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SherBooks - La libreria di Sherwood



Sherwood Festival 2018

Park Nord Stadio Euganeo
Viale Nereo Rocco - Padova
#sherwood18


In ogni foresta, anche nella più caotica, esiste un luogo nascosto, dove il concerto del bosco si fa più leggero e il fitto ramificarsi degli alberi lascia spazio alla radura. 
SherBooks è un’area che ospita su scaffali di legno che un tempo furono piante e poi un’installazione della Biennale, oltre settecento titoli fra romanzi, saggi, fumetti e libri per bambini. Forse un libro non seduce quanto il luppolo, eppure Sherwood Festival non ha mai voluto rinunciare a questo spazio, in cui s’intrecciano esperienze e sperimentazioni avviate negli anni nella rete dei centri sociali del nord-est.

I libri di SherBooks raccontano del mondo in cui è nata Radio Sherwood: le radio libere e la musica underground, i movimenti sociali, le lotte e le rivendicazioni globali. Ma non manca neppure uno sguardo alla contemporaneità, con particolare attenzione per quelle novità editoriali – tanto meglio se indipendenti – in grado di descrivere la complessità del presente. La teoria critica, ma anche le diverse forme del racconto letterario e a fumetti, sono nella radura di SherBooks, un’occasione di svago e di approfondimento, attraverso cui conoscere e mettere in discussione il mondo in cui abitiamo.

SherBooks condivide lo stand con la postazione di Radio Sherwood, dalla quale ogni giorno vanno in onda le dirette web. Lo stand è allestito in un’ottica comune che guarda al riciclo. Le pareti della libreria, il tavolo di conduzione e la cassa sono opera del progetto Rebiennale, che recupera materiali dai padiglioni della Biennale di Venezia. I lampadari invece sono costruiti recuperando la plastica delle bottiglie d’acqua consumate durante i montaggi del festival.

SherBooks sostiene l’editoria indipendente ed è per questo che nel nostro spazio troverete i libri di:

Agenzia X • Alba Edizioni • Alegre • Altreconomia • Bao Publishing • BéBert • Beccogiallo Editore • Coconino Press • Derive Approdi • E/O • Edizioni Black Coffee • Iperborea • Le Milieu • Lo Stampatello • Marsilio • Mimesis • Minimum Fax • NN Editore • Nottetempo • Ombrecorte • Produzioni Nero • Red Star Press • Settenove • Stampa Alternativa • Sur.

La libreria è aperta in ogni sera del festival indicativamente dalle 19:00 all’1:00.

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<![CDATA[Addio, monti - Michele Masneri]]>

Addio, Monti, esordio narrativo di Michele Masneri, è senz'altro il caso letterario di inizio 2014, accuratamente alimentato già lo scorso anno da gustose anticipazioni nonché dalla coincidenza con l'Oscar vinto recentemente dalla Grande Bellezza di Sorrentino, che al libro è da più parti stato avvicinato.

E del resto il libro di Masneri non poteva certo passare inosservato nel panorama piuttosto desertificato della scrittura italiana contemporanea: impastando azzeccatamente una tecnica di "name dropping" à la Arbasino, l'autore ritrae con efficacia i lustrini che ricoprono il vuoto sentimentale ed emotivo dell'intellighenzia radical-chic romana responsabile della recente gentrificazione del rione Monti, con i suoi riti, le sue località di villeggiatura e le sue marche prestigiose a nascondere un desolante nulla umano. Fra i tavolini dei bar di Monti ed i suoi minimarket bio, fra aperitivi e improbabili postdottorati in diritto della navigazione, si dipanano le vicende di una compagine (molto maschile) di escort che hanno studiato alla LUISS, immobiliaristi rapaci, editoralisti economici marchettari, conduttori televisivi cocainomani in cerca di una riabilitazione professionale. Sullo sfondo, una Roma hype e beceramente provinciale, che sfrutta l'eredità di Pasolini per alzare le quotazioni al metro quadro delle case ma allo stesso tempo è sempre prigioniera di se stessa.

Addio, monti è un libro divertente e anche crudele nel mettere in luce i vizi della fauna radical-chic romana; allo stesso tempo, a partire dalla citazione manzoniana del titolo, Masneri strizza forse anche troppo l'occhio al lettore  "giusto" (anche dal punto di vista della connotazione sociale), quello che, al di là del tono beffardo, sorriderà a riconoscersi nei tic e nelle abitudini di chi ha la casa piena di Micromega impilati e compra i rustici da Panella.

Nel complesso, Addio monti è senz'altro uno dei libri di inizio 2014 più consigliati per capire una fetta dell'Italia degli anni Zero.

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<![CDATA[Urbino, Nebraska - Alessio Torino]]>

Urbino, Nebraska, terzo libro di Alessio Torino da poco in libreria, sembra costruito intorno a un vuoto: la vicenda sottesa ai suoi quattro racconti, quella della morte per overdose da eroina di due sorelle, Bianca ed Ester, nell'Urbino degli anni Ottanta, non è infatti mai raccontata, ma è proprio intorno alla sua assenza che le diverse storie si ricompongono.

I quattro racconti sono tutti ambientati nella città marchigiana, e ritraggono altrettanti momenti di trasformazione nelle vite di Zena, Nicola, Mattia e Federico. Con una lingua precisissima ed una rara attenzione per il mondo dei giovani di provincia, Alessio Torino ci conduce nelle vite dei suoi protagonisti con silenziosa empatia, riuscendo a mettere in parole quel grumo di sofferenza talvolta inesplicabile che l'essere giovani porta con sé. Zena è una matricola universitaria divisa fra vitale egoismo e senso di colpa; Nicola ha scelto di entrare in convento nell'incomprensione della famiglia; Mattia, designer di successo a Vienna, è costretto a fare i conti con un padre alcolizzato ad Urbino e con il proprio passato, mentre Federico affronta la scomparsa del nonno. Nessuna di queste vite è, in senso stretto, speciale; ognuno dei protagonisti, tuttavia, conserva un legame talvolta sotterraneo con la morte di Ester e Bianca, con la tragedia, per dirla con Nolte, "di un passato che non vuole passare".

Teatro dei quattro racconti è Urbino, città ducale e tossica, universitaria e contadina, da cui tutti vogliono fuggire e che tuttavia attrae ipnoticamente chiunque vi sia in qualche modo legato. Una città - e una provincia - satura di disillusione eppure disposta a farsi carico delle proprie sofferenze e ad andare avanti, come racconta l'ultima, splendida pagina, che ha un po' il sapore dell'epica greca che costella il libro e un po' dei racconti di Steinbeck.

Libro insomma davvero consgliatissimo, da leggere ascoltando le musiche di Cat Power e dei Cure; "di Bruce Springsteen, invece, solo Nebraska".

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<![CDATA[Jim entra nel campo da basket - Jim Carroll]]>

Il lavoro di recupero di classici della (contro-)cultura americana, da sempre missione della casa editrice romana minimum fax, ci consente di leggere in traduzione italiana (curata, come la prefazione, da Tiziana Lo Porto) The basketball diaries. 1963-1966, il libro-scandalo con cui Jim Carroll, già autore di apprezzati libri di poesie, nel 1978 entrò nel gotha della letteratura americana "maledetta" e beat.

Le pagine di diario di Jim raccontano una vicenda drammatica, come può esserlo l'avvicinamento all'eroina all'età di 13 anni di un ragazzino irlandese dei quartieri poveri di New York. Jim è un promettentissimo giocatore di basket, ambito dalle squadre giovanili di tutta Manhattan, porta i capelli lunghi ed è ossessionato dall'incubo nucleare. Jim semplicemente cresce troppo in fretta, e a 13 anni comincia con l'eroina perché credeva che fosse la marijuana a dare dipendenza, e non viceversa.

Il libro trabocca di sesso fra adolescenti, tossici che si dondolano sull'altalena di Central Park, marchette nei bagni della stazione, truffe a vecchie cattoliche, riformatorio e naturalmente di eroina, ma in qualche modo la voce del narratore conserva una naturale purezza, restando lucida e asciutta. I suoi commenti sulla realtà degli anni '60 trovano forma in un ritmo vertiginoso, al tempo stesso cinico ed innocente: veramente incredibile, come disse una volta Kerouac, che un tossico quindicenne scrivesse meglio della grandissima parte dei romanzieri americani.

Quindici anni dopo Il giovane Holden, Carroll offre un ritratto della gioventù sottoproletaria americana che è crudele e toccante come può esserlo solo la vita vera, tragica eppure "messa in forma" dalla poesia: una ricerca ostinata di purezza che passa anche attraverso l'inferno. Da leggere.

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<![CDATA[Morte di un Casanova - Leonard Cohen]]>

Pubblicato originariamente nel 1978 e oggi riproposto dalla casa editrice minimum fax, Morte di un Casanova di Leonard Cohen è un libro veramente sorprendente, a tratti diseguale (i testi raccolti sono davvero troppi) ma senz’altro consigliato a tutti i fan del grande cantautore canadese.

Aprendo il libro di Cohen sembra di entrare in un labirinto, anzi in un gioco di specchi: quasi tutte le poesie, infatti, sono seguite da un brano in prosa, in forma di appunto o di pagina di diario, che funge da contrappunto alla poesia, spesso rovesciandone il senso, demistificandolo con ironia o al contrario accrescendone il pathos doloroso. Sembra quasi che in Cohen convivano due persone, l’autore e un suo alter ego più segreto, che glossa e commenta le pagine del libro, tutte dedicate all’amore, visto in tutte le sue sfumature. Un amore che, per il poeta-cantautore, è, allo stesso tempo e inscindibilmente, salvezza e dannazione.

La struttura del libro ben si adatta al Leonard Cohen di fine anni '70: quegli anni sono stati un periodo difficile per il cantautore, che aveva avviato un improbabile sodalizio artistico con Phil Spector e viveva una fase di esaltazioni e acute depressioni.  Ma la stoffa dell’artista si riconosce anche dalla maggior parte delle poesie raccolte in Morte di un Casanova, a volte spirituali, a volte esplicitamente sessuali, spessissimo disperatamente sincere. Anche nel turbinio di fine anni ’70, Cohen non poteva fare a meno di cercare, sempre, le parole giuste per parlare del sentimento più complesso di tutti, l’amore. Del proprio, e anche di quello di tutti gli altri.

Completa il libro una prefazione di Vasco Brondi, appassionata e appassionante. A tutti i fan del menestrello di Montréal, dunque, buona lettura.

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<![CDATA[La fine dell’altro mondo - Filippo D'Angelo]]>

In una Genova torrida di inizio estate Ludovico Roncalli, ventottenne dottorando in letteratura francese, da tre anni al lavoro sul romanzo utopico L’altro mondo di Cyrano de Bergerac, si trova davanti a una svolta inaspettata per la sua ricerca.
Proveniente da una famiglia alto-borghese di professionisti, Ludovico vive da tempo alla deriva: beve e fuma troppo, il rapporto con la giovanissima fidanzata Marta lo annoia, l’università gli sembra campo esclusivo di mediocri rivalità, mentre il sogno proibito di un rapporto incestuoso con la sorella Umberta lo turba e lo affascina. L’intuizione che il romanzo di Cyrano possa avere, in alcune edizioni, una diversa conclusione lo porterà a Parigi e a Mosca, all’inseguimento di una nuova fine per L’altro mondo. Nel frattempo, è una parte del mondo che Ludovico conosce a finire, proprio quell’estate, a Genova: il luglio che fa da sfondo al romanzo è infatti quello del 2001, l’anno del G8 e della “perdita dell’innocenza” di un’intera generazione.

Filippo D’Angelo, che di mestiere fa il ricercatore universitario (in Francia) ed è qui al primo romanzo, ha scritto un libro dolente e al tempo stesso avvincente, con un protagonista che è difficile dimenticare. Ludovico, come un personaggio di Moravia, non fa nulla per starci simpatico: è ricco, cinico e presuntuoso, le sue preoccupazioni più gravi sono le sbronze, un sesso egoistico e pornografico, e il tormento per l’incipiente calvizie.
Eppure La fine dell’altro mondo è un romanzo che parla a tutti noi, perché mostra che la letteratura può rappresentare, e con ciò stesso contraddire, la rovina del nostro Paese, “che non è stato all’altezza nemmeno dei suoi propositi più modesti”.
Quella della requisitoria di Ludovico contro la propria generazione e quella precedente, contro i politici e gli accademici, contro l’agonizzante famiglia post-sessantottina, contro i propri amici, falliti o pateticamente di successo, soprattutto contro se stesso, è una lingua matura e ben scolpita, forse in alcuni punti troppo compiaciuta del proprio pastiche citazionistico ma capace anche di far ridere (l’irresistibile parentesi moscovita) e indignare (gli atteggiamenti polizieschi durante il G8).

Se è possibile trovare un limite nel libro, esso sta in quello che ha evidenziato anche Daniele Giglioli sul Corriere della Sera: “la sua malinconia è un privilegio di classe”, e l’ottica dell’autore, occupato a dissezionare come un entomologo il gruppo alto-borghese, socialmente assai omogeneo, di Ludovico e degli altri personaggi, lascia fuori tanto, e tanti. Non perché nel coerente nichilismo del romanzo andasse inserito a forza un “principio speranza”, piuttosto perché “l’altro mondo possibile”, finito nel sangue delle strade di Genova, non può che sempre ricominciare: quantomeno perché “questo” mondo (il nostro, e quello descritto nel romanzo) sta diventando sempre più impossibile.

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<![CDATA[L'inconfondibile tristezza della torta al limone - Aimee Bender]]>

Pensate che sorpresa se, al posto di sentire il gusto dei cibi, improvvisamente cominciassimo a percepire i sentimenti provati da chi li ha preparati. E certo la sorpresa diventerebbe trauma se, dentro la torta fatta da nostra madre per il compleanno, quella che ci era sempre piaciuta tanto, sentissimo un forte gusto di vuoto, un vuoto fatto di angoscia e frustrazione. L’improvvisa epifania capita a Rose Edelstein, la piccola protagonista de L’inconfondibile tristezza della torta al limone, il giorno del suo nono compleanno, e dopo quella fetta di torta al limone e cioccolato per lei niente sarà più come prima. Tutto quello che Rose credeva riguardo alla propria famiglia, che le era sempre sembrata la perfetta, rassicurante incarnazione del lifestyle losangelino, le si rivela da quel momento falso, e attraverso il gusto dei cibi la bambina impara a conoscere la segreta delusione della madre, donna vivace e impulsiva, per il marito distratto e in carriera, e i pericolosi meandri in cui è avviluppata la mente del fratello adolescente. Con il passare degli anni vediamo Rose crescere e affacciarsi alla maturità passando attraverso le proprie iniziazioni, sentimentali e professionali, ma sempre impegnata nel tentativo di convivere con il suo strano superpotere e di comprendere una famiglia in cui le debolezze di ciascuno sembrano sempre nascondere un dono speciale.

Aimee Bender, con questo suo nuovo romanzo, tocca con leggerezza corde assai profonde, gettando squarci di pura verità su cosa significa per ognuno crescere e trovare la maturità per fare i conti con la propria famiglia. La cosa soprendente per il lettore è che l’autrice coniuga questa lucida attenzione per il realismo psicologico con uno stile lieve e fiabesco che ha fatto parlare, per il suo lavoro, di un revival del realismo magico. Come è stato detto, insomma, ne L’inconfondibile tristezza della torta al limone logica della veglia e logica del sogno convivono, e nella famiglia Edelstein, con la sua malinconia e i suoi piccoli, bizzarri superpoteri, tutti possiamo in qualche modo riconoscerci.

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<![CDATA[S'è fatta ora - Antonio Pascale]]>

Pubblicato nel 2006 da minimum fax e subito acclamato dalla critica, torna oggi in libreria per la collana Beat uno dei libri più belli e sinceri di Antonio Pascale, S’è fatta ora. Pascale è uno degli autori italiani di punta della nuova generazione, ed è riconoscibile per uno stile sinuoso e allo stesso tempo lucidissimo, e per una scrittura malinconica ma che non rinuncia all’ironia. In S’è fatta ora troviamo l’alter ego dell'autore, Vincenzo Postiglione, alle prese con cinque temi chiave della propria vita: l’infanzia, il dolore, la politica, l’amore e il rapporto con la tecnologia. A ognuno di essi è dedicato un capitolo, in cui l’autore gioca con i piani temporali realizzando ogni volta una specie di affresco, che attraversa diverse fasi della vita dell’io narrante e trova appunto nel tema, e non nella linearità dell’intreccio, una sorta di "basso continuo" che garantisce unitarietà. Quello che lentamente si dipana nelle pagine di S’è fatta ora è dunque una sorta di romanzo di formazione, la storia delle cinque iniziazioni fondamentali di un uomo nevrotico e idealista, alieno a compromessi e orgoglioso del proprio “cattivo carattere”.
Qualche parola a parte merita Cinque minuti, il nuovo capitolo, davvero bellissimo, scritto da Pascale appositamente per questa nuova edizione. La tecnica dell’autore è diventata quasi virtuosistica, si parte dalla spiaggia di Cetrara (Calabria) nel 1974 e subito ci si ritrova sul lettino di un dermatologo nel 2010, si citano Il diario di Adamo ed Eva di Mark Twain e le frasi sconce dei delinquentelli di Caserta, ma il messaggio è chiaro: è solo l’amore che dà a tutti noi la forza per andare avanti, e che ci spinge a chiedere, anche quando sembra del tutto irrazionale e impossibile, con l’ostinazione dei bambini, “ancora cinque minuti”.

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<![CDATA[Come diventare se stessi - David Lipsky]]>

Per i tipi di minimum fax è da poco disponibile, nei migliori scaffali delle librerie, Come diventare se stessi di David Lipsky. Il libro si presenta come una lunga intervista allo scrittore David Foster Wallace all'indomani della pubblicazione del suo capolavoro Infinite Jest (Einaudi, 2006). 
Il materiale, frutto di una cinque giorni a stretto contatto con l'universo Wallace, attraversa i temi più diversi: dal cinema alla politica, dallo sport alla letteratura, dalla musica ai particolari più intimi. 
Ma attenzione: non ci troviamo di fronte ad un oceano di informazioni utili a maniaci per intrattenere amici e conoscenti a improbabili incontri “in memoria di”. Se vi aspettate questo allora non compratelo e soprattutto evitate comparsate ad eventi del genere.
Con questo non intendo che il libro non riesca a metterci in intimità con chi quella conversazione la sta realmente portando avanti. Ciò che cambia radicalmente è l'approccio con cui entriamo in questa relazione. Sinceramente non so se il merito vada a Lipsky o a Wallace, anche se ad intuito opterei per quest'ultimo, certo è, che alla fine della lettura ci troviamo a fare i conti con noi stessi. 
Spiego meglio. 
Mano a mano che procediamo con l'intervista, la sensazione di essere chiamati in causa è sempre più pressante, ma non è volta a mettere in gioco ciò che viene letto, bensì ciò che chi legge ha sinora pensato come certo. Ecco che partendo dalla sua quotidianità per finire alla sua routine lavorativa, lo stesso Wallace sembra inaspettatamente intervistarci e come farebbe un amico, sincerarsi che ciò che effettivamente facciamo corrisponda al nostro essere. Ad esempio, per il sottoscritto, è cambiato radicalmente il concetto di scrittura e il modo con cui interagisco con essa.
Quindi sia il titolo americano, come la sua traduzione italiana, sembrano proprio cogliere l'essenza del libro.
Piccola nota a margine: in un mondo che ormai vive dell'intrusione nella vita altrui e del gossip più becero, questo incontro ci restituisce il vero senso del dialogo e di quell'interesse per l'altro che ci accompagna da quando i nostri occhi hanno smesso di concentrarsi solo su noi stessi.
Buona intervista.

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<![CDATA[Dove sono andati a finire i soldi - Kevin Canty]]>

Leggere questo nuovo libro di Kevin Canty, Dove sono andati a finire i soldi (minimum fax 2011), è un po’ come fare un viaggio di qualche giorno in un’America per molti versi inedita. Quella che fa da sfondo ai racconti di Canty (di cui in Italia era stata pubblicata nel 2007 un’altra raccolta di racconti, Tenersi la mano nel sonno, sempre per i tipi di minimum fax) è infatti un’America minore, quella delle foreste del Kentucky, dei deserti del Midwest e di città dai nomi per noi esotici di Helena (Montana) e Tucson (Arizona): una terra di mezzo lontanissima dagli stereotipi legati all’hollywoodiana West Coast  da un lato e dall’altro alle grandi città dell’Est europeizzato e progressista.

In questo spazio rarefatto abita un’umanità sofferente, che spesso deve fare i conti con un passato difficile, eppure piena di vita e ancora capace di seguire il proprio cuore nella, forse impossibile, ricerca della felicità.
Quasi tutti i racconti presenti nella raccolta hanno per protagonisti uomini intorno ai quarant’anni, sul punto di prendere una decisione difficile, o che ne stanno scontando le conseguenze. Alcuni di loro però hanno la forza e il coraggio di tramutare questi momenti di crisi in altrettante svolte per la propria vita: così per il protagonista di I sacrificati, che si riprende faticosamente dalla scomparsa della compagna grazie ad una donna che riesce a rompere la sua barriera di solitudine, o come il bellissimo racconto finale Ponti tagliati, vetri infranti, in cui i due protagonisti (un uomo che ha deciso di disintossicarsi dall’alcool in un ranch superlusso nel deserto e la moglie di uno dei medici della clinica) si incrociano, si abbandonano, e si ritrovano per cercare di mettere insieme le proprie due solitudini. Raramente quelli di Canty sono racconti del tutto a lieto fine, ma l’autore pare suggerirci che una relazione completamente soddisfacente è soltanto un miraggio, un covo di ipocrisie e di rancori (vedi le coppie fedifraghe di La bella addormentata), e che quindi l'unica soluzione possibile sta nell'abbandonarsi all’intensità dei sentimenti.

Le emozioni dei protagonisti sono descritte da Canty col tono sobrio e tagliente che ha fatto parlare di lui come di uno dei migliori eredi di Raymond Carver, e proprio grazie a questo programmatico anti-sentimentalismo i rari squarci introspettivi assumono una forza eccezionale nel mostrare quanta fragilità è nascosta dietro all’apparente granitica solidità del “maschio americano”. Dove sono andati a finire i soldi, insomma, è una lettura consigliatissima per i fan di quello stile minimale che ha fatto le fortune dello storytelling nordamericano.

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