che sa consegnare agli altri una storia. Volevamo un libro vivo, completamente calato nell'oggi, senza ulteriori mitizzazioni, senza altre ipocrite santificazioni, che sono servite soltanto a collocare in un olimpo inaccessibile chi apparteneva alla collettività e solo per questa si è sacrificato. La letteratura, invece, quando è letteratura, compie sempre un'operazione di avvicinamento".


ReadBabyRead #430 del 21 marzo 2019

Quattro storie da
AA.VV.: L’agenda ritrovata
SETTE RACCONTI PER PAOLO BORSELLINO

Carlo Lucarelli, Hanno ucciso l’Uomo Ragno
Vanni Santoni, La solitudine della verità
Alessandro Leogrande, Le maschere di San Giovanni
Diego De Silva, Notturno pendolare

1.
Carlo Lucarelli
Hanno ucciso l’Uomo Ragno

(3a parte)


per info su F. Ventimiglia e C. Tesser:

Lettura e altri crimini
iTunes podcast


voce: Francesco Ventimiglia


“Sabato 4 luglio 1992 

Gli venne in mente quella storia che girava, chissà se era vera, lui l’aveva sentita a Faenza.
Un tizio con una grossa Mercedes sta per parcheggiare in piazza quando un altro con una piccola 500 gli passa davanti e gli frega il posto. Quello della Mercedes si lamenta, “c'ero prima io", ma quello della 500 si stringe nelle spalle. "Il mondo è dei furbi," gli dice. Allora quello della Mercedes ci pensa un po' su, poi scuote la testa e dice "no, il mondo è di chi ha i soldi” , ingrana la marcia e gli schiaccia il cinquino contro le colonne del porticato della piazza.
Gli venne in mente proprio perché era a Faenza, ad aspettare paziente che un 131 finisse di fare marcia indietro per liberargli il posto, quando ecco uno che arriva dall’altra parte e si infila, tutto storto, incurante della sua freccia paziente, e anche dei due colpi di clacson che gli aveva sparato dietro.”



L’agenda ritrovata. Una staffetta letteraria


Passo ogni giorno davanti a una camionetta dell’esercito dove, da mesi, due militari piantonano piazzale Loreto, mitragliatore in mano. Sono lì per la mia sicurezza, per quella dell’intero quartiere, dopo l’ennesimo fatto criminale che ha mandato in fibrillazione i quotidiani nazionali, in una eccitazione mediatica fuori controllo, pornografica, che ha trasformato via Padova, la strada dove abito, in una specie di inferno in terra. Nulla di più lontano dalla realtà, ma questa è un’altra storia. Passo davanti, dicevo, e mi accorgo ogni volta di tenere lo sguardo basso, di incassarmi nelle spalle, quasi volessi scomparire dal loro campo visivo. Non mi sento sicuro, insomma. E non c’è ragione, ovviamente. Passo e mi tornano in mente le parole di Leonardo Sciascia quando diceva che gli italiani, di fronte alle istituzioni, si sentono sempre in colpa. E vero, non è militarizzando le strade che si ha una città più sicura, come dissi al mio sindaco quando chiese al governo la presenza dell’esercito. Ci vuole cultura del territorio. Nel territorio. Resta il fatto che quei ragazzi non mi hanno fatto niente e che io non ho alcun motivo per sospettare di loro.
Poi, ogni giorno, attraverso il marciapiedi e le spalle si rilassano. Sorrido, spesso. Non perché mi sono lasciato dietro i militari, ma perché vedo un bar, uno di quelli anonimi, scialbi, non ancora glamourizzati dalla neocultura fashion food che sta imperversando in città. Sorrido perché ripenso, ogni volta che passo, a quando gli amici dell'Orablù vennero a trovarmi, in quel tardo agosto del 2016, per un caffè e un consiglio. L'Orablù è un’associazione culturale che da anni, ricchi del solo loro folle entusiasmo, hanno portato scrittori, musicisti, attori in quel di Bollate, un comune della cintura metropolitana. Un pezzo di Milano con un altro nome. La loro ospitalità è calorosa, il loro entusiasmo travolgente.
“Abbiamo avuto un’idea,” mi dissero al telefono, “vogliamo parlartene.” La mattina appresso me la stavano esponendo in quel bar sgarrupato, frequentato da extracomunitari e perdigiorno.
Il 19 luglio del 2017, mi spiegarono, sono venticinque anni dalla morte di Paolo Borsellino. Vogliamo fare qualcosa per rendere onore a lui e a Falcone, vogliamo che non si perda la memoria di un fatto così importante, di una tragedia così determinante per tutti noi. Li ascoltavo e pensavo: ecco. Ecco cos’è la cultura che nasce dal basso, ecco cos’è la società civile. Ecco cos’è la cultura del (nel) territorio.
Vogliamo commemorarlo, mi spiegarono, attraversando l’Italia da Nord a Sud, in bicicletta. Da Milano a Palermo. Vogliamo partire il 25 giugno - giorno dell’ultimo discorso pubblico di Borsellino, come poi abbiamo scoperto: le date non sono mai casuali - per giungere, dopo una estenuante ciclostaffetta, a Palermo, in via D’Amelio, il 19 luglio.
Ci porteremo dietro un’agenda rossa, la riempiremo lungo la strada di testimonianze, esortazioni, ricordi, imprecazioni. Tappa dopo tappa, paese dopo paese. E per ogni tappa, se qualcuno vorrà aiutarci (perché lo sai, soldi non ne abbiamo), vorremmo organizzare incontri, dibattiti, concerti, letture. Vorremmo consegnare nelle mani del fratello Salvatore quell’agenda rossa scomparsa durante i concitati momenti successivi alla strage. Scomparsa non per mano della mafia; ed è questa la cosa che, se è possibile, più ci addolora. (Li guardavo e pensavo: ecco l’ennesima prova di quel sospetto nei confronti delle istituzioni che mi fa camminare a testa bassa quando passo davanti ai militari in piazza.) Vorremmo idealmente risarcire la famiglia Borsellino di quel documento prezioso che l'antistato gli ha sottratto.
“Voi siete completamente pazzi,” dissi loro, bevendo una birra ghiacciata. “E un’idea assurda, complicatissima, irrealizzabile. Ci vuole un sacco di gente per organizzare una cosa del genere. Ci vuole una radio che vi segua, se non addirittura un canale televisivo, qualcuno che documenti tutto sui social, ci vogliono persone e associazioni sui territori da coinvolgere. E non avete un euro, una struttura, uno sponsor, un appoggio politico, un santo in paradiso. Niente di niente.”
Questa mia piazzata li lasciò di stucco. “Quindi dobbiamo lasciar perdere?” mi chiesero, mesti.
“E un’idea folle,” ripresi, dopo un altro sorso di birra. Poi sorrisi: “Quindi ci sto! ”.

Quella che è venuta dopo è una storia bella e pulita. È l’entusiasmo di Salvatore Borsellino che ci ha regalato la copia originale dell’agenda rossa dei carabinieri del 1992, è il coinvolgimento delle associazioni delle Agende Rosse, della Fiab, di Radio Popolare, di Coop Lombardia, di Libera Terra, dei ragazzi di “Una poltrona per tre” che si sono offerti di lare da ufficio stampa a titolo gratuito, sono le decine di realtà territoriali, di persone, famose o perfettamente sconosciute, che hanno abbracciato il progetto senza chiedere nulla in cambio.
Una cosa però dobbiamo fare, dissi loro quella mattina.
Quando tutta questa follia sarà finita, cosa resterà? Ci vuole un lascito. Dobbiamo coinvolgere un gruppo di scrittori, ripetere con le parole quello che voi farete con la ciclostaffetta. Un passaggio di testimone, dalla Lombardia fino alla Sicilia, per raccontare non tanto dov’eravamo alla morte dei due magistrati, ma dove forse siamo stati in questi anni, tutti noi: chi silente, chi indifferente, chi deluso, chi vigliacco, chi sempre e comunque, ostinatamente contrario, in prima fila. Dobbiamo scrivere un libro che testimoni tutto questo. Lo voglio curare assieme a Marco Balzano. Perché ho un’idea della cultura che è condivisione, inclusione, e non coltivazione esclusiva del proprio miserabile orticello. Perché Marco è bravo, lo conoscete bene, ha come me nelle vene un sangue meridionale, umile e irrequieto, e perché se è da Bollate che nasce un’idea così semplice e così perfetta, ci vuole uno scrittore di Bollate a seguirla!

L’altra mattina, mia figlia mi ha chiesto come mai i soldati che piantonano la piazza fossero tutti d’origine meridionale. I ragazzi fanno sempre le domande giuste. Io dovrei saperlo, dopo tutto, come ho fatto a non rendermene conto? Preso dai miei timori atavici, ideologici, m’incupivo di fronte alle uniformi, dimenticandomi dei ragazzi che le indossavano.
Ci sono posti d’Italia, le ho detto, dove non sempre puoi decidere della tua vita. Dove per vivere, spesso per sopravvivere, sei obbligato a scegliere. Come è capitato ad alcuni miei cugini, o amici, chi arruolato, chi spacciatore. Fra il 23 maggio e il 19 luglio del 1992 non sono morti soltanto due uomini straordinari, due eroici magistrati, due persone che volevano raddrizzare la schiena e l’orgoglio di una nazione compromessa. Nell’attentato di Capaci sono morti oltre a Francesca Morvillo - la moglie di Falcone, magistrato anche lei - i tre agenti di scorta Vito Schifani, Rocco Dicillo, Antonio Montinaro. E nella mattanza di via D’Amelio hanno perso la vita Agostino Catalano, Emanuela Loi, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina, Claudio Traina. Sardi, pugliesi, siciliani, uno persino immigrato dall’Australia.
Forse alcuni di loro credevano nell’idea di servire la Patria. O avevano ammirazione per il magistrato che dovevano proteggere. Altri, più semplicemente, volevano fare un lavoro onesto, pagare l’affitto, sposarsi, programmare una vacanza al mare con gli amici. Qualunque siano state le loro ragioni sono morti per difenderle. Sono morti per difendere la dignità di tutti noi. Per difenderci.
Questa ciclostaffetta, questo gesto semplice e naif, puerile e romantico, è un cammino sulla spina dorsale di una nazione troppo spesso indifferente. Per ricordarci che la nostra, di schiena, deve restare dritta se vogliamo guardare negli occhi, col giusto disprezzo, chi ci vuole in ginocchio. Il futuro è latto di memoria.
Resto ovviamente dell’idea che sia la cultura e non l’esercito a rendere sicure le città. Ma da qualche tempo, quando passo in piazzale Loreto, ascolto i militari chiacchierare fra loro, cercando di riconoscerne l’origine dalla cadenza. (Quasi sempre è quella di mio padre.) Sono ragazzi. Lì per la Patria o per uno stipendio. Sono lì per me. Li ascolto e sorrido.

di Gianni Biondillo


Le Musiche, scelte da Claudio Tesser

Janis Joplin, Bye Bye Baby [P.St.John]
Luca Carboni, Ci vuole un fisico bestiale  [Luca Carboni]
Janis Joplin, Try (Just A Little Bit Harder) [C. Taylor/Jerry Ragovoy]
Jovanotti, Non m’annoio [Lorenzo Jovanotti]
Janis Joplin, Piece Of My Heart [B. Berns/Jerry Ragovoy]
Annie Lennox, Why [Annie Lennox]
Fabrizio De André
, Il bombarolo [Fabrizio De André]
Virgilio Savona
, Il testamento del parroco Meslier [Virgilio Savona]
Nirvana, Smells Like Teen Spirit [Nirvana]
883, Hanno ucciso l’Uomo Ragno [Max Pezzali, Mauro Repetto]
Janis Joplin,
Summertime [George Gershwin, DuBose Heyward]
Goldie
, Timeless [R Playford/D Charlemagne]
The Chemical Brothers,Where Do I Begin [Rowlands, Simons]
Goldie, Saint Angel [R Playford/D Charlemagne]

Goldie, This Is A Bad [R Playford/D Charlemagne]
The Chemical BrothersDig Your Own Hole [Rowlands, Simons]

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<![CDATA[Andarsene silenti, nella pausa infinita priva del prima o del poi]]>

Il momento giunge, ti attende e di soppiatto ti aggredisce. Lo fa quando te ne stai in inconsapevole attesa, seduto dietro un immobile silenzio che urla e si dimena, lo fa girando il suo volto smunto e ti osserva affamato di vita, quella che a lui ormai manca e mancherá anche a te, non oggi, non domani ma giungerá a mancarti.
Cos’é la solitudine della vecchiaia, ti chiedi. Quale il peso che dovrai sopportare quando il silenzio giungerá anche per te? Domande domande. Sarai solo? Lo vivrai a fianco di qualcuno che saprá tenerlo a bada? Lo affronterai spavaldo? Ma quale spavalderia puoi mai sfoderare quando il silenzio ghermisce e avvolge e inchioda la tua mente.
Con il senno del poi, si usa dire. Quando verrá la stagione del silenzio non vi sará piú senno, non vi sará piú un poi. Frequentare i luoghi dove il silenzio nasce e alberga segna, profondamente segna. Anche se le anime a te care non ne sono ghermite, anche se ora dormono tranquille, il brusio di una tv sempre accesa a far loro compagnia, comunque questi luoghi penetrano e incidono e frantumano con insopportabile frastuono le tue stolte difese da sempre asserragliate tra le mura crepate del ‘tanto mi faccio fuori prima che succeda’.
Frequentare le stanze del silenzio fa capire che il prima non esiste, non esiste il dopo o il durante, esiste solo il silenzio, il lungo silenzio dell’attesa.

Insinuare il proprio sguardo dentro questi pensieri sollecitati dal suono che parimenti penetra nell' immaginario e trasforma ciò che comunque continuamente cambia forma, richiede volontà e coraggio. Devi guardare diritto negli occhi le creature che un giorno potremmo diventare, devi leggere quelle storie lunghe una vita, piegate su una sedia, tra l'indifferenza di chi ha ben altro da sbrigare. Voci rotte dalla tagliente pesantezza del tempo che urlano la propria volontà di pace, una pace che non concede visite su richiesta ma giunge improvvisa dopo lunghi e insopportabili anni in bilico sul filo sottile della perdita e dell'abbandono di se stessi.

La tristezza del re di Matisse mi è apparsa all'improvviso mentre camminavo lungo i corridoi di questo luogo, un vivido racconto di colore e vecchiaia, musica e voglia di vivere che ha fatto da contr'altare ai miei bui pensieri. Mi sono fermato ad osservarlo pensando quale potesse essere il suono a me vicino che più rappresentasse quanto sento in questo particolare periodo e subito ho pensato all'ultimo sublime lavoro di Abul Mogard, And We Are Passing Through Silently.

Non appena ricevuto l'ho ascoltato con orecchio diverso, accumunandolo subito al maestoso lavoro di reinterpretazione operato dai This Mortal Coil. Stesse atmosfere, persino stessa voce (quella di Cinder, un tempo Gordon Sharp, ovvero Cindytalk) nel remix da parte di Mogard di The Sky Is Ever Falling tratto da quel magnifico Becoming Animal che vedeva Cinder assieme a Massimo Pupillo degli Zu. Poi mi sono soffermato sul titolo, quel And We Are Passing Through Silently che sembrava un invito a valutare la situazione nella quale mi trovavo immergendola nella densa materia digitale che forma l'ultimo lavoro del sound artist serbo. Una raccolta di remix, cinque per la precisione, che appartengono a meravigliosi outsiders capaci di creare il suono dell'anima: Aisha Devi, Penelope Trappers, Fovea Hex, Nick Nicely e Becoming Animal.
Ho scelto una pausa, una sospensione donata dall'ora dedicata al riposo per indossare le cuffie e ascoltare, lo sguardo perduto nel lunghissimo e deserto corridoio.

Il potere assoluto del suono, la sua fascinazione permette di vedere ciò che all'apparenza non esiste. Quel corridoio si popola, lentamente inizia l'andirivieni delle anime che hanno abitato e abitano tutt'ora quelle stanze. Mi ritrovo seduto al centro del loro infinito vagare, vedo i loro volti scavati dall'attesa e i loro incerti sorrisi nella ritrovata consapevolezza del volo. Riesco finalmente a capire a comprendere in che mondo ora vivono, quale linguaggio usano e come fanno a sopportare l'indicibile attesa. Mi sto trasformando in uno di loro, affacciato al margine della vita, una mano stretta al bracciolo della sedia e l'altra tesa, ad accarezzare un mio simile, l'unico in grado di capirmi.
Le ondate di purezza digitale si susseguono, controllo con difficoltà il lettore e realizzo che quattro delle lunghissime cinque suite remixate se ne sono andate. E' trascorso un istante o forse un'eternità ha sfiorato il mio ascolto mentre tutto è immobile e la voce sublime di Clodagh Simonds viene magicamente esaltata dal lavoro di rivisitazione mogardiana. Mi abbandono al coro guidato da Brian Eno e scruto per l'ultima volta il lunghissimo corridoio dal quale sono scomparse le creature, riassorbite nel nulla. Hanno lasciato dietro loro il viavai delle infermiere con i loro carrelli e il silenzio negli occhi di chi ora affolla la mia vista. Sono in attesa, pronti ad andarsene silenti nella pausa infinita priva del prima o del poi.

Abul Mogard
And We Are Passing Through Silently
HoundstoothRecords
Release date: 15th March

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<![CDATA[ReadBabyRead_429_Lucarelli_2]]>

Un filo resistente lega gli uni agli altri i racconti di questa antologia: un'agenda rossa. Si affaccia dalla pagina declinata in diversi modi ma sempre intende ricordare quella appartenuta a Paolo Borsellino - che conteneva appunti, nomi e forse rivelazioni sulla strage di Capaci, scomparsa immediatamente dopo l'attentato mafioso del 19 luglio 1992 e mai più riapparsa.
Diversi autori, ciascuno con la propria storia, la propria sensibilità e la propria voce, riattualizzano con altrettanti racconti inediti, scritti appositamente per “L’agenda ritrovata”, il nucleo dell'impegno di Paolo Borsellino e gli interrogativi ancora aperti a ventisette anni dalla strage di via D'Amelio - la verità negata, il bisogno di giustizia, la sottrazione indebita, il mancato ritrovamento, la resistenza della politica... Ci riescono senza il bisogno della cronaca dei fatti: ci riescono inventando storie. "Uno scrittore che fa il suo dovere, sottolinea Marco Balzano nell'introduzione, "è prima di tutto uno scrittore che scrive bene e che sa consegnare agli altri una storia. Volevamo un libro vivo, completamente calato nell'oggi, senza ulteriori mitizzazioni, senza altre ipocrite santificazioni, che sono servite soltanto a collocare in un olimpo inaccessibile chi apparteneva alla collettività e solo per questa si è sacrificato. La letteratura, invece, quando è letteratura, compie sempre un'operazione di avvicinamento".


ReadBabyRead #429 del 14 marzo 2019

Quattro storie da
AA.VV.: L’agenda ritrovata
SETTE RACCONTI PER PAOLO BORSELLINO

Carlo Lucarelli, Hanno ucciso l’Uomo Ragno
Vanni Santoni, La solitudine della verità
Alessandro Leogrande, Le maschere di San Giovanni
Diego De Silva, Notturno pendolare

1.
Carlo Lucarelli
Hanno ucciso l’Uomo Ragno

(2a parte)


per info su F. Ventimiglia e C. Tesser:

Lettura e altri crimini
iTunes podcast


voce: Francesco Ventimiglia


“Sabato 4 luglio 1992 

Gli venne in mente quella storia che girava, chissà se era vera, lui l’aveva sentita a Faenza.
Un tizio con una grossa Mercedes sta per parcheggiare in piazza quando un altro con una piccola 500 gli passa davanti e gli frega il posto. Quello della Mercedes si lamenta, “c'ero prima io", ma quello della 500 si stringe nelle spalle. "Il mondo è dei furbi," gli dice. Allora quello della Mercedes ci pensa un po' su, poi scuote la testa e dice "no, il mondo è di chi ha i soldi” , ingrana la marcia e gli schiaccia il cinquino contro le colonne del porticato della piazza.
Gli venne in mente proprio perché era a Faenza, ad aspettare paziente che un 131 finisse di fare marcia indietro per liberargli il posto, quando ecco uno che arriva dall’altra parte e si infila, tutto storto, incurante della sua freccia paziente, e anche dei due colpi di clacson che gli aveva sparato dietro.”



