<![CDATA[biografie | Sherwood - La migliore alternativa]]> https://www.sherwood.it/tags/394/biografie/articles/1 <![CDATA[ “ALAIN DANIÈLOU - IL LABIRINTO DI UNA VITA” del regista veneziano RICCARDO BIADENE]]>

Avrà la sua anteprima nazionale al Biografilm Festival edizione 2017 il documentario del regista veneziano Riccardo Biadene, dedicato alla figura emblematica di Alain Daniélou e alla straordinaria vita dell’uomo che ha portato l’India in Occidente, con proiezioni giovedì 15 giugno e lunedì 19 a Bologna. “Alain Daniélou. Il labirinto di una vita”, questo il titolo del film, racconta l’avventuroso viaggio musicale, esistenziale e spirituale che Alain – bretone d’origine, figlio di un ministro socialista e con un fratello cardinale, amico di A. Gide e J. Cocteau – intraprende dal 1932, con il compagno fotografo svizzero Raymond Burnier, alla volta dell’India, lasciando un Occidente che non lo soddisfa. Il documentario parte dalla Bretagna e accompagna lo spettatore in India (Shantiniketan, Varanasi, Chennai, Pondicherry...), a Berlino, Venezia, e Roma, seguendo la storia del francese Daniélou, indologo e musicologo che ha vissuto, soprattutto in India, tra gli anni ‘30 e ‘60 del ‘900. A Benares (ora Varanasi), Daniélou, insieme a Burnier, abita per 15 anni nel palazzo di Rewa, sulle rive del Gange, dove incontra fra gli altri, Eleanor Roosvelt o Roberto Rossellini.

Qui Daniélou si dedica allo studio del sanscrito, viene iniziato all’induismo, e studia la musica classica indiana e la Veena a livello professionale. È a quegli anni che si deve la stesura di diversi libri sulla filosofia indù, lo shivaismo e i testi vedici. Dal 1950 è curatore della prima collana di world music classica per l’UNESCO. Nel 1963, di ritorno in Europa, fonda e dirige l’Istituto Internazionale di Studi per la Musica Tradizionale (IITM) a Berlino, e in seguito crea a Venezia l’Istituto Internazionale per gli studi di musica comparata, affinché la musica orientale abbia importanza paritaria rispetto a quella occidentale, e dove tale studio è mantenuto vivo oggi dalla Fondazione Giorgio Cini. E, proprio per raccontare il periodo in cui visse in Laguna il regista è tornato, nella sua città natale, per effettuare parte delle riprese del documentario, sull’Isola di San Giorgio Maggiore. Gli ultimi anni di vita, Alain Daniélou, li trascorre tra Roma, Losanna, Berlino e Parigi, con una certa preferenza per la villa sulle colline di Zagarolo, un paesino vicino a Roma. Musica, danza, religione, tradizione e modernità, scultura e filosofia vengono esplorati in questo documentario attraverso le parole dello stesso Daniélou, tratte dall’autobiografia “La via del labirinto”.

Il regista, classe 1973 ­­– agli inizi della carriera cinematografica co-diresse “Come un uomo sulla terra” con Andrea Segre – dopo l’anteprima nazionale, accompagnerà il film il 22 al Ravenna Festival, importante manifestazione dedicata alla musica, il 29 al SummerMela, il festival di arte e cultura indiana a Roma, il 30 giugno a Padova al River Film Festival, in una serata particolare, a chiusura della rassegna, e l’8 luglio al Soleluna Festival a Palermo. Il progetto poi si aprirà a una distribuzione internazionale, che lo farà sbarcare in molti paesi europei, fra cui la Germania e l’India, nel corso del 2017. Ma per Biadene ci sarà unulteriore ritorno a Venezia il 2 luglio, al Teatro la Fenice, in veste di produttore, con la sua Kama Productions per il documentario “Aquagranda in crescendo” che racconta il Teatro La Fenice durante la realizzazione di “Aquagranda” – l’opera-evento che commemora i 50 anni dalla terribile alluvione che colpì Venezia il 4 novembre 1966 – diretto da un altro veneziano Giovanni Pellegrini, e trasmesso lo scorso maggio su Rai 5.

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<![CDATA[Amianto. Una storia operaia - Alberto Prunetti]]>

Amianto di Alberto Prunetti racconta la storia di Renato, operaio specializzato e trasfertista nell’Italia del post-miracolo economico. La sua specialità sono le saldature speciali, quelle fatte vicino a grandi cisterne di petrolio o altri materiali infiammabili, che era prassi realizzare sotto grandi teloni d’amianto. Oggi questa parola evoca subito il processo Eternit, la dignità e il coraggio delle famiglie di Casale Monferrato, ma negli anni Settanta essa era solo sussurrata, occultata nelle buste paga degli operai più a rischio sotto la voce “premio per disagio cantiere”. E di “disagi” del genere Renato ne patisce parecchi: respira ogni sorta di metalli pesanti, soprattutto piombo e zinco, ha i timpani pressoché distrutti dai colpi della sua mazzuola in ferro, ma soprattutto non sa ancora che una fibra d’amianto gli è penetrata nei polmoni e ha cominciato la sua micidiale missione cancerogena.

Renato, è bene dirlo, di cognome si chiama anch’egli Prunetti ed è il padre di Alberto: Amianto purtroppo non è un libro di fantasia. L’autore, ripercorrendo la vita del padre a partire dalla propria nascita a metà anni ‘70, offre un ritratto salace della provincia toscana fra Livorno, Pisa e Grosseto, della Maremma al tempo stesso operaia e contadina, ma soprattutto una mappa d’Italia alternativa e anti-turistica, tutta vissuta negli alberghi da operai vicini alle grandi fabbriche attraversate da Renato: Rosignano Solvay, Piombino, Casale Monferrato, Novara, Taranto. Mentre il figlio si laurea e approda  a mille lavori precari, scoprendo tutta la falsità della retorica meritocratica sull’università come occasione di ascesa sociale, Renato, sempre più conscio della pericolosità del suo mestiere e della violazione dei propri diritti, approda alla pensione in un’Italia desertificata dal punto di vista industriale e culturale. Non se la godrà per molto, Renato, la pensione: lo si sa dall’inizio del libro, ma le pagine dedicate alla malattia e alla morte sono intense e commoventi come raramente accade nel territorio dove la letteratura lambisce la realtà. Verrà poi la rabbia, ed il difficile conseguimento del riconoscimento dell’esposizione di Renato all’amianto, che ha poco di materiale e molto di simbolico: una sorta di appendice postuma della lotta del padre per i suoi diritti.

Amianto è un libro importante, non solo perché, come recita il sottotitolo, racconta “una storia operaia” in una panorama letterario che di solito le fabbriche le evoca nei titoli dei libri per poi subito dimenticarle (lo sottolinea Valerio Evangelisti nella bella, sentita prefazione), ma anche perché riscrive un pezzo di storia italiana, quello che inizia alla fine delle lotte sociali di fine anni Settanta, imposte dallo Stato e dal Partito Comunista “il cui compito storico era evitare che in Italia avvenisse la rivoluzione” (cit.), e si protrae per gli anni Ottanta e Novanta delle ristrutturazioni industriali, della marginalizzazione della figura e del ruolo storico e simbolico degli operai, dell’imposizione definitiva dell’immaginario piccolo-borghese e di un'idea accattona del self-made man. Una storia di parte, e non pacificata, e che come ogni tragedia non consola né ha niente da insegnare; semplicemente, cambia un po’ la vita di chi legge, e aiuta a trovare in fondo al dolore e alla rabbia le forze per costruire un po’ di speranza.

