<![CDATA[alternative | Sherwood - La migliore alternativa]]> https://www.sherwood.it/tags/75/alternative/articles/1 <![CDATA[Tracy Bryant – Subterranean]]>

Alcuni mesi fa vi parlai di Billy Changer, della sua vita, della sua band e della sua carriera solista appena agli inizi. Oggi tocca a Tracy Bryant – che dei Corners è frontman e fondatore – presentarsi al grande pubblico con il proprio LP d’esordio, Subterranean, pubblicato da quelle teste matte della Burger Records.

A dire il vero il primo tentativo in solitaria di Tracy Bryant è datato 2014, rilasciato in una doppia cassetta (ovviamente dalla label di Fullerton e da Lolipop Records) condivisa proprio col suo compagno di band Billy, in cui erano contenute in versione acustica alcune song ora in questo primo full-length. Nascere e crescere artisticamente in California è una buona cosa da sempre, ma ai giorni nostri è di certo sinonimo di fermento musicale e culturale come mai in questo secolo. Dai Thee Oh Sees a Ty Segall, dai Tomorrow Tulips agli Allah-Las (e potrei continuare per un bel po’) le nuove coordinate del Golden State sfumano tra neo-psichedelia e garage, tra lo-fi e surf-rock quasi senza soluzione di continuità. Certo aumenta anche la concorrenza ed emergere come uno su mille è sempre più difficile.

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I Corners partono nel 2011 da Echo Park come tipica band surf, poi l’arrivo di Billy Changer aggiunge un tocco post-punk al loro sound ma Bryant cerca qualcosa di ancora diverso, un’ulteriore sfumatura che arricchisca la sua tavolozza di colori. Quindi chiama a produrre Matt Rendon (The Resonars) e si chiude in uno studio di Tucson, Arizona, per una settimana con Joo-Joo Ashworth (chitarra) e Jeremy Katz (basso) dei Froth, e con Cameron Gartung (batteria) proveniente dai Mystic Braves.

Fortemente influenzato dal Southwest americano (ma avrebbe potuto essere altrimenti?),Subterranean prende a riferimento i 60’s così come artisti dei 70’s e degli 80’s tipo CrampsThe Gun Club e Peter Murphy. Per uno cresciuto dal padre a Kinks, Rolling Stones e ? & the Mysterians la componente ‘rock di chitarre’ non può non essere preponderante, ma qui si affaccia anche una nuova sensibilità pop, a volte nostalgica ed indolente altre volte più gotica e dark.

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Tra i brani più vicini alla tradizione della West Coast troviamo l’indie-pop di Hey Spaceman! (dedicata con ben poca fantasia agli Spacemen 3) che, allegra e spensierata, si muove tra un azzeccatissimo riff di chitarra elettrica ed un buon folk di quella acustica; a seguire c’è la title-track, un alt-rock che pur mantenendo i ritmi abbastanza alti è avvolto in una confezione ben più pop ed educata della precedente. A conti fatti, l’orecchiabilità è il vero valore aggiunto che il nativo di Los Angeles ha inserito nel suo arsenale, per tutti valga l’esempio di The Background Singer, surf-rock dall’ottimo ritornello e pieno di chitarre jangle come dio comanda, con una melodia semplice ma di gran resa.

Altrove, se Shining è il surf-pop sentito e risentito ma che funziona sempre, peggio va in termini di forza ed originalità a Start The Motor, mentre I’m Never Gonna Be Your Man è talmente breve da essere innocua ma non spiccando per alcun motivo sarebbe stato lo stesso se non ci fosse stata. Ciò nonostante, quando paga dazio al suo background, Tracy Bryant è convincente ed onesto. Ci sono tutti i crismi che vi possano venire in mente: delay, riverberi, eco. C’è tanto amore per il passato ma è tutto immerso in un’attitudine contemporanea, l’energia e la vitalità del terzo millennio.

Dove diventa chiaro che si voglia marcare uno stacco anche abbastanza netto col pur recente passato è nell’altra metà dei brani, quelli oscuri e notturni. Non tanto per la traccia che apre il disco, la cavalcata desertica psych-rock Come Around fatta di bassi assai carichi e batteria roboante, quanto per pezzi come The Gun, inaspettatissimo momento indie-pop quasi strumentale di stampo anni ’80 (pure qui più o meno chiaramente omaggiando i Gun Club) notevole anche grazie ad una voce monotòna e distaccata.

Il terzetto finale, da Want alla conclusiva 17,000 Miles passando per Tell You non fa che spingere ancor più sul lato oscuro del songwriting di Bryant con risultati davvero buoni ma che diventano ottimi se guardati in prospettiva. Tra psych-garage cupo e meditativo, ritmi più sostenuti e quasi ballabili, fino ad arrivare al capolinea con una lenta e nera ninnananna per chitarra pianoforte e voce sospirata, rimane la sensazione di un buon album ottimamente prodotto – notevole l’evoluzione dei brani già presenti nella cassetta di due anni fa – che fa della tensione fra retrò e contemporaneità senza dubbio la sua qualità migliore.

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Ormai piuttosto ben inserito nel giro che conta – Come Around è stata usata per un video delThrasher MagazineSubterranean è nella colonna sonora del nuovo film sul surf della Volcom – Tracy Bryant continua instancabilmente a dividersi fra Corners e progetti solisti. A maggio uscirà il nuovo album della sua main band, mentre da gennaio sta lavorando ad un concept acoustic-rock con Leonard Kaage a Berlino...continua su Vinylistics

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<![CDATA[Festa studentesca al Cso Pedro]]>

Sabato 24 ottobreC.S.O. PedroVia Ticino, 5 - PADOVA

presenta:


Festa Studentescadel Coordinamento Studenti Medi Padova


Studenti e studentesse di tutto il mondo, vi aspettiamo alla più grande e attesa festa studentesca di tutta Padova, che dal pomeriggio continuerà poi per tutta la notte!


Programma:

ore 16.30                      

 assemblea studentesca

ore 18.30                          

torneo di biliardino 
ed 
esposizione opere artistiche

ore 20.30 circa                        

cena sociale
3€ possono bastare!


Dalle 22.00 circa fino a tarda notte:

Orli(Hip Hop)

Rising Over(Post hc/ Electronic/ Alternative)

Saudade & MOS(Hardcore)

Dj Svampish(Balcan/ Electro- swing)


Dalle 16.30 alle 21.30 ingresso libero
Dalle 21.30 in poi ingresso 3€
Dalle 18.00 alle 23.30 spritz a 1,50€

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<![CDATA[#Tanaliberatutti al Cso Pedro]]>


Mercoledì 11 marzoC.S.O. PedroVia Ticino, 5 - PADOVA


Collettivo Spam
e
La Tana dello Studente

presentano:


#Tanaliberatutti

Siete tutti invitati ad un grande mercoledì universitario organizzato dal Collettivo SPAM per socializzare insieme e supportare economicamente La Tana Dello Studente, la nostra aula studio (Ex Ciclofficina "LaGranata" ) in via Marzolo 15E, che stiamo trasformando in un luogo polifunzionale che accoglierà cineforum, incontri, momenti di autoformazione, studenti e lavoratori che necessitano di aiuto per i problemi relativi alla casa e all'abitare ( ASC Padova ), e ogni genere di attività che voi, insieme a noi Spammers, vorrete proporre.

Ci vediamo tutti l' 11 Marzo al Cso Pedro per una grande festa!


Apertura ore 22.30, ingresso 3 euro


Live dalle 23:

Ranköre

Poesia sfregiata da una Chitarra, ritmata da un Basso e pestata da una Batteria

Gnac

Blob Rock/Alternative Rock, durante la serata gireranno il loro video "Io"


Dj Set:

Element Selecta

Frequenze Suburbane, MedioStep /Dnb /Metalbass

 

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<![CDATA[Un viaggio attraverso La Tempesta al Rivolta IV]]>

"Ho solo vent’anni ma davanti a quei palchi riesco a cogliere l’importanza della musica, che salva, unisce e motiva questa mia generazione in balia della tempesta".

Il Centro Sociale Rivolta si trasforma in un piccolo micromondo di musica durante la notte del 6 Dicembre, quasi fosse una frazione di Marghera non segnata sulle cartine geografiche e racchiusa tra muri colorati da graffiti e scritte.

I cancelli aprono alle 18 sotto un cielo piovoso e all’interno ci sono quattro palchi per questa IV edizione: Hangar, Nite Park, Open Space e La Rivoltella. Per quasi una decina di ore si vaga tra diverse location, atmosfere e generi. La Tempesta risulta eterogenea nelle sue scelte, si passa dal reggae al rock più spinto, dal blues al folk.

In questa oasi di musica ognuno si sente al sicuro, vulnerabile ma se stesso, come di fronte a ogni concerto migliore. Non serve parlare, basta chiudere gli occhi e ondeggiare la testa a ritmo. Ogni spettatore è un’onda che forma il mare del pubblico, dando origine a un acquatico flusso di empatia e condivisione emotiva, che si mischia con la scia delle luci del palco.

Il mio viaggio attraverso La Tempesta è stato caotico, elettrizzante e intenso. Al mio arrivo vengo catapultata nel mondo tetro e psichedelico di Capovilla. E’ nero negli indumenti, nelle attitudini, nelle sonorità. Un attimo dopo, davanti agli Universal Sex Arena, sono negli anni ’70. Capelli lunghi e sudore, chitarre distorte e pubblico che salta. Poi il Pan del Diavolo, energico duo di chitarre e voci che trasporta in un luogo senza tempo.

Torno al Nite Park ed è la volta dei Management del dolore post-operatorio. Pubblico in delirio, stage diving vari, grida, poghi. Eterni adolescenti che si divertono come pazzi su quel palco, che sudano e suonano con foga assorbendo l’energia dalla folla.

Di nuovo al main stage, ascolto qualche pezzo dei Mellow Mood e poi mi dirigo all’Open Space in attesa del terzo e ultimo turno dei Tre Allegri Ragazzi Morti. In realtà non sono tre ma quasi una ventina, con la formazione originaria affiancata dalla Abbey Town Jazz Orchestra che coi suoi fiati trasforma i brani più noti, da “Il Mondo Prima” a “La faccia della luna”, in una deliziosa e nuova forma.

Facciamo un salto dai Fine Before You Came e poi gran finale con gli Zen Circus.

Ho solo vent’anni ma davanti a quei palchi riesco a cogliere l’importanza della musica, che salva, unisce e motiva questa mia generazione in balia della tempesta.

Sara Berardelli

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<![CDATA[La Tempesta al Rivolta IV]]>

Sabato 6 dicembre 2014

La Tempesta al Rivolta IV

Centro Sociale Rivolta, Marghera (Ve)
via F.lli Bandiera, 45

Apertura cancelli 18:00
Ingresso €18,00

Orari

Info

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Quest’anno non ci sarà prevendita.
Venite presto, ci staremo tutti.

Mellow Mood

The Zen Circus

Tre allegri ragazzi morti + Abbey Town Jazz Orchestra

Il Pan del Diavolo

Fine Before You Came

Pierpaolo Capovilla

Management del Dolore Post-Operatorio

Cosmetic

Paolo Baldini DubFiles

Universal Sex Arena

Beatrice Antolini

Dadamatto

Brunori Dj Set

Arriva alla quarta edizione il festival invernale de La Tempesta al Rivolta. Anche quest’anno il desiderio è quello di fare una festa gigantesca tutti assieme per vivere una giornata indimenticabile. La locandina di Alessandro Baronciani trova una Tempesta un po’ più trasognata del solito: suona la tromba mentre fluttua nello spazio circondata da dolciumi e stelle. I cancelli apriranno alle 18:00 e come sempre varrà la pena arrivare puntuali, lecca lecca e dolciumi verranno regalati ai primi mille ingressi per addolcire fin da subito ogni amarezza.

Il cartellone è davvero ricco. Ci saranno i Mellow Mood, il gruppo reggae Friulano che sta girando il mondo col suo ultimo album Twinz. Ci saranno i tre rockers di Pisa Zen Circus in versione buskers e siamo sicuri ci scalderanno acusticamente il cuore.

Tre allegri ragazzi morti e Abbey Town Jazz Orchestra ci riporteranno a “Quando eravamo swing!”, ovvero le canzoni più belle del trio mascherato di Pordenone eseguite insieme all’eccezionale big band (tra le altre cose) del Summer Jamboree di Senigallia. 

Il Pan del Diavolo ci spingerà dentro al suo ultimo album FolkRockaBoom e chissà se ne usciremo più. Ci saranno i Fine Before You Came e quando ci sono loro siamo sempre felici perché possiamo gridare davvero a perdifiato. Pierpaolo Capovilla ci farà ascoltare dal vivo i brani di Obtorto Collo, il suo primo album solista pubblicato da La Tempesta il 27 maggio scorso. Ci sarà anche il Management del Dolore Post-Operatorio, uno dei gruppi preferiti della Tempesta: che sia l’inizio di una nuova storia d’amore? I Cosmetic presenteranno proprio al Rivolta il loro nuovissimo album Nomoretato. Paolo Baldini DubFiles chiuderà il festival e ci farà ballare col suo spettacolo al mixer e con i suoi ospiti illustri, ve lo ricordate quant’è stato bello l’anno scorso? Anche gli Universal Sex Arena avranno un nuovo disco in tasca da presentare, trattasi del freschissimo Romancitysm, da non perdere.

Altrettanto freschi di pubblicazione per La Tempesta, i marchigiani Dadamatto ci faranno ascoltare dal vivo il loro bellissimo Rococò. Beatrice Antolini presenterà invece il suo ultimo EP Beatitude, sarà lei a dare il via al festival e questo è un altro ottimo motivo per arrivare presto.

Come ogni anno ci sarà un ospite speciale a selezionare i dischi per farci ballare, un artista che non è su Tempesta ma che La Tempesta ama: quest’anno è il momento ok per Dario Brunori e siamo così felici che non vediamo l’ora arrivi il 6 dicembre. Ad inizio novembre pubblicheremo ogni altra informazione, come gli orari delle esibizioni e i palchi, che quest’anno saranno quattro.

Evviva.

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<![CDATA[HURRICANE FEST al Cso Pedro]]>



20, 21, 22 Novembre

C.S.O. PedroVia Ticino, 5 - PADOVA

presenta:

 

  

 Hurricane Fest

 

 

 

Tarli e Farfalle Street Fighting Guitars, C.S.O. Pedro e l'associazione culturale Alceo presentano HURRICANE FEST, l'ultimo festival dell'anno.

Location: C.S.O. Pedro. I concerti si terranno al chiuso. Lasciate che la nebbia bussi alle porte!


Entrata Giorno1: €5, Giorno2: €3, Giorno3: €3. Promozione RIDE THE HURRICANE: abbonamento di tre giorni a €8 (11 concerti in 3 serate, al costo di 2).

I concerti inizieranno alle ore 20:00 con i gruppi acustici, e potrete ascoltarli cenando con prodotti a km0. Altrimenti venite mangiati che andate bevuti.

Proseguirà con i concerti elettrici per terminare con dj set fino a tardi, tardissimo.

 

 

Lineup



Giovedì 20 Novembreserata a cura di Sotterranei

 

Heymoonshaker

Già li conoscete: ci è sembrato di vedervi divertiti a Sherwood Festival quest’estate. E se non li conoscete, dovete venire a conoscerli. Duo chitarra/voce-beatbox, di provenienza inglese.
Andrew Balcon e David Crowe non vedono l’ora di tornare a Padova.

Elli De Mon

Chitarra ringhiosa e cassa martellante, tra il blues lisergico e il punk.

Losborrachos(orario aperitivo)

VERY unconventional acoustic trio.

E per concludere, i nostri preferiti:

Rough&Tough dj set

Vintage black music.





Venerdì 21 Novembre

 

Gnac (B'Au)

"Gnac è un progetto, un gruppo, una parola che ancora non esiste per qualcosa che sentiamo". Gruppo di orientamento cantautoriale che miscela testi di acuta critica ad arrangiamenti carichi di gioiosa leggerezza.

Pietro Berselli

Singer/Songwriter/Wood/Visions. Pietro Berselli assoggetta a sé la curiosità dei puri e il lato più inconscio dei malvagi.

Electric Waters

"tamburo che batte sulle pelvi di un oceano sopra il cielo". Un Blues acido, elettrico, proprio di quando la musica dei campi di cotone incontra la frenesia dell'Acid Rock.

Mother Island

Il caldo torrido della psichedelia westcoastiana filtrata da una lisergica nebbia britannica.

Dr Gonzo Dj Set

Rock n Roll/Rockabilly, Beat, Psy-Rock, Hard, senza disdegnare sonorità più moderne e contaminate.




Sabato 22 Novembre

 

Filippo Mablùs

Una voce, una chitarra, un cuore. E un Blues della madonna.

Elephant
(Sotterranei)

Gruppo funk/rock/folk/alternative, annoverato tra i membri fondatori del collettivo patavino I Sotterranei. Dopo aver calcato palchi come quello dello Sherwood e del Gran Teatro Geox, approdano all'Hurricane col loro esercito di trombe.

The Busters' Crew

Gruppo veronese di Punk Pirata, Folk Pirata e Cattiveria Pirata.

There Will Be Blood
(RO, Ghost Records)

Band minimale di Blues minimale, suoni palustri e testi oscuri. Scorrerà del sangue.

The Mojos Dj Set

Pulp e Surf, Soul e Rythm&Blues, e non smetti di saltare

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<![CDATA[Mary Gauthier al Bocciodromo]]>

Venerdì 24 Ottobre 2014

Centro sociale Bocciodromo
Via Rossi, 198 - Vicenza

Mary Gauthier

Italy tour 2014

With Michele Gazich (Violin)

Support: Ben Glover

Mary Gauthier (New Orleans, 11 marzo 1962) è una cantautrice statunitense di genere alternative country. 

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<![CDATA[Interpol - El Pintor]]>

Voto: 7/10

Quattro anni fa, esattamente in questo periodo, usciva Interpol, l’omonimo album della band di New York che lo scorso decennio ci ha fatto proprio un bel regalo. Sì, sto parlando proprio di quel regalo lì, quello che è diventato una vera e propria pietra miliare della musica. Quello che se non lo avete tra i vostri dischi farete meglio a correre sul vostro account Spotify e a metterlo tra i preferiti…Si ma mica adesso, sciocchini. Tornate immediatamente qui che tra due giorni esce il loro nuovo album e noi abbiamo già voglia di parlarvene.

Si chiama El Pintor questo quinto album e il titolo altro non è che l’anagramma del loro nome. Bisogna riconoscergli una certa originalità eh.. Ma diciamoci la verità, quattro anni fa quando hanno ritenuto che era proprio indispensabile sfornare un disco come Interpol, le aspettative erano davvero alte. Avete idea di quanto pesi l’album di un artista che decide di chiamarlo con la propria firma? A mio modo di vedere le cose, ci sono solo due casi in cui ha senso scegliere di farlo: o lo fai all’inizio quando vuoi far vedere al mondo chi sei o lo fai in quel momento della tua vita quando decidi di volerti ritrovare dopo un periodo di smarrimento. Paul Banks & Co. facevano sicuramente parte di questa seconda schiera, dato che avevano ampiamente dimostrato al mondo di cosa fossero capaci con Turn On The Bright Lights. Tanto che dopo ciò, nulla è stato capace di eguagliare quel lavoro e proprio con l’uscita di Interpol, che doveva rappresentare il momento della rinascita, c’è stata l’ennesima rassegnazione da parte della maggioranza di noi: gli Interpol ci avevano già dato la loro fetta migliore, il resto sarebbero state solo briciole.

Ebbene, dato che la carta OmonimoAlbumDellaRibalta se la sono tristemente bruciata quattro anni fa, la mossa dell’anagrammare il proprio nome è stata davvero un colpo di genio. Del resto si sa che le soluzioni più semplici sono sempre le migliori. Che poi abbiano avuto anche una gran botta di culo a trovare qualcosa che avesse anche un significato sensato in un’altra lingua è solo un valore aggiunto.