L’agenda ritrovata. Una staffetta letteraria


Passo ogni giorno davanti a una camionetta dell’esercito dove, da mesi, due militari piantonano piazzale Loreto, mitragliatore in mano. Sono lì per la mia sicurezza, per quella dell’intero quartiere, dopo l’ennesimo fatto criminale che ha mandato in fibrillazione i quotidiani nazionali, in una eccitazione mediatica fuori controllo, pornografica, che ha trasformato via Padova, la strada dove abito, in una specie di inferno in terra. Nulla di più lontano dalla realtà, ma questa è un’altra storia. Passo davanti, dicevo, e mi accorgo ogni volta di tenere lo sguardo basso, di incassarmi nelle spalle, quasi volessi scomparire dal loro campo visivo. Non mi sento sicuro, insomma. E non c’è ragione, ovviamente. Passo e mi tornano in mente le parole di Leonardo Sciascia quando diceva che gli italiani, di fronte alle istituzioni, si sentono sempre in colpa. E vero, non è militarizzando le strade che si ha una città più sicura, come dissi al mio sindaco quando chiese al governo la presenza dell’esercito. Ci vuole cultura del territorio. Nel territorio. Resta il fatto che quei ragazzi non mi hanno fatto niente e che io non ho alcun motivo per sospettare di loro.
Poi, ogni giorno, attraverso il marciapiedi e le spalle si rilassano. Sorrido, spesso. Non perché mi sono lasciato dietro i militari, ma perché vedo un bar, uno di quelli anonimi, scialbi, non ancora glamourizzati dalla neocultura fashion food che sta imperversando in città. Sorrido perché ripenso, ogni volta che passo, a quando gli amici dell'Orablù vennero a trovarmi, in quel tardo agosto del 2016, per un caffè e un consiglio. L'Orablù è un’associazione culturale che da anni, ricchi del solo loro folle entusiasmo, hanno portato scrittori, musicisti, attori in quel di Bollate, un comune della cintura metropolitana. Un pezzo di Milano con un altro nome. La loro ospitalità è calorosa, il loro entusiasmo travolgente.
“Abbiamo avuto un’idea,” mi dissero al telefono, “vogliamo parlartene.” La mattina appresso me la stavano esponendo in quel bar sgarrupato, frequentato da extracomunitari e perdigiorno.
Il 19 luglio del 2017, mi spiegarono, sono venticinque anni dalla morte di Paolo Borsellino. Vogliamo fare qualcosa per rendere onore a lui e a Falcone, vogliamo che non si perda la memoria di un fatto così importante, di una tragedia così determinante per tutti noi. Li ascoltavo e pensavo: ecco. Ecco cos’è la cultura che nasce dal basso, ecco cos’è la società civile. Ecco cos’è la cultura del (nel) territorio.
Vogliamo commemorarlo, mi spiegarono, attraversando l’Italia da Nord a Sud, in bicicletta. Da Milano a Palermo. Vogliamo partire il 25 giugno - giorno dell’ultimo discorso pubblico di Borsellino, come poi abbiamo scoperto: le date non sono mai casuali - per giungere, dopo una estenuante ciclostaffetta, a Palermo, in via D’Amelio, il 19 luglio.
Ci porteremo dietro un’agenda rossa, la riempiremo lungo la strada di testimonianze, esortazioni, ricordi, imprecazioni. Tappa dopo tappa, paese dopo paese. E per ogni tappa, se qualcuno vorrà aiutarci (perché lo sai, soldi non ne abbiamo), vorremmo organizzare incontri, dibattiti, concerti, letture. Vorremmo consegnare nelle mani del fratello Salvatore quell’agenda rossa scomparsa durante i concitati momenti successivi alla strage. Scomparsa non per mano della mafia; ed è questa la cosa che, se è possibile, più ci addolora. (Li guardavo e pensavo: ecco l’ennesima prova di quel sospetto nei confronti delle istituzioni che mi fa camminare a testa bassa quando passo davanti ai militari in piazza.) Vorremmo idealmente risarcire la famiglia Borsellino di quel documento prezioso che l'antistato gli ha sottratto.
“Voi siete completamente pazzi,” dissi loro, bevendo una birra ghiacciata. “E un’idea assurda, complicatissima, irrealizzabile. Ci vuole un sacco di gente per organizzare una cosa del genere. Ci vuole una radio che vi segua, se non addirittura un canale televisivo, qualcuno che documenti tutto sui social, ci vogliono persone e associazioni sui territori da coinvolgere. E non avete un euro, una struttura, uno sponsor, un appoggio politico, un santo in paradiso. Niente di niente.”
Questa mia piazzata li lasciò di stucco. “Quindi dobbiamo lasciar perdere?” mi chiesero, mesti.
“E un’idea folle,” ripresi, dopo un altro sorso di birra. Poi sorrisi: “Quindi ci sto! ”.

Quella che è venuta dopo è una storia bella e pulita. È l’entusiasmo di Salvatore Borsellino che ci ha regalato la copia originale dell’agenda rossa dei carabinieri del 1992, è il coinvolgimento delle associazioni delle Agende Rosse, della Fiab, di Radio Popolare, di Coop Lombardia, di Libera Terra, dei ragazzi di “Una poltrona per tre” che si sono offerti di lare da ufficio stampa a titolo gratuito, sono le decine di realtà territoriali, di persone, famose o perfettamente sconosciute, che hanno abbracciato il progetto senza chiedere nulla in cambio.
Una cosa però dobbiamo fare, dissi loro quella mattina.
Quando tutta questa follia sarà finita, cosa resterà? Ci vuole un lascito. Dobbiamo coinvolgere un gruppo di scrittori, ripetere con le parole quello che voi farete con la ciclostaffetta. Un passaggio di testimone, dalla Lombardia fino alla Sicilia, per raccontare non tanto dov’eravamo alla morte dei due magistrati, ma dove forse siamo stati in questi anni, tutti noi: chi silente, chi indifferente, chi deluso, chi vigliacco, chi sempre e comunque, ostinatamente contrario, in prima fila. Dobbiamo scrivere un libro che testimoni tutto questo. Lo voglio curare assieme a Marco Balzano. Perché ho un’idea della cultura che è condivisione, inclusione, e non coltivazione esclusiva del proprio miserabile orticello. Perché Marco è bravo, lo conoscete bene, ha come me nelle vene un sangue meridionale, umile e irrequieto, e perché se è da Bollate che nasce un’idea così semplice e così perfetta, ci vuole uno scrittore di Bollate a seguirla!

L’altra mattina, mia figlia mi ha chiesto come mai i soldati che piantonano la piazza fossero tutti d’origine meridionale. I ragazzi fanno sempre le domande giuste. Io dovrei saperlo, dopo tutto, come ho fatto a non rendermene conto? Preso dai miei timori atavici, ideologici, m’incupivo di fronte alle uniformi, dimenticandomi dei ragazzi che le indossavano.
Ci sono posti d’Italia, le ho detto, dove non sempre puoi decidere della tua vita. Dove per vivere, spesso per sopravvivere, sei obbligato a scegliere. Come è capitato ad alcuni miei cugini, o amici, chi arruolato, chi spacciatore. Fra il 23 maggio e il 19 luglio del 1992 non sono morti soltanto due uomini straordinari, due eroici magistrati, due persone che volevano raddrizzare la schiena e l’orgoglio di una nazione compromessa. Nell’attentato di Capaci sono morti oltre a Francesca Morvillo - la moglie di Falcone, magistrato anche lei - i tre agenti di scorta Vito Schifani, Rocco Dicillo, Antonio Montinaro. E nella mattanza di via D’Amelio hanno perso la vita Agostino Catalano, Emanuela Loi, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina, Claudio Traina. Sardi, pugliesi, siciliani, uno persino immigrato dall’Australia.
Forse alcuni di loro credevano nell’idea di servire la Patria. O avevano ammirazione per il magistrato che dovevano proteggere. Altri, più semplicemente, volevano fare un lavoro onesto, pagare l’affitto, sposarsi, programmare una vacanza al mare con gli amici. Qualunque siano state le loro ragioni sono morti per difenderle. Sono morti per difendere la dignità di tutti noi. Per difenderci.
Questa ciclostaffetta, questo gesto semplice e naif, puerile e romantico, è un cammino sulla spina dorsale di una nazione troppo spesso indifferente. Per ricordarci che la nostra, di schiena, deve restare dritta se vogliamo guardare negli occhi, col giusto disprezzo, chi ci vuole in ginocchio. Il futuro è latto di memoria.
Resto ovviamente dell’idea che sia la cultura e non l’esercito a rendere sicure le città. Ma da qualche tempo, quando passo in piazzale Loreto, ascolto i militari chiacchierare fra loro, cercando di riconoscerne l’origine dalla cadenza. (Quasi sempre è quella di mio padre.) Sono ragazzi. Lì per la Patria o per uno stipendio. Sono lì per me. Li ascolto e sorrido.

di Gianni Biondillo


Le Musiche, scelte da Claudio Tesser

Janis Joplin, Bye Bye Baby [P.St.John]
Luca Carboni, Ci vuole un fisico bestiale  [Luca Carboni]
Janis Joplin, Try (Just A Little Bit Harder) [C. Taylor/Jerry Ragovoy]
Jovanotti, Non m’annoio [Lorenzo Jovanotti]
Janis Joplin, Piece Of My Heart [B. Berns/Jerry Ragovoy]
Annie Lennox, Why [Annie Lennox]
Fabrizio De André
, Il bombarolo [Fabrizio De André]
Virgilio Savona
, Il testamento del parroco Meslier [Virgilio Savona]
Nirvana, Smells Like Teen Spirit [Nirvana]
883, Hanno ucciso l’Uomo Ragno [Max Pezzali, Mauro Repetto]
Janis Joplin,
Summertime [George Gershwin, DuBose Heyward]
Goldie
, Timeless [R Playford/D Charlemagne]
The Chemical Brothers,Where Do I Begin [Rowlands, Simons]
Goldie, Saint Angel [R Playford/D Charlemagne]

Goldie, This Is A Bad [R Playford/D Charlemagne]
The Chemical BrothersDig Your Own Hole [Rowlands, Simons]

]]>
info@sherwood.it (Sherwood Network)
<![CDATA[ReadBabyRead_428_Lucarelli_1]]>

Un filo resistente lega gli uni agli altri i racconti di questa antologia: un'agenda rossa. Si affaccia dalla pagina declinata in diversi modi ma sempre intende ricordare quella appartenuta a Paolo Borsellino - che conteneva appunti, nomi e forse rivelazioni sulla strage di Capaci, scomparsa immediatamente dopo l'attentato mafioso del 19 luglio 1992 e mai più riapparsa.
Diversi autori, ciascuno con la propria storia, la propria sensibilità e la propria voce, riattualizzano con altrettanti racconti inediti, scritti appositamente per “L’agenda ritrovata”, il nucleo dell'impegno di Paolo Borsellino e gli interrogativi ancora aperti a ventisette anni dalla strage di via D'Amelio - la verità negata, il bisogno di giustizia, la sottrazione indebita, il mancato ritrovamento, la resistenza della politica... Ci riescono senza il bisogno della cronaca dei fatti: ci riescono inventando storie. "Uno scrittore che fa il suo dovere, sottolinea Marco Balzano nell'introduzione, "è prima di tutto uno scrittore che scrive bene e che sa consegnare agli altri una storia. Volevamo un libro vivo, completamente calato nell'oggi, senza ulteriori mitizzazioni, senza altre ipocrite santificazioni, che sono servite soltanto a collocare in un olimpo inaccessibile chi apparteneva alla collettività e solo per questa si è sacrificato. La letteratura, invece, quando è letteratura, compie sempre un'operazione di avvicinamento".


ReadBabyRead #428 del 7 marzo 2019

Quattro storie da
AA.VV.: L’agenda ritrovata
SETTE RACCONTI PER PAOLO BORSELLINO

Carlo Lucarelli, Hanno ucciso l’Uomo Ragno
Vanni Santoni, La solitudine della verità
Alessandro Leogrande, Le maschere di San Giovanni
Diego De Silva, Notturno pendolare

1.
Carlo Lucarelli
Hanno ucciso l’Uomo Ragno

(1a parte)


per info su F. Ventimiglia e C. Tesser:

Lettura e altri crimini
iTunes podcast


voce: Francesco Ventimiglia


“Sabato 4 luglio 1992 

Gli venne in mente quella storia che girava, chissà se era vera, lui l’aveva sentita a Faenza.
Un tizio con una grossa Mercedes sta per parcheggiare in piazza quando un altro con una piccola 500 gli passa davanti e gli frega il posto. Quello della Mercedes si lamenta, “c'ero prima io", ma quello della 500 si stringe nelle spalle. "Il mondo è dei furbi," gli dice. Allora quello della Mercedes ci pensa un po' su, poi scuote la testa e dice "no, il mondo è di chi ha i soldi” , ingrana la marcia e gli schiaccia il cinquino contro le colonne del porticato della piazza.
Gli venne in mente proprio perché era a Faenza, ad aspettare paziente che un 131 finisse di fare marcia indietro per liberargli il posto, quando ecco uno che arriva dall’altra parte e si infila, tutto storto, incurante della sua freccia paziente, e anche dei due colpi di clacson che gli aveva sparato dietro.”



L’agenda ritrovata. Una staffetta letteraria


Passo ogni giorno davanti a una camionetta dell’esercito dove, da mesi, due militari piantonano piazzale Loreto, mitragliatore in mano. Sono lì per la mia sicurezza, per quella dell’intero quartiere, dopo l’ennesimo fatto criminale che ha mandato in fibrillazione i quotidiani nazionali, in una eccitazione mediatica fuori controllo, pornografica, che ha trasformato via Padova, la strada dove abito, in una specie di inferno in terra. Nulla di più lontano dalla realtà, ma questa è un’altra storia. Passo davanti, dicevo, e mi accorgo ogni volta di tenere lo sguardo basso, di incassarmi nelle spalle, quasi volessi scomparire dal loro campo visivo. Non mi sento sicuro, insomma. E non c’è ragione, ovviamente. Passo e mi tornano in mente le parole di Leonardo Sciascia quando diceva che gli italiani, di fronte alle istituzioni, si sentono sempre in colpa. E vero, non è militarizzando le strade che si ha una città più sicura, come dissi al mio sindaco quando chiese al governo la presenza dell’esercito. Ci vuole cultura del territorio. Nel territorio. Resta il fatto che quei ragazzi non mi hanno fatto niente e che io non ho alcun motivo per sospettare di loro.
Poi, ogni giorno, attraverso il marciapiedi e le spalle si rilassano. Sorrido, spesso. Non perché mi sono lasciato dietro i militari, ma perché vedo un bar, uno di quelli anonimi, scialbi, non ancora glamourizzati dalla neocultura fashion food che sta imperversando in città. Sorrido perché ripenso, ogni volta che passo, a quando gli amici dell'Orablù vennero a trovarmi, in quel tardo agosto del 2016, per un caffè e un consiglio. L'Orablù è un’associazione culturale che da anni, ricchi del solo loro folle entusiasmo, hanno portato scrittori, musicisti, attori in quel di Bollate, un comune della cintura metropolitana. Un pezzo di Milano con un altro nome. La loro ospitalità è calorosa, il loro entusiasmo travolgente.
“Abbiamo avuto un’idea,” mi dissero al telefono, “vogliamo parlartene.” La mattina appresso me la stavano esponendo in quel bar sgarrupato, frequentato da extracomunitari e perdigiorno.
Il 19 luglio del 2017, mi spiegarono, sono venticinque anni dalla morte di Paolo Borsellino. Vogliamo fare qualcosa per rendere onore a lui e a Falcone, vogliamo che non si perda la memoria di un fatto così importante, di una tragedia così determinante per tutti noi. Li ascoltavo e pensavo: ecco. Ecco cos’è la cultura che nasce dal basso, ecco cos’è la società civile. Ecco cos’è la cultura del (nel) territorio.
Vogliamo commemorarlo, mi spiegarono, attraversando l’Italia da Nord a Sud, in bicicletta. Da Milano a Palermo. Vogliamo partire il 25 giugno - giorno dell’ultimo discorso pubblico di Borsellino, come poi abbiamo scoperto: le date non sono mai casuali - per giungere, dopo una estenuante ciclostaffetta, a Palermo, in via D’Amelio, il 19 luglio.
Ci porteremo dietro un’agenda rossa, la riempiremo lungo la strada di testimonianze, esortazioni, ricordi, imprecazioni. Tappa dopo tappa, paese dopo paese. E per ogni tappa, se qualcuno vorrà aiutarci (perché lo sai, soldi non ne abbiamo), vorremmo organizzare incontri, dibattiti, concerti, letture. Vorremmo consegnare nelle mani del fratello Salvatore quell’agenda rossa scomparsa durante i concitati momenti successivi alla strage. Scomparsa non per mano della mafia; ed è questa la cosa che, se è possibile, più ci addolora. (Li guardavo e pensavo: ecco l’ennesima prova di quel sospetto nei confronti delle istituzioni che mi fa camminare a testa bassa quando passo davanti ai militari in piazza.) Vorremmo idealmente risarcire la famiglia Borsellino di quel documento prezioso che l'antistato gli ha sottratto.
“Voi siete completamente pazzi,” dissi loro, bevendo una birra ghiacciata. “E un’idea assurda, complicatissima, irrealizzabile. Ci vuole un sacco di gente per organizzare una cosa del genere. Ci vuole una radio che vi segua, se non addirittura un canale televisivo, qualcuno che documenti tutto sui social, ci vogliono persone e associazioni sui territori da coinvolgere. E non avete un euro, una struttura, uno sponsor, un appoggio politico, un santo in paradiso. Niente di niente.”
Questa mia piazzata li lasciò di stucco. “Quindi dobbiamo lasciar perdere?” mi chiesero, mesti.
“E un’idea folle,” ripresi, dopo un altro sorso di birra. Poi sorrisi: “Quindi ci sto! ”.

Quella che è venuta dopo è una storia bella e pulita. È l’entusiasmo di Salvatore Borsellino che ci ha regalato la copia originale dell’agenda rossa dei carabinieri del 1992, è il coinvolgimento delle associazioni delle Agende Rosse, della Fiab, di Radio Popolare, di Coop Lombardia, di Libera Terra, dei ragazzi di “Una poltrona per tre” che si sono offerti di lare da ufficio stampa a titolo gratuito, sono le decine di realtà territoriali, di persone, famose o perfettamente sconosciute, che hanno abbracciato il progetto senza chiedere nulla in cambio.
Una cosa però dobbiamo fare, dissi loro quella mattina.
Quando tutta questa follia sarà finita, cosa resterà? Ci vuole un lascito. Dobbiamo coinvolgere un gruppo di scrittori, ripetere con le parole quello che voi farete con la ciclostaffetta. Un passaggio di testimone, dalla Lombardia fino alla Sicilia, per raccontare non tanto dov’eravamo alla morte dei due magistrati, ma dove forse siamo stati in questi anni, tutti noi: chi silente, chi indifferente, chi deluso, chi vigliacco, chi sempre e comunque, ostinatamente contrario, in prima fila. Dobbiamo scrivere un libro che testimoni tutto questo. Lo voglio curare assieme a Marco Balzano. Perché ho un’idea della cultura che è condivisione, inclusione, e non coltivazione esclusiva del proprio miserabile orticello. Perché Marco è bravo, lo conoscete bene, ha come me nelle vene un sangue meridionale, umile e irrequieto, e perché se è da Bollate che nasce un’idea così semplice e così perfetta, ci vuole uno scrittore di Bollate a seguirla!

L’altra mattina, mia figlia mi ha chiesto come mai i soldati che piantonano la piazza fossero tutti d’origine meridionale. I ragazzi fanno sempre le domande giuste. Io dovrei saperlo, dopo tutto, come ho fatto a non rendermene conto? Preso dai miei timori atavici, ideologici, m’incupivo di fronte alle uniformi, dimenticandomi dei ragazzi che le indossavano.
Ci sono posti d’Italia, le ho detto, dove non sempre puoi decidere della tua vita. Dove per vivere, spesso per sopravvivere, sei obbligato a scegliere. Come è capitato ad alcuni miei cugini, o amici, chi arruolato, chi spacciatore. Fra il 23 maggio e il 19 luglio del 1992 non sono morti soltanto due uomini straordinari, due eroici magistrati, due persone che volevano raddrizzare la schiena e l’orgoglio di una nazione compromessa. Nell’attentato di Capaci sono morti oltre a Francesca Morvillo - la moglie di Falcone, magistrato anche lei - i tre agenti di scorta Vito Schifani, Rocco Dicillo, Antonio Montinaro. E nella mattanza di via D’Amelio hanno perso la vita Agostino Catalano, Emanuela Loi, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina, Claudio Traina. Sardi, pugliesi, siciliani, uno persino immigrato dall’Australia.
Forse alcuni di loro credevano nell’idea di servire la Patria. O avevano ammirazione per il magistrato che dovevano proteggere. Altri, più semplicemente, volevano fare un lavoro onesto, pagare l’affitto, sposarsi, programmare una vacanza al mare con gli amici. Qualunque siano state le loro ragioni sono morti per difenderle. Sono morti per difendere la dignità di tutti noi. Per difenderci.
Questa ciclostaffetta, questo gesto semplice e naif, puerile e romantico, è un cammino sulla spina dorsale di una nazione troppo spesso indifferente. Per ricordarci che la nostra, di schiena, deve restare dritta se vogliamo guardare negli occhi, col giusto disprezzo, chi ci vuole in ginocchio. Il futuro è latto di memoria.
Resto ovviamente dell’idea che sia la cultura e non l’esercito a rendere sicure le città. Ma da qualche tempo, quando passo in piazzale Loreto, ascolto i militari chiacchierare fra loro, cercando di riconoscerne l’origine dalla cadenza. (Quasi sempre è quella di mio padre.) Sono ragazzi. Lì per la Patria o per uno stipendio. Sono lì per me. Li ascolto e sorrido.

di Gianni Biondillo


Le Musiche, scelte da Claudio Tesser

Janis Joplin, Bye Bye Baby [P.St.John]
Luca Carboni, Ci vuole un fisico bestiale  [Luca Carboni]
Janis Joplin, Try (Just A Little Bit Harder) [C. Taylor/Jerry Ragovoy]
Jovanotti, Non m’annoio [Lorenzo Jovanotti]
Janis Joplin, Piece Of My Heart [B. Berns/Jerry Ragovoy]
Annie Lennox, Why [Annie Lennox]
Fabrizio De André
, Il bombarolo [Fabrizio De André]
Virgilio Savona
, Il testamento del parroco Meslier [Virgilio Savona]
Nirvana, Smells Like Teen Spirit [Nirvana]
883, Hanno ucciso l’Uomo Ragno [Max Pezzali, Mauro Repetto]
Janis Joplin,
Summertime [George Gershwin, DuBose Heyward]
Goldie
, Timeless [R Playford/D Charlemagne]
The Chemical Brothers,Where Do I Begin [Rowlands, Simons]
Goldie, Saint Angel [R Playford/D Charlemagne]

Goldie, This Is A Bad [R Playford/D Charlemagne]
The Chemical BrothersDig Your Own Hole [Rowlands, Simons]

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info@sherwood.it (Sherwood Network)
<![CDATA[ReadBabyRead_427_Fitzgerald_12]]>

Considerato uno dei più grandi scrittori americani del Novecento, Francis Scott Fitzgerald mette in luce uno dei periodi storici più contraddittori del paese delle “grandi opportunità“. In tutto ciò che scrive si riscontra la sua esistenza, vissuta in modo estremo, negli anni compresi tra la Prima Guerra Mondiale e la Grande Depressione. E attraverso la lettura di quei pochi libri scritti nell’arco della sua breve vita, si riesce a cogliere quel movimento effimero, ma indimenticabile, denominato “Jazz Age”.


ReadBabyRead #427 del 28 febbraio 2019


Francis Scott Fitzgerald
Tre racconti

Il curioso caso di Benjamin Button
Sogni d'inverno
La cosa più sensata

(12a e ultima parte)


per info su F. Ventimiglia e C. Tesser:

Lettura e altri crimini
iTunes podcast


voce: Francesco Ventimiglia


"All'ora della "Grande pausa americana per il pranzo”, il giovane George O'Kelly mise in ordine la scrivania con tutta calma e con un'aria di finto interesse. Nessuno in ufficio doveva sapere che aveva fretta, perché il successo è una questione di atmosfera e non è bene pubblicizzare il fatto che la tua mente è lontana settecento miglia dal luogo di lavoro.
Ma una volta fuori dall'edificio strinse i denti e si mise a correre gettando di tanto in tanto un'occhiata al gaio mezzogiorno d'inizio primavera che riempiva Times Square e ciondolava poco sopra la testa dei passanti.“



Incipit, dieci buoni motivi
per leggere Fitzgerald


Di un classico e del perché un libro, uno scrittore o la sua opera si considerino classici si può dire tutto e di più. Tra le altre cose si può dire, senza eccessivo rischio di smentita, che classico è quel libro che resiste alla prova del tempo, passando di generazione in generazione senza perdere nulla del suo smalto (spesso, anzi, diventando più lucente ad anni di distanza dalla sua prima apparizione). Un circolo virtuoso che abbraccia nuovi scrittori, nuovi critici e nuovi lettori senza soluzione di continuità. Pure, poiché l'arte non è una fede ma un'esperienza dei sensi in cui nulla è scontato, non è inutile, ogni tanto, stilare un elenco dei motivi per i quali si dovrebbe - e si deve - continuare a mantenere vivo un autore classico. E, ancora, poiché l'arte ha anche qualcosa del gioco, perché non fare di questo elenco un decalogo?

Ad esempio, per quale motivo oggi, a centoventi anni dalla sua nascita (24 settembre 1896) e a poco più di settanta dalla pubblicazione postuma del Crack-up (più un capolavoro in sé che un frammento incompleto), dovremmo continuare a leggere i libri di Francis Scott Fitzgerald? Ecco dieci motivi. Primo: perché certamente un libro non si giudica dalla copertina ma dalla prima riga sì, e pochi incipit suonano efficaci come quelli di «Scottie», laddove basta un solo aggettivo per farci entrare in un'atmosfera emotiva, in un contesto sociale; in altre parole, nella storia che leggeremo. Secondo: perché i personaggi di un classico diventano classici essi stessi, finendo nel calmiere dell'immaginario collettivo di un'intera cultura. E, allora, alzi la mano chi non ha mai sentito pronunciare il nome di «Gatsby». Terzo: perché spesso un classico diventa personaggio egli stesso, e Francis Scott Fitzgerald - la sua esistenza, il matrimonio con Zelda, le feste a casa loro - è indubbiamente il protagonista di un romanzo memorabile, tanto brillante quanto drammatico. Quarto: perché un classico si capisce anche dai rapporti con i suoi contemporanei, dalle sue amicizie. E in questo caso basta fare il nome di Edmund Wilson o quello di Ernest Hemingway per avere la misura della grandezza di «Fitz».

Quinto: perché un classico contribuisce a creare il mito dell'epoca in cui vive; e senza Francis Scott Fitzgerald oggi non parleremmo di «Età del Jazz» né la «generazione perduta» (così, stando proprio a Hemingway, Gertrud Stein ribattezzò la compagine di scrittori di cui, insieme a Sherwood Anderson, John Dos Passos e Henry Miller tra gli altri, Fitzgerald fu uno dei massimi esponenti) sarebbe la stessa. Sesto: perché un classico, con buona pace dei distinguo, mette tutti d'accordo, abbattendo i confini tra cultura popolare e cultura alta, rendendo sterile ogni discussione in tal senso; mentre i suoi racconti (sfornati a un ritmo folle per un uomo morto a soli 45 anni) gli fruttavano per l'epoca cifre astronomiche da parte dei giornali di tutta America, a tal punto erano richiesti dal pubblico, i suoi romanzi sono stati ammirati da «colleghi» del calibro di T.S. Eliot e J.D. Salinger. Settimo: perché un classico è anche ciò che lascia, come la sua opera e il suo esempio condizionano le opere di chi gli succede; e, tanto per restare alla cronaca, l'ultimo romanzo di Jay McInerney (appena pubblicato in Italia da Bompiani, col titolo La luce dei giorni), da dove discende se non da libri come Tenera è la notte o Belli e dannati?

Ottavo: perché tracce della persistenza di un classico le trovi dove meno te lo aspetti, ad esempio guardando «Come eravamo», di Sidney Pollack, quando basta un attimo per realizzare che il protagonista interpretato da Robert Redford altri non è che sia un personaggio di Fitzgerald che Fitzgerald stesso. Nono: perché di un classico sono legittime le più diverse interpretazioni e trasposizioni, da quella patinata e fedele che Jack Clayton diede al cinema del Grande Gatsby (sempre con Redford come protagonista e Ralph Lauren come consulente della costumista Theoni V. Aldredge, premiata per l'occasione dall'Academy di Hollywood) a quella baraccona e circense di Baz Luhrmann (stavolta con Leonardo Di Caprio a interpretare Gatsby e la quattro volte premio Oscar Catherine Martin ai costumi). Decimo: perché Francis Scott Fitzgerald è uno scrittore con una voce riconoscibile come pochi altri e dieci motivi non bastano per spiegare perché sia un classico; ma solo per un classico possiamo trovare almeno dieci motivi validi per rileggerlo. Questi o quelli che, adesso come domani, le pagine di Fitzgerald suggeriranno alla nostra fantasia.

Stefano Gallerani
da Il Mattino, 26 settembre 2016


Le Musiche, scelte da Claudio Tesser

The New London Orchestra, diretta da Stephen Cleobury, The Celestial Country: Prelude [Charles Ives]
Ivani Quartet, String Quartet No. 2, Parte seconda [Charles Ives]
The New London Orchestra, diretta da Stephen Cleobury, The Celestial Country: Aria for Baritone [Charles Ives]
New York Philharmonic, diretta da Leonard Bernstein, Symphony No. 2: Andante moderato [Charles Ives]
Ivani Quartet, String Quartet No. 2, Parte terza [Charles Ives]
New York Philharmonic, diretta da Leonard Bernstein, Symphony No. 2: Adagio cantabile [Charles Ives]
New York Philharmonic
, diretta da Leonard Bernstein, Symphony No. 2: Lento maestoso [Charles Ives]
Symphony Orchestra of Bartók Conservatory Budapest
, diretta da Gergely Dubóczky, Central Park in the Dark [Charles Ives]
Timothy Fain, violin, Jeremy Denk, piano, Sonata for Violin & Piano, No. 3: Adagio [Charles Ives]
Josef Christof & Steffen Schleiermacher,
pianos, Three Quarter-Tone pieces: Allegro [Charles Ives]
New York Philharmonic
, diretta da Leonard Bernstein, Symphony No. 2: Allegro molto vivace [Charles Ives]
Josef Christof & Steffen Schleiermacher, pianos, Three Quarter-Tone pieces: Chorale [Charles Ives]
Lana Del Rey, Born To Die [Lana Del Rey - Justin Parker]
Lana Del Rey, Without You [Lana Del Rey - Sacha Skarbek]
Lana Del Rey, Blue Velvet [Lee Morris - Bernie Wayne]
Lana Del Rey, The Other Woman [Jessie Mae Robinson]
Lana Del Rey, Carmen [Lana Del Rey - Justin Parker]
Lana Del Rey, Body Electric [Lana Del Rey - Rick Nowels]
Lana Del Rey, Yayo [Lana Del Rey]
Lana Del Rey, Dark Paradise [Lana Del Rey - Rick Nowels]
Lana Del Rey, Fucked My Way Up To The Top [Elizabeth Grant - Daniel Heath]
Lana Del Rey, Ride [Lana Del Rey - Justin Parker]
Lana Del Rey, Radio [Lana Del Rey - Justin Parker]
Lana Del Rey, Shades of cool [Elizabeth Grant - Rick Nowels]
Lana Del Rey, Blue Jeans [Lana Del Rey - Emile Haynie - Dan Heath]
Lana Del Rey, Old Money [Elizabeth Grant - Daniel Heath - Robbie Fitzsimmons]
Lana Del Rey, Love [Elizabeth Grant - Rick Nowels - Benjamin Levin - Emile Haynie]
Lana Del Rey, Lucky Ones [Lana Del Rey - Rick Nowels]
Lana Del Rey, Don't Let Me Be Misunderstood [Bennie Benjamin - Gloria Caldwell - Sol Marcus]
Lana Del Rey, Cola [Lana Del Rey - Rick Nowels]
Lana Del Rey, 24 [Elizabeth Grant - Rick Nowels]
Lana Del Rey, White Mustang [Elizabeth Grant - Rick Nowels]
Lana Del Rey, Bel Air [Lana Del Rey - Dan Heath]
Lana Del Rey, Video Games [Lana Del Rey - Justin Parker]
Lana del Rey, Tomorrow Never Came [Elizabeth Grant - Rick Nowels - Sean Lennon]
Lana del Rey, Freak [Elizabeth Grant - Rick Nowels]
Lana del Rey, Heroin [Elizabeth Grant - Rick Nowels]

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info@sherwood.it (Sherwood Network)
<![CDATA[ReadBabyRead_426_Fitzgerald_11]]>

Considerato uno dei più grandi scrittori americani del Novecento, Francis Scott Fitzgerald mette in luce uno dei periodi storici più contraddittori del paese delle “grandi opportunità“. In tutto ciò che scrive si riscontra la sua esistenza, vissuta in modo estremo, negli anni compresi tra la Prima Guerra Mondiale e la Grande Depressione. E attraverso la lettura di quei pochi libri scritti nell’arco della sua breve vita, si riesce a cogliere quel movimento effimero, ma indimenticabile, denominato “Jazz Age”.


ReadBabyRead #426 del 21 febbraio 2019


Francis Scott Fitzgerald
Tre racconti

Il curioso caso di Benjamin Button
Sogni d'inverno
La cosa più sensata

(11a parte)


per info su F. Ventimiglia e C. Tesser:

Lettura e altri crimini
iTunes podcast


voce: Francesco Ventimiglia


"All'ora della "Grande pausa americana per il pranzo”, il giovane George O'Kelly mise in ordine la scrivania con tutta calma e con un'aria di finto interesse. Nessuno in ufficio doveva sapere che aveva fretta, perché il successo è una questione di atmosfera e non è bene pubblicizzare il fatto che la tua mente è lontana settecento miglia dal luogo di lavoro.
Ma una volta fuori dall'edificio strinse i denti e si mise a correre gettando di tanto in tanto un'occhiata al gaio mezzogiorno d'inizio primavera che riempiva Times Square e ciondolava poco sopra la testa dei passanti.“



Incipit, dieci buoni motivi
per leggere Fitzgerald


Di un classico e del perché un libro, uno scrittore o la sua opera si considerino classici si può dire tutto e di più. Tra le altre cose si può dire, senza eccessivo rischio di smentita, che classico è quel libro che resiste alla prova del tempo, passando di generazione in generazione senza perdere nulla del suo smalto (spesso, anzi, diventando più lucente ad anni di distanza dalla sua prima apparizione). Un circolo virtuoso che abbraccia nuovi scrittori, nuovi critici e nuovi lettori senza soluzione di continuità. Pure, poiché l'arte non è una fede ma un'esperienza dei sensi in cui nulla è scontato, non è inutile, ogni tanto, stilare un elenco dei motivi per i quali si dovrebbe - e si deve - continuare a mantenere vivo un autore classico. E, ancora, poiché l'arte ha anche qualcosa del gioco, perché non fare di questo elenco un decalogo?

Ad esempio, per quale motivo oggi, a centoventi anni dalla sua nascita (24 settembre 1896) e a poco più di settanta dalla pubblicazione postuma del Crack-up (più un capolavoro in sé che un frammento incompleto), dovremmo continuare a leggere i libri di Francis Scott Fitzgerald? Ecco dieci motivi. Primo: perché certamente un libro non si giudica dalla copertina ma dalla prima riga sì, e pochi incipit suonano efficaci come quelli di «Scottie», laddove basta un solo aggettivo per farci entrare in un'atmosfera emotiva, in un contesto sociale; in altre parole, nella storia che leggeremo. Secondo: perché i personaggi di un classico diventano classici essi stessi, finendo nel calmiere dell'immaginario collettivo di un'intera cultura. E, allora, alzi la mano chi non ha mai sentito pronunciare il nome di «Gatsby». Terzo: perché spesso un classico diventa personaggio egli stesso, e Francis Scott Fitzgerald - la sua esistenza, il matrimonio con Zelda, le feste a casa loro - è indubbiamente il protagonista di un romanzo memorabile, tanto brillante quanto drammatico. Quarto: perché un classico si capisce anche dai rapporti con i suoi contemporanei, dalle sue amicizie. E in questo caso basta fare il nome di Edmund Wilson o quello di Ernest Hemingway per avere la misura della grandezza di «Fitz».

Quinto: perché un classico contribuisce a creare il mito dell'epoca in cui vive; e senza Francis Scott Fitzgerald oggi non parleremmo di «Età del Jazz» né la «generazione perduta» (così, stando proprio a Hemingway, Gertrud Stein ribattezzò la compagine di scrittori di cui, insieme a Sherwood Anderson, John Dos Passos e Henry Miller tra gli altri, Fitzgerald fu uno dei massimi esponenti) sarebbe la stessa. Sesto: perché un classico, con buona pace dei distinguo, mette tutti d'accordo, abbattendo i confini tra cultura popolare e cultura alta, rendendo sterile ogni discussione in tal senso; mentre i suoi racconti (sfornati a un ritmo folle per un uomo morto a soli 45 anni) gli fruttavano per l'epoca cifre astronomiche da parte dei giornali di tutta America, a tal punto erano richiesti dal pubblico, i suoi romanzi sono stati ammirati da «colleghi» del calibro di T.S. Eliot e J.D. Salinger. Settimo: perché un classico è anche ciò che lascia, come la sua opera e il suo esempio condizionano le opere di chi gli succede; e, tanto per restare alla cronaca, l'ultimo romanzo di Jay McInerney (appena pubblicato in Italia da Bompiani, col titolo La luce dei giorni), da dove discende se non da libri come Tenera è la notte o Belli e dannati?

Ottavo: perché tracce della persistenza di un classico le trovi dove meno te lo aspetti, ad esempio guardando «Come eravamo», di Sidney Pollack, quando basta un attimo per realizzare che il protagonista interpretato da Robert Redford altri non è che sia un personaggio di Fitzgerald che Fitzgerald stesso. Nono: perché di un classico sono legittime le più diverse interpretazioni e trasposizioni, da quella patinata e fedele che Jack Clayton diede al cinema del Grande Gatsby (sempre con Redford come protagonista e Ralph Lauren come consulente della costumista Theoni V. Aldredge, premiata per l'occasione dall'Academy di Hollywood) a quella baraccona e circense di Baz Luhrmann (stavolta con Leonardo Di Caprio a interpretare Gatsby e la quattro volte premio Oscar Catherine Martin ai costumi). Decimo: perché Francis Scott Fitzgerald è uno scrittore con una voce riconoscibile come pochi altri e dieci motivi non bastano per spiegare perché sia un classico; ma solo per un classico possiamo trovare almeno dieci motivi validi per rileggerlo. Questi o quelli che, adesso come domani, le pagine di Fitzgerald suggeriranno alla nostra fantasia.

Stefano Gallerani
da Il Mattino, 26 settembre 2016


Le Musiche, scelte da Claudio Tesser

The New London Orchestra, diretta da Stephen Cleobury, The Celestial Country: Prelude [Charles Ives]
Ivani Quartet, String Quartet No. 2, Parte seconda [Charles Ives]
The New London Orchestra, diretta da Stephen Cleobury, The Celestial Country: Aria for Baritone [Charles Ives]
New York Philharmonic, diretta da Leonard Bernstein, Symphony No. 2: Andante moderato [Charles Ives]
Ivani Quartet, String Quartet No. 2, Parte terza [Charles Ives]
New York Philharmonic, diretta da Leonard Bernstein, Symphony No. 2: Adagio cantabile [Charles Ives]
New York Philharmonic
, diretta da Leonard Bernstein, Symphony No. 2: Lento maestoso [Charles Ives]
Symphony Orchestra of Bartók Conservatory Budapest
, diretta da Gergely Dubóczky, Central Park in the Dark [Charles Ives]
Timothy Fain, violin, Jeremy Denk, piano, Sonata for Violin & Piano, No. 3: Adagio [Charles Ives]
Josef Christof & Steffen Schleiermacher,
pianos, Three Quarter-Tone pieces: Allegro [Charles Ives]
New York Philharmonic
, diretta da Leonard Bernstein, Symphony No. 2: Allegro molto vivace [Charles Ives]
Josef Christof & Steffen Schleiermacher, pianos, Three Quarter-Tone pieces: Chorale [Charles Ives]
Lana Del Rey, Born To Die [Lana Del Rey - Justin Parker]
Lana Del Rey, Without You [Lana Del Rey - Sacha Skarbek]
Lana Del Rey, Blue Velvet [Lee Morris - Bernie Wayne]
Lana Del Rey, The Other Woman [Jessie Mae Robinson]
Lana Del Rey, Carmen [Lana Del Rey - Justin Parker]
Lana Del Rey, Body Electric [Lana Del Rey - Rick Nowels]
Lana Del Rey, Yayo [Lana Del Rey]
Lana Del Rey, Dark Paradise [Lana Del Rey - Rick Nowels]
Lana Del Rey, Fucked My Way Up To The Top [Elizabeth Grant - Daniel Heath]
Lana Del Rey, Ride [Lana Del Rey - Justin Parker]
Lana Del Rey, Radio [Lana Del Rey - Justin Parker]
Lana Del Rey, Shades of cool [Elizabeth Grant - Rick Nowels]
Lana Del Rey, Blue Jeans [Lana Del Rey - Emile Haynie - Dan Heath]
Lana Del Rey, Old Money [Elizabeth Grant - Daniel Heath - Robbie Fitzsimmons]
Lana Del Rey, Love [Elizabeth Grant - Rick Nowels - Benjamin Levin - Emile Haynie]
Lana Del Rey, Lucky Ones [Lana Del Rey - Rick Nowels]
Lana Del Rey, Don't Let Me Be Misunderstood [Bennie Benjamin - Gloria Caldwell - Sol Marcus]
Lana Del Rey, Cola [Lana Del Rey - Rick Nowels]
Lana Del Rey, 24 [Elizabeth Grant - Rick Nowels]
Lana Del Rey, White Mustang [Elizabeth Grant - Rick Nowels]
Lana Del Rey, Bel Air [Lana Del Rey - Dan Heath]
Lana Del Rey, Video Games [Lana Del Rey - Justin Parker]
Lana del Rey, Tomorrow Never Came [Elizabeth Grant - Rick Nowels - Sean Lennon]
Lana del Rey, Freak [Elizabeth Grant - Rick Nowels]
Lana del Rey, Heroin [Elizabeth Grant - Rick Nowels]

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<![CDATA[ReadBabyRead_425_Fitzgerald_10]]>

Considerato uno dei più grandi scrittori americani del Novecento, Francis Scott Fitzgerald mette in luce uno dei periodi storici più contraddittori del paese delle “grandi opportunità“. In tutto ciò che scrive si riscontra la sua esistenza, vissuta in modo estremo, negli anni compresi tra la Prima Guerra Mondiale e la Grande Depressione. E attraverso la lettura di quei pochi libri scritti nell’arco della sua breve vita, si riesce a cogliere quel movimento effimero, ma indimenticabile, denominato “Jazz Age”.


ReadBabyRead #425 del 14 febbraio 2019


Francis Scott Fitzgerald
Tre racconti

Il curioso caso di Benjamin Button
Sogni d'inverno
La cosa più sensata

(10a parte)


per info su F. Ventimiglia e C. Tesser:

Lettura e altri crimini
iTunes podcast


voce: Francesco Ventimiglia


"All'ora della "Grande pausa americana per il pranzo”, il giovane George O'Kelly mise in ordine la scrivania con tutta calma e con un'aria di finto interesse. Nessuno in ufficio doveva sapere che aveva fretta, perché il successo è una questione di atmosfera e non è bene pubblicizzare il fatto che la tua mente è lontana settecento miglia dal luogo di lavoro.
Ma una volta fuori dall'edificio strinse i denti e si mise a correre gettando di tanto in tanto un'occhiata al gaio mezzogiorno d'inizio primavera che riempiva Times Square e ciondolava poco sopra la testa dei passanti.“



Incipit, dieci buoni motivi
per leggere Fitzgerald


Di un classico e del perché un libro, uno scrittore o la sua opera si considerino classici si può dire tutto e di più. Tra le altre cose si può dire, senza eccessivo rischio di smentita, che classico è quel libro che resiste alla prova del tempo, passando di generazione in generazione senza perdere nulla del suo smalto (spesso, anzi, diventando più lucente ad anni di distanza dalla sua prima apparizione). Un circolo virtuoso che abbraccia nuovi scrittori, nuovi critici e nuovi lettori senza soluzione di continuità. Pure, poiché l'arte non è una fede ma un'esperienza dei sensi in cui nulla è scontato, non è inutile, ogni tanto, stilare un elenco dei motivi per i quali si dovrebbe - e si deve - continuare a mantenere vivo un autore classico. E, ancora, poiché l'arte ha anche qualcosa del gioco, perché non fare di questo elenco un decalogo?

Ad esempio, per quale motivo oggi, a centoventi anni dalla sua nascita (24 settembre 1896) e a poco più di settanta dalla pubblicazione postuma del Crack-up (più un capolavoro in sé che un frammento incompleto), dovremmo continuare a leggere i libri di Francis Scott Fitzgerald? Ecco dieci motivi. Primo: perché certamente un libro non si giudica dalla copertina ma dalla prima riga sì, e pochi incipit suonano efficaci come quelli di «Scottie», laddove basta un solo aggettivo per farci entrare in un'atmosfera emotiva, in un contesto sociale; in altre parole, nella storia che leggeremo. Secondo: perché i personaggi di un classico diventano classici essi stessi, finendo nel calmiere dell'immaginario collettivo di un'intera cultura. E, allora, alzi la mano chi non ha mai sentito pronunciare il nome di «Gatsby». Terzo: perché spesso un classico diventa personaggio egli stesso, e Francis Scott Fitzgerald - la sua esistenza, il matrimonio con Zelda, le feste a casa loro - è indubbiamente il protagonista di un romanzo memorabile, tanto brillante quanto drammatico. Quarto: perché un classico si capisce anche dai rapporti con i suoi contemporanei, dalle sue amicizie. E in questo caso basta fare il nome di Edmund Wilson o quello di Ernest Hemingway per avere la misura della grandezza di «Fitz».

Quinto: perché un classico contribuisce a creare il mito dell'epoca in cui vive; e senza Francis Scott Fitzgerald oggi non parleremmo di «Età del Jazz» né la «generazione perduta» (così, stando proprio a Hemingway, Gertrud Stein ribattezzò la compagine di scrittori di cui, insieme a Sherwood Anderson, John Dos Passos e Henry Miller tra gli altri, Fitzgerald fu uno dei massimi esponenti) sarebbe la stessa. Sesto: perché un classico, con buona pace dei distinguo, mette tutti d'accordo, abbattendo i confini tra cultura popolare e cultura alta, rendendo sterile ogni discussione in tal senso; mentre i suoi racconti (sfornati a un ritmo folle per un uomo morto a soli 45 anni) gli fruttavano per l'epoca cifre astronomiche da parte dei giornali di tutta America, a tal punto erano richiesti dal pubblico, i suoi romanzi sono stati ammirati da «colleghi» del calibro di T.S. Eliot e J.D. Salinger. Settimo: perché un classico è anche ciò che lascia, come la sua opera e il suo esempio condizionano le opere di chi gli succede; e, tanto per restare alla cronaca, l'ultimo romanzo di Jay McInerney (appena pubblicato in Italia da Bompiani, col titolo La luce dei giorni), da dove discende se non da libri come Tenera è la notte o Belli e dannati?

Ottavo: perché tracce della persistenza di un classico le trovi dove meno te lo aspetti, ad esempio guardando «Come eravamo», di Sidney Pollack, quando basta un attimo per realizzare che il protagonista interpretato da Robert Redford altri non è che sia un personaggio di Fitzgerald che Fitzgerald stesso. Nono: perché di un classico sono legittime le più diverse interpretazioni e trasposizioni, da quella patinata e fedele che Jack Clayton diede al cinema del Grande Gatsby (sempre con Redford come protagonista e Ralph Lauren come consulente della costumista Theoni V. Aldredge, premiata per l'occasione dall'Academy di Hollywood) a quella baraccona e circense di Baz Luhrmann (stavolta con Leonardo Di Caprio a interpretare Gatsby e la quattro volte premio Oscar Catherine Martin ai costumi). Decimo: perché Francis Scott Fitzgerald è uno scrittore con una voce riconoscibile come pochi altri e dieci motivi non bastano per spiegare perché sia un classico; ma solo per un classico possiamo trovare almeno dieci motivi validi per rileggerlo. Questi o quelli che, adesso come domani, le pagine di Fitzgerald suggeriranno alla nostra fantasia.

Stefano Gallerani
da Il Mattino, 26 settembre 2016


Le Musiche, scelte da Claudio Tesser

The New London Orchestra, diretta da Stephen Cleobury, The Celestial Country: Prelude [Charles Ives]
Ivani Quartet, String Quartet No. 2, Parte seconda [Charles Ives]
The New London Orchestra, diretta da Stephen Cleobury, The Celestial Country: Aria for Baritone [Charles Ives]
New York Philharmonic, diretta da Leonard Bernstein, Symphony No. 2: Andante moderato [Charles Ives]
Ivani Quartet, String Quartet No. 2, Parte terza [Charles Ives]
New York Philharmonic, diretta da Leonard Bernstein, Symphony No. 2: Adagio cantabile [Charles Ives]
New York Philharmonic
, diretta da Leonard Bernstein, Symphony No. 2: Lento maestoso [Charles Ives]
Symphony Orchestra of Bartók Conservatory Budapest
, diretta da Gergely Dubóczky, Central Park in the Dark [Charles Ives]
Timothy Fain, violin, Jeremy Denk, piano, Sonata for Violin & Piano, No. 3: Adagio [Charles Ives]
Josef Christof & Steffen Schleiermacher,
pianos, Three Quarter-Tone pieces: Allegro [Charles Ives]
New York Philharmonic
, diretta da Leonard Bernstein, Symphony No. 2: Allegro molto vivace [Charles Ives]
Josef Christof & Steffen Schleiermacher, pianos, Three Quarter-Tone pieces: Chorale [Charles Ives]
Lana Del Rey, Born To Die [Lana Del Rey - Justin Parker]
Lana Del Rey, Without You [Lana Del Rey - Sacha Skarbek]
Lana Del Rey, Blue Velvet [Lee Morris - Bernie Wayne]
Lana Del Rey, The Other Woman [Jessie Mae Robinson]
Lana Del Rey, Carmen [Lana Del Rey - Justin Parker]
Lana Del Rey, Body Electric [Lana Del Rey - Rick Nowels]
Lana Del Rey, Yayo [Lana Del Rey]
Lana Del Rey, Dark Paradise [Lana Del Rey - Rick Nowels]
Lana Del Rey, Fucked My Way Up To The Top [Elizabeth Grant - Daniel Heath]
Lana Del Rey, Ride [Lana Del Rey - Justin Parker]
Lana Del Rey, Radio [Lana Del Rey - Justin Parker]
Lana Del Rey, Shades of cool [Elizabeth Grant - Rick Nowels]
Lana Del Rey, Blue Jeans [Lana Del Rey - Emile Haynie - Dan Heath]
Lana Del Rey, Old Money [Elizabeth Grant - Daniel Heath - Robbie Fitzsimmons]
Lana Del Rey, Love [Elizabeth Grant - Rick Nowels - Benjamin Levin - Emile Haynie]
Lana Del Rey, Lucky Ones [Lana Del Rey - Rick Nowels]
Lana Del Rey, Don't Let Me Be Misunderstood [Bennie Benjamin - Gloria Caldwell - Sol Marcus]
Lana Del Rey, Cola [Lana Del Rey - Rick Nowels]
Lana Del Rey, 24 [Elizabeth Grant - Rick Nowels]
Lana Del Rey, White Mustang [Elizabeth Grant - Rick Nowels]
Lana Del Rey, Bel Air [Lana Del Rey - Dan Heath]
Lana Del Rey, Video Games [Lana Del Rey - Justin Parker]
Lana del Rey, Tomorrow Never Came [Elizabeth Grant - Rick Nowels - Sean Lennon]
Lana del Rey, Freak [Elizabeth Grant - Rick Nowels]
Lana del Rey, Heroin [Elizabeth Grant - Rick Nowels]

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Considerato uno dei più grandi scrittori americani del Novecento, Francis Scott Fitzgerald mette in luce uno dei periodi storici più contraddittori del paese delle “grandi opportunità“. In tutto ciò che scrive si riscontra la sua esistenza, vissuta in modo estremo, negli anni compresi tra la Prima Guerra Mondiale e la Grande Depressione. E attraverso la lettura di quei pochi libri scritti nell’arco della sua breve vita, si riesce a cogliere quel movimento effimero, ma indimenticabile, denominato “Jazz Age”.


ReadBabyRead #424 del 7 febbraio 2019


Francis Scott Fitzgerald
Tre racconti

Il curioso caso di Benjamin Button
Sogni d'inverno
La cosa più sensata

(9a parte)


per info su F. Ventimiglia e C. Tesser:

Lettura e altri crimini
iTunes podcast


voce: Francesco Ventimiglia


"Alcuni caddie erano poveri in canna e abitavano in case di un’unica stanza con una mucca nevrastenica in giardino, ma il padre di Dexter Green era il padrone del secondo negozio di alimentari di Black Bear - il migliore era II mozzo, finanziato dai ricchi di Sherry Island - e Dexter faceva il caddie solo per avere qualche soldo in tasca.
In autunno, quando le giornate diventavano frizzanti e grigie e il lungo inverno del Minnesota calava come il coperchio bianco di una scatola, gli sci di Dexter si muovevano sulla neve che nascondeva i fairway del campo da golf.“



Incipit, dieci buoni motivi
per leggere Fitzgerald


Di un classico e del perché un libro, uno scrittore o la sua opera si considerino classici si può dire tutto e di più. Tra le altre cose si può dire, senza eccessivo rischio di smentita, che classico è quel libro che resiste alla prova del tempo, passando di generazione in generazione senza perdere nulla del suo smalto (spesso, anzi, diventando più lucente ad anni di distanza dalla sua prima apparizione). Un circolo virtuoso che abbraccia nuovi scrittori, nuovi critici e nuovi lettori senza soluzione di continuità. Pure, poiché l'arte non è una fede ma un'esperienza dei sensi in cui nulla è scontato, non è inutile, ogni tanto, stilare un elenco dei motivi per i quali si dovrebbe - e si deve - continuare a mantenere vivo un autore classico. E, ancora, poiché l'arte ha anche qualcosa del gioco, perché non fare di questo elenco un decalogo?

Ad esempio, per quale motivo oggi, a centoventi anni dalla sua nascita (24 settembre 1896) e a poco più di settanta dalla pubblicazione postuma del Crack-up (più un capolavoro in sé che un frammento incompleto), dovremmo continuare a leggere i libri di Francis Scott Fitzgerald? Ecco dieci motivi. Primo: perché certamente un libro non si giudica dalla copertina ma dalla prima riga sì, e pochi incipit suonano efficaci come quelli di «Scottie», laddove basta un solo aggettivo per farci entrare in un'atmosfera emotiva, in un contesto sociale; in altre parole, nella storia che leggeremo. Secondo: perché i personaggi di un classico diventano classici essi stessi, finendo nel calmiere dell'immaginario collettivo di un'intera cultura. E, allora, alzi la mano chi non ha mai sentito pronunciare il nome di «Gatsby». Terzo: perché spesso un classico diventa personaggio egli stesso, e Francis Scott Fitzgerald - la sua esistenza, il matrimonio con Zelda, le feste a casa loro - è indubbiamente il protagonista di un romanzo memorabile, tanto brillante quanto drammatico. Quarto: perché un classico si capisce anche dai rapporti con i suoi contemporanei, dalle sue amicizie. E in questo caso basta fare il nome di Edmund Wilson o quello di Ernest Hemingway per avere la misura della grandezza di «Fitz».

Quinto: perché un classico contribuisce a creare il mito dell'epoca in cui vive; e senza Francis Scott Fitzgerald oggi non parleremmo di «Età del Jazz» né la «generazione perduta» (così, stando proprio a Hemingway, Gertrud Stein ribattezzò la compagine di scrittori di cui, insieme a Sherwood Anderson, John Dos Passos e Henry Miller tra gli altri, Fitzgerald fu uno dei massimi esponenti) sarebbe la stessa. Sesto: perché un classico, con buona pace dei distinguo, mette tutti d'accordo, abbattendo i confini tra cultura popolare e cultura alta, rendendo sterile ogni discussione in tal senso; mentre i suoi racconti (sfornati a un ritmo folle per un uomo morto a soli 45 anni) gli fruttavano per l'epoca cifre astronomiche da parte dei giornali di tutta America, a tal punto erano richiesti dal pubblico, i suoi romanzi sono stati ammirati da «colleghi» del calibro di T.S. Eliot e J.D. Salinger. Settimo: perché un classico è anche ciò che lascia, come la sua opera e il suo esempio condizionano le opere di chi gli succede; e, tanto per restare alla cronaca, l'ultimo romanzo di Jay McInerney (appena pubblicato in Italia da Bompiani, col titolo La luce dei giorni), da dove discende se non da libri come Tenera è la notte o Belli e dannati?

Ottavo: perché tracce della persistenza di un classico le trovi dove meno te lo aspetti, ad esempio guardando «Come eravamo», di Sidney Pollack, quando basta un attimo per realizzare che il protagonista interpretato da Robert Redford altri non è che sia un personaggio di Fitzgerald che Fitzgerald stesso. Nono: perché di un classico sono legittime le più diverse interpretazioni e trasposizioni, da quella patinata e fedele che Jack Clayton diede al cinema del Grande Gatsby (sempre con Redford come protagonista e Ralph Lauren come consulente della costumista Theoni V. Aldredge, premiata per l'occasione dall'Academy di Hollywood) a quella baraccona e circense di Baz Luhrmann (stavolta con Leonardo Di Caprio a interpretare Gatsby e la quattro volte premio Oscar Catherine Martin ai costumi). Decimo: perché Francis Scott Fitzgerald è uno scrittore con una voce riconoscibile come pochi altri e dieci motivi non bastano per spiegare perché sia un classico; ma solo per un classico possiamo trovare almeno dieci motivi validi per rileggerlo. Questi o quelli che, adesso come domani, le pagine di Fitzgerald suggeriranno alla nostra fantasia.

Stefano Gallerani
da Il Mattino, 26 settembre 2016


Le Musiche, scelte da Claudio Tesser

The New London Orchestra, diretta da Stephen Cleobury, The Celestial Country: Prelude [Charles Ives]
Ivani Quartet, String Quartet No. 2, Parte seconda [Charles Ives]
The New London Orchestra, diretta da Stephen Cleobury, The Celestial Country: Aria for Baritone [Charles Ives]
New York Philharmonic, diretta da Leonard Bernstein, Symphony No. 2: Andante moderato [Charles Ives]
Ivani Quartet, String Quartet No. 2, Parte terza [Charles Ives]
New York Philharmonic, diretta da Leonard Bernstein, Symphony No. 2: Adagio cantabile [Charles Ives]
New York Philharmonic
, diretta da Leonard Bernstein, Symphony No. 2: Lento maestoso [Charles Ives]
Symphony Orchestra of Bartók Conservatory Budapest
, diretta da Gergely Dubóczky, Central Park in the Dark [Charles Ives]
Timothy Fain, violin, Jeremy Denk, piano, Sonata for Violin & Piano, No. 3: Adagio [Charles Ives]
Josef Christof & Steffen Schleiermacher,
pianos, Three Quarter-Tone pieces: Allegro [Charles Ives]
New York Philharmonic
, diretta da Leonard Bernstein, Symphony No. 2: Allegro molto vivace [Charles Ives]
Josef Christof & Steffen Schleiermacher, pianos, Three Quarter-Tone pieces: Chorale [Charles Ives]
Lana Del Rey, Born To Die [Lana Del Rey - Justin Parker]
Lana Del Rey, Without You [Lana Del Rey - Sacha Skarbek]
Lana Del Rey, Blue Velvet [Lee Morris - Bernie Wayne]
Lana Del Rey, The Other Woman [Jessie Mae Robinson]
Lana Del Rey, Carmen [Lana Del Rey - Justin Parker]
Lana Del Rey, Body Electric [Lana Del Rey - Rick Nowels]
Lana Del Rey, Yayo [Lana Del Rey]
Lana Del Rey, Dark Paradise [Lana Del Rey - Rick Nowels]
Lana del Rey, Fucked My Way Up To The Top [Elizabeth Grant - Daniel Heath]
Lana Del Rey, Ride [Lana Del Rey - Justin Parker]
Lana Del Rey, Radio [Lana Del Rey - Justin Parker]
Lana del Rey, Shades of cool [Elizabeth Grant - Rick Nowels]
Lana Del Rey, Blue Jeans [Lana Del Rey - Emile Haynie - Dan Heath]
Lana del Rey, Old Money [Elizabeth Grant - Daniel Heath - Robbie Fitzsimmons]

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Considerato uno dei più grandi scrittori americani del Novecento, Francis Scott Fitzgerald mette in luce uno dei periodi storici più contraddittori del paese delle “grandi opportunità“. In tutto ciò che scrive si riscontra la sua esistenza, vissuta in modo estremo, negli anni compresi tra la Prima Guerra Mondiale e la Grande Depressione. E attraverso la lettura di quei pochi libri scritti nell’arco della sua breve vita, si riesce a cogliere quel movimento effimero, ma indimenticabile, denominato “Jazz Age”.


ReadBabyRead #423 del 31 gennaio 2019


Francis Scott Fitzgerald
Tre racconti

Il curioso caso di Benjamin Button
Sogni d'inverno
La cosa più sensata

(8a parte)


per info su F. Ventimiglia e C. Tesser:

Lettura e altri crimini
iTunes podcast


voce: Francesco Ventimiglia


"Alcuni caddie erano poveri in canna e abitavano in case di un’unica stanza con una mucca nevrastenica in giardino, ma il padre di Dexter Green era il padrone del secondo negozio di alimentari di Black Bear - il migliore era II mozzo, finanziato dai ricchi di Sherry Island - e Dexter faceva il caddie solo per avere qualche soldo in tasca.
In autunno, quando le giornate diventavano frizzanti e grigie e il lungo inverno del Minnesota calava come il coperchio bianco di una scatola, gli sci di Dexter si muovevano sulla neve che nascondeva i fairway del campo da golf.“



Incipit, dieci buoni motivi
per leggere Fitzgerald


Di un classico e del perché un libro, uno scrittore o la sua opera si considerino classici si può dire tutto e di più. Tra le altre cose si può dire, senza eccessivo rischio di smentita, che classico è quel libro che resiste alla prova del tempo, passando di generazione in generazione senza perdere nulla del suo smalto (spesso, anzi, diventando più lucente ad anni di distanza dalla sua prima apparizione). Un circolo virtuoso che abbraccia nuovi scrittori, nuovi critici e nuovi lettori senza soluzione di continuità. Pure, poiché l'arte non è una fede ma un'esperienza dei sensi in cui nulla è scontato, non è inutile, ogni tanto, stilare un elenco dei motivi per i quali si dovrebbe - e si deve - continuare a mantenere vivo un autore classico. E, ancora, poiché l'arte ha anche qualcosa del gioco, perché non fare di questo elenco un decalogo?

Ad esempio, per quale motivo oggi, a centoventi anni dalla sua nascita (24 settembre 1896) e a poco più di settanta dalla pubblicazione postuma del Crack-up (più un capolavoro in sé che un frammento incompleto), dovremmo continuare a leggere i libri di Francis Scott Fitzgerald? Ecco dieci motivi. Primo: perché certamente un libro non si giudica dalla copertina ma dalla prima riga sì, e pochi incipit suonano efficaci come quelli di «Scottie», laddove basta un solo aggettivo per farci entrare in un'atmosfera emotiva, in un contesto sociale; in altre parole, nella storia che leggeremo. Secondo: perché i personaggi di un classico diventano classici essi stessi, finendo nel calmiere dell'immaginario collettivo di un'intera cultura. E, allora, alzi la mano chi non ha mai sentito pronunciare il nome di «Gatsby». Terzo: perché spesso un classico diventa personaggio egli stesso, e Francis Scott Fitzgerald - la sua esistenza, il matrimonio con Zelda, le feste a casa loro - è indubbiamente il protagonista di un romanzo memorabile, tanto brillante quanto drammatico. Quarto: perché un classico si capisce anche dai rapporti con i suoi contemporanei, dalle sue amicizie. E in questo caso basta fare il nome di Edmund Wilson o quello di Ernest Hemingway per avere la misura della grandezza di «Fitz».

Quinto: perché un classico contribuisce a creare il mito dell'epoca in cui vive; e senza Francis Scott Fitzgerald oggi non parleremmo di «Età del Jazz» né la «generazione perduta» (così, stando proprio a Hemingway, Gertrud Stein ribattezzò la compagine di scrittori di cui, insieme a Sherwood Anderson, John Dos Passos e Henry Miller tra gli altri, Fitzgerald fu uno dei massimi esponenti) sarebbe la stessa. Sesto: perché un classico, con buona pace dei distinguo, mette tutti d'accordo, abbattendo i confini tra cultura popolare e cultura alta, rendendo sterile ogni discussione in tal senso; mentre i suoi racconti (sfornati a un ritmo folle per un uomo morto a soli 45 anni) gli fruttavano per l'epoca cifre astronomiche da parte dei giornali di tutta America, a tal punto erano richiesti dal pubblico, i suoi romanzi sono stati ammirati da «colleghi» del calibro di T.S. Eliot e J.D. Salinger. Settimo: perché un classico è anche ciò che lascia, come la sua opera e il suo esempio condizionano le opere di chi gli succede; e, tanto per restare alla cronaca, l'ultimo romanzo di Jay McInerney (appena pubblicato in Italia da Bompiani, col titolo La luce dei giorni), da dove discende se non da libri come Tenera è la notte o Belli e dannati?

Ottavo: perché tracce della persistenza di un classico le trovi dove meno te lo aspetti, ad esempio guardando «Come eravamo», di Sidney Pollack, quando basta un attimo per realizzare che il protagonista interpretato da Robert Redford altri non è che sia un personaggio di Fitzgerald che Fitzgerald stesso. Nono: perché di un classico sono legittime le più diverse interpretazioni e trasposizioni, da quella patinata e fedele che Jack Clayton diede al cinema del Grande Gatsby (sempre con Redford come protagonista e Ralph Lauren come consulente della costumista Theoni V. Aldredge, premiata per l'occasione dall'Academy di Hollywood) a quella baraccona e circense di Baz Luhrmann (stavolta con Leonardo Di Caprio a interpretare Gatsby e la quattro volte premio Oscar Catherine Martin ai costumi). Decimo: perché Francis Scott Fitzgerald è uno scrittore con una voce riconoscibile come pochi altri e dieci motivi non bastano per spiegare perché sia un classico; ma solo per un classico possiamo trovare almeno dieci motivi validi per rileggerlo. Questi o quelli che, adesso come domani, le pagine di Fitzgerald suggeriranno alla nostra fantasia.

Stefano Gallerani
da Il Mattino, 26 settembre 2016


Le Musiche, scelte da Claudio Tesser

The New London Orchestra, diretta da Stephen Cleobury, The Celestial Country: Prelude [Charles Ives]
Ivani Quartet, String Quartet No. 2, Parte seconda [Charles Ives]
The New London Orchestra, diretta da Stephen Cleobury, The Celestial Country: Aria for Baritone [Charles Ives]
New York Philharmonic, diretta da Leonard Bernstein, Symphony No. 2: Andante moderato [Charles Ives]
Ivani Quartet, String Quartet No. 2, Parte terza [Charles Ives]
New York Philharmonic, diretta da Leonard Bernstein, Symphony No. 2: Adagio cantabile [Charles Ives]
New York Philharmonic
, diretta da Leonard Bernstein, Symphony No. 2: Lento maestoso [Charles Ives]
Symphony Orchestra of Bartók Conservatory Budapest
, diretta da Gergely Dubóczky, Central Park in the Dark [Charles Ives]
Timothy Fain, violin, Jeremy Denk, piano, Sonata for Violin & Piano, No. 3: Adagio [Charles Ives]
Josef Christof & Steffen Schleiermacher,
pianos, Three Quarter-Tone pieces: Allegro [Charles Ives]
New York Philharmonic
, diretta da Leonard Bernstein, Symphony No. 2: Allegro molto vivace [Charles Ives]
Josef Christof & Steffen Schleiermacher, pianos, Three Quarter-Tone pieces: Chorale [Charles Ives]
Lana Del Rey, Born To Die [Lana Del Rey - Justin Parker]
Lana Del Rey, Without You [Lana Del Rey - Sacha Skarbek]
Lana Del Rey, Blue Velvet [Lee Morris - Bernie Wayne]
Lana Del Rey, The Other Woman [Jessie Mae Robinson]
Lana Del Rey, Carmen [Lana Del Rey - Justin Parker]
Lana Del Rey, Body Electric [Lana Del Rey - Rick Nowels]
Lana Del Rey, Yayo [Lana Del Rey]
Lana Del Rey, Dark Paradise [Lana Del Rey - Rick Nowels]
Lana del Rey, Fucked My Way Up To The Top [Elizabeth Grant - Daniel Heath]
Lana Del Rey, Ride [Lana Del Rey - Justin Parker]
Lana Del Rey, Radio [Lana Del Rey - Justin Parker]
Lana del Rey, Shades of cool [Elizabeth Grant - Rick Nowels]
Lana Del Rey, Blue Jeans [Lana Del Rey - Emile Haynie - Dan Heath]
Lana del Rey, Old Money [Elizabeth Grant - Daniel Heath - Robbie Fitzsimmons]

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info@sherwood.it (Sherwood Network)
<![CDATA[ReadBabyRead_422_Fitzgerald_7]]>

Considerato uno dei più grandi scrittori americani del Novecento, Francis Scott Fitzgerald mette in luce uno dei periodi storici più contraddittori del paese delle “grandi opportunità“. In tutto ciò che scrive si riscontra la sua esistenza, vissuta in modo estremo, negli anni compresi tra la Prima Guerra Mondiale e la Grande Depressione. E attraverso la lettura di quei pochi libri scritti nell’arco della sua breve vita, si riesce a cogliere quel movimento effimero, ma indimenticabile, denominato “Jazz Age”.


ReadBabyRead #422 del 24 gennaio 2019


Francis Scott Fitzgerald
Tre racconti

Il curioso caso di Benjamin Button
Sogni d'inverno
La cosa più sensata

(7a parte)


per info su F. Ventimiglia e C. Tesser:

Lettura e altri crimini
iTunes podcast


voce: Francesco Ventimiglia


"Alcuni caddie erano poveri in canna e abitavano in case di un’unica stanza con una mucca nevrastenica in giardino, ma il padre di Dexter Green era il padrone del secondo negozio di alimentari di Black Bear - il migliore era II mozzo, finanziato dai ricchi di Sherry Island - e Dexter faceva il caddie solo per avere qualche soldo in tasca.
In autunno, quando le giornate diventavano frizzanti e grigie e il lungo inverno del Minnesota calava come il coperchio bianco di una scatola, gli sci di Dexter si muovevano sulla neve che nascondeva i fairway del campo da golf.“



Incipit, dieci buoni motivi
per leggere Fitzgerald


Di un classico e del perché un libro, uno scrittore o la sua opera si considerino classici si può dire tutto e di più. Tra le altre cose si può dire, senza eccessivo rischio di smentita, che classico è quel libro che resiste alla prova del tempo, passando di generazione in generazione senza perdere nulla del suo smalto (spesso, anzi, diventando più lucente ad anni di distanza dalla sua prima apparizione). Un circolo virtuoso che abbraccia nuovi scrittori, nuovi critici e nuovi lettori senza soluzione di continuità. Pure, poiché l'arte non è una fede ma un'esperienza dei sensi in cui nulla è scontato, non è inutile, ogni tanto, stilare un elenco dei motivi per i quali si dovrebbe - e si deve - continuare a mantenere vivo un autore classico. E, ancora, poiché l'arte ha anche qualcosa del gioco, perché non fare di questo elenco un decalogo?

Ad esempio, per quale motivo oggi, a centoventi anni dalla sua nascita (24 settembre 1896) e a poco più di settanta dalla pubblicazione postuma del Crack-up (più un capolavoro in sé che un frammento incompleto), dovremmo continuare a leggere i libri di Francis Scott Fitzgerald? Ecco dieci motivi. Primo: perché certamente un libro non si giudica dalla copertina ma dalla prima riga sì, e pochi incipit suonano efficaci come quelli di «Scottie», laddove basta un solo aggettivo per farci entrare in un'atmosfera emotiva, in un contesto sociale; in altre parole, nella storia che leggeremo. Secondo: perché i personaggi di un classico diventano classici essi stessi, finendo nel calmiere dell'immaginario collettivo di un'intera cultura. E, allora, alzi la mano chi non ha mai sentito pronunciare il nome di «Gatsby». Terzo: perché spesso un classico diventa personaggio egli stesso, e Francis Scott Fitzgerald - la sua esistenza, il matrimonio con Zelda, le feste a casa loro - è indubbiamente il protagonista di un romanzo memorabile, tanto brillante quanto drammatico. Quarto: perché un classico si capisce anche dai rapporti con i suoi contemporanei, dalle sue amicizie. E in questo caso basta fare il nome di Edmund Wilson o quello di Ernest Hemingway per avere la misura della grandezza di «Fitz».

Quinto: perché un classico contribuisce a creare il mito dell'epoca in cui vive; e senza Francis Scott Fitzgerald oggi non parleremmo di «Età del Jazz» né la «generazione perduta» (così, stando proprio a Hemingway, Gertrud Stein ribattezzò la compagine di scrittori di cui, insieme a Sherwood Anderson, John Dos Passos e Henry Miller tra gli altri, Fitzgerald fu uno dei massimi esponenti) sarebbe la stessa. Sesto: perché un classico, con buona pace dei distinguo, mette tutti d'accordo, abbattendo i confini tra cultura popolare e cultura alta, rendendo sterile ogni discussione in tal senso; mentre i suoi racconti (sfornati a un ritmo folle per un uomo morto a soli 45 anni) gli fruttavano per l'epoca cifre astronomiche da parte dei giornali di tutta America, a tal punto erano richiesti dal pubblico, i suoi romanzi sono stati ammirati da «colleghi» del calibro di T.S. Eliot e J.D. Salinger. Settimo: perché un classico è anche ciò che lascia, come la sua opera e il suo esempio condizionano le opere di chi gli succede; e, tanto per restare alla cronaca, l'ultimo romanzo di Jay McInerney (appena pubblicato in Italia da Bompiani, col titolo La luce dei giorni), da dove discende se non da libri come Tenera è la notte o Belli e dannati?

Ottavo: perché tracce della persistenza di un classico le trovi dove meno te lo aspetti, ad esempio guardando «Come eravamo», di Sidney Pollack, quando basta un attimo per realizzare che il protagonista interpretato da Robert Redford altri non è che sia un personaggio di Fitzgerald che Fitzgerald stesso. Nono: perché di un classico sono legittime le più diverse interpretazioni e trasposizioni, da quella patinata e fedele che Jack Clayton diede al cinema del Grande Gatsby (sempre con Redford come protagonista e Ralph Lauren come consulente della costumista Theoni V. Aldredge, premiata per l'occasione dall'Academy di Hollywood) a quella baraccona e circense di Baz Luhrmann (stavolta con Leonardo Di Caprio a interpretare Gatsby e la quattro volte premio Oscar Catherine Martin ai costumi). Decimo: perché Francis Scott Fitzgerald è uno scrittore con una voce riconoscibile come pochi altri e dieci motivi non bastano per spiegare perché sia un classico; ma solo per un classico possiamo trovare almeno dieci motivi validi per rileggerlo. Questi o quelli che, adesso come domani, le pagine di Fitzgerald suggeriranno alla nostra fantasia.

Stefano Gallerani
da Il Mattino, 26 settembre 2016


Le Musiche, scelte da Claudio Tesser

The New London Orchestra, diretta da Stephen Cleobury, The Celestial Country: Prelude [Charles Ives]
Ivani Quartet, String Quartet No. 2, Parte seconda [Charles Ives]
The New London Orchestra, diretta da Stephen Cleobury, The Celestial Country: Aria for Baritone [Charles Ives]
New York Philharmonic, diretta da Leonard Bernstein, Symphony No. 2: Andante moderato [Charles Ives]
Ivani Quartet, String Quartet No. 2, Parte terza [Charles Ives]
New York Philharmonic, diretta da Leonard Bernstein, Symphony No. 2: Adagio cantabile [Charles Ives]
New York Philharmonic
, diretta da Leonard Bernstein, Symphony No. 2: Lento maestoso [Charles Ives]
Symphony Orchestra of Bartók Conservatory Budapest
, diretta da Gergely Dubóczky, Central Park in the Dark [Charles Ives]
Timothy Fain, violin, Jeremy Denk, piano, Sonata for Violin & Piano, No. 3: Adagio [Charles Ives]
Josef Christof & Steffen Schleiermacher,
pianos, Three Quarter-Tone pieces: Allegro [Charles Ives]
New York Philharmonic
, diretta da Leonard Bernstein, Symphony No. 2: Allegro molto vivace [Charles Ives]
Josef Christof & Steffen Schleiermacher, pianos, Three Quarter-Tone pieces: Chorale [Charles Ives]
Lana Del Rey, Born To Die [Lana Del Rey - Justin Parker]
Lana Del Rey, Without You [Lana Del Rey - Sacha Skarbek]
Lana Del Rey, Blue Velvet [Lee Morris - Bernie Wayne]
Lana Del Rey, The Other Woman [Jessie Mae Robinson]
Lana Del Rey, Carmen [Lana Del Rey - Justin Parker]
Lana Del Rey, Body Electric [Lana Del Rey - Rick Nowels]
Lana Del Rey, Yayo [Lana Del Rey]
Lana Del Rey, Dark Paradise [Lana Del Rey - Rick Nowels]
Lana del Rey, Fucked My Way Up To The Top [Elizabeth Grant - Daniel Heath]
Lana Del Rey, Ride [Lana Del Rey - Justin Parker]
Lana Del Rey, Radio [Lana Del Rey - Justin Parker]
Lana del Rey, Shades of cool [Elizabeth Grant - Rick Nowels]
Lana Del Rey, Blue Jeans [Lana Del Rey - Emile Haynie - Dan Heath]
Lana del Rey, Old Money [Elizabeth Grant - Daniel Heath - Robbie Fitzsimmons]

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Considerato uno dei più grandi scrittori americani del Novecento, Francis Scott Fitzgerald mette in luce uno dei periodi storici più contraddittori del paese delle “grandi opportunità“. In tutto ciò che scrive si riscontra la sua esistenza, vissuta in modo estremo, negli anni compresi tra la Prima Guerra Mondiale e la Grande Depressione. E attraverso la lettura di quei pochi libri scritti nell’arco della sua breve vita, si riesce a cogliere quel movimento effimero, ma indimenticabile, denominato “Jazz Age”.

ReadBabyRead #421 del 17 gennaio 2019


Francis Scott Fitzgerald
Tre racconti

Il curioso caso di Benjamin Button
Sogni d'inverno
La cosa più sensata

(6a parte)


per info su F. Ventimiglia e C. Tesser:

Lettura e altri crimini
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voce: Francesco Ventimiglia


"Alcuni caddie erano poveri in canna e abitavano in case di un’unica stanza con una mucca nevrastenica in giardino, ma il padre di Dexter Green era il padrone del secondo negozio di alimentari di Black Bear - il migliore era II mozzo, finanziato dai ricchi di Sherry Island - e Dexter faceva il caddie solo per avere qualche soldo in tasca.
In autunno, quando le giornate diventavano frizzanti e grigie e il lungo inverno del Minnesota calava come il coperchio bianco di una scatola, gli sci di Dexter si muovevano sulla neve che nascondeva i fairway del campo da golf.“



Incipit, dieci buoni motivi
per leggere Fitzgerald


Di un classico e del perché un libro, uno scrittore o la sua opera si considerino classici si può dire tutto e di più. Tra le altre cose si può dire, senza eccessivo rischio di smentita, che classico è quel libro che resiste alla prova del tempo, passando di generazione in generazione senza perdere nulla del suo smalto (spesso, anzi, diventando più lucente ad anni di distanza dalla sua prima apparizione). Un circolo virtuoso che abbraccia nuovi scrittori, nuovi critici e nuovi lettori senza soluzione di continuità. Pure, poiché l'arte non è una fede ma un'esperienza dei sensi in cui nulla è scontato, non è inutile, ogni tanto, stilare un elenco dei motivi per i quali si dovrebbe - e si deve - continuare a mantenere vivo un autore classico. E, ancora, poiché l'arte ha anche qualcosa del gioco, perché non fare di questo elenco un decalogo?

Ad esempio, per quale motivo oggi, a centoventi anni dalla sua nascita (24 settembre 1896) e a poco più di settanta dalla pubblicazione postuma del Crack-up (più un capolavoro in sé che un frammento incompleto), dovremmo continuare a leggere i libri di Francis Scott Fitzgerald? Ecco dieci motivi. Primo: perché certamente un libro non si giudica dalla copertina ma dalla prima riga sì, e pochi incipit suonano efficaci come quelli di «Scottie», laddove basta un solo aggettivo per farci entrare in un'atmosfera emotiva, in un contesto sociale; in altre parole, nella storia che leggeremo. Secondo: perché i personaggi di un classico diventano classici essi stessi, finendo nel calmiere dell'immaginario collettivo di un'intera cultura. E, allora, alzi la mano chi non ha mai sentito pronunciare il nome di «Gatsby». Terzo: perché spesso un classico diventa personaggio egli stesso, e Francis Scott Fitzgerald - la sua esistenza, il matrimonio con Zelda, le feste a casa loro - è indubbiamente il protagonista di un romanzo memorabile, tanto brillante quanto drammatico. Quarto: perché un classico si capisce anche dai rapporti con i suoi contemporanei, dalle sue amicizie. E in questo caso basta fare il nome di Edmund Wilson o quello di Ernest Hemingway per avere la misura della grandezza di «Fitz».

Quinto: perché un classico contribuisce a creare il mito dell'epoca in cui vive; e senza Francis Scott Fitzgerald oggi non parleremmo di «Età del Jazz» né la «generazione perduta» (così, stando proprio a Hemingway, Gertrud Stein ribattezzò la compagine di scrittori di cui, insieme a Sherwood Anderson, John Dos Passos e Henry Miller tra gli altri, Fitzgerald fu uno dei massimi esponenti) sarebbe la stessa. Sesto: perché un classico, con buona pace dei distinguo, mette tutti d'accordo, abbattendo i confini tra cultura popolare e cultura alta, rendendo sterile ogni discussione in tal senso; mentre i suoi racconti (sfornati a un ritmo folle per un uomo morto a soli 45 anni) gli fruttavano per l'epoca cifre astronomiche da parte dei giornali di tutta America, a tal punto erano richiesti dal pubblico, i suoi romanzi sono stati ammirati da «colleghi» del calibro di T.S. Eliot e J.D. Salinger. Settimo: perché un classico è anche ciò che lascia, come la sua opera e il suo esempio condizionano le opere di chi gli succede; e, tanto per restare alla cronaca, l'ultimo romanzo di Jay McInerney (appena pubblicato in Italia da Bompiani, col titolo La luce dei giorni), da dove discende se non da libri come Tenera è la notte o Belli e dannati?

Ottavo: perché tracce della persistenza di un classico le trovi dove meno te lo aspetti, ad esempio guardando «Come eravamo», di Sidney Pollack, quando basta un attimo per realizzare che il protagonista interpretato da Robert Redford altri non è che sia un personaggio di Fitzgerald che Fitzgerald stesso. Nono: perché di un classico sono legittime le più diverse interpretazioni e trasposizioni, da quella patinata e fedele che Jack Clayton diede al cinema del Grande Gatsby (sempre con Redford come protagonista e Ralph Lauren come consulente della costumista Theoni V. Aldredge, premiata per l'occasione dall'Academy di Hollywood) a quella baraccona e circense di Baz Luhrmann (stavolta con Leonardo Di Caprio a interpretare Gatsby e la quattro volte premio Oscar Catherine Martin ai costumi). Decimo: perché Francis Scott Fitzgerald è uno scrittore con una voce riconoscibile come pochi altri e dieci motivi non bastano per spiegare perché sia un classico; ma solo per un classico possiamo trovare almeno dieci motivi validi per rileggerlo. Questi o quelli che, adesso come domani, le pagine di Fitzgerald suggeriranno alla nostra fantasia.

Stefano Gallerani
da Il Mattino, 26 settembre 2016


Le Musiche, scelte da Claudio Tesser

The New London Orchestra, diretta da Stephen Cleobury, The Celestial Country: Prelude [Charles Ives]
Ivani Quartet, String Quartet No. 2, Parte seconda [Charles Ives]
The New London Orchestra, diretta da Stephen Cleobury, The Celestial Country: Aria for Baritone [Charles Ives]
New York Philharmonic, diretta da Leonard Bernstein, Symphony No. 2: Andante moderato [Charles Ives]
Ivani Quartet, String Quartet No. 2, Parte terza [Charles Ives]
New York Philharmonic, diretta da Leonard Bernstein, Symphony No. 2: Adagio cantabile [Charles Ives]
New York Philharmonic
, diretta da Leonard Bernstein, Symphony No. 2: Lento maestoso [Charles Ives]
Symphony Orchestra of Bartók Conservatory Budapest
, diretta da Gergely Dubóczky, Central Park in the Dark [Charles Ives]
Timothy Fain, violin, Jeremy Denk, piano, Sonata for Violin & Piano, No. 3: Adagio [Charles Ives]
Josef Christof & Steffen Schleiermacher,
pianos, Three Quarter-Tone pieces: Allegro [Charles Ives]
New York Philharmonic
, diretta da Leonard Bernstein, Symphony No. 2: Allegro molto vivace [Charles Ives]
Josef Christof & Steffen Schleiermacher, pianos, Three Quarter-Tone pieces: Chorale [Charles Ives]
Lana Del Rey, Born To Die [Lana Del Rey - Justin Parker]
Lana Del Rey, Without You [Lana Del Rey - Sacha Skarbek]
Lana Del Rey, Blue Velvet [Lee Morris - Bernie Wayne]
Lana Del Rey, The Other Woman [Jessie Mae Robinson]
Lana Del Rey, Carmen [Lana Del Rey - Justin Parker]
Lana Del Rey, Body Electric [Lana Del Rey - Rick Nowels]
Lana Del Rey, Yayo [Lana Del Rey]
Lana Del Rey, Dark Paradise [Lana Del Rey - Rick Nowels]
Lana del Rey, Fucked My Way Up To The Top [Elizabeth Grant - Daniel Heath]
Lana Del Rey, Ride [Lana Del Rey - Justin Parker]
Lana Del Rey, Radio [Lana Del Rey - Justin Parker]
Lana del Rey, Shades of cool [Elizabeth Grant - Rick Nowels]
Lana Del Rey, Blue Jeans [Lana Del Rey - Emile Haynie - Dan Heath]
Lana del Rey, Old Money [Elizabeth Grant - Daniel Heath - Robbie Fitzsimmons]

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Considerato uno dei più grandi scrittori americani del Novecento, Francis Scott Fitzgerald mette in luce uno dei periodi storici più contraddittori del paese delle “grandi opportunità“. In tutto ciò che scrive si riscontra la sua esistenza, vissuta in modo estremo, negli anni compresi tra la Prima Guerra Mondiale e la Grande Depressione. E attraverso la lettura di quei pochi libri scritti nell’arco della sua breve vita, si riesce a cogliere quel movimento effimero, ma indimenticabile, denominato “Jazz Age”.

ReadBabyRead #420 del 10 gennaio 2019


Francis Scott Fitzgerald
Tre racconti

Il curioso caso di Benjamin Button
Sogni d'inverno
La cosa più sensata

(5a parte)


per info su F. Ventimiglia e C. Tesser:

Lettura e altri crimini
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voce: Francesco Ventimiglia


"Nel lontano 1860 era normale nascere in casa. Oggi, mi dicono, i grandi numi della medicina hanno decretato che i neonati debbano emettere i loro primi vagiti nell'anestetica aria di una clinica, meglio se alla moda. Il giovane Roger Button e consorte erano dunque in anticipo di cinquant'anni in fatto di stile quando decisero, un giorno dell’estate del 1860, che il loro primogenito sarebbe nato in una clinica. Se ci sia stato o meno un nesso fra questo anacronismo e la storia sorprendente che mi accingo a scrivere non si saprà mai."



Incipit, dieci buoni motivi
per leggere Fitzgerald


Di un classico e del perché un libro, uno scrittore o la sua opera si considerino classici si può dire tutto e di più. Tra le altre cose si può dire, senza eccessivo rischio di smentita, che classico è quel libro che resiste alla prova del tempo, passando di generazione in generazione senza perdere nulla del suo smalto (spesso, anzi, diventando più lucente ad anni di distanza dalla sua prima apparizione). Un circolo virtuoso che abbraccia nuovi scrittori, nuovi critici e nuovi lettori senza soluzione di continuità. Pure, poiché l'arte non è una fede ma un'esperienza dei sensi in cui nulla è scontato, non è inutile, ogni tanto, stilare un elenco dei motivi per i quali si dovrebbe - e si deve - continuare a mantenere vivo un autore classico. E, ancora, poiché l'arte ha anche qualcosa del gioco, perché non fare di questo elenco un decalogo?