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<![CDATA[Jim entra nel campo da basket - Jim Carroll]]>

Il lavoro di recupero di classici della (contro-)cultura americana, da sempre missione della casa editrice romana minimum fax, ci consente di leggere in traduzione italiana (curata, come la prefazione, da Tiziana Lo Porto) The basketball diaries. 1963-1966, il libro-scandalo con cui Jim Carroll, già autore di apprezzati libri di poesie, nel 1978 entrò nel gotha della letteratura americana "maledetta" e beat.

Le pagine di diario di Jim raccontano una vicenda drammatica, come può esserlo l'avvicinamento all'eroina all'età di 13 anni di un ragazzino irlandese dei quartieri poveri di New York. Jim è un promettentissimo giocatore di basket, ambito dalle squadre giovanili di tutta Manhattan, porta i capelli lunghi ed è ossessionato dall'incubo nucleare. Jim semplicemente cresce troppo in fretta, e a 13 anni comincia con l'eroina perché credeva che fosse la marijuana a dare dipendenza, e non viceversa.

Il libro trabocca di sesso fra adolescenti, tossici che si dondolano sull'altalena di Central Park, marchette nei bagni della stazione, truffe a vecchie cattoliche, riformatorio e naturalmente di eroina, ma in qualche modo la voce del narratore conserva una naturale purezza, restando lucida e asciutta. I suoi commenti sulla realtà degli anni '60 trovano forma in un ritmo vertiginoso, al tempo stesso cinico ed innocente: veramente incredibile, come disse una volta Kerouac, che un tossico quindicenne scrivesse meglio della grandissima parte dei romanzieri americani.

Quindici anni dopo Il giovane Holden, Carroll offre un ritratto della gioventù sottoproletaria americana che è crudele e toccante come può esserlo solo la vita vera, tragica eppure "messa in forma" dalla poesia: una ricerca ostinata di purezza che passa anche attraverso l'inferno. Da leggere.

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<![CDATA[Brian Wilson, un biopic sul leader dei Beach Boys]]>

Il biopic, il film biografico, è un genere cinematografico che è sempre andato di moda.

Il 2013 sembra essere un anno particolarmente fecondo per questa particolare tipologia di lungometraggi. Sono in arrivo infatti due attesissimi film, uno su Jeff Buckley e uno su Janis Joplin.

La novità di questa settimana, secondo un'indiscrezione pubblicata dal magazine Hollywood Reporter, riguarda la notizia dell'approdo sul grande schermo di un film biografico su Brian Wilson leader dei Beach Boys.
Si intitolerà Love & Mercy e sarà diretto da Bill Pohlad, famoso per essere stato produttore di Brokeback Mountain e Tree Of Life (Palma d'Oro a Cannes nel 2011).

L'attore principale, che ha anche una spiccata somiglianza fisica con Brian Wilson, è Paul Dan che dovrebbe interpretarlo nel periodo in cui era giovane, mentre ci sono ancora dubbi sull'identità di chi dovrebbe impersonificarlo in età più avanzata.

La trama dovrebbe raccontarci la storia di Brian Wilson dagli anni '50 focalizzandosi soprattutto sui suoi problemi di carattere psicologico che hanno dato vita a numerosi scontri con gli altri Beach Boys (vedi cos'è successo recentemente) e con la moglie.

Una seppur minima garanzia sulla buona riuscita del film è data dal nome di chi sta scrivendo la sceneggiatura: Owen Moverman che già aveva messo le mani sul riuscitissimo I'm not there, biopic su Bob Dylan. La colonna sonora dovrebbe essere affidata a Atticus Ross, ma è solo una indiscrezione, che compare anche nei titoli di coda del film The Social Network.

Le riprese dovrebbero cominciare questa estate.