Così dopo un periodo abbastanza lungo in cui ognuno ha avuto modo di raccogliere le idee e di sperimentare e collaborare in altri progetti paralleli, hanno deciso che era arrivato il momento di tornare. (Del resto alla fine abbiamo sempre continuato a sperarlo tutti. C’eravamo anche un po’ stufati di queste continue date di Paul Banks a casa nostra. Se Morrissey da solo non fa gli Smiths, il buon vecchio Paul da solo non fa gli Interpol.)

Ormai lo sappiamo tutti, gli Interpol si sono persi un pezzo per strada, il bassista Carlos Dengler e quindi adesso sono un bel trio e la cosa a quanto pare non si è rivelata propriamente come un male. Scritto e prodotto da loro stessi, El Pintor è stato registrato a New York con la collaborazione di James Brown (Arctic Monkeys) e Alan Moulder al missaggio (My Bloody Valentine e Nine Inch Nails).

Un album che con i suoi 10 pezzi in meno di 40 minuti si ascolta tutto e alla fine la prima, la primissima, cosa in assoluto che direte sarà: “Oh ma è proprio un disco degli Interpol!

Eh già. El Pintor è l’album che riapre un partita che per tanti era già chiusa da un pezzo. Non gasatevi troppo, non siamo comunque ai livelli del grande esordio di un tempo, ma le atmosfere lo ricordano molto e suona fottutamente bene.

Same Town, New Story, dice il titolo di una delle loro nuove canzoni (una delle più belle per la sottoscritta) e non c’è frase più appropriata per descrivere questo disco che fin dall’inizio sembra tanto riprendere quelle sonorità di quegli Interpol che tanto sono piaciute a tutti: nessuno stravolgimento, piuttosto una revisione del suono che viene alleggerito e privato di quel sovraccarico di tastiere e stratificazioni sonore che in questi anni sembravano più che altro voler camuffare una mancanza di idee alla base. Come dicevamo prima anche l’assenza del bassista si fa sentire, ponendo inevitabilmente in secondo piano il ruolo del basso, dando invece maggiore spazio alle chitarre che fin dalla prima traccia, All The Rage Back Home ci mostra come i pezzi risultino anche più dinamici e la sensazione di averli ritrovati diviene man mano sempre più reale, fin troppo però quando ci si accorge che My Desire suona un po’.. ehm, un po’ tanto TOTBL che ricorda davvero.. ehm, davvero tanto Obstacle1. La sensazione non sparirà fino alla fine di tutto l’album ma pezzi come Anywhere e Everything Is Wrong sono davvero irresistibili e un’inaspettata My Blue Supreme dimostrerà che gli Interpol hanno saputo variare e aggiungere nuove idee alla loro musica.

Purtroppo la sensazione resta sempre quella che un bis di quel regalo lì difficilmente lo avremo ma è rincuorante vedere che almeno per loro, a differenza di tanti altri loro colleghi apparentemente destinati a fare grandi cose, la fine è ancora lontana. E poi chissà, magari troveranno ancora un altro modo di anagrammare Interpol… la curiosità di vedere cosa ne uscirebbe fuori sarebbe sempre tanta.

Qui sotto c’è il secondo singolo estratto dall’album. Ora, prima ve lo ascoltate e dopo potete correre subito su Spotify, che se non sbaglio avete una cosuccia da fare.

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<![CDATA[Museica - Caparezza]]>

Come previsto il tanto atteso (e temuto) Museica, sesto album di Caparezza, stupisce tutti e divide chi resta piacevolmente sorpreso da chi invece si aspettava un album più “tradizionale”.
Pubblicato dalla Universal Music Group, alias una delle tre più importanti Major statunitensi dell'industria musicale e mixato da Chris Lord-Alge, noto per aver lavorato con Prince, Madonna, Rolling Stones e Bruce Springsteen, per dire, l'album non poteva che destare grandi aspettative.
A ciò si aggiunge il fatto che, è ormai assodato, Michele Salvemini sia uno dei pochi rapper italiani abbastanza cazzuti da poter cambiare, sperimentare, stravolgere il suo modo di far musica (e per questo forse la definizione “rapper” gli sta stretta) pur mantenendo sempre quello stile inconfondibile che lo distingue, in ogni sua produzione, nel panorama italiano.

Questo concept album ruota tutto attorno ad un tema piuttosto complicato: l'arte. Ciascuna canzone dell'intero album è tratta da un dipinto. Caparezza si è infatti lasciato ispirare totalmente dalle opere d'arte per scriverle. Lui stesso racconta: “Museica è il mio museo, la mia musica, il mio album numero 6. È un album ispirato al mondo dell'arte, l'audioguida delle mie visioni messe in mostra. Non esiste dunque una traccia che possa rappresentare l'intero disco, perché non esiste un quadro che possa rappresentare l'intera galleria. In pratica questo album, più che ascoltato, va visitato”.
Capa ci ha già abbondantemente dimostrato in passato di sapersi destreggiare abilmente in pressochè qualsiasi campo, dalla politica alla filosofia, dalla letteratura ad, appunto, l'arte. Uno dei più grandi meriti dell'artista sta infatti nel riuscire a conciliare da sempre cultura e temi sociali d'attualità, il tutto condito da una buona dose d'ironia. In Italia, purtroppo si sa: cultura e politica non vanno a braccetto. Sarà per questo che, in un album tutto incentrato sull'arte, Caparezza questa volta non c'ha inaciditi con aspre critiche alla casta o allusioni alla scena politica italiana. No, questa volta ha voluto farsi e farci apprezzare l'”art for art's sake”, come direbbe Oscar Wilde.
In piacevole contrasto con l'eleganza dell'arte, le basi elettroniche vengono qui ridotte per lasciare spazio a chitarra basso e batteria. Capa ci sorprende con melodie inequivocabilmente rock raramente sentite in passato ad accompagnare i suoi testi. Gli strumenti contribuiscono sia a creare una sonorità più pura, quasi più “antica”, sia a vivacizzare i testi impegnativi delle canzoni.

Non mancano ovviamente le frecciatine ad alcuni – imbarazzanti - spaccati di società. In Mica Van Gogh, fiore all'occhiello dell'album, Capa traccia un parallelismo tra il pittore olandese e la vita quotidiana di un adolescente medio, chiedendosi chi sia il vero pazzo tra i due “Lui 300 lettere, letteratura fine, tu 160 caratteri, due faccine, fine", “Van Gogh, a sedici anni girò tra collezioni d'arte, Tu sedici anni Yu-Gi-Oh, collezioni carte”.
In Giotto Beat non si poteva che parlare di prospettiva, punto di forza dell'arte di Giotto, ma carente nell'Italia di oggi “Più rassegnati, più dubbiosi, più poveri, più anestetizzati di un paziente in recovery room, nati col mito del Boom, morti col BTP Bund”.
China Town è quasi una ballata, una dichiarazione d'amore alla Scrittura. Una delle canzoni più intense dell'album se non dell'intera discografia del Capa in quanto parla del suo rapporto con la scrittura dei testi e, quindi, con ciò che gli permette di vivere. China Town è la canzone che tutti i compositori dovrebbero scrivere prima o poi.
“Non è la fede che ha cambiato la mia vita, ma l'inchiostro, che guida le mie dita, la mia mano, il polso”.

L'album contiene 19 tracks e ci si potrebbe letteralmente scrivere un libro. Questo non è uno di quei cd da mettere in macchina e canticchiare, non ci sono ritornelli orecchiabili e riff che ti entrano in testa, questo è un album da studiare. E' il museo personale di Caparezza, dove ogni quadro ha una sua storia da raccontare che in qualche modo si intreccia con le altre e ognuna contribuisce a dare una visione completa della società vista attraverso gli occhi dell'artista.
E' chiaro che con Museica abbia voluto ancora una volta mettersi alla prova, seguire quel bisogno umano di cambiare, per riuscire a rimanere sé stessi. Questo è, forse, un album che Capa ha fatto più per sé stesso, che per noi.

Silvia Gharaba

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<![CDATA[C'eravamo tanto sbagliati, intervista a Lodo Guenzi]]>

“C’eravamo tanto sbagliati”. Non c’entra Barbareschi, almeno così sembra. Lo Stato Sociale torna con un primo singolo da record in grado, in poche ore, di scalzare Pharrell dal primo posto della classifica di iTunes. Un pezzo diverso dal solito, con strumenti che non ci saremmo aspettati in un apripista. Un album, di cui si sa ancora pochissimo, sul quale la band inizia solo ora a sbottonarsi, anche in questa intervista.




Siamo lieti di annunciare Garrincha loves Sherwood, una grande festa che l’etichetta e la foresta metteranno in scena venerdì 20 giugno con sul palco Brace, Magellano, L’Officina della Camomilla, L’Orso e, appunto, Lo Stato Sociale. Un’occasione per tutti (un euro può bastare) per ascoltare novità e certezze di una delle etichette più fertili del panorama italiano, che ci ha abituato a giocare con un riso amaro ben fissato in testa dall’ironia dei contenuti, tra nostalgia e futuro.

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<![CDATA[Yellow Moor - Yellow Moor]]>

Mentre l'orizzonte mediatico specializzato in musica cosiddetta “alternativa” è invaso dagli Afterhours e dalla ristampa deluxe di "Hai paura del buio?", da un'altra parte rispunta il nome di Andrea Viti, che nella band di Manuel Agnelli era entrato subito dopo quell'album per restarci fino al 2005.
Prima e dopo ci sono state altre esperienze più o meno importanti, da Karma a Juan Mordecai fino alle collaborazioni prestigiose con Faust'O Rossi, Carla Bozulich ecc., mentre il 21 marzo è uscito l'omonimo album d'esordio di "Yellow Moor", un progetto del bassista insieme all'artista, cantautrice e performer Silvia Alfei.

La volontà di fare un disco, raccontano, è nata dall'urgenza di un cambiamento, dalla necessità di invertire una rotta interiore apparentemente indecisa. Così i due musicisti si sono chiusi in un vecchio casale fuori Milano, in mezzo ai boschi, davanti a quella landa di fiori gialli che dà il nome alla band. “Una scelta estrema, per rimetterlo in sesto e per renderlo vivibile ci sono voluti mesi di lavoro, braccia ed energia per trasformarlo in un luogo abitabile, ma era l'unica soluzione per poter creare e pensare di realizzare un disco.

L'atmosfera dell'album è segnata dal suo luogo di gestazione e nascita, tendenzialmente cupa ma aperta qua e là da scorci di luce e colore, mentre nella musica sentiamo il peso delle precedenti vite artistiche di Andrea Viti e l'influenza di quel rock alternativo, scuro e molto intenso, dei vari Mark Lanegan, Greg Dulli, Nick Cave e affini.
Funziona l'intreccio delle due voci, sia nel racconto dei dubbi e dello smarrimento, come in "Out of the city", che nella scoperta di un'ironica leggerezza, come in "Supastar". Particolarmente riuscita "Across the night", che svela i sentimenti notturni di malinconia e incertezza nel loro incontro con sogni e speranze, proprio nel punto in cui nasce il bisogno di trovare un'anima affine nel mondo.
Tutti i brani (tranne "Seven Lizards") sono stati scritti, arrangiati e prodotti da Andrea Viti e Silvia Alfei, che nel disco hanno suonato in formazione allargata insieme a Francesco Cappiotti, Philip Romano, Simone Marchioretti e Guglielmo Cappiotti.
L'artwork è opera dell'artista Alberto Corradi.



Tracklist:
1) Castle burned
2) They have come
3) Covering things
4) Inside a kiss
5) Across this night
6) Seven Lizards
7) Ghost
8) Supastar
9) Out of the city
10) Yellow flowers

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<![CDATA[Costellazioni - Le luci della centrale elettrica]]>

Costellazioni segna il punto di svolta nell'approccio alla musica de Le Luci della Centrale Elettrica - alias Vasco Brondi. Il disco nasce infatti da un elemento nuovo nella composizione delle canzoni, quello dell'elettronica. Non sono più le schitarrate melodiose di un'acustica a dar vita ai pezzi, che si sviluppano invece attraverso una rigorosa ritmica. Quest'ultima infatti spezza la monotonia dello stile cantautorato delle canzoni per dare una scossa ai pezzi, dotando ciascun brano di carattere personale. “Ti vendi bene”, col suo beat che sfiora quasi i ritmi da discoteca anni '80, ne è l'esempio più eclatante. Ascoltandola non può non venire in mente il ritornello di “Tu menti” dei CCCP.


Come al solito i testi di Brondi sono il suo punto di forza, la loro intensità è accentuata dallo stile quasi recitato del cantato. Ricordano quasi De Gregori e la sua arte nel creare, attraverso le parole, immagini evocative che esaltano le storie raccontate. Questo si percepisce già dal primo ascolto di “Macbeth nella nebbia”, track numero due.

Ogni canzone racconta qualcosa, partendo dalle storie di provincia di Ferrara, toccando poi orizzonti sempre più ampi fino a raggiungere galassie completamente inesplorate fino ad allora dal cantautore (“La terra, l'Emilia, la luna”).

L'intero disco è infatti un viaggio attraverso la presa di coscienza dell'era in cui viviamo, fatta sopratutto di rabbia, incertezza e disillusione. In questo senso Brondi si fa portavoce di una generazione. In “Le ragazze stanno bene” e “Una guerra lampo pop”, tra le altre, si percepisce il grido di frustrazione di ragazzi senza un futuro chiaro e senza aspettative.



Ciò nonostante si avverte un senso di speranza in tutto l'album, un invito alla spensieratezza, quasi contagiosa come in “Questo scontro tranquillo” (“Ma ci sarò io e arriverò, felice da fare schifo e libererò tutti i tuoi pianti trattenuti, tutti i tuoi pianti trattenuti”).

Quest'insensata felicità che muove l'album si rivela anche nel titolo: Costellazioni. Brondi vuole infatti dare l'idea di una luminosità – quella delle stelle – che tenta di opporsi ai tempi bui nei quali stiamo vivendo.

Alla fine, il senso di liberazione che le canzoni esprimono è dato dalla, seppur amara, consapevolezza della situazione attuale. E' quasi come se non potesse andare peggio, e quindi ci aspettiamo solo il meglio.

Tracklist

1) La Terra, l'Emilia, la Luna
2) Macbeth nella nebbia
3) Le ragazze stanno bene
4) I destini generali
5) I Sonic Youth
6) Firmamento
7) Un bar sulla Via Lattea
8) Ti vendi bene
9) Una cosa spirituale
10) Padre nostro dei satelliti
11) Questo scontro tranquillo
12) Punk sentimentale
13) Blues del delta del Po
14) Una guerra lampo pop
15) 40 Km

Silvia Gharaba

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<![CDATA[Editors live report]]>

Un'ora e 45 minuti. Tanto dura la performance degli Editors nella loro data di Bologna. 

Unica ora e tre quarti (al momento) per la band di Birmingham nel bel paese.
Esportatori dall'inizio degli anni zero di quella cosa chiamata indie rock, gli Editors si presentano al pubblico nostrano durante il tour per la loro ultima fatica discografica, The weight of your love.

Strano destino quello degli Editors, in particolare quello del cantante Tom Smith, ennesimo e forse unico vero erede morale del fin troppo compianto Ian Curtis. Ma questa è una storia vecchia, trita e contrita. Pare che non ce la facciano proprio a scrollarsi di dosso questo genere di paragoni, infatti l'ultimo li vede avvicinati addirittura agli U2. Ma tant'è.

Comunque il cambio formazione avvenuto con l'abbandono da parte dello storico chitarrista Chris Urbanowicz, individuo che ha indubbiamente imposto la cifra stilistica del gruppo d'oltremanica, ha prodotto un ennesima ed inevitabile svolta artistica. Dopo l'elettronica imperante del penultimo disco, In this light and in this evening, ecco una nuova virata verso atmosfere meno sintetiche ma più "organiche".

La curiosità di sapere come suonerà dal vivo quest'ultimo lavoro è tanta, nonostante sia maggiormente fan delle prime produzioni della band d'oltremanica. Prediligo la loro tendenza al groove, al “tiro” espresso nei primi due dischi, nonostante T.W.O.Y.L sia un'ottimo prodotto, sicuramente all'altezza delle aspettative.

Oltretutto il cambio di location, dal Paladozza all'Unipol Arena per motivi di capienza, fa intuire quanto e come Smith e soci stiano preparandosi ad un plausibile salto da band da club/palazzetto (concedetemi il termine) a "gruppo da stadio/arena". Con buona pace dei puristi.

Fiammate alte due metri accolgono in maniera estremamente Ramnesteiniana l'ingresso della band, destando non poca perplessità per altro (ma che ci pigliano gli Editors con il fuoco?), che avvia le danze suonando una Sugar piacevolmente aggressiva nella veste live

Segue a ruota Someone Says, tratta dal disco d'esordio The back Door. il mood risale, il fonico aggiusta il tiro. Smith e compagni si scaldano e di conseguenza il pubblico s'accende. L'inizio è di quelli furbetti, di quelli che accontentano tutti. Soprattutto chi come me si aspetta una set list di una certa intensità pur apprezzando le sfumature più soft e cantautorali del gruppo.

Ed infatti fortunatamente Munich, irrompe sulla scena. Da qui in poi, per tutta la prima ora della performance, il gruppo si esibirà in un sapiente ed apprezzatissimo alternarsi tra le varie canzoni offerte dalla loro discografia, passando per i maggiori successi che ne hanno caratterizzato la storia sino ai pezzi dell'ultimo disco che si riveleranno essere un'assoluta sorpresa per l'efficacia con cui vengo interpretati dal vivo. Forse appunto, quest'ultimo è stato più pensato come disco da live performance.

An End Has a Start
, Formaldehyde, Lights, Bullets, The Racing Rats seguono interrotte solamente da un piccolo problema ad una chitarra e dai “Gretzie” di un decisamente cortese Tom Smith, che pareva assieme al bassista Russel Leetch divertirsi molto, non riuscendo mai stare fermo (si metterà in piedi sul coperchio pianoforte mentre un Leetch tarantolato anima le folle come farebbe uno scafato operatore di un villaggio turistico) e senza esimersi dall'esibirsi in pose quanto mai particolari.

Il flusso sembra condurre verso un inevitabile climax, Eat Raw Meat = Blood Drool cupa ed elettronicissima mostra le latitudini raggiunte dai nostri nel precedente disco, donando una sfumatura diversa alla performance, quasi alla Depeche. Sempre a 100 all'ora.

Ton of Love, cantata all'unisono dal pubblico pare quasi battere in termini di gradimento e partecipazione le successive Bones ed Honesty.

E qui la prima parte del live si concluderà, mantenendo un standard elevatissimo, coerente nella scelta della scaletta ed esaltando le doti del cantante, che si confermerà uno dei migliori frontman in circolazione.

Sarà durante l'encore che la band regalerà la solita, per così dire sorpresa. Smokers Outside the Hospitals door in coppia Con Nothing, pezzo ad ora non registrato, reperibile solo nei contributi dal vivo della band. Pensato, studiato e furbescamente voluto ad unico appannaggio dei fruitori dei live show. E sarà pur sempre la solita nothig, con quest'aura pseudo feticista che la circonda, vista l'irreperibilità fisica della stessa, ma qui forse gli Editors raggiungono il picco della serata.

Il commiato arriva con una lunghissima versione di Papillon, regalando purtroppo, una gran botta d'adrelina ai presenti. A mio modesto avviso caricare la platea in questo modo per poi andarsene, non è proprio un bel gesto, ma per quasi 10 minuti il pavimento dell'arena vibrava per effetto dei salti del pubblico e devo ammettere che come arrivederci non è stato così male.

La sensazione alla fine è che forse veramente questi Editors siano pronti per il salto di categoria. Riflettendo sulla performance appena conclusasi, il paragone con gli U2, può forse starci. Smith è indubbiamente uno dei migliori performer in circolazione, la discografia della band vanta già inni da stadio e ballate da smartphone.
Personalmente, vorrei esserci, se e quando questo stadio arriverà.

