<![CDATA[viola-di-grado | Sherwood - La migliore alternativa]]> https://www.sherwood.it/tags/381/viola-di-grado/articles/1 Fri, 05 Jun 2020 22:45:06 GMT Finnegan Feed Alchemist viola-di-grado | Sherwood - La migliore alternativa <![CDATA[ReadBabyRead_468_Viola_Di_Grado_13]]>

Ispirato a un fatto di cronaca che ha disorientato il mondo, Fuoco al cielo, della talentuosa scrittrice Viola Di Grado, racconta del male ubiquo che appartiene alla Storia ma che si rintana anche all'interno di ogni amore assoluto: perché la "città segreta” non è solo un luogo reale di distruzione e segregazione, ma anche il nodo più intimo e pericoloso di ogni relazione, dove i confini tra il sé e l’altro si confondono e può bastare una parola, un gesto, un grumo di silenzio per far crollare ogni cosa o metterla per sempre in salvo.

L’amore o quello che era, quella cosa forte e buia che non avevano chiesto, era di nuovo in circolo”.


ReadBabyRead #468 del 12 dicembre 2019


Viola Di Grado
Fuoco al cielo

Brani (primi 14 capitoli)

(13a e ultima parte)


per info su F. Ventimiglia e C. Tesser:

Lettura e altri crimini
iTunes podcast


voce: Francesco Ventimiglia


"Lei prende dal tavolo il coltello della carne.
Lui le afferra il polso.
Lei si divincola, digrigna i denti.
È l'11 febbraio 1996, è il pieno dell'inverno, il sole non è ancora sorto. La luce sul soffitto va e viene.
"Cosa vuoi fare con quello, eh?"
Il coltello cade a terra con un rumore gelido, poi ritorna il silenzio. Lui si muove a tentoni, sbanda contro il cassetto. Lo apre, cerca una candela, non la trova. Lei raccoglie il coltello e lo punta contro se stessa, al collo, rovescia la testa come un animale sedato. Lui cerca di prenderglielo dalle mani, ma è un gesto meccanico, lento, senza terrore. Lei lo allontana con un calcio, ma è scalza, lui fa un sorriso di scherno, un ghigno che mette in mostra gli impianti sui molari e tutta la sua faccia diventa immobile e crudele.
Lui rimane lì fermo a guardarla - gli occhi grigi invasati, le dita con lo smalto scrostato, strette al manico di legno - come se volesse davvero vederla portare a termine l’operazione."


L’amore nella terra guasta 

Su Fuoco al cielo di Viola Di Grado


Muslyumovo, negli Urali del sud, è uno dei posti più radioattivi al mondo. Per anni, le scorie nucleari prodotte dal vicino impianto di Mayak sono state gettate nel vicino fiume Techla, da sempre utilizzato dalla popolazione per bere, lavarsi, irrigare i campi, pescare, fare il bagno d’estate. Nel 1957 un incidente a Mayak ha contaminato un’area all’incirca di 20.000 chilometri quadrati; una tragedia nucleare seconda solo a Chernobyl, che spinse le autorità sovietiche a mantenere il segreto su quanto stava succedendo nei dintorni della loro centrale nucleare e a creare una vera e propria “città segreta” i cui abitanti erano pagati per mantenere il silenzio sull’accaduto. La nuova Muslyumovo sorge a pochi chilometri dalla vecchia; i suoi abitanti ricevono un sussidio dal governo, ma la media dei malati di cancro è molto più alta della media nazionale e altissima è la percentuale di bambini che nascono con difetti congeniti o ritardi mentali.

Tamara e Vladimir vivono insieme a Muslyumovo, che come tutti i villaggi intorno alla città segreta è un villaggio chiuso. Vladimir è un infermiere che viene da Mosca e dopo aver incontrato Tamara ha scelto di restare malgrado le radiazioni. Tamara ha perso i genitori molti anni prima; i suoi genitori dragavano il fiume e si sono ammalati, lei è sopravvissuta. Tamara insegnava scienze nella scuola di Muslyumovo: dopo aver incontrato Vladimir ha smesso, e adesso la scuola è in stato di abbandono, le piante crescono tra le assi del pavimento. Tamara e Vladimir sono i protagonisti di Fuoco al cielo, l’ultimo romanzo di Viola Di Grado (La nave di Teseo, pp. 233, 19 euro), e finora il più estremo, il più radicale.

Cercando notizie su Muslyumovo, mi sono imbattuta in una foto di Robert Del Tredici che ritrae un gruppo di ragazze del villaggio. Sono eleganti, un po’ rétro, guardano con aria preoccupata altrove rispetto all’obiettivo tranne una, magra, dal volto affilato, che guarda dritto in camera. Qualche anno fa un altro fotografo, Robert Polidori, fece un importante reportage nella zona d’esclusione di Chernobyl, i trenta chilometri attorno alla centrale da cui la presenza umana è stata bandita. Quello che le foto di Polidori mostrano è un prevedibile paesaggio di case, scuole e luoghi di ritrovo abbandonati; quello che non mostrano è come la natura – lupo grigio, lontra, aquila americana, specie animali da tempo scomparse da quei luoghi – abbiano ricominciato a ripopolare la zona d’esclusione, decretando di fatto una rivincita della natura. Tamara e Vladimir si amano come due sopravvissuti all’umanità, come due che sanno che non c’è più spazio per un amore sano in una terra guasta.

Vladimir doveva saperlo. Doveva saperlo, Cristo santo. Nel suo corpo non poteva crescere niente di buono. Il suo corpo aveva il DNA marcio, era come un vecchio stupido albero, abbandonato dal sole e dalla terra, un albero che aveva succhiato plutonio tutta la vita. E poi aveva trentanove anni”.

Nel Novecento, l’archetipo della terra malata era La terra desolata di Eliot, con il senso di minaccia di cui si fa portavoce l’indovino Tiresia, l’uomo-donna veggente cieco capace di predire il futuro. C’è un cieco anche qui, l’ex direttrice dell’orfanotrofio accecata dal diabete. Rimasta anche lei per amore nel villaggio, cominciò a sognare “ombre nere che riempivano le strade”, e diventò lo spauracchio dei bambini, che la scambiavano per un fantasma.

Per Tamara e Vladimir il punto di non ritorno è la nascita di un bambino nato morto di Tamara, che all’inizio è riluttante ad accettare la gravidanza, ma dopo la morte del neonato non riesce ad elaborarne la perdita. Smarrita negli incubi e infragilita, trova nella foresta un essere mostruoso e inizia a prendersi cura di lui, fino al tragico epilogo. L’amore nella terra guasta è così, produce frutti che provocano insieme gioia e spavento.

Dopo un mese Vladimir le chiese di trasferirsi da lui, ma lei disse: “Assolutamente no”. Voleva restare nella casa in cui era cresciuta, in cui sua madre le aveva raccontato la sua ultima favola della buonanotte, quella del corvo che rivela agli inuit che nel resto del mondo esiste la luce. Nella casa vicina al cimitero, così suo padre e sua madre non erano mai veramente lontani e le sue preghiere notturne arrivavano a loro tutte intere. L’ultimo giorno del 1992 Vladimir si trasferì da lei, nel quartiere vecchio, nella casa dei suoi genitori e dei suoi nonni. Una casa cadente a centocinquanta metri dal fiume maledetto, dove il vento graffiava il vetro sottile delle finestre e il pattume radioattivo saliva dal fondo dell’acqua, rimestato dalle vacche che ci andavano a bere.
[…] Si trasferì e non se ne andò più. Quando lei usciva per andare al lavoro, il fondotinta sulla faccia, l’ombretto glitterato, lui sentiva uno strappo, come se fosse tornato bambino e non avesse modo di stare solo. Sedeva sul divano, una rivista di automobili addosso, senza riuscire a leggerla, pensando alla bocca scura di Tamara e alle sue gambe lunghe, alla sua risata rauca, alle sue mani fredde, sentiva una miscela confusa che era gioia, ma non poteva saperlo, perché la gioia si riconosce solo da lontano, quand’è passata per sempre
”.

Viola Di Grado ha un enorme talento, visionario e struggente. Il libro precedente, Bambini di ferro, metteva insieme infanzia e fantascienza in modo molto originale; Fuoco al cielo viene da lì, ma va molto oltre, a partire dalla scrittura, che rispetto ai libri precedenti è rastremata ed essenziale in modo direi brutale. Leggerlo, soprattutto nella parte iniziale, è stata una vera sofferenza fisica: Fuoco al cielo è un libro che fa male al lettore (ricordati l’ascia di Kafka, mi ha detto giustamente l’autrice). Mi sono fatta forza nonostante il disagio fisico, sempre tenendo in mente l’ascia di Kafka, ma il disagio non è diminuito, segno di un’ascia andata perfettamente a segno. D’altra parte, anche Kafka è una medicina amara ma prodigiosa.

di Francesca Matteoni
da NAZIONE INDIANA (nazioneindiana.com), 10 aprile 2019


Le Musiche, scelte da Claudio Tesser

Joy Division, Love Will Tear Us Apart [Joy Division]
The National, Her Father In The Pool [Bryce Dessner]
Joy Division, The Eternal [Joy Division]
The Knife, A Tooth For An Eye [The Knife]
The National, Oblivions [Bryce Dessner/Aaron Dessner]
The Knife, Stay Out Of Here [The Knife]
Joy Division, She's Lost Control [Joy Division]
The Knife, Old Dreams Waiting To Be Realized [The Knife]
The National, Dust Swirls In Strange Light [Bryce Dessner]
Trepaneringsritualen, V
V V [Trepaneringsritualen]
Jóhann Jóhannsson, A Model Of The Universe [Jóhann Jóhannsson]
The National, Not In Kansas [Aaron Dessner/Anne Eickelberg/Mark Davies/Hugh Swarts/Jay Paget/Brian Hageman]
The National, Her Father In The Pool [Bryce Dessner]
The Knife, A Cherry On Top [The Knife]
The Knife, Ready To Lose [The Knife]
Joy Division, Atrocity Exhibition [Joy Division]
The Knife, Full of Fire [The Knife]
The National, Dust Swirls In Strange Light [Bryce Dessner]
The National, Hey Rosey [Aaron Dessner]
The Knife, Raging Lung [The Knife]
The National, Underwater [Aaron Dessner]
The Knife, Networking [The Knife]
Joy Division, Passover [Joy Division]
Trepaneringsritualen, An Immaculate Body Of Wate [Trepaneringsritualen]
TRIBALISM3 (Yann Joussein, Luca Ventimiglia, Olivia Scemama), 5553 [Yann Joussein]
Joy Division, Decades [Joy Division]
The Knife, Wrap Your Arms Around Me [The Knife]
The Knife, Without You My Life Would Be Boring [The Knife]
Joy Division, Twenty Four Hours [Joy Division]
The National, Oblivions [Bryce Dessner]
FKA twigs, Preface [Tahliah Debrett Barnett]
FKA twigs, Lights On [Tahliah Debrett Barnett]
The National, Sleep Well Beast [Aaron Dessner/Matt Berninger]
The Knife, Crake [The Knife]
The National, I'll Still Destroy You [Bryce Dessner]
The Knife, Oryx [The Knife]
The Knife, Fracking Fluid Injection [The Knife]

]]>
info@sherwood.it (Sherwood Network)
<![CDATA[ReadBabyRead_467_Viola_Di_Grado_12]]>

Ispirato a un fatto di cronaca che ha disorientato il mondo, Fuoco al cielo, della talentuosa scrittrice Viola Di Grado, racconta del male ubiquo che appartiene alla Storia ma che si rintana anche all'interno di ogni amore assoluto: perché la "città segreta” non è solo un luogo reale di distruzione e segregazione, ma anche il nodo più intimo e pericoloso di ogni relazione, dove i confini tra il sé e l’altro si confondono e può bastare una parola, un gesto, un grumo di silenzio per far crollare ogni cosa o metterla per sempre in salvo.

L’amore o quello che era, quella cosa forte e buia che non avevano chiesto, era di nuovo in circolo”.


ReadBabyRead #467 del 5 dicembre 2019


Viola Di Grado
Fuoco al cielo

Brani (primi 14 capitoli)

(12a parte)


per info su F. Ventimiglia e C. Tesser:

Lettura e altri crimini
iTunes podcast


voce: Francesco Ventimiglia


"Lei prende dal tavolo il coltello della carne.
Lui le afferra il polso.
Lei si divincola, digrigna i denti.
È l'11 febbraio 1996, è il pieno dell'inverno, il sole non è ancora sorto. La luce sul soffitto va e viene.
"Cosa vuoi fare con quello, eh?"
Il coltello cade a terra con un rumore gelido, poi ritorna il silenzio. Lui si muove a tentoni, sbanda contro il cassetto. Lo apre, cerca una candela, non la trova. Lei raccoglie il coltello e lo punta contro se stessa, al collo, rovescia la testa come un animale sedato. Lui cerca di prenderglielo dalle mani, ma è un gesto meccanico, lento, senza terrore. Lei lo allontana con un calcio, ma è scalza, lui fa un sorriso di scherno, un ghigno che mette in mostra gli impianti sui molari e tutta la sua faccia diventa immobile e crudele.
Lui rimane lì fermo a guardarla - gli occhi grigi invasati, le dita con lo smalto scrostato, strette al manico di legno - come se volesse davvero vederla portare a termine l’operazione."


L’amore nella terra guasta 

Su Fuoco al cielo di Viola Di Grado


Muslyumovo, negli Urali del sud, è uno dei posti più radioattivi al mondo. Per anni, le scorie nucleari prodotte dal vicino impianto di Mayak sono state gettate nel vicino fiume Techla, da sempre utilizzato dalla popolazione per bere, lavarsi, irrigare i campi, pescare, fare il bagno d’estate. Nel 1957 un incidente a Mayak ha contaminato un’area all’incirca di 20.000 chilometri quadrati; una tragedia nucleare seconda solo a Chernobyl, che spinse le autorità sovietiche a mantenere il segreto su quanto stava succedendo nei dintorni della loro centrale nucleare e a creare una vera e propria “città segreta” i cui abitanti erano pagati per mantenere il silenzio sull’accaduto. La nuova Muslyumovo sorge a pochi chilometri dalla vecchia; i suoi abitanti ricevono un sussidio dal governo, ma la media dei malati di cancro è molto più alta della media nazionale e altissima è la percentuale di bambini che nascono con difetti congeniti o ritardi mentali.

Tamara e Vladimir vivono insieme a Muslyumovo, che come tutti i villaggi intorno alla città segreta è un villaggio chiuso. Vladimir è un infermiere che viene da Mosca e dopo aver incontrato Tamara ha scelto di restare malgrado le radiazioni. Tamara ha perso i genitori molti anni prima; i suoi genitori dragavano il fiume e si sono ammalati, lei è sopravvissuta. Tamara insegnava scienze nella scuola di Muslyumovo: dopo aver incontrato Vladimir ha smesso, e adesso la scuola è in stato di abbandono, le piante crescono tra le assi del pavimento. Tamara e Vladimir sono i protagonisti di Fuoco al cielo, l’ultimo romanzo di Viola Di Grado (La nave di Teseo, pp. 233, 19 euro), e finora il più estremo, il più radicale.

Cercando notizie su Muslyumovo, mi sono imbattuta in una foto di Robert Del Tredici che ritrae un gruppo di ragazze del villaggio. Sono eleganti, un po’ rétro, guardano con aria preoccupata altrove rispetto all’obiettivo tranne una, magra, dal volto affilato, che guarda dritto in camera. Qualche anno fa un altro fotografo, Robert Polidori, fece un importante reportage nella zona d’esclusione di Chernobyl, i trenta chilometri attorno alla centrale da cui la presenza umana è stata bandita. Quello che le foto di Polidori mostrano è un prevedibile paesaggio di case, scuole e luoghi di ritrovo abbandonati; quello che non mostrano è come la natura – lupo grigio, lontra, aquila americana, specie animali da tempo scomparse da quei luoghi – abbiano ricominciato a ripopolare la zona d’esclusione, decretando di fatto una rivincita della natura. Tamara e Vladimir si amano come due sopravvissuti all’umanità, come due che sanno che non c’è più spazio per un amore sano in una terra guasta.

Vladimir doveva saperlo. Doveva saperlo, Cristo santo. Nel suo corpo non poteva crescere niente di buono. Il suo corpo aveva il DNA marcio, era come un vecchio stupido albero, abbandonato dal sole e dalla terra, un albero che aveva succhiato plutonio tutta la vita. E poi aveva trentanove anni”.

Nel Novecento, l’archetipo della terra malata era La terra desolata di Eliot, con il senso di minaccia di cui si fa portavoce l’indovino Tiresia, l’uomo-donna veggente cieco capace di predire il futuro. C’è un cieco anche qui, l’ex direttrice dell’orfanotrofio accecata dal diabete. Rimasta anche lei per amore nel villaggio, cominciò a sognare “ombre nere che riempivano le strade”, e diventò lo spauracchio dei bambini, che la scambiavano per un fantasma.

Per Tamara e Vladimir il punto di non ritorno è la nascita di un bambino nato morto di Tamara, che all’inizio è riluttante ad accettare la gravidanza, ma dopo la morte del neonato non riesce ad elaborarne la perdita. Smarrita negli incubi e infragilita, trova nella foresta un essere mostruoso e inizia a prendersi cura di lui, fino al tragico epilogo. L’amore nella terra guasta è così, produce frutti che provocano insieme gioia e spavento.

Dopo un mese Vladimir le chiese di trasferirsi da lui, ma lei disse: “Assolutamente no”. Voleva restare nella casa in cui era cresciuta, in cui sua madre le aveva raccontato la sua ultima favola della buonanotte, quella del corvo che rivela agli inuit che nel resto del mondo esiste la luce. Nella casa vicina al cimitero, così suo padre e sua madre non erano mai veramente lontani e le sue preghiere notturne arrivavano a loro tutte intere. L’ultimo giorno del 1992 Vladimir si trasferì da lei, nel quartiere vecchio, nella casa dei suoi genitori e dei suoi nonni. Una casa cadente a centocinquanta metri dal fiume maledetto, dove il vento graffiava il vetro sottile delle finestre e il pattume radioattivo saliva dal fondo dell’acqua, rimestato dalle vacche che ci andavano a bere.
[…] Si trasferì e non se ne andò più. Quando lei usciva per andare al lavoro, il fondotinta sulla faccia, l’ombretto glitterato, lui sentiva uno strappo, come se fosse tornato bambino e non avesse modo di stare solo. Sedeva sul divano, una rivista di automobili addosso, senza riuscire a leggerla, pensando alla bocca scura di Tamara e alle sue gambe lunghe, alla sua risata rauca, alle sue mani fredde, sentiva una miscela confusa che era gioia, ma non poteva saperlo, perché la gioia si riconosce solo da lontano, quand’è passata per sempre
”.

Viola Di Grado ha un enorme talento, visionario e struggente. Il libro precedente, Bambini di ferro, metteva insieme infanzia e fantascienza in modo molto originale; Fuoco al cielo viene da lì, ma va molto oltre, a partire dalla scrittura, che rispetto ai libri precedenti è rastremata ed essenziale in modo direi brutale. Leggerlo, soprattutto nella parte iniziale, è stata una vera sofferenza fisica: Fuoco al cielo è un libro che fa male al lettore (ricordati l’ascia di Kafka, mi ha detto giustamente l’autrice). Mi sono fatta forza nonostante il disagio fisico, sempre tenendo in mente l’ascia di Kafka, ma il disagio non è diminuito, segno di un’ascia andata perfettamente a segno. D’altra parte, anche Kafka è una medicina amara ma prodigiosa.

di Francesca Matteoni
da NAZIONE INDIANA (nazioneindiana.com), 10 aprile 2019


Le Musiche, scelte da Claudio Tesser

Joy Division, Love Will Tear Us Apart [Joy Division]
The National, Her Father In The Pool [Bryce Dessner]
Joy Division, The Eternal [Joy Division]
The Knife, A Tooth For An Eye [The Knife]
The National, Oblivions [Bryce Dessner/Aaron Dessner]
The Knife, Stay Out Of Here [The Knife]
Joy Division, She's Lost Control [Joy Division]
The Knife, Old Dreams Waiting To Be Realized [The Knife]
The National, Dust Swirls In Strange Light [Bryce Dessner]
Trepaneringsritualen, V
V V [Trepaneringsritualen]
Jóhann Jóhannsson, A Model Of The Universe [Jóhann Jóhannsson]
The National, Not In Kansas [Aaron Dessner/Anne Eickelberg/Mark Davies/Hugh Swarts/Jay Paget/Brian Hageman]
The National, Her Father In The Pool [Bryce Dessner]
The Knife, A Cherry On Top [The Knife]
The Knife, Ready To Lose [The Knife]
Joy Division, Atrocity Exhibition [Joy Division]
The Knife, Full of Fire [The Knife]
The National, Dust Swirls In Strange Light [Bryce Dessner]
The National, Hey Rosey [Aaron Dessner]
The Knife, Raging Lung [The Knife]
The National, Underwater [Aaron Dessner]
The Knife, Networking [The Knife]
Joy Division, Passover [Joy Division]
Trepaneringsritualen, An Immaculate Body Of Wate [Trepaneringsritualen]
TRIBALISM3 (Yann Joussein, Luca Ventimiglia, Olivia Scemama), 5553 [Yann Joussein]
Joy Division, Decades [Joy Division]
The Knife, Wrap Your Arms Around Me [The Knife]
The Knife, Without You My Life Would Be Boring [The Knife]
Joy Division, Twenty Four Hours [Joy Division]
The National, Oblivions [Bryce Dessner]
FKA twigs, Preface [Tahliah Debrett Barnett]
FKA twigs, Lights On [Tahliah Debrett Barnett]
The National, Sleep Well Beast [Aaron Dessner/Matt Berninger]
The Knife, Crake [The Knife]
The National, I'll Still Destroy You [Bryce Dessner]
The Knife, Oryx [The Knife]
The Knife, Fracking Fluid Injection [The Knife]

]]>
info@sherwood.it (Sherwood Network)
<![CDATA[ReadBabyRead_466_Viola_Di_Grado_11]]>

Ispirato a un fatto di cronaca che ha disorientato il mondo, Fuoco al cielo, della talentuosa scrittrice Viola Di Grado, racconta del male ubiquo che appartiene alla Storia ma che si rintana anche all'interno di ogni amore assoluto: perché la "città segreta” non è solo un luogo reale di distruzione e segregazione, ma anche il nodo più intimo e pericoloso di ogni relazione, dove i confini tra il sé e l’altro si confondono e può bastare una parola, un gesto, un grumo di silenzio per far crollare ogni cosa o metterla per sempre in salvo.

L’amore o quello che era, quella cosa forte e buia che non avevano chiesto, era di nuovo in circolo”.


ReadBabyRead #466 del 28 novembre 2019


Viola Di Grado
Fuoco al cielo

Brani (primi 14 capitoli)

(11a parte)


per info su F. Ventimiglia e C. Tesser:

Lettura e altri crimini
iTunes podcast


voce: Francesco Ventimiglia


"Lei prende dal tavolo il coltello della carne.
Lui le afferra il polso.
Lei si divincola, digrigna i denti.
È l'11 febbraio 1996, è il pieno dell'inverno, il sole non è ancora sorto. La luce sul soffitto va e viene.
"Cosa vuoi fare con quello, eh?"
Il coltello cade a terra con un rumore gelido, poi ritorna il silenzio. Lui si muove a tentoni, sbanda contro il cassetto. Lo apre, cerca una candela, non la trova. Lei raccoglie il coltello e lo punta contro se stessa, al collo, rovescia la testa come un animale sedato. Lui cerca di prenderglielo dalle mani, ma è un gesto meccanico, lento, senza terrore. Lei lo allontana con un calcio, ma è scalza, lui fa un sorriso di scherno, un ghigno che mette in mostra gli impianti sui molari e tutta la sua faccia diventa immobile e crudele.
Lui rimane lì fermo a guardarla - gli occhi grigi invasati, le dita con lo smalto scrostato, strette al manico di legno - come se volesse davvero vederla portare a termine l’operazione."


L’amore nella terra guasta 

Su Fuoco al cielo di Viola Di Grado


Muslyumovo, negli Urali del sud, è uno dei posti più radioattivi al mondo. Per anni, le scorie nucleari prodotte dal vicino impianto di Mayak sono state gettate nel vicino fiume Techla, da sempre utilizzato dalla popolazione per bere, lavarsi, irrigare i campi, pescare, fare il bagno d’estate. Nel 1957 un incidente a Mayak ha contaminato un’area all’incirca di 20.000 chilometri quadrati; una tragedia nucleare seconda solo a Chernobyl, che spinse le autorità sovietiche a mantenere il segreto su quanto stava succedendo nei dintorni della loro centrale nucleare e a creare una vera e propria “città segreta” i cui abitanti erano pagati per mantenere il silenzio sull’accaduto. La nuova Muslyumovo sorge a pochi chilometri dalla vecchia; i suoi abitanti ricevono un sussidio dal governo, ma la media dei malati di cancro è molto più alta della media nazionale e altissima è la percentuale di bambini che nascono con difetti congeniti o ritardi mentali.

Tamara e Vladimir vivono insieme a Muslyumovo, che come tutti i villaggi intorno alla città segreta è un villaggio chiuso. Vladimir è un infermiere che viene da Mosca e dopo aver incontrato Tamara ha scelto di restare malgrado le radiazioni. Tamara ha perso i genitori molti anni prima; i suoi genitori dragavano il fiume e si sono ammalati, lei è sopravvissuta. Tamara insegnava scienze nella scuola di Muslyumovo: dopo aver incontrato Vladimir ha smesso, e adesso la scuola è in stato di abbandono, le piante crescono tra le assi del pavimento. Tamara e Vladimir sono i protagonisti di Fuoco al cielo, l’ultimo romanzo di Viola Di Grado (La nave di Teseo, pp. 233, 19 euro), e finora il più estremo, il più radicale.

Cercando notizie su Muslyumovo, mi sono imbattuta in una foto di Robert Del Tredici che ritrae un gruppo di ragazze del villaggio. Sono eleganti, un po’ rétro, guardano con aria preoccupata altrove rispetto all’obiettivo tranne una, magra, dal volto affilato, che guarda dritto in camera. Qualche anno fa un altro fotografo, Robert Polidori, fece un importante reportage nella zona d’esclusione di Chernobyl, i trenta chilometri attorno alla centrale da cui la presenza umana è stata bandita. Quello che le foto di Polidori mostrano è un prevedibile paesaggio di case, scuole e luoghi di ritrovo abbandonati; quello che non mostrano è come la natura – lupo grigio, lontra, aquila americana, specie animali da tempo scomparse da quei luoghi – abbiano ricominciato a ripopolare la zona d’esclusione, decretando di fatto una rivincita della natura. Tamara e Vladimir si amano come due sopravvissuti all’umanità, come due che sanno che non c’è più spazio per un amore sano in una terra guasta.

Vladimir doveva saperlo. Doveva saperlo, Cristo santo. Nel suo corpo non poteva crescere niente di buono. Il suo corpo aveva il DNA marcio, era come un vecchio stupido albero, abbandonato dal sole e dalla terra, un albero che aveva succhiato plutonio tutta la vita. E poi aveva trentanove anni”.

Nel Novecento, l’archetipo della terra malata era La terra desolata di Eliot, con il senso di minaccia di cui si fa portavoce l’indovino Tiresia, l’uomo-donna veggente cieco capace di predire il futuro. C’è un cieco anche qui, l’ex direttrice dell’orfanotrofio accecata dal diabete. Rimasta anche lei per amore nel villaggio, cominciò a sognare “ombre nere che riempivano le strade”, e diventò lo spauracchio dei bambini, che la scambiavano per un fantasma.

Per Tamara e Vladimir il punto di non ritorno è la nascita di un bambino nato morto di Tamara, che all’inizio è riluttante ad accettare la gravidanza, ma dopo la morte del neonato non riesce ad elaborarne la perdita. Smarrita negli incubi e infragilita, trova nella foresta un essere mostruoso e inizia a prendersi cura di lui, fino al tragico epilogo. L’amore nella terra guasta è così, produce frutti che provocano insieme gioia e spavento.

Dopo un mese Vladimir le chiese di trasferirsi da lui, ma lei disse: “Assolutamente no”. Voleva restare nella casa in cui era cresciuta, in cui sua madre le aveva raccontato la sua ultima favola della buonanotte, quella del corvo che rivela agli inuit che nel resto del mondo esiste la luce. Nella casa vicina al cimitero, così suo padre e sua madre non erano mai veramente lontani e le sue preghiere notturne arrivavano a loro tutte intere. L’ultimo giorno del 1992 Vladimir si trasferì da lei, nel quartiere vecchio, nella casa dei suoi genitori e dei suoi nonni. Una casa cadente a centocinquanta metri dal fiume maledetto, dove il vento graffiava il vetro sottile delle finestre e il pattume radioattivo saliva dal fondo dell’acqua, rimestato dalle vacche che ci andavano a bere.
[…] Si trasferì e non se ne andò più. Quando lei usciva per andare al lavoro, il fondotinta sulla faccia, l’ombretto glitterato, lui sentiva uno strappo, come se fosse tornato bambino e non avesse modo di stare solo. Sedeva sul divano, una rivista di automobili addosso, senza riuscire a leggerla, pensando alla bocca scura di Tamara e alle sue gambe lunghe, alla sua risata rauca, alle sue mani fredde, sentiva una miscela confusa che era gioia, ma non poteva saperlo, perché la gioia si riconosce solo da lontano, quand’è passata per sempre
”.

Viola Di Grado ha un enorme talento, visionario e struggente. Il libro precedente, Bambini di ferro, metteva insieme infanzia e fantascienza in modo molto originale; Fuoco al cielo viene da lì, ma va molto oltre, a partire dalla scrittura, che rispetto ai libri precedenti è rastremata ed essenziale in modo direi brutale. Leggerlo, soprattutto nella parte iniziale, è stata una vera sofferenza fisica: Fuoco al cielo è un libro che fa male al lettore (ricordati l’ascia di Kafka, mi ha detto giustamente l’autrice). Mi sono fatta forza nonostante il disagio fisico, sempre tenendo in mente l’ascia di Kafka, ma il disagio non è diminuito, segno di un’ascia andata perfettamente a segno. D’altra parte, anche Kafka è una medicina amara ma prodigiosa.

di Francesca Matteoni
da NAZIONE INDIANA (nazioneindiana.com), 10 aprile 2019


Le Musiche, scelte da Claudio Tesser

Joy Division, Love Will Tear Us Apart [Joy Division]
The National, Her Father In The Pool [Bryce Dessner]
Joy Division, The Eternal [Joy Division]
The Knife, A Tooth For An Eye [The Knife]
The National, Oblivions [Bryce Dessner/Aaron Dessner]
The Knife, Stay Out Of Here [The Knife]
Joy Division, She's Lost Control [Joy Division]
The Knife, Old Dreams Waiting To Be Realized [The Knife]
The National, Dust Swirls In Strange Light [Bryce Dessner]
Trepaneringsritualen, V
V V [Trepaneringsritualen]
Jóhann Jóhannsson, A Model Of The Universe [Jóhann Jóhannsson]
The National, Not In Kansas [Aaron Dessner/Anne Eickelberg/Mark Davies/Hugh Swarts/Jay Paget/Brian Hageman]
The National, Her Father In The Pool [Bryce Dessner]
The Knife, A Cherry On Top [The Knife]
The Knife, Ready To Lose [The Knife]
Joy Division, Atrocity Exhibition [Joy Division]
The Knife, Full of Fire [The Knife]
The National, Dust Swirls In Strange Light [Bryce Dessner]
The National, Hey Rosey [Aaron Dessner]
The Knife, Raging Lung [The Knife]
The National, Underwater [Aaron Dessner]
The Knife, Networking [The Knife]
Joy Division, Passover [Joy Division]
Trepaneringsritualen, An Immaculate Body Of Wate [Trepaneringsritualen]
TRIBALISM3 (Yann Joussein, Luca Ventimiglia, Olivia Scemama), 5553 [Yann Joussein]
Joy Division, Decades [Joy Division]
The Knife, Wrap Your Arms Around Me [The Knife]
The Knife, Without You My Life Would Be Boring [The Knife]
Joy Division, Twenty Four Hours [Joy Division]
The National, Oblivions [Bryce Dessner]
FKA twigs, Preface [Tahliah Debrett Barnett]
FKA twigs, Lights On [Tahliah Debrett Barnett]
The National, Sleep Well Beast [Aaron Dessner/Matt Berninger]
The Knife, Crake [The Knife]
The National, I'll Still Destroy You [Bryce Dessner]
The Knife, Oryx [The Knife]
The Knife, Fracking Fluid Injection [The Knife]

]]>
info@sherwood.it (Sherwood Network)
<![CDATA[ReadBabyRead_465_Viola_Di_Grado_10]]>

Ispirato a un fatto di cronaca che ha disorientato il mondo, Fuoco al cielo, della talentuosa scrittrice Viola Di Grado, racconta del male ubiquo che appartiene alla Storia ma che si rintana anche all'interno di ogni amore assoluto: perché la "città segreta” non è solo un luogo reale di distruzione e segregazione, ma anche il nodo più intimo e pericoloso di ogni relazione, dove i confini tra il sé e l’altro si confondono e può bastare una parola, un gesto, un grumo di silenzio per far crollare ogni cosa o metterla per sempre in salvo.

L’amore o quello che era, quella cosa forte e buia che non avevano chiesto, era di nuovo in circolo”.


ReadBabyRead #465 del 21 novembre 2019


Viola Di Grado
Fuoco al cielo

Brani (primi 14 capitoli)

(10a parte)


per info su F. Ventimiglia e C. Tesser:

Lettura e altri crimini
iTunes podcast


voce: Francesco Ventimiglia


"Lei prende dal tavolo il coltello della carne.
Lui le afferra il polso.
Lei si divincola, digrigna i denti.
È l'11 febbraio 1996, è il pieno dell'inverno, il sole non è ancora sorto. La luce sul soffitto va e viene.
"Cosa vuoi fare con quello, eh?"
Il coltello cade a terra con un rumore gelido, poi ritorna il silenzio. Lui si muove a tentoni, sbanda contro il cassetto. Lo apre, cerca una candela, non la trova. Lei raccoglie il coltello e lo punta contro se stessa, al collo, rovescia la testa come un animale sedato. Lui cerca di prenderglielo dalle mani, ma è un gesto meccanico, lento, senza terrore. Lei lo allontana con un calcio, ma è scalza, lui fa un sorriso di scherno, un ghigno che mette in mostra gli impianti sui molari e tutta la sua faccia diventa immobile e crudele.
Lui rimane lì fermo a guardarla - gli occhi grigi invasati, le dita con lo smalto scrostato, strette al manico di legno - come se volesse davvero vederla portare a termine l’operazione."


L’amore nella terra guasta 

Su Fuoco al cielo di Viola Di Grado


Muslyumovo, negli Urali del sud, è uno dei posti più radioattivi al mondo. Per anni, le scorie nucleari prodotte dal vicino impianto di Mayak sono state gettate nel vicino fiume Techla, da sempre utilizzato dalla popolazione per bere, lavarsi, irrigare i campi, pescare, fare il bagno d’estate. Nel 1957 un incidente a Mayak ha contaminato un’area all’incirca di 20.000 chilometri quadrati; una tragedia nucleare seconda solo a Chernobyl, che spinse le autorità sovietiche a mantenere il segreto su quanto stava succedendo nei dintorni della loro centrale nucleare e a creare una vera e propria “città segreta” i cui abitanti erano pagati per mantenere il silenzio sull’accaduto. La nuova Muslyumovo sorge a pochi chilometri dalla vecchia; i suoi abitanti ricevono un sussidio dal governo, ma la media dei malati di cancro è molto più alta della media nazionale e altissima è la percentuale di bambini che nascono con difetti congeniti o ritardi mentali.

Tamara e Vladimir vivono insieme a Muslyumovo, che come tutti i villaggi intorno alla città segreta è un villaggio chiuso. Vladimir è un infermiere che viene da Mosca e dopo aver incontrato Tamara ha scelto di restare malgrado le radiazioni. Tamara ha perso i genitori molti anni prima; i suoi genitori dragavano il fiume e si sono ammalati, lei è sopravvissuta. Tamara insegnava scienze nella scuola di Muslyumovo: dopo aver incontrato Vladimir ha smesso, e adesso la scuola è in stato di abbandono, le piante crescono tra le assi del pavimento. Tamara e Vladimir sono i protagonisti di Fuoco al cielo, l’ultimo romanzo di Viola Di Grado (La nave di Teseo, pp. 233, 19 euro), e finora il più estremo, il più radicale.

Cercando notizie su Muslyumovo, mi sono imbattuta in una foto di Robert Del Tredici che ritrae un gruppo di ragazze del villaggio. Sono eleganti, un po’ rétro, guardano con aria preoccupata altrove rispetto all’obiettivo tranne una, magra, dal volto affilato, che guarda dritto in camera. Qualche anno fa un altro fotografo, Robert Polidori, fece un importante reportage nella zona d’esclusione di Chernobyl, i trenta chilometri attorno alla centrale da cui la presenza umana è stata bandita. Quello che le foto di Polidori mostrano è un prevedibile paesaggio di case, scuole e luoghi di ritrovo abbandonati; quello che non mostrano è come la natura – lupo grigio, lontra, aquila americana, specie animali da tempo scomparse da quei luoghi – abbiano ricominciato a ripopolare la zona d’esclusione, decretando di fatto una rivincita della natura. Tamara e Vladimir si amano come due sopravvissuti all’umanità, come due che sanno che non c’è più spazio per un amore sano in una terra guasta.

Vladimir doveva saperlo. Doveva saperlo, Cristo santo. Nel suo corpo non poteva crescere niente di buono. Il suo corpo aveva il DNA marcio, era come un vecchio stupido albero, abbandonato dal sole e dalla terra, un albero che aveva succhiato plutonio tutta la vita. E poi aveva trentanove anni”.

Nel Novecento, l’archetipo della terra malata era La terra desolata di Eliot, con il senso di minaccia di cui si fa portavoce l’indovino Tiresia, l’uomo-donna veggente cieco capace di predire il futuro. C’è un cieco anche qui, l’ex direttrice dell’orfanotrofio accecata dal diabete. Rimasta anche lei per amore nel villaggio, cominciò a sognare “ombre nere che riempivano le strade”, e diventò lo spauracchio dei bambini, che la scambiavano per un fantasma.

Per Tamara e Vladimir il punto di non ritorno è la nascita di un bambino nato morto di Tamara, che all’inizio è riluttante ad accettare la gravidanza, ma dopo la morte del neonato non riesce ad elaborarne la perdita. Smarrita negli incubi e infragilita, trova nella foresta un essere mostruoso e inizia a prendersi cura di lui, fino al tragico epilogo. L’amore nella terra guasta è così, produce frutti che provocano insieme gioia e spavento.

Dopo un mese Vladimir le chiese di trasferirsi da lui, ma lei disse: “Assolutamente no”. Voleva restare nella casa in cui era cresciuta, in cui sua madre le aveva raccontato la sua ultima favola della buonanotte, quella del corvo che rivela agli inuit che nel resto del mondo esiste la luce. Nella casa vicina al cimitero, così suo padre e sua madre non erano mai veramente lontani e le sue preghiere notturne arrivavano a loro tutte intere. L’ultimo giorno del 1992 Vladimir si trasferì da lei, nel quartiere vecchio, nella casa dei suoi genitori e dei suoi nonni. Una casa cadente a centocinquanta metri dal fiume maledetto, dove il vento graffiava il vetro sottile delle finestre e il pattume radioattivo saliva dal fondo dell’acqua, rimestato dalle vacche che ci andavano a bere.
[…] Si trasferì e non se ne andò più. Quando lei usciva per andare al lavoro, il fondotinta sulla faccia, l’ombretto glitterato, lui sentiva uno strappo, come se fosse tornato bambino e non avesse modo di stare solo. Sedeva sul divano, una rivista di automobili addosso, senza riuscire a leggerla, pensando alla bocca scura di Tamara e alle sue gambe lunghe, alla sua risata rauca, alle sue mani fredde, sentiva una miscela confusa che era gioia, ma non poteva saperlo, perché la gioia si riconosce solo da lontano, quand’è passata per sempre
”.

Viola Di Grado ha un enorme talento, visionario e struggente. Il libro precedente, Bambini di ferro, metteva insieme infanzia e fantascienza in modo molto originale; Fuoco al cielo viene da lì, ma va molto oltre, a partire dalla scrittura, che rispetto ai libri precedenti è rastremata ed essenziale in modo direi brutale. Leggerlo, soprattutto nella parte iniziale, è stata una vera sofferenza fisica: Fuoco al cielo è un libro che fa male al lettore (ricordati l’ascia di Kafka, mi ha detto giustamente l’autrice). Mi sono fatta forza nonostante il disagio fisico, sempre tenendo in mente l’ascia di Kafka, ma il disagio non è diminuito, segno di un’ascia andata perfettamente a segno. D’altra parte, anche Kafka è una medicina amara ma prodigiosa.

di Francesca Matteoni
da NAZIONE INDIANA (nazioneindiana.com), 10 aprile 2019


Le Musiche, scelte da Claudio Tesser

Joy Division, Love Will Tear Us Apart [Joy Division]
The National, Her Father In The Pool [Bryce Dessner]
Joy Division, The Eternal [Joy Division]
The Knife, A Tooth For An Eye [The Knife]
The National, Oblivions [Bryce Dessner/Aaron Dessner]
The Knife, Stay Out Of Here [The Knife]
Joy Division, She's Lost Control [Joy Division]
The Knife, Old Dreams Waiting To Be Realized [The Knife]
The National, Dust Swirls In Strange Light [Bryce Dessner]
Trepaneringsritualen, V
V V [Trepaneringsritualen]
Jóhann Jóhannsson, A Model Of The Universe [Jóhann Jóhannsson]
The National, Not In Kansas [Aaron Dessner/Anne Eickelberg/Mark Davies/Hugh Swarts/Jay Paget/Brian Hageman]
The National, Her Father In The Pool [Bryce Dessner]
The Knife, A Cherry On Top [The Knife]
The Knife, Ready To Lose [The Knife]
Joy Division, Atrocity Exhibition [Joy Division]
The Knife, Full of Fire [The Knife]
The National, Dust Swirls In Strange Light [Bryce Dessner]
The National, Hey Rosey [Aaron Dessner]
The Knife, Raging Lung [The Knife]
The National, Underwater [Aaron Dessner]
The Knife, Networking [The Knife]
Joy Division, Passover [Joy Division]
Trepaneringsritualen, An Immaculate Body Of Wate [Trepaneringsritualen]
TRIBALISM3 (Yann Joussein, Luca Ventimiglia, Olivia Scemama), 5553 [Yann Joussein]
Joy Division, Decades [Joy Division]
The Knife, Wrap Your Arms Around Me [The Knife]
The Knife, Without You My Life Would Be Boring [The Knife]
Joy Division, Twenty Four Hours [Joy Division]
The National, Oblivions [Bryce Dessner]
FKA twigs, Preface [Tahliah Debrett Barnett]
FKA twigs, Lights On [Tahliah Debrett Barnett]
The National, Sleep Well Beast [Aaron Dessner/Matt Berninger]
The Knife, Crake [The Knife]
The National, I'll Still Destroy You [Bryce Dessner]
The Knife, Oryx [The Knife]
The Knife, Fracking Fluid Injection [The Knife]

]]>
info@sherwood.it (Sherwood Network)
<![CDATA[ReadBabyRead_464_Viola_Di_Grado_9]]>

Ispirato a un fatto di cronaca che ha disorientato il mondo, Fuoco al cielo, della talentuosa scrittrice Viola Di Grado, racconta del male ubiquo che appartiene alla Storia ma che si rintana anche all'interno di ogni amore assoluto: perché la "città segreta” non è solo un luogo reale di distruzione e segregazione, ma anche il nodo più intimo e pericoloso di ogni relazione, dove i confini tra il sé e l’altro si confondono e può bastare una parola, un gesto, un grumo di silenzio per far crollare ogni cosa o metterla per sempre in salvo.

L’amore o quello che era, quella cosa forte e buia che non avevano chiesto, era di nuovo in circolo”.


ReadBabyRead #464 del 14 novembre 2019


Viola Di Grado
Fuoco al cielo

Brani (primi 14 capitoli)

(9a parte)


per info su F. Ventimiglia e C. Tesser:

Lettura e altri crimini
iTunes podcast


voce: Francesco Ventimiglia


"Lei prende dal tavolo il coltello della carne.
Lui le afferra il polso.
Lei si divincola, digrigna i denti.
È l'11 febbraio 1996, è il pieno dell'inverno, il sole non è ancora sorto. La luce sul soffitto va e viene.
"Cosa vuoi fare con quello, eh?"
Il coltello cade a terra con un rumore gelido, poi ritorna il silenzio. Lui si muove a tentoni, sbanda contro il cassetto. Lo apre, cerca una candela, non la trova. Lei raccoglie il coltello e lo punta contro se stessa, al collo, rovescia la testa come un animale sedato. Lui cerca di prenderglielo dalle mani, ma è un gesto meccanico, lento, senza terrore. Lei lo allontana con un calcio, ma è scalza, lui fa un sorriso di scherno, un ghigno che mette in mostra gli impianti sui molari e tutta la sua faccia diventa immobile e crudele.
Lui rimane lì fermo a guardarla - gli occhi grigi invasati, le dita con lo smalto scrostato, strette al manico di legno - come se volesse davvero vederla portare a termine l’operazione."


L’amore nella terra guasta 

Su Fuoco al cielo di Viola Di Grado


Muslyumovo, negli Urali del sud, è uno dei posti più radioattivi al mondo. Per anni, le scorie nucleari prodotte dal vicino impianto di Mayak sono state gettate nel vicino fiume Techla, da sempre utilizzato dalla popolazione per bere, lavarsi, irrigare i campi, pescare, fare il bagno d’estate. Nel 1957 un incidente a Mayak ha contaminato un’area all’incirca di 20.000 chilometri quadrati; una tragedia nucleare seconda solo a Chernobyl, che spinse le autorità sovietiche a mantenere il segreto su quanto stava succedendo nei dintorni della loro centrale nucleare e a creare una vera e propria “città segreta” i cui abitanti erano pagati per mantenere il silenzio sull’accaduto. La nuova Muslyumovo sorge a pochi chilometri dalla vecchia; i suoi abitanti ricevono un sussidio dal governo, ma la media dei malati di cancro è molto più alta della media nazionale e altissima è la percentuale di bambini che nascono con difetti congeniti o ritardi mentali.

Tamara e Vladimir vivono insieme a Muslyumovo, che come tutti i villaggi intorno alla città segreta è un villaggio chiuso. Vladimir è un infermiere che viene da Mosca e dopo aver incontrato Tamara ha scelto di restare malgrado le radiazioni. Tamara ha perso i genitori molti anni prima; i suoi genitori dragavano il fiume e si sono ammalati, lei è sopravvissuta. Tamara insegnava scienze nella scuola di Muslyumovo: dopo aver incontrato Vladimir ha smesso, e adesso la scuola è in stato di abbandono, le piante crescono tra le assi del pavimento. Tamara e Vladimir sono i protagonisti di Fuoco al cielo, l’ultimo romanzo di Viola Di Grado (La nave di Teseo, pp. 233, 19 euro), e finora il più estremo, il più radicale.

Cercando notizie su Muslyumovo, mi sono imbattuta in una foto di Robert Del Tredici che ritrae un gruppo di ragazze del villaggio. Sono eleganti, un po’ rétro, guardano con aria preoccupata altrove rispetto all’obiettivo tranne una, magra, dal volto affilato, che guarda dritto in camera. Qualche anno fa un altro fotografo, Robert Polidori, fece un importante reportage nella zona d’esclusione di Chernobyl, i trenta chilometri attorno alla centrale da cui la presenza umana è stata bandita. Quello che le foto di Polidori mostrano è un prevedibile paesaggio di case, scuole e luoghi di ritrovo abbandonati; quello che non mostrano è come la natura – lupo grigio, lontra, aquila americana, specie animali da tempo scomparse da quei luoghi – abbiano ricominciato a ripopolare la zona d’esclusione, decretando di fatto una rivincita della natura. Tamara e Vladimir si amano come due sopravvissuti all’umanità, come due che sanno che non c’è più spazio per un amore sano in una terra guasta.

Vladimir doveva saperlo. Doveva saperlo, Cristo santo. Nel suo corpo non poteva crescere niente di buono. Il suo corpo aveva il DNA marcio, era come un vecchio stupido albero, abbandonato dal sole e dalla terra, un albero che aveva succhiato plutonio tutta la vita. E poi aveva trentanove anni”.

Nel Novecento, l’archetipo della terra malata era La terra desolata di Eliot, con il senso di minaccia di cui si fa portavoce l’indovino Tiresia, l’uomo-donna veggente cieco capace di predire il futuro. C’è un cieco anche qui, l’ex direttrice dell’orfanotrofio accecata dal diabete. Rimasta anche lei per amore nel villaggio, cominciò a sognare “ombre nere che riempivano le strade”, e diventò lo spauracchio dei bambini, che la scambiavano per un fantasma.

Per Tamara e Vladimir il punto di non ritorno è la nascita di un bambino nato morto di Tamara, che all’inizio è riluttante ad accettare la gravidanza, ma dopo la morte del neonato non riesce ad elaborarne la perdita. Smarrita negli incubi e infragilita, trova nella foresta un essere mostruoso e inizia a prendersi cura di lui, fino al tragico epilogo. L’amore nella terra guasta è così, produce frutti che provocano insieme gioia e spavento.

Dopo un mese Vladimir le chiese di trasferirsi da lui, ma lei disse: “Assolutamente no”. Voleva restare nella casa in cui era cresciuta, in cui sua madre le aveva raccontato la sua ultima favola della buonanotte, quella del corvo che rivela agli inuit che nel resto del mondo esiste la luce. Nella casa vicina al cimitero, così suo padre e sua madre non erano mai veramente lontani e le sue preghiere notturne arrivavano a loro tutte intere. L’ultimo giorno del 1992 Vladimir si trasferì da lei, nel quartiere vecchio, nella casa dei suoi genitori e dei suoi nonni. Una casa cadente a centocinquanta metri dal fiume maledetto, dove il vento graffiava il vetro sottile delle finestre e il pattume radioattivo saliva dal fondo dell’acqua, rimestato dalle vacche che ci andavano a bere.
[…] Si trasferì e non se ne andò più. Quando lei usciva per andare al lavoro, il fondotinta sulla faccia, l’ombretto glitterato, lui sentiva uno strappo, come se fosse tornato bambino e non avesse modo di stare solo. Sedeva sul divano, una rivista di automobili addosso, senza riuscire a leggerla, pensando alla bocca scura di Tamara e alle sue gambe lunghe, alla sua risata rauca, alle sue mani fredde, sentiva una miscela confusa che era gioia, ma non poteva saperlo, perché la gioia si riconosce solo da lontano, quand’è passata per sempre
”.

Viola Di Grado ha un enorme talento, visionario e struggente. Il libro precedente, Bambini di ferro, metteva insieme infanzia e fantascienza in modo molto originale; Fuoco al cielo viene da lì, ma va molto oltre, a partire dalla scrittura, che rispetto ai libri precedenti è rastremata ed essenziale in modo direi brutale. Leggerlo, soprattutto nella parte iniziale, è stata una vera sofferenza fisica: Fuoco al cielo è un libro che fa male al lettore (ricordati l’ascia di Kafka, mi ha detto giustamente l’autrice). Mi sono fatta forza nonostante il disagio fisico, sempre tenendo in mente l’ascia di Kafka, ma il disagio non è diminuito, segno di un’ascia andata perfettamente a segno. D’altra parte, anche Kafka è una medicina amara ma prodigiosa.

di Francesca Matteoni
da NAZIONE INDIANA (nazioneindiana.com), 10 aprile 2019


Le Musiche, scelte da Claudio Tesser

Joy Division, Love Will Tear Us Apart [Joy Division]
The National, Her Father In The Pool [Bryce Dessner]
Joy Division, The Eternal [Joy Division]
The Knife, A Tooth For An Eye [The Knife]
The National, Oblivions [Bryce Dessner/Aaron Dessner]
The Knife, Stay Out Of Here [The Knife]
Joy Division, She's Lost Control [Joy Division]
The Knife, Old Dreams Waiting To Be Realized [The Knife]
The National, Dust Swirls In Strange Light [Bryce Dessner]
Trepaneringsritualen, V
V V [Trepaneringsritualen]
Jóhann Jóhannsson, A Model Of The Universe [Jóhann Jóhannsson]
The National, Not In Kansas [Aaron Dessner/Anne Eickelberg/Mark Davies/Hugh Swarts/Jay Paget/Brian Hageman]
The National, Her Father In The Pool [Bryce Dessner]
The Knife, A Cherry On Top [The Knife]
The Knife, Ready To Lose [The Knife]
Joy Division, Atrocity Exhibition [Joy Division]
The Knife, Full of Fire [The Knife]
The National, Dust Swirls In Strange Light [Bryce Dessner]
The National, Hey Rosey [Aaron Dessner]
The Knife, Raging Lung [The Knife]
The National, Underwater [Aaron Dessner]
The Knife, Networking [The Knife]
Joy Division, Passover [Joy Division]
Trepaneringsritualen, An Immaculate Body Of Wate [Trepaneringsritualen]
TRIBALISM3 (Yann Joussein, Luca Ventimiglia, Olivia Scemama), 5553 [Yann Joussein]
Joy Division, Decades [Joy Division]
The Knife, Wrap Your Arms Around Me [The Knife]
The Knife, Without You My Life Would Be Boring [The Knife]
Joy Division, Twenty Four Hours [Joy Division]
The National, Oblivions [Bryce Dessner]
FKA twigs, Preface [Tahliah Debrett Barnett]
FKA twigs, Lights On [Tahliah Debrett Barnett]
The National, Sleep Well Beast [Aaron Dessner/Matt Berninger]
The Knife, Crake [The Knife]
The National, I'll Still Destroy You [Bryce Dessner]
The Knife, Oryx [The Knife]
The Knife, Fracking Fluid Injection [The Knife]

]]>
info@sherwood.it (Sherwood Network)
<![CDATA[ReadBabyRead_463_Viola_Di_Grado_8]]>

Ispirato a un fatto di cronaca che ha disorientato il mondo, Fuoco al cielo, della talentuosa scrittrice Viola Di Grado, racconta del male ubiquo che appartiene alla Storia ma che si rintana anche all'interno di ogni amore assoluto: perché la "città segreta” non è solo un luogo reale di distruzione e segregazione, ma anche il nodo più intimo e pericoloso di ogni relazione, dove i confini tra il sé e l’altro si confondono e può bastare una parola, un gesto, un grumo di silenzio per far crollare ogni cosa o metterla per sempre in salvo.
L’amore o quello che era, quella cosa forte e buia che non avevano chiesto, era di nuovo in circolo”.


ReadBabyRead #463 del 7 novembre 2019


Viola Di Grado
Fuoco al cielo

Brani (primi 14 capitoli)

(8a parte)


per info su F. Ventimiglia e C. Tesser:

Lettura e altri crimini
iTunes podcast


voce: Francesco Ventimiglia


"Lei prende dal tavolo il coltello della carne.
Lui le afferra il polso.
Lei si divincola, digrigna i denti.
È l'11 febbraio 1996, è il pieno dell'inverno, il sole non è ancora sorto. La luce sul soffitto va e viene.
"Cosa vuoi fare con quello, eh?"
Il coltello cade a terra con un rumore gelido, poi ritorna il silenzio. Lui si muove a tentoni, sbanda contro il cassetto. Lo apre, cerca una candela, non la trova. Lei raccoglie il coltello e lo punta contro se stessa, al collo, rovescia la testa come un animale sedato. Lui cerca di prenderglielo dalle mani, ma è un gesto meccanico, lento, senza terrore. Lei lo allontana con un calcio, ma è scalza, lui fa un sorriso di scherno, un ghigno che mette in mostra gli impianti sui molari e tutta la sua faccia diventa immobile e crudele.
Lui rimane lì fermo a guardarla - gli occhi grigi invasati, le dita con lo smalto scrostato, strette al manico di legno - come se volesse davvero vederla portare a termine l’operazione."


L’amore nella terra guasta 

Su Fuoco al cielo di Viola Di Grado


Muslyumovo, negli Urali del sud, è uno dei posti più radioattivi al mondo. Per anni, le scorie nucleari prodotte dal vicino impianto di Mayak sono state gettate nel vicino fiume Techla, da sempre utilizzato dalla popolazione per bere, lavarsi, irrigare i campi, pescare, fare il bagno d’estate. Nel 1957 un incidente a Mayak ha contaminato un’area all’incirca di 20.000 chilometri quadrati; una tragedia nucleare seconda solo a Chernobyl, che spinse le autorità sovietiche a mantenere il segreto su quanto stava succedendo nei dintorni della loro centrale nucleare e a creare una vera e propria “città segreta” i cui abitanti erano pagati per mantenere il silenzio sull’accaduto. La nuova Muslyumovo sorge a pochi chilometri dalla vecchia; i suoi abitanti ricevono un sussidio dal governo, ma la media dei malati di cancro è molto più alta della media nazionale e altissima è la percentuale di bambini che nascono con difetti congeniti o ritardi mentali.

Tamara e Vladimir vivono insieme a Muslyumovo, che come tutti i villaggi intorno alla città segreta è un villaggio chiuso. Vladimir è un infermiere che viene da Mosca e dopo aver incontrato Tamara ha scelto di restare malgrado le radiazioni. Tamara ha perso i genitori molti anni prima; i suoi genitori dragavano il fiume e si sono ammalati, lei è sopravvissuta. Tamara insegnava scienze nella scuola di Muslyumovo: dopo aver incontrato Vladimir ha smesso, e adesso la scuola è in stato di abbandono, le piante crescono tra le assi del pavimento. Tamara e Vladimir sono i protagonisti di Fuoco al cielo, l’ultimo romanzo di Viola Di Grado (La nave di Teseo, pp. 233, 19 euro), e finora il più estremo, il più radicale.

Cercando notizie su Muslyumovo, mi sono imbattuta in una foto di Robert Del Tredici che ritrae un gruppo di ragazze del villaggio. Sono eleganti, un po’ rétro, guardano con aria preoccupata altrove rispetto all’obiettivo tranne una, magra, dal volto affilato, che guarda dritto in camera. Qualche anno fa un altro fotografo, Robert Polidori, fece un importante reportage nella zona d’esclusione di Chernobyl, i trenta chilometri attorno alla centrale da cui la presenza umana è stata bandita. Quello che le foto di Polidori mostrano è un prevedibile paesaggio di case, scuole e luoghi di ritrovo abbandonati; quello che non mostrano è come la natura – lupo grigio, lontra, aquila americana, specie animali da tempo scomparse da quei luoghi – abbiano ricominciato a ripopolare la zona d’esclusione, decretando di fatto una rivincita della natura. Tamara e Vladimir si amano come due sopravvissuti all’umanità, come due che sanno che non c’è più spazio per un amore sano in una terra guasta.

Vladimir doveva saperlo. Doveva saperlo, Cristo santo. Nel suo corpo non poteva crescere niente di buono. Il suo corpo aveva il DNA marcio, era come un vecchio stupido albero, abbandonato dal sole e dalla terra, un albero che aveva succhiato plutonio tutta la vita. E poi aveva trentanove anni”.

Nel Novecento, l’archetipo della terra malata era La terra desolata di Eliot, con il senso di minaccia di cui si fa portavoce l’indovino Tiresia, l’uomo-donna veggente cieco capace di predire il futuro. C’è un cieco anche qui, l’ex direttrice dell’orfanotrofio accecata dal diabete. Rimasta anche lei per amore nel villaggio, cominciò a sognare “ombre nere che riempivano le strade”, e diventò lo spauracchio dei bambini, che la scambiavano per un fantasma.

Per Tamara e Vladimir il punto di non ritorno è la nascita di un bambino nato morto di Tamara, che all’inizio è riluttante ad accettare la gravidanza, ma dopo la morte del neonato non riesce ad elaborarne la perdita. Smarrita negli incubi e infragilita, trova nella foresta un essere mostruoso e inizia a prendersi cura di lui, fino al tragico epilogo. L’amore nella terra guasta è così, produce frutti che provocano insieme gioia e spavento.

Dopo un mese Vladimir le chiese di trasferirsi da lui, ma lei disse: “Assolutamente no”. Voleva restare nella casa in cui era cresciuta, in cui sua madre le aveva raccontato la sua ultima favola della buonanotte, quella del corvo che rivela agli inuit che nel resto del mondo esiste la luce. Nella casa vicina al cimitero, così suo padre e sua madre non erano mai veramente lontani e le sue preghiere notturne arrivavano a loro tutte intere. L’ultimo giorno del 1992 Vladimir si trasferì da lei, nel quartiere vecchio, nella casa dei suoi genitori e dei suoi nonni. Una casa cadente a centocinquanta metri dal fiume maledetto, dove il vento graffiava il vetro sottile delle finestre e il pattume radioattivo saliva dal fondo dell’acqua, rimestato dalle vacche che ci andavano a bere.
[…] Si trasferì e non se ne andò più. Quando lei usciva per andare al lavoro, il fondotinta sulla faccia, l’ombretto glitterato, lui sentiva uno strappo, come se fosse tornato bambino e non avesse modo di stare solo. Sedeva sul divano, una rivista di automobili addosso, senza riuscire a leggerla, pensando alla bocca scura di Tamara e alle sue gambe lunghe, alla sua risata rauca, alle sue mani fredde, sentiva una miscela confusa che era gioia, ma non poteva saperlo, perché la gioia si riconosce solo da lontano, quand’è passata per sempre
”.

Viola Di Grado ha un enorme talento, visionario e struggente. Il libro precedente, Bambini di ferro, metteva insieme infanzia e fantascienza in modo molto originale; Fuoco al cielo viene da lì, ma va molto oltre, a partire dalla scrittura, che rispetto ai libri precedenti è rastremata ed essenziale in modo direi brutale. Leggerlo, soprattutto nella parte iniziale, è stata una vera sofferenza fisica: Fuoco al cielo è un libro che fa male al lettore (ricordati l’ascia di Kafka, mi ha detto giustamente l’autrice). Mi sono fatta forza nonostante il disagio fisico, sempre tenendo in mente l’ascia di Kafka, ma il disagio non è diminuito, segno di un’ascia andata perfettamente a segno. D’altra parte, anche Kafka è una medicina amara ma prodigiosa.

di Francesca Matteoni
da NAZIONE INDIANA (nazioneindiana.com), 10 aprile 2019


Le Musiche, scelte da Claudio Tesser

Joy Division, Love Will Tear Us Apart [Joy Division]
The National, Her Father In The Pool [Bryce Dessner]
Joy Division, The Eternal [Joy Division]
The Knife, A Tooth For An Eye [The Knife]
The National, Oblivions [Bryce Dessner/Aaron Dessner]
The Knife, Stay Out Of Here [The Knife]
Joy Division, She's Lost Control [Joy Division]
The Knife, Old Dreams Waiting To Be Realized [The Knife]
The National, Dust Swirls In Strange Light [Bryce Dessner]
Trepaneringsritualen, V
V V [Trepaneringsritualen]
Jóhann Jóhannsson, A Model Of The Universe [Jóhann Jóhannsson]
The National, Not In Kansas [Aaron Dessner/Anne Eickelberg/Mark Davies/Hugh Swarts/Jay Paget/Brian Hageman]
The National, Her Father In The Pool [Bryce Dessner]
The Knife, A Cherry On Top [The Knife]
The Knife, Ready To Lose [The Knife]
Joy Division, Atrocity Exhibition [Joy Division]
The Knife, Full of Fire [The Knife]
The National, Dust Swirls In Strange Light [Bryce Dessner]
The National, Hey Rosey [Aaron Dessner]
The Knife, Raging Lung [The Knife]

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info@sherwood.it (Sherwood Network)
<![CDATA[ReadBabyRead_462_Viola_Di_Grado_7]]>

Ispirato a un fatto di cronaca che ha disorientato il mondo, Fuoco al cielo, della talentuosa scrittrice Viola Di Grado, racconta del male ubiquo che appartiene alla Storia ma che si rintana anche all'interno di ogni amore assoluto: perché la "città segreta” non è solo un luogo reale di distruzione e segregazione, ma anche il nodo più intimo e pericoloso di ogni relazione, dove i confini tra il sé e l’altro si confondono e può bastare una parola, un gesto, un grumo di silenzio per far crollare ogni cosa o metterla per sempre in salvo.
L’amore o quello che era, quella cosa forte e buia che non avevano chiesto, era di nuovo in circolo”.


ReadBabyRead #462 del 31 ottobre 2019


Viola Di Grado
Fuoco al cielo

Brani (primi 14 capitoli)

(7a parte)


per info su F. Ventimiglia e C. Tesser:

Lettura e altri crimini
iTunes podcast


voce: Francesco Ventimiglia


"Lei prende dal tavolo il coltello della carne.
Lui le afferra il polso.
Lei si divincola, digrigna i denti.
È l'11 febbraio 1996, è il pieno dell'inverno, il sole non è ancora sorto. La luce sul soffitto va e viene.
"Cosa vuoi fare con quello, eh?"
Il coltello cade a terra con un rumore gelido, poi ritorna il silenzio. Lui si muove a tentoni, sbanda contro il cassetto. Lo apre, cerca una candela, non la trova. Lei raccoglie il coltello e lo punta contro se stessa, al collo, rovescia la testa come un animale sedato. Lui cerca di prenderglielo dalle mani, ma è un gesto meccanico, lento, senza terrore. Lei lo allontana con un calcio, ma è scalza, lui fa un sorriso di scherno, un ghigno che mette in mostra gli impianti sui molari e tutta la sua faccia diventa immobile e crudele.
Lui rimane lì fermo a guardarla - gli occhi grigi invasati, le dita con lo smalto scrostato, strette al manico di legno - come se volesse davvero vederla portare a termine l’operazione."


L’amore nella terra guasta 

Su Fuoco al cielo di Viola Di Grado


Muslyumovo, negli Urali del sud, è uno dei posti più radioattivi al mondo. Per anni, le scorie nucleari prodotte dal vicino impianto di Mayak sono state gettate nel vicino fiume Techla, da sempre utilizzato dalla popolazione per bere, lavarsi, irrigare i campi, pescare, fare il bagno d’estate. Nel 1957 un incidente a Mayak ha contaminato un’area all’incirca di 20.000 chilometri quadrati; una tragedia nucleare seconda solo a Chernobyl, che spinse le autorità sovietiche a mantenere il segreto su quanto stava succedendo nei dintorni della loro centrale nucleare e a creare una vera e propria “città segreta” i cui abitanti erano pagati per mantenere il silenzio sull’accaduto. La nuova Muslyumovo sorge a pochi chilometri dalla vecchia; i suoi abitanti ricevono un sussidio dal governo, ma la media dei malati di cancro è molto più alta della media nazionale e altissima è la percentuale di bambini che nascono con difetti congeniti o ritardi mentali.

Tamara e Vladimir vivono insieme a Muslyumovo, che come tutti i villaggi intorno alla città segreta è un villaggio chiuso. Vladimir è un infermiere che viene da Mosca e dopo aver incontrato Tamara ha scelto di restare malgrado le radiazioni. Tamara ha perso i genitori molti anni prima; i suoi genitori dragavano il fiume e si sono ammalati, lei è sopravvissuta. Tamara insegnava scienze nella scuola di Muslyumovo: dopo aver incontrato Vladimir ha smesso, e adesso la scuola è in stato di abbandono, le piante crescono tra le assi del pavimento. Tamara e Vladimir sono i protagonisti di Fuoco al cielo, l’ultimo romanzo di Viola Di Grado (La nave di Teseo, pp. 233, 19 euro), e finora il più estremo, il più radicale.

Cercando notizie su Muslyumovo, mi sono imbattuta in una foto di Robert Del Tredici che ritrae un gruppo di ragazze del villaggio. Sono eleganti, un po’ rétro, guardano con aria preoccupata altrove rispetto all’obiettivo tranne una, magra, dal volto affilato, che guarda dritto in camera. Qualche anno fa un altro fotografo, Robert Polidori, fece un importante reportage nella zona d’esclusione di Chernobyl, i trenta chilometri attorno alla centrale da cui la presenza umana è stata bandita. Quello che le foto di Polidori mostrano è un prevedibile paesaggio di case, scuole e luoghi di ritrovo abbandonati; quello che non mostrano è come la natura – lupo grigio, lontra, aquila americana, specie animali da tempo scomparse da quei luoghi – abbiano ricominciato a ripopolare la zona d’esclusione, decretando di fatto una rivincita della natura. Tamara e Vladimir si amano come due sopravvissuti all’umanità, come due che sanno che non c’è più spazio per un amore sano in una terra guasta.

Vladimir doveva saperlo. Doveva saperlo, Cristo santo. Nel suo corpo non poteva crescere niente di buono. Il suo corpo aveva il DNA marcio, era come un vecchio stupido albero, abbandonato dal sole e dalla terra, un albero che aveva succhiato plutonio tutta la vita. E poi aveva trentanove anni”.

Nel Novecento, l’archetipo della terra malata era La terra desolata di Eliot, con il senso di minaccia di cui si fa portavoce l’indovino Tiresia, l’uomo-donna veggente cieco capace di predire il futuro. C’è un cieco anche qui, l’ex direttrice dell’orfanotrofio accecata dal diabete. Rimasta anche lei per amore nel villaggio, cominciò a sognare “ombre nere che riempivano le strade”, e diventò lo spauracchio dei bambini, che la scambiavano per un fantasma.

Per Tamara e Vladimir il punto di non ritorno è la nascita di un bambino nato morto di Tamara, che all’inizio è riluttante ad accettare la gravidanza, ma dopo la morte del neonato non riesce ad elaborarne la perdita. Smarrita negli incubi e infragilita, trova nella foresta un essere mostruoso e inizia a prendersi cura di lui, fino al tragico epilogo. L’amore nella terra guasta è così, produce frutti che provocano insieme gioia e spavento.

Dopo un mese Vladimir le chiese di trasferirsi da lui, ma lei disse: “Assolutamente no”. Voleva restare nella casa in cui era cresciuta, in cui sua madre le aveva raccontato la sua ultima favola della buonanotte, quella del corvo che rivela agli inuit che nel resto del mondo esiste la luce. Nella casa vicina al cimitero, così suo padre e sua madre non erano mai veramente lontani e le sue preghiere notturne arrivavano a loro tutte intere. L’ultimo giorno del 1992 Vladimir si trasferì da lei, nel quartiere vecchio, nella casa dei suoi genitori e dei suoi nonni. Una casa cadente a centocinquanta metri dal fiume maledetto, dove il vento graffiava il vetro sottile delle finestre e il pattume radioattivo saliva dal fondo dell’acqua, rimestato dalle vacche che ci andavano a bere.
[…] Si trasferì e non se ne andò più. Quando lei usciva per andare al lavoro, il fondotinta sulla faccia, l’ombretto glitterato, lui sentiva uno strappo, come se fosse tornato bambino e non avesse modo di stare solo. Sedeva sul divano, una rivista di automobili addosso, senza riuscire a leggerla, pensando alla bocca scura di Tamara e alle sue gambe lunghe, alla sua risata rauca, alle sue mani fredde, sentiva una miscela confusa che era gioia, ma non poteva saperlo, perché la gioia si riconosce solo da lontano, quand’è passata per sempre
”.

Viola Di Grado ha un enorme talento, visionario e struggente. Il libro precedente, Bambini di ferro, metteva insieme infanzia e fantascienza in modo molto originale; Fuoco al cielo viene da lì, ma va molto oltre, a partire dalla scrittura, che rispetto ai libri precedenti è rastremata ed essenziale in modo direi brutale. Leggerlo, soprattutto nella parte iniziale, è stata una vera sofferenza fisica: Fuoco al cielo è un libro che fa male al lettore (ricordati l’ascia di Kafka, mi ha detto giustamente l’autrice). Mi sono fatta forza nonostante il disagio fisico, sempre tenendo in mente l’ascia di Kafka, ma il disagio non è diminuito, segno di un’ascia andata perfettamente a segno. D’altra parte, anche Kafka è una medicina amara ma prodigiosa.

di Francesca Matteoni
da NAZIONE INDIANA (nazioneindiana.com), 10 aprile 2019


Le Musiche, scelte da Claudio Tesser

Joy Division, Love Will Tear Us Apart [Joy Division]
The National, Her Father In The Pool [Bryce Dessner]
Joy Division, The Eternal [Joy Division]
The Knife, A Tooth For An Eye [The Knife]
The National, Oblivions [Bryce Dessner/Aaron Dessner]
The Knife, Stay Out Of Here [The Knife]
Joy Division, She's Lost Control [Joy Division]
The Knife, Old Dreams Waiting To Be Realized [The Knife]
The National, Dust Swirls In Strange Light [Bryce Dessner]
Trepaneringsritualen, V
V V [Trepaneringsritualen]
Jóhann Jóhannsson, A Model Of The Universe [Jóhann Jóhannsson]
The National, Not In Kansas [Aaron Dessner/Anne Eickelberg/Mark Davies/Hugh Swarts/Jay Paget/Brian Hageman]
The National, Her Father In The Pool [Bryce Dessner]
The Knife, A Cherry On Top [The Knife]
The Knife, Ready To Lose [The Knife]
Joy Division, Atrocity Exhibition [Joy Division]
The Knife, Full of Fire [The Knife]
The National, Dust Swirls In Strange Light [Bryce Dessner]
The National, Hey Rosey [Aaron Dessner]
The Knife, Raging Lung [The Knife]

]]>
info@sherwood.it (Sherwood Network)
<![CDATA[ReadBabyRead_461_Viola_Di_Grado_6]]>

Ispirato a un fatto di cronaca che ha disorientato il mondo, Fuoco al cielo, della talentuosa scrittrice Viola Di Grado, racconta del male ubiquo che appartiene alla Storia ma che si rintana anche all'interno di ogni amore assoluto: perché la "città segreta” non è solo un luogo reale di distruzione e segregazione, ma anche il nodo più intimo e pericoloso di ogni relazione, dove i confini tra il sé e l’altro si confondono e può bastare una parola, un gesto, un grumo di silenzio per far crollare ogni cosa o metterla per sempre in salvo.
L’amore o quello che era, quella cosa forte e buia che non avevano chiesto, era di nuovo in circolo”.


ReadBabyRead #461 del 24 ottobre 2019


Viola Di Grado
Fuoco al cielo

Brani (primi 14 capitoli)

(6a parte)


per info su F. Ventimiglia e C. Tesser:

Lettura e altri crimini
iTunes podcast


voce: Francesco Ventimiglia


"Lei prende dal tavolo il coltello della carne.
Lui le afferra il polso.
Lei si divincola, digrigna i denti.
È l'11 febbraio 1996, è il pieno dell'inverno, il sole non è ancora sorto. La luce sul soffitto va e viene.
"Cosa vuoi fare con quello, eh?"
Il coltello cade a terra con un rumore gelido, poi ritorna il silenzio. Lui si muove a tentoni, sbanda contro il cassetto. Lo apre, cerca una candela, non la trova. Lei raccoglie il coltello e lo punta contro se stessa, al collo, rovescia la testa come un animale sedato. Lui cerca di prenderglielo dalle mani, ma è un gesto meccanico, lento, senza terrore. Lei lo allontana con un calcio, ma è scalza, lui fa un sorriso di scherno, un ghigno che mette in mostra gli impianti sui molari e tutta la sua faccia diventa immobile e crudele.
Lui rimane lì fermo a guardarla - gli occhi grigi invasati, le dita con lo smalto scrostato, strette al manico di legno - come se volesse davvero vederla portare a termine l’operazione."


L’amore nella terra guasta 

Su Fuoco al cielo di Viola Di Grado


Muslyumovo, negli Urali del sud, è uno dei posti più radioattivi al mondo. Per anni, le scorie nucleari prodotte dal vicino impianto di Mayak sono state gettate nel vicino fiume Techla, da sempre utilizzato dalla popolazione per bere, lavarsi, irrigare i campi, pescare, fare il bagno d’estate. Nel 1957 un incidente a Mayak ha contaminato un’area all’incirca di 20.000 chilometri quadrati; una tragedia nucleare seconda solo a Chernobyl, che spinse le autorità sovietiche a mantenere il segreto su quanto stava succedendo nei dintorni della loro centrale nucleare e a creare una vera e propria “città segreta” i cui abitanti erano pagati per mantenere il silenzio sull’accaduto. La nuova Muslyumovo sorge a pochi chilometri dalla vecchia; i suoi abitanti ricevono un sussidio dal governo, ma la media dei malati di cancro è molto più alta della media nazionale e altissima è la percentuale di bambini che nascono con difetti congeniti o ritardi mentali.

Tamara e Vladimir vivono insieme a Muslyumovo, che come tutti i villaggi intorno alla città segreta è un villaggio chiuso. Vladimir è un infermiere che viene da Mosca e dopo aver incontrato Tamara ha scelto di restare malgrado le radiazioni. Tamara ha perso i genitori molti anni prima; i suoi genitori dragavano il fiume e si sono ammalati, lei è sopravvissuta. Tamara insegnava scienze nella scuola di Muslyumovo: dopo aver incontrato Vladimir ha smesso, e adesso la scuola è in stato di abbandono, le piante crescono tra le assi del pavimento. Tamara e Vladimir sono i protagonisti di Fuoco al cielo, l’ultimo romanzo di Viola Di Grado (La nave di Teseo, pp. 233, 19 euro), e finora il più estremo, il più radicale.

Cercando notizie su Muslyumovo, mi sono imbattuta in una foto di Robert Del Tredici che ritrae un gruppo di ragazze del villaggio. Sono eleganti, un po’ rétro, guardano con aria preoccupata altrove rispetto all’obiettivo tranne una, magra, dal volto affilato, che guarda dritto in camera. Qualche anno fa un altro fotografo, Robert Polidori, fece un importante reportage nella zona d’esclusione di Chernobyl, i trenta chilometri attorno alla centrale da cui la presenza umana è stata bandita. Quello che le foto di Polidori mostrano è un prevedibile paesaggio di case, scuole e luoghi di ritrovo abbandonati; quello che non mostrano è come la natura – lupo grigio, lontra, aquila americana, specie animali da tempo scomparse da quei luoghi – abbiano ricominciato a ripopolare la zona d’esclusione, decretando di fatto una rivincita della natura. Tamara e Vladimir si amano come due sopravvissuti all’umanità, come due che sanno che non c’è più spazio per un amore sano in una terra guasta.

Vladimir doveva saperlo. Doveva saperlo, Cristo santo. Nel suo corpo non poteva crescere niente di buono. Il suo corpo aveva il DNA marcio, era come un vecchio stupido albero, abbandonato dal sole e dalla terra, un albero che aveva succhiato plutonio tutta la vita. E poi aveva trentanove anni”.

Nel Novecento, l’archetipo della terra malata era La terra desolata di Eliot, con il senso di minaccia di cui si fa portavoce l’indovino Tiresia, l’uomo-donna veggente cieco capace di predire il futuro. C’è un cieco anche qui, l’ex direttrice dell’orfanotrofio accecata dal diabete. Rimasta anche lei per amore nel villaggio, cominciò a sognare “ombre nere che riempivano le strade”, e diventò lo spauracchio dei bambini, che la scambiavano per un fantasma.

Per Tamara e Vladimir il punto di non ritorno è la nascita di un bambino nato morto di Tamara, che all’inizio è riluttante ad accettare la gravidanza, ma dopo la morte del neonato non riesce ad elaborarne la perdita. Smarrita negli incubi e infragilita, trova nella foresta un essere mostruoso e inizia a prendersi cura di lui, fino al tragico epilogo. L’amore nella terra guasta è così, produce frutti che provocano insieme gioia e spavento.

Dopo un mese Vladimir le chiese di trasferirsi da lui, ma lei disse: “Assolutamente no”. Voleva restare nella casa in cui era cresciuta, in cui sua madre le aveva raccontato la sua ultima favola della buonanotte, quella del corvo che rivela agli inuit che nel resto del mondo esiste la luce. Nella casa vicina al cimitero, così suo padre e sua madre non erano mai veramente lontani e le sue preghiere notturne arrivavano a loro tutte intere. L’ultimo giorno del 1992 Vladimir si trasferì da lei, nel quartiere vecchio, nella casa dei suoi genitori e dei suoi nonni. Una casa cadente a centocinquanta metri dal fiume maledetto, dove il vento graffiava il vetro sottile delle finestre e il pattume radioattivo saliva dal fondo dell’acqua, rimestato dalle vacche che ci andavano a bere.
[…] Si trasferì e non se ne andò più. Quando lei usciva per andare al lavoro, il fondotinta sulla faccia, l’ombretto glitterato, lui sentiva uno strappo, come se fosse tornato bambino e non avesse modo di stare solo. Sedeva sul divano, una rivista di automobili addosso, senza riuscire a leggerla, pensando alla bocca scura di Tamara e alle sue gambe lunghe, alla sua risata rauca, alle sue mani fredde, sentiva una miscela confusa che era gioia, ma non poteva saperlo, perché la gioia si riconosce solo da lontano, quand’è passata per sempre
”.

Viola Di Grado ha un enorme talento, visionario e struggente. Il libro precedente, Bambini di ferro, metteva insieme infanzia e fantascienza in modo molto originale; Fuoco al cielo viene da lì, ma va molto oltre, a partire dalla scrittura, che rispetto ai libri precedenti è rastremata ed essenziale in modo direi brutale. Leggerlo, soprattutto nella parte iniziale, è stata una vera sofferenza fisica: Fuoco al cielo è un libro che fa male al lettore (ricordati l’ascia di Kafka, mi ha detto giustamente l’autrice). Mi sono fatta forza nonostante il disagio fisico, sempre tenendo in mente l’ascia di Kafka, ma il disagio non è diminuito, segno di un’ascia andata perfettamente a segno. D’altra parte, anche Kafka è una medicina amara ma prodigiosa.

di Francesca Matteoni
da NAZIONE INDIANA (nazioneindiana.com), 10 aprile 2019


Le Musiche, scelte da Claudio Tesser

Joy Division, Love Will Tear Us Apart [Joy Division]
The National, Her Father In The Pool [Bryce Dessner]
Joy Division, The Eternal [Joy Division]
The Knife, A Tooth For An Eye [The Knife]
The National, Oblivions [Bryce Dessner/Aaron Dessner]
The Knife, Stay Out Of Here [The Knife]
Joy Division, She's Lost Control [Joy Division]
The Knife, Old Dreams Waiting To Be Realized [The Knife]
The National, Dust Swirls In Strange Light [Bryce Dessner]
Trepaneringsritualen, V
V V [Trepaneringsritualen]
Jóhann Jóhannsson, A Model Of The Universe [Jóhann Jóhannsson]
The National, Not In Kansas [Aaron Dessner/Anne Eickelberg/Mark Davies/Hugh Swarts/Jay Paget/Brian Hageman]
The National, Her Father In The Pool [Bryce Dessner]
The Knife, A Cherry On Top [The Knife]
The Knife, Ready To Lose [The Knife]
Joy Division, Atrocity Exhibition [Joy Division]
The Knife, Full of Fire [The Knife]
The National, Dust Swirls In Strange Light [Bryce Dessner]
The National, Hey Rosey [Aaron Dessner]
The Knife, Raging Lung [The Knife]

]]>
info@sherwood.it (Sherwood Network)
<![CDATA[ReadBabyRead_460_Viola_Di_Grado_5]]>

Ispirato a un fatto di cronaca che ha disorientato il mondo, Fuoco al cielo, della talentuosa scrittrice Viola Di Grado, racconta del male ubiquo che appartiene alla Storia ma che si rintana anche all'interno di ogni amore assoluto: perché la "città segreta” non è solo un luogo reale di distruzione e segregazione, ma anche il nodo più intimo e pericoloso di ogni relazione, dove i confini tra il sé e l’altro si confondono e può bastare una parola, un gesto, un grumo di silenzio per far crollare ogni cosa o metterla per sempre in salvo.
L’amore o quello che era, quella cosa forte e buia che non avevano chiesto, era di nuovo in circolo”.


ReadBabyRead #460 del 17 ottobre 2019


Viola Di Grado
Fuoco al cielo

Brani (primi 14 capitoli)

(5a parte)


per info su F. Ventimiglia e C. Tesser:

Lettura e altri crimini
iTunes podcast


voce: Francesco Ventimiglia


"Lei prende dal tavolo il coltello della carne.
Lui le afferra il polso.
Lei si divincola, digrigna i denti.
È l'11 febbraio 1996, è il pieno dell'inverno, il sole non è ancora sorto. La luce sul soffitto va e viene.
"Cosa vuoi fare con quello, eh?"
Il coltello cade a terra con un rumore gelido, poi ritorna il silenzio. Lui si muove a tentoni, sbanda contro il cassetto. Lo apre, cerca una candela, non la trova. Lei raccoglie il coltello e lo punta contro se stessa, al collo, rovescia la testa come un animale sedato. Lui cerca di prenderglielo dalle mani, ma è un gesto meccanico, lento, senza terrore. Lei lo allontana con un calcio, ma è scalza, lui fa un sorriso di scherno, un ghigno che mette in mostra gli impianti sui molari e tutta la sua faccia diventa immobile e crudele.
Lui rimane lì fermo a guardarla - gli occhi grigi invasati, le dita con lo smalto scrostato, strette al manico di legno - come se volesse davvero vederla portare a termine l’operazione."


L’amore nella terra guasta 

Su Fuoco al cielo di Viola Di Grado


Muslyumovo, negli Urali del sud, è uno dei posti più radioattivi al mondo. Per anni, le scorie nucleari prodotte dal vicino impianto di Mayak sono state gettate nel vicino fiume Techla, da sempre utilizzato dalla popolazione per bere, lavarsi, irrigare i campi, pescare, fare il bagno d’estate. Nel 1957 un incidente a Mayak ha contaminato un’area all’incirca di 20.000 chilometri quadrati; una tragedia nucleare seconda solo a Chernobyl, che spinse le autorità sovietiche a mantenere il segreto su quanto stava succedendo nei dintorni della loro centrale nucleare e a creare una vera e propria “città segreta” i cui abitanti erano pagati per mantenere il silenzio sull’accaduto. La nuova Muslyumovo sorge a pochi chilometri dalla vecchia; i suoi abitanti ricevono un sussidio dal governo, ma la media dei malati di cancro è molto più alta della media nazionale e altissima è la percentuale di bambini che nascono con difetti congeniti o ritardi mentali.

Tamara e Vladimir vivono insieme a Muslyumovo, che come tutti i villaggi intorno alla città segreta è un villaggio chiuso. Vladimir è un infermiere che viene da Mosca e dopo aver incontrato Tamara ha scelto di restare malgrado le radiazioni. Tamara ha perso i genitori molti anni prima; i suoi genitori dragavano il fiume e si sono ammalati, lei è sopravvissuta. Tamara insegnava scienze nella scuola di Muslyumovo: dopo aver incontrato Vladimir ha smesso, e adesso la scuola è in stato di abbandono, le piante crescono tra le assi del pavimento. Tamara e Vladimir sono i protagonisti di Fuoco al cielo, l’ultimo romanzo di Viola Di Grado (La nave di Teseo, pp. 233, 19 euro), e finora il più estremo, il più radicale.

Cercando notizie su Muslyumovo, mi sono imbattuta in una foto di Robert Del Tredici che ritrae un gruppo di ragazze del villaggio. Sono eleganti, un po’ rétro, guardano con aria preoccupata altrove rispetto all’obiettivo tranne una, magra, dal volto affilato, che guarda dritto in camera. Qualche anno fa un altro fotografo, Robert Polidori, fece un importante reportage nella zona d’esclusione di Chernobyl, i trenta chilometri attorno alla centrale da cui la presenza umana è stata bandita. Quello che le foto di Polidori mostrano è un prevedibile paesaggio di case, scuole e luoghi di ritrovo abbandonati; quello che non mostrano è come la natura – lupo grigio, lontra, aquila americana, specie animali da tempo scomparse da quei luoghi – abbiano ricominciato a ripopolare la zona d’esclusione, decretando di fatto una rivincita della natura. Tamara e Vladimir si amano come due sopravvissuti all’umanità, come due che sanno che non c’è più spazio per un amore sano in una terra guasta.

Vladimir doveva saperlo. Doveva saperlo, Cristo santo. Nel suo corpo non poteva crescere niente di buono. Il suo corpo aveva il DNA marcio, era come un vecchio stupido albero, abbandonato dal sole e dalla terra, un albero che aveva succhiato plutonio tutta la vita. E poi aveva trentanove anni”.

Nel Novecento, l’archetipo della terra malata era La terra desolata di Eliot, con il senso di minaccia di cui si fa portavoce l’indovino Tiresia, l’uomo-donna veggente cieco capace di predire il futuro. C’è un cieco anche qui, l’ex direttrice dell’orfanotrofio accecata dal diabete. Rimasta anche lei per amore nel villaggio, cominciò a sognare “ombre nere che riempivano le strade”, e diventò lo spauracchio dei bambini, che la scambiavano per un fantasma.

Per Tamara e Vladimir il punto di non ritorno è la nascita di un bambino nato morto di Tamara, che all’inizio è riluttante ad accettare la gravidanza, ma dopo la morte del neonato non riesce ad elaborarne la perdita. Smarrita negli incubi e infragilita, trova nella foresta un essere mostruoso e inizia a prendersi cura di lui, fino al tragico epilogo. L’amore nella terra guasta è così, produce frutti che provocano insieme gioia e spavento.

Dopo un mese Vladimir le chiese di trasferirsi da lui, ma lei disse: “Assolutamente no”. Voleva restare nella casa in cui era cresciuta, in cui sua madre le aveva raccontato la sua ultima favola della buonanotte, quella del corvo che rivela agli inuit che nel resto del mondo esiste la luce. Nella casa vicina al cimitero, così suo padre e sua madre non erano mai veramente lontani e le sue preghiere notturne arrivavano a loro tutte intere. L’ultimo giorno del 1992 Vladimir si trasferì da lei, nel quartiere vecchio, nella casa dei suoi genitori e dei suoi nonni. Una casa cadente a centocinquanta metri dal fiume maledetto, dove il vento graffiava il vetro sottile delle finestre e il pattume radioattivo saliva dal fondo dell’acqua, rimestato dalle vacche che ci andavano a bere.
[…] Si trasferì e non se ne andò più. Quando lei usciva per andare al lavoro, il fondotinta sulla faccia, l’ombretto glitterato, lui sentiva uno strappo, come se fosse tornato bambino e non avesse modo di stare solo. Sedeva sul divano, una rivista di automobili addosso, senza riuscire a leggerla, pensando alla bocca scura di Tamara e alle sue gambe lunghe, alla sua risata rauca, alle sue mani fredde, sentiva una miscela confusa che era gioia, ma non poteva saperlo, perché la gioia si riconosce solo da lontano, quand’è passata per sempre
”.

Viola Di Grado ha un enorme talento, visionario e struggente. Il libro precedente, Bambini di ferro, metteva insieme infanzia e fantascienza in modo molto originale; Fuoco al cielo viene da lì, ma va molto oltre, a partire dalla scrittura, che rispetto ai libri precedenti è rastremata ed essenziale in modo direi brutale. Leggerlo, soprattutto nella parte iniziale, è stata una vera sofferenza fisica: Fuoco al cielo è un libro che fa male al lettore (ricordati l’ascia di Kafka, mi ha detto giustamente l’autrice). Mi sono fatta forza nonostante il disagio fisico, sempre tenendo in mente l’ascia di Kafka, ma il disagio non è diminuito, segno di un’ascia andata perfettamente a segno. D’altra parte, anche Kafka è una medicina amara ma prodigiosa.

di Francesca Matteoni
da NAZIONE INDIANA (nazioneindiana.com), 10 aprile 2019


Le Musiche, scelte da Claudio Tesser

Joy Division, Love Will Tear Us Apart [Joy Division]
The National, Her Father In The Pool [Bryce Dessner]
Joy Division, The Eternal [Joy Division]
The Knife, A Tooth For An Eye [The Knife]
The National, Oblivions [Bryce Dessner/Aaron Dessner]
The Knife, Stay Out Of Here [The Knife]
Joy Division, She's Lost Control [Joy Division]
The Knife, Old Dreams Waiting To Be Realized [The Knife]
The National, Dust Swirls In Strange Light [Bryce Dessner]
Trepaneringsritualen, V
V V [Trepaneringsritualen]
Jóhann Jóhannsson, A Model Of The Universe [Jóhann Jóhannsson]
The National, Not In Kansas [Aaron Dessner/Anne Eickelberg/Mark Davies/Hugh Swarts/Jay Paget/Brian Hageman]
The National, Her Father In The Pool [Bryce Dessner]
The Knife, A Cherry On Top [The Knife]
The Knife, Ready To Lose [The Knife]
Joy Division, Atrocity Exhibition [Joy Division]
The Knife, Full of Fire [The Knife]
The National, Dust Swirls In Strange Light [Bryce Dessner]
The National, Hey Rosey [Aaron Dessner]
The Knife, Raging Lung [The Knife]

]]>
info@sherwood.it (Sherwood Network)
<![CDATA[ReadBabyRead_459_Viola_Di_Grado_4]]>

Ispirato a un fatto di cronaca che ha disorientato il mondo, Fuoco al cielo, della talentuosa scrittrice Viola Di Grado, racconta del male ubiquo che appartiene alla Storia ma che si rintana anche all'interno di ogni amore assoluto: perché la "città segreta” non è solo un luogo reale di distruzione e segregazione, ma anche il nodo più intimo e pericoloso di ogni relazione, dove i confini tra il sé e l’altro si confondono e può bastare una parola, un gesto, un grumo di silenzio per far crollare ogni cosa o metterla per sempre in salvo.
L’amore o quello che era, quella cosa forte e buia che non avevano chiesto, era di nuovo in circolo”.


ReadBabyRead #459 del 10 ottobre 2019


Viola Di Grado
Fuoco al cielo

Brani (primi 14 capitoli)

(4a parte)


per info su F. Ventimiglia e C. Tesser:

Lettura e altri crimini
iTunes podcast


voce: Francesco Ventimiglia


"Lei prende dal tavolo il coltello della carne.
Lui le afferra il polso.
Lei si divincola, digrigna i denti.
È l'11 febbraio 1996, è il pieno dell'inverno, il sole non è ancora sorto. La luce sul soffitto va e viene.
"Cosa vuoi fare con quello, eh?"
Il coltello cade a terra con un rumore gelido, poi ritorna il silenzio. Lui si muove a tentoni, sbanda contro il cassetto. Lo apre, cerca una candela, non la trova. Lei raccoglie il coltello e lo punta contro se stessa, al collo, rovescia la testa come un animale sedato. Lui cerca di prenderglielo dalle mani, ma è un gesto meccanico, lento, senza terrore. Lei lo allontana con un calcio, ma è scalza, lui fa un sorriso di scherno, un ghigno che mette in mostra gli impianti sui molari e tutta la sua faccia diventa immobile e crudele.
Lui rimane lì fermo a guardarla - gli occhi grigi invasati, le dita con lo smalto scrostato, strette al manico di legno - come se volesse davvero vederla portare a termine l’operazione."


L’amore nella terra guasta 

Su Fuoco al cielo di Viola Di Grado


Muslyumovo, negli Urali del sud, è uno dei posti più radioattivi al mondo. Per anni, le scorie nucleari prodotte dal vicino impianto di Mayak sono state gettate nel vicino fiume Techla, da sempre utilizzato dalla popolazione per bere, lavarsi, irrigare i campi, pescare, fare il bagno d’estate. Nel 1957 un incidente a Mayak ha contaminato un’area all’incirca di 20.000 chilometri quadrati; una tragedia nucleare seconda solo a Chernobyl, che spinse le autorità sovietiche a mantenere il segreto su quanto stava succedendo nei dintorni della loro centrale nucleare e a creare una vera e propria “città segreta” i cui abitanti erano pagati per mantenere il silenzio sull’accaduto. La nuova Muslyumovo sorge a pochi chilometri dalla vecchia; i suoi abitanti ricevono un sussidio dal governo, ma la media dei malati di cancro è molto più alta della media nazionale e altissima è la percentuale di bambini che nascono con difetti congeniti o ritardi mentali.

Tamara e Vladimir vivono insieme a Muslyumovo, che come tutti i villaggi intorno alla città segreta è un villaggio chiuso. Vladimir è un infermiere che viene da Mosca e dopo aver incontrato Tamara ha scelto di restare malgrado le radiazioni. Tamara ha perso i genitori molti anni prima; i suoi genitori dragavano il fiume e si sono ammalati, lei è sopravvissuta. Tamara insegnava scienze nella scuola di Muslyumovo: dopo aver incontrato Vladimir ha smesso, e adesso la scuola è in stato di abbandono, le piante crescono tra le assi del pavimento. Tamara e Vladimir sono i protagonisti di Fuoco al cielo, l’ultimo romanzo di Viola Di Grado (La nave di Teseo, pp. 233, 19 euro), e finora il più estremo, il più radicale.

Cercando notizie su Muslyumovo, mi sono imbattuta in una foto di Robert Del Tredici che ritrae un gruppo di ragazze del villaggio. Sono eleganti, un po’ rétro, guardano con aria preoccupata altrove rispetto all’obiettivo tranne una, magra, dal volto affilato, che guarda dritto in camera. Qualche anno fa un altro fotografo, Robert Polidori, fece un importante reportage nella zona d’esclusione di Chernobyl, i trenta chilometri attorno alla centrale da cui la presenza umana è stata bandita. Quello che le foto di Polidori mostrano è un prevedibile paesaggio di case, scuole e luoghi di ritrovo abbandonati; quello che non mostrano è come la natura – lupo grigio, lontra, aquila americana, specie animali da tempo scomparse da quei luoghi – abbiano ricominciato a ripopolare la zona d’esclusione, decretando di fatto una rivincita della natura. Tamara e Vladimir si amano come due sopravvissuti all’umanità, come due che sanno che non c’è più spazio per un amore sano in una terra guasta.

Vladimir doveva saperlo. Doveva saperlo, Cristo santo. Nel suo corpo non poteva crescere niente di buono. Il suo corpo aveva il DNA marcio, era come un vecchio stupido albero, abbandonato dal sole e dalla terra, un albero che aveva succhiato plutonio tutta la vita. E poi aveva trentanove anni”.

Nel Novecento, l’archetipo della terra malata era La terra desolata di Eliot, con il senso di minaccia di cui si fa portavoce l’indovino Tiresia, l’uomo-donna veggente cieco capace di predire il futuro. C’è un cieco anche qui, l’ex direttrice dell’orfanotrofio accecata dal diabete. Rimasta anche lei per amore nel villaggio, cominciò a sognare “ombre nere che riempivano le strade”, e diventò lo spauracchio dei bambini, che la scambiavano per un fantasma.

Per Tamara e Vladimir il punto di non ritorno è la nascita di un bambino nato morto di Tamara, che all’inizio è riluttante ad accettare la gravidanza, ma dopo la morte del neonato non riesce ad elaborarne la perdita. Smarrita negli incubi e infragilita, trova nella foresta un essere mostruoso e inizia a prendersi cura di lui, fino al tragico epilogo. L’amore nella terra guasta è così, produce frutti che provocano insieme gioia e spavento.

Dopo un mese Vladimir le chiese di trasferirsi da lui, ma lei disse: “Assolutamente no”. Voleva restare nella casa in cui era cresciuta, in cui sua madre le aveva raccontato la sua ultima favola della buonanotte, quella del corvo che rivela agli inuit che nel resto del mondo esiste la luce. Nella casa vicina al cimitero, così suo padre e sua madre non erano mai veramente lontani e le sue preghiere notturne arrivavano a loro tutte intere. L’ultimo giorno del 1992 Vladimir si trasferì da lei, nel quartiere vecchio, nella casa dei suoi genitori e dei suoi nonni. Una casa cadente a centocinquanta metri dal fiume maledetto, dove il vento graffiava il vetro sottile delle finestre e il pattume radioattivo saliva dal fondo dell’acqua, rimestato dalle vacche che ci andavano a bere.
[…] Si trasferì e non se ne andò più. Quando lei usciva per andare al lavoro, il fondotinta sulla faccia, l’ombretto glitterato, lui sentiva uno strappo, come se fosse tornato bambino e non avesse modo di stare solo. Sedeva sul divano, una rivista di automobili addosso, senza riuscire a leggerla, pensando alla bocca scura di Tamara e alle sue gambe lunghe, alla sua risata rauca, alle sue mani fredde, sentiva una miscela confusa che era gioia, ma non poteva saperlo, perché la gioia si riconosce solo da lontano, quand’è passata per sempre
”.

Viola Di Grado ha un enorme talento, visionario e struggente. Il libro precedente, Bambini di ferro, metteva insieme infanzia e fantascienza in modo molto originale; Fuoco al cielo viene da lì, ma va molto oltre, a partire dalla scrittura, che rispetto ai libri precedenti è rastremata ed essenziale in modo direi brutale. Leggerlo, soprattutto nella parte iniziale, è stata una vera sofferenza fisica: Fuoco al cielo è un libro che fa male al lettore (ricordati l’ascia di Kafka, mi ha detto giustamente l’autrice). Mi sono fatta forza nonostante il disagio fisico, sempre tenendo in mente l’ascia di Kafka, ma il disagio non è diminuito, segno di un’ascia andata perfettamente a segno. D’altra parte, anche Kafka è una medicina amara ma prodigiosa.

di Francesca Matteoni
da NAZIONE INDIANA (nazioneindiana.com), 10 aprile 2019


Le Musiche, scelte da Claudio Tesser

Joy Division, Love Will Tear Us Apart [Joy Division]
The National, Her Father In The Pool [Bryce Dessner]
Joy Division, The Eternal [Joy Division]
The Knife, A Tooth For An Eye [The Knife]
The National, Oblivions [Bryce Dessner/Aaron Dessner]
The Knife, Stay Out Of Here [The Knife]
Joy Division, She's Lost Control [Joy Division]
The Knife, Old Dreams Waiting To Be Realized [The Knife]
The National, Dust Swirls In Strange Light [Bryce Dessner]
Joy Division, Failures [Joy Division]

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info@sherwood.it (Sherwood Network)
<![CDATA[ReadBabyRead_458_Viola_Di_Grado_3]]>

Ispirato a un fatto di cronaca che ha disorientato il mondo, Fuoco al cielo, della talentuosa scrittrice Viola Di Grado, racconta del male ubiquo che appartiene alla Storia ma che si rintana anche all'interno di ogni amore assoluto: perché la "città segreta” non è solo un luogo reale di distruzione e segregazione, ma anche il nodo più intimo e pericoloso di ogni relazione, dove i confini tra il sé e l’altro si confondono e può bastare una parola, un gesto, un grumo di silenzio per far crollare ogni cosa o metterla per sempre in salvo.
L’amore o quello che era, quella cosa forte e buia che non avevano chiesto, era di nuovo in circolo”.


ReadBabyRead #458 del 3 ottobre 2019


Viola Di Grado
Fuoco al cielo

Brani (primi 14 capitoli)

(3a parte)


per info su F. Ventimiglia e C. Tesser:

Lettura e altri crimini
iTunes podcast


voce: Francesco Ventimiglia


"Lei prende dal tavolo il coltello della carne.
Lui le afferra il polso.
Lei si divincola, digrigna i denti.
È l'11 febbraio 1996, è il pieno dell'inverno, il sole non è ancora sorto. La luce sul soffitto va e viene.
"Cosa vuoi fare con quello, eh?"
Il coltello cade a terra con un rumore gelido, poi ritorna il silenzio. Lui si muove a tentoni, sbanda contro il cassetto. Lo apre, cerca una candela, non la trova. Lei raccoglie il coltello e lo punta contro se stessa, al collo, rovescia la testa come un animale sedato. Lui cerca di prenderglielo dalle mani, ma è un gesto meccanico, lento, senza terrore. Lei lo allontana con un calcio, ma è scalza, lui fa un sorriso di scherno, un ghigno che mette in mostra gli impianti sui molari e tutta la sua faccia diventa immobile e crudele.
Lui rimane lì fermo a guardarla - gli occhi grigi invasati, le dita con lo smalto scrostato, strette al manico di legno - come se volesse davvero vederla portare a termine l’operazione."


L’amore nella terra guasta 

Su Fuoco al cielo di Viola Di Grado


Muslyumovo, negli Urali del sud, è uno dei posti più radioattivi al mondo. Per anni, le scorie nucleari prodotte dal vicino impianto di Mayak sono state gettate nel vicino fiume Techla, da sempre utilizzato dalla popolazione per bere, lavarsi, irrigare i campi, pescare, fare il bagno d’estate. Nel 1957 un incidente a Mayak ha contaminato un’area all’incirca di 20.000 chilometri quadrati; una tragedia nucleare seconda solo a Chernobyl, che spinse le autorità sovietiche a mantenere il segreto su quanto stava succedendo nei dintorni della loro centrale nucleare e a creare una vera e propria “città segreta” i cui abitanti erano pagati per mantenere il silenzio sull’accaduto. La nuova Muslyumovo sorge a pochi chilometri dalla vecchia; i suoi abitanti ricevono un sussidio dal governo, ma la media dei malati di cancro è molto più alta della media nazionale e altissima è la percentuale di bambini che nascono con difetti congeniti o ritardi mentali.

Tamara e Vladimir vivono insieme a Muslyumovo, che come tutti i villaggi intorno alla città segreta è un villaggio chiuso. Vladimir è un infermiere che viene da Mosca e dopo aver incontrato Tamara ha scelto di restare malgrado le radiazioni. Tamara ha perso i genitori molti anni prima; i suoi genitori dragavano il fiume e si sono ammalati, lei è sopravvissuta. Tamara insegnava scienze nella scuola di Muslyumovo: dopo aver incontrato Vladimir ha smesso, e adesso la scuola è in stato di abbandono, le piante crescono tra le assi del pavimento. Tamara e Vladimir sono i protagonisti di Fuoco al cielo, l’ultimo romanzo di Viola Di Grado (La nave di Teseo, pp. 233, 19 euro), e finora il più estremo, il più radicale.

Cercando notizie su Muslyumovo, mi sono imbattuta in una foto di Robert Del Tredici che ritrae un gruppo di ragazze del villaggio. Sono eleganti, un po’ rétro, guardano con aria preoccupata altrove rispetto all’obiettivo tranne una, magra, dal volto affilato, che guarda dritto in camera. Qualche anno fa un altro fotografo, Robert Polidori, fece un importante reportage nella zona d’esclusione di Chernobyl, i trenta chilometri attorno alla centrale da cui la presenza umana è stata bandita. Quello che le foto di Polidori mostrano è un prevedibile paesaggio di case, scuole e luoghi di ritrovo abbandonati; quello che non mostrano è come la natura – lupo grigio, lontra, aquila americana, specie animali da tempo scomparse da quei luoghi – abbiano ricominciato a ripopolare la zona d’esclusione, decretando di fatto una rivincita della natura. Tamara e Vladimir si amano come due sopravvissuti all’umanità, come due che sanno che non c’è più spazio per un amore sano in una terra guasta.

Vladimir doveva saperlo. Doveva saperlo, Cristo santo. Nel suo corpo non poteva crescere niente di buono. Il suo corpo aveva il DNA marcio, era come un vecchio stupido albero, abbandonato dal sole e dalla terra, un albero che aveva succhiato plutonio tutta la vita. E poi aveva trentanove anni”.

Nel Novecento, l’archetipo della terra malata era La terra desolata di Eliot, con il senso di minaccia di cui si fa portavoce l’indovino Tiresia, l’uomo-donna veggente cieco capace di predire il futuro. C’è un cieco anche qui, l’ex direttrice dell’orfanotrofio accecata dal diabete. Rimasta anche lei per amore nel villaggio, cominciò a sognare “ombre nere che riempivano le strade”, e diventò lo spauracchio dei bambini, che la scambiavano per un fantasma.

Per Tamara e Vladimir il punto di non ritorno è la nascita di un bambino nato morto di Tamara, che all’inizio è riluttante ad accettare la gravidanza, ma dopo la morte del neonato non riesce ad elaborarne la perdita. Smarrita negli incubi e infragilita, trova nella foresta un essere mostruoso e inizia a prendersi cura di lui, fino al tragico epilogo. L’amore nella terra guasta è così, produce frutti che provocano insieme gioia e spavento.

Dopo un mese Vladimir le chiese di trasferirsi da lui, ma lei disse: “Assolutamente no”. Voleva restare nella casa in cui era cresciuta, in cui sua madre le aveva raccontato la sua ultima favola della buonanotte, quella del corvo che rivela agli inuit che nel resto del mondo esiste la luce. Nella casa vicina al cimitero, così suo padre e sua madre non erano mai veramente lontani e le sue preghiere notturne arrivavano a loro tutte intere. L’ultimo giorno del 1992 Vladimir si trasferì da lei, nel quartiere vecchio, nella casa dei suoi genitori e dei suoi nonni. Una casa cadente a centocinquanta metri dal fiume maledetto, dove il vento graffiava il vetro sottile delle finestre e il pattume radioattivo saliva dal fondo dell’acqua, rimestato dalle vacche che ci andavano a bere.
[…] Si trasferì e non se ne andò più. Quando lei usciva per andare al lavoro, il fondotinta sulla faccia, l’ombretto glitterato, lui sentiva uno strappo, come se fosse tornato bambino e non avesse modo di stare solo. Sedeva sul divano, una rivista di automobili addosso, senza riuscire a leggerla, pensando alla bocca scura di Tamara e alle sue gambe lunghe, alla sua risata rauca, alle sue mani fredde, sentiva una miscela confusa che era gioia, ma non poteva saperlo, perché la gioia si riconosce solo da lontano, quand’è passata per sempre
”.

Viola Di Grado ha un enorme talento, visionario e struggente. Il libro precedente, Bambini di ferro, metteva insieme infanzia e fantascienza in modo molto originale; Fuoco al cielo viene da lì, ma va molto oltre, a partire dalla scrittura, che rispetto ai libri precedenti è rastremata ed essenziale in modo direi brutale. Leggerlo, soprattutto nella parte iniziale, è stata una vera sofferenza fisica: Fuoco al cielo è un libro che fa male al lettore (ricordati l’ascia di Kafka, mi ha detto giustamente l’autrice). Mi sono fatta forza nonostante il disagio fisico, sempre tenendo in mente l’ascia di Kafka, ma il disagio non è diminuito, segno di un’ascia andata perfettamente a segno. D’altra parte, anche Kafka è una medicina amara ma prodigiosa.

di Francesca Matteoni
da NAZIONE INDIANA (nazioneindiana.com), 10 aprile 2019


Le Musiche, scelte da Claudio Tesser

Joy Division, Love Will Tear Us Apart [Joy Division]
The National, Her Father In The Pool [Bryce Dessner]
Joy Division, The Eternal [Joy Division]
The Knife, A Tooth For An Eye [The Knife]
The National, Oblivions [Bryce Dessner/Aaron Dessner]
The Knife, Stay Out Of Here [The Knife]
Joy Division, She's Lost Control [Joy Division]
The Knife, Old Dreams Waiting To Be Realized [The Knife]
The National, Dust Swirls In Strange Light [Bryce Dessner]
Joy Division, Failures [Joy Division]

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Ispirato a un fatto di cronaca che ha disorientato il mondo, Fuoco al cielo, della talentuosa scrittrice Viola Di Grado, racconta del male ubiquo che appartiene alla Storia ma che si rintana anche all'interno di ogni amore assoluto: perché la "città segreta” non è solo un luogo reale di distruzione e segregazione, ma anche il nodo più intimo e pericoloso di ogni relazione, dove i confini tra il sé e l’altro si confondono e può bastare una parola, un gesto, un grumo di silenzio per far crollare ogni cosa o metterla per sempre in salvo.
L’amore o quello che era, quella cosa forte e buia che non avevano chiesto, era di nuovo in circolo”.


ReadBabyRead #457 del 26 settembre 2019


Viola Di Grado
Fuoco al cielo

Brani (primi 14 capitoli)

(2a parte)


per info su F. Ventimiglia e C. Tesser:

Lettura e altri crimini
iTunes podcast


voce: Francesco Ventimiglia


"Lei prende dal tavolo il coltello della carne.
Lui le afferra il polso.
Lei si divincola, digrigna i denti.
È l'11 febbraio 1996, è il pieno dell'inverno, il sole non è ancora sorto. La luce sul soffitto va e viene.
"Cosa vuoi fare con quello, eh?"
Il coltello cade a terra con un rumore gelido, poi ritorna il silenzio. Lui si muove a tentoni, sbanda contro il cassetto. Lo apre, cerca una candela, non la trova. Lei raccoglie il coltello e lo punta contro se stessa, al collo, rovescia la testa come un animale sedato. Lui cerca di prenderglielo dalle mani, ma è un gesto meccanico, lento, senza terrore. Lei lo allontana con un calcio, ma è scalza, lui fa un sorriso di scherno, un ghigno che mette in mostra gli impianti sui molari e tutta la sua faccia diventa immobile e crudele.
Lui rimane lì fermo a guardarla - gli occhi grigi invasati, le dita con lo smalto scrostato, strette al manico di legno - come se volesse davvero vederla portare a termine l’operazione."


L’amore nella terra guasta 

Su Fuoco al cielo di Viola Di Grado


Muslyumovo, negli Urali del sud, è uno dei posti più radioattivi al mondo. Per anni, le scorie nucleari prodotte dal vicino impianto di Mayak sono state gettate nel vicino fiume Techla, da sempre utilizzato dalla popolazione per bere, lavarsi, irrigare i campi, pescare, fare il bagno d’estate. Nel 1957 un incidente a Mayak ha contaminato un’area all’incirca di 20.000 chilometri quadrati; una tragedia nucleare seconda solo a Chernobyl, che spinse le autorità sovietiche a mantenere il segreto su quanto stava succedendo nei dintorni della loro centrale nucleare e a creare una vera e propria “città segreta” i cui abitanti erano pagati per mantenere il silenzio sull’accaduto. La nuova Muslyumovo sorge a pochi chilometri dalla vecchia; i suoi abitanti ricevono un sussidio dal governo, ma la media dei malati di cancro è molto più alta della media nazionale e altissima è la percentuale di bambini che nascono con difetti congeniti o ritardi mentali.

Tamara e Vladimir vivono insieme a Muslyumovo, che come tutti i villaggi intorno alla città segreta è un villaggio chiuso. Vladimir è un infermiere che viene da Mosca e dopo aver incontrato Tamara ha scelto di restare malgrado le radiazioni. Tamara ha perso i genitori molti anni prima; i suoi genitori dragavano il fiume e si sono ammalati, lei è sopravvissuta. Tamara insegnava scienze nella scuola di Muslyumovo: dopo aver incontrato Vladimir ha smesso, e adesso la scuola è in stato di abbandono, le piante crescono tra le assi del pavimento. Tamara e Vladimir sono i protagonisti di Fuoco al cielo, l’ultimo romanzo di Viola Di Grado (La nave di Teseo, pp. 233, 19 euro), e finora il più estremo, il più radicale.

Cercando notizie su Muslyumovo, mi sono imbattuta in una foto di Robert Del Tredici che ritrae un gruppo di ragazze del villaggio. Sono eleganti, un po’ rétro, guardano con aria preoccupata altrove rispetto all’obiettivo tranne una, magra, dal volto affilato, che guarda dritto in camera. Qualche anno fa un altro fotografo, Robert Polidori, fece un importante reportage nella zona d’esclusione di Chernobyl, i trenta chilometri attorno alla centrale da cui la presenza umana è stata bandita. Quello che le foto di Polidori mostrano è un prevedibile paesaggio di case, scuole e luoghi di ritrovo abbandonati; quello che non mostrano è come la natura – lupo grigio, lontra, aquila americana, specie animali da tempo scomparse da quei luoghi – abbiano ricominciato a ripopolare la zona d’esclusione, decretando di fatto una rivincita della natura. Tamara e Vladimir si amano come due sopravvissuti all’umanità, come due che sanno che non c’è più spazio per un amore sano in una terra guasta.

Vladimir doveva saperlo. Doveva saperlo, Cristo santo. Nel suo corpo non poteva crescere niente di buono. Il suo corpo aveva il DNA marcio, era come un vecchio stupido albero, abbandonato dal sole e dalla terra, un albero che aveva succhiato plutonio tutta la vita. E poi aveva trentanove anni”.

Nel Novecento, l’archetipo della terra malata era La terra desolata di Eliot, con il senso di minaccia di cui si fa portavoce l’indovino Tiresia, l’uomo-donna veggente cieco capace di predire il futuro. C’è un cieco anche qui, l’ex direttrice dell’orfanotrofio accecata dal diabete. Rimasta anche lei per amore nel villaggio, cominciò a sognare “ombre nere che riempivano le strade”, e diventò lo spauracchio dei bambini, che la scambiavano per un fantasma.

Per Tamara e Vladimir il punto di non ritorno è la nascita di un bambino nato morto di Tamara, che all’inizio è riluttante ad accettare la gravidanza, ma dopo la morte del neonato non riesce ad elaborarne la perdita. Smarrita negli incubi e infragilita, trova nella foresta un essere mostruoso e inizia a prendersi cura di lui, fino al tragico epilogo. L’amore nella terra guasta è così, produce frutti che provocano insieme gioia e spavento.

Dopo un mese Vladimir le chiese di trasferirsi da lui, ma lei disse: “Assolutamente no”. Voleva restare nella casa in cui era cresciuta, in cui sua madre le aveva raccontato la sua ultima favola della buonanotte, quella del corvo che rivela agli inuit che nel resto del mondo esiste la luce. Nella casa vicina al cimitero, così suo padre e sua madre non erano mai veramente lontani e le sue preghiere notturne arrivavano a loro tutte intere. L’ultimo giorno del 1992 Vladimir si trasferì da lei, nel quartiere vecchio, nella casa dei suoi genitori e dei suoi nonni. Una casa cadente a centocinquanta metri dal fiume maledetto, dove il vento graffiava il vetro sottile delle finestre e il pattume radioattivo saliva dal fondo dell’acqua, rimestato dalle vacche che ci andavano a bere.
[…] Si trasferì e non se ne andò più. Quando lei usciva per andare al lavoro, il fondotinta sulla faccia, l’ombretto glitterato, lui sentiva uno strappo, come se fosse tornato bambino e non avesse modo di stare solo. Sedeva sul divano, una rivista di automobili addosso, senza riuscire a leggerla, pensando alla bocca scura di Tamara e alle sue gambe lunghe, alla sua risata rauca, alle sue mani fredde, sentiva una miscela confusa che era gioia, ma non poteva saperlo, perché la gioia si riconosce solo da lontano, quand’è passata per sempre
”.

Viola Di Grado ha un enorme talento, visionario e struggente. Il libro precedente, Bambini di ferro, metteva insieme infanzia e fantascienza in modo molto originale; Fuoco al cielo viene da lì, ma va molto oltre, a partire dalla scrittura, che rispetto ai libri precedenti è rastremata ed essenziale in modo direi brutale. Leggerlo, soprattutto nella parte iniziale, è stata una vera sofferenza fisica: Fuoco al cielo è un libro che fa male al lettore (ricordati l’ascia di Kafka, mi ha detto giustamente l’autrice). Mi sono fatta forza nonostante il disagio fisico, sempre tenendo in mente l’ascia di Kafka, ma il disagio non è diminuito, segno di un’ascia andata perfettamente a segno. D’altra parte, anche Kafka è una medicina amara ma prodigiosa.

di Francesca Matteoni
da NAZIONE INDIANA (nazioneindiana.com), 10 aprile 2019


Le Musiche, scelte da Claudio Tesser

Joy Division, Love Will Tear Us Apart [Joy Division]
The National, Her Father In The Pool [Bryce Dessner]
Joy Division, The Eternal [Joy Division]
The Knife, A Tooth For An Eye [The Knife]
The National, Oblivions [Bryce Dessner/Aaron Dessner]
The Knife, Stay Out Of Here [The Knife]
Joy Division, She's Lost Control [Joy Division]
The Knife, Old Dreams Waiting To Be Realized [The Knife]
The National, Dust Swirls In Strange Light [Bryce Dessner]
Joy Division, Failures [Joy Division]

]]>
info@sherwood.it (Sherwood Network)
<![CDATA[ReadBabyRead_456_Viola_Di_Grado_1]]>

Ispirato a un fatto di cronaca che ha disorientato il mondo, Fuoco al cielo, della talentuosa scrittrice Viola Di Grado, racconta del male ubiquo che appartiene alla Storia ma che si rintana anche all'interno di ogni amore assoluto: perché la "città segreta” non è solo un luogo reale di distruzione e segregazione, ma anche il nodo più intimo e pericoloso di ogni relazione, dove i confini tra il sé e l’altro si confondono e può bastare una parola, un gesto, un grumo di silenzio per far crollare ogni cosa o metterla per sempre in salvo.
L’amore o quello che era, quella cosa forte e buia che non avevano chiesto, era di nuovo in circolo”.


ReadBabyRead #456 del 19 settembre 2019


Viola Di Grado
Fuoco al cielo

Brani (primi 14 capitoli)

(1a parte)


per info su F. Ventimiglia e C. Tesser:

Lettura e altri crimini
iTunes podcast


voce: Francesco Ventimiglia


"Lei prende dal tavolo il coltello della carne.
Lui le afferra il polso.
Lei si divincola, digrigna i denti.
È l'11 febbraio 1996, è il pieno dell'inverno, il sole non è ancora sorto. La luce sul soffitto va e viene.
"Cosa vuoi fare con quello, eh?"
Il coltello cade a terra con un rumore gelido, poi ritorna il silenzio. Lui si muove a tentoni, sbanda contro il cassetto. Lo apre, cerca una candela, non la trova. Lei raccoglie il coltello e lo punta contro se stessa, al collo, rovescia la testa come un animale sedato. Lui cerca di prenderglielo dalle mani, ma è un gesto meccanico, lento, senza terrore. Lei lo allontana con un calcio, ma è scalza, lui fa un sorriso di scherno, un ghigno che mette in mostra gli impianti sui molari e tutta la sua faccia diventa immobile e crudele.
Lui rimane lì fermo a guardarla - gli occhi grigi invasati, le dita con lo smalto scrostato, strette al manico di legno - come se volesse davvero vederla portare a termine l’operazione."


L’amore nella terra guasta 

Su Fuoco al cielo di Viola Di Grado


Muslyumovo, negli Urali del sud, è uno dei posti più radioattivi al mondo. Per anni, le scorie nucleari prodotte dal vicino impianto di Mayak sono state gettate nel vicino fiume Techla, da sempre utilizzato dalla popolazione per bere, lavarsi, irrigare i campi, pescare, fare il bagno d’estate. Nel 1957 un incidente a Mayak ha contaminato un’area all’incirca di 20.000 chilometri quadrati; una tragedia nucleare seconda solo a Chernobyl, che spinse le autorità sovietiche a mantenere il segreto su quanto stava succedendo nei dintorni della loro centrale nucleare e a creare una vera e propria “città segreta” i cui abitanti erano pagati per mantenere il silenzio sull’accaduto. La nuova Muslyumovo sorge a pochi chilometri dalla vecchia; i suoi abitanti ricevono un sussidio dal governo, ma la media dei malati di cancro è molto più alta della media nazionale e altissima è la percentuale di bambini che nascono con difetti congeniti o ritardi mentali.

Tamara e Vladimir vivono insieme a Muslyumovo, che come tutti i villaggi intorno alla città segreta è un villaggio chiuso. Vladimir è un infermiere che viene da Mosca e dopo aver incontrato Tamara ha scelto di restare malgrado le radiazioni. Tamara ha perso i genitori molti anni prima; i suoi genitori dragavano il fiume e si sono ammalati, lei è sopravvissuta. Tamara insegnava scienze nella scuola di Muslyumovo: dopo aver incontrato Vladimir ha smesso, e adesso la scuola è in stato di abbandono, le piante crescono tra le assi del pavimento. Tamara e Vladimir sono i protagonisti di Fuoco al cielo, l’ultimo romanzo di Viola Di Grado (La nave di Teseo, pp. 233, 19 euro), e finora il più estremo, il più radicale.

Cercando notizie su Muslyumovo, mi sono imbattuta in una foto di Robert Del Tredici che ritrae un gruppo di ragazze del villaggio. Sono eleganti, un po’ rétro, guardano con aria preoccupata altrove rispetto all’obiettivo tranne una, magra, dal volto affilato, che guarda dritto in camera. Qualche anno fa un altro fotografo, Robert Polidori, fece un importante reportage nella zona d’esclusione di Chernobyl, i trenta chilometri attorno alla centrale da cui la presenza umana è stata bandita. Quello che le foto di Polidori mostrano è un prevedibile paesaggio di case, scuole e luoghi di ritrovo abbandonati; quello che non mostrano è come la natura – lupo grigio, lontra, aquila americana, specie animali da tempo scomparse da quei luoghi – abbiano ricominciato a ripopolare la zona d’esclusione, decretando di fatto una rivincita della natura. Tamara e Vladimir si amano come due sopravvissuti all’umanità, come due che sanno che non c’è più spazio per un amore sano in una terra guasta.

Vladimir doveva saperlo. Doveva saperlo, Cristo santo. Nel suo corpo non poteva crescere niente di buono. Il suo corpo aveva il DNA marcio, era come un vecchio stupido albero, abbandonato dal sole e dalla terra, un albero che aveva succhiato plutonio tutta la vita. E poi aveva trentanove anni”.

Nel Novecento, l’archetipo della terra malata era La terra desolata di Eliot, con il senso di minaccia di cui si fa portavoce l’indovino Tiresia, l’uomo-donna veggente cieco capace di predire il futuro. C’è un cieco anche qui, l’ex direttrice dell’orfanotrofio accecata dal diabete. Rimasta anche lei per amore nel villaggio, cominciò a sognare “ombre nere che riempivano le strade”, e diventò lo spauracchio dei bambini, che la scambiavano per un fantasma.

Per Tamara e Vladimir il punto di non ritorno è la nascita di un bambino nato morto di Tamara, che all’inizio è riluttante ad accettare la gravidanza, ma dopo la morte del neonato non riesce ad elaborarne la perdita. Smarrita negli incubi e infragilita, trova nella foresta un essere mostruoso e inizia a prendersi cura di lui, fino al tragico epilogo. L’amore nella terra guasta è così, produce frutti che provocano insieme gioia e spavento.

Dopo un mese Vladimir le chiese di trasferirsi da lui, ma lei disse: “Assolutamente no”. Voleva restare nella casa in cui era cresciuta, in cui sua madre le aveva raccontato la sua ultima favola della buonanotte, quella del corvo che rivela agli inuit che nel resto del mondo esiste la luce. Nella casa vicina al cimitero, così suo padre e sua madre non erano mai veramente lontani e le sue preghiere notturne arrivavano a loro tutte intere. L’ultimo giorno del 1992 Vladimir si trasferì da lei, nel quartiere vecchio, nella casa dei suoi genitori e dei suoi nonni. Una casa cadente a centocinquanta metri dal fiume maledetto, dove il vento graffiava il vetro sottile delle finestre e il pattume radioattivo saliva dal fondo dell’acqua, rimestato dalle vacche che ci andavano a bere.
[…] Si trasferì e non se ne andò più. Quando lei usciva per andare al lavoro, il fondotinta sulla faccia, l’ombretto glitterato, lui sentiva uno strappo, come se fosse tornato bambino e non avesse modo di stare solo. Sedeva sul divano, una rivista di automobili addosso, senza riuscire a leggerla, pensando alla bocca scura di Tamara e alle sue gambe lunghe, alla sua risata rauca, alle sue mani fredde, sentiva una miscela confusa che era gioia, ma non poteva saperlo, perché la gioia si riconosce solo da lontano, quand’è passata per sempre
”.

Viola Di Grado ha un enorme talento, visionario e struggente. Il libro precedente, Bambini di ferro, metteva insieme infanzia e fantascienza in modo molto originale; Fuoco al cielo viene da lì, ma va molto oltre, a partire dalla scrittura, che rispetto ai libri precedenti è rastremata ed essenziale in modo direi brutale. Leggerlo, soprattutto nella parte iniziale, è stata una vera sofferenza fisica: Fuoco al cielo è un libro che fa male al lettore (ricordati l’ascia di Kafka, mi ha detto giustamente l’autrice). Mi sono fatta forza nonostante il disagio fisico, sempre tenendo in mente l’ascia di Kafka, ma il disagio non è diminuito, segno di un’ascia andata perfettamente a segno. D’altra parte, anche Kafka è una medicina amara ma prodigiosa.

di Francesca Matteoni
da NAZIONE INDIANA (nazioneindiana.com), 10 aprile 2019


Le Musiche, scelte da Claudio Tesser

Joy Division, Love Will Tear Us Apart [Joy Division]
The National, Her Father In The Pool [Bryce Dessner]
Joy Division, The Eternal [Joy Division]
The Knife, A Tooth For An Eye [The Knife]
The National, Oblivions [Bryce Dessner/Aaron Dessner]
The Knife, Stay Out Of Here [The Knife]
Joy Division, She's Lost Control [Joy Division]
The Knife, Old Dreams Waiting To Be Realized [The Knife]
The National, Dust Swirls In Strange Light [Bryce Dessner]
Joy Division, Failures [Joy Division]

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<![CDATA[ReadBabyRead #107 del 10 gennaio 2013]]>

Viola Di Grado Settanta acrilico trenta lana (brani, parte 3 di 3)

per info su F. Ventimiglia e C. Tesser:

Lettura e altri crimini
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Brani scelti e letti da Sarah Ventimiglia

Settanta acrilico trenta lana di Viola Di Grado: una storia di alienazione urbana


"Che tu mi veda o no io sono quella lì coi capelli neri e il naso prendi tre paghi uno. Quella lì che è già notte, ed è già fine, anche se tu volevi una storia in cui tutto è del suono giusto e del colore giusto, e le farfalle volano, e le persone parlano e amano e parlano e amano.
Tu te la puoi permettere una storia di quel tipo. [...] Sai che ti dico? Usala come straccio del bagno, quella storia, o che ne so, foderaci la gabbia del criceto. Insomma, basta che te la levi davanti, qui a Leeds non ti serve, e i ragazzini di Christopher Road te la ucciderebbero per strada".

Settanta acrilico trenta lana è il romanzo di una esordiente catanese, Viola Di Grado, nella quale la e/o dimostra di credere davvero molto. Laureata in lingue orientali a Torino, Viola Di Grado ha fatto l'Erasmus a Leeds, poi ha viaggiato in Giappone e in Cina, e ora si sta specializzando in filosofia cinese a Londra. Questo romanzo lo ha finito di scrivere due anni fa, quando di anni ne aveva ventuno. Eppure Settanta acrilico trenta lana dimostra una originalità e maturità di lingua e contenuti davvero rara per una scrittrice della sua età. Definita "dark come Amélie Nothomb e letteraria come Elena Ferrante", Viola Di Grado costruisce il suo romanzo sulla lingua, attraverso iperboli, sinestesie, allitterazioni, parole che dipingono una natura al neon, di plastica, - acrilica, appunto -, sezionando lo spazio ovattato di questa Leeds letteraria come un bisturi. Una lingua che taglia e squarcia la pagina, come se fosse un fiore o vestito. Parole che coniugano esperienza corporea ed estetica, che si collocano esattamente sulla pagina come ideogrammi inscritti nel loro quadrato ideale. Parole che contraddicono la sterilità dell'esperienza depressiva, debordano fuori dal tracciato, si scompongono, si mescolano, si uniscono: chiavi di volta, parole che si fanno carne e riempiono lo spazio, parole che significano sempre qualcosa di più della loro forma. Una lingua cesellata come una porcellana orientale eppure sfrontata e insolente come quella che solo a vent'anni si può avere.
Settanta acrilico trenta lana è il romanzo di una bellezza straziata, di una vita persa, ritrovata, persa di nuovo - ciclica, come un buco -, di una vita che muore ogni giorno e ogni giorno risorge, per lanciare una provocazione alle nostre candide esistenze.

Sandra Bardotti


Le Musiche, scelte da Claudio Tesser

Alva Noto + Ryuichi Sakamoto with Ensemble Modern, Attack/Transition (Alva Noto, Ryuichi Sakamoto)
Alva Noto + Ryuichi Sakamoto with Ensemble Modern, Grains (Alva Noto, Ryuichi Sakamoto
Alva Noto + Ryuichi Sakamoto with Ensemble Modern, Particle 1 (Alva Noto, Ryuichi Sakamoto)
Alva Noto + Ryuichi Sakamoto with Ensemble Modern, Transition (Alva Noto, Ryuichi Sakamoto)
Alva Noto + Ryuichi Sakamoto with Ensemble Modern, Broken Line 1 (Alva Noto, Ryuichi Sakamoto)
Alva Noto + Ryuichi Sakamoto with Ensemble Modern, Plateaux (Alva Noto, Ryuichi Sakamoto)
Alva Noto + Ryuichi Sakamoto with Ensemble Modern, Silence (Alva Noto, Ryuichi Sakamoto)
Alva Noto + Ryuichi Sakamoto with Ensemble Modern, Particle 2 (Alva Noto, Ryuichi Sakamoto)
Alva Noto + Ryuichi Sakamoto with Ensemble Modern, Broken Line 2 (Alva Noto, Ryuichi Sakamoto)
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Viola Di Grado

Settanta acrilico trenta lana (brani, parte 2 di 3)


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Brani scelti e letti da Sarah Ventimiglia


Settanta acrilico trenta lana di Viola Di Grado: una storia di alienazione urbana


"Che tu mi veda o no io sono quella lì coi capelli neri e il naso prendi tre paghi uno. Quella lì che è già notte, ed è già fine, anche se tu volevi una storia in cui tutto è del suono giusto e del colore giusto, e le farfalle volano, e le persone parlano e amano e parlano e amano.
Tu te la puoi permettere una storia di quel tipo. [...] Sai che ti dico? Usala come straccio del bagno, quella storia, o che ne so, foderaci la gabbia del criceto. Insomma, basta che te la levi davanti, qui a Leeds non ti serve, e i ragazzini di Christopher Road te la ucciderebbero per strada".

Settanta acrilico trenta lana è il romanzo di una esordiente catanese, Viola Di Grado, nella quale la e/o dimostra di credere davvero molto. Laureata in lingue orientali a Torino, Viola Di Grado ha fatto l'Erasmus a Leeds, poi ha viaggiato in Giappone e in Cina, e ora si sta specializzando in filosofia cinese a Londra. Questo romanzo lo ha finito di scrivere due anni fa, quando di anni ne aveva ventuno. Eppure Settanta acrilico trenta lana dimostra una originalità e maturità di lingua e contenuti davvero rara per una scrittrice della sua età. Definita "dark come Amélie Nothomb e letteraria come Elena Ferrante", Viola Di Grado costruisce il suo romanzo sulla lingua, attraverso iperboli, sinestesie, allitterazioni, parole che dipingono una natura al neon, di plastica, - acrilica, appunto -, sezionando lo spazio ovattato di questa Leeds letteraria come un bisturi. Una lingua che taglia e squarcia la pagina, come se fosse un fiore o vestito. Parole che coniugano esperienza corporea ed estetica, che si collocano esattamente sulla pagina come ideogrammi inscritti nel loro quadrato ideale. Parole che contraddicono la sterilità dell'esperienza depressiva, debordano fuori dal tracciato, si scompongono, si mescolano, si uniscono: chiavi di volta, parole che si fanno carne e riempiono lo spazio, parole che significano sempre qualcosa di più della loro forma. Una lingua cesellata come una porcellana orientale eppure sfrontata e insolente come quella che solo a vent'anni si può avere.
Settanta acrilico trenta lana è il romanzo di una bellezza straziata, di una vita persa, ritrovata, persa di nuovo - ciclica, come un buco -, di una vita che muore ogni giorno e ogni giorno risorge, per lanciare una provocazione alle nostre candide esistenze.

Sandra Bardotti


Le Musiche, scelte da Claudio Tesser

Alva Noto + Ryuichi Sakamoto with Ensemble Modern, Attack/Transition (Alva Noto, Ryuichi Sakamoto)
Alva Noto + Ryuichi Sakamoto with Ensemble Modern, Grains (Alva Noto, Ryuichi Sakamoto
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Viola Di Grado

Settanta acrilico trenta lana (brani, parte 1 di 3)


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Settanta acrilico trenta lana di Viola Di Grado: una storia di alienazione urbana


"Che tu mi veda o no io sono quella lì coi capelli neri e il naso prendi tre paghi uno. Quella lì che è già notte, ed è già fine, anche se tu volevi una storia in cui tutto è del suono giusto e del colore giusto, e le farfalle volano, e le persone parlano e amano e parlano e amano.
Tu te la puoi permettere una storia di quel tipo. [...] Sai che ti dico? Usala come straccio del bagno, quella storia, o che ne so, foderaci la gabbia del criceto. Insomma, basta che te la levi davanti, qui a Leeds non ti serve, e i ragazzini di Christopher Road te la ucciderebbero per strada".

Settanta acrilico trenta lana è il romanzo di una esordiente catanese, Viola Di Grado, nella quale la e/o dimostra di credere davvero molto. Laureata in lingue orientali a Torino, Viola Di Grado ha fatto l'Erasmus a Leeds, poi ha viaggiato in Giappone e in Cina, e ora si sta specializzando in filosofia cinese a Londra. Questo romanzo lo ha finito di scrivere due anni fa, quando di anni ne aveva ventuno. Eppure Settanta acrilico trenta lana dimostra una originalità e maturità di lingua e contenuti davvero rara per una scrittrice della sua età. Definita "dark come Amélie Nothomb e letteraria come Elena Ferrante", Viola Di Grado costruisce il suo romanzo sulla lingua, attraverso iperboli, sinestesie, allitterazioni, parole che dipingono una natura al neon, di plastica, - acrilica, appunto -, sezionando lo spazio ovattato di questa Leeds letteraria come un bisturi. Una lingua che taglia e squarcia la pagina, come se fosse un fiore o vestito. Parole che coniugano esperienza corporea ed estetica, che si collocano esattamente sulla pagina come ideogrammi inscritti nel loro quadrato ideale. Parole che contraddicono la sterilità dell'esperienza depressiva, debordano fuori dal tracciato, si scompongono, si mescolano, si uniscono: chiavi di volta, parole che si fanno carne e riempiono lo spazio, parole che significano sempre qualcosa di più della loro forma. Una lingua cesellata come una porcellana orientale eppure sfrontata e insolente come quella che solo a vent'anni si può avere.
Settanta acrilico trenta lana è il romanzo di una bellezza straziata, di una vita persa, ritrovata, persa di nuovo - ciclica, come un buco -, di una vita che muore ogni giorno e ogni giorno risorge, per lanciare una provocazione alle nostre candide esistenze.

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Le Musiche, scelte da Claudio Tesser

Alva Noto + Ryuichi Sakamoto with Ensemble Modern, Attack/Transition (Alva Noto, Ryuichi Sakamoto)
Alva Noto + Ryuichi Sakamoto with Ensemble Modern, Grains (Alva Noto, Ryuichi Sakamoto
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<![CDATA[Settanta acrilico trenta lana - Viola Di Grado]]>

I giudizi entusiasti dei critici (Paccagnini, Ferroni etc.) sulla quarta di copertina lasciano poco spazio ai dubbi: l’esordio letterario di Viola Di Grado, Settanta acrilico trenta lana (e/o 2011), fresca vincitrice del Campiello sezione Opera prima e adesso in corsa per il Premio Strega, è già un evento per la narrativa italiana.
A contribuire al clima di entusiasmo è sicuramente anche la personalità dell’autrice, giovanissima (ha solo ventitré anni) e dal look vagamente goth, il che non guasta in fase di promozione.
E anche se (come, sono costretto ad ammettere, nel mio caso) si parte leggermente prevenuti, temendo di trovarsi davanti all’ennesimo caso editoriale preparato a tavolino da editor e addetti stampa, il romanzo di Viola Di Grado non può non lasciare impressionato il lettore: per la storia, una sorta di romanzo nero impregnato di delirio, ma soprattutto per come la scrittrice esordiente usa lo strumento linguistico, torcendolo verso un’espressività che non ha davvero simili nel panorama attuale.
La storia di Camelia, studentessa italiana a Leeds la quale reagisce alla morte del padre fedifrago con l’afasia e l’autopunizione, salvo sperare in un’impossibile storia d’amore con il mite Wen, gestore di un negozio di abbigliamento cinese che vorrebbe insegnarle la sua lingua, è raccontata dall’autrice con una potenza davvero travolgente.
Una vera e propria scrittura della crudeltà, quella di Viola, sadomasochistica direi, che ben si presta al racconto di una storia familiare e affettiva dove la speranza non brilla che per pochi istanti, come il sole su Leeds d’inverno. E se a volte alcune immagini possono sembrare gratuite (i tramonti che sembrano “petti di pollo”) le metafore ricorrenti che innervano il romanzo (le parole come vomito, i buchi sui vestiti, nelle foto e dentro i cuori, i tagli negli abiti e sulla pelle della protagonista) conferiscono al romanzo un’atmosfera che è difficile dimenticare.
Settanta acrilico trenta lana è una lettura, quindi, davvero consigliata, e un’esordio sotto ottimi auspici.

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