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<![CDATA[L'aspra stagione - Tommaso De Lorenzis, Mauro Favale]]>

Ci sono vite, come quella di Carlo Rivolta, raccontata da Tommaso De Lorenzis e Mauro Favale nel consigliatissimo L’aspra stagione (Einaudi, 2012) che sembrano correre troppo veloci. A ventisei anni, questo calabrese trapantato a Roma è già uno dei cronisti più autorevoli del neonato quotidiano “la Repubblica”. Look da capellone, vicino al PSDUP, Rivolta frequenta regolarmente le assemblee de “la Sapienza” e scrive alcuni degli articoli più noti sul ’77 romano, come quello, celeberrimo, sulla cacciata di Lama dall’Università.
Ma anche in questa fase di entusiasmo, segnata più da luci che da ombre, Rivolta è come già predestinato a una vita complicata: scrive di quello che lo appassiona, si sente “militante” (è uno dei fondatori di Radio Città Futura), ma al tempo stesso rivendica, da cronista, il proprio diritto di giudizio, autonomo sia da un PCI che già viveva una sindrome da assedio, sia dal movimento per cui pure simpatizzava, e anche, coraggiosamente, dalla linea editoriale del suo quotidiano.

Come in un plot tragico, il destino di Rivolta non tarda a manifestarsi: incrinatosi il rapporto con il quotidiano di piazza Indipendenza per la sua posizione eterodossa sul caso Moro, favorevole alla trattativa all’interno di una redazione compattamente schierata per la “ragione di Stato”, egli è ancora in grado di scrivere pezzi magistrali come quelli sul terremoto in Irpinia. Ma Carlo stava pericolosamente intensificando i propri rapporti con una droga, l’eroina, che proprio in quel periodo invade improvvisamente le piazze italiane. Lette sotto questa luce, le pagine della sua pionieristica inchiesta sugli stupefacenti, con la descrizione del tossico che gira i quartieri della Capitale per trovare da svoltare, fanno palpitare sotto le spoglie del reportage tutta la loro trattenuta drammaticità.

Fatto infine fuori da “Repubblica” per aver firmato come direttore responsabile, nel clima plumbeo del dopo 7 aprile, il terzo numero di Metropoli, la rivista di Piperno, Scalzone e dell’Autonomia operaia romana, Rivolta passa al quotidiano Lotta Continua, dove scriverà fino alla morte, avvenuta nel 1982 dopo l’ultimo, sofferto e purtroppo inefficace tentativo di disinossicazione.

L’aspra stagione è un libro importante e, attraverso la prospettiva così particolare della vita di Rivolta, De Lorenzis e Favale parlano anche di un’intera generazione, o almeno di una sua parte: “la meglio gioventù” di chi, dopo aver attraversato con entusiasmo il ’77, non ha retto alla spietata alternativa fra lotta armata e riflusso nel privato, e ha trovato nella “roba” una disperata ancora di salvezza. Dopo aver letto L’aspra stagione, in ogni caso, anche noi come gli autori non possiamo che "tifare Rivolta".

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<![CDATA[Come diventare se stessi - David Lipsky]]>

Per i tipi di minimum fax è da poco disponibile, nei migliori scaffali delle librerie, Come diventare se stessi di David Lipsky. Il libro si presenta come una lunga intervista allo scrittore David Foster Wallace all'indomani della pubblicazione del suo capolavoro Infinite Jest (Einaudi, 2006). 
Il materiale, frutto di una cinque giorni a stretto contatto con l'universo Wallace, attraversa i temi più diversi: dal cinema alla politica, dallo sport alla letteratura, dalla musica ai particolari più intimi. 
Ma attenzione: non ci troviamo di fronte ad un oceano di informazioni utili a maniaci per intrattenere amici e conoscenti a improbabili incontri “in memoria di”. Se vi aspettate questo allora non compratelo e soprattutto evitate comparsate ad eventi del genere.
Con questo non intendo che il libro non riesca a metterci in intimità con chi quella conversazione la sta realmente portando avanti. Ciò che cambia radicalmente è l'approccio con cui entriamo in questa relazione. Sinceramente non so se il merito vada a Lipsky o a Wallace, anche se ad intuito opterei per quest'ultimo, certo è, che alla fine della lettura ci troviamo a fare i conti con noi stessi. 
Spiego meglio. 
Mano a mano che procediamo con l'intervista, la sensazione di essere chiamati in causa è sempre più pressante, ma non è volta a mettere in gioco ciò che viene letto, bensì ciò che chi legge ha sinora pensato come certo. Ecco che partendo dalla sua quotidianità per finire alla sua routine lavorativa, lo stesso Wallace sembra inaspettatamente intervistarci e come farebbe un amico, sincerarsi che ciò che effettivamente facciamo corrisponda al nostro essere. Ad esempio, per il sottoscritto, è cambiato radicalmente il concetto di scrittura e il modo con cui interagisco con essa.
Quindi sia il titolo americano, come la sua traduzione italiana, sembrano proprio cogliere l'essenza del libro.
Piccola nota a margine: in un mondo che ormai vive dell'intrusione nella vita altrui e del gossip più becero, questo incontro ci restituisce il vero senso del dialogo e di quell'interesse per l'altro che ci accompagna da quando i nostri occhi hanno smesso di concentrarsi solo su noi stessi.
Buona intervista.

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<![CDATA[Marshall McLuhan - Douglas Coupland]]>

A cent’anni dalla nascita (20 luglio 1911) è proprio il caso di festeggiare una delle menti più rivoluzionarie del XX secolo: Marshall Mc Luhan. Douglas Coupland, l’autore di quell’incredibile Decamerone postmoderno che risponde al nome di Generazione X, lo fa al meglio in questa biografia del celebre massmediologo canadese, pubblicata nel 2009 per la collana “Extraordinary Canadians” della Penguin e oggi tradotta in italiano da ISBN. Coupland, canadese pure lui, si interroga a proprio modo su Marshall, sulle sue teorie e sulla sua vita, e il risultato finale è un libro godibilissimo e allo stesso tempo un tentativo di valutare la tenuta, a distanza di una cinquantina d’anni dalla loro formulazione, delle più celebri teorie di Mc Luhan (“Il medium è il messaggio”; “Il mondo contemporaneo è un villaggio globale”).
Il libro, sorta di “biografia esplosa” intervallata da mappe, test, schede prese da amazon, serie di (gustosissimi) anagrammi, segue tutta la parabola intellettuale di Mc Luhan, dagli inizi in tono minore (l’università a Winnipeg, il dottorato su un oscuro trattatista retorico del Cinquecento) al vero e proprio tour de force intellettuale che, a partire dall’inizio degli anni Cinquanta, lo vide fondare, forse inconsapevolmente, un’area di studi del tutto nuova, i media studies. Lo studioso diventò nel 1962, con la pubblicazione di La galassia Gutenberg, una vera e propria superstar accademica, anche se la passione per le formulazioni paradossali, probabilmente influenzata anche da una leggera forma di autismo, lo portava spesso e volentieri ad essere frainteso: così gli venne contestata un’entusiastica adesione al mondo contemporaneo di cui parlava nei suoi libri, mentre egli, piuttosto conservatore nei gusti personali, era decisamente ostile a televisione e pubblicità. Dopo il boom degli anni Sessanta, però, Marshall (morto nel 1980) ebbe davanti una lunga parabola discendente: divenne sempre più intrattabile e ossessionato da teorie apocalittiche, e la sua passione per teorie allora al limite della scientificità come quella sugli emisferi del cervello gli alienò molte simpatie nelle università. Paradossalmente, però, sono proprio questi gli anni di Counterblast, forse il suo libro migliore, sorta di esperimento pop che merita di essere riscoperto.
Coupland, definito a sua volta “profeta della Internet generation”, è inoltre molto interessato a valutare l’influenza attuale del pensiero di Marshall. Essa è stata, fino a vent’anni fa, enorme: basti pensare che le sue previsioni un po’ apocalittiche sull’uomo digitale, un “nuovo primitivo” che ha ricollocato il proprio sistema nervoso all’esterno di sè, nei nodi della rete globale, e dunque ha superato l’identità individuale come risultato dell’unione corpo-anima, sono alle basi di movimenti come il cyberpunk. E anche se è vero che, come sostengono molti suoi critici, la teoria del ritorno ad una fase orale della cultura per opera di radio e TV non ha retto all’affacciarsi di Internet e degli SMS, le idee di questo canadese un po’ strambo, cattolico praticante che amava circondarsi di hippies, studioso di Joyce ma convinto che “la pubblicità è l’arte del XX secolo”, sorta di Andy Warhol accademico, specie se se ne enfatizza l’aspetto critico, possono dire ancora molto sul mondo di oggi (e di domani).

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<![CDATA[Vita da Paz - Franco Giubilei]]>

Per chi scrive questa recensione Andrea Pazienza non è stato solo il più grande rappresentante del fumetto italiano, ma un amico, un maestro e un compagno di scuola. Pur essendo separati da una differenza incolmabile di anni, Pazienza è riuscito a parlarmi ma soprattutto a raccontarmi di quelle sensazioni che attraversano ognuno di noi nei momenti più belli ma anche più difficili della nostra vita. Era questa la sua straordinaria forza: riuscire a sintetizzare con il disegno e il testo la realtà che lo circondava. In fondo, riprendendo le parole di Vincino, Andrea non cercava altro che il segno del tempo.

Quindi non appena mi è capitato tra le mani Vita da Paz di Franco Giubilei recentemente pubblicato per Black Velvet Editrice, non nascondo di essere stato istintivamente perplesso e diffidente. Un po' come quando all'uscita di Astarte (Fandango, 2010) ho letto che la prefazione era stata curata da Roberto Saviano, ormai completamente calato nel ruolo di tuttologo nazionale. Subito mi è sembrato un tentativo di porre dei confini e dei limiti ad una vita che per volere del suo stesso autore sono sempre stati rifiutati (vi ricordate la celebre frase: “La pazienza ha un limite, Pazienza no!” ?). Tuttavia, con grande piacere, mi sono dovuto ricredere. Infatti Franco Giubilei “rinuncia” ad imporre la sua parola al capitolo Pazienza, preferendo dare voce a chi, quegli anni, li ha vissuti e condivisi con la rockstar del fumetto italiano. Ecco quindi prendere parola le donne amate (Isabella, Betta, Marina,), gli amici (come Marcello D'Angelo, Gino Castaldo) o i compagni di strada (come Marcello Jori, Vincino, Filippo Scozzari).
Il ritratto che ne esce non vuole essere definitivo, sarebbe una pretesa impossibile, tutt'al più rende più nitidi i contorni della sua figura. Attraverso le diverse testimonianze viene soprattutto approfondito quel mondo che Pazienza abilmente tratteggiava, la sua esistenza, invece, riusciamo solo a sbirciarla o a spiarla ma è giusto che sia così. Infatti nella realtà quotidiana non ci viene mai offerta l'occasione di conoscere qualcuno in una sola volta (e spesso neanche passandoci tutta la vita) perché quindi pretendere la stessa cosa da un libro?

Se volete “realmente” conoscere  Andrea Pazienza leggete i suoi lavori, che già sono ricchi, per l'occhio attento, di particolari interessanti. Non cercate di andare oltre e forzare le cose, ma fatevi bastare quello che già abbiamo. Se invece siete curiosi di ciò che circondava la rockstar del fumetto italiano e al nome di Freak Antoni o Traumfabrik il vostro encefalogramma rimane piatto allora passate in libreria e prendete Vita da Paz.

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