SETLIST

Sugar 
Someone Says 
Munich 
An End Has a Start 
Formaldehyde 
Lights 
Bullets 
The Racing Rats 
A Life as a Ghost 
Eat Raw Meat = Blood Drool 
All Sparks 
In This Light and on This Evening 
Bricks and Mortar 
A Ton of Love 
Bones 
Honesty

Encore:

Camera
Smokers Outside the Hospital Doors
Nothing
Papillon

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<![CDATA[Canzoni contro la natura - Zen Circus]]>

La verità, pura e cruda. Il mood generale che si percepisce fin dal primo ascolto di Canzoni contro la natura è infatti quello di un pacato svisceramento della società. Niente ribellione generazionale, niente incazzature contro “il sistema” stile punk.
L'unica cosa che gli Zen Circus hanno preso in prestito da un post-punk anni '90, oltre che le tematiche sociali/etiche, è lo scazzo. Il tocco distintivo è stato fonderlo sapientemente allo stile da cantautore illuminato (vedesi la deandreggiante L'anarchico e il generale), creando quindi testi impegnati ma mai nostalgici, accusatori ma mai arroganti, divertenti ma mai superficiali. Veri, insomma.

Tutto questo si percepisce già da Viva, primo estratto dell'album, che esplode nel finale con un inno alla mediocrità squisitamente italiana “evviva l'italia, viva la fica, viva il duce, evviva la vita, viva il re, viva gli sposi, viva la mamma, evviva i tifosi, viva la pappa col pomodoro, viva la pace, evviva il lavoro, viva la patria, la costituzione, viva la guerra tanto vivi si muore”. Il pezzo trascina la sua carica fino alla tanto straordinaria quanto disillusa Postumia, track numero 2, che ti lascia per un attimo galleggiare, in buona compagnia, in un divertito e liberatorio menefreghismo “che certe notti qui si fa un po' di cagnara, cantava quello che da Mario non ci lavorava”, “che io lavoro giusto per tenermi in vita, sai cosa me ne frega dell'Europa unita. Del 7 e 40, la differenziata, alzate l'imu tanto io non avrò mai una casa, neanche trent'anni e quasi come tutti quanti il futuro me lo bevo per non pensarci”.La title track, la più interessante dal punto di vista del testo, distorce tutte le visioni antropocentriche di una natura debole e indifesa, e l'unica natura verso cui si va contro è quella umana, tanto che ne l'Albero di Tiglio, una cinica ironia permette alla band di giocare ad essere Dio e fingere di parlare con gli uomini: “voi credeste ch'io fossi fatto a vostra immagine e somiglianza perché lo avete letto sui libri che vi siete scritti da soli, io non ho mai avuto un figlio come potrei io che sono un tiglio”

Tutto il disco è condito da melodie orecchiabili ed una sana dose di sarcasmo, quel tanto che basta a lasciarti con l'amaro in bocca. Sestri Levante ti fa finire il disco ripensando a tutto e a niente, accendendoti una cicca e lasciandoti trasportare dal suo tono inaspettatamente cantilenante.

Tracklist
1) Viva
2) Postumia
3) Canzone contro la natura
4) Vai vai vai!
5) Albero di tiglio
6) L’anarchico e il generale
7) Mi son ritrovato vivo
8) Dalì
9) No Way
10) Sestri Levante

Silvia Gharaba

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<![CDATA[Beck - Morning Phase]]>

Ad un certo punto della vita di un artista può capitare di perdere l’istinto, di commettere errori grossolani per eccessiva sicurezza o per timore o ancora perché si è arrivati ad un tale livello di grandezza che nessuno attorno a te osa dire nulla. Qualche anno fa a Beck Hansen è stato proposto di curare la colonna sonora di Mad Men ed il nostro ha gentilmente rifiutato, pensando che una serie tv su dei pubblicitari degli anni ’60 fosse una cagata mai vista e dunque evitando di caderci dentro con entrambi i piedi. Bene, nel frattempo Mad Men è diventata una delle migliori serie di ogni tempo e quello rischia facilmente di essere l’unico vero grande errore di Beck perché anche il suo ultimo lavoro, Morning Phase, è un limpido esempio di come il suo raffinato istinto non lo abbia mai abbandonato nel corso di una carriera ormai ventennale.

Pubblicato per l’etichetta Capitol (Virgin in UK) è per stessa ammissione dell’autore (che qui è anche in veste di produttore) il seguito ideale di Sea Change del 2002 e per questo motivo ha richiamato a collaborare il gruppetto di regaz che hanno lavorato con lui su quell’album: Joey Waronker (batteria), Justin Meldal-Johnsen (basso), Roger Joseph Manning Jr. (tastiere) e Smokey Hormel (chitarra) sono la squadra vincente che non si cambia, ma su tutti svetta Mr. David Campbell, signore assoluto dell’orchestra nonché padre dello stesso Beck.
Risulta evidente fin dalla copertina come, dopo qualche tempo in cui si è trovato ad esplorare (non senza qualche difficoltà) territori più o meno sconosciuti, Beck sia tornato dove si sente più a suo agio, seguendo appunto quell’inclinazione istintiva di cui sopra. Ma vi sono una serie di sfumature in Morning Phase che suggeriscono che non si tratti di un semplice ritorno a casa; mentre Sea Change - richiamando alla mente Serge Gainsbourg e Nick Drake - era un’onesta ed emotiva confessione circa l’amarezza e la desolazione dopo la fine di un lungo rapporto sentimentale, qui il cantante torna sì allo stile più diretto possibile ma lo fa cedendo totalmente al sound estatico degli anni a cavallo tra la fine dei 60’s e l’inizio dei 70’s (The Byrds, Neil Young), portandolo a definire questo LP come una “ode alla musica Californiana” di quegli anni.

Sebbene sia stato etichettato frettolosamente come acustico, Morning Phase è più sinfonico di quanto si possa pensare e la breve introduzione di Cycle (come più avanti nel disco farà l’intermezzo Phase) serve per definire il tono generale lasciando che sia la seducente e lasciva Morning - con la sua chitarra appena strimpellata e la delicatissima batteria che ricordano il fluttuare delle onde del mare - a fare da dichiarazione d’intenti, schietta seppur venata di tristezza. Ed in effetti questo album ha, a tratti, la stessa malinconia del suo fratellastro, qui però declinata come il sentimento dell’artista ormai maturo di fronte al mondo, l’accettazione del fatto di essere, in ultima istanza e per sua intrinseca natura, davvero solo. E’ solamente questo background che può spiegare un brano come Blue Moon, uno dei punti più alti e di sicuro il più accattivante di Beck da molto tempo a questa parte. E’ una lamentosa preghiera, un’invocazione a non esser lasciato solo nel cuore della notte; nonostante un matrimonio e due figli, l’artista sensibile ammette di aver bisogno degli altri, e questa sorta di incertezza è ben stigmatizzata nella struttura della canzone a due strati sovrapposti, uno ritmico fatto di rotonda batteria e mandolino, l’altro più leggero fatto di cori ariosi ed eterei. Su questa linea, Unforgiven si riconnette direttamente a Blue Moon, stesso mood anche se diversa resa (è sensibilmente più deboluccia), ma resta degna di nota la prova vocale del cantante, forse la migliore di tutto il disco, un cantato quanto mai chiaro e netto, sopra il wall of sound orchestrale composto dal padre, il cui apporto generale è evidente pur non andando mai a sopraffare il materiale originario.

Giocando ancora coi parallelismi, Morning Phase è più consapevole, più filosofico del suo antenato, giungendo a noi dopo che Mr. Hansen ha passato questi ultimi 12 anni evitando di tornare al suo lato più intimo e nascosto. Dunque non è un caso che l’episodio forse più oscuro, la splendida Wave, sia posto a metà album, chiudendo il mini cerchio aperto dalle due precedenti canzoni. E’ praticamente un’aria, una sezione d’archi su cui si staglia la voce di Beck che sul finale ripete in modo straziante “isolation”, quasi ad esorcizzare le proprie paure. Possiamo dire sia il vero fulcro del disco pur trascendendone l’essenza, il momento più buio prima dell’irrompere del mattino. Si sarà già capito, ma in sostanza il dodicesimo album di Beck è tutto un metaforone gigante sull’irrompere del giorno come una benevola forza che ci riporta all’equilibrio perduto – il  superamento di una sensazione di tumulto e confusione dovuto alla nera notte dell’anima - sul venire fuori dal quel tipo di situazione. Giocoforza sono necessari anche momenti solari, come in Blackbird Chain che ricorda qualcosa dei Belle and Sebastian nel suo essere melodica, sognante e vivace allo stesso tempo, una promessa del cantautore americano a chi gli vuole bene e gli sta vicino.

Morning Phase nasconde male un certo ottimismo, una capacità di accoglienza che Sea Change invece non aveva. La produzione piuttosto ricercata – voci stratificate, suoni di post produzione - è ancora più notevole per il fatto di non diventare mai eccessivamente elaborata, conferendo all’album un ritmo assai definito: ogni cosa si muove lenta, con un incedere cadenzato e glaciale dove Heart Is A Drum è una delle poche eccezioni. Brano che ricorda Crosby, Still & Nash - sorretto da una strumentazione pulita, armonie zuccherose ed un vago sapore psichedelico - prepara il terreno per Say Goodbye, cioè la California che incontra il Canada di Neil Young, un country cosmico dove il furbesco utilizzo del banjo rompe un’atmosfera altrimenti fin troppo confortevole. Il trittico citazionista è chiuso magistralmente da Turn Away, in soldoni l’omaggio a Simon & Garfunkel; song riflessiva e con una spruzzata psych, dimostra la capacità penetrativa dell’acustica di Beck, la sua naturale predisposizione a suscitare sensazioni con la semplicità apparente di una melodia di chitarra. Discorso a parte per la conclusiva Waking Light, sicuramente uno dei picchi assoluti di questo LP, una gemma che spiazza l’ascoltatore per tutti i cinque minuti della sua durata. Finalmente irrompe il mattino, la catarsi può compiersi con il risveglio; una stoccata da grande maestro Jedi di Beck che in un colpo solo fa il verso ai Beatles (soprattutto all’Harrison più epico e ricercato) e dà compimento al suo lavoro, dimostrando una sincerità e pulizia d’animo a tratti imbarazzante.

Per chi vi scrive un album come questo ha enormi meriti e piccolissime pecche. Può essere accusato qua e là di eccessiva leggerezza, ma il rischio di inconsistenza viene annullato dalla qualità delle canzoni, dalla loro melodia allo stesso tempo semplice eppure molto ricercata (gli arrangiamenti risentono molto della passata frequentazione con Nigel Godrich) ed in definitiva dal loro potere di fissarsi facilmente nella testa di chi ascolta. Anche i paragoni col Beck dei tempi che furono lasciano il tempo che trovano. Siamo onesti, tutti cambiano ed è anche giusto che sia così; se si fanno le stesse cose si è conservatori, se si provano territori nuovi si fa il passo più lungo della gamba e giù pietre, tralasciando il fatto che nella sua lunga carriera Beck ci ha già abituato a svolte più o meno decise, quindi si valuti in prima istanza la caratura artistica del lavoro in questione. E Morning Phase è di bellezza cristallina, realizzato con la giusta miscela di testa e cuore, nuovo eppure con radici che affondano nel passato del suo stesso creatore: non è un semplice seguito, è un climax.

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<![CDATA[Mogwai - Rave Tapes]]>

Voto: 7/10

Bene o male, con cognizione di causa o adcapocchiam, tutti - ma proprio tutti - hanno detto la propria sul nuovo dei Mogwai. Noi Vinilistici potevamo starcene in disparte? Ovviamente no.

E ok, lo ammetto: quando ad ottobre scorso si parlava di questo ottavo lavoro della band di Glasgow, tutta la negatività di cui è fatta la mia persona si è ritirata, compattata e come uno tsunami si è abbattuta su Remurdered, singolo che ne ha anticipato l’uscita. Ma come darmi torto?! Sembrava di essere tornati negli anni 80 e neanche con troppo impegno. Insomma, dai Mogwai dell’indiscutibile gran Rock Action, del mio affezionatissimo Happy Songs For Happy People e - tanto per non parlare di cose troppo lontane da oggi - del conturbante Les Revenants (colonna sonora dell’omonima serie tv francese) uscito un anno fa, ci si aspetta qualcosina in più. Mentre il mio umore era più o meno questo nei confronti dei Mogwai, il resto dell’internet sembrava super eccitato ed entusiasmato da questa anteprima. Ed è proprio in momenti tipo quello che potrete capire che ci sono band che godono di una stima incondizionata a prescindere da ciò che fanno.

I Mogwai, sani portatori di post-rock che negli anni ci hanno abituato fin troppo bene non restando mai fermi, mai uguali e mai negli esatti confini di questo filone musicale, giustamente sono una di quelle band.

Immaginate, quindi, quanto senso di colpa io abbia provato inizialmente. Solo inizialmente, non vi preoccupate troppo.

Pubblicato il 20 gennaio scorso dalla loro stessa casa discografica, la Rock Action Records, sotto la direzione produttiva dell’amico Paul Sauvage, Rave Tapes è un album che necessita più di un ascolto per capire.

“Cosa?” vi starete chiedendo voi. La risposta è presto detta: cosa ci portano i Mogwai a quasi tre anni di distanza da Hardcore Will Never Die, But You Will. (Chiedersi semplicemente cosa hanno ancora da dire è troppo scontato, hanno sempre qualcosa da dire.)

La prima risposta che viene da darsi guardando la cover dell’album, dalle forme geometriche e i colori del tutto impersonali, è una sola parola: noncredodivolerlosapere,no,no,no.

Ripensando poi a Remurdered viene da fare 1+1 e si parte male.

Poi però vi ricordate che per qualcuno 2+2=5 e allora forse una possibilità a questo album va data, non dimenticando che per molti, essendo loro i Mogwai, gli è praticamente dovuta.

Si parte con Heard About You Last Night e tac, quello che si è pensato fino ad ora sembra già un’idea da accantonare e gettare nel cestino più vicino che avete: onirica e riflessiva, sembra continuare la scia di Les Revenants e tutto si fa già più interessante. Si continua con Simon Ferocious introdotta da una tastiera minimale che ci fa intuire quale sia stavolta la piega presa dalla band scozzese: suoni elettronici per un’atmosfera intimista più che mai. Eppure continua a mancare qualcosa. La terza traccia dell’album è Remurdered e neanche ora che si è nel mood del disco se ne riesce a capire bene il senso. Saranno tutte queste pulsazioni elettriche che risultano quasi forzate a non andarmi giù. Hexon Bogon fa un po’ lo stesso effetto, non ritrovando alcun segno di evoluzione, nessun punto dove focalizzare le sensazioni inquiete del tipico intreccio di chitarre dei Mogwai. Si nuota, si nuota ma non si riesce a definire una direzione.

Poi ci si ritrova a metà album con le idee confuse, tante piccole sfumature da cogliere in brani come Repelish e Master Card che risultano come una seconda anteprima di ciò che sta per cambiare nell’album. Come un antipasto di arpeggi e viraggi ben dosati prima di servire la portata principale, ovvero, l’ultimo terzetto di canzoni: Blues Hour, No Medicine For Regret e The Lord Is Out Of Control.

La prima, la mia preferita dell’album, è una vera perla disarmante e spettrale che in sei intensi minuti e più, sembra riportarci ai tempi di Rock Action. Tra No Medicine For Regret e The Lord Is Out Of Control ci si chiede davvero perché tutto questo impeto emozionale esploda solo ora che siamo alla fine.

Mentre ci facciamo prendere da queste domande esistenziali, ascoltiamoci una delle canzoni più belle dell’album.

Quindi i Mogwai sono tornati. Cosa ci hanno portato?

Nulla di nuovo, nulla di rivoluzionario che ci faccia restare a bocca aperta.

Semplicemente un’altra sfumatura della loro musica che, come vi dicevo prima, ha sempre qualcosa da dire. Ma tra dire qualcosa e aggiungere qualcosa, c’è una bella differenza.

E stavolta proprio non sono riuscita a vederla.

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<![CDATA[The Naked And Famous - In Rolling Waves ]]>

Voto: 7/10

Cosa succederebbe se capovolgessimo il nostro tanto caro Stivale al contrario? No, non è un modo diverso per parlare dell’Italia e della nostra situazione economica e politica. E’ solo un modo estremamente idiota per dirvi che oggi siamo in Nuova Zelanda. Ta-da! Ebbene, cosa ci facciamo qui in uno dei pomeriggi più sfortunati dell’anno? Facile, andiamo ad ascoltare un po’ di musica e lo faremo con l’ultimo disco dei The Naked And Famous, che nel solo titolo della loro band racchiudono uno dei miei sogni più ricorrenti.

Nel 2008 in quel di Auckland, tre ragazzuoli che frequentano il Music And Audio Institute della propria città decidono di lasciare gli studi per seguire l’insolito sogno neozelandese: formare una band indie rock. I tre ragazzuoli in questione si chiamano Thom Powers (voce e chitarra), Alisa  Xayalith (voce e tastiera) e Aaron Short (sintetizzatori). Trascinando sulla loro ciurma anche Jesse Wood (batteria) e David Beadle (basso) iniziano una carrellata infinita di concerti nelle loro zone formando quella band che noi tutti oggi conosciamo col nome di The Naked And Famous.

In realtà sono più che certa che la maggior parte di voi ritiene di non conoscerli, probabilmente nel complesso è vero. Ma.

Se negli ultimi anni avete guardato almeno una volta una di quelle serie tv tipo Gossip Girl o The Vampire Diaries o Chuck  (nell’ultimo caso vi apprezzerei di più) e/o avete giocato almeno una volta a Fifa ’12, avrete sicuramente sentito brani come Young Blood e Punching In A Dream, due pezzi del loro primo album Passive Me, Aggressive You che nel suo anno di uscita (2010) si è piazzato al primo posto in molte delle classifiche locali. Pensate che con quell’album hanno anche vinto diversi premi ai New Zealand Awards 2011 come miglior album dell’anno, miglior album alternative e miglior singolo dell’anno con Young Blood.

Per sfornare il loro secondo album che, come ben si sa, è una prova di banco ancor più importante dell’esordio stesso di un artista, ci hanno messo 3 anni. Ora che Gesùbbbambino è finalmente nato, siamo tutti lieti di essere qui e poter dire che i NAF se la sono cavata bene.

In Rolling Waves è un album decisamente diverso rispetto al loro disco d’esordio. Diciamolo tranquillamente, non portano nessuna novità eccezionale. Nessuna novità in generale, in effetti. In realtà quando li ho definiti una band indie-rock non è stata la definizione più precisa per la loro musica. Electro-pop, questa sì. Che mentre lo dico mi sento figa solo a pensarlo. E mentre riascolto tutto l’album per rituffarmi in quelle atmosfere da adolescenze tormentate, tipiche dei NAF, mi convinco sempre di più che la differenza rispetto a 3 anni fa ci sia eccome.

54 minuti di disco per 12 canzoni e la prima traccia, A Stillness, potrebbe perfettamente essere la continuazione dell’album precedente se non fosse altro per il fatto che fin dal primo minuto le intenzioni dei neozelandesi appaiono chiarissime: la ricerca di un suono più delicato, più preciso e conturbante che dà a questo disco sonorità più ampie e luminose senza appesantirne le sfumature, come forse un po’ accadeva in Passive Me, Aggressive You. Si va avanti con Hearts Like Ours e ci troviamo già al pezzo migliore dell’album con un crescendo di chitarre che metterà a dura prova l’immobilità del vostro sederino sulla sedia, qualunque sia l’ora in cui lo starete ascoltando. Non ci credete? Allora fate una prova mentre continuate a leggere.

Vi siete ripresi? Possiamo andare avanti? No, prima mi dovete 50 euro. In realtà non era una prova ma una scommessa, mi pare ovvio.