Ad esempio, per quale motivo oggi, a centoventi anni dalla sua nascita (24 settembre 1896) e a poco più di settanta dalla pubblicazione postuma del Crack-up (più un capolavoro in sé che un frammento incompleto), dovremmo continuare a leggere i libri di Francis Scott Fitzgerald? Ecco dieci motivi. Primo: perché certamente un libro non si giudica dalla copertina ma dalla prima riga sì, e pochi incipit suonano efficaci come quelli di «Scottie», laddove basta un solo aggettivo per farci entrare in un'atmosfera emotiva, in un contesto sociale; in altre parole, nella storia che leggeremo. Secondo: perché i personaggi di un classico diventano classici essi stessi, finendo nel calmiere dell'immaginario collettivo di un'intera cultura. E, allora, alzi la mano chi non ha mai sentito pronunciare il nome di «Gatsby». Terzo: perché spesso un classico diventa personaggio egli stesso, e Francis Scott Fitzgerald - la sua esistenza, il matrimonio con Zelda, le feste a casa loro - è indubbiamente il protagonista di un romanzo memorabile, tanto brillante quanto drammatico. Quarto: perché un classico si capisce anche dai rapporti con i suoi contemporanei, dalle sue amicizie. E in questo caso basta fare il nome di Edmund Wilson o quello di Ernest Hemingway per avere la misura della grandezza di «Fitz».

Quinto: perché un classico contribuisce a creare il mito dell'epoca in cui vive; e senza Francis Scott Fitzgerald oggi non parleremmo di «Età del Jazz» né la «generazione perduta» (così, stando proprio a Hemingway, Gertrud Stein ribattezzò la compagine di scrittori di cui, insieme a Sherwood Anderson, John Dos Passos e Henry Miller tra gli altri, Fitzgerald fu uno dei massimi esponenti) sarebbe la stessa. Sesto: perché un classico, con buona pace dei distinguo, mette tutti d'accordo, abbattendo i confini tra cultura popolare e cultura alta, rendendo sterile ogni discussione in tal senso; mentre i suoi racconti (sfornati a un ritmo folle per un uomo morto a soli 45 anni) gli fruttavano per l'epoca cifre astronomiche da parte dei giornali di tutta America, a tal punto erano richiesti dal pubblico, i suoi romanzi sono stati ammirati da «colleghi» del calibro di T.S. Eliot e J.D. Salinger. Settimo: perché un classico è anche ciò che lascia, come la sua opera e il suo esempio condizionano le opere di chi gli succede; e, tanto per restare alla cronaca, l'ultimo romanzo di Jay McInerney (appena pubblicato in Italia da Bompiani, col titolo La luce dei giorni), da dove discende se non da libri come Tenera è la notte o Belli e dannati?

Ottavo: perché tracce della persistenza di un classico le trovi dove meno te lo aspetti, ad esempio guardando «Come eravamo», di Sidney Pollack, quando basta un attimo per realizzare che il protagonista interpretato da Robert Redford altri non è che sia un personaggio di Fitzgerald che Fitzgerald stesso. Nono: perché di un classico sono legittime le più diverse interpretazioni e trasposizioni, da quella patinata e fedele che Jack Clayton diede al cinema del Grande Gatsby (sempre con Redford come protagonista e Ralph Lauren come consulente della costumista Theoni V. Aldredge, premiata per l'occasione dall'Academy di Hollywood) a quella baraccona e circense di Baz Luhrmann (stavolta con Leonardo Di Caprio a interpretare Gatsby e la quattro volte premio Oscar Catherine Martin ai costumi). Decimo: perché Francis Scott Fitzgerald è uno scrittore con una voce riconoscibile come pochi altri e dieci motivi non bastano per spiegare perché sia un classico; ma solo per un classico possiamo trovare almeno dieci motivi validi per rileggerlo. Questi o quelli che, adesso come domani, le pagine di Fitzgerald suggeriranno alla nostra fantasia.

Stefano Gallerani
da Il Mattino, 26 settembre 2016


Le Musiche, scelte da Claudio Tesser

The New London Orchestra, diretta da Stephen Cleobury, The Celestial Country: Prelude [Charles Ives]
Ivani Quartet, String Quartet No. 2, Parte seconda [Charles Ives]
The New London Orchestra, diretta da Stephen Cleobury, The Celestial Country: Aria for Baritone [Charles Ives]
New York Philharmonic, diretta da Leonard Bernstein, Symphony No. 2: Andante moderato [Charles Ives]
Ivani Quartet, String Quartet No. 2, Parte terza [Charles Ives]
New York Philharmonic, diretta da Leonard Bernstein, Symphony No. 2: Adagio cantabile [Charles Ives]
New York Philharmonic
, diretta da Leonard Bernstein, Symphony No. 2: Lento maestoso [Charles Ives]
Symphony Orchestra of Bartók Conservatory Budapest
, diretta da Gergely Dubóczky, Central Park in the Dark [Charles Ives]
Timothy Fain, violin, Jeremy Denk, piano, Sonata for Violin & Piano, No. 3: Adagio [Charles Ives]
Josef Christof & Steffen Schleiermacher,
pianos, Three Quarter-Tone pieces: Allegro [Charles Ives]
New York Philharmonic
, diretta da Leonard Bernstein, Symphony No. 2: Allegro molto vivace [Charles Ives]
Josef Christof & Steffen Schleiermacher, pianos, Three Quarter-Tone pieces: Chorale [Charles Ives]


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Considerato uno dei più grandi scrittori americani del Novecento, Francis Scott Fitzgerald mette in luce uno dei periodi storici più contraddittori del paese delle “grandi opportunità“. In tutto ciò che scrive si riscontra la sua esistenza, vissuta in modo estremo, negli anni compresi tra la Prima Guerra Mondiale e la Grande Depressione. E attraverso la lettura di quei pochi libri scritti nell’arco della sua breve vita, si riesce a cogliere quel movimento effimero, ma indimenticabile, denominato “Jazz Age”.

ReadBabyRead #419 del 3 gennaio 2019


Francis Scott Fitzgerald
Tre racconti

Il curioso caso di Benjamin Button
Sogni d'inverno
La cosa più sensata

(4a parte)


per info su F. Ventimiglia e C. Tesser:

Lettura e altri crimini
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voce: Francesco Ventimiglia


"Nel lontano 1860 era normale nascere in casa. Oggi, mi dicono, i grandi numi della medicina hanno decretato che i neonati debbano emettere i loro primi vagiti nell'anestetica aria di una clinica, meglio se alla moda. Il giovane Roger Button e consorte erano dunque in anticipo di cinquant'anni in fatto di stile quando decisero, un giorno dell’estate del 1860, che il loro primogenito sarebbe nato in una clinica. Se ci sia stato o meno un nesso fra questo anacronismo e la storia sorprendente che mi accingo a scrivere non si saprà mai."



Incipit, dieci buoni motivi
per leggere Fitzgerald


Di un classico e del perché un libro, uno scrittore o la sua opera si considerino classici si può dire tutto e di più. Tra le altre cose si può dire, senza eccessivo rischio di smentita, che classico è quel libro che resiste alla prova del tempo, passando di generazione in generazione senza perdere nulla del suo smalto (spesso, anzi, diventando più lucente ad anni di distanza dalla sua prima apparizione). Un circolo virtuoso che abbraccia nuovi scrittori, nuovi critici e nuovi lettori senza soluzione di continuità. Pure, poiché l'arte non è una fede ma un'esperienza dei sensi in cui nulla è scontato, non è inutile, ogni tanto, stilare un elenco dei motivi per i quali si dovrebbe - e si deve - continuare a mantenere vivo un autore classico. E, ancora, poiché l'arte ha anche qualcosa del gioco, perché non fare di questo elenco un decalogo?

Ad esempio, per quale motivo oggi, a centoventi anni dalla sua nascita (24 settembre 1896) e a poco più di settanta dalla pubblicazione postuma del Crack-up (più un capolavoro in sé che un frammento incompleto), dovremmo continuare a leggere i libri di Francis Scott Fitzgerald? Ecco dieci motivi. Primo: perché certamente un libro non si giudica dalla copertina ma dalla prima riga sì, e pochi incipit suonano efficaci come quelli di «Scottie», laddove basta un solo aggettivo per farci entrare in un'atmosfera emotiva, in un contesto sociale; in altre parole, nella storia che leggeremo. Secondo: perché i personaggi di un classico diventano classici essi stessi, finendo nel calmiere dell'immaginario collettivo di un'intera cultura. E, allora, alzi la mano chi non ha mai sentito pronunciare il nome di «Gatsby». Terzo: perché spesso un classico diventa personaggio egli stesso, e Francis Scott Fitzgerald - la sua esistenza, il matrimonio con Zelda, le feste a casa loro - è indubbiamente il protagonista di un romanzo memorabile, tanto brillante quanto drammatico. Quarto: perché un classico si capisce anche dai rapporti con i suoi contemporanei, dalle sue amicizie. E in questo caso basta fare il nome di Edmund Wilson o quello di Ernest Hemingway per avere la misura della grandezza di «Fitz».

Quinto: perché un classico contribuisce a creare il mito dell'epoca in cui vive; e senza Francis Scott Fitzgerald oggi non parleremmo di «Età del Jazz» né la «generazione perduta» (così, stando proprio a Hemingway, Gertrud Stein ribattezzò la compagine di scrittori di cui, insieme a Sherwood Anderson, John Dos Passos e Henry Miller tra gli altri, Fitzgerald fu uno dei massimi esponenti) sarebbe la stessa. Sesto: perché un classico, con buona pace dei distinguo, mette tutti d'accordo, abbattendo i confini tra cultura popolare e cultura alta, rendendo sterile ogni discussione in tal senso; mentre i suoi racconti (sfornati a un ritmo folle per un uomo morto a soli 45 anni) gli fruttavano per l'epoca cifre astronomiche da parte dei giornali di tutta America, a tal punto erano richiesti dal pubblico, i suoi romanzi sono stati ammirati da «colleghi» del calibro di T.S. Eliot e J.D. Salinger. Settimo: perché un classico è anche ciò che lascia, come la sua opera e il suo esempio condizionano le opere di chi gli succede; e, tanto per restare alla cronaca, l'ultimo romanzo di Jay McInerney (appena pubblicato in Italia da Bompiani, col titolo La luce dei giorni), da dove discende se non da libri come Tenera è la notte o Belli e dannati?

Ottavo: perché tracce della persistenza di un classico le trovi dove meno te lo aspetti, ad esempio guardando «Come eravamo», di Sidney Pollack, quando basta un attimo per realizzare che il protagonista interpretato da Robert Redford altri non è che sia un personaggio di Fitzgerald che Fitzgerald stesso. Nono: perché di un classico sono legittime le più diverse interpretazioni e trasposizioni, da quella patinata e fedele che Jack Clayton diede al cinema del Grande Gatsby (sempre con Redford come protagonista e Ralph Lauren come consulente della costumista Theoni V. Aldredge, premiata per l'occasione dall'Academy di Hollywood) a quella baraccona e circense di Baz Luhrmann (stavolta con Leonardo Di Caprio a interpretare Gatsby e la quattro volte premio Oscar Catherine Martin ai costumi). Decimo: perché Francis Scott Fitzgerald è uno scrittore con una voce riconoscibile come pochi altri e dieci motivi non bastano per spiegare perché sia un classico; ma solo per un classico possiamo trovare almeno dieci motivi validi per rileggerlo. Questi o quelli che, adesso come domani, le pagine di Fitzgerald suggeriranno alla nostra fantasia.

Stefano Gallerani
da Il Mattino, 26 settembre 2016


Le Musiche, scelte da Claudio Tesser

The New London Orchestra, diretta da Stephen Cleobury, The Celestial Country: Prelude [Charles Ives]
Ivani Quartet, String Quartet No. 2, Parte seconda [Charles Ives]
The New London Orchestra, diretta da Stephen Cleobury, The Celestial Country: Aria for Baritone [Charles Ives]
New York Philharmonic, diretta da Leonard Bernstein, Symphony No. 2: Andante moderato [Charles Ives]
Ivani Quartet, String Quartet No. 2, Parte terza [Charles Ives]
New York Philharmonic, diretta da Leonard Bernstein, Symphony No. 2: Adagio cantabile [Charles Ives]
New York Philharmonic
, diretta da Leonard Bernstein, Symphony No. 2: Lento maestoso [Charles Ives]
Symphony Orchestra of Bartók Conservatory Budapest
, diretta da Gergely Dubóczky, Central Park in the Dark [Charles Ives]
Timothy Fain, violin, Jeremy Denk, piano, Sonata for Violin & Piano, No. 3: Adagio [Charles Ives]
Josef Christof & Steffen Schleiermacher,
pianos, Three Quarter-Tone pieces: Allegro [Charles Ives]
New York Philharmonic
, diretta da Leonard Bernstein, Symphony No. 2: Allegro molto vivace [Charles Ives]
Josef Christof & Steffen Schleiermacher, pianos, Three Quarter-Tone pieces: Chorale [Charles Ives]


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info@sherwood.it (Sherwood Network)
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Considerato uno dei più grandi scrittori americani del Novecento, Francis Scott Fitzgerald mette in luce uno dei periodi storici più contraddittori del paese delle “grandi opportunità“. In tutto ciò che scrive si riscontra la sua esistenza, vissuta in modo estremo, negli anni compresi tra la Prima Guerra Mondiale e la Grande Depressione. E attraverso la lettura di quei pochi libri scritti nell’arco della sua breve vita, si riesce a cogliere quel movimento effimero, ma indimenticabile, denominato “Jazz Age”.

ReadBabyRead #418 del 27 dicembre 2018


Francis Scott Fitzgerald
Tre racconti

Il curioso caso di Benjamin Button
Sogni d'inverno
La cosa più sensata

(3a parte)


per info su F. Ventimiglia e C. Tesser:

Lettura e altri crimini
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voce: Francesco Ventimiglia


"Nel lontano 1860 era normale nascere in casa. Oggi, mi dicono, i grandi numi della medicina hanno decretato che i neonati debbano emettere i loro primi vagiti nell'anestetica aria di una clinica, meglio se alla moda. Il giovane Roger Button e consorte erano dunque in anticipo di cinquant'anni in fatto di stile quando decisero, un giorno dell’estate del 1860, che il loro primogenito sarebbe nato in una clinica. Se ci sia stato o meno un nesso fra questo anacronismo e la storia sorprendente che mi accingo a scrivere non si saprà mai."



Incipit, dieci buoni motivi
per leggere Fitzgerald


Di un classico e del perché un libro, uno scrittore o la sua opera si considerino classici si può dire tutto e di più. Tra le altre cose si può dire, senza eccessivo rischio di smentita, che classico è quel libro che resiste alla prova del tempo, passando di generazione in generazione senza perdere nulla del suo smalto (spesso, anzi, diventando più lucente ad anni di distanza dalla sua prima apparizione). Un circolo virtuoso che abbraccia nuovi scrittori, nuovi critici e nuovi lettori senza soluzione di continuità. Pure, poiché l'arte non è una fede ma un'esperienza dei sensi in cui nulla è scontato, non è inutile, ogni tanto, stilare un elenco dei motivi per i quali si dovrebbe - e si deve - continuare a mantenere vivo un autore classico. E, ancora, poiché l'arte ha anche qualcosa del gioco, perché non fare di questo elenco un decalogo?

Ad esempio, per quale motivo oggi, a centoventi anni dalla sua nascita (24 settembre 1896) e a poco più di settanta dalla pubblicazione postuma del Crack-up (più un capolavoro in sé che un frammento incompleto), dovremmo continuare a leggere i libri di Francis Scott Fitzgerald? Ecco dieci motivi. Primo: perché certamente un libro non si giudica dalla copertina ma dalla prima riga sì, e pochi incipit suonano efficaci come quelli di «Scottie», laddove basta un solo aggettivo per farci entrare in un'atmosfera emotiva, in un contesto sociale; in altre parole, nella storia che leggeremo. Secondo: perché i personaggi di un classico diventano classici essi stessi, finendo nel calmiere dell'immaginario collettivo di un'intera cultura. E, allora, alzi la mano chi non ha mai sentito pronunciare il nome di «Gatsby». Terzo: perché spesso un classico diventa personaggio egli stesso, e Francis Scott Fitzgerald - la sua esistenza, il matrimonio con Zelda, le feste a casa loro - è indubbiamente il protagonista di un romanzo memorabile, tanto brillante quanto drammatico. Quarto: perché un classico si capisce anche dai rapporti con i suoi contemporanei, dalle sue amicizie. E in questo caso basta fare il nome di Edmund Wilson o quello di Ernest Hemingway per avere la misura della grandezza di «Fitz».

Quinto: perché un classico contribuisce a creare il mito dell'epoca in cui vive; e senza Francis Scott Fitzgerald oggi non parleremmo di «Età del Jazz» né la «generazione perduta» (così, stando proprio a Hemingway, Gertrud Stein ribattezzò la compagine di scrittori di cui, insieme a Sherwood Anderson, John Dos Passos e Henry Miller tra gli altri, Fitzgerald fu uno dei massimi esponenti) sarebbe la stessa. Sesto: perché un classico, con buona pace dei distinguo, mette tutti d'accordo, abbattendo i confini tra cultura popolare e cultura alta, rendendo sterile ogni discussione in tal senso; mentre i suoi racconti (sfornati a un ritmo folle per un uomo morto a soli 45 anni) gli fruttavano per l'epoca cifre astronomiche da parte dei giornali di tutta America, a tal punto erano richiesti dal pubblico, i suoi romanzi sono stati ammirati da «colleghi» del calibro di T.S. Eliot e J.D. Salinger. Settimo: perché un classico è anche ciò che lascia, come la sua opera e il suo esempio condizionano le opere di chi gli succede; e, tanto per restare alla cronaca, l'ultimo romanzo di Jay McInerney (appena pubblicato in Italia da Bompiani, col titolo La luce dei giorni), da dove discende se non da libri come Tenera è la notte o Belli e dannati?

Ottavo: perché tracce della persistenza di un classico le trovi dove meno te lo aspetti, ad esempio guardando «Come eravamo», di Sidney Pollack, quando basta un attimo per realizzare che il protagonista interpretato da Robert Redford altri non è che sia un personaggio di Fitzgerald che Fitzgerald stesso. Nono: perché di un classico sono legittime le più diverse interpretazioni e trasposizioni, da quella patinata e fedele che Jack Clayton diede al cinema del Grande Gatsby (sempre con Redford come protagonista e Ralph Lauren come consulente della costumista Theoni V. Aldredge, premiata per l'occasione dall'Academy di Hollywood) a quella baraccona e circense di Baz Luhrmann (stavolta con Leonardo Di Caprio a interpretare Gatsby e la quattro volte premio Oscar Catherine Martin ai costumi). Decimo: perché Francis Scott Fitzgerald è uno scrittore con una voce riconoscibile come pochi altri e dieci motivi non bastano per spiegare perché sia un classico; ma solo per un classico possiamo trovare almeno dieci motivi validi per rileggerlo. Questi o quelli che, adesso come domani, le pagine di Fitzgerald suggeriranno alla nostra fantasia.

Stefano Gallerani
da Il Mattino, 26 settembre 2016


Le Musiche, scelte da Claudio Tesser

The New London Orchestra, diretta da Stephen Cleobury, The Celestial Country: Prelude [Charles Ives]
Ivani Quartet, String Quartet No. 2, Parte seconda [Charles Ives]
The New London Orchestra, diretta da Stephen Cleobury, The Celestial Country: Aria for Baritone [Charles Ives]
New York Philharmonic, diretta da Leonard Bernstein, Symphony No. 2: Andante moderato [Charles Ives]
Ivani Quartet, String Quartet No. 2, Parte terza [Charles Ives]
New York Philharmonic, diretta da Leonard Bernstein, Symphony No. 2: Adagio cantabile [Charles Ives]
New York Philharmonic
, diretta da Leonard Bernstein, Symphony No. 2: Lento maestoso [Charles Ives]
Symphony Orchestra of Bartók Conservatory Budapest
, diretta da Gergely Dubóczky, Central Park in the Dark [Charles Ives]
Timothy Fain, violin, Jeremy Denk, piano, Sonata for Violin & Piano, No. 3: Adagio [Charles Ives]
Josef Christof & Steffen Schleiermacher,
pianos, Three Quarter-Tone pieces: Allegro [Charles Ives]
New York Philharmonic
, diretta da Leonard Bernstein, Symphony No. 2: Allegro molto vivace [Charles Ives]
Josef Christof & Steffen Schleiermacher, pianos, Three Quarter-Tone pieces: Chorale [Charles Ives]


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<![CDATA[Annotare inquiete sensazioni]]>

Negli ultimi tempi alterno la lettura di un romanzo con quella di un saggio, spesso in contemporanea: uno sta nel comodino l’altro nello zaino della mia pendolarità in treno. Ultimamente, forse perché sono padre, prediligo libri che parlano delle generazioni più giovani, dei millennial, dei post-millennial, dei fuggiaschi dal novecento. Il loro gioco, le loro vite potenziali, il loro bisogno di raccontarsi ed essere raccontati per essere compresi. E per non cadere nella trappola di ogni generazione precedente, ovvero criticare i più giovani senza averli capiti a fondo. Anche perché solo così la nostra “anzianità” novecentesca può diventare utile saggezza.

- Francesco Targhetta: Le vite potenziali

- Alessandro Baricco: The Game

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IL MONDO NUOVO

Mikky va a scuola, fa i compiti, va ad allenamento, fa ripetizioni, va a chitarra…. Non si ferma mai. Prende fiato un momento, poi torna a sprofondare nel suo libro di testo. Nell’ultima ora ha riletto la stessa parte trecento volte, ma niente, non gli entra. Studia, senza sosta, ed appena si ferma lo sguardo cade nell’unico fedele compagno: il telefono. Lo consulta, poi guarda fuori e sospira. Nessun coetaneo è lì fuori, sono tutti come lui, dentro qualche percorso formattato da adulti o da applicazioni per smartphone. Prigionieri incolpevoli di un mondo produttore di ansia da prestazione e inquietudine, tra aspettative altissime e terrore del fallimento, tra valutazioni e giudizi continui.Le uniche illusorie libertà, gli unici modi di superare tutti i recinti imposti, stanno lì in quel dispositivo multimediale: nelle chat, nelle immagini, nei video, nelle musiche. Gli adulti che gli impongono questa vita non comprendono le sue vie di fuga: non appena cerca di condividere con i genitori le sue passioni viene sgridato e quasi deriso: “Ma che schifezze guardi? Ma cosa ascolti? Ma che roba è?” E così gli capita spesso di pensare che il solo modo per farla finita con tutto questo sarebbe bloccare il mondo degli adulti, di sospenderlo a tempo indeterminato….

ps) parole liberamente ispirate dalle infinite polemiche sui “teen”, sui loro gusti, sulla musica che ascoltano… e dal visionario libro che sto leggendo: “Millennials – Il mondo nuovo” de La Buoncostume dove improvvisamente tutti gli uomini e le donne con più di diciassette anni e mezzo si sono congelati nell’azione che stavano svolgendo, bloccati, né morti, né vivi, lasciando così spazio ad un mondo nuovo…

- La Buoncostume: Millennials. Il mondo nuovo

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SGUARDI INQUIETI

Mi capita di intravedere negli occhi delle persone che incrocio quotidianamente per strada, in treno, al bar, in ufficio, degli sguardi che riconosco. Percepisco dietro le loro cornee, nei loro movimenti, nella postura, delle storie vissute dai personaggi dei libri che ho letto. E ultimamente sono soprattutto romanzi inquieti e poco rassicuranti. È una mia deformazione, quindi se vi osservo con aria sospetta, non preoccupatevi, vedo in voi la proiezione di storie altrui. O forse no, probabilmente quello che leggo nei libri fa solo emergere meglio cose che prima faticavo a vedere. Col tempo, con l’esperienza, ho riscontrato che difficilmente queste indaganti proiezioni sbagliano. Che perfino nelle più sfavillanti ed esibite vite le contraddizioni, anche le meglio nascoste, a ben guardare emergono. Che basta frugare appena sotto l’ego, nelle tasche sottostanti il visibile per trovarvi pillole antipanico, ansiolitici, antidepressivi e ciò che serve per apparire idonei e per coprire le proprie debolezze. Se da una parte questa cosa mi turba parecchio dall’altro mi rincuora: vuol dire che, nonostante le apparenze, non siete tanto diversi da me e soprattutto che scelgo libri giusti!

- Massimo Anania: Autostop per la notte

- Luigi Capone: Allegri che tra poco si muore

- Gregorio Magini: Cometa

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QUALCOSA CHE STRIDE

Qualcosa non mi quadra, qualcosa stride. Forse perché osservo la realtà da un pezzo limitato di pianeta: il nord-est di uno stivale di terra in mezzo al mediterraneo.
Qui sembra evidente come non reggano tutte quelle analisi sull’espansione di populismi e razzismi a causa dell’aumento della povertà. Stiamo troppo bene e lo sappiamo. Sappiamo di avere capacità mediocri rispetto alle sfide del mondo di oggi, sappiamo di non meritare nemmeno una piccola parte delle cose inutili che inutilmente possediamo, sappiamo di aver compromesso il domani delle generazioni future, sappiamo di aver distrutto l’ambiente e divorato le risorse del pianeta. Sappiamo che un africano o immigrato qualsiasi ha ragione da vendere nel rivendicare la sua parte di ricchezza e che ha l’energia, la voglia di vivere che noi non abbiamo più. Sappiamo tutto questo e abbiamo tanta, tanta paura. Ma talmente tanta da incarognirsi ed arrivare a stare peggio del mal vivere che ci siamo imposti per possedere così tanta inutile roba.
Qui a nord est non si spiega il voto alla lega come la reazione dei poveri, ma come quella dei ricchi miserabili.
Forse sbaglio, nella mia sicuramente parziale visione, ma oggi mi ritrovo più nelle parole di scrittori come Goffredo Parise, Andrea Zanzotto, Francesco Maino, … che nelle analisi socio-politiche che sento e leggo tutti i santi giorni nei media.

- Francesco Maino: Cartongesso

- Goffredo Parise: Dobbiamo disobbedire

- Andrea Zanzotto: In questo progresso scorsoio

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ESIBIZIONISMO RIFLETTENTE

Vorrei dire due parole su due “artisti” che non mi piacciono. Ma vorrei dirle guardando da una prospettiva diversa, distaccata dalle cose che producono. Vorrei parlare di Sferra Ebbasta e dei Queen.
Perché?
Beh, negli ultimi giorni le polemiche su Sfera Ebbasta mi sono, mio malgrado, rimbalzate agli occhi. Critiche feroci sulla sua musica e soprattutto sul suo modo di essere che hanno messo d'accordo sia gli snob della critica altolocata che la ciurma più attempata dei social.
Per quanto riguarda i Queen invece, ho accompagnato mio figlio a vedere “Bohemian Rhapsody” film sulla storia di Freddy Mercury e della band. È bello il film? Non lo so dire, non sono un critico cinematografico, ma sicuramente è esagerato, pomposo come esagerata, pomposa, era la musica dei Queen. C'è dentro tutto quello che ci si aspetta dall'immaginario rock: la ribellione ai genitori, i testi incriminati, l'elogio della droga, e poi ci si muove tra look estrosi, party e gioielli di ogni tipo. L’esaltazione della ribellione e della trasgressione che col successo diventa ricchezza da esibire.
Che poi è la stessa cosa che oggi fa Sfera Ebbasta.
Da parte mia preferisco l'intimismo, la fragilità, la timidezza, sia nell'approccio alla vita che in quello alla musica, però è anche vero che i giovani, da sempre, hanno bisogno di miti. E qui stiamo parlando di mitopoiesi, di quella di ieri e di quella di oggi, e devo dire che si assomigliano molto. Mi sembra che dimentichiamo tutti, che in questi casi abbiamo a che fare più con la creazione di immaginario che con l'arte e la musica. Che siano miti positivi o negativi dipende dai punti di vista e questi, guarda caso, cambiano con l'età. Lo sforzo di chi ha un po' più di anni sulle spalle dovrebbe essere quello di fare uno slalom perenne tra la memoria e l'esperienza, tra quello che siamo stati e quello che siamo diventati. Perché questo slalom ci dovrebbe permettere di non commettere gli stessi errori di tutti i genitori che nella storia si sono susseguiti. Invece ci limitiamo al punto di vista di quello che siamo diventati. E quello che siamo diventati a me non piace per niente.
Questo mi ha fatto capire anche perché nemmeno i Queen e Sfera Ebbasta mi piacciano. Perché entrambi si limitano ad essere uno specchio, forse distorto e di epoche differenti, ma sempre uno specchio della realtà. Senza mai guardare a ciò che sta dietro quell'immagine riflessa e tanto meno (sia mai) tentare di rompere quella superficie riflettente.

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Considerato uno dei più grandi scrittori americani del Novecento, Francis Scott Fitzgerald mette in luce uno dei periodi storici più contraddittori del paese delle “grandi opportunità“. In tutto ciò che scrive si riscontra la sua esistenza, vissuta in modo estremo, negli anni compresi tra la Prima Guerra Mondiale e la Grande Depressione. E attraverso la lettura di quei pochi libri scritti nell’arco della sua breve vita, si riesce a cogliere quel movimento effimero, ma indimenticabile, denominato “Jazz Age”.

ReadBabyRead #417 del 20 dicembre 2018


Francis Scott Fitzgerald
Tre racconti

Il curioso caso di Benjamin Button
Sogni d'inverno
La cosa più sensata

(2a parte)


per info su F. Ventimiglia e C. Tesser:

Lettura e altri crimini
iTunes podcast


voce: Francesco Ventimiglia


"Nel lontano 1860 era normale nascere in casa. Oggi, mi dicono, i grandi numi della medicina hanno decretato che i neonati debbano emettere i loro primi vagiti nell'anestetica aria di una clinica, meglio se alla moda. Il giovane Roger Button e consorte erano dunque in anticipo di cinquant'anni in fatto di stile quando decisero, un giorno dell’estate del 1860, che il loro primogenito sarebbe nato in una clinica. Se ci sia stato o meno un nesso fra questo anacronismo e la storia sorprendente che mi accingo a scrivere non si saprà mai."



Incipit, dieci buoni motivi
per leggere Fitzgerald


Di un classico e del perché un libro, uno scrittore o la sua opera si considerino classici si può dire tutto e di più. Tra le altre cose si può dire, senza eccessivo rischio di smentita, che classico è quel libro che resiste alla prova del tempo, passando di generazione in generazione senza perdere nulla del suo smalto (spesso, anzi, diventando più lucente ad anni di distanza dalla sua prima apparizione). Un circolo virtuoso che abbraccia nuovi scrittori, nuovi critici e nuovi lettori senza soluzione di continuità. Pure, poiché l'arte non è una fede ma un'esperienza dei sensi in cui nulla è scontato, non è inutile, ogni tanto, stilare un elenco dei motivi per i quali si dovrebbe - e si deve - continuare a mantenere vivo un autore classico. E, ancora, poiché l'arte ha anche qualcosa del gioco, perché non fare di questo elenco un decalogo?

Ad esempio, per quale motivo oggi, a centoventi anni dalla sua nascita (24 settembre 1896) e a poco più di settanta dalla pubblicazione postuma del Crack-up (più un capolavoro in sé che un frammento incompleto), dovremmo continuare a leggere i libri di Francis Scott Fitzgerald? Ecco dieci motivi. Primo: perché certamente un libro non si giudica dalla copertina ma dalla prima riga sì, e pochi incipit suonano efficaci come quelli di «Scottie», laddove basta un solo aggettivo per farci entrare in un'atmosfera emotiva, in un contesto sociale; in altre parole, nella storia che leggeremo. Secondo: perché i personaggi di un classico diventano classici essi stessi, finendo nel calmiere dell'immaginario collettivo di un'intera cultura. E, allora, alzi la mano chi non ha mai sentito pronunciare il nome di «Gatsby». Terzo: perché spesso un classico diventa personaggio egli stesso, e Francis Scott Fitzgerald - la sua esistenza, il matrimonio con Zelda, le feste a casa loro - è indubbiamente il protagonista di un romanzo memorabile, tanto brillante quanto drammatico. Quarto: perché un classico si capisce anche dai rapporti con i suoi contemporanei, dalle sue amicizie. E in questo caso basta fare il nome di Edmund Wilson o quello di Ernest Hemingway per avere la misura della grandezza di «Fitz».

Quinto: perché un classico contribuisce a creare il mito dell'epoca in cui vive; e senza Francis Scott Fitzgerald oggi non parleremmo di «Età del Jazz» né la «generazione perduta» (così, stando proprio a Hemingway, Gertrud Stein ribattezzò la compagine di scrittori di cui, insieme a Sherwood Anderson, John Dos Passos e Henry Miller tra gli altri, Fitzgerald fu uno dei massimi esponenti) sarebbe la stessa. Sesto: perché un classico, con buona pace dei distinguo, mette tutti d'accordo, abbattendo i confini tra cultura popolare e cultura alta, rendendo sterile ogni discussione in tal senso; mentre i suoi racconti (sfornati a un ritmo folle per un uomo morto a soli 45 anni) gli fruttavano per l'epoca cifre astronomiche da parte dei giornali di tutta America, a tal punto erano richiesti dal pubblico, i suoi romanzi sono stati ammirati da «colleghi» del calibro di T.S. Eliot e J.D. Salinger. Settimo: perché un classico è anche ciò che lascia, come la sua opera e il suo esempio condizionano le opere di chi gli succede; e, tanto per restare alla cronaca, l'ultimo romanzo di Jay McInerney (appena pubblicato in Italia da Bompiani, col titolo La luce dei giorni), da dove discende se non da libri come Tenera è la notte o Belli e dannati?

Ottavo: perché tracce della persistenza di un classico le trovi dove meno te lo aspetti, ad esempio guardando «Come eravamo», di Sidney Pollack, quando basta un attimo per realizzare che il protagonista interpretato da Robert Redford altri non è che sia un personaggio di Fitzgerald che Fitzgerald stesso. Nono: perché di un classico sono legittime le più diverse interpretazioni e trasposizioni, da quella patinata e fedele che Jack Clayton diede al cinema del Grande Gatsby (sempre con Redford come protagonista e Ralph Lauren come consulente della costumista Theoni V. Aldredge, premiata per l'occasione dall'Academy di Hollywood) a quella baraccona e circense di Baz Luhrmann (stavolta con Leonardo Di Caprio a interpretare Gatsby e la quattro volte premio Oscar Catherine Martin ai costumi). Decimo: perché Francis Scott Fitzgerald è uno scrittore con una voce riconoscibile come pochi altri e dieci motivi non bastano per spiegare perché sia un classico; ma solo per un classico possiamo trovare almeno dieci motivi validi per rileggerlo. Questi o quelli che, adesso come domani, le pagine di Fitzgerald suggeriranno alla nostra fantasia.

Stefano Gallerani
da Il Mattino, 26 settembre 2016


Le Musiche, scelte da Claudio Tesser

The New London Orchestra, diretta da Stephen Cleobury, The Celestial Country: Prelude [Charles Ives]
Ivani Quartet, String Quartet No. 2, Parte seconda [Charles Ives]
The New London Orchestra, diretta da Stephen Cleobury, The Celestial Country: Aria for Baritone [Charles Ives]
New York Philharmonic, diretta da Leonard Bernstein, Symphony No. 2: Andante moderato [Charles Ives]
Ivani Quartet, String Quartet No. 2, Parte terza [Charles Ives]
New York Philharmonic, diretta da Leonard Bernstein, Symphony No. 2: Adagio cantabile [Charles Ives]
New York Philharmonic
, diretta da Leonard Bernstein, Symphony No. 2: Lento maestoso [Charles Ives]
Symphony Orchestra of Bartók Conservatory Budapest
, diretta da Gergely Dubóczky, Central Park in the Dark [Charles Ives]
Timothy Fain, violin, Jeremy Denk, piano, Sonata for Violin & Piano, No. 3: Adagio [Charles Ives]
Josef Christof & Steffen Schleiermacher,
pianos, Three Quarter-Tone pieces: Allegro [Charles Ives]
New York Philharmonic
, diretta da Leonard Bernstein, Symphony No. 2: Allegro molto vivace [Charles Ives]
Josef Christof & Steffen Schleiermacher, pianos, Three Quarter-Tone pieces: Chorale [Charles Ives]


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Considerato uno dei più grandi scrittori americani del Novecento, Francis Scott Fitzgerald mette in luce uno dei periodi storici più contraddittori del paese delle “grandi opportunità“. In tutto ciò che scrive si riscontra la sua esistenza, vissuta in modo estremo, negli anni compresi tra la Prima Guerra Mondiale e la Grande Depressione. E attraverso la lettura di quei pochi libri scritti nell’arco della sua breve vita, si riesce a cogliere quel movimento effimero, ma indimenticabile, denominato “Jazz Age”.

ReadBabyRead #416 del 13 dicembre 2018


Francis Scott Fitzgerald
Tre racconti

Il curioso caso di Benjamin Button
Sogni d'inverno
La cosa più sensata

(1a parte)


per info su F. Ventimiglia e C. Tesser:

Lettura e altri crimini
iTunes podcast


voce: Francesco Ventimiglia


"Nel lontano 1860 era normale nascere in casa. Oggi, mi dicono, i grandi numi della medicina hanno decretato che i neonati debbano emettere i loro primi vagiti nell'anestetica aria di una clinica, meglio se alla moda. Il giovane Roger Button e consorte erano dunque in anticipo di cinquant'anni in fatto di stile quando decisero, un giorno dell’estate del 1860, che il loro primogenito sarebbe nato in una clinica. Se ci sia stato o meno un nesso fra questo anacronismo e la storia sorprendente che mi accingo a scrivere non si saprà mai."



Incipit, dieci buoni motivi
per leggere Fitzgerald


Di un classico e del perché un libro, uno scrittore o la sua opera si considerino classici si può dire tutto e di più. Tra le altre cose si può dire, senza eccessivo rischio di smentita, che classico è quel libro che resiste alla prova del tempo, passando di generazione in generazione senza perdere nulla del suo smalto (spesso, anzi, diventando più lucente ad anni di distanza dalla sua prima apparizione). Un circolo virtuoso che abbraccia nuovi scrittori, nuovi critici e nuovi lettori senza soluzione di continuità. Pure, poiché l'arte non è una fede ma un'esperienza dei sensi in cui nulla è scontato, non è inutile, ogni tanto, stilare un elenco dei motivi per i quali si dovrebbe - e si deve - continuare a mantenere vivo un autore classico. E, ancora, poiché l'arte ha anche qualcosa del gioco, perché non fare di questo elenco un decalogo?

Ad esempio, per quale motivo oggi, a centoventi anni dalla sua nascita (24 settembre 1896) e a poco più di settanta dalla pubblicazione postuma del Crack-up (più un capolavoro in sé che un frammento incompleto), dovremmo continuare a leggere i libri di Francis Scott Fitzgerald? Ecco dieci motivi. Primo: perché certamente un libro non si giudica dalla copertina ma dalla prima riga sì, e pochi incipit suonano efficaci come quelli di «Scottie», laddove basta un solo aggettivo per farci entrare in un'atmosfera emotiva, in un contesto sociale; in altre parole, nella storia che leggeremo. Secondo: perché i personaggi di un classico diventano classici essi stessi, finendo nel calmiere dell'immaginario collettivo di un'intera cultura. E, allora, alzi la mano chi non ha mai sentito pronunciare il nome di «Gatsby». Terzo: perché spesso un classico diventa personaggio egli stesso, e Francis Scott Fitzgerald - la sua esistenza, il matrimonio con Zelda, le feste a casa loro - è indubbiamente il protagonista di un romanzo memorabile, tanto brillante quanto drammatico. Quarto: perché un classico si capisce anche dai rapporti con i suoi contemporanei, dalle sue amicizie. E in questo caso basta fare il nome di Edmund Wilson o quello di Ernest Hemingway per avere la misura della grandezza di «Fitz».

Quinto: perché un classico contribuisce a creare il mito dell'epoca in cui vive; e senza Francis Scott Fitzgerald oggi non parleremmo di «Età del Jazz» né la «generazione perduta» (così, stando proprio a Hemingway, Gertrud Stein ribattezzò la compagine di scrittori di cui, insieme a Sherwood Anderson, John Dos Passos e Henry Miller tra gli altri, Fitzgerald fu uno dei massimi esponenti) sarebbe la stessa. Sesto: perché un classico, con buona pace dei distinguo, mette tutti d'accordo, abbattendo i confini tra cultura popolare e cultura alta, rendendo sterile ogni discussione in tal senso; mentre i suoi racconti (sfornati a un ritmo folle per un uomo morto a soli 45 anni) gli fruttavano per l'epoca cifre astronomiche da parte dei giornali di tutta America, a tal punto erano richiesti dal pubblico, i suoi romanzi sono stati ammirati da «colleghi» del calibro di T.S. Eliot e J.D. Salinger. Settimo: perché un classico è anche ciò che lascia, come la sua opera e il suo esempio condizionano le opere di chi gli succede; e, tanto per restare alla cronaca, l'ultimo romanzo di Jay McInerney (appena pubblicato in Italia da Bompiani, col titolo La luce dei giorni), da dove discende se non da libri come Tenera è la notte o Belli e dannati?

Ottavo: perché tracce della persistenza di un classico le trovi dove meno te lo aspetti, ad esempio guardando «Come eravamo», di Sidney Pollack, quando basta un attimo per realizzare che il protagonista interpretato da Robert Redford altri non è che sia un personaggio di Fitzgerald che Fitzgerald stesso. Nono: perché di un classico sono legittime le più diverse interpretazioni e trasposizioni, da quella patinata e fedele che Jack Clayton diede al cinema del Grande Gatsby (sempre con Redford come protagonista e Ralph Lauren come consulente della costumista Theoni V. Aldredge, premiata per l'occasione dall'Academy di Hollywood) a quella baraccona e circense di Baz Luhrmann (stavolta con Leonardo Di Caprio a interpretare Gatsby e la quattro volte premio Oscar Catherine Martin ai costumi). Decimo: perché Francis Scott Fitzgerald è uno scrittore con una voce riconoscibile come pochi altri e dieci motivi non bastano per spiegare perché sia un classico; ma solo per un classico possiamo trovare almeno dieci motivi validi per rileggerlo. Questi o quelli che, adesso come domani, le pagine di Fitzgerald suggeriranno alla nostra fantasia.

Stefano Gallerani
da Il Mattino, 26 settembre 2016


Le Musiche, scelte da Claudio Tesser

The New London Orchestra, diretta da Stephen Cleobury, The Celestial Country: Prelude [Charles Ives]
Ivani Quartet, String Quartet No. 2, Parte seconda [Charles Ives]
The New London Orchestra, diretta da Stephen Cleobury, The Celestial Country: Aria for Baritone [Charles Ives]
New York Philharmonic, diretta da Leonard Bernstein, Symphony No. 2: Andante moderato [Charles Ives]
Ivani Quartet, String Quartet No. 2, Parte terza [Charles Ives]
New York Philharmonic, diretta da Leonard Bernstein, Symphony No. 2: Adagio cantabile [Charles Ives]
New York Philharmonic
, diretta da Leonard Bernstein, Symphony No. 2: Lento maestoso [Charles Ives]
Symphony Orchestra of Bartók Conservatory Budapest
, diretta da Gergely Dubóczky, Central Park in the Dark [Charles Ives]
Timothy Fain, violin, Jeremy Denk, piano, Sonata for Violin & Piano, No. 3: Adagio [Charles Ives]
Josef Christof & Steffen Schleiermacher,
pianos, Three Quarter-Tone pieces: Allegro [Charles Ives]
New York Philharmonic
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Josef Christof & Steffen Schleiermacher, pianos, Three Quarter-Tone pieces: Chorale [Charles Ives]


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<![CDATA[La crepa in basso a sinistra]]>

La polemica #dibattistafueraya che tanto ha fatto discutere i social nei giorni scorsi, dopo il reportage sullo zapatismo pieno di inesattezze e falsità del numero due del movimento Cinque Stelle, mi ha impressionato. E mi ha confermato che sempre più spesso si parla e si urla senza avere l'umiltà di conoscere l'argomento in discussione.

Non mi spaventa il dibattito, ma i toni arroganti e l'ignoranza. Sono abituato alle continue discussioni perché anche se adesso, quando non lavoro, sto a pensare alla famiglia e nel poco tempo che mi rimane a giocare con le parole ed il suono, per almeno una ventina di anni ho fatto militanza politica. A sinistra, nei movimenti di base, no global, contro la guerra, nei centri sociali, nei comitati ambientali. E ho imparato soprattutto una cosa da quell'esperienza: che la democrazia è una rottura. Per prendere una decisione devi discutere, poi discutere ancora, e ancora. Fino allo sfinimento. E devi sopportare le chiacchiere degli imbecilli e di quelli che fino a ieri ti davano dell'imbecille. Si perde un sacco di tempo e non è detto che passino le idee migliori, ma non c'è alternativa. Si urla, ci si scazza ed incazza e ci si prendono anche lunghe pause di riflessione fino alla prossima discussione. E poi si ricomincia fino a trovare la decisione migliore. Con lo zapatismo tutto questo è amplificato ancor di più. Ma lì si impara a discutere con lentezza sensuale, con la saggezza di chi ha visto molto, non dimentica niente, ma guarda le cose ancora con umiltà e innocente curiosità.

Nella Selva Lacandona si impara il pregio del silenzio, del saper aspettare, del camminar domandando, ovvero l'opposto di quello che succede nel cancan dei social. Perché a volte il silenzio serve ad ascoltare meglio.

“Shh, l’avete sentito? È il suono di una crepa che si apre in basso a sinistra.”

E tutto il rumore che fate non fermerà la fessura che si apre nel vostro arrogante muro di rancore e di odio.

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Dedicato agli zapaturisti

Mentre uscivamo dalla Selva Lacandona un vecchio Maya, guardando una costruzione in cemento sita ai margini della foresta, mi disse: “Come hanno ritagliato male il cielo qui”. Lo guardai perplesso, poi capii: il cielo è bene comune, quella costruzione è privata e ci priva. Ci priva di un spicchio di cielo. Poi aggiunse: “Per rimediare potremmo disegnare su quella parete la continuazione del cielo. Magari un cielo che contenga molti spicchi di cielo”.
Dopo averlo disegnato e mentre lo osservavamo soddisfati come se avessimo rimarginato una ferita passò un viaggiatore curioso che esclamò: “Che bel muro!”. Entrambi lo fissammo in malo modo e ribattemmo: “Che bel cielo vorrai dire”.

ps) in cielo le stelle sono infinitamente più di 5

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Dedicato agli inopportuni

A volte le parole se ne vanno altrove. Nascono in un contesto, per dire una cosa, e finiscono per generarne un’altra.
Per esempio, secondo me, l’abitudine diffusa di liquidare i razzisti come “ignoranti” è profondamente sbagliata. Sbagliata perché trasmette l’idea di superiorità, di élite e comunica che non vale la pena di mobilitarsi contro: meglio ignorare gli ignoranti, perché intanto son destinati a scomparire pian piano da soli con i mutamenti del mondo.
Il razzismo non è l’ignoranza, o almeno non solo, ma è la negazione dei principi fondanti di libertà, uguaglianza e solidarietà per tutte le donne e gli uomini del mondo. Insomma trovo che sia meglio chiamare il razzista : “fascista”, “reazionario”, “servo del potere”, o più semplicemente “pezzo di merda”.
Proprio come ha fatto Massimo Cacciari.
È normale che coloro che si sono sentiti chiamati in causa dalle parole di Cacciari se la prendano, ma purtroppo anche altri hanno giudicato quelle parole “inopportune”.
Quell’aggettivo (inopportuno) mi ha illuminato.
Perché per certe persone bisogna essere sempre opportuni. Dire cose educate, compatibili, remissive. Tanto opportune da risultare inutili, inconsistenti.
Io continuo invece a sognare suoni, musiche, immagini e quindi anche parole “incompatibili”.
Anche rischiando che le parole se ne vadano altrove, che nascano per produrre un senso e ne producano un altro. Anche sapendo di risultare un po’ meno “per bene”, un po’ più sporco e cattivo, ma nella convinzione che almeno in questo caso siano intese come espressione di indignazione, di netto rifiuto, di ripulso verso persone spregevoli che alla fine finirano nelle fogne.
È inopportuno forse, ma è il bello dello scrivere e del parlare.

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Dedicato a chi ama ancora il “dark”

 “sai come finiscono le civiltà? Quando l'idiozia dilaga con moto naturalmente accelerato” (da il diavolo probabilmente... di R. Bresson) 


tempi bui,
crisi del lume della ragione,
tramonto del sogno di dominare il sonno dell’intelletto
e di rendere fluide e permeabili le frontiere del sapere.
La fioca fiamma (della ragione) ora vacilla, tremola,
e ci tocca proteggere le poche foglie di fuoco dal vento
prima che resti solo un tronco di cera.

...nella nostra musica, per fortuna, il buio si mantiene intrigante e misterioso
ci piace rannicchiarci nella sua oscurità e socchiudere gli occhi:
lì e solo lì,
dentro i chiaro/scuro del suono
possiamo ancora liberare la mente
e affrontare il buio che avvolge
“il deserto del reale.

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 Dedicato agli arrampicatori di specchi

Passeggiando in centro, per strada, in piazza, andando a cena con amici mi ritrovo sempre più spesso davanti ad arrampicatori di specchi con le unghie sempre più insanguinate che continuano a ricercare una giustificazione per sostenere il “governo del cambiamento”. Elettori del m5s che giustificano l’alleanza con Salvini in nome di una cosa (che non ho ancora capito cosa veramente significa) chiamata onestà.
Mi limito a dire che, se questi sono gli onesti, preferisco i ladri se aiutano un bambino a non annegare.
Da parte mia, del resto, per contrastare questa deriva faccio quello che posso, che è pochissimo, una goccia nel mare: vado a dare il benvenuto ai profughi che arrivano da queste parti, porto a loro delle bici, ci gioco a calcio, ascolto le loro storie. Ma gli arrampicatori di specchi sogghignano e lo chiamano buonismo. Mi rattristo oltre modo perché mi rendo conto che la loro rabbia e il loro rancore sono diventate cinismo. Non uso la parola “fascismo” solo perché ancora non posso immaginare che certe persone (alcuni sono amici) siano arrivate ad esserlo.
E anche se sono convinto che ci sia sempre meno di umano nella nostra società non mi va di apparire triste.
Non lo sono, la mia vita è, nonostante tutto, inquietamente felice, e ho il dovere di padre di essere allegro, di comunicare la felicità possibile.
Quindi esco a passeggiare, per strada, in piazza, vado a cena con amici e cerco umilmente di consigliare qualche concerto, qualche canzone da ascoltare, qualche film da vedere, che magari aiuti a guardarsi dentro allo specchio invece di tentare inutilmente di arrampicarlo.

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Dedicato ai consumatori compulsivi

(15 agosto 2018 - giardino dei vicini di casa)

Un vortice di corpi, di carne umana, corpi fritti dal sole nel grasso loro.

Corpi adulti di maschi in canottiera da cui debordano le pieghe di sebo sub-ascellari e apparati digerenti che fanno scivolare giù i corti pantaloni fino ad esibire mezzi culi e contemporaneamente fanno salire su la canotta mostrando le pance cadenti. Corpi di femmine larghe in leggings aderenti a mostrare le loro ampissime curve. Corpi di figli adolescenti aspiranti eredi dei corpi genitoriali.

Teste ustionate, capigliature sudate che karaokano a volume insostenibile motivi neo melodici fermandosi solo per addentare il grasso suino colante fornito da griglie roventi che arroventano ancor di più la transumanza di vassoi pieni dal punto di fuoco all’altrettanto infuocata tavolata di mascelle masticanti. E se invece di karaokare li senti parlare stenti a trovare un essere umano dentro questa zuppa alcolica e carnosa fatta di vocali seriali e rutto libero.

Il disinfettante tsunami odor di plastica e cloro arriva dopo il classico tuffo nel piscinone prima che finisca la digestione. Poi a coronazione ecco il caffè con dovuta correzione prima di un’accennata partita a pallone. Allo sport hanno solo accennato perché sta già arrivando il gelato.

E il ripetersi vorticoso di questo girone infernale sembra non placare l’affamata fame.

Poi finalmente arriva il temporale… e meno male!

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<![CDATA[Fuoricampo]]>

Ho pensato mille volte di abbandonare i social, Facebook in primis, perché riducono il pensiero in poltiglia, perché estendono all’intero pianeta le porcherie che prima erano dette nei bar di paese. Poi desisto e li diserto a tempo, mi metto fuori campo per qualche periodo, ritornandoci solo per spargerci dentro alcuni pensieri o deliri. Così, per esorcizzare, almeno nella mia mente, gli abissi di immiserimento umano che Facebook & compagnia hanno spalancato.

Forse frequento troppo questo “non luogo”
dove ci sono ormai troppe cose che non sopporto
e per cominciare a fare una lista
partirei con quelle che finiscono in “ista”
aborro il fascista e il leghista,
ma mi infastidisce anche chi si proclama comunista
sospetto sempre sia un opportunista
come quello che si autodefinisce artista
poi c’è chi non è né di destra né di sinistra
io lo chiamerei semplicemente qualunquista
per non parlare dell’integralista
e non parlo solamente di religione
ma anche di chi nascosto dietro la tastiera
mi fa la morale anche stasera
perché preferisco l’incertezza del futuro
alla certezza di un passato già sicuro

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CAPIRE BENE LA GENTE NON È VIVERE

SCENA 1 (qualche tempo fa): arriva nel mio ufficio un corriere con un pacco che aspettavo con trepidazione: conteneva alcuni libri che non vedevo l'ora di leggere. Il ragazzo della BRT mentre mi consegna il plico chiede delle info sull'indirizzo della sua prossima consegna e mi osserva mentre estraggo il contenuto, «è in fondo alla strada a destra» rispondo.
Mi ringrazia e si complimenta per l'acquisto: «Capolavoro “La macchia umana”, l'ho letto in lingua originale».
«Beato te che conosci l'inglese così bene, da dove arrivi?»
«Dal Gambia»

SCENA 2 (oggi) sento schiamazzi nel piazzale dello stabilimento dove lavoro, esco per capire cosa succede. Tre miei colleghi stanno urlando ad un ragazzo che ha parcheggiato il furgone leggermente fuori delle strisce e lui li manda a quel paese. Di contro le urla diventano di stampo razzista: « torna a casa tua negro, ignorante, bastardo!» Mi avvicino e riconosco il ragazzo del Gambia mentre si sta allontanando, allora chiedo ai miei tre colleghi: «Sapete chi è Philip Roth?». Mi rispondono con tre No incazzati.

FINE DELLA STORIA

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SONO UNO SMEMORATO

Ho scoperto una cosa seria: mi dimentico le cose.
Sono uno smemorato cronico.
Sono uno smemorato che si dimentica di essere “radical chic” ogni mattina alle 6 (da oltre 30 anni) quando mi alzo per andare a procurarmi un reddito.
Sono uno smemorato che si dimentica di essere “buonista” visto che spesso desidero di vedervi tutti ridotti in povertà, ma poveri davvero. Non quel tipo di poveri che già siete, non poveri con la mercedes fuori in cortile e la miseria dentro.
Sono uno smemorato perché dopo decine di anni da militante per i diritti delle persone e dell’ambiente e contro qualsiasi governo si sia succeduto non ne ricordo uno peggiore di questo.
Sono uno smemorato che si dimentica del fiume di cattiveria che sento ogni santo giorno quando rientro la sera e rivedo la vita negli occhi curiosi di mio figlio.
Sono uno smemorato che si sforza di non dimenticare che una vita degna è diritto di tutti.
Sono uno smemorato che si sforza di portarsi dentro quella memoria ereditata che spesso sembra sia stata dimenticata.

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SONO UN NAUFRAGO

Ho sempre parlato poco e in certi frangenti amo la solitudine e l’introspezione, però non mi sono mai sentito così chiuso e introverso come ora.
Perché?
Quando mi sforzo di socializzare con “la gente” ho spesso la sensazione che la cattiveria sia diventata ormai “una forma mentis”. Si parla di assassinare il prossimo come si parlasse del meteo: si dice “basta buonismo”, “li ammazzerei tutti”, “lascia che anneghino”… come si dicesse “domani piove” o “ci sarà temporale”.
Così invece di interagire frequentemente me ne sto in disparte, apro il mio taccuino e scrivo, annoto sensazioni, così, per evadere dalla socializzazione obbligatoria che spesso la vita ti impone. Evadere non per qualche forma di venerazione per il silenzio o per la parola scritta, ma perché provo vergogna per come, in molti casi, si può trasformare l’animale umano.
Scrivere, e poco importa se bene o male, è diventato un po’ come mettere le cuffie, un modo per isolarmi, per non sentire. Anche se quando alzo gli occhi mi rendo conto che sono solo un naufrago che tenta affannosamente di aggrapparsi ad un salvagente disperso in questo terribile mare che tanto poi bisognerà affrontare.
Fine della pausa, vado.
Coraggio

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SONO FUORI DAL TEMPO

“ se dici sempre la verità prima o poi ti smascherano” cit.

In un batter d’occhi.
A volte capita proprio così.
Nel tempo infinitesimale/infinito di un batter di ciglia all’improvviso capisci.
Che non hai tempo perché sei fuori dal tempo.
Ne perdi troppo ad analizzare, a filtrare, a comprendere
e finisci per non stare a tempo con i tempi.
Vuoi essere sempre sicuro di ciò che fai, dici e scrivi
ed invece, oggi, dovresti imparare a non provar vergogna ad essere semplicemente qualunquista e dire falsità e faziosità.
Sei fuori dal tempo perché hai una cassetta degli attrezzi così pesante da portare
che ti sfinisce stare a discutere, postare, twittare e non vedi l’ora di staccare.
E in un batter d’occhi, appunto,
nel momento in cui la palpebra copre l’iride ed oscura la pupilla,
riesci finalmente a separare il fluire dal capire
e a ritrovare il movimento, il “Rapid Eyes Movement” bloccandoli,
per recuperare il tempo di tornare a sognare una diversa realtà
anche nel tempo della “post verità”.

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<![CDATA[ReadBabyRead_389_Francesco_Recami_4]]>

Un anno in giallo (2017, Sellerio Editore, Palermo): dodici racconti inediti, uno per ognuno dei mesi dell’anno. Dodici protagonisti del noir per un eccezionale evento editoriale: un anno intero in compagnia dei detective di casa Sellerio, i cavalli di razza della scuderia di giallisti da Camilleri a Giménez-Bartlett, passando per Malvaldi, Recami, ecc., per la prima volta insieme con dodici racconti inediti. Un libro che costituisce anche una sorta di bilancio e insieme una prospettiva di un nuovo modo di fare letteratura poliziesca. Un modo di narrare che mette al centro il protagonista, del quale seguiamo le stagioni della vita nel proprio ambiente, e che è fortemente orientato alla critica sociale e di costume..

ReadBabyRead #389 del 7 giugno 2018


Francesco Recami
Ottobre in giallo a Milano

dalla raccolta “Un anno in giallo” di Sellerio Editore

(4a parte)


per info su F. Ventimiglia e C. Tesser:

Lettura e altri crimini
iTunes podcast


voce: Francesco Ventimiglia


"Luis De Angelis non aveva mai visto una cosa del genere. II ciclo era giallo, a Milano. Ma non giallo per modo di dire, come quando c'è aria da neve e sul cielo si riflettono le luci dei lampioni che colorano le nuvole di un ocra-grigio. Fra l'altro a ottobre a Milano non nevica.
Era proprio giallo carico, e stava piovigginando. Il sole era al tramonto, passava sotto la coltre delle nubi, illuminandole dal basso."


Francesco Recami: l’analisi sociale è più che altro un alibi per chi scrive storie noir


Ormai è un appuntamento fisso: Sellerio ci ha abituati male e non potrà più smettere di offrirci due volte l'anno, a Ferragosto e a Natale, quell'antologia di racconti di "giallisti" che fanno vivere avventure speciali ai loro personaggi nelle ricorrenze canoniche.
Il termine "giallisti" è tra virgolette proprio perché tra loro, tra quelli che si definiscono tali, c'è anche lui, Francesco Recami, che giallista non si sente. E non pensa neppure di essere uno scrittore "importante". E invece lo è. Lo è perché ci fa divertire, perché ci racconta la nostra vita, i nostri limiti e quelli dei nostri vicini con ironia intelligente e lo sguardo di un sociologo (anche se non vuol essere neppure questo). Com'è nata la sua casa di ringhiera e gli inquilini che vi abitano? E perché non si sente di appartenere alla schiera degli scrittori di gialli?

La sua casa di ringhiera è un microcosmo attraverso il quale lei riesce a raccontare la società italiana: anziani soli, coppie in crisi, problemi di lavoro, figli e nipoti da crescere bene, immigrazione... il tutto nello stretto rapporto di vicinato. Una pura invenzione letteraria, o un'esperienza in prima persona? Lei vive o ha vissuto in una casa di ringhiera?

Come da avvertenza, anche nel Segreto di Angela: “Fatti, persone, luoghi, date, nomi e circostanze sono di pura invenzione. Persino il sottinteso e il non detto non hanno alcun riferimento con la realtà”. Peraltro molto dipende dal caso. Il primo romanzo della serie, che si intitola per l’appunto La casa di ringhiera, lo avevo scritto ambientandolo in un condominio di una città indefinita. Poi sono stato ospite per un tempo brevissimo in un appartamento di casa di ringhiera a Milano e ho pensato che era l’ambientazione perfetta per quella storia: una sorta di quinta teatrale, con tante porte che si aprono e si chiudono, i personaggi entrano ed escono e si incrociano sul ballatoio: l’ideale per una tragicommedia dove tutti vogliono sapere i fatti degli altri e nessuno vuol far sapere i propri. Ma, almeno in questi libri, lungi da me l’idea di rappresentare la società italiana, che si rappresenta da sé.

Perché la scelta del genere giallo per raccontare l'evoluzione della società? Nel momento della scrittura lei si sente più vicino a scrittori come Gadda, Sciascia o Testori? Oppure immagina altri riferimenti letterari?

Lei mi mette in imbarazzo, figuriamoci se mi metto a confronto con Gadda o Sciascia. Li ammiro e cerco di studiarli, nulla più. Posso azzardare un’eresia? Per me la scelta d’elezione per parlare di problematiche sociali non è il giallo: l’analisi sociale è più che altro un alibi per chi scrive storie noir che vengono lette per puro scopo di intrattenimento. Non c’è niente di male, anzi, ma paludare storie di intrattenimento come analisi sociali mi pare come mettere le mani avanti. Se si vuole parlare di problematiche socio-esistenziali lo si può fare prendendole di petto, e non attraverso qualche morto e un’indagine. Io in altri romanzi ci ho provato. Inoltre nei miei libri, almeno fino ad adesso, non c’è il morto, non c’è l’investigatore, non c’è l’indagine e nemmeno la soluzione. Mi dica lei se si tratta di gialli.

I suoi “gialli” si basano sugli equivoci, sono commedie degli equivoci. Il lettore scopre man mano che quello che apparentemente sembra un delitto o un fatto criminale grave, è in realtà tutt'altro. Da cosa è nata questa felice idea narrativa?

A me piace giocare con un po’ di ironia sui meccanismi del giallo e della suspence: misteri che esistono più nella testa dei personaggi che non nella realtà finzionale. Questa “attesa” del crimine può causare situazioni paradossali e molto complicate, anche se il crimine non c’è.

Nelle sue storie ci sono la solidarietà e l'odio, l'amore e l'invidia. I sentimenti umani più comuni, insomma. A quali si sente più vicino? Quali sentimenti racconta con maggior divertimento?

È chiaro che ci si diverte di più a raccontare i sentimenti negativi, invidia, dispetto, rincrescimento, odio. A raccontare amore e solidarietà viene il latte ai ginocchi.

Dove scrive e in che momenti? E come si costruisce un suo libro (parte dalla trama, dall'idea, dai personaggi, dall'ambientazione, da un fatto di cronaca...)?

Scrivo a casa mia, a penna, al computer indifferentemente, in quello che dovrebbe considerarsi il mio “studio” ma che siccome non ha porte non assomiglia per niente uno “studio”, soprattutto tenendo conto del volume a cui i miei figli gradiscono ascoltare la musica.  Per fortuna ho una grande capacità di isolarmi.  In questi ultimi tempi mi piace molto concentrarmi sulla trama; i personaggi, avendo costruito romanzi seriali, ci sono già. Sto dalla parte di chi costruisce trame e strutture prima di scrivere, e secondo me chi dice che è possibile fare diversamente, scrivere sul quadernino cominciando con la prima parola e finendo con l’ultima, mente sapendo di mentire.

Un'ultima curiosità: nel racconto "Ferragosto nella casa di ringhiera" lei introduce, accanto ad alcuni dei suoi abituali protagonisti, un personaggio reale: Elenoire Casalegno (e la cosa è molto curiosa). E non le offre una parte troppo lusinghiera... Ha potuto farlo perché la conosce bene? Lei si è divertita a essere protagonista di un racconto? Oppure, se non la conosce, ha avuto un riscontro sulla sua reazione?

Per l’amor del cielo, non dica così, lei mi vuol fare querelare. In quel racconto c’è una donna che assomiglia molto a Elenoire Casalegno, e che certa gente davanti a un locale alla moda prende per Elenoire, ma non si tratta di lei. Non conosco tale famoso personaggio televisivo, ma in questi ultimi tempi mi piace approfondire l’argomento, soprattutto la percezione che hanno le persone, quelle che se ne interessano, dei VIP. Per me resta un mistero. Nelle mie storie c’è un a pettegola, la signorina Mattei-Ferri, che non si perde un numero di Chi, Eva 3000, Vero e Vip: sul perché molte persone si interessino alla vita privata di Elenoire Casalegno bisognerebbe chiederlo alla Mattei-Ferri stessa.

di Giulia Mozzato
da wuz.it


Le Musiche
, scelte da Claudio Tesser

Korn, Blind [Ryan Shuck]
Jeff Beck
Right Now [Jeff Beck]
Jeff Beck
Live In The Dark [Jeff Beck]
Jeff Beck
Pull It [Jeff Beck]
Korn
, Faget [Ryan Shuck]
Metallica
, My Friend Of Misery [
Hammett/James Hetfield]
Metallica
, Enter Sandman [
Hammett, James Hetfield, Lars Ulrich]
Jeff BeckThugs Club [Jeff Beck]
Jeff BeckScared For The Children [Jeff Beck]
Jeff BeckShrine [Jeff Beck]

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