<![CDATA[rock | Sherwood - La migliore alternativa]]> https://www.sherwood.it/tags/36/rock/articles/1 <![CDATA[Sexadelic Shooting Star: se solo questi frammenti di spirito potessero suonare]]>

Capita spesso che qualcosa colga la propria attenzione inaspettatamente e ora è la volta dei Malus, usciti ad aprile con il loro nuovo album Sexadelic Shooting Star.

Ma si rimane colpiti per quale motivo? Perchè suona fottutamente bene, suona internazionale, suona come se non fosse italiano... Molti progetti nostrani si sente come si ispirino ma non arrivino.

Non è solo questione di scrittura, ma anche di design sonoro... Arrangiamento, mixaggio, master, tutte quelle attività "da studio" che spesso passano in sordina ma che svolgono un ruolo di primo piano nella resa finale.

Il fatto di sapere che sono in forza italiana in quanto di Bassano del Grappa (Vicenza) non ci fa altro che essere a nostro modo orgogliosi. Abbiamo di fronte un album compatto e coerente dall'inizio alla fine, oltre che nel suono nelle atmosfere evocate. Perché, sì, è un disco che crea atmosfere particolari: quella dell'alba sbucata tornando a casa da una lunga notte cittadina a fare baldoria; la calma dopo la tempesta ed impeto dei nuovi inizi; quella del buono rimasto alla fine di un amore selvaggio, dove lo sforzo si fa soddisfazione e sangue e gli stimoli idee, immagini, ricordi.

La commistione di referenze a cui fanno capo è molteplice: potremmo citare i Tame Impala nell'uso delle batterie (Lonerism), Mac Demarco nell'uso dinoccolato e mellifleuo delle melodie, sciolte tanto da percepirsi come frammenti eterei dello spirito. The Bright Side of the Moon, citando i Floyd. Abbiamo l'approccio al suono sospinto dagli ascolti della PFM, la più recente e jazzy Unknown Mortal Orchestra (IC-01 Hanoi) e gli Yellow Days nella vena soul.

C'è molto anima in Sexadelic Shooting Star, molta della sensulità di Nancy Sinatra immersa in oppioidi acidi. Questo disco è da legalizzazione immediata dell'erba più profumata perché sarebbe un peccato non accompagnarne le movenze ariose e aperte, quanto dovrebbe essere la mente. Non si vuole fare hippismo spicciolo ma tant'è la sensazione di esternazione del proprio es dovuta alla positività trasmessa che tanto vale fare 10 dopo aver fatto 8.

Su tutte le canzoni risaltano Saint Lawrence Night e Clouds Carpet. Consigliatissimo da ascoltare nelle "attività" post quarantena.

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<![CDATA[Perdere assieme ai Marrano, perché i peggiori sono i vincitori]]>

Marrano

/mar·rà·no/

Aggettivo e sostantivo maschile

Titolo ingiurioso, altezzosamente rivolto dagli Spagnoli ai Mori e agli Ebrei da poco convertiti; quindi, ignobile violatore del codice cavalleresco: mancator di fé, marrano (Ariosto); oggi, spreg., persona villana o tracotante.

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Chiarita l’origine del nome, chiariamo anche cosa sono i Marrano nel rock italiano: una piacevole sicurezza, un’energia tracotante, un suono personale e non accostabile ad altri. Non sembrano Ministri, Verdena ecc… Sono loro e fanno il loro.

Perdere, titolo del secondo album uscito quest’anno per Altini Cose / Floppy Dischi, dice già di per sé molte cose. Questa parola evoca e si ricollega a tantissimi significati, vira su traiettorie che riguardano affetti, lavoro, soldi, occasioni, tempo. Elementi che tutti perdiamo consapevolmente o meno, volontariamente o meno.

Il disco parla ai perdenti per colpa e senza colpa, o la via di mezzo che la maggior parte degli ascoltatori rappresenta. Come gli spagnoli offendevano chi si convertiva per sopravvivenza, ora bulli denigrano chi ha scelto di vivere diversamente dalla morale comune.

«Nera è la mia fiamma che si schianterà contro il muro del tuo pensiero / la vedi come va la mia felicità / la senti come fa» (Golf)

Paradossale quanto il termine “perdere” diventi pregno di significato oggi, mentre guardiamo fuori dalle nostre finestre il vuoto cosmico di un mondo bloccato, fermo, o che lo fa singhiozzando quasi stesse piangendo mentre altre stesse quasi a soffocarsi.

Paradossale perché sotto questo strato di storie di perdita, composto da pregiudizi, strade sbagliate, distanze fisiche ed emotive perse nel tempo, c’è il messaggio urlato a darsi una scrollata alle spalle, levarsi di dosso la polvere e semplicemente continuare.

“Le mie voci mi dicono di andare via / ma i giudizi sono sempre stati pesanti a casa mia” (Gente)

Empaticamente il valore aggiunto dell’ascolto è l’estrema presa di coscienza generata, un senso di tangibilità dato dal sound strumentale e vocale ruvido e impattante, street, se volessimo usare una parola che non indica solo l’aspetto crudo della faccenda, ma pure l’essenzialità e lo sforzo infilato dentro il proprio cervello per proseguire.

Per continuare non bisogna né essere depressi né sovraeccitati. Quante volte ci siamo gasati all’inizio di un qualcosa di nuovo, quanto alla fine si è rivelato solo essere una promessa senza risultati concreti. Una disillusione più distruttiva della situazione di partenza.

Credo davvero che questo sia un album da ascoltare assieme, da catalizzare verso un ascolto collettivo con gli amici, perché la merda che tira fuori, i dubbi e le insicurezze, quelle paranoie che ci teniamo dentro come sfighe inconfessabili pena apparire deboli, che ci tengono svegli la notte, sono da affrontare assieme. Un peso emotivo da 10 in due pesa già 5.

"Questo è tutto il fiato che ho dentro / per urlare un secondo ma io voglio andare fuori di testa" (Oceano dei Vivi)

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<![CDATA[Il megafono della Generazione Z: il nuovo album dei The 1975]]>

I britannici The 1975 ci avevano lasciati nel 2018 con il loro Brief inquiry into online relationships. Come solito, anche questa volta, il simpatico quartetto ha prodotto un album che fa sospettare una logorrea di fondo (vi ricordate monumentale I like it when you sleep for you are so beautiful yet so unaware of it del 2016? O preferite il suo acronimo ILIWYSFYASBYSUOI?).
Dopo un bel po’ di spostamenti, infatti, è stato pubblicato l’atteso Notes on a conditional form (Dirty Hit).

Ma se si suol dire che l’abito non fa il monaco, nel caso della band brit siamo dinanzi ad un’eccezione! Prolissi nel titolo e nella tracks list: 22 tracce per un’ora e venti di disco che suona un po’ come «Avete tanto atteso ma per un buon motivo!».

La traccia opener, come tradizione della band vuole, è omonima alla stessa, The 1975: il pezzo è un featuring impensabile, niente poco di meno che l’attivista Greta Thunberg, fondatrice del movimento Fridays For Future che, nel 2019, ha attraversato l’Italia, l’Europa ed il mondo intero. Il pezzo è una profezia che tanto fa riflettere sui tempi che stiamo vivendo. Allo scandire delle parole «It’s time to rebel!», l’incipit dell’album basato su voce di Greta e piano delicato in echoes, termina. È tempo, sul serio, di ribellarsi.

Si imbracano chitarre, bassi e si impugnano bacchette. Sferrazzanti come un mulinetto, veloci come schegge ci trascinano in un live afoso in mezzo a un sacco di People. È tempo di dare voce alla Generazione Z che reclama a gran voce un cambiamento!
Tanti critici, ascoltando i 1975 negli anni, li hanno definiti dei patinati poppers, a mio avviso questa opinione è frutto di un ascolto superficiale che non indaga oltre l’estetica iniziale.

I The 1975 fanno musica, ma in un modo completamente diverso. Sono eterogenei e multiformi, indossano di disco in disco, di traccia in traccia, nuovi dress-code che gli calzano a pennello.

Tra un synth pop più radiofonico e dolciastro (The Birthday Party) si approda ad un beat elettronico da trance a colpi di house music (Yeah I know), senza tralasciare rivoli di emo-core, ballad malinconiche ed arrangiamenti strumentali latenti verso il folk.

Potrei definire il nuovo – ampio e variegato – album dei The 1975 come un’esperienza sensoriale a tutto tondo.
Senza offesa, ma anzi come punto da sottolineare in positivo, mi sono sentita come dinanzi ad una playlist creata da un algoritmo schizzato.
Tuttavia, è bene precisare che, in maniera circolare, l’album si miscela in un unico calderone che fila.

Beh, non resta che attingere dallo stesso con alacre spensieratezza!

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<![CDATA[Snatura Rock del 17 maggio 2020]]>

Intervista a Naddei
"Mostri" è il primo disco di Naddei, aka Francobeat, il quale si è fatto un nome di tutto rispetto come musicista, produttore e arrangiatore per il rock, spettacoli teatrali e jazz d'avanguardia. Questo suo esordio lo porta invece a reinterpretare con la sua versione, il suo vestito, il suo gusto musicale alcuni grandi cantautori che lui considera appunto 'mostri' di bravura. Ne è venuto fuori un disco molto piacevole e Naddei si è riconosciuto nei testi che ha selezionato quasi li avesse firmati ritrovandosi in un concept album su chi si è, come andrà tra di noi e l'amarezza della vita che non fa realizzare i propri sogni. Davvero ottimo, però adesso aspettiamo gli inediti.

Intervista a Nicola Denti
Nicola Denti, chitarrista, fondatore dell'Accademia Musicale di Parma e membro dei Custodie Cautelari, presenta il suo esordio solista "Egosfera". Il musicista descrive questo disco come il viaggio di Ekow verso appunto Egosfera e dentro quindi troviamo le tappe di questo percorso con le speranze della partenza, gli ostacoli, le fughe e la confusione fino ai momenti di 'raccoglimento' blues che mettono da parte per un po' l'umore sonoro fondamentalmente progressive. Numerosi ospiti all'interno delle tracce per questa esplosione melodica che affronta e brucia con vigore gli snodi e i passaggi di questo viaggio.

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<![CDATA["Bruises", il nuovo album dei She Likes Winter]]>

She Likes Winters è un progetto di Matteo Valsecchi e Stefano Vietta che tra Milano e Legnano hanno composto ed arrangiato Bruises, uscito il 27 aprile per la casa discografica (R)esisto, in cd e download. L’album si apre con sonorità soffici, la batteria elettronica dà respiro ed è struttura solida a sostegno della voce, delicata tanto da ricordare lo stampo dei The Air. Molto tranquillo, buon connubio con le immagini del videoclip della title-track che potete trovare su YouTube, le quali mostrano i paesaggi che hanno ospitato la creazione di questo suono. La scelta di cantare quasi tutto l’album in inglese è interessante perché non ci si aspetta che il brano Giselle sia in italiano, che suona altrettanto pulito e coerente. La chitarra elettrica che incornicia i suoni dell'album, opera di Matteo, suggerirebbe post-rock come etichetta di genere, ma i giri di basso smentiscono questa affermazione mantenendo un’indipendenza originale. Un album che è un insieme di idee musicali nate dal principio della band, frutto anche di musicisti che ora non fanno più parte del gruppo, che sembra sussurrare «non è finita qui». Abbiamo fatto una mini-intervista proprio al bassista della band Stefano, troverete il loro album Bruises su Spotify.

Ciao Stefano. Ho letto di come si è consolidato il vostro gruppo e nell'album le linee melodiche si presentano pulite e ragionate, come se lo aveste scritto a sei mani. Come state? Come sta andando il disco?

Stefano: «Eccoci qui. Ciao. Stiamo tutti bene e stiamo facendo del nostro meglio per promuovere l'album malgrado l'emergenza da covid-19. Avremmo voluto sicuramente fare dei live e presentate il nostro lavoro di fronte al pubblico...purtroppo ci stiamo adattando un po' tutti con qualche jam a distanza. I primi responsi da parte della critica sono buoni. Speriamo che le vendite siano buone. Il nostro è un lavoro che ha coinvolto vari musicisti con un suono che si è evoluto fino alla forma attuale soprattutto ora che la line-up della band si è stabilizzata».

Come lo descriveresti, a ruota libera?

Stefano: «Direi come un lavoro che congela un momento che in realtà è stato piuttosto lungo. La svolta è stata soprattutto il passaggio dalla batteria acustica a quella elettronica che ci ci ha portato ad avere armonie più dolci e rilassate. La voce della nostra nuova cantante Simona ha fatto il resto chiudendo il cerchio».

E il contenuto dei testi segue lo stesso percorso? Come sono cambiati i suoni da quando avete iniziato?

Stefano: «I testi sono opera della ex cantante Elisa, che ce li ha lasciati un'eredità, e della nuova cantante Simona. Non essendo l'autore preferisco non entrare nel merito del significato, anche perché credo che ci diano entrambi una prospettiva molto "femminile" dell'esistenza. Di certo i testi e il modo di cantare più introverso di Simona ci hanno portato ad evolvere il suono dei pezzi ancora di più nella direzione di qualcosa di onirico. È così che dal rock e dal post rock ci siamo più avvicinati al dream pop di questo album, per quanto le etichette a volte siano fuorvianti».

Etichette: la croce l'Italia. Che ne pensi?

Stefano: «Possono non piacere ma alla fine sono sempre utili per aiutare l'ascoltatore ad orientarsi».

Proprio questo il ragionamento a cui facevo fede, si sente affiatamento nel vostro album. I live sono importanti ma, nel frattempo, mi parlavi di presentazioni in streaming..,

Stefano: «Si stiamo pubblicando vari live da casa per i vari brani dell'album. Ma contemporaneamente stiamo pensando al video del secondo singolo che sarà piuttosto diverso rispetto al primo. Indubbiamente bisogna pensare a delle alternative ai live in questo periodo e temo che per un po' la forma dei video per promuoversi sarà l'unica».

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<![CDATA[I singoli di maggio 2020 consigliati dalla redazione di Sherwood webzine!]]>

Il mese di maggio ci ha regalato tanta buona musica e abbiamo voluto conviderla con voi. Una playlist di nuovi singoli da godervi in queste giornate di sole mentre camminate per le vie della città, le strade di campagna, i sentieri di montagna e vi riappacificate col mondo esterno, dopeo 2 mesi e mezzo di quarantena.

Buon ascolto!



A cura di Rossella Puca

Alles in Allem è il singolo annunciato dagli Einstürzende Neubauten dopo il lontano album Lament (2014). Il singolo pubblicato il 1 maggio 2020 per la Potomak annuncia l’atteso album omonimo (out il 15 maggio) della band tedesca creatrice di un genere che è ormai è tassello fondamentale dell’industrial. L’intro metallico lascia spazio ad una composizione più intimista con un duo organo e voce. Il timbro così caratteristico, il tedesco così spigoloso riporta la mente ai fasti più audaci della band stella di Berlino Ovest.


Breeding dall’album The Bestial Light de i Radar Men From The Moon (Fuzz Club Record) – pubblicato l’8 maggio 2020: chitarre piombate, riff noir il tutto su un piano che suona stoner-industrial a metà tra i vecchi cari Swans e gli Einstürzende Neubauten, per festeggiare il decimo anno della band dal multiforme posizionamento!


Mr. Motivator è il nuovo singolo degli IDLES che annuncia il nuovo album a seguito del fortunatissimo Joy As An Act Of Resistance del 2018 per Partisan Record. Il videoclip pubblicato su youtube il 19 maggio  è girato in formula “lockdown” tra svariati personaggi danzanti, alcuni mascherati, in un brio giocoso finalizzato a dire un’unica cosa “vietato immalinconirsi”!


Nilo è il singolo della giovane band salernitana Yosh Whale, dopo aver vinto due anni fa il premio Fred Buscaglione e stretto recentemente una collaborazione con l’etichetta INRI gli YW creano un pezzo dal mood elettronico con sapore dolciastro-pop. La lirica aspirata e scandita trasporta in deserti egizi e tuffi verso il centro del mondo. Non resta che abbracciarsi in granulosi flutti.



A cura di Matteo Molon

La Fortuna - Moonfire: una canzone da ascoltare stesi la notte in giardino, a scrutare il cielo in attesa che qualcosa cada o accada. Messaggi improvvisi nel cuore della. Stelle precipitanti. Ognuno ha il suo senso di “fuoco”, di istinto innato che tutto smuove, cambia e crea. Il nuovo brano de La Fortuna ne è la colonna sonora.


Loneriver - Time’s Up: un canzone pop dolcemente psichedelica, ariosa, aperta, come il verde dei campi che si staglia durante le passeggiate di maggio. Un’apertura che ricorda l’Across the Universe beatlesiana che non può mancare nei vostri ascolti magge-si.


Bee Bee Sea - Daily Jobs: bel pezzo punk rock, diretto, catchy, come solo i Bee Bee Sea. Parla dei lavori di tutti i giorni senza che molti ora come ora possano esserci. Un brano per spingere a cambiare i rapporti sul posto di, tutto quello che detestate: dal capo al collega. Ri-focalizzare le proprio ambizioni. Ovviamente con l’energia dei Bee Bee Sea.


Heaven or Las Vegas - Pop Dream: per la band di Cittadella un nuovo brano e un upgrade della scrittura e dello stile. Tra rimandi wave anni ‘80 ma fatti nel presente odierno la melodia rimane in testa e non si scolla. Speriamo di ascoltarlo entro l’anno di di-sgrazia 2020 dal vivo.


Novamerica - C’è il Sole: il debut album è stato scoperto grazie a Babylon di Carlo Pastore su Radio2, ed era il 2016. Da quell’anno ogni tanto qualche singolo out, e questo è l’ultimo, forse il migliore del lotto. Speriamo in un nuovo - almeno - Ep perché C’è il Sole si canta e travolge con la sua carica positiva. Senza avere il Jovanotti style per fortuna (si scherza).


Polly - Come Icaro: ancora oggi sento Fuori Rotta del Lato Oscuro della Costa, assieme ad altri classici della Doppia H italiana come Il Cielo che Cade e Paranoia (feat. Maxi B). In quest'ultima canzone Polly mollava uno strofone assurdo, di quelli che ti portano altrove con i concetti e l’immaginazione intimista degna del miglior ri-maggio. Il nuovo singolo che vi proponiamo mantiene la stessa qualità. A casse alte.


Nick Cave - Cosmic Dancer: nato per tributo a Marc Bolan, questa versione del celebre brano dei T.Rex ottiene una luce differente: se grazie alla voce di Marc vibra di speranza e guarda al futuro, qui la voce “stanca” di Nick rende la canzone una ballata volta a rimuginare sul passato, quando tutto era meglio e ora non può più.



A cura di Andrea Liuzza

Ghosts è il nuovo singolo del cantautore sloveno Loben: un viaggio gothic folk per chi ama le atmosfere allucinate e desertiche, le cadenze marziali, le voci profonde. Il videoclip, girato dallo stesso artista, è un collage di filmati che ricorda il cinema muto, o un incubo notturno. Ghosts anticipa l’album, in uscita con Mold Records a fine 2020.


Algoritmo è il singolo autoprodotto con cui si presentano i Budavari, quattro italiani residenti a New York, che contro ogni regola del mercato internazionale hanno deciso di cantare nella loro lingua d’origine. La canzone, dalle sonorità analogiche, parla delle relazioni online, mentre il video segue i passi di un magazziniere alla ricerca del vero amore.

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<![CDATA[L’inquietudine di un poeta trasformata in musica. L’album d’esordio della band indie-rock Warmhouse]]>

Sei parte dei temerari illegali che ascoltano musica sbiciclettando? Ti piace avere il sottofondo musicale come nei film? Allora la giungla di suoni che è uscita oggi fa al caso tuo: 1984, album d’esordio dei Warmhouse, band indie-rock pugliese, per l’etichetta Spazio Dischi, contenente 4 brani, poesie come testi, raccoglie la tua immaginazione da dove la quarantena l’ha lasciata e la eleva; basta sentire i primi battiti di 1984 (brano) o Molko Monday per catapultarsi nel proprio universo mentale.

Drum machines, chitarre limpide e un certo che di elettronico sostengono un ritmo variabile che scandisce in modo molto chiaro l’indole rock del gruppo..

Ma da dove viene l’album? Un annuncio in bacheca. Una vecchia Casio-Tone anni ’80 a un prezzo stracciato, buone condizioni. Nient’altro. Se non fosse che quella Casio-Tone nasconde le poesie di un ignoto ai più Patrick R., poeta d’oltremanica, che ha involontariamente (?) lasciato un testamento datato 1984.

Da qui i testi, rigorosamente in inglese, rimaneggiati da Francesco Elios Coviello e accompagnato nella musica da Agostino Nestola, Davide Cimmarusti e Pasquale Monti.

L’album 1984 è il ritratto delle prime mosse in termini compostivi della band, un breve manifesto stilistico nel quale non manca però un’introspezione nel cuore di un giovane adulto che ritrova i cocci di una giovinezza passata, e quindi le illusioni e gli amori e la sofferenza e la malinconia.

(Molko Monday)

«Oh come on, your word is a hole

You don't know what you say today, what you'll say tomorrow

Your eyes speak more than a word

Secret stones we don't understand and you don't stand»

Con Molko Monday sin dal primo ascolto sono stato travolto da un’intensità sempre crescente della batteria, della chitarra, dei synth e della voce con un apice in un ritornello molto rock che lascia sospesi ad aspettare che l’infatuazione si sbrogli.

Un altro super pezzo è quello che dà il nome all’album, 1984. Qui il ritmo è ben proposto dalla batteria, accompagnata a braccetto da synth molto più che solo orecchiabili. La prima strofa è molto indicativa del contenuto dell’album: una malinconia che appartiene certamente a chi rimpiange altri tempi

«I’m gettin’ old again

Oh, I don’t talk enough

But your snow white hills

And this path goes down from here

And this flavour of burnt fears

Make me feel in a storm

Calling out to me

Blowing out my name»

Quello dei Warmhouse è un album molto più che d’esordio. È un lavoro che mette insieme poesia e musica come non molti altri fanno. Come non apprezzarlo? Come non apprezzare poesie di vita? Come non apprezzare musica di vita? In tempi difficili serve guardarsi dentro senza offuscarsi. Per questo anche le lyrics, testimonianza di sofferenza, di illusioni tramontate, di amore, prigionia, rimorso, violenza, inquietudine sono da apprezzare per la sincerità con cui Patrick R. prima e i Warmhouse poi si sono presentati. 1984 è un biglietto da visita, marchio di una ricerca in atto, capace di rendere le pedalate più leggere e i pensieri più sottili.

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<![CDATA[Indica Diretta 17/05/2020 - S03]]>

Puntata speciale dove si spazia fra i generi. Ai microfoni abbiamo i Bitter Moon, che presentano il nuovo album "The World Above", Cecilia - giovane voce del nu soul italiano - che ci racconta il suo percorso artistico, e infine Dischi Sotterranei spiegano la loro nuova iniziativa "Sottoterra", mix di playlist, contenuti editoriali e visivi.

A destra potete ascoltare o scaricare il podcast.

Tracklist:

- Bitter Moon da "The World Above": Gloria e Images, Formlos e The World Above

- Cecilia: Karma e Monterey

- Sotterranei dalla playlist "Sottoterra": Yonic South - Tell Me Why; Hallelujah! - Pink Socks; Seville - False Man; Bluedaze - Hodad

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Buon ascolto e seguite Indica su Facebook e Instagram!

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<![CDATA[Snatura Rock del 10 Maggio 2020]]>

h15.00 Intervista ai Minnie's
Dopo quattro album di punk hardcore, i Minnie's tornano cambiando genere e in particolare con un disco di elettro dream pop intitolato "Evviva Manifesto" e appena uscito per La Valigetta. Canzoni cantate in italiano, supportate da melodie fitte e imponenti ricche di sfumature a volte in attesa, altre sfrontate e sicure. Cambiare i connotati all'idea musicale della band è come una rinascita che rende la band più pop ma tutto questo è un'aggiunta a quel che è la band nel suo complesso. Ne parliamo con Luca Pancini, voce e chitarra.

h15.30 Intervista a I Quartieri
Dopo l'EP "Nebulose" del 2010, "Zeno" del 2013, la partecipazione alla colonna sonora di Suburra subito dopo, I Quartieri sono tornati alla fine dell'anno scorso con "Asap" uscito per 42 Records come del resto il loro esordio sulla lunga distanza Zeno. Melodie da inquadrare sostenuti da un pianoforte confortante, lontani dalla serenità che fa sembrare il gioco tra bambini un regalo e non un diritto, il tempo prezioso da tenersi stretto. Questo e tanto altro. Ne parliamo con Fabio Grande, voce e chitarra.

Francesca Ognibene

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<![CDATA[Persi nel viaggio lungo il deserto con RosGos]]>

C’era un pezzo dei Calexico che qualche anno fa mi piaceva (e piace tutt’ora) molto, Falling From the Sky, perché si chiedeva:

«Where do you fall when you have nowhere to go?
Where do you go where you have no one to see?
What do you see when you have nothing to feel?
What do you feel when you're all alone?»

La stessa sensazione la riscontro, ora, nel 2020, mentre la mia dimensione quotidiana è una stanza da letto, e al massimo cesso, cucina, e visione di campagna al di fuori, dove manco puoi andare a camminare perché sono solo campi e cemento. Nessuna via ciclabile. Un deserto.

E da qui vi voglio parlare di Lost in the Desert di RosGos, album uscito quest’anno per Areasonica records. Il disco si apre con la ballata Free to Weep come se fosse l’inizio di una lunga corsa nel deserto, nell’attesa che al distributore venga fatta benzina all’auto. Si scruta l’orizzonte e si cerca un punto fermo da seguire, ma manca.

Manca e si parte lo stesso, si parte con tracce dove la chitarra è sempre in evidenza e prende toni più cupi che ricordano in generale il sound grunge di Nirvana, ma che in Telephone Song diventa quasi lo stile compositivo dei Blur di Song 2 e in Sparkle quello di Californication dei Red Hot. Citazioni che non voglio essere esaustive ma solo dare un quadro sonoro e invitare all’ascolto.

Siamo dentro questo viaggio assolato on the road, solitario, che non accenna a finire e a trovare punti ristoro, solo immense distese di sabbia, terriccio, sterpaglie e alture che tagliano l’orizzonte come la paranoia le lunghe giornate di quarantena. Stiamo persi in questo deserto che macina giorni ma non si va avanti, non si sa quando si sarà liberi. E allora le canzoni di RosGos sono quasi quella cassetta nella stereo utile a dare compagnia e speranza.

A volte c’è quasi l’impressione che sotto sotto vi siano delle sensibilità ed emozioni compositive tenute a tacere per paura di uscire del mood descritto sopra, e spero che nei futuri lavori queste trame sotterranee vengano fuori, perché un’avventura, anche se solitaria, è costituita da tanti lati ugualmente belli.

A parte ciò, è un disco che consiglio di ascoltare lungo questa quarantena, per trovare un po’ di fuga, e pianificare dei piani di fuga.

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<![CDATA[I Sotterranei raccontano le sottoculture ai tempi della quarantena digitale]]>

Oggi come mai prima d’ora la musica viene vissuta attraverso gli strumenti multimediali: social, video, foto, playlist, ma un aspetto non è mai venuta meno: il concerto.

Almeno fin ad ora.

La musica dal vivo è quel momento dove catalizzate tutte le energie dell’immateriale web verso un contesto fatto di persone in carne, sangue, ossa, voci e sguardi. Significa creare condivisione, convivialità, empatia e generare senso di appartenenza, un codice di valori ed un’estetica comuni in cui riconoscersi e riempiere il vuoto, come diceva Accorsi in Radiofreccia. Da qui si genera il concetto di underground, di sottocultura e comunità musicale.

Ma il destino è beffardo, arriva la quarantena, e porta a dovere bloccare tutto, a dover rinunciare per chissà quanto tempo al live. Allora come fare a sopperire a questa mancanza?

Una delle idee più interessanti sbucate fuori è l’iniziativa Sottoterra, ideata e curata dal collettivo-etichetta discografica Sotterranei di Padova, con cui grazie alla cross-medialità di diversi tipi di contenti, unendo assieme la loro forza comunicativa, cercano di portare al pubblico l’esperienza della sottocultura, puntando sui motivi per cui essa è cosi importante intimamente per tutti gli appassionati di musica.

Mixando contenuti editoriali, playlist con brani freschissimi e arte visuale cercano di dare continuità al sottoterra della scena indipendente.

Citando direttamente la loro descrizione: «20 brani di 20 artisti ogni mese. 1 copertina di un artista ogni mese diverso. 1 contenuto editoriale».

Fra i primi contenuti usciti ci sono ad esempio gli artwork di Samuele Canestrari e Luca Salvatori, che potete osservare qui sopra o alla pagina: www.dischisotterranei.com/sottoterra

Ho così avuto idea di intervistarli per affrontare e approfondire meglio assieme le dinamiche di questo progetto…

1) Da che consapevolezza è nata l'iniziativa cross mediale Sottoterra? Ci raccontate anche cosa troverà il pubblico da qui alle prossime settimane.

«Dalla consapevolezza che il meccanismo della playlist Spotify oggi è diventato pericoloso per la qualità e la varietà delle espressioni musicali. Alcune playlist dettano legge, quasi determinano la crescita degli artisti, e per forza di cose attirano a sé soltanto elementi simili, risultando alla lunga omologanti. Per contrastare questa tendenza abbiamo voluto proporne una nostra, svincolata da logiche strettamente commerciali, che possa dare una fotografia molto eterogenea di cosa sta uscendo di interessante oggi. Il 15 di ogni mese sarà aggiornata con 20 pezzi nuovi, usciti nei 30 giorni precedenti, a nostro parere rilevanti, per non dire imperdibili, dal punto di vista principalmente musicale».

2) Con Sottoterra volete generare una narrazione differente della musica underground? Se si in che modo?

«Attorno a questa selezione di brani appena usciti, abbiamo voluto impostare una narrazione più ampia e multimediale del panorama indipendente italiano, fatta da chi lo vive ogni giorno. Quello che troverete nel nostro sito www.dischisotterranei.com è una selezione di contributi delle più svariate tipologie che assieme possono raccontare la storia della scena oggi, fatta proprio dai protagonisti stessi.

Si tratta di una narrazione differente soprattutto in quanto non auto-riferita alle nostre produzioni, ma inclusiva di tutto ciò che ci succede intorno».

3) Secondo voi la cross-medialità e strumenti specifici come le playlist come hanno cambiato in questi anni la fruizione della musica da parte del pubblico delle sottoculture?

«Il pubblico di appassionati ancora cerca di sua iniziativa musica nuova, per cui ha semplicemente cambiato strumenti con cui farlo. Il pubblico un po’ più generalista, che subisce di più le scelte di tendenza, probabilmente fruisce di contenuti sempre più omologati dall’algoritmo delle piattaforme. Ma è sempre stato così, sono cambiati solo i mezzi e l’intelligenza artificiale sta raffinando il meccanismo in maniera super personalizzata.

Nelle arti e nella musica, specie in dimensioni di emergenza o di nicchia, la diversità di strumenti disponibili consente comunque una certa libertà: sono le persone, gli stessi artisti, a farsi promotori di fruizioni musicali originali. Nell’ambiente artistico la playlist più efficace rimane l’analogico passaparola: la gente si fida della gente, non c’è inserzione più potente della sensazione umana. Andare a cercarsi sonorità ed emozioni non calate dall’alto è, per chi ascolta e per chi crea, una soddisfazione che solitamente premia lo sforzo».

4) Sotterranei oltre che collettivo, agenzia stampa è anche un'etichetta, "Dischi Sotterranei". La campagna Sottoterra rientra negli strumenti per superare questo periodo difficile e se sì, da etichetta come state facendo fronte alla situazione in generale?

«Sotterranei oggi è soprattutto un’etichetta, negli anni ci siamo strutturati e curiamo tutti gli aspetti della pubblicazione di un disco: dalla produzione, all’editoria, dalla stampa, alla promozione.

I danni subiti da una realtà giovane come la nostra sono enormi: tour interi legati a dischi appena pubblicati sono saltati, per cui c’è stato uno sforzo promozionale di cui non possiamo raccogliere al meglio i frutti.

Abbiamo deciso di continuare a pubblicare roba nuova perché i dischi fermi nel cassetto invecchiano, per cui i prossimi mesi, come gli scorsi, saranno densi di novità eccitanti. Tante idee su come risollevare le sorti della musica indipendente bollono in pentola, spesso dalle grandi difficoltà e sofferenze fioriscono periodi musicalmente super interessanti, speriamo vada così anche questa volta».

5) Al di là di tutto, qual è lo "stato di salute" dell'underground italiano e dove potrebbe migliorare?

«Lo stato di salute dal punto di vista creativo-musicale è abbastanza inscalfibile: ci saranno sempre nuove espressioni perché è nella natura umana.

Per quanto riguarda invece l’ambito economico, che è ciò che permette alla musica di raggiungere poi le persone, l’underground non è certo un ambiente florido e a stento sopravviverà a questo lockdown. Tante realtà più piccole e deboli avranno già fatto i conti con un futuro nero.

Si potrebbe migliorare nell’agevolazione burocratica del lavoro in questo settore, troppo spesso le norme non sono aggiornate con la realtà e uccidono le idee ancora prima che possano fiorire, e di conseguenza il coinvolgimento delle persone, sia come fautori che come fruitori dell’underground».

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<![CDATA[Lost in the Desert: sosteniamo la musica!]]>

Lost in the Desert è un collettivo composto da: Rodrigo D'Erasmo, Daniele Silvestri, Rancore, Joan as a Police Woman, Mace, Venerus, Enrico Gabrielli, Fabio Rondanini, Antonio Filippelli, Daniele “il mafio” Tortora, Gabriele Lazzarotti e Alain Johannes.

Lost in the Desert è il brano scritto a sostegno dei lavoratori dello spettacolo disponibile su tutti gli store digitali. 

Tutti i proventi del brano saranno devoluti al fondo Covid-19 Music Relief a sostegno dei lavoratori dello spettacolo.


Il progetto

Dare voce ai più sommersi tra gli invisibili, i più fragili di una categoria già seriamente compromessa e fortemente a rischio. Questo l’intento di un collettivo di artisti che hanno deciso di regalare questo brano, frutto della loro creatività condivisa a distanza in questo periodo di confinamento, ai loro amati compagni di viaggio e colleghi di lavoro meno fortunati e ancora meno tutelati: tutti i tecnici e le maestranze che lavorano dietro le quinte nel mondo della musica.

«Avete presente quando, alla fine di uno spettacolo, di un concerto, di un’esibizione di qualsiasi genere… il protagonista principale chiede “un applauso ai tecnici!”, magari aggiungendo qualcosa tipo… “senza di loro, nulla di questo sarebbe possibile” avete presente? Ecco. È vero. È sempre vero. Anche quando sembra vagamente retorico, o ipocrita… in realtà è proprio vero e basta.
Quello che però forse non sapete è che quella categoria - quella dei tecnici intendo - è una delle meno protette in assoluto, anche all’interno del già debolissimo mondo dei lavoratori “intermittenti” dello spettacolo. Non intendo qui aprire l’infinito discorso della legislazione italiana in materia, anche se non c’è dubbio che questo paese dovrà sbrigarsi a recuperare il terreno perduto.
Ora la battaglia che dobbiamo combattere - tutti - è un’altra. Ben più urgente. Ben più concreta. E c’è un’enorme quantità di persone, di lavoratori più o meno precari, più o meno in regola, che rischiano di non uscire più dal baratro in cui stanno entrando. E allora torno a parlare di loro, dei tecnici.

Perché per noi non sono una categoria qualsiasi. Non sono numeri. Sono volti e nomi di fratelli, che da sempre dedicano - e vi dedicano - tante ore-energie sudore-studio per permettere a qualcun altro di raccontare storie, suonare, ballare, disegnare mondi, regalare gioie e stupori, sogni e magie, bugie e verità. Ecco molti, moltissimi di questi fratelli, ora non hanno più niente a cui aggrapparsi. Alcuni sono semplicemente disperati. Rimasti privi di lavoro e privi di tutele, sentono di non esistere.
È arrivato il momento di restituire. È il momento di dirgli che era importante quello che facevano e che prima o poi rifaranno, e che adesso che non possono farlo… non sono stati dimenticati, messi da parte, abbandonati.

Ed è giusto che i primi a pensarci siano i più fortunati, quelli che hanno potuto godere di entrate sicure e più o meno consistenti, di qualche forma di popolarità quelli che anche da casa riescono a combinare qualcosa, a farsi ascoltare da qualcuno.

Quelli come me. E come gli amici e colleghi con cui abbiamo deciso di usare questa fortuna, questo privilegio, per dare voce a chi non ce l’ha, a chi praticamente non esiste.

Condividere è come vivere, di più.»

Parole di Daniele Silvestri

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<![CDATA[Snatura Rock del 3 maggio 2020]]>

"Le fasi del sonno", uscito alla fine del 2019 per 42 Records, è l'esordio solista del cantante e chitarrista Andrea Catenaro come Laago! dopo la fine dei Jacqueries. Un disco alla ricerca della rilassatezza con davanti gli ostacoli da superare per ottenerla e così la melodia si regge forte e solida sui contrasti. Pensieri pesanti che interrompono il sonno misti alla consapevolezza che dipende tutto da noi per farli svanire e addormentarsi con un sogno che si realizza: Bob Nastanovich dei Pavement e Jason Lytle dei Grandaddy all'interno del nostro disco come super ospiti.

Francesca Ognibene

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<![CDATA[Snatura Rock del 3 maggio 2020]]>

Houdinì Righini, aka Giuseppe Righini, dopo il disco sulla lunga distanza "Houdinì", uscito per Ribèss Records nel 2015 il cantante e autore è tornato con "Lascaux" e adesso si presenta con la ragione sociale Houdinì Righini. Il disco nuovo attinge ancora una volta dalla grande passione del nostro per l'elettronica ma soprattutto per la forma canzone cantata in italiano con un gusto per la new wave estrapolato dalle precedente esperienze. Il testi sono concepiti nella loro essenza e sanno raccontare senza nascondersi tra gli anfratti dei punti e virgola e i puntini di sospensione. Un disco molto emozionante e vivo.

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<![CDATA[Per i 20 anni di "Figure 8" di Elliott Smith]]>

Steven Smith al secolo Elliott Smith è un artista indimenticato, scomparso il 21 ottobre del 2003 alla giovane età di 34 anni, probabilmente – non è mai stato realmente accertato - suicidatosi a causa della forte depressione che da tempo lo perseguitava.
Il 18 aprile 2020 annovera tra gli anniversari musicali i 20 anni di Figure 8, quinto ed ultimo album in studio, pubblicato per l’etichetta DreamWorks Records per l’appunto il 18 aprile del 2000.

Mi sono avvicinata ad E.S. relativamente tardi e in un tempo alquanto recente. Un mio amico, nel consueto spaccio-tattico musicale, decise di porre dinanzi ai miei piedi una mina sottoforma di link youtube. Si denominava Sweet Adeline alla quale, in combo, fece seguito la magistrale esecuzione di Miss Misery durante la notte degli Oscar nel 1998; il pezzo, infatti, era parte della colonna sonora del film Will Hunting - Genio ribelle del 1997.
Non so ancora spiegare che cosa successe quella sera ma so per certo che i sintomi riscontrati sarebbero paragonabili ad un vero e proprio colpo di fulmine da innamoramento: battiti accelerati, felicità immotivata, voglia di non perdersi nemmeno un minuto la vista e la voce dell’amato.

Da quando Cupido scoccò le sue frecce sono ormai trascorsi due anni. L’infatuazione iniziale ha messo radici, consolidandosi in un background musicale che sino ad allora – vuoi per età anagrafica, vuoi per mode del momento – risultava, irrimediabilmente, monco.
Non mi era mai capitato di approcciarmi ad un artista e alla sua musica in maniera così impetuosa, sino a macinare in pochi giorni tutta la sua discografia e a scovare - materialmente - tutti i suoi dischi al 23 di Padova.

Dilettandomi nella scrittura di recensioni di dischi, ho pensato parecchio a fondo il modo in cui avrei potuto scrivere di Elliott Smith, lui che, per eccellenza, rappresenta un volano ispirazionale che avvolge, sovente, la mia personalità.
A scanso di equivoci, vorrei anche rivelarvi i dubbi amletici che hanno attraversato la mia testolina. Ha senso che io, sulla soglia del club 27, scriva di un ventennale, specie se quei vent’anni trascorsi rappresentano la quasi totalità della mia esistenza? Probabilmente no. Ed è per questo che sino all’ultimo avrei voluto lasciare la penna, o meglio, la tastiera, a chi quegli anni se li è goduti a pieno, aspettando con trepidante attesa – in quell’aprile del 2000 - il nuovo disco.
Eppure, una molla inconsueta ha avuto la meglio ed è il motivo per la quale son qui. La musica non ha confini, specie – soprattutto – quelli anagrafici, e probabilmente questo articolo potrà raggiungere altri della generazione ninety, sino ai millennials, che molto probabilmente non lo conoscono.

Veniamo dunque a tale anniversario.

Figure 8. Un otto che si appresta a raggiungere l’infinito (se capovolto!).

La copertina si consta di una foto che ritrae Elliott e alle cui spalle troneggia un murales con strisce serpeggianti nere, bianche e rosse. Quel murales, scoperta che mi ha stretto il cuore, è reale, e non creato appositamente per l’album; si trova infatti sulla Sunset Boulevard, a Los Angeles, ed oggi è divenuto meta di pellegrinaggio nonostante la zona sia, ai più, del tutto insignificante.

L’incipit dell’album, Son of Sam, ha decisamente una tendenza mccartneyana nel piano, alla quale si associano beats rilassanti e chitarre dai rivoli psichedelici. L’orecchio riporta all’idea da valzer-marcetta già presente in XO (1998), in cui, come marchio di fabbrica, E.S. ha aggiunto il consueto tocco in minore di malinconia a scroscio.
Il prosieguo impone un deciso stop agli arrangiamenti corposi: è il ritorno impellente alle chitarre arpeggiate (Somebody That I Used To Know) prima della ben più massiccia Junk Bond Trader, costruita tra folli tastiere staccate, chitarre acide e campane a scandire i quattro quarti, sino al finale orchestrale in rivoli di archi aspirati.
La teoria del tutto subisce poi una bipartizione: da un lato Everything Reminds Me of Her, dall’altro Everything Means Nothing To Me. Il primo narra di rimandi mentali a una donna ormai lontana, quasi a mo’ di scuse, verso un’altra persona vicina, («But everything reminds me of her this evening, so if I seem a little out of it, sorry»). Nonostante vi siano tutti i presupposti tematici per essere totalmente struggente, come in un topos consolidato del cantautore che narra di amori terminati, è in realtà solo il secondo pezzo che raggiunge vette elevate di tormento interiore. L’atmosfera del piano legata al synth prima tenue poi impetuoso è quasi da carillion scordato. In questa traccia c’è un Elliot senza veli. Sfiancato e allo stremo ma, al contempo, capace di trasformare anche il dolore più atroce in Poesia.

In L.A. eccole che compaiono le reminiscenze ben più grunge, con schitarrate di rimando ed un finale degno degli Heatmiser.
La chicca simpatica dell’album, è contenuta nel cameo In The Lost and Found nella quale ripercorrere una sinfonia Bachiana con un piano honky-tonky no stop, quasi a ricreare una corsa, ma ben più smielata, sebbene venga travolta nel pieno da bassi orchestrali in grado di trasformarla in una storia grottesca.
Prove di Stupidità, è invece un pezzo in perfetto stile brit-pop con schitarrate degne di John Lennon in Revolution. Il pezzo è una tempesta inquieta in grado di trascinare tutti sino alla sua coda maestosa tra violini e riff in repeat.
Il beat cupo sposato ad una linea rossa di synth si spinge sino all’organetto grave per Happiness, traccia a cui si associa la locuzione «The Gondola Man», dato che qui E.S. si barcamena tra le acque salmastre di una laguna, barcollando ed ondeggiando, anche se, di tanto in tanto, abbozza lievi sorrisi di felicità.
Ironico finale con Bye, che chiude l’ultimo album prima della sua morte. Un pezzo strumentale ovattato, che sembra esser stato inciso su nastro da un pianoforte in lontananza, dal sound fiabesco ritrovabile solo fra i pezzi del compositore Ciaikovskij.

Per molti il disco rappresenta una sublimazione musicale non pienamente raggiunta. E.S. si spoglia dai panni del cantastorie solista dall’esecuzione più intimista e si lascia accompagnare da arrangiamenti ben più elaborati, in un melting pot di ispirazioni dal sound Beatlesiano.
Tuttavia è un disco che, vent’anni dopo, suona ancora integro e colmo di cose da scoprire, ad esempio, vi siete mai accorti di questa similitudine poetica?

«The spin of the earth impaled a silhouette of the sun on the steeple».
La rotazione della terra ha creato una sagoma del sole sul campanile.

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<![CDATA[Don't panic, stay Sherwood - Rock da quarantena]]>








Coney Island baby, Lou Reed, 1976

Nella noia dei pensieri, nell'affannosa ricerca di se stessi in questi giorni senza senso, la musica diventa un luogo, una place, una yarda, una taverna.
Il musicista allora si trasforma in oste, servendoti da bere e da mangiare a seconda dei tuoi infiniti gusti.
Ma se non sei troppo vizioso e non hai grosse pretese, in taverna, capita che parli con l'oste e gli dici la classica frase «fai tu!», che in veneto molto poeticamente diventa «fa ti, fa ben».
Allora Lou Reed è il tipo cinico e saggio, con la giusta dose di ego attorno a se, che conosce i tuoi gusti, e ti inizia ad ingozzare di emozioni contrastanti con garbo e gentilezza.
Nella sua voce e nei suoi arrangiamenti puoi decidere tu se vederci il passato o il futuro, mentre lui accompagna il tuo presente.

Lontano dai grandi classici della fine degli anni sessanta, quelli con i Velvet Underground, e dall'album forse più conosciuto della sua carriera da solista, Transformer, che sicuramente molti di voi avranno già abbondantemente ciucciato, propongo un album, Coney Island Baby, della metà degli anni settanta, del 1976 per esattezza. Qui il sound di Lou Reed è inconfondibile ma la portata non necessita di virtuosismi particolari e sicuramente non ci sarà un coinquilino tuttologo che ti dirà "ma sì, questa è famosissima, come fai a non conoscerla!", lasciandovi stravaccare sul divano in santa pace.







Naturally, J.J. Cale, 1971

I nomi dei generi musicali mi hanno sempre incuriosito senza per questo affascinarmi mai più di tanto. Forse perché tutto ciò che mi piace, a parte il jazz, lo considero rock, o forse perché dagli anni sessanta in poi il mix è talmente complesso che catalogare un artista mi è sempre suonato come una cazzata.

Molti definiscono l'americano J.J. Cale come capofila del genere Tusla, un miscuglio di blues, country-rock e primordiale rockabilly. Io credo che il suo sound sia inimitabile, non tanto per le sonorità della seconda città più grande dell' Oklahoma, quanto per la profonda intimità che crea attorno a se, come un aura visibile solo ad occhi chiusi.

«Lui è quello che ha scritto Cocaine a Eric Clapton», mi disse papà un giorno, mentre faceva scorrere leggera la puntina sulla prima traccia del lato A di Naturally, primo disco solista di Cale.
Ma, al di là delle chicche del buon Sandro, e dei rapporti stretti tra Clapton e Cale, il disco è un inno alla profondità, una grossa luce dentro la caverna dell'anima di chi lo ascolta.
Ti culla con le chitarre di Call the Doctor, supera la malinconia e fa l'occhiolino ai ricordi in Magnolia e ti catapulta nell' America che non conosci con il Blues di Crazy Mama.
Il resto è tutto da ascoltare, a qualsiasi ora, preferibilmente After Midnight.







Dixie Chicken, Little Feat, 1973

... In uno dei viaggi mentali che mi son fatto ascoltando On your way down ci sono io che incontro Robert Rodriguez, mentre a fianco a noi ascolta e sogghigna Tarantino, e gli chiedo perché non avesse preferito questa canzone ad After Dark dei Tito and Tarantula, in quella bellissima scena in cui Salma Hayek compare con un pitone giallo sulle spalle e poco dopo fa scorrere su tutta la gamba della tequila in bocca al regista Pulp. Mentre lui prova, imbarazzato, a rispondermi, Quentin lo interrompe, mi guarda dritto negli occhi, e mi dice «cazzo, hai ragione, è fottutamente sexy! Come ho fatto a dimenticarmi di questo pezzo! La userò io nel mio prossimo film»...

I little feat sono una tra le band dimenticate dai giovani del ventunesimo secolo, o almeno dalle loro playlist su spotify.
Ma i sopravvissuti al secondo novecento non hanno mai dovuto convivere con una quarantena forzata, e forse siamo ancora in tempo per ripescare dal cilindro questa band capace di creare armonia in ogni tavola battuta dai loro stivali squisitamente rock.

Lowell George, cantante,chitarrista e leader della band, è uno di quei compositori di talento che sembrano avere talmente tante idee in testa da diventare troppe. Persino per Frank Zappa, che nel '69 gli disse «George, sei troppo bravo, fatti 'na band tua».

Live spaccano, come spaccano i primi 4 dischi(su tutti Sailin' Shoes) comprese le copertine. Ma visto che live quest'anno non li potremmo vedere nemmeno con un biglietto andata e ritorno per gli States, l'ascolto di Dixie Chicken, terzo album della band, diventa quasi necessario.

E' il disco per ogni tipo di serata in quarantena: per chi se la fa da solo, per chi con il proprio compagno o compagna abbia voglia di un po' di sensualità pre- sesso, per chi si deve chiudere in camera con le cuffie ed il pc acceso, per chi legge tutto il giorno, per chi ha trovato nei fornelli la propria vocazione, per chi una casa non ce l'ha ma forse un telefono si, per chi vede il mondo da dietro una sbarra o per chi ha passato una giornata intera ad aiutare la propria comunità e ha solo voglia di addormentarsi con un sottofondo morbido come il cuscino su cui ha appena appoggiato la testa.







Let it Bleed, Rolling Stones, 1969

Mentre i Beatles componevano let it be (lascia che sia), gli stones stavano lavorando su Let it Bleed (lascia che sanguini), e mentre lo facevano, nella metà esatta di quel maledetto anno, moriva affogato nella propria piscina Brian Jones. Un J27. Fondatore della band. Polistrumentista eccentrico. Pieno zeppo di vizi e di ego. Fu tra i primi, insieme a George Harrison, ad introdurre il Sitar in una composizione rock inglese, la celebre Paint it, black. Ma fu anche tra i primi artisti di quella scena a darci dentro con le metanfetamine. Talmente tanto da non riuscire neppure a fare le prove per incidere il disco (figurerà alle percussioni in Midnight Rambler e all'auto-arpa in You got the Silver). Da farsi dire da Jagger, non proprio uno stinco di santo, «che strumento riesci a suonare Brian?!», e farsi cacciare dal gruppo qualche settimana più tardi.
E nonostante tutto ciò Brian fu la prima candelina, chitarra in mano, primo piano accanto a Jagger, della torta in copertina, a riprova della pazzia che aleggia costantemente nel mondo degli stones.
(Suggerisco di leggere "Life", autobiografia di Keith Richard, per approfondire più da vicino l'eclettica vita della band)

Rifletto. Penso a quanto possa esser stato assurdo incidere un disco praticamente Blues in mezzo a tutto quel caos, quel trambusto. A quanto, Keith e Mick soprattutto, stessero cercando le radici del loro sound nel profondo sud degli Stati Uniti, nella musica del Delta del Missisipi, nella musica degli Afro-americani e della loro emancipazione, sapendo di essere dei fottuti bianchi a Londra.

Non capisco ancora adesso come la passione che pulsa dalle interiora di Love in Vain (vecchio Delta-Blues di Robert Johnson) possa catapultare la mente ubriaca su un treno merci, in una notte buia, in una piccola stazione della Louisiana, dando la netta sensazione di essere laggiù, tra odori acidi e lacrime di ferro e ruggine (La presenza di Ry Cooder al mandolino è un piccolo tocco di classe).
Non capisco perché quando si ascolta let it bleed poi venga spontaneo cercare senza successo la goccia di sangue che gocciola dal naso.
Non so come un barbone Italo-Americano abbia potuto ispirare quello strano e coinvolgente riff in Midnight rambler .
Come gli sia venuto in mente di mettere un coro Gospel in una canzone che descrive un uomo che non può avere sempre ciò che vuole, nemmeno con la fama, nemmeno per i propri vizi;
come possa essere, a distanza di 50 anni, cosi attuale gimme shelter, con il suo «it's just a shot away», e non so come faccia Mick ad essere cosi sensuale e libero nel parlare di un bordello, a quei tempi, in Country Honk .

Questo è un disco che scorre come il tempo: veloce se te lo divori e lento se ti fai trascinare.

Questo è un disco, come scritto sul retro della copertina, che si dovrebbe ascoltare a volume alto.







Black Market, Weather Report, 1976

E' il sesto album in studio della band, il primo con al basso il virtuoso Jaco Pastorius.
Gente brava a suonare. Gente che gravitava attorno alle improvvisazioni di Miles Davis prima di avvicinarsi ad un sound più alla portata di tutti. Gente capace di fondere le note jazz alle melodie rock con gusto e tecnica sublimi.
Joe Zawinol alle tastiere e Wayne Shorter al sax erano la mente e l'anima di un corpo che prendeva forme diverse a seconda di chi capitava sotto le loro dita.

Nel disco si trovano respiri melodici di ottone e ritmi sincopati, disegni di linee di basso eccentriche e schizofrenici sfoghi di tastiera.
Ci sono i sintetizzatori e gli effetti gravitano a due metri da terra senza mai toccare il cielo.
La musica è vicina, si batte nell'aria. Persino il divano fluttua.
E' un disco che si può rollare e fumare. È una canna da 36 minuti e 46 secondi.

In Elegant People, rigorosamente senza testo,come tutto l'album, il Sax spruzza saliva in faccia a chiunque gli si pari davanti, ed il materasso è languido e delicato come una camicia bianca di seta appena stirata.

Paolo Conte, in una sua famosissima Hit, dice: « ...le donne odiavano il jazz, e non si capisce il motivo. »...
... Forse perché non avevano ancora ascoltato i Weather Report .

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<![CDATA[Don't panic, stay Sherwood - I consigli musicali]]>

Consigli musicali in quarantena: oggi pubblichiamo i consigli a cura di Albino Cibelli, appassionato esperto musicale salernitano che ha aderito alla nostra call #dontpanicstaysherwood.
Buona lettura!

Lemon Twigs

1. Lemon Twigs - The One

Pregiato pop glitterato marchiato 2020 ma che se dicono di essere del 1972 ci credi lo stesso. Tanto conta il sentimento che esprime e l'apporto energetico che ti offre, quello capace di far volare tavoli nell'iperspazio. Così per una qualche sorta di gioia immotivata.
Primo singolo del loro nuovo album in uscita a Maggio 2020. Chi ben comincia...

Ty Segall

2. Ty Segall - Gotta Get Up

Un ragazzo leggermente iper-produttivo ricopre di gioiosità fuzzosa un classico stellare del pop (Nilsson Schmilsson, album di Harry Nilsson del 1971) e rivitalizza, ricordando con devozione. Ogni cosa è allineata.
Per oggi, benissimo così.

Dirty Projectors

3. Dirty Projectors - Overlord

«Attenzione, è fatto divieto di uscire...» e bla bla bla.
Non ricordi con precisione le parole che la voce registrata dice ogni giorno verso le 18.00 dalla macchina che passa in strada ma sai il perché.
È a quel punto che la giusta melodia sgusciante nelle cuffie può fare la differenza.
Ieri l'ha fatta questa canzone. E la farà anche oggi. Che lei abbia scelto te e non viceversa non te ne dispiace affatto, tutto sommato.

Arbouretum

4. Arbouretum - A Prism In Reverse

Camminare a lungo per strade deserte e (anche) polverose, non importa dove né quando, cantando la stessa melodia vocale come esorcismo per sentirsi pacificati.
Se avessi bisogno di una colonna sonora per fare ciò, questa ci starebbe bene.
Se il sintomo persiste, a fine quarantena prometto di consultare un medico di quelli bravi.

Bill Fay

5. Bill Fay - Love Will Remain

Un artista semplice, umile, intenso. Di tempo in questa quarantena ne avete per scoprirlo, e ne vale molto la pena, anche solo per chiedervi perché la sua esistenza non sia diventata un film, come nel caso fortunato di Rodriguez.
Ma basta che vi ritagliate due minuti e mezzo appena, per questo messaggio, quando siete da soli nel silenzio più assordante e antipatico, quello nel quale i pensieri verranno a rompervi le scatole.
«Vostro onore, non ho più nulla da aggiungere», aggiungerete al termine dell'ascolto con un sorriso un po' beota stampato in faccia.
Non vi servirà null'altro.

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<![CDATA[Musica per non andare nel panico! 5 dischi per superare la quarantena]]>

Disclaimer: questa lista è stata scritta poco prima della quarantena e non è stata redatta correndo da nessuna parte, nessun argine o tizio munito di fotocamera e social sono stati molestati!

Cosa fare quando sei a casa a non fare un cazzo, le birre diventano un castello di carte giocate male, i pacchetti di patatine croccanti fanno fondo nel cestino, e le commesse da lavoratore autonomo scompaiono quanto le uscite al bar, gli americani, i gin lemon, le birre Cr/ak, i rapporti di vario genere, e rimangono come unico orizzonte alcolico le Poretti 5 luppoli (che a costo/effetto rimangono le migliori).

Cosa rimane se quel libro sulla storia del punk di Legs McNeil rimane a fare compagnia sotto al letto alla coperta; e quel film, American Hustle, è in attesa, in lista, perché le possibilità d’azione scorrono senza vi si possa dare attenzione. Senza agire, diversamente dai protagonisti.

Cosa rimane se rimani senza lavori, cinema, radio, senza amici e tutta l’umanità è ridotta solo ad un quadrato sgranato nelle chiamate Skype. Come superare quest’ansia si apre come se fosse la bocca dell’inferno?

Beh, tuffandocisi dentro! La modernità ha abituato questi figli indifferenti a fare pattinaggio sulla patina senza mai risolvere i problemi, guardargli in faccia, mettere le mani nella merda per rimanere poetici, come sta andando di moda.

Fare un faccia a faccia con lo schifo a livello pratico ma soprattutto mentale è essenziale per affrontarlo e superarlo, per cambiare visione, e forse arrivare ad una sorta di remixata consapevolezza.

Dunque eccoci in vostro soccorso: 5 dischi di musica truce per aiutarvi nel percorso empatico-intimo-catartico destinato ad alleggerire la reclusione: bisogna arrivare a preferire l’estrema unzione a questa reclusione per dire «ok, affrontiamola con la testa». Sfogarsi, in qualche modo, nella più semplice delle definizioni.

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Pubblicità regressoascoltare musica cupa ci fa diventare meno cupi perché ci fa sentire compresi e fa rientrare in circolo l’empatia e il calore umani.

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DragonForce - Valley of the Damned: sono sospesi fra Gundam e Dragonball, nei loro album c’è sempre qualcosa che deve finire, un mondo che deve esplodere, cavalieri ipertech incaricati di salvare chissà che. Se dovessimo invocare l’apocalisse loro sono i master dell’apocalisse. Professionisti del settore. Se poi chiamerete il vostro sindaco chiedendo come arruolarvi per combattere il virus, sapete già il perché.

Metal Carter, Depha Beat - Slasher Movie Style: il sergente di metallo è il capo dell’horror core italiano, il suo stile lirico è chiaro che ispirazioni cinematografiche abbia. Meglio sentire di sangue e dolore attraverso un paio di cuffie, e vedere immagini crude dei film horror sulla tv che dal vivo. Dunque aprite quella porta, aprite(vi) quel cervello, e siate contenti per quel poco di buono che già avete.

Plakkaggio HC - Fronte Del Sacco: parafrasando quel meme che sta venendo fuori del tizio che grida «ce la faremo», la canzone Blocco Porco Dio secondo chi vi scrive è più utile come inno al superamento dell’attuale fase geo-sanitaria. Da buoni veneti poi non potevamo astenerci. Album schietto, diretto, marcio, provocatorio. Se avete un vicino biciapanche che pensa dio sia meglio della scienza, sapete come fargli arrivare il concetto.

AFI - All Hallows Ep: avete sempre voluto Halloween per poi rimanere sconcertati dal black humor. Beh questo è il vostro momento per diventare meno imborghesiti e tornare ad accendere fiamme di contestazione nella vostra putrida anima da rivoluzionari col perbenismo in tasca. Gli Afi vi guidano nel loro mondo con titoli come The Boy Who Destroyed the World. Insomma, per sfogarsi sono perfetti.

Raime - Quarter Turns over a Living Line: ok, qua siamo seri. Se l’industrial, noise, rock, ambient, echi techno vi piacciono. Questo è IL DISCO. Oscurità, annichilimento. Nemmeno Cooper in Interstellar sarebbe sopravvissuto. Altro che 5ta dimensione fisica. Se siete arrivati in fondo a questa lista è il momento di affacciarvi al balcone dei vostri demoni personali, far loro un saluto e mandarli a fare in culo. Dopo aver ascoltato i Raime tutto sarà più solare. Your cast will tire.

Avete qualche consiglio? Scriveteci sui social di Radio Sherwood.

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<![CDATA[Indica Diretta 05/04/2020 - S03]]>

La prima domenica di aprile la passiamo con gli amici di No Joke Radio e Dischi Soviet Studio.

Davide di No Joke ci porta una selezione molto soul mentre Matteo di Dischi Soviet ci presenta una band della sua etichetta. Assieme una selezione ad hoc targata Indica.

Tracklist:

-Post Nebbia - Televendite di Quadri
-Galassia Club - Estate
-KAYTRANADA - Scared To Death
-Coeo - 1981

Selezione di Davide di No Joke Radio..

-Bill Withers - Lovely Day
-Grover Washington, Jr. - Mister Magic
-Grover Washington, Jr. & Bill Withers - Just the Two of Us

Lower Dens - To Die in L.A.
Mac DeMarco - Don Juan
Bartolini - Penisola
Her Skin - Bad Dates

Selezione di Matteo di Dischi Soviet Studio..

-Heaven Or Las Vegas - Loggia Nera

Potete ascoltare / scaricare il podcast qui a destra!

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Buon ascolto e seguite Indica su Facebook e Instagram!

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<![CDATA[Snatura Rock del 29 marzo 2020]]>

Intervista agli OVO

Stefania Pedretti, voce, chitarra e sinth degli Ovo, ci racconta di "Miasma", appena uscito per Artoffact Records ed è il nono disco del duo che condivide da vent'anni con Bruno Dorella che suona batteria e sinth. Un disco composto un anno fa ma che sembra predire, senza volerlo, il virus che sta devastando il mondo. Quest'ultimo è anche uno dei mille motivi che portano a entrare in piena intimità e in empatia con queste canzoni che nella loro durezza raccontano ferite profonde, cicatrici interiori che si riaprono. Gli Ovo che nascono anche dal nome on the road, live, soffrono come tutti di non potersi esprimere ma loro maggiormente perché per loro è praticamente come respirare. Il loro ritorno con questo disco li riporta al punk/ hardcore dell'inizio della loro storia musicale continuando però nell'elettronica noise, dark e tribale. Luccicano di luce propria con queste canzoni che si insinuano dentro e portano dritti davanti all'ignoto: una realtà da affrontare senza fronzoli, concretamente e senza raccontarsi favole.

Francesca Ognibene

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<![CDATA[Snatura Rock del 22 marzo 2020]]>

Intervista a Il Silenzio delle Vergini
Il Silenzio delle Vergini è una band del bergamasco che mette in scena delle emozioni, come fossero piccoli cortometraggi e così i momenti diventano strutturati, complessi e profondi. "Fiori Recisi" è il titolo del loro ultimo album uscito per Restisto e I Dischi del Minollo e segue l'esordio "Colonne sonore per cyborg senza voce" del 2017 e l' EP "Sui Rami di Diamante" del 2018. Suoni scuri, appuntiti, ossessivi, claustrufibici e dall'impatto noise, come anche tranquillizzanti per il gran finale. Ne parliamo con Armando Greco, chitarrista e co-fondatore della band assieme a Cristina Tinella, voce e basso. Completa la band il batterista Francesco Lauro Geruso.

Francesca Ognibene

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<![CDATA[Famous Monsters: The Offspring - Smash]]>

The Offspring - Smash (1994)

Quest'oggi ascoltiamo uno degli album che ha fatto la storia del punk e delle etichette indipendenti; Smash degli Offspring, album che ha venduto di piú in assoluto sulle etichette indipendenti, con Epitaph Records nel 1994.

Qui sotto i brani di lato il podcast

Time To Relax

Nitro (Youth Energy)

Bad Habit

Gotta Get Away

Genocide

Something To Believe In

Come Out And Play 

Self Esteem

It'l Be A Long Time

Killboy Powerhead

What Happened To You?

So Alone

Not The One

Smash

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<![CDATA[Indica Diretta 22/03/2020 - S03]]>

Indica in diretta nonostante la quarantena e vi seleziona nuova musica che spazio dell'urban al pop all'elettronica!

1) Nitro feat. Giame - Gostoso

2) Belle and Sebastian - The Party Line

3) Fiori di Cadillac - Martini

4) Colombre - Mille e una Notte

5) Salmo e Lazza - Ho Paure di Uscire 2

6) Fuera - Vertigine

7) Fuera - Non Distrarmi

8) Fuera - Mandarino

Alla fine abbiamo il contributo di Andrea Liuzza, owner della label Beautiful Losers che ci fa sentire gli A Red Idea con Fear e i Leptons con Great Escape.

Questa partecipazione avviene per dare continuità alla comunità musicale creata con Radio Sherwood perché nonostante tutto #lamusicacontinua!

Potete ascoltare / scaricare il podcast qui a destra!

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<![CDATA[Snatura Rock del 15 marzo 2020]]>

h15.00 Intervista ai Mariposa
Con "Liscio Gelli", uscito qualche settimana fa per Santeria e Trovarobato, tornano i Mariposa dopo nove anni di pausa e a vent'anni dal loro esordio "Portobello Illusioni". Non c'è più il cantante Alessandro Fiori - alle prese con la sua ottima carriera solista - sostituito da Daniele Calandra, ex Addamanera, che già aveva collaborato e più volte con il gruppo. Come anche torna a collaborare la bravissima Serena Altavilla che diventa anch'essa membro effettivo del combo Mariposa. Un gruppo che ci porta sempre a sognare tra ironia, magia, giochi, effetti stroboscopici e canzone d'autore. Con la 'scusa' del liscio da cui attingere, fanno entrare sempre e comunque nel loro mondo dove sanno sempre essere tradizionalisti quanto innovatori assieme e il loro estro è proprio sapere miscelare il tutto rimanendo interessanti come dei curiosi che sanno incuriosire. Ne parliamo con Gianluca Giusti.

h15.30 Intervista a Giunto di Cardano
"Caos", uscito per Santeria alla fine del 2019, è il secondo album dei foggiani Giunto di Cardano e arriva dopo l'esordio autoprodotto "Kadìma" uscito nel 2017. Canzoni cantate in italiano con dinamiche della melodia che passano dalle caratteristiche scure e ispide - a volte noise - alla morbidezza e fluidità delle chitarre o del piano che diventano avvolgenti. Ne parliamo con il batterista Davide Tappi. Completano il trio Mariano Cericola al basso e Giuseppe Colangelo chitarra e voce.

h16.00 Intervista a Stefano Meli
"Stray Dogs" è il settimo album solista di Stefano Meli, chitarrista ragusano già con Caruana Mundi e La Casbah. Un disco che racconta uno stato d'animo pieno di solitudine e di rancore per le troppe delusioni. Una melodia che si fa complice sia nella sua melodiosità con il violino o il piano, che nei momenti di livore che sanno essere spettrali o spezzettare la linea del tempo diventando dissonanti e a volte blues. Un viaggio emozionante.

h16.30 Intervista a Matteo Muntoni
Matteo Muntoni è un bassista, compositore e sound artist con numerosi progetti e album a proprio nome. "Radio Luxemburg" è il titolo del suo ultimo album ed è uscito per Ticonzero qualche settimana fa. Un disco sorprendente, trame fitte con diversi segmenti ed esplorazioni progressive con momenti hard rock o cornici rock acustiche.

Francesca Ognibene

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<![CDATA[Fiori di Cadillac - Fuori dalla Storia, lo schifo ci salverà dall'apatia]]>

Spesso il pop viene preso come un genere senza senso, frutto di hit studiate a tavolino, dove una serie di personaggi più o meno loschi confezionano il prodotto come se fosse una torta da vendere al supermercato, piena di colori e sapori finti.

La verità è come sempre nel mezzo e se accanto a ciò vi sono progetti che rientrano in tale descrizione, vi anche chi ha la voglia, passione e coraggio di volere arrivare a tanti facendo però un qualcosa di personale, testimone del passato quanto del possibile futuro.

Il nuovo album dei Fiori di Cadillac, Fuori dalla Storia, gira proprio su questi solchi. Ad un primo impatto potrebbe ricordare il classico it popper che fa sua la lectio magistralis dei TheGiornalisti di Controcampo: rimandi 80s, synth leggeri e tanta tanta melodia. Rimandi ad oggi degenerati in «Struggimento d'ammoore e lacrime strappastoria» (cit. Capatonda). Insomma roba che pare la versione aggiornata di quel che andava in Hitlist Italia su Mtv nei 90/2000.

La canzone Old Gennaio però ne fa piazza pulita e si butta altrove. Sta nel primo tipo di pop evidenziato: il coraggio di produrre qualcosa non solo per pochi eletti ma per molti mantenendo la qualità. Ribadiamolo.

Le storie dei Fiori fanno pensare ad una poetica Baudelairiana che si infrange sulle coste tempestose della modernità digitale. Rapporti frammentati quanto i bit, esperienze che colpiscono l'empatia e minano la fiducia, raccontano di persone che sanno contaminarsi solo per il tempo che riescono a stare assieme.

Nessuno si piange addosso, pensa prima fosse meglio, ma ci si guarda allo specchio, si accetta quel che si è nel tempo in cui si vive, abbandonandoci ad esso per cercare di comprenderlo, superarlo e magari trovare davvero un equilibrio.

Dal sound fatto di synth algidi come fuochi fatui nell'oscurità di databank morenti, al cantato lascivo, il mood settato parla di lasciarsi andare, puntare al Momento, un eterno presente, fuori dal tempo, dalla storia. Troppa inutile ansia pensare al futuro, troppa pensare al passato.

Questa modernità, eterea di web, diventa una lunga sbronza immonda nei meandri del sapere, dove la conoscenza dura una giornata e già quella dopo deve essere aggiornata perché con la stessa velocità cambiano le persone. Resilienti? No, schegge impazzite; per questo diviene duro andare d'accordo con continuità: neo-fragilità morale.

A volte il mondo sembra solo un immenso dancefloor dove un pazzo ubriaco balla immerso nelle luci sterilizzate di un locale svuotato, a due passi dall'alba. Non ce ne andremo docili nella notte, ma chissà se la supereremo!

A volte ci chiediamo se tutto questo finirà, se questa timidezza mista a mestizia e insicurezza ci allontani irrimediabilmente; la costante di una realtà sfavillante sullo schermo ma Grigio Fucile nella concretezza. Siamo espressionisti e splash page di qualche manga di second'ordine?

I piccoli momenti sono quelli che vorremmo vivere, quelli a cui si riesce ancora a dare vera attenzione, cura, ma sono gli stessi che buttiamo via Martini dopo Martini...

Tutto ciò narra un solo album? Certo, dunque se avete lo stomaco ribaltato per affetti negati e alcolici ingeriti, la colonna sonora ora c'è. Pop, di qualità, diverso dal piattume che gira nelle playlist di Spotify.

Lo schifo ci salverà dalla noia e da ogni apatia (da La Festa)

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<![CDATA[Jesse The Faccio - Verde, come crescere nel modo giusto]]>

Quando Jesse uscì due anni fa con I Soldi per New York fu una piacevole sorpresa perché era chiaro che staccasse rispetto all’indie andante per la maggiore. Era ancora un periodo florido, dove certe sonorità alternative sembravano veramente diverse e capaci di creare una nuova area tanto sotterranea quanto pop. Poi sappiamo come è andata: tanti hanno fatto giustamente il salto nel campionato di Serie A ma si sono standardizzati nella formula che li ha resi famosi. Giustamente nel Belpaese se non si finisce a dare al pubblico esattamente quel che vuole, non si è contenti.

Quando Jesse uscì qualche mese fa con Caviglie era chiaro il proseguo stilistico col primo lavoro, e allora mi chiesi: «non è che anche lui finirà per rifare le stesse cose che lo han fatto conoscere?». Una domanda semplice, da semplice ascoltatore.

E invece le storie non finiscono sempre alla ________ (si metta qui qualsiasi it popper tranne Giorgio Poi): Jesse ha pubblicato venerdì 13 marzo Verde, un album rimescolante le carte del cantautore padovano. Per dare le coordinate, se prima era vicino ai sound lo-fi dinoccolati di Mac DeMarco e Beach Fossils, ora punta dritto verso quelli di Crocodiles ed Eagulls.

Se c’era una cosa l’artista poteva fare era dare maggiore risalto alle chitarre, alla sua stessa voce, elementi prima sciolti dentro il ghiaccio di un drink lasciato sul tavolo a perdersi. Ora invece la musica ricorda la presa dura di americani bevuti consecutivamente, di quelli che non pensi steccheranno, perché hai mangiato, ma sempre americani sono. Verde è un album da trangugiare, musica con cui adempiere al proprio ingrato compito di bevitore, per tempi dove non sai dove andare a parare.

E senza sapere dove andare a parare, su cosa ti vuoi focalizzare? Sui dettagli, magari apparentemente banali ma che il tuo cervello usa per costruire i ricordi. Allora ecco uscire fuori le dita gialle, le auto da guidare oppure i calzini sulle caviglie, a cui ognuno può trovare il senso che vuole. Jesse nel precedente lavoro aveva già le giuste attenzioni, ma in Verde diventano più a fuoco, nitide e comprensibili. Evoluzione pure questa, ma forse la parte che più amo è la velocità. Tre quarti del disco corrono, battono, come se avessero l’urgenza di arriva prima e forte, come se la prima verve Macdemarchiana si fosse trasformata in quella Eagullsiana.

L’insieme di tali caratteristiche fanno di Verde un album compiuto, una sorta di racconto di esperienze quotidiane in cui tutti possiamo ritrovarci, per fortuna una voce fuori dal coro ma allo stesso tempo con potenzialità pop non da poco. Le melodie e le parole giuste ci sono. Un lavoro che probabilmente dirà altro col passare del tempo in un processo di stratificazione necessario a farlo proprio appieno. Intanto aspettiamo di sentirlo dal vivo.

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<![CDATA[Indica Diretta 15/03/2020 - S03]]>

Indica in diretta nonostante la quarantena e vi seleziona una serie di brani dream pop e nu funk!

Tracklist:

1) Far Caspian - Between Days

2) Parcels - IknowhowIfeel

3) No Vacation - Dræm Girl

4) Venere - Vorresti un thè

5) Pellegrino pst. Zodyaco - Caucciù (Migliera Version)

6) Lucia Manca - Respirare

Alla fine abbiamo il contributo di Fabio DjFlass, owner della label E' Un Brutto Posto Dove Vivere che ci fa sentire gli American Football di Stay Home

Questa partecipazione avviene per dare continuità alla comunità musicale creata con Radio Sherwood perché nonostante tutto #lamusicacontinua!

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<![CDATA[Snatura Rock dell'1 marzo 2020 - Prima parte]]>

Intervista ai The Winstons
"Smith" è il secondo album dei The Winstons e arriva dopo l'esordio omonimo del 2016. Sono sempre Roberto Dellera, aka Rob Winstons, voce e basso; Lino Gitto, qui detto Linnon Winstons, voce tastiere e batteria ed Enrico Gabrielli, che qui diventa Enro Winstons, voce tastiere e sax. Tre grandi nomi, un legame compositivo, artistico e umano da fratelli che si incontrano per suonare in rilassatezza ciò che amano nella quintessenza riuscendo a trasmettere anche a noi la loro emozione unità al loro eclettismo. Pop moderno, prog rivisitato, Canterbury, David Bowie nell'aria, Mick Harvey come ospite in un pezzo, insomma tante 'ciliegine sulla torta' che vi faranno apprezzare questo disco uscito per Tarmac nel 2019. Ne parliamo con Roberto Dellera.

Intervista a Latleta
Claudio Cosimato, musicista e cantautore torinese, è Latleta, già conosciuto come Vittorio Cane ma con "Miraggi", il primo disco con questa nuova denominazione, ricomincia daccapo. Canzoni scritte in italiano che sembrano alla ricerca di un equilibrio con la speranza a cui aggrapparsi in evidenza in un chiaroscuro da un parte lucido e amaro e dall'altra confortante aperto a nuove possibilità future ma vere. Il disco è uscito per Labellascheggia.

Francesca Ognibene

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<![CDATA[Snatura Rock dell'1 marzo 2020 - Seconda Parte]]>

Intervista ai Jennifer Gentle

Jennifer Gentle, ovvero Marco Fasolo, si riavvicina alla forma canzone che da qualche anno aveva messo da parte e mette a fuoco il suo capolavoro. Un disco omonimo, uscito per La Tempesta e la sua Sillyboy ent. Rec. che ha la spinta del cambiamento, della rinascita, del desiderio di prendere una nuova strada, ma portando anche con sé il meglio del proprio passato e delle proprie esperienze. I guizzi geniali di Marco attingono da ciò che ha imparato in questi ultimi anni e dal suo talento, sempre in grado di stupire, mostrandosi nelle sua più diverse espressioni.

Intervista ai Submeet
"Terminal", uscito qualche settimana fa per Lady Sometimes Records, è l'esordio sulla lunga distanza del trio mantovano dei Submeet, arrivato dopo un primo EP omonimo uscito del 2017. Dark/punk/noise/industrial spigoloso a volte umorale e altre dritto. Album registrato nel terminal di un aeroporto per rappresentare la velocità del cambiamento e dai testi viene fuori la rabbia per una società che non ci rappresenta e rispetta. Ne parliamo con Zannunzio/Andrea Zanini, basso e voce. Completano il gruppo Jacopo Rossi, batteria e voce e Andrea Guardabascio, chitarra e voce.

Francesca Ognibene

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<![CDATA[Indica Diretta 08/03/2020 - S03]]>

Puntata dedicata alla Radio Aperta dove chiamiamo i nostri amici per chiacchierare di musica e dintorni. Nel mezzo, tanta buona musica!

Domenica 8 marzo abbiamo avuto i Little Boy Lost che ci hanno parlato del nuovo video di Total Lazslo e Fabio di E' Un Brutto Posto Dove Vivere.

Tracklist:

Japandroids - Sex and Dying in High Society
Terror - Another Face
Carbonas - Day Turn into Night
Smart Cops - A Gambe Levate
Modern Baseballs - Your Graduation

Little Boy Lost - Total Lazslo
Mudhoney - Hate the Police
Muse - Map of the Problematique
Little Boy Lost - Leather Required

Riviera - Scogli
Havah - Al di Fuori del Male
Bruuno - Abbraccio Morbido alla Paura
Tin Woodman - Metal Sexual Toy Boy
Little Boy Lost - Let It All Out

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<![CDATA[Snatura Rock del 8 marzo 2020]]>

h15.00 Intervista agli Animatronic
Gli Animatronic sono un trio dalla Lombardia formato da Luca Terzi (già Worm) alla chitarra elettrica, Nico Atzori al basso e sequenze e Luca Ferrari dei Verdena alla batteria. Dopo appena un anno dalla loro formazione sono usciti per La Tempesta International con il loro esordio "REC". La loro intesa li ha portati ad un disco che sa essere spigoloso, come centrato/ficcante o furioso. Sensazioni di conflitti chiaroscuri che tengono alta la tensione di un ottimo disco. Ne parliamo con Luca Terzi.

h15.30 Intervista ai Monetre
Mauro Costagli (chitarrista già nei Morose) ci racconta del quintetto di cui fa parte, i Monetre. Ottimo gruppo all'esordio omonimo uscito per Libellula/ Ouzel e Marsiglia. Un lavoro in cui spicca la voce intensa di Federica Tassano, cantante di stanza a New York, mentre li altri membri della band sono liguri e che sono: Alessandro Zangani al basso, Luca Schttzer alla batteria e Marco Siddi alla chitarra. Un disco che sembra un ritratto dai colori tenui, sfumati e gioca sui particolari che mettono in risalto l'infinita dolcezza della cantante pacata e intensa assieme su un pentagramma suo, personale dentro, che sembra la sua dimensione.

h16.00 Intervista a Cappadonia
Dopo "Orecchie da elefante", l'esordio di Cappadonia uscito per Brutture Moderne, arriva sempre per la stessa etichetta "Corpo Minore". Un disco che che sa essere condivisibile e accattivante, raccontando delle bugie che portano alla solitudine, il concatenarsi dell'amore che non può perdere neanche un piccolo elemento per non sgretolarsi, la guerra persa tra amanti senza più l'amore, ma non manca anche la speranza di essere alla fine amati, in qualche modo dagli altri che è ciò che ci fa andare avanti. Ugo Cappadonia, che per la sua carriera solista perde il nome di battesimo ha suonato, come chitarrista, anche nel super gruppo Stella Maris, nei SickTamburo e nei Pan Del Diavolo.

h16.30 Intervista a Leandro
"Fossimo già grandi", appena uscito per Bunya Records, è l'esordio sulla lunga distanza del cantautore piemontese Leandro. Un disco emozionante che sa essere un rifugio poetico a cui fare affidamento, a cui aggrapparsi, dove si trovano soluzioni per non perdersi emotivamente ma ritrovarsi invece e pienamente felici di farlo con tutta la propria emotività. Con la collaborazione del musicista Paolo Bertazzoli che ha smussato gli angoli ed esaltato i contrasti e gli umori, il giovane Leandro ha messo fuori un gran bel disco.

Francesca Ognibene

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<![CDATA[Intervista ad Andrea Cubeddu]]>

Indica ha avuto il piacere di avere ai suoi microfoni Andrea Cubeddu, blues singer sardo dalle vibrazioni mediterranee che ci presenta il suo album Nostos

Andrea ci ha fatto il regalo di qualche canzone in acustico dal vivo!

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<![CDATA[Snatura Rock del 16 febbraio 2020]]>

h15.00 Intervista agli Indianazer
Dopo 2 EP ("Pandas" e Jungle Beatnik") e due LP ("Neon Hawai" e "Zenit") gli Indianazer sono tornati con un nuovo disco sulla lunga distanza, "Nadir", uscito alla fine del 2019. Suoni che si espandono, dalle note lunghe. La chitarra elettrica che apre al movimento di una giostra al lunapark. Valzer Noise. Percussioni che emulano senso di libertà. Sono queste alcune delle emozioni provenienti dall'ascolto di "Nadir". Un disco molto coinvolgente in cui è facile immergersi. Ne parliamo con Riccardo Salvini.

h16.00 Intervista ai Virtual Time
I Virtual Time, quartetto di Bassano del Grappa, alla fine del 2019 sono riusciti nel loro intento di pubblicare cinque dischi in un anno. Uno di questi "Pictures" è una raccolta del meglio tra gli altri quattro. Le canzoni tra i Led Zeppelin e i White Stripes con momenti da ballatona classica alla Berry White, ma anche dark noise e chitarre dalla melodia larga, desertica. Fondamentalmente un grande gruppo che sa emozionare rimanendo tradizionale con in più ricche sfumature. Ne parliamo con Marco il bassista.

h16.30 Intervista ai Ludmilla Spleen
"Gennariello", appena uscito per Artista Anch'io, Neon Paralleli e Villa Inferno è il quarto album dei Ludimilla Spleen, dopo "Bussucks" del 2011, "Eeeh?!!" del 2014 e "Acephale" del 2016. Un disco intenso, ispirato già dal titolo a Pasolini, dove le brutture della vita, i pensieri ossessivi, sono gli ostacoli da superare per un uomo nel suo delirio, sofferenza che esplode attraverso il noise e diventa lucida e rindondante. I testi molto belli quasi da colonna sonora noise industrial. Ne parliamo con entrambi gli elementi: Filippo Brandi alla chitarra e voce e Niki Fabiano Ruggeri alla batteria e voce.

Francesca Ognibene

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<![CDATA[Snatura Rock del 9 febbraio 2020]]>

h15.00 Intervista agli Airportman
Dopo "Ca-pez-zà-gna" del 2018 tornano gli Airportman con "Il paese non dorme mai", una produzione Lizard Record nella quale si avvalgono della voce e dell'impronta sognante di Fabio Angeli degli Esterina. Un disco che fa sentire i profumi, i rumori e i ricordi di quando si fa tardi e albeggia, di quando per alcuni inizia e per altri finisce la giornata. Così ci si rende conto che il giorno come la vita è personale e unico. Dentro il CD troviamo dei ricordi scritti da Giovanni Risso, Marco Lamberti e Loris Furlan della Lizard. Tutti e tre con le loro sfumature per entrare ancora di più tra i solchi dell'essere carne viva che sogna e ama. Ne parliamo con Giovanni

h16.00 Intervista a Simona Armènise
Simona Armènise di Bari, chitarrista sperimentale dal lungo percorso accademico e pratico con diverse esperienze da solista e non, incontra con il progetto "Lotus Sedementetions" Ares Tavolazzi, bassista storico degli Area che ha suonato anche con Guccini e Conte. Atmosfere che cambiano spesso. La natura che si risveglia e anche il corpo e la mente diventano sempre più lucidi, visibili. Sensazioni di smarrimento. L'immagine della fine del deragliamento di un treno coperto dalla polvere. Momenti di tensione come in una colonna sonora horror. Molteplicità di immagini che arrivano dritte, storte implacabili. Ne parliamo con Simona.

h16.30 Intervista ai Lola & The Workaholis
Lola & The Workaholics è un quintetto di Livorno e con "Romance" arriva all'esordio. Giancarlo Di Vanni, fondatore dal gruppo, mette assieme dei musicisti dalle svariate esperienze e qui portano e una musica felice. La cantante meravigliosamente esuberante crea diversi colori e forme nuove con il suo spirito che sa essere leggiadro e profondo, grazie alla duttilità della sua voce e al suo talento. Un'estrapolazione divertentissima del reggae che potrà piacere anche a chi come me non ama il genere ma le sperimentazioni. Un gusto psichedelico e una punta di malinconia con diverse escursioni in dubstep. Ne parliamo con Giovanni.

Francesca Ognibene

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<![CDATA[Intervista ai Nil Nil]]>

Ci piace il rock 'n roll e ci piace parlarne. Tra una birra e l'altra abbiamo chiamato in studio i padovani Nil Nil che ci hanno raccontato il nuovo album "Swollen lips and empty pockets". Tra una parola e l'altra abbiamo messo su anche qualche canzone..

-Whose side are you on
-Having fun during the collapse
-The hard law of the numbers
-Run rabbit run
-Glue (poor quality)

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<![CDATA[Snatura Rock del 2 febbraio 2020]]>

h15:00 Intervista ai Bushi
Dopo il primo album del 2017 uscito per Dischi Bervisti, torna Alessandro Vagnoni e il suo progetto i Bushi con tanto di formazione rivoluzionata. Il cd-fumetto "The flawless Avenger" (con i disegni di Francesco Farneselli) in cui le immagini non si allontanano dalla musica, capace di essere ora dirompente, ora minimale, ora spettrale, ora minaccioso, ora cinematografica/romantica con diverse contrapposizioni anche all'interno dello stesso pezzo.

h16:00 Intervista a L'Ultimo Dei Miei Cani
Lorenzo Olcese, di stanza a Genova, a due anni dal primo EP "In moto senza casco", torna con l'esordio sulla lunga distanza intitolato "Ti voglio urlare", un disco registrato da Mattia Caminotto, com'era stato per il primo EP. Il cantante/chitarrista Lorenzo Olcese ci racconta di queste canzoni scritte in italiano che vertono sul malumore e come spesso non si può fuggire all'ordine già scritto delle cose. Sfogandosi si va avanti e la cornice è ben strutturata con delle ottime idee sulla melodia.

h16:30 Intervista ad Alessio Pisani
Alessio Pisani, fagottista e controfagottista di Camogli ma di stanza da anni a Bologna, ci racconta "The Bogeyman". Un disco per sette composizioni in cui il controfagotto è protagonista e si impatta, affronta altri strumenti, come il violoncello, il piano o un quartetto d'archi, Raffaele Cecconi, Carlo Galante, Giovanni Sollima, Willy Hess e Massimo Coco sono i compositori coinvolti per raccontare l'espressività e la duttilità del controfagotto che quindi passa dalla musica da camera al rock. Un lavoro immenso e ci commuove il racconto di Piani nel raccontarlo partendo sul suo palmo della mano il suo amore per la musica e il controfagotto.

Francesca Ognibene

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<![CDATA[Sakee Sed - Alle Basi della Roncola, ubriaco west]]>

Un uomo entra in un bar, sbatte la porta e lascia cadere la sua sacca a ridosso del bancone. Dentro l’atmosfera è soffusa, silenziosa, il fumo aleggia a mezz’aria come la nebbia invernale la notte tarda, ma questa notte invece fa caldo, abbastanza da far rivolgere la parola al barista ed esclamare “un whiskey con ghiaccio, e lasci pure la bottiglia”. Al pianoforte nel fondo un ammuffito signore di mezz’età, cencio di nero carbone, suona un ragtime monotono. Le pipe degli altri bevitori sbuffano, le sigarette tacciono sotto i piedi o sfilate lente dalle labbra.

L’uomo riceve il suo drink con ghiaccio e si volta, scruta attorno a sé e ferma le pupille stanche ma attente su un gruppetto di due masnadieri nell’angolo, intenti a trangugiare boccali di birra e carne, come fossero un solo minestrone di cibo, la fame chiama altra fame.

“Come va per quei 300 danari che mi dovete!?”

Dall’angolo si alza lo sguardo di uno dei due.

“Non sarò che per caso ti riferisca a noi..”

“Si, proprio a voi, lo sai che oggi riscuoto, o ri-scuio!”

“Oggi è una giornata afosa e pesante, torna domani, non c’hanno pagato per la carne”

L’avventore al banco sbatte con forza il bicchiere, tanto da infrangersi e sperdersi in mille rivoli sanguinolenti sul legno. Si fascia la mano e impugna un lungo coltello, sporco di terra, ruggine e chissà che altro..

“Lo sai che quando prestiamo soldi li rivogliamo indietro” continua..

“Ti dobbiamo il denaro falso che ci hai rifilato, ti dobbiamo quello. Fortuna che è andato in porto il deal”, sogghigna il tizio all’angolo.

“Allora vorrà dire che questo coltello mi servirà per ri scuotere ben più del tuo scalpo. O la paghi, o la paghi comunque!”.

II ragtime si stoppa, finisce la sua corsa, il ferroviere defila la sua ombra nel retro del bancone, quell’aria mefitica puzza di sudore e tensione densi come sabbia cocente di sole nel deserto.

Il wishkey man si lancia contro i due ma nemmeno il tempo di alzare il braccio si ritrova per terra, steso, con la tempia saltata, i pezzi di cervello sparsi sul pavimento, quasi a formare una croce. Stop.

Nel locale tutti si chiedono che sia successo. Dal tavolo, nel corner, esala del fumo, si alza senz’ansia, quasi a contemplare la scena, l’operato, chirurgico. Il secondo del duo accende il mozzicone, alzandosi si sistema la giacca.

“Lo sai che spesso è solo una questione di punti di vista, se si fosse accorto del cannone dietro al boccale, avrebbe capito che forse non era il caso di colpirci frontalmente. La calma, ah la calma, l’agitazione è nemica del contesto, della consapevolezza”.

Esce, l’amico lo segue, lasciando al barista una serie di schegge dorate. La porta si chiude. La notte continua il suo andare, lento, come se le storie degli uomini fossero solo un semplice divertissement, dove la leggerezza e la pazienza trovano spazio, tempo. Senso.

..

Una storia, una breve storia per introdurvi nella sospesa, stanca, tesa e fradicia leggerezza ubriaca deli primo disco dei Sakee Sed. Alle Basi della Roncola sa di folk rock psichedelico, western, birra, fumo e atmosfere che se dovessimo citare un monumento della cultura pop contemporanea sarebbe probabilmente The Hateful Eight.

Ma l’album, invece, è del 2010, e lascia intendere quanto certi immaginari siano insiti e rimasti nella memoria collettiva come archetipi narrativi di un modo di intendere l’avventura, la frontiera, il rischio, il non avere un domani particolare. Storie e musiche atemporali. Senza un futuro a cui badare, cos’è il tempo se non un immenso e continuo oggi? Un presente dove anche il passato pare appartenere ad altre linee narrative.

I Sakee Sed in 13 canzoni rievocano icone, riferimenti che già i primi Stones ebbero dalla loro parte, immischiati com’erano nel folk blues americano. I brani non sono altro che un lungo storytelling, filmico, fautore di distorsioni spazio-temporali come la musica (anche) dovrebbe essere (e oggi poco è, forse). Una piccola gemma da ascoltare e vedere dal vivo, in occasione dell’uscita del re master del disco creato da Marco Ghezzi (voce e pianoforte) e Gianluca Perucchini (batteria), e supportato da un tour che vedrà la partecipazione di Roberta Sammarelli (Verdena) al basso e Jonathan Locatelli (Rich Apes) alla chitarra.

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<![CDATA[Il contagio di Andrew Weatherall]]>

Il 17 febbraio scorso ci ha lasciato a soli 56 anni Andrew Weatherall, l’artista che più di ogni altro contribuì a mettere in comunicazione la mia formazione rock/wave con l’elettronica da dancefloor.
Un breve omaggio all’uomo del “sound contaminato”

Nei media, nelle élite economiche e finanziarie, fino ai discorsi che senti in treno, sul posto di lavoro, al bar, al mercato, in ogni luogo domina la paura del contagio.
Ora quello del “corona virus”, ma oggi come ieri, ogni tanto emergono contagi, elementi estranei da evitare.
Ma “contagio” non è una parola solo al negativo, anzi.
C’è un bacillo che m’ha sempre felicemente contagiato: è quello delle idee, quello culturale, quello che attecchendo cambia il soggetto arrivando a modificarne la visione del mondo.
Occupandomi di musica, che da sempre è fatta di contaminazioni, non posso che avere un rapporto contraddittorio con la parola “contagio”.
Alla fine degli anni 80 emergeva nel panorama musicale la cultura rave ed io, provenendo da una formazione di derivazione rock, provavo un certo fastidio per la musica puramente dance. Oggi sembra impossibile ma rock e dance all’epoca erano musiche agli antipodi, o si ascoltava il rock e le sue derivazioni (post punk, wave, indie..) oppure si era dell’altra parte e si sceglieva la disco music, la prima house.... Questa contrapposizione durò fino all’emergere di un suono che fu definito “contaminato”.
Una band più di altre contribuì all’ascesa del crossover tra rock e dance e si chiamava Primal Scream. Successe che il gruppo di Bobby Gillespie chiese all’amico dj Andrew Weatherall di remixare il loro “I’m losing more than I’ll ever have”, un brano chiaramente influenzato dai Rolling Stones. Mantenendo le chitarre ritmiche, le improvvisazioni al pianoforte, gli interventi dei fiati e altri elementi dell’originale, Weatherall costruì un brano completamente nuovo. Ritmo funky pesante, campionamenti della voce di Peter Fonda dal film “I Selvaggi” che ripeteva “Vogliamo essere liberi, vogliamo essere carichi” , un titolo nuovo di zecca (Loaded) trasformarono il pezzo nel risultato migliore che la contaminazione di generi contrapposti potesse esprimere.

Da quel momento molti artisti pop e rock misero a disposizione in la scatola di montaggio dei loro brani per farli rimontare da dj e produttori in svariati modi.
E proliferò il mash-up: un modo di dire Creolo che ci parla di fare ibridazione, poltiglia, distruzione creatrice di nuovi incroci e contagi.
Molti musicisti iniziarono a considerare le loro opere non più fisse o immutabili, e cominciano a sperimentare il gusto di perdere il controllo su di esse per vederle divenire altro.
Col passare del tempo la disposizione al contagio è divenuta totale, la versione definitiva e unica di un brano non esiste più, ed è normale che un pezzo abbia svariate versioni.

Quello che Andrew Weatherall ha portato nella scena musicale è stato semplicemente rivoluzionario, perché ci ha fatto comprendere quanto sciocco fosse ragionare ancora per generi, per compartimenti stagni, e ci ha liberato dalla paura del contagio.

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<![CDATA[Intervista ai Krifi Wag #SOL80]]>

Indica vi presente l'intervista ai Krifi Wag per il loro concerto a Sherwood Open Live. La band dal sound eclettico ci parla del lavoro sulle canzoni e dell'attività dal vivo. 

Potete ascoltare / scaricare l'intervista di Indica qui a destra!

Ci vediamo ai prossimi appuntamenti di Sherwood Open Liveseguite la Fanpage per rimanere aggiornati, e seguite Indica su Facebook e Instagram!

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<![CDATA[Intevista ai Lampo]]>

Indica ha intervistato i Lampo, che con il loro post rock, lo fi e sound 80s hanno realizzato l'album Stories of Daily Amazement. Ci hanno parlato della loro storia e dei progetti futuri, dei live e delle influenze.

Potete ascoltare all'inizio What e alla fine 4 Season.

Qui a destra potete ascoltare o scaricare il podcast!

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<![CDATA[Indica Diretta 09/02/2020 - S03]]>

Indica ha intervistato on air Fabio Dj Flass, fondatore dell'etichetta È un Brutto Posto Dove Vivere, parlando delle prossime uscite e dei prossimi eventi live. Ma core della diretta alcune succose anteprime di artisti in uscita e qualche pensiero su cosa voglia dire gestire una label indipendente.

Tracklist:

01 - ACTION DEAD MOUSE - Ginocchia
02 - TUBAX - Buon Voyage II
03 - GARDA 1990 - Eat poison candies
04.1 - EDDIE X MURPHY - L' Uomo Deve Morire
04.2 - EDDIE X MURPHY - Anfetamina

Anteprime:
05 - GIUDAH! - Wendy Arnold
06 - MALKOMFORTO - Succede
07 - DECACY - Voragine
08 - ORSETTI - Zombies
09 - ZEROMILA - Camminando Contro Vento
10 - RAìSE - øndtⒶ

Nota a margine: ci spiace per alcuni volumi troppo saturi, abbiamo avuto qualche problema tecnico

Potete ascoltare / scaricare il podcast qui a destra!

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<![CDATA[Roncea • SOL#77]]>

 SOL#77


 

Mercoledì 29 gennaio dalle ore 20.00

Sherwood Open Live
vicolo Pontecorvo 1/A - 35121 Padova

• Roncea •
Cantautorato / Folk / Rock

evento Facebook -


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Roncea, classe 1987, di origine francese cresciuto in Italia a Vezza d’Alba, nella zona delle Langhe e del Roero. Con la band Fuh ha aperto concerti a The National, Artic Monkeys fra i tanti. Con il trio sperimentale Io Monade Stanca (African Tape) ha pubblicato 3 album per etichette francesi distribuiti anche in Giappone e suonato più di 100 concerti in tutta Europa. Ha collaborato con membri di Verdena e Marta Sui Tubi. E’ stato il musicista di Carmelo Pipitone (Marta Sui Tubi) per più di 30 date nel tour di “Cornucopia”.

Il suo quarto lavoro in studio da solista, “Presente” (Dischi Sotterranei, Edizioni Cramps Records) è il primo disco in italiano che ha sorpreso la critica di settore e ottenuto grandi consensi. I due singoli “Perdersi” e il “Il Presente” hanno raggiunto complessivamente più di 75.000 visualizzazioni su Youtube e più di 13.000 ascolti reali su Spotify.


20.00 • Apertura
21.00 • live dj-set by Indica
21.45 • Inizio Live
00.00 • Ultimo Giro di Bar

 

Birre CR/AK • Vini Biologici Ca' Lustra
Cicchetti di nostra produzione e tranci di pizza preparati da* ragazz* della pizzeria "La Pizza Loca" del Cso Pedro

Nel rispetto del gentile vicinato, quando siete all'esterno, vi chiediamo di cercare di mantenere un tono di voce discreto e di non sostare nel cortile interno e nella stradina, ma di raggiungere la strada principale. Grazie mille!

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<![CDATA[Animatronic - REC, il viaggio animale di una jam]]>

Legato al primo album degli Animatronic ho un bel ricordo della scorsa estate: il loro live sbucato all'ultimo al Bar ae Rose (Marsango, Padova) dove i ragazzi sono atterrati grazie al team del Brutto Collettivo.

Inutile dire che hanno distrutto tutto: il loro mix di power metal, grunge, rock and roll classico, miscelato in uno stile jazzistico ha lasciato me e i presenti colpiti, atterriti, ammazzati e rinati.

Era agosto e il caldo la faceva da padrone, quel caldo mefitico che ti fa venire voglia di denudarti e girare come mamma c'ha fatto anche senza piscine o mari, perché l'afa è la componente liquida. Immaginate che bagno sonoro è stato, mischiato fra sigarette stropicciate e birre sgasate.

Sembrava di stare in un mondo a parte, a quei festival sixties tanto mitizzati ma con il realismo della provincia che cala ogni dettaglio dentro una dimensione più scarna, scevra di cazzate, e conviviale.

Questa descrizione per mettervi nel giusto mood di ascolto dell'album, per farvi immaginare dove stare con la mente mentre le canzoni, o meglio dire i pezzi, vanno. Vanno come un treno fumoso per lande desolate e stepp(a)ose.

Sarebbe superfluo parlare di questa uscita come di quella del componente dei Verdena Luca Ferrari, quasi a cercare un appiglio celebre per spingere ad ascoltarlo. Sono altre terre e altre sensazioni.

Siamo fantasiosamente in una sauna turca, esploriamo i minareti instanbuliani, calchiamo le onde asfalto di San Francisco o scendiamo le Americhe del sud Diari della Motocicletta.

Siamo il Che ma siamo pure Hemingway in Fiesta, siamo nella fiesta degli anni del Jazz di Gatsby, eppure balliamo alla fine della guerra come in JoJo Rabbit; lasciamo che il funk di Black Caesar renda criminali le nostre intenzioni. Non ci lasciamo affascinare dei profili Instagram dei deejay underground ma facciamo finta di suonare selezionando quella musica.

Ad una festa.

Un'immensa unica sola jam rock che non è possibile dividere ma solo ascoltare tutt'assieme. Tutto in un unico sorso, Bloody senza Mary, sangue sudore e tabacco e alcool e inconsapevolezza in quella calda serata di agosto.

Questa l'atmosfera per REC. Go ahead!

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<![CDATA[Snatura Rock del 26 gennaio 2020]]>

h15:00 Intervista a Gastone
"II" è il titolo del secondo album dei Gastone da Gabice Mare. Un duo che in studio diventa quartetto più ospiti. "Quando per la prima volta scorse il suo viso il cuore avvertì l'anomalia", questa è tra le frasi più belle del disco cantato in italiano. Canzoni sul cedere della propria fragilità ma anche sul rialzarsi e provare a reagire superando le ombre anche con un po' di cinismo. Ne parliamo con Marco.

h16:00 Intervista ai Portfolio
"Stefi Wonder" è il terzo disco dei Portfolio da Castelnuovo nei Monti, il primo in italiano ed è uscito per Irma records. Canzoni ammalianti, danzereccie che si mostrano sfacciate e poi richieste d'amore senza risposte. Momenti di smarrimento emotivo che chiudono relazioni a binario unico. Ne parliamo con Tiziano.

h16:30 Intervista ai Falena
"Una seconda strana sensazione" è il terzo disco dei Falena, album uscito qualche mese fa per Lizard Records. Un disco che inventa un personaggio tra musica e disegno: il signor F, al quale dare le colpe anche fare anche i complimenti per la faccia tosta e da far guardare allo specchio mentre reagisce alle abbrutture della vita. Ne parliamo con il cantante Emiliano.

Francesca Ognibene

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<![CDATA[Indica Diretta 02/02/2020 - S03]]>

Nella consueta diretta domenicale scegliamo di dare spazio alle diverse sonorità che caratterizzano Indica, passando dal rock all'elettronica, dal funk al synth pop per raccontare come sonorità differenti possano stare bene assieme. Ovviamente, sempre spazio alla musica locale. Leggiamo inoltre un passo tratto da "Io, Di" di Claudio Coccoluto e Pierfrancesco Pacoda per riflettere brevemente sul ruolo odierno del deejay.

Tracklist:

Tubax - Night Walker III
Daft Punk - Revolution 909
Fango - Admire
Lampo - 4 Season
Soviet Ladies - Tropicana
Vanarin - Don't pick me up
Blood Orange - Charcoal Baby
Mildlife - Im Blau
Lucia Manca - L'ultima Sigaretta
Alberto Almas - 2120
Colombre - Arcobaleno
Duck Sauce - Smiley Face

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<![CDATA[Indica Diretta 26/01/2020 con Nicola Lotto Live]]>

Indica ha intervistato Nicola Lotto, cantautore padovano uscito da poco col nuovo singolo Un Cantante. Ha eseguito un set acustico esclusivo durante la diretta del 26 gennaio 2020 e ci ha parlato del suo percorso artistico.

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<![CDATA[Intervista agli Exempla]]>

Ai microfoni di Radio Sherwood abbiamo avuto il piacere di avere Marta Melis degli Exempla per parlarci del nuovo singolo You Can't Go Back, tratto dal loro ultimo album Precious.

L'intervista anticipa e introduce il concerto del 1 Febbraio al Teatro Greco di Roma! Un tappa importante del tour della band.

Potete ascoltare l'intervista o scaricare il podcast qui a destra!

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<![CDATA[Snatura Rock del 19 gennaio 2020]]>

h15:15 Intervista agli Artura
Dopo "Drone" dell'anno scorso, tornano gli Artura di Matteo Dainese e lo fanno con un membro in più: dj CIC.1 e un'atmosfera spesso sognante tra le nuvole che abbraccia l'elettronica. La parte percussiva e le chitarre con questi screch che sono come suggestioni a cui aggrapparsi. Ne parliamo con Matteo Dainese.

h16:00 Intervista ad Anedone
"La superfice delle cose" è l'esordio degli Anedone ovvero Francesco Martinello, cantante polistrumentista e autore delle canzoni. Il rumore della parola che diventa ora cullante, ora spigoloso, ora commuovente. Le radici che bisogna tenersi e con cui partire.

h16:30 Intervista ai Franti MM
Stefano Giaccone, cantante e musicista molto attivo, co-fondatore (insieme a Lalli) dei Franti negli anni 80, ci racconta dei Franti MM, un gruppo nato in questi ultimi anni dal vivo come gruppo aperto e adesso raggiunta la formazione stabile con Gianluca Della Torca e Giovanna Mais, diventa attivo per pubblicare album in studio. Un disco figlio dei Franti e del loro meraviglioso cuore combattente.

Francesca Ognibene

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<![CDATA[Calibro 35 - Momentum, sulla strada dell’urgenza]]>

Un album come Momentum è difficile da comunicare ai fan se la band si è affermata con un preciso sound, soprattutto in Italia dove il pubblico cambia con difficoltà opinione. Ma mi fido degli ascoltatori dei Calibro 35: ritengo siano differenti perché educati alla musica di qualità, e quindi abbiano la capacità di seguire il gruppo nelle sue presenti e future evoluzioni.

Momentum è un lavoro di fatto oltre che di parola, coglie appieno l'attuale momento storico musicale, facendo sue onde e influenze che stanno cambiando la scena mondiale. Probabilmente è l’Lp più a fuoco della band milanese dai tempi delle prime uscite proprio perché si discosta da quel che son stati, parlandoci di quel che saranno, innovano radicalmente la loro storia. Le vibes da poliziottesco, sia chiaro, nelle intercapedini del suono rimangono, ma sono inacidite, coagulate come lo sporco che esce da ognuno di noi davanti ai moderni repentini mutamenti. Fraseggia sull’umanità per esorcizzare questo lato oscuro, e nel lato jazz si respira l’atmosfera lacustre dei Portico Quartet di Isla.

Le tracce urban prendono a mano libera da quanto elaborato da Dilla, Madlib, unito ai sapori mediterranei di Fid Mella e Godblesscomputers. Diventa un rap che strizza l'occhio a quel movimento squisitamente statunitense (e capace di far numeri) promosso da Lamar, J Cole e Freddie Gibbs. Rap acculturato, se vogliamo usare questo termine, ma che non si dimentica delle origini street, legate alla strada. Così in un cerchio che si chiude torniamo alle stesse vie polverose, sporche, criminali, urbane ma ricche di tempesta ed impeto dei Poliziotteschi, come se per tutti gli artisti citati fosse l'asfalto il sommo capo a cui riferirsi lasciandosi guidare senza certezze.

L'ambiente è importante e la parte digitalizzante non manca di essere inserita nella discussione con la sorprendente Fail It Till You Make It, secondo singolo estratto ma vero brano rappresentativo dell'intera struttura geometrica di Momentum, tanto audace che pare di ascoltare i Justice di Civilization immersi in una densissima jam con un Isaac Hayes d'annata. Riferimenti troppo azzardi? No, perché se da una parte i Calibro hanno saputo fare del loro eclettismo cifra qualitativa riconosciuta nel mondo black, venendo campionati da pesi massimi, le citazioni sono utili a far scoprire al pubblico altri mondi e dimostrare le ispirazioni siano ponderate e affinate a dovere.

Qui arriviamo al motivo per cui la band può essere considerata avanguardia e metro di paragone con quanto nel Bel Paese venga musicato nei rami dell'eccellenza: il suono parla per loro, e quando la parola scorre sopra gli strumenti diventa essa stessa strumento. Le canzoni fanno immaginare giornate spese a camminare sui marciapiedi, intrisi di caffè nei bar, diggin' nei negozi di dischi; ricordano le corse fatte per essere puntuali al lavoro, la fatica di stare fino a tardi a sbrigare pratiche e i soldi guadagnati e spesi; spesi per quel live, quel disco, quella serata a prendersi una sbronza colossale; i minuti scorsi in tram fra neon baluginati slavati e sacrestie di persone in cui non ti riconosci; nelle cene di piccoli gruppi inconsistenti in bar di provincia con le spine a mezz’asta ma che sono la tua famiglia; lo stremare a fine diretta delle uggiose domeniche di dicembre svuoti di energia e pieni di essenza; la città che non dorme e sotto sempre ribolle esagitata, zampilli di lava, insonne, senza nessun culto se non quello dell'urgenza del bisogno di esserci per creare. L'orizzonte scrutato oltre l'oscurità delle viscere domicili notturni.

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<![CDATA[Intervista a Beautiful Losers]]>

Abbiamo avuto ai nostri microfoni Andrea Liuzza, fondatore dell'etichetta di musica indipendente Beautiful Losers! Si è parlato della storia della label, delle bellezze e delle difficoltà nel gestirla e di cosa vuole dire essere veramente "indipendenti" oggi.

All'inzio della chiacchierata poteste ascoltare Violé Blanc - This Time e alla fine A Red Idea - My Memories, Leptons - Great Escape, Are You Real? - We Are The Wild Things e Mått Mūn - Catalyzer.

Qui a destra potete ascoltare o scaricare il podcast!

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