Si continua con Waltz ed è ovvio che i Nostri non siano più tanto interessati a sfornare singoli da inserire in serie tv o videogiochi, dando la priorità a quella ricerca del suono di cui parlavamo prima e di quelle atmosfere alla XX come accade in questo pezzo. E’ un’impronta decisamente più pop rispetto al lavoro precedente ma comunque ricercata. I Kill Giants ne è l’ennesima dimostrazione e, dopo qualche traccia non proprio riuscitissima come The Mess e Golden Girl che fanno perdere un po’ della carica iniziale, rieccoci in un’esplosione di ritmo con ritornelli luminosi ed energici. La cosa che mi piace di questo disco è il fatto che non sia riuscita ad inquadrarlo fino in fondo. Infatti quando penso di aver capito qual è la scia degli eventi e delle tracce, ecco che sul finale qualcosa mi spiazza: To Move With Purpose. Che dopo 10 brani è il primo in cui la cosa che più di tutto mi travolge è l’intreccio di voci di Alisa (sempre meravigliosa) e il chitarrista Thom.

Si va bene, va bene.. so che in generale questo disco genera qualche perplessità perché dopo tre anni probabilmente ci si aspettava la Madonna scesa in terra. Come se tutto quello che facessimo nella vita fosse una continua rivoluzione e innovazione. Ma magari.

A volte si tratta solo di conferme e quella dei The Naked And Famous dice che sono sul sentiero giusto e che possono darci qualcosa.

Certo, se dovessero metterci altri 3 anni anche per il terzo, allora sì che pretenderò la Madonna scesa in terra pure io.

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<![CDATA[In my june - Rain That Never Ends]]>

Il progetto IN MY JUNE nasce nel dicembre 2010 dall’incontro di Paolo, Ricky (già assieme nella noise band ANARCOTICI) e Laura (violoncellista e soprano) con l’esigenza di trovare le emozioni più nascoste del proprio animo e darne libero sfogo.
A Marzo 2011 entrano in studio (Garage Studio di Treviso) e sotto la supervisione di Ruggero Pol registrano in presa diretta su bobina (in analogico) e danno vita al loro album d’esordio “BLIND ALLEY“, uscito a settembre 2011 per l’etichetta indipendente Garage Records. Blind Alley risente delle influenze di Elliott Smith, Bonnie “Prince” Billy e Nick Drake. Di lì a poco la band si trova a suonare al Supersound di Faenza, aprire il concerto degli inglesi I LIKE TRAINS, suonare al Sisley Tour e condividere i palchi italiani con numerose band.

Anche la critica si dimostra entusiasta e l’album viene accolto a braccia aperte. A settembre 2012 esce il video di “Need“, una cover dell’omonimo brano dei Mudhoney ed anche in questo caso i ragazzi fanno centro, spogliando la canzone dal vestito elettrico e donandole un’atmosfera completamente diversa.

Il 2013 è l’anno del cambiamento: il violoncello viene abbandonato per far spazio ai synth e ad un bisogno compositivo diverso, più ricercato ed a tratti estremo. Il gruppo si chiude in studio (sempre al Garage Studio di Treviso) con Marco Pagot (Maya Galattici, Chinasky, Matsukao) dietro il banco mixer e dopo tre mesi il nuovo album vede la luce : “LEAVES DON’T FALL BY CHANCE” uscirà in autunno 2013 sempre per Garage Records, anticipato dal singolo RAIN THAT NEVER ENDS in rotazione nelle radio da ottobre (inclusa nella compilation “Music? No Control!” di Sfera Cubica).

Chitarra, Voce, Elettronica: Paolo Modolo
Chitarra, Voce: Riccardo

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Credits

Il video è stato ideato, diretto e montato da Michele Corbanese (ha realizzato un video anche per gli Hate Boss). Le riprese sono state effettuate nelle zone pedemontane di Vittorio Veneto, non c'è nessuna trama, abbiamo giocato sul collage d'immagini che possono valorizzare la canzone. Un dipinto musicale che può affascinare o straniare la gente che lo guarda.

Il regista ha fatto le riprese mettendosi nei nostri panni, cercando di capire cosa può vedere una persona " persa " che cammina senza una meta senza sapere dove andrà a finire e quale sarà il prossimo paesaggio che si troverà davanti quando deciderà di alzare gli occhi.

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<![CDATA[Burial - Rival Dealer]]>

Voto: 8/10

Se non conoscete ancora Burial, dovreste rimediare prontamente. Se lo conoscete e pensate di sapere realmente tutto su di lui, dovreste ricredervi al più presto. Se aspettate da 6 anni il terzo LP come una redenzione, be’ mangiatevi una fetta di pandoro avanzato perché l’attesa sarà ancora lunga. Nel frattempo, a metà dicembre è uscito Rival Dealer - l’ennesimo EP di William Bevan, il quarto in tre anni – ed è una piccola rivoluzione.

Di rivoluzioni Burial se ne intende abbastanza visto che dopo aver debuttato nel 2005 con il mini-album South London Boroughs, l’anno successivo fonde dubstep e 2-step garage, dà vita all’omonimo full-length d’esordio e diventa la punta di diamante della Hyperdub. Bissa nel 2007 con Untrue, per il quale riceve anche una nomination al Mercury Prize assurgendo ad icona incontrastata di questo tipo di musica che fonde ambient, house, elettronica e dubstep, roba da nerd insomma. Su di lui, però, non si sa nulla. La sua identità è avvolta nel mistero più fitto: non rilascia che rarissime interviste, fotografarlo è praticamente impossibile e pare che solo cinque persone al mondo sappiano chi si nasconde dietro il moniker. Fino all’agosto del 2008, quando il nome di William Emmanuel Bevan viene associato a quello di Burial grazie ad una ricerca dell’Indipendent, che scopre anche una connessione con Kieran Hebden (in arte Four Tet) dato che i due califfi del dubstep avevano frequentato la londinese Elliot School. La coppia unisce le forze nel 2009 con il singolo Moth/Wolf Club e poi nel 2011 insieme a Thom Yorke con Ego/Mirror.

Nel frattempo, Burial ha ancora il tempo di rilasciare l’EP Street Halo - che presenta piccole variazioni rispetto alla formula di Untrue - e di collaborare con i Massive Attack, che gli affidano il remix di due brani tratti dal loro Heligoland, ossia Four Walls e Paradise Circus. Col senno di poi questa collaborazione sarà determinante per l’evoluzione stilistica di Bevan, ormai pronto ad esplorare nuovi territori. Dopo altri due mini lavori – Kindred e Truant/Rough Sleeper che rompono decisamente col passato – nel 2013 arriva il momento di Rival Dealer.

Già con le ultime uscite, Burial ha mostrato di saper ampliare la tavola dei suoi colori grazie ad arpeggi di synth, venature house e melodie eteree, tutti elementi che sono riusciti ad andare al di là del suo marchio di fabbrica blu e grigio. Rival Dealer si inserisce in questo solco, ma il balzo stilistico compiuto con questo lavoro è di gran lunga più netto ed evidente che in qualsiasi altro momento del suo già corposo catalogo. E’ senza dubbio la pubblicazione migliore dai tempi del già citato Untrue ed è un pugno nello stomaco che non si subiva da Kindred; la prova che quasi tutto quello che pensavamo di conoscere sul producer eremita è sbagliato, ed allo stesso tempo la dimostrazione che non conosciamo il fottuto stile di Burial per davvero. La title-track, ad esempio, è facilmente una delle cose migliori e più immediate che Bevan abbia mai fatto - instabile e nervosa, con una parte ritmica metallica e caotica - che ci riconnette agli anni '90, alla trasmutazione della techno hardcore in jungle, con una buona dose di gusto industrial ad avvolgere il tutto. Insomma, se non conosci la materia alla perfezione, non puoi arrivare a manipolarla a tal punto, non puoi creare un beat così devastante, almeno nelle prime due parti di canzone. Perché i dieci minuti e rotti di Rival Dealer si possono suddividere in almeno tre parti differenti, dove l’aggressione iniziale scompare in un incandescente plasma di sample - sancito dalla quote del rapper Lord Finesse "Hey yo, you know my fucking style?" (capita la sottile allusione?!) - e poi cambia ancora in un movimento finale dove la batteria scompare ed una voce vocoderizzata alla grande, geme un "I've been watching you" su un’arida distesa di synth.

Rival Dealer appare fin da subito come il frutto di un lavoro monumentale, che mantiene l’architettura chill della musica di Burial e vi innesta sopra nuovi elementi al fine di trovare soluzioni innovative, stilistiche ed emozionali. La seconda traccia, Hiders, deve molto ad un certo gusto anni ’80 ed è un momento di relativa decompressione, grazie alla lunghezza ‘umana’ del pezzo ed al fatto che sia una prova di ambient quasi in purezza, dove un vitreo pianoforte entra ed esce di scena calmo come le onde di bonaccia. Anche qui la struttura è più complessa di quanto non appaia, visto che si parte con questa specie di stop and go di synth – ogni volta variando accuratezza e precisione – per poi lasciar spazio ad un drum-beat gloriosamente house ma mai sopra le righe, che sul finale va in pezzi tra rumori di pioggia e sample vocali di carattere naturalistico. Il finale è lasciato a Come Down To Us vero fulcro di tutto l’EP, già solo per il fatto che sample del suo titolo vengono ripetuti ed annunciati qua e là nei precedenti brani. Sono 13 minuti di sitar echeggianti, quieti beat pulsanti e bassi ronzanti, che mano a mano prendono corpo e diventano qualcosa di molto reale, qualcosa a cui ci si può connettere intimamente e senza difficoltà, mentre ascoltando si ha vagamente la sensazione del pop di stampo new age. Non fosse già abbastanza, il pezzo si conclude con un breve estratto dal discorso che il regista transgender Lana Wachowski ha tenuto in occasione dello Human Rights Campaign Visibility Award e che rimanda al vero spirito con cui Burial si è messo al lavoro per questo EP, cioè comporre "tre brani contro il bullismo che possano aiutare qualcuno a credere in se stesso, a non avere paura, a non arrendersi, a sapere che a qualcuno là fuori importa e si interessa di loro". Bam!

C’è molto di personale in questo Rival Dealer, l’aura di mistero e di isolamento in cui (per volontà o per necessità) Burial si è rinchiuso praticamente da sempre si è spezzata almeno in parte ed ha lasciato intravedere un’empatia che è molto rara da trovare nel mondo dell’elettronica. A Bevan importa. Importa di essere un pezzo grosso, qualcuno per cui vale sempre la pena di discutere non appena pubblica qualcosa; importa di cambiare atteggiamento e cercare una maggiore immediatezza nella sua musica. Gli interessa infine, non senza un giustificatissimo motto di presunzione, mostrare come riesca a mutare ed evolversi, divertendosi - ormai l’abbiamo capito - a spiazzare tutti una volta l’anno, così senza fretta ma con grande attenzione e dovizia di particolari, rendendoci sempre più chiaro come, dopo quasi dieci anni di musica, Burial riesca ancora ad affascinare ed intrigare come il primo giorno. Tutto ciò che sapevamo di lui è sbagliato, abbiamo appena iniziato a conoscerlo.

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<![CDATA[The Very Best Of 2013]]>

Il 2013 è stato un anno musicale incredibile per qualità e quantità di uscite. Il livello è stato davvero molto elevato, fate conto che nella mia personalissima classifica top10 che troverete qui di seguito si entrava con una votazione minima di 7,5. Ci sono state alcune delusioni - anche molto grosse - tra cui i The National che con Trouble Will Find Me hanno sì confermato il loro standard ma sono apparsi stanchi e forse un po’ svuotati, non aggiungendo nulla di nuovo alla loro rispettabilissima discografia. L’esordio degli Atoms For Peace, Amok, era molto atteso dal sottoscritto ma non ha rispettato del tutto le mie aspettative, soprattutto pensando al potenziale da cui si partiva; ritorno così così anche per i My Bloody Valentine ed il loro MBV, non ai livelli del passato ma giustificati in parte a causa della lunga assenza dalle scene.

Discorso a parte per gli esordi annuali, tanti e quasi tutti di buonissimo livello. Da ricordare, Performance degli Outfit, i Factory Floor ed il loro omonimo album, quello che forse può essere definito l’esordio italiano dell’anno ossia Fate dei Soviet Soviet ma soprattutto Jacco Gardner che se ne esce con Cabinet Of Curiosities e ridefinisce il concetto di retrofuturismo. Tuttavia, la mia scelta per il debutto dell’anno va a:

Savages - Silence Yourself

Un album potente e violento, che esprime l’urgenza e la voglia di gridare al mondo la propria esistenza. Post-punk è un termine anche troppo abusato, ma si parte da lì per capire le Savages ed il loro esordio. Tecnicamente già molto avanti, queste quattro girls dimostrano una chimica di squadra davvero invidiabile, su cui svetta la furia vocale di Jehnny Beth. Che è pure una discreta f**a. Tra gli 11 brani, da segnalare Shut Up, I Am Here, She Will e Husbands. Una delle poche band quest’anno ad aver salvato il rock. Il futuro passerà anche da loro.

Ok ci siamo, i convenevoli sono finiti, è arrivato il momento del Best Of 2013 definitivo. Appena fuori dalla top10 ho dovuto lasciare album validissimi, tra cui vorrei citare Loud City Song di Julia Holter, Kanye West ed il suo fottutamente geniale Yeezus, {Awayland} dei Villagers e l’EP Totale Nite dei Merchandise.

Ora, in una tirata unica dalla 10 alla 1, la classifica è pronta a conquistare l’internet.

10. Fuck Buttons - Slow Focus

E’ stata la mia prima recensione e come tale non la scorderò mai. Lande fredde e sconfinate fanno da cornice ad un LP oscuro ed intimista, dove il duo di Bristol mischia a piacimento drones e hip-hop, elettronica, dub e dancefloor. Alla terza fatica, i Fuck Buttons si assicurano un futuro completamente aperto, dove la continua contaminazione dei generi sarà il sentiero da seguire, provare The Red Wing per credere. Uno degli album più emozionali dell’anno.

9. Local Natives - Hummingbird

Difficile trovare un lavoro che unisca sofisticatezza e attitudine pop come il sophomore dei Local Natives. Sono 44 minuti di grandissime melodie, con una qualità davvero eccezionale se si pensa che la band californiana è soltanto al suo secondo lavoro. Il video di You & I denota anche una certa attenzione per la forma visiva, confermando la vena artistica a 360° del gruppo. Per chi vi scrive, sono ormai pronti a fare il grande salto.

8. Suuns - Images Du Futur

Una delle sorprese del 2013 ed ennesimo sophomore dell’anno. I canadesi Suuns stravolgono la loro musica e danno vita ad un album obliquo e notturno, da ascoltare nella penombra, avvolti nella nebbia metropolitana. Krautrock, elettronica e neo-psichedelia sono gli ingredienti fondamentali, e tutti sono racchiusi nella magnifica 2020. Gli anni ’80 raccontati dai Suuns non sono mai stati così belli e dimenticateveli presto perché al prossimo giro si cambierà nuovamente.

7. Willis Earl Beal - Nobody Knows.

Anche Willis Earl Beal arriva al suo secondo album con moltissimo hype alle spalle, e non delude le attese. Più un secondo debutto che un vero e proprio seguito, più edulcorato ed educato ma con la stessa rabbia e la stessa disillusione sulle cose del mondo. Everything Unwinds è una perla tra le perle, per un LP che pone il cantante anti-folk di Chicago tra le prossime cose grosse da tenere d’occhio.

6. TOY - Join The Dots

L’ultimo grande album di quest’anno, un finale davvero grandioso. I TOY tornano a distanza di soli 12 mesi dal loro debutto ed estendono i loro orizzonti musicali andando oltre il kraut e la psichedelia per trovare un nuovo equilibrio tra noise e pop. Ci riescono perfettamente e sfornano alcuni numeri di altissima scuola come l’infinita e selvaggia cavalcata di Join The Dots. Qualsiasi cosa sarà quello che verrà dopo, le attese sono assai elevate.

5. The Black Angels - Indigo Meadow

Al quarto album la band texana fa il botto e dà vita ad uno dei dischi forse più sottovalutati dell’anno. Non inventano nulla di nuovo ok, ma il loro semi-citazionismo ha pochi eguali in giro. Tutto funziona alla perfezione, 13 tracce per 45 minuti circa che filano via tiratissimi, con pochi momenti di respiro tra una coltellata e l’altra. Indigo Meadow è la title track definitiva, che sa definire lo standard come poche. Chitarre, tastiere e batteria…è tutto quello che ci serve no?!

4. Gap Dream - Shine Your Light

Di Gabe Fulvimar si è già detto anche troppo su questo blog. Ennesimo sophomore ed ennesimo colpaccio anche per la mente dietro alla band ormai californiana. La Burger Records può andare fiera di avere tra le sue fila uno dei prospetti più interessanti del futuro che, partito dal nulla, si è fatto strada fra garage e psych-rock per approdare a qualcosa che varia dal glam, al synth-pop, dal glitch all’elettronica ed è anche arduo da poter definire. Di sicuro un grandissimo album, pieno di qualità, melodie e divertimento e che alla fine ti fa venire voglia di berti una birra e fumare qualcosa insieme a Fulvimar ed ai suoi amici sciroccati.

3. Arcade Fire - Reflektor

Sul gradino più basso del podio un (doppio) disco di cui si è già detto il possibile e l’impossibile, anche su queste pagine. Un lavoro enorme per gli Arcade Fire, tanto ambizioso quanto riuscito, che spazia tra generi e concetti artistici anche molto distanti tra loro, consegnandoci una band ormai consapevole del proprio status gigantesco nel mondo della musica. La collaborazione con Bowie ha fatto molto parlare, così come tutto l’hype che si è sviluppato attorno all’uscita dell’album ed ai graffiti sparsi per il pianeta. Un marketing chirurgico e spietato, quindi, ma che non ha minimamente intaccato quello che è il punto cruciale degli Arcade Fire, ossia quel fuoco che brucia loro dentro e che pare non consumarli mai.

2. Arctic Monkeys - AM

Al secondo posto un album che se non avesse già dalla sua il fatto di essere il capolavoro di una delle band imprescindibili del nostro tempo ha anche l’indubbio merito di salvare il rock’n'roll in un anno come questo. Gli Arctic Monkeys non arrestano la loro evoluzione e danno alla luce un disco tanto eterogeneo nelle premesse quanto omogeneo nel risultato, dove tutti e quattro riescono ad esprimersi al massimo delle loro capacità e spaziano dal glam all’hip-hop, dall’indie al blues muovendosi da una costa all’altra degli States e soffermandosi con piacere nel deserto, a casa Homme. Do I Wanna Know? è il mid-tempo perfetto, che suona già classico dopo dieci minuti. Le Scimmie concludono la loro trilogia americana e si pongono nell’invidiabilissima posizione di poter fare – da ora in avanti – davvero quello che vogliono.

1. Daft Punk - Random Access Memories

Sul gradino più alto c’è l’album che avrei voluto recensire se solo avessimo aperto il blog un po’ prima. L’avessi fatto, avrei dato 10/10 perché qui non si parla solo del disco dell’anno ma di uno dei lavori del decennio, con la canzone che meglio ha rappresentato questo strambissimo 2013. Anticipato da una campagna virale diffusissima ma assai classica – che ha creato un’aspettativa davvero senza precedenti nella storia del pop – questo album è una summa di tutto quello che c’è da sapere sulla musica che i Daft Punk davvero amano e che è stata di fondamento per la loro carriera. Il duo parigino dopo aver rivoluzionato per ben due volte il mondo della EDM ha deciso di tornare umano, sostituendo alle macchine i vari collaboratori che mano a mano hanno ospitato, nomi come Giorgio Moroder, Pharrell Williams, Panda Bear, Julian Casablancas e soprattutto Nile Rodgers, vero deux ex machina di questo progetto. Qualità altissima, produzione sovrumana, gusto per il trash immutato e coolness senza pari fanno di questo LP un vero e proprio capolavoro, la maniera migliore in cui i Daft Punk potessero rispondere ai tanti imitatori nati negli anni: ehi, noi siamo qui che suoniamo dal vivo con le leggende, diventando a nostra volta leggendari. Provate a raggiungerci! E poi, su tutto, la quote dell’anno: My name is Giovanni Giorgio…

Oh, sembrava impossibile ma abbiamo finito. Se siete sopravvissuti a questo sproloquio mi prendo ancora un minuto per augurarvi buon Natale, darvi appuntamento all’anno prossimo e ringraziarvi per la pazienza e la costanza con cui ci seguite. Siamo solo all’inizio, facciamo ancora un sacco di cazzate ma miglioreremo sempre di più.

Su, tutti a bere, mangiare e tirare i botti per strada!

See you soon, folks.



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<![CDATA[Florence Welch - L’indie è femmina]]>

Lei ha deciso di prendersi il cosiddetto anno sabbatico, io, che la reputo la regina dell’indie e di un intero mondo parallelo in questo universo, ho deciso di volerla ricordare in attesa di altre grandi cose e di recensirne la carriera fino a qui. Perché? Perché è stata la donna più determinante e ispiratrice di grandi lanci nella musica tutta al femminile degli ultimi due anni, con una voce indescrivibile e un’aura di graziosità e meraviglia che ha fatto innamorare tutti.

La nostra Florence.

La nostra fanciulla altro non poteva essere che inglese, nata a Camberwell nel sud di Londra da madre insegnante universitaria e padre dirigente pubblicitario dai trascorsi punk che hanno fortemente influenzato anche la bella Florence. Infatti dopo aver abbandonato il “Camberwell College of Arts” si dedica completamente alla musica formando un duo con la sua compagna di college Isabella Summer detta Machine (vi dice forse qualcosa questo?). Le due fanno sul serio, tanto che riescono a registrare anche un album insieme ad una band chiamata Ashok. Il problema è che il progetto verrà stroncato sul nascere quando Florence si renderà conto di sentirsi fuori posto abbandonando cosi la band e cominciando a muovere i primi passi da sola.

Ora starete pensando “e meno male che facevano sul serio”. Cosa volete che vi dica.. Artisti!

Con la decisione di mettersi in proprio riprende anche il suo vecchio nome di quando duettava con la compagna di college, facendosi chiamare ufficialmente e definitivamente Florence And The Machine (“Aaahh”, direte voi). Ma la nostra ragazza è una tipa un po’ bricconcella e sapete come si è fatta notare da Mairead Nash (del duo Queens Of Noize)? Era nel bagno di un locale, leggermente ubriaca, che cantava una cover di Something’s Got A Hold On Me di Etta James. Mairead Nash la sentì e divento così la sua manager. (Giusto per dire, come vedete non sempre gli effetti dell’alcool sono tutti negativi!)

Il 6 luglio 2009 pubblica il suo primo album con la Island Records, intitolato Lungs. Subito apprezzato dalla stampa, entra immediatamente nella chart inglese piazzandosi al secondo posto, niente meno che sotto Michael Jackson, all’epoca da poco deceduto. Ora possiamo dirlo con fermezza, la ragazza fa sul serio! Infatti con quest’album, l’anno successivo viene nominata ai Grammy come “Best New Artist” e l’album porta a casa il premio “MasterCard British Album” ai BRIT Awards.

Ma come dicevo prima, proprio tutti si sono innamorati di lei. Tanto che molti brani di questo album sono stati usati in vari film e serie televisive come Grey’s Anatomy, Gossip Girl, The Vampire Diaries, V, Nikita e My Life As Liz. Inoltre nel 2010 arriva anche la partecipazione come colonna sonora al terzo episodio della serie cinematografica Twilight, in Eclipse col brano Heavy In Your Arms. Anche il brano Dog Days Are Over viene usato come colonna sonora per un altro film, Jennifer’s Body.

Quest’album Ha davvero Spacaaaato! (cit. Mika e il suo italiano)

Però diciamocelo chiaramente, ci sono solo due modi di prendere questo disco: bene o male. Non esistono vie di mezzo per un lavoro prodotto e confezionato alla perfezione come questo. Tanto che potrebbe irritare qualcuno e far nascere in questo qualcuno l’ossessione di voler trovare per forza delle pecche. Pecche difficili da trovare, è questo il bello (o il brutto). Sì, perché Fiorenza non è solo una “bella voce” (dio mi perdoni per essere stata così riduttiva). E’ una bella immagine, un’atmosfera, una figura che contiene tutti e cinque i sensi ben dipinti e intrecciati tra loro. Diciamo chiaramente che non è neanche una da Miss Italia ma l’insieme la rende perfetta. Tutto questo stile dark e raffinato accompagnato da una voce sognante e le unghie sempre perfette possono far sembrare il tutto un po’ finto. Un po’ da prodotto d’industria ben venduto al pubblico. E prodotto d’industria sicuramente lo è ma ditemi voi chi tra gli artisti non è un po’ figlio di un’idea di marketing. Il punto è che quando dietro c’è una voce così imponente e soave come quella di Florence, una presenza scenica come la sua e il suo fascino da donna rossa naturale e misteriosa, a tutta l’idea industriale che c’è dietro viene dato un calcio. E così non rimane altro che lei e il suo dico: Lungs, appunto.

13 sono le tracce e qui mi viene un po’ da ridere (o da piangere, sono ancora indecisa) perchè se penso che tra i primi cinque singoli lanciati prima dell’uscita dell’album, qui in Italia abbiamo preferito tra tutti You’ve Got The Love mi (de)cadono le braccia. Siamo sempre i numeri uno a riconoscere tra tante perle quella più commerciale e sputtanabile. Se pensiamo già solo al brano di apertura Dog Days Are Over che tra arpeggi sognanti e la magica voce della Rossa ci trasporta come in un altro mondo, come in un sogno su prati verdi in mezzo a fiori e cascate, il cuore non potrà fare altro che battere e su questa scia proseguire con Rabbit Heart che come un giorno di festa ci confonde con le sue musiche incantate per poi dirci “Chi è il coltello e chi è l’agnello”. Ed è ora che il disco diventa spiazzante. Perché a queste musiche così leggere, ariose, sicuramente impregnate del pop più puro, si alternano atmosfere cupe e di tremori, seppur tutti i brani presentino sempre dei ritmi incalzanti. Questo è un album ricco di sensazioni e generi diversi. Basta pensare a Girl With One Eye dove il blues la fa da padrone e la voce di Florence è davvero eccitante. Oppure la cupissima Blinding. E poi trovare meraviglie come Cosmic Love e My Boy Builds Coffins dove non potrete fare altre che farvi invadere da brividi e sentirvi parte di qualcosa molto più grande di voi.

Ma a chi accusa questa donna di essere troppo ben confezionata, troppo perfetta, troppo finta, lei ha saputo rispondere scatenandosi sulle note di Kiss With A Fist. Qui sotto ve la ripropongo in un live, più sfatta e vera che mai.

L’album è riuscito a riscuotere talmente tanto successo che Florence ha dovuto allungare e intensificare le date dei vari tour in giro per il mondo, posticipando così l’uscita del secondo album al quale ha lavorato praticamente nelle pause tra un concerto e l’altro. Così il 28 ottobre 2011, sempre con l’etichetta Island Records esce Ceremonials, secondo album definito dalla cantante stessa “una versione rivisitata e migliorata di Lungs“. Carico di aspettative, il secondo disco di Florence si presenta davvero come un lavoro più maturo e migliorato anche sotto l’aspetto tecnico. Per questo lavoro così come per il primo, la bella Rossa recluta il produttore Paul Epworth che diventa co-autore di ben 7 brani del disco. Ceremonials è un disco rock ma dalle sonorità profonde e dalle atmosfere gotiche dove è facile ritrovare più volte il soul o il gospel. Insomma, un disco molto più complesso e compatto allo stesso tempo. Non ci resta quindi che farci coinvolgere dalle 12 tracce.

L’apertura dell’album con i primi due brani Only If For A Night e Shake It Out (uno dei singoli che ha preceduto l’uscita del disco) non è molto convincente e non fa ancora ben capire quali siano le intenzioni della Welch in questo lavoro. Ma con What The Water Gave Me tutto appare magicamente chiaro: il titolo prende nome da un quadro di Frida Kahlo e parla dell’acqua in tutte le sue varie forme, proprio perché per Florence l’acqua è l’elemento essenziale nell’arte e nella vita. Così ampia e piena, in un crescendo continuo la voce di Florence esplode e si libera tra gli arpeggi e le chitarre che l’accompagnano in questa canzone che sotto sotto sa anche un po’ di amaro. (Molte delle canzoni di questo album, tra cui anche questa, sono state ispirate alla cantante dal suicidio di Virginia Woolf) Rimanendo sullo stesso tema troviamo Never Let Me Go dove la delicata voce di Florence, inizialmente accompagnata solo dal piano, descrive l’esperienza dell’annegamento vista, da una parte, quasi come una cosa naturale, perché lasciarsi andare in acqua è l’unica cosa che si può fare, e dall’altra l’inquietudine e la pericolosità di questo elemento. Spezza questo andamento Breaking Down che, titolo a parte, è una gran bella canzone dalle atmosfere da vecchi film anni ’60. Degne di nota sono anche Seven Devils, All This And Haven Too la canzone più allegra dell’album che sembra riportarci a Lungs e infine No Light, No Light che per tanto tempo ho avuto nel cuore.

Insomma, l’album non ci mostra nulla di nuovo che non avessimo già sentito in Lungs ma abbiamo avuto un’ulteriore prova della bravura di questa donna e della sua sensibilità da songwriter che si è esposta con questo lavoro a 360°. Da questo momento non si torna più indietro e le aspettative saranno sempre più alte nei suoi confronti.

Un’artista come lei è davvero difficile da odiare eppure chi non la sopporta c’è, ritenendola non abbastanza brava o troppo costruita e snob. Del resto il mondo è bello perché vario.. che poi io sono il bene e chi la critica è il male è solo un dettaglio.

Per chi come me è in trepida attesa per l’uscita del terzo album, può stare tranquillo: questo è un finto anno sabbatico per Fiorenza, infatti voci indiscrete hanno già annunciato una superbomba in pentola che potrebbe essere qualcosa del tutto nuovo rispetto a ciò che abbiamo sentito fino ad ora.

Per smentire ulteriormente il suo riposo ho un’altra notiziona da spararvi: a quanto pare la vedremo nella nuova trilogia di Guerre Stellari nelle vesti di un ruolo ancora non noto.

Nuovo disco previsto probabilmente nel 2014, un ruolo in Guerre Stellari nei futuri episodi del 2015-2017-2019…altro che risposo. E tenetelo bene a mente, Vinylistics ve l’ha detto prima.

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<![CDATA[Thegiornalisti: l’Italia che ci piace]]>

Se solo avessi avuto un blog di musica nel quale scrivere già un anno fa, molto probabilmente il 27 ottobre 2012 mi sarei messa a scrivere un articolo.

Pensate, sarebbe stato di sabato. Per passare il sabato pomeriggio in casa a scrivere significa che doveva esserci stato qualcosa di davvero meritevole a catturare la mia attenzione (non fraintendetemi, io amo scrivere.. è il passare il sabato pomeriggio in casa che solitamente mi riesce molto difficile). Però visto che adesso un blog ce l’ho, ho deciso che ora dovete sapere anche voi. Ma non andate troppo in là con i pensieri e con i km: niente Londra, LA, NY, Australiani fighissimi… Restiamo a casa nostra. Restiamo in Italia, nella capitale precisamente.

Il 26 ottobre dell’anno scorso, in un locale dalle mie parti, vanno a suonare certi ed io, che sono un’accanita sostenitrice della movida campana (non chiedetemi di giurarlo, vi prego), cosa ho fatto? Sono andata a sentirli, ovvio.

Thegiornalisti. Si chiamano così.

Che fosse stato anche solo per quel The davanti al nome, era uno sfizio che dovevo togliermi… E così me lo sono tolta. Prima nell’agro nocerino-sarnese, la settimana successiva a Napoli e dopo un mesetto circa anche a Benevento. Alla faccia dello sfizietto.

I Thegiornalisti sono Tommaso Paradiso, Marco Primavera e Marco Antonio Musella.

Quando li vidi per la prima volta sul palco conoscevo a stento giusto un paio delle loro canzoni e la cosa davvero sorprendente fu che mi ritrovai in poco tempo a battere le mani e a imparare man mano ritornelli di canzoni che avrebbero fatto fatica ad uscire dalla mia testa anche nei mesi successivi. Erano una band indie? Rock? Un po’ pop? In quel momento non lo capii tanto bene, riuscivo solo a sentire che qualunque cosa stessero facendo su quel palco la stavano facendo bene e con passione.

Ah comunque i tipi in questione sono loro.

Thegiornalisti è un progetto che nasce dopo un anno di convivenza tra i tre diretti interessati e dal preciso momento in cui hanno deciso di voler essere una band si sono trasformati in una macchina da guerra che tra centinaia di concerti e due dischi pubblicati uno a 9 mesi di distanza dall’altro non si è mai fermata un attimo.

Nel 2011 pubblicano il loro primo album intitolato Vol.1. La cosa interessante di questa band è che nasce senza alcuna aspettativa sul fronte fama&successo, i Thegiornalisti hanno semplicemente deciso di mettere sotto forma di musica le esperienze che hanno vissuto e le cose che gli girano intorno. Tutto il disco è stato interamente autoprodotto in casa e registrato in tre giorni. I cari amici romani ci tenevano a far vedere come si suonasse un disco senza la post produzione. Forse i fonici avrebbero da ridire su tante cose tecniche ma il pubblico ha apprezzato eccome. Tanto che, povere anime innocenti di questo subdolo mondo della musica, sono riusciti a crearsi anche un giro nell’ambiente e una bella fetta di fan.

10 sono le tracce di questo primo album dalla copertina essenziale e allo stesso tempo sorprendentemente eloquente.

La penna che tira fuori storie.

Come una voce fuori campo Siamo Tutti Marziani dà il via alle danze e ci sembrerà che qualcuno ci abbia appena svegliati dal nostro sonno perchè signori, il rock anni 60-70 di questa band è solo all’inizio e Una Canzone Per Joss ce lo conferma. Prima di essere musicisti, i Thegiornalisti sono soprattutto scrittori, amanti della comunicazione schietti e sensibili.

Siamo uomini non tanto per il fatto che si muore ma perchè usiamo le parole..” dice così Autostrade Umane, una delle canzoni più belle dell’album insieme a Io Non Esisto malinconica a tal punto da risultare romantica.

Dopo il grande successo ottenuto con il primo album, un “Vol.2″ ci ha messo poco ad essere preparato e sfornato e infatti a pochi mesi di distanza esce Vecchio, il secondo album che conferma le ottime aspettative create nei confronti di questa band tuttalll’italiana.

Forse meno orecchiabile ad un primo ascolto, potrebbe risultare come un disco pretenzioso e troppo esagerato sotto alcuni aspetti. Ci si mette un po’ ad entrare in questo mood del rock essenziale anni 60 italiano combinato col cantautorato più complesso e particolare che ricorda molto Battisti (e anche Bennato per alcune trovate vocali).

Ogni canzone è un pezzo di loro che raccontano a noi, o meglio, a chi vuole ascoltare e sentirsi per qualche minuto parte di qualcosa sì malinconico, ma allo stesso tempo esilarante e spronante. Perchè il mood dei Thegiornalisti è questo, è tutto e niente, tra canzoni rockeggianti, ballate malinconiche e psichedeliche.

Ma allora cosa sono questi Thegiornalisti?

Semplice, gli alternativi per eccellenza.

Perchè è facile dichiararsi degli indie nello scenario musicale di oggi, dove basta non farsi la barba ed essere depressi con una chitarra in mano per fare musica..ah, e cosa più importante, ispirarsi al british style, quello per sentito dire. E’ facile dichiararsi indie così. Quello che fanno loro invece è coraggioso. Sono gli alternativi per eccellenza perchè cercano di essere solo loro stessi raccontando solo le loro storie: ragazzi italiani che fanno gli italiani ed è solo ed esclusivamente un certo tipo d’Italia che rappresentano nelle loro canzoni. Forse quella che un po’ tutti rivorremmo indietro. L’Italia di Sordi e di Fellini, di Battisti e Bennato. L’Italia delle pellicole e delle audiocassette.

Personalmente penso che questi ragazzi siano davvero una rarità nel panorama musicale nostrano di oggi. Bravi, semplici… e anche molto ironici.

Qui troverete un interessante elenco di insulti rivolti ai loro colleghi indie italiani.. Fonte di ispirazione fu un articolo di Rolling Stone che raccolse i 40 insulti di Liam Gallagher più famosi della storia per il suo quarantesimo compleanno.

Loro si sono divertiti così.. mi raccomando, quando lo leggete non fate i permalosi.. Come dicono i Thegiornalisti: fateve ‘na risata!

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<![CDATA[Arcade Fire - Reflektor]]>

Voto: 9/10

Ho sempre avuto questa teoria che ogni album degli Arcade Fire fosse associato ad una diversa stagione dell’anno. Quindi Funeral è l’autunno, non solo perché le rivoluzioni avvengono in ottobre, ma per l’atmosfera crepuscolare che permea quel disco, così da giorno dei morti, come una festa barocca. Seguendo questa logica strampalata, il successivo Neon Bible è l’inverno - oscuro e glaciale - ed infine The Suburbs è la primavera, vuoi perché maggio è il mese primaverile per eccellenza, vuoi perché si parla di adolescenza - ancorché perduta, che si scontra con l’entrata nel mondo adulto così spersonalizzante e frustrante - e di ritrovata gioia di vivere, temi che sono assai assimilabili a quei mesi dell’anno. Detto questo, Reflektor è più estate di quanto mi sarei mai potuto immaginare e, se mi si perdona la similitudine, è come l’estate più cool che vi possiate ricordare, tipo quella della prima limonata in spiaggia con una tipa dopo una festa in cui hai ballato e bevuto troppo.

Il quarto album della band di Montreal chiude l’immaginario cerchio delle stagioni, non a caso aprendosi con la grandiosa title track Reflektor, che comincia con un sample preso direttamente da Tunnels ed è lì per dare subito l’idea di cosa sarà per i successivi 85 minuti, spazzando via ogni dubbio sul peso della produzione di James Murphy e sulla direzione che la band ha voluto intraprendere. Una sezione ritmica ricchissima ci immerge direttamente nel mezzo del caos etnico che gli Arcade Fire hanno costruito in questi ultimi tre anni, dove bongas, sax, synth e quant’altro si mischiano in un pezzo assolutamente dance, almeno fino a quando entra Bowie in controcanto e completa questa odissea disco che guarda insieme al passato ed al futuro, un "miscuglio tra Studio 54 e voodoo di Haiti", come l’ha descritta lo stesso Butler. Il tema portante è quello del doppio, ciò che si vede riflesso in uno specchio - che per gente di assoluto successo deve necessariamente significare anche la frizione tra vita pubblica e privato - mutuato, pare, direttamente da un pensiero di Kierkegaard sui suoi "tempi moderni" (del 1846) ma che pare valere tutt’ora; le liriche sembrano per la prima volta mettere in dubbio la fede in un aldilà promesso al prezzo della perdita delle persone amate. Alienazione e comprensione di sé nel mondo. Roba grossa.

Grossa è proprio l’ispirazione di base di Reflektor, originata da un viaggio che Win e Régine hanno fatto ad Haiti (dove sono nati i genitori di lei) e dove Butler ha scoperto la musica Rara. Un successivo viaggio in Jamaica col produttore di sempre Markus Dravs ha portato la band dagli studi Dockside della Louisiana al Trident Castle dell’isola caraibica, dove i sei si sono rinchiusi per un mese intero, abbracciando la cultura ed i ritmi circostanti. Gran parte di questo background emerge con forza nei sei minuti e passa di Here Comes The Night Time, uno dei capolavori del disco, che finge un inizio da carnevale celebrativo per virare improvvisamente verso un ritmo più lento, quasi dub, dove il mix tra beat Rara, le suddette influenze isolane e qualcosa dei New Order suonati al tramonto, fanno da sfondo ad una sorta di confessione personale, che più che una preghiera pare una testimonianza istantanea del conflitto tra haitiani e cristiani, probabilmente vissuto dallo stesso Butler. Gli Arcade Fire si fingono in un live improvvisato anche nella successiva Normal Person, un magnifico e tiratissimo rock quasi blues, dove in modo piuttosto sarcastico il cantante di origini californiane ma cresciuto in Texas chiede al pubblico “Do you like rock and roll music? ‘Cause I don’t know if I do”, di fatto smascherando uno degli intenti principali di Reflektor, ossia l’uso dell’ironia per dire le cose.

Perché anche dopo You Already Know – dove il gruppo è introdotto dalla voce di Jonathan Ross della BBC e si lancia nella song più ska di tutta la loro carriera, mostrando di divertirsi anche in studio oltre che nei live – appare chiaro come la band si impegni a demolire la sua imponente immagine di divinità della musica, usando appunto l’ironia e sdoppiandosi nei The Reflektors, così come in passato erano nati gli alter ego di Ziggy Stardust o di Mr. The Fly: si fanno beffe del rock anglosassone degli ultimi vent’anni, compresi loro stessi, e di tutti coloro che criticando questa svolta forse sembrano non capirla e non ballano mai per un’ora e mezza. Quando si parla del lavoro di Murphy in questo doppio LP, il paragone con quello di Eno appare quanto mai ovvio e indubbio, così se in Normal Person si era avvertita l’eco degli anni ’80, We Exist fa ancora meglio riuscendo a tirare fuori un giro di basso che è sputato Billie Jean, accompagnato da una chitarra scintillante, di nuovo dal sax, da ottoni e dal synth, per creare un gioco di pause e ripartenze che riconnette questo brano ai lavori degli Arcade Fire del passato (tipo Wake Up, per intenderci), ma con molta meno epicità, e non sfigura affatto nel confronto. Con questa canzone vengono anche introdotti i temi della paranoia e della privazione dei diritti, che ritroviamo un po’ ovunque nell’album, a partire da Joan Of Arc, traccia conclusiva della prima parte. Il giochino è sempre lo stesso, si parte come se la band volesse suonare il punk e si finisce con la band che pare voler suonare glam, ma che poi suona sempre incredibilmente come se stessa e dà vita ad un pezzo imponente, dove Win e Régine si rincorrono duettando lui in inglese lei (magnificamente) in francese, in un gioco di chiamata e risposta che crea un’atmosfera un po’ inquieta.

Se la prima metà è selvaggia e pesante, il disco 2 è arioso, cosmico ed in generale un po’ meno consapevole; il posto delle chitarre e delle percussioni viene preso dal synth e dall’elettronica, ed è la reale svolta sonora della band. Win Butler ha affermato che il film del 1959 Orfeo Negro di Marcel Camus è stata una delle maggiori ispirazioni per Reflektor, richiamandogli alla mente tutti insieme il carnevale brasiliano, un festa cattolica che il cantante ha avuto modo di vedere in Jamaica, il Mardi Gras della Louisiana ed il carnevale haitiano di Port-au-Prince. Dopo il breve reprise di Here Comes The Night Time II, è Awful Sound (Oh Eurydice) che apre le danze, ed è la canzone sicuramente più controversa del disco. E’ tanto arrogante nel tentare di suonare come i Beatles (e riuscendoci in parte nel coro finale à la Hey Jude), quanto è ammirevole per il tentativo fatto; mostra un enorme lavoro in fase di post produzione, con quel beat di percussioni tribali che suona poliritmico - anche se in realtà è semplicemente in 4/4 - combinato ad una chitarra acustica che poi deriva in un assolo quasi psichedelico e che mantiene la leggerezza del tutto nonostante la mole di suoni profusa. I testi parlano di rifiuto e di disperazione - perché ehi, stiamo parlando del mito di Orfeo ed Euridice! - ed è con la seguente It’s Never Over (Hey Orpheus) che si chiude il cerchio, ricreando ancora una volta il gioco del doppio in cui Win e Régine si incarnano alla perfezione. Perché sebbene sia il primo album dove la Chassagne non canta da protagonista in una canzone, la sua presenza è maggiormente distribuita, ed anche qui la ritroviamo a rendere eterea una canzone di indole piuttosto pesante, influenzata da un funk industriale fatto di linee di basso cariche, costruite per creare qualcosa di surreale e angosciante. Il fatto che ricordi molto Sprawl II (Mountains Beyond Mountains), dà una certa idea di dove si debbano cercare le radici di questo mastodontico lavoro.

el finale torna di nuovo il discorso sulla collaborazione con James Murphy, che ha creato tanto scalpore. Chiariamoci: ciò che rende Reflektor un album enorme è proprio il mix tra l’attitudine dance del leader degli LCD Soundsystem, quella post-punk degli Arcade Fire e l’incontro che entrambi hanno avuto coi ritmi dei Caraibi. Il risultato è una frustata dance che va sempre in crescendo, come Afterlife coi suoi beat afro, i synth strazianti e le voci sinuose che fanno passare anche in secondo piano la questione sul fatto che questo sia un concept album o meno. Di sicuro è un lavoro ricercato in modo quasi maniacale, che vuole sorprendere e confondere continuamente chi ascolta fino al finale di Supersymmetry, un anti-climax dove i coniugi Butler non cantano più in parallelo ma si sovrappongono (appunto) simmetricamente sopra un tappeto elettronico calmo e rilassato, che termina in un lungo feedback che dà l’idea che la band abbia lasciato gli strumenti in studio accesi all’infinito.

Reflektor è stato paragonato, a ragione, ad altri album di svolta nella storia recente della musica, come Kid A ed Achtung Baby. In comune, questi tre album hanno il fatto di aver rappresentato un rischio ancor prima di un cambiamento radicale nel sound delle band che li hanno composti, e si sono portati dietro il loro strascico di critiche e di acclamazioni. Dopo tre album eccellenti, gli Arcade Fire hanno sì osato, ma hanno anche fatto quello che per loro è più naturale fare: andare avanti, assorbire, progredire ed evolversi pur mantenendo quello spirito che li ha accompagnati fin dall’inizio. Perché erano folk anche nel primo album, erano indebitati con Bowie e con una certa idea di progressive anche nel 2003, e per chi ha sensibilità, erano dance anche in molte cose degli esordi: con questo disco hanno semplicemente tirato fuori qualcosa che era in loro da sempre ed hanno composto un doppio capolavoro.

Come Orfeo negli inferi, agli Arcade Fire non è mai stato permesso voltarsi all’indietro, guardare al passato; il loro percorso va solamente in avanti, verso la luce dei riflettori che è riservata solo a chi deve diventare la più grande band del mondo.

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<![CDATA[Back To The Future, Part IV - Temples]]>

Una cosa che accomuna la Liguria (dove sono cresciuto e vivo) e la zona attorno a Kettering è il fatto di non avere alcuna degna scena musicale di riferimento. Se per la mia terra questo è solo uno dei tanti aspetti che ne fanno, a ragione, un paese per vecchi, per la città del Northamptonshire ciò è assolutamente un bene, poiché ha dato modo a James Bagshaw ed a Tom Warmsley di crescere scevri da particolari influenze musicali, costringendoli a mettere il naso fuori dal cortile per poter dire la loro. I due sono membri e fondatori dei Temples, e questa è la storia di come è nata la migliore nuova band d’Inghilterra.

Bagshaw (voce e chitarra) e Warmsley (basso) sono cari amici d’infanzia, passano l’adolescenza a scambiarsi i dischi della musica e negli anni dell’università decidono di mettersi insieme e formare una band. Siamo alla fine dell’estate del 2012 e mentre la lotta alle zanzare sta volgendo al termine, nella stanza da letto di Bagshaw vengono composte e registrate quattro canzoni - Shelter Song, The Golden Throne, The Guesser e Keep In The Dark - che successivamente sono caricate su Youtube così, tanto per vedere se qualcuno se le caga. Il responso è così clamorosamente positivo che viene presa la decisione di formare un gruppo, contattando altri due amici di vecchia data, Adam Smith (tastiere) e Sam Toms (batteria). I quattro scelgono come nome per la neonata formazione Temples, spirituale e grandioso come la musica che vogliono creare. Sono tutti grandi fan della psichedelia britannica e dei vecchi dischi della Popsike, ma nel contempo amano il suono primordiale e sperimentale delle band degli anni ’70 - progressive, glam, folk ed elettronica - derivando da esso una musica il più possibile imponente e cinematografica.

La mossa di Youtube paga alla grande, Jeff Barrett della Heavenly Recordings ascolta i pezzi, rimane folgorato come san Paolo sulla via di Damasco e li mette sotto contratto in tempo zero. Il 12 novembre dello scorso anno vede la luce il doppio singolo Shelter Song/Prisms e l’Inghilterra grida già alla Next Big Thing. Il lato A è un’impressionante canzone costruita attorno ad una chitarra a 12 corde, registrata con suoni ed effetti sperimentali, senza la minima paura di osare; risente parecchio dell’influenza della West Coast e di band come The Byrds e Quicksilver Messenger Service, è molto istintiva ed ha quel giro di batteria Tomorrow Never Knows su cui sono cresciute parecchie generazioni di inglesi. La caleidoscopica Prisms, invece, è un gioiellino impacchettato in una confezione regalo zuppa di acido anni ’60, ed è quasi un secondo lato A. Quello che funziona alla grande negli studi Pyramid, dove ora la band registra, è la collaborazione con Claudius Mittendorfer (già al lavoro con Franz Ferdinand, Muse e Mars Volta) che capisce da subito il mood dei quattro di Kettering e lo spinge oltre, al di là della dimensione casalinga delle registrazioni originali.

Appena diventati qualcuno, arriva pronto il sostegno di Brett Anderson dei Muse che li vuole in tour con sé, sono citati sia da Johnny Marr che da Noel Gallagher come la migliore band emergente in U.K. e aprono concerti per Mystery Jets, Kasabian e Vaccines. A proposito di nomi spessi, le influenze dei Temples sono da ricercare sia in califfi come The Byrds, Marc Bolan e Soft Machine - artisti che riuscivano a suonare musica pop seppur alienante ed inconsueta - sia in produttori capaci di creare sonorità originali come Jack Nitzsche, sia in se stessi, nelle loro collezioni di dischi piuttosto che nella musica ascoltata in qualche pub inculato il sabato sera. Tutto ciò si riversa anche nei due singoli del 2013, Colours To Life - dove la band si mette alla prova creando molteplici armonie e linee melodiche su cui campeggia la vellutata voce di Bagshaw - e la già citata Keep In The Dark, pubblicata il 7 ottobre scorso, che riprende il demo originale ma che ora viene virata in tonalità glam rock, con buona pace dei T-Rex. Questo è anche l’anno in cui aprono ad Hyde Park per i Rolling Stones, confermando la loro spiccata attitudine a rendere speciale l’esperienza live, suonando dal vivo versioni differenti delle loro song perché, come affermano, è interessante vedere fin dove possano portare le loro canzoni sul palco.

I Temples sanno benissimo che è facile cadere nel calderone delle revival band che spopolano di questi tempi, ma il loro obiettivo è contemporaneamnte quello di omaggiare le origini ed aggiungere qualcosa di veramente nuovo ad esse. Per capirci, una canzone come Sun Structures parla di qualcosa di contemporaneo usando un immaginario figurativo antico e la religione orientale. Proprio ora, tutta la loro attenzione è focalizzata sul darsi da fare per pubblicare l’album di debutto, cosa che avrebbero potuto fare quest’anno avendo un sacco di materiale già scritto, ma a sentirli la gente non era ancora pronta per un loro esordio: sono in continuo progresso ed hanno voluto aspettare fino ad essere in grado di garantire un grandissimo LP. Prodotto da Mittendorfer a New York, il disco dovrebbe vedere la luce della vita l’anno prossimo. Qualcosa si è già sentito nei concerti più recenti, Move With The Seasons è suonata con le 12 corde ma ha un beat quasi anni ’90 sullo sfondo, ed è un’ennesima contaminazione melodica che dal passato si muove in avanti. Sarà un album destinato ad imporre la band al vertice della piramide degli artisti retrofuturistici - con influenze che ondeggiano dalla psichedelia anni’60 alla Motown, passando per il glam ed il Krautrock - e sicuramente manterrà sempre le canzoni al centro di tutta quella allucinogena realtà che è il mondo visto attraverso il caleidoscopio dei Temples.

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<![CDATA[A Dispetto Della Discrezione del 19 ottobre 2013]]>

Cosa si fa tra amici? Cagnara, è ovvio. Specie se c'è tanto tempo a disposizione e le anatre che sciaguattano nel fiume battono il ritmo. Ci si può trovare, pensate un po', a parlare di tutto. Di avanguardie artistiche, con Alessandro dei Nevroshockingiochi. O del suonare davanti a mille persone, con Bruno Dorella degli OvO (segnatevi sul taccuino la data di uscita di "Abisso": un disco davvero da numeri uno). O broccardi castellaneschi e multe a chi si droga con i Cagnara di Lenny Lucchese e le custodie di pelo à la Flaming Lips. Piovessero asteroidi, se non altro ci ammazzeranno col sorriso sulle labbra. O non ci ammazzeranno mai.

Calibro 35 - One Hundred Guests (da Traditori Di Tutti, 2013)

Noyz Narcos & Fritz Da Cat - With Or Without It (da YouTube)

Cagnara - Fighe Inaccessibili (da Primo Pelo, 2012)

INTERVISTA AI CAGNARA

Cagnara - Fiuto (da Primo Pelo, 2012)

Cagnara - Le Vecchie (da Primo Pelo, 2012)

Mekoslash aka Slashbeatz - Ivo Rossi (da YouTube)

Cagnara - L'Assessore (da Primo Pelo, 2012)

Cibo - Fabrizio Cane Antidroga (da Appetibile, 2005)

Cagnara - L'Idiota (da Primo Pelo, 2012)

Melvins 1983 - Psychodelic Haze (da Tres Cabrones, 2013)

Nevroshockingiochi - Piccoli Omicidi Fatti In Casa (da Scena 2, 2013)

Nevroshockingiochi - Senza Lingua (da Scena 2, 2013)

INTERVISTA AI NEVROSHOCKINGIOCHI

Nevroshockingiochi - Col-Lasso Di Tempo (da Scena 2, 2013)

Naked City - Batman (da Naked City, 1990)

Nevroshockingiochi - RESET (da Scena 2, 2013)

Nevroshockingiochi - Tempi Morti (da Scena 2, 2013)

Torche - Little Champion (da Meanderthal, 2008)

OvO - Tokoloshi (da Abisso, 2013)

OvO - I Cannibali (da Abisso, 2013)

INTERVISTA AGLI OVO

OvO - Harmonia Macrocosmica (da Abisso, 2013)

OvO - Pandemonio (da Abisso, 2013)

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<![CDATA[Macaco Records: in vendita il nuovo ep dei Margareth "Flowers"]]>

Margareth
Nuovo Ep "Flowers"
Acquistalo dal nostro sito Macaco

Da oggi è possibile acquistare presso il nostro sito il nuovo ep dei Margareth "Flowers". Il costo è di 7 euro + 2 euro per le spese di spedizione.
Acquistarlo è facile, basta andare sulla pagina shop del sito Macaco e compilare il form di acquisto. In pochi giorni lo riceverete a casa.

Il disco da poco uscito ha già riscontrato notevoli consensi...rockit ne parla così:
"Flowers" dei Margareth è l'ep più bello uscito quest'anno. Una perfezione sonora rara abbinata ad una scrittura esemplare. Quattro canzoni che ribaltano il concetto di quella frase antipatica, che spesso viene usata per produzioni di questo tipo: "Non sembrano nemmeno italiani". Bene, in questo caso c'è da chiedersi quante uscite strombazzate e blasonate vorrebbero suonare così italiane. Secondo me, un po'.

Con questo lavoro, i 4 ragazzi hanno voluto fare qualcosa di totalmente differente da quanto fatto in precedenza, cambiando modo di produrre la propria musica a partire dalle modalità di scrittura e composizione. La loro attenzione si focalizza stavolta sull'immediatezza delle composizioni, continuando a studiare sempre più l’intreccio dei suoni acustici, elettrici ed elettronici.

Ogni dettaglio è curato in prima persona, con l’aiuto in regia di Mattia Gastaldi, che già aveva lavorato con loro per Fractals (Macaco, 2012). Flowers sarà il primo lavoro della band ad essere completamente prodotto nella quiete della sala prove / studio gestita da Macaco Records. La loro attenzione al nuovo viene ribadita anche nella presenza fisica del cd, con grafica e packaging concepiti da zero grazie al lavoro di Officina 3am e Marco Vidoni. Una piccola, vera gemma.

Prodotto da: Mattia Gastaldi & Margareth
Registrato e mixato da: Mattia Gastaldi & Margareth
Mastering: Vincenzo Patella
Grafica: Officina 3am
Packaging: Marco Vidoni

www.margarethmusic.com

IRIS
Teatro Momo di Mestre
FUORIPOSTO/ApARTe°

Qualche mese fa la Macaco, capiatanata da ApARTe, ha sostenuto la pubblicazione del cd IRIS che, con la solidarietà di altri 85 artisti, si è riusciti a ricordare la donna e mondina e cantante Giovanna Iris Daffini (Motteggiana 1914-Gualtieri 1969), cd che è stato inserito dal giornalista Gianni Mura di "la Repubblica" tra le "100 cose da salvare del 2012".

Il concerto organizzato assieme al Centro Donna di Mestre-VE. si terrà al Teatro Momo di via Dante a Mestre sabato 12 ottobre 2013 con inizio alle ore 20.30.
Interverranno Giuseppina Casarin, Rachele Colombo, le Ciacoe S'cete, il coro Voci dal Mondo, i Folkin'Po, Monica Giori e Grimoon.
Vi attendiamo numerosi Diego Rosa traccerà un breve ricordo di Giovanna Daffini e l'attrice Paola Brolati tesserà un filo conduttore come guida per l'ascolto del concerto.

Frame By Frame
Studio di animazione dei Grimoon

Annunciamo che i Grimoon hanno messo le basi per realizzare il loro studio di animazione chiamato Frame By frame.
Come ultimo lavoro realizzato c'è il video ufficiale di Cabeki "Negazioni che si negano".
Attualmente stiamo lavorando al nuovo video dei Margareth "Help you out" che uscira a breve.

Cabeki:
Video Cabeki - Negazioni che si negano

Come sito di riferimento è stato creato un blog che annuncierà tutte le novità e i video realizzati ...

http://fbfstudio.blogspot.it

www.macacorecords.com

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<![CDATA[La Tempesta al Rivolta III]]>

Sabato 07 DicembreCentro Sociale RivoltaVia F.lli Bandiera, 45, Marghera (VE)

La Tempesta al Rivolta III

La terza edizione invernale del Festival della Tempesta si svolgerà al Centro Sociale Rivolta di Marghera, Venezia, sabato 7 dicembre 2013.

Apertura cancelli ore 17.00

Massimo Volume

Il Teatro degli Orrori

Tre Allegri Ragazzi Morti

Bachi da Pietra

Magda Clan (Circo contemporaneo)

Kristal and Jonny Boy (Svezia)

Hardcore Tamburo

Dente DJ Set

Universal Sex Arena

Dub Files (Paolo Baldini meets Mellow Mood)

Green Like July

The Sleeping Tree

Altro presentano Sparso

Ingresso 15 €

Biglietto in prevendita a 15 € + 1 € costo servizio
nel box giallo sulla destra

Live streaming su sherwood.it a cura di IpseDigit

MASSIMO VOLUME

La Tempesta 01:00-02:00 · I Massimo Volume hanno da poco pubblicato Aspettando i barbari, il loro sesto album in studio, un lavoro che ha colpito il pubblico e la critica per l'intensità delle musiche e per la profondità delle liriche. È dal vivo che si può godere a pieno della loro bravura. Gli intrecci chitarristici di Egle e Stefano, la precisione della sezione ritmica Vittoria ed Emidio, che nel frattempo elegantemente ci racconta la nostra vita. Palco grande, non perdeteveli.

IL TEATRO DEGLI ORRORI

La Tempesta 20:35-21:35 · In attesa che il laboratorio più viscerale del rock 'n' roll nostrano torni alla produzione di nuovo materiale, eccolo dal vivo in tutta la sua potenza e magnificenza. In quella che sarà una delle poche apparizioni della stagione, Il Teatro degli Orrori pescherà le canzoni nei tre album pubblicati da La Tempesta dal 2007 ad oggi. Siete pronti?

TRE ALLEGRI RAGAZZI MORTI

La Tempesta 22:45-23:45 · Tre allegri ragazzi morti chiudono proprio al Rivolta un anno fortunato. Più di ottanta concerti dall'uscita de Nel giardino dei fantasmi: i club d'inverno e le piazze d'estate, gli stadi con Jovanotti e le capitali europee de La Guerra Lampo tour. Fine anno, fine tour, già quasi pronti per festeggiare nel 2014 i vent'anni di esistenza.

BACHI DA PIETRA

La Tempesta 18:00-18:30 · Succi e Dorella non scherzano. Recentemente premiati per il miglior tour dell'anno, apriranno le danze del festival alle 18:00, quindi vi conviene arrivare presto. Con Quintale, il loro quinto album, hanno conquistato grandi e piccini. Pietra per tutti, insomma.

MAGDA CLAN 
Circo contemporaneo

Spazio Brocante 21:35-22:05 e 23:45-00:15 · Da qualche anno Roberto Magro organizza un bellissimo festival di circo contemporaneo nella provincia di Pordenone. Il festival si chiama Brocante, ed è un appuntamento eccezionale per la qualità degli spettacoli delle compagnie provenienti da mezzo mondo. Saranno quindi tre gli appuntamenti da lui firmati, due con la compagnia Magda Clan (21:35-22:05 acrobatica ed equilibrismo, 23:45-00:15 mano a mano e manipolazione d'oggetti) e uno con Kristal and Jonny Boy.

KRISTAL AND JONNY BOY (Svezia)

Spazio Brocante 19:30-20:00 · Kristal e Jonny Boy sono un duo svedese: un miscuglio assurdo di canzoni pop da fm, teatro, danza contemporanea e festa di carnevale. Jonny Boy imbraccia la chitarra e con alcuni marchingegni ai piedi si occupa di tutto l'aspetto musicale dello spettacolo, truccato col cerone e conciato come fosse uscito da un film di Tim Burton. Lei, in costume e truccata, si scatena e balla mentre canta le canzoni, sempre alla ricerca di oggetti di scena come ali d'angelo e maschere. Da non perdere.

HARDCORE TAMBURO

La Tempesta 19:00-19:30 · Chi conosce La Tempesta conosce gli Hardcore Tamburo. Nonostante il disco (Kleiner Mann) sia un gran bel documento, è dal vivo che si capisce al meglio l'intensità del progetto. Bidoni di metallo usati come percussioni da un manipolo di uomini in passamontagna che coordinati come nuotatrici acrobatiche randellano come boscaioli. Uno spettacolo suggestivo e coinvolgente.

DENTE (Dj Set)

La Rivoltella 00:15-01:30 · Dente è un amico e il suo dj set di grandi classici italiani dei cinquanta, sessanta, settanta non ti permetterà di stare fermo...

 

 

  

UNIVERSAL SEX ARENA

International 22:05-22:45 · Gli Universal Sex Arena ci hanno colpito con la bellezza del loro primo disco Women Will Be Girls e per l'attitudine estremamente rock 'n' roll dal vivo. È per questo che ve li proponiamo nel nostro festival in tutta la loro energia.

 

Dub files (Paolo Baldini meets Mellow Mood)

International 02:00-04:00 · Paolo Baldini (musicista e produttore dai lunghi dread) ci farà ballare grazie alle tecniche del dub, maltrattando un mixer sul palco. Con lui i Mellow Mood e altri ospiti che si alterneranno al microfono. Un esperimento di cui sappiamo già il risultato: sarà una figata.

GREEN LIKE JULY

International 20:00-20:35 · Il più americano dei gruppi italiani, come qualcuno li ha definiti in occasione della recente pubblicazione di Build a Fire. Melodie perfette, scrittura elegante, non ci rimane che goderceli dal vivo per apprezzarne anche il sudore.

 

THE SLEEPING TREE

International 18:30-19:00 · Painless è appena uscito e ha raccolto innumerevoli apprezzamenti. Già, perché quando un ragazzo (Giulio Frausin, bassista dei Mellow Mood) con la sua chitarra riesce a creare atmosfere così delicate e definite, non c'è altro da fare che applaudire.

ALTRO
PRESENTANO SPARSO

La Rivoltella 22:05-22:45 · Gli Altro coglieranno l'occasione del Festival per presentare il loro ultimo lavoro intitolato Sparso, che sarà una sorta di raccolta degli ultimi 45 giri più altro materiale inedito. La garfica sarà curata da Alessandro Baronciani e diventerà sicuramente un pezzo da collezione. Ah, suoneranno a terra, come ci si aspetta da un gruppo punk. Altro punk.

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<![CDATA[A Dispetto Della Discrezione del 1° giugno 2013]]>

In due ore ADDD concentra un numero impressionante di storie, generi e percorsi musicali. Si arriva alla fine un po' con il fiato corto... ma per approfondire ogni aspetto, come tutte le cose che meritano, vi sarà sicuramente uno spazio nella prossima stagione. Noi intanto il sasso l'abbiamo lanciato e le storie degli ospiti interpellati sono, come al solito, davvero interessanti e meritevoli. Punto focale ed ossatura di tutta la prima ora è un recente split, uscito in 300 copie in vinile (con ulteriore limited edition in settanta esemplari), che vede confrontarsi due tra i migliori chitarristi italiani oggi in azione: Paolo Spaccamonti e Stefano Pilia. All'uno le tre istantanee di "Frammenti", con annessa cover di Julia Kent: all'altro "Stand Behind The Man Behind The Wire", cinque brani tra fingerpicking acustico, flussi noise di coscienza e un drone cristallizzato. Da qui in poi la conversazione si biforca: con Paolo si scava nella recentissima produzione, tra l'ultimo disco solista "Buone Notizie" del 2011, il progetto d'improvvisazione live con la Kent, Ivan Bert e Paolo Dellapiana, il venturo capitolo secondo con SpaccaMombu e la sonorizzazione di un vecchio documentario muto con Ben Chasny dei Six Organs Of Admittance; con Stefano il discorso verte sui mille gruppi paralleli, come Il Sogno Del Marinaio, In Zaire, il lavoro di turnista per Rokia Traorè e, soprattutto, sul prossimo disco dei Massimo Volume, già registrato e in uscita il prossimo autunno. Nella seconda ora si va più lisci e, tra metallate e anatrate, ci si fa due chiacchiere con i baldi giovani Steel Nameless (steel o still?) con il loro esordio di fuoco. Tutto ripreso in streaming video, con la benedizione del tungsteno.

Paolo Spaccamonti - Non Lacrimare (da Frammenti / Stand Behind The Man The Wire split, 2013)

INTERVISTA A PAOLO SPACCAMONTI

Paolo Spaccamonti - Fuga (da Frammenti / Stand Behind The Man The Wire split, 2013)

Paolo Spaccamonti - Tartarughe (da Buone Notizie, 2011)

INTERVISTA A STEFANO PILIA

Stefano Pilia - R. Tune (da Frammenti / Stand Behind The Man The Wire split, 2013)

Stefano Pilia - Too Much Fun (da Frammenti / Stand Behind The Man The Wire split, 2013)

Il Sogno Del Marinaio - Partisan Song (da La Busta Gialla, 2013)

Il Sogno Del Marinaio - Joyfuzz (da La Busta Gialla, 2013)

Massimo Volume - Litio (da Cattive Abitudini, 2010)

Megadeth - Tornado Of Souls (da Rust In Peace, 2010)

INTERVISTA AGLI STEEL NAMELESS

Steel Nameless - Shit And Circlepit (da We've Lost Control Of Agent YODA, 2013)

Steel Nameless - Death Game (da We've Lost Control Of Agent YODA, 2013)

Steel Nameless - Steel Nameless (da We've Lost Control Of Agent YODA, 2013)

Steel Nameless - YODA (da We've Lost Control Of Agent YODA, 2013)

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<![CDATA["A Murderous Desire": trent'anni fa esordivano gli Smiths]]>

Il 13 maggio 1983 usciva "Hand In Glove/Handsome Devil", il primo 45 giri degli Smiths, una band fondamentale che ha influenzato la scena indie e alternativa inglese (e non solo) grazie al talento del chitarrista Johnny Marr e alle liriche di Steven Patrick Morrissey, dense di riferimenti letterari e citazioni cinematografiche, ma anche specchio di una personalità complessa e affascinante, così diversa da quella degli idoli New Pop e New Romantic che dominavano le classifiche dell'epoca. Il suo amore per i New York Dolls, Klaus Nomi, gli Sparks, Sandie Shaw e i girl-group degli anni Sessanta, per l'opera e il pensiero di Oscar Fingal Wilde, per James Dean, insieme alla messinscena floreale con gladioli e crisantemi sul palco e dalle tasche dei jeans e alle storie di gente comune, compresi i ragazzi di vita spesso descritti nei suoi brani, il controverso rapporto con la Rough Trade e l'eredità importantissima che gli Smiths lasciano alla musica leggera tutta saranno oggetto dell'ultima puntata della prima serie della trasmissione Vaghe stelle dell'ORSA su Sherwood.it lunedì 3 giugno dalle 19 alle 20 (e giovedì 6, in replica, dalle 16.30 alle 17.30). Per festeggiare il trentennale dell'esordio si ascolteranno alcuni classici, talvolta in versioni rare, e interverrà al telefono Diego Ballani, autore del nuovo libro "A Murderous Desire: testi commentati" pubblicato da Arcana.

Stavolta, però, desideriamo coinvolgere tutti gli ascoltatori della webradio e i lettori della webzine: quali sono le vostre canzoni preferite degli Smiths? Se siete musicisti, ne avete qualcuna in repertorio? Avete seguito anche la carriera solista di Morrissey e i progetti di Marr? Qual è l'album che, a vostro avviso, può essere considerato il vertice della loro produzione? Avete qualche domanda da porre a Diego? Registratevi su www.sherwood.it e commentate sotto l'articolo, oppure sulla fanpage di Sherwood su Facebook o sul gruppo ufficiale della trasmissione. C'è una luce che non si spegne mai... A lunedì!

A Murderous Desire di Diego Ballani su Amazon.
La fanpage ufficiale di Sherwood.it su Facebook.
Il gruppo della trasmissione Vaghe stelle dell'ORSA su Facebook.

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<![CDATA[A Dispetto Della Discrezione del 25 maggio 2013]]>

La stagione di ADDD si sta per chiudere, in avvicinamento perpetuo e progressivo all'edizione 2013 del festival di Sherwood. Un appuntamento a cui ci teniamo ad arrivare in forma, con una "sfuriata" finale di ospiti di gran valore e di amici con cui fare due chiacchiere. Dalle 17 alle 18 c'è Capra dei Gazebo Penguins con cui parlare del loro nuovo, terzo disco, "Raudo": una fucilata di nemmeno mezz'ora da urlare sotto un palco a squarciagola - come successo, recentemente, al Macello... evitando magari ulteriori stress emotivi a delle povere galline martoriate. Per ogni riflessione emotiva di più profondo respiro, e di spessore filosofico, rimandiamo invece alla seconda ora, con Alessandro degli Ornaments che ci parla del loro primo disco invernale, "Pneumologic", e ci svela ogni segreto di una band rimasta in letargo per dieci anni, prima di esplodere con il suo ruggito esistenziale in tutta la sua elegante potenza...

Gazebo Penguins - Finito Il Caffè (da Raudo, 2013)

INTERVISTA AI GAZEBO PENGUINS

Gazebo Penguins - Trasloco (da Raudo, 2013)

Gazebo Penguins - Ogni Scelta È In Perdita (da Raudo, 2013)

Gazebo Penguins - Correggio (da Raudo, 2013)

Gazebo Penguins - Non Morirò (da Raudo, 2013)

Gazebo Penguins - Mio Nonno (da Raudo, 2013)

Gazebo Penguins - Casa Dei Miei (da Raudo, 2013)

These New Puritans - Fragments Two (da Field Of Reeds, 2013)

Ornaments - Pulse (da Pneumologic, 2013)

INTERVISTA AGLI ORNAMENTS

Ornaments - Breath (da Pneumologic, 2013)

Ornaments - Pneuma (da Pneumologic, 2013)

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<![CDATA[A Dispetto Della Discrezione del 18 maggio 2013]]>

Ci sono volte in cui l'intervista è cosa di routine, dialogo tra due persone, delle quali una pone le domande - ma non ascolta le risposte - e l'altra fornisce delle risposte - ma non sa quali domande gli sono state poste -. Anche a noi è successo, più di una volta. Non è questo il caso. In questo sabato ci sono capitate due delle interviste più interessanti mai realizzate in sei anni di trasmissione... e, non a caso, si abbinano a due grandissimi esordi. Dalle 17 alle 18 ascoltiamo, per bocca di Davide, i ruggenti pezzi di "We Were Only Trying To Sleep", esordio dei catanesi Loveless Whizzkid che risputa fuori in blocco tutti gli anni '90 - quelli rumorosi, quelli cerebrali, quelli istintivi, quelli sperimentali - in un gran bel disco. Musica di qualità e di concetto superiore, invece, dalle 18 alle 19, con Lorenzo Esposito Fornasari alla guida di Berserk!, nuovo progetto targato Rare Noise Records e condiviso con Lorenzo Feliciati. Un disco strabiliante, diviso tra jazz rock, psichedelici incubi lynchiani, trip hop e avant-jazz, per una line up che si allarga a comprendere nomi da urlo - citiamo, tra gli altri, Jamie Saft, Pat Mastellotto, Gianluca Petrella, Cristiano Calcagnile. Un'intervista che è un tuffo in questo complesso mosaico musicale, con anticipazioni sul nuovo disco degli Obake (di cui Fornasari è la voce principale) e una lunga, appassionante digressione su Giovanni Lindo Ferretti...

Loveless Whizzkid - Lovely Ball Of Snot (da We Were Only Trying To Sleep, 2013)

INTERVISTA AI LOVELESS WHIZZKID

Loveless Whizzkid - Jassie's Disappeared (da We Were Only Trying To Sleep, 2013)

Loveless Whizzkid - We'll Really Miss You, Santa Claus... (da We Were Only Trying To Sleep, 2013)

Loveless Whizzkid - The Golden Cockroach's Pinball Song (da We Were Only Trying To Sleep, 2013)

Berserk! - Macabre Dance (da Berserk!, 2013)

INTERVISTA AI BERSERK!

Berserk! - Fetal Claustrophobia (da Berserk!, 2013)

Berserk! - Wait Until Dark (da Berserk!, 2013)

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<![CDATA[Vaghe stelle dell'ORSA del 13 maggio 2013]]>

Playlist del 13 maggio 2013

Melissa Etheridge
Fearless Love

The Smiths
Hand In Glove

Bronski Beat
Why?

Antony and the Johnsons featuring Boy George
You Are My Sister

Pansy Division
Horny In The Morning

k.d. lang
Sexuality

Elton John
Elton's Song

Bright Light Bright Light
Love Part II

Marc Almond
Kill Me Or Make Me Beautiful

Drop Out Orchestra featuring Vinny Vero
Be Free With Your Love

Il 17 maggio 1990 l'Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) depennava l'omosessualità dall'elenco delle malattie psichiatriche. Da qualche anno la data è diventata una ricorrenza, la Giornata Internazionale contro l'Omofobia (IDAHO); VAGHE STELLE DELL'ORSA coglie l'occasione, insieme all'ospite Mattia Stella, per fare il punto della situazione. Cosa è stato fatto in Italia? Che cosa resta da fare? Bullismo, discriminazioni sul posto di lavoro, leggi sulle unioni civili che tardano ad essere discusse e approvate, il Vicenza Pride del 15 giugno e molto altro in una puntata dedicata alla comunità lesbica, gay, bisessuale e transgender... Anche questa volta con una playlist tematica.


La selezione va dal rock grintoso di Melissa Etheridge (un'indiscussa icona lesbica statunitense) a un inno dance alla Marriage Equality, passando per "Hand In Glove" degli Smiths (che proprio oggi compie trent'anni), "Why?" dei Bronski Beat (dal celebre debutto "The Age Of Consent" del 1984) e chicche raramente ascoltate, come "Kill Me Or Make Me Beautiful" di Marc Almond dedicata alla persecuzione dei gay in Iran. Al telefono, Luca Di Lorenzo ha parlato delle Giornate di Cinema e Cultura Omosessuale e Queer (Mondo Q).

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Le iniziative per la Giornata Internazionale contro l'Omofobia di Arcigay.
Un articolo di Matteo Winkler (Rete Lenford) tratto dal Fatto Quotidiano.
Tom Robinson (co-autore di Elton's Song) per BBC Radio 4.
Il sito ufficiale del Vicenza Pride 2013.

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<![CDATA[A Dispetto Della Discrezione dell'11 maggio 2013]]>

In ritardo mostruoso, ma però. A Dispetto Della Discrezione parte con la lancetta spostata in avanti di quarantacinque minuti, ma questo non impedisce di sentire due interessantissime voci, opposte e complementari, della musica pesante italiana. Dalle 17.45 alle 18.10 facciamo due chiacchiere con Ivan Rossi, noto fonico e tecnico del suono che, appena qualche settimana fa, ha deciso di imbarcarsi ufficialmente in una nuova avventura musicale, coinvolgendo Giovanni Succi e Bruno Dorella dei Bachi Da Pietra. Il risultato è l'omonimo esordio degli Spam&Sound Ensemble, flusso di conscienza tra plunderfonia, electro-industrial e field recordings in non luoghi, con frammenti di spam come testi dei brani ed un andamento certamente non convenzionale. Altro grande elemento non convenzionale ed autorevole nome della creatività, tutta italiana, applicata all'elemento estremo, è il duo composto da Antonio Zitarelli e Luca Mai, Mombu, arrivati - dopo l'esordio di un paio d'anni fa e il mini album autunnale con Paolo Spaccamonti alla chitarra - al devastante second act "Niger". Succede di tutto, tra poliritmi, nenie da griot, accordature ribassate, botte micidiali ed invocazioni arcane. Un dovere, un piacere parlarne con Luca.

INTERVISTA A SPAM&SOUND ENSEMBLE

Spam&Sound Ensemble - Cap. Tom Isaac (da Spam&Sound Ensemble, 2013)

Spam&Sound Ensemble - Ghost Rider (cover Suicide) (da Spam&Sound Ensemble, 2013)

Spam&Sound Ensemble - Pills Today Size Tomorrow (da Spam&Sound Ensemble, 2013)

INTERVISTA AI MOMBU

Mombu - Niger (da Niger, 2013)

Mombu - 667 A Step Ahead Of The Devil (da Niger, 2013)

Mombu - Mighty Mombu (da Niger, 2013)

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<![CDATA[A Dispetto Della Discrezione del 4 maggio 2013]]>

Il mondo della musica (non solo quello di certa musica, pesante) vive in questi giorni un grave lutto. A soli quarantanove anni Jeff Hanneman, metà lungocrinita della devastante sezione chitarristica degli Slayer, è stato stroncato da un'insufficienza epatica, grave postumo dell'avvelenamento da morso da ragno contratto durante il tour australiano del quartetto, datato 2011. Perdiamo un grande musicista, profondo innovatore nel suo campo e fondatore di un vero e proprio marchio di fabbrica, il thrash incompromissibile in itself, la velocità dell'hardcore punk californiana trascinata di peso su traiettorie di non ritorno e dissolta in un trionfo di cacofonie e distorsioni. A lui è dedicata la puntata. R.I.P. Jeff!

Ritornano i grandi ospiti sulle frequenze di A Dispetto Della Discrezione. In occasione della prima assoluta milanese Walter Marocchi, conduttore e deus ex machina del progetto Mala Hierba, ci presenta nella prima ora il loro nuovo disco "Alisachni": il jazz e la contaminazione etnica suonati da un musicista rock, le barriere dei "generi" abbattute come si abbatterebbe concettualmente una frontiera, in un mondo globalizzato. Disco intelligente e raffinato allo stesso tempo, che si legga a doppia mandata con il discorso già intrapreso da "La Frontiera Scomparsa", disco di Maurizio Camardi datato 2001. Decisamente tutt'altra musica nell'ora successiva quando, con il batterista Stefano (l'altra metà, alla chitarra, è Marcello, alias Lan dei MoRkObOt), affrontiamo di petto la prossima ventura uscita del grande roster di Supernatural Cat. Gli Zolle hanno la disinvoltura autocentrata di un bovino mentre defeca, in un minimale fiorire di essenziali strumentali (quasi) tutte rigorosamente sotto i tre minuti. Tutte le carte in regola, in breve, per piacere e piacerci.

Slayer - Not Of This God (da World Painted Blood, 2009)

Walter Marocchi Mala Hierba - Apolide (da Alisachni, 2013)

Walter Marocchi Mala Hierba - Il Mago Del Memè (da Alisachni, 2013)

INTERVISTA A WALTER MAROCCHI

Walter Marocchi Mala Hierba - Il Tango Del Pesce Azzurro (da Alisachni, 2013)

Walter Marocchi Mala Hierba - Trebisonda (da Alisachni, 2013)

Walter Marocchi Mala Hierba - Foradada (da Alisachni, 2013)

Queens Of The Stone Age - My God Is The Sun (da ...Like Clockwork, 2013)

Zolle - Trakthor (da Zolle, 2013)

INTERVISTA AGLI ZOLLE

Zolle - Leequame (da Zolle, 2013)

Zolle - Forko (da Zolle, 2013)

Zolle - Mayale (da Zolle, 2013)

Zolle - Man Ja To Ya! (da Zolle, 2013)

Zolle - Melicow (da Zolle, 2013)

Zolle - Heavy Letam (da Zolle, 2013)

Zolle - Trynchatowak (da Zolle, 2013)

Zolle - Moongitruce (da Zolle, 2013)

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<![CDATA[Vaghe stelle dell'ORSA del 29 aprile 2013]]>

Playlist del 29 aprile 2013

Morten Harket
Scared Of Heights (Espen Lind)

Simply Red
Money's Too Tight (To Mention) (The Valentine Brothers)

Scott Walker
Angelica (Barry Mann)

Paul McCartney
(It's Only A) Paper Moon (Nat "King" Cole)

Andrea Casta
I Like Chopin (Radio Edit) (Gazebo)

Nicolette Larson
Lotta Love (Neil Young)

Dutch Uncles
Go Your Own Way (Fleetwood Mac)

Lara Mazzoni
Here Comes The Rain Again (Eurythmics)

Sarah Jane Morris
Me And Mrs. Jones (Billy Paul)

Franz Ferdinand
Call Me (Live) (Blondie)

Le Case del Futuro
Tungsteno (Scisma)

Oasis

Street Fighting Man (The Rolling Stones)

Terzo e ultimo appuntamento della prima stagione dedicato alle cover.

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<![CDATA[Vaghe stelle dell'ORSA del 22 aprile 2013]]>

Playlist del 22 aprile 2013

Depeche Mode
Halo

Yazoo
Situation

The Assembly
Never Never

Depeche Mode
People Are People

Erasure
Sometimes

Bluvertigo
Complicità (Here Is The House)

Depeche Mode
Soft Touch/Raw Nerve

Johnny Cash
Personal Jesus

MOTOR featuring Martin L. Gore
Man Made Machine

MIRROR featuring Dave Gahan
Nostalgia


Un nuovo tassello arricchisce la lunga carriera dei Depeche Mode. "Delta Machine", l'album pubblicato lo scorso mese dalla synth-pop band di Basildon, è già disco d'oro con trentamila copie vendute: "forma è sostanza", più che mai, in un lavoro che richiama i momenti migliori di "Songs Of Faith And Devotion" e "Ultra". VAGHE STELLE DELL'ORSA festeggia il grande ritorno di Dave Gahan, Martin Gore ed Andy Fletcher con una puntata monografica, con brani tratti dalla discografia dei Depeche Mode, collaborazioni con altri artisti, cover (anche in italiano) e le avventure di Vince Clarke successive all'abbandono del gruppo nel 1981 (con gli Yazoo, gli Assembly e gli Erasure).


In collegamento telefonico un ospite, Antonio Pancamo Puglia, giornalista e critico musicale (Jam, Il Mucchio Extra, Sentireascoltare) nonché autore del libro "Touch Faith. Testi commentati" pubblicato da Arcana nel 2011.

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La recensione di DELTA MACHINE su Sentireascoltare.
Il sito italiano dedicato ai DEPECHE MODE.

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<![CDATA[Battles - Mirrored]]>

Martedì 23 Aprile 2013
ore 19.30
Studi di Sherwood
vicolo Pontecorvo 1/a - Padova

Un vero supergruppo della scena indipendente è il protagonista del penultimo appuntamento di questa edizione dell'audioforum Gold Soundz.

L'album d'esordio dei

Battles

band che può contare su Ian Williams dei Don Caballero, John Stanier degli Helmet e sul virtuoso della chitarra Tyondai Braxton, è uno dei pochi casi in cui i nomi altisonanti dei musicisti coinvolti hanno portato ad un lavoro veramente degno di nota.

Mirrored

uscito nel 2007, è riuscito in pochi anni ad imporre un nuovo standard per il math-rock più cerebrale, dove la tecnica dei musicisti si unisce a capacità espressive non comuni. Un grande risultato certificato dalla prestigiosa etichetta Warp Records, che l'ha scelto come una delle sue poche release non dedicate alla musica elettronica.

A guidarci nell'ascolto:
Marco Biasio, conduttore del programma A Dispetto della Discrezione su Sherwood.it e collaboratore del sito Storiadellamusica.it

L'appuntamento è nella sede di Sherwood (vicolo Pontecorvo 1/A a Padova) alle ore 19:30. L'ingresso costerà 2 euro.

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<![CDATA[Vaghe stelle dell'ORSA del 15 aprile 2013]]>

Playlist del 15 aprile 2013

Aerosmith
Big Ten Inch Record

P.I.L.
Public Image

The White Stripes
Seven Nation Army

Orange Juice
Rip It Up

Pink Floyd
See Emily Play

Rhye
Open

James Blake
Retrograde

Ultravox
Sleepwalk (Early Version)

David Bowie
Drive In Saturday

Jimi Hendrix
Hey Joe

The Verve
She's a Superstar

Bat For Lashes
Laura


Il 20 aprile 2013, anche in Italia, si celebra il RECORD STORE DAY, una ricorrenza internazionale dedicata ai negozi di dischi indipendenti di tutto il mondo. Centinaia di artisti partecipano alla giornata (ri)pubblicando materiale in edizione limitata (soprattutto su dischi in vinile, 7", 10" e 12") e facendo apparizioni speciali, performance, incontri e accoglienza con i propri fan. C'è ancora spazio per i negozi di dischi nell'era di iTunes e di Spotify? Abbiamo mai conosciuto un artista per caso ascoltando il suo disco in un record store?


La puntata #11 di VAGHE STELLE DELL'ORSA raccoglie alcuni brani tratti dalle release speciali per il Record Store Day, disponibili in pochi esemplari: si va dai classici di David Bowie, Pink Floyd e Jimi Hendrix fino alle novità dei Rhye e di James Blake, passando per i White Stripes di Jack White (testimonial dell'edizione 2013). Il film ufficiale dell'evento è LAST SHOP STANDING, finanziato grazie al crowd-funding e realizzato con la collaborazione di artisti come Paul Weller, Johnny Marr, Billy Bragg e Richard Hawley - sarà proiettato in varie location in Italia (dal Teatro dal Verme di Milano all'Auditorium Flog di Firenze, fino a Beczar Music Society in Via Squarcione a Padova) sabato 20.

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<![CDATA[Divagazioni Musicali del 9 aprile 2013]]>

La playlist della puntata del 9 aprile 2013.

Buon ascolto!

Darth Vegas - Gritos dulces da "Brainwashing for dirty minds"

John Zorn - Batman da "Naked city"

Tool - Cold and ugly da "Opiate"

Jack White - Blue blood blues da "Live at the Third Man Records"

The Black Belles - Leave you with a letter da "The Black Belles"

Radio Moscow - About to crash da "3 & 3 quarters"

Radio Moscow - Brain cycles da "Brain cycles"

Cave Singers - It's a crime da "Naomi"

Crime & The City Solution - American twilight da "American twilight"

Crime & The City Solution - Riven man da "American twilight"

Delta Saints - Death letter jubilee da "Death letter jubilee"

Black Angels - Evil things da "Indigo meadow"

Black Angels - Always maybe da "Indigo meadow"

Darth Vegas - Music for a haitian voodoo priestess da "Brainwahing for....." 

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<![CDATA[Vaghe stelle dell'ORSA dell'8 aprile 2013]]>

Playlist dell'8 aprile 2013

British Sea Power
Spring Has Sprung
Machineries Of Joy

The Veils
Through The Deep, Dark Wood
Time Stays, We Go

Dawes
From A Window Seat
Stories Don't End

The House Of Love
A Baby Got Back On Its Feet
She Paints Words In Red

Hurts
Only You
Exile

Lykke Li
I Follow Rivers (The Magician Remix)
Wounded Rhymes

Woodkid
I Love You
The Golden Age

Billy Bragg
No One Knows Nothing Anymore
Tooth & Nail

Orchestral Manoeuvres In The Dark
Stay With Me
English Electric

Yeah Yeah Yeahs
Slave
Mosquito

Depeche Mode
Soothe My Soul
Delta Machine

Alcune tra le principali uscite discografiche del momento.

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<![CDATA[The Shins - Oh, Inverted World]]>

Martedì 9 Aprile 2013
ore 19.30
@ Studi di Sherwood
vicolo Pontecorvo 1/a - Padova

Superata la metà del nostro audioforum salutiamo l'alternative rock degli anni '90 e ci addentriamo nell'indie pop dei 2000: l'appuntamento di martedì 9 aprile (sempre alle 19:30 nella sede di Sherwood, in Vicolo Pontecorvo 1/A, a Padova) sarà dedicato a:


The Shins
e al loro album di debutto

Oh, Inverted World

Piccolo riassunto per chi non conoscesse la band americana: in questo disco e nei tre successivi James Mercer e compagni hanno rivitalizzato la scena indipendente con una ricetta fatta di melodie semplici ma indimenticabili, atmosfere vintage anni '60 e testi misteriosi e malinconici.

Oh, Inverted World (uscito nel 2001 per la Sub Pop Records) ha imposto da subito la band come protagonista del mondo indie, grazie all'efficacia della ballata agrodolce New Slang (usata anche nella colonna sonora del film Garden State) e all'alternarsi di luci ed ombre degli altri brani, che la registrazione volutamente in bassa fedeltà non fa che accentuare.

A guidarci nell'ascolto dell'album ci sarà:
Paola Lunardelli - collaboratrice di Goldsoundz.it.

L'appuntamento è nella sede di Sherwood
(vicolo Pontecorvo 1/A a Padova)
alle ore 19:30.
L'ingresso costerà 2 euro.

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<![CDATA[Selton - Saudade]]>

Saudade è una parola brasiliana praticamente intraducibile nelle altre lingue. Possiamo tentare di spiegarla con un ampio giro di parole, ma nessuna definizione sarà mai abbastanza precisa. Perché, giustamente, la saudade si vive, non si spiega.

Sicuramente è un sentimento che appartiene ai Selton, quattro giovani brasiliani (di Porto Alegre) trapiantati a Milano passando da Barcellona. Con questo terzo disco, Saudade, Daniel, Ricardo, Eduardo e Ramiro compiono un ulteriore passo in avanti nella ricerca della propria identità di band: meno demenziale, meno (un po' meno) beatlesiana, più (un po' più) tropicalista.

Il riferimento principale resta sempre il magico quartetto di Liverpool, traccia indelebile nella loro formazione musicale e nella loro crescita come gruppo, ma quella facilità melodica e quel modo di impastare le voci, che vengono direttamente da lì, qui si tingono di altri colori. Più esotici, ancora più estivi, come le tinte calde della copertina.

Non è un disco nato in poco tempo (realizzato grazie a una campagna di crowdfunding e prodotto insieme a Tommaso Colliva), si sente nelle pieghe delle canzoni che dietro c'è un lavoro lungo, di prove e aggiustamenti, di impressioni e scambi di opinione. Rispetto ai due precedenti gli arrangiamenti sono più raffinati, la scrittura è più matura. Eppure, come ogni disco dei Selton, arriva subito, entra in testa e non va più via. Saranno i ritornelli, saranno i coretti, sarà che mischiano italiano, inglese e portoghese e sembrano più accattivanti e simpatici di tutti gli altri (e simpatici lo sono davvero).

Come si può non amare il samba elettrico di Quem Nim Giló – Saudade (in collaborazione con Arto Lindsay, tra l'altro) o il pop brioso di Across the Sea?
Come si fa a non sorridere sulle note di Piccola Sbronza (insieme a Dente)
L'atmosfera estiva da spiaggia al tramonto (ma una spiaggia di quelle così belle che paiono finte) ci abbraccia dall'inizio alla fine con i suoi profumi e i suoi colori.

Tra canzone d'autore moderna e rock alternativo, melodie super-pop e contaminazioni sonore alla Vampire Weekend (vedi Vado Via o You're Good), un briciolo di nostalgia Sixties e un po' di sana spensieratezza giovanile, i Selton cancellano il grigio di questi mesi e ci portano l'estate. Grazie!

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<![CDATA[Smashing Pumpkins - Siamese Dream, il quarto appuntamento di GoldSoundz]]>

Siamese Dream, secondo album degli Smashing Pumpkins, un classico dell'alternative rock nel quarto appuntamento di Gold Soundz - audioforum di ascolti indipendenti che è andato in onda sulla WebTv di Sherwood martedì 2 aprile.

Fin dalla sua apparizione sulle scene in piena epoca grunge la band di Chicago ha diviso il pubblico: mentre il suono di Seattle si basava sull'eredità di punk e metal, Billy Corgan e compagni ammiccavano apertamente all'hard rock e alla psichedelia degli anni '70, guidati dall'ambizione smisurata del loro leader.

Siamese Dream, realizzato con la fondamentale collaborazione del produttore di Nevermind Butch Vig, fotografa Corgan al culmine della sua ispirazione: un irripetibile miscuglio di hard rock, pop, shoegaze, grunge e psichedelia, trainato dal successo dei fortunati singoli Today, Disarm, Cherub Rock e Rocket.

A guidarci nell'ascolto di questo album:
Pierfrancesco Crivellari - collaboratore di GoldSoundz.it.


Guarda la registrazione integrale
del quarto appuntamento di
Gold Soundz
su
Siamese Dream degli Smashing Pumpkins
(Martedì 2 Aprile 2013 - Studi di Sherwood)


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<![CDATA[The Strokes - Comedown Machine]]>


Recensione di
Comedown Machine
il nuovo album degli Strokes



Gli Strokes sono vittime di una sorta di maledizione. Dopo Is This It, quell'esordio fulminante che conquistò il mondo intero nel 2001, a ogni nuovo disco trovano una schiera di invidiosi, detrattori, giornalisti snob e pure di fan rimasti congelati a dodici anni fa, tutti pronti a criticare ancora prima di avere ascoltato.

Certo, siamo d'accordo, Is This It è il capolavoro degli Strokes, un picco creativo mai più raggiunto dalla band e mai più raggiungibile. Che dire? Sono stati bravi ad arrivarci subito, ma anche un po' sfortunati, se poi ogni volta che esce un loro album scorriamo la tracklist per cercare la nuova Last Nite.

Non la troverete in Comedown Machine, ma nemmeno è mai stata nelle intenzioni di Julian Casablancas e compagni. Rassegniamoci al fatto che sono cresciuti, e siamo cresciuti anche noi, che quell'esplosività creativa, quella tempesta ormonale di ventenni pronti a spaccare tutto non c'è più. Ora c'è la misurata scrittura pop di cinque trentenni (e oltre) che ne hanno passate tante, insieme e non, e cercano di fare onestamente il loro lavoro di rockstar, suonando prima di tutto quello che piace a loro stessi.

Prosegue decisamente il cambiamento già sentito in Angles (2011), dove il garage rock irruento aveva iniziato a lasciare il posto a un synth-rock più raffinato. Qui la trasformazione è completa: anche se cogliamo le diverse “firme” sonore dei cinque musicisti, la gamma stilistica è nuova, inaspettata. Al centro del disco non ci sono più le chitarre dai riff irresistibili (anche se non mancano), ma il vero protagonista è il groove, una spinta ritmica che comincia subito con Tap Out e prosegue fino in fondo.

Se All The Time ricorda il passato, arriva One Way Trigger a sorprenderci con un suono insolito e molto “sintetico”. Tutto il disco strizza l'occhio a certe sonorità anni Ottanta, ma questa specie di recupero è più evidente in alcune canzoni, come la seducente Welcome to Japan o la malinconica e decadente 80's Comedown Machine.
Il ritmo e l'energia risalgono con 50/50 e con il ritornello di Slow Animals in contrasto con l'andamento più dolce e pacato del brano. Davvero accattivante Partners in Crime, mentre Chances ci svela un Julian performer vocale più versatile del previsto. La sua voce e la sua forma smagliante sono una delle sorprese più piacevoli dell'album, esemplificando concretamente la disponibilità della band a battere strade meno sicure.

In chiusura gli Strokes cercano un Happy Ending e lo trovano sicuramente con Call it Fate, Call it Karma, la ninna-nanna sognante che mai ci saremmo aspettati da quei newyorchesi scapestrati.



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<![CDATA[Vaghe stelle dell'ORSA del 18 marzo 2013]]>

Playlist del 18 marzo 2013

U2
Mysterious Ways

The Cranberries
I Can't Be With You

The Undertones
Teenage Kicks

Rory Gallagher
Tattoo'd Lady

Gilbert O' Sullivan
Alone Again (Naturally)

Wallis Bird
Encore

The Chieftains and Van Morrison
Have I Told You Lately That I Love You?

Hothouse Flowers
Give It Up

My Bloody Valentine
Sometimes

Sinéad O' Connor
Nothing Compares 2 U

Thin Lizzy
Whiskey In The Jar

The Boomtown Rats
I Don't Like Mondays

Quarant'anni di rock e cantautorato "made in Ireland"

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Vaghe stelle dell'ORSA va in onda su Radio Sherwood il lunedì alle 19.00 e il giovedì alle ore 16.30

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<![CDATA[Alta Fedeltà del 4 Marzo 2013]]>

Qualche santo sarà è il titolo del loro nuovissimo album. Titolo decisamente attuale.

In attesa di questo santo, qui potete ascoltare l'intervista-chiacchierata con i Cinema Bianchini, quintetto di Piove di Sacco.

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<![CDATA[Ruvain: il nuovo album dei C+C=Maxigross]]>

Cari abitanti città, delle pianure, delle colline, dei mari e delle montagne, con immenso piacere vi portiamo una notizia che ci riempie il cuore ancora infreddolito dall'inverno.

Finalmente l'8 aprile uscirà "Ruvain", il nuovo album del collettivo folk-psichedelico C+C=Maxigross!

"Ruvain" è il loro primo album dopo il fortunato "Singar", EP coprodotto con 42records nel 2011 nato e registrato per gioco nella loro casa di montagna, che li ha inaspettatamente portati a girare tutta Italia con oltre 80 date, a vincere l'Arezzo Wave 2012 e a sbarcare negli States per un mini tour che ha fatto tappa al prestigioso CMJ Music Festival di New York.

Le canzoni di "Ruvain" sono quasi dei canti, nati dopo lunghe ore di improvvisazione sui Monti Lessini, prealpi quasi dimenticate poco lontane da Verona, che prendono ispirazione dalla tradizione folk-psichedelica anglo-americana e la trasportano in una casa di montagna magica dove tutto viene filtrato dalla personalità unica e senza tempo della banda. Alcune delle tracce del disco sono state registrate in analogico e prodotte da Marco Fasolo dei Jennifer Gentle.

L’album, la cui uscita ufficiale è fissata per lunedì 8 aprile 2013, sarà aquistabile in presale esclusivo il 25 marzo con una bonus track in regalo dal sito www.vaggimal.com, mentre il videoclip del primo singolo estratto (Pamukkale in E) verrà pubblicato in anteprima verso fine marzo.

Intanto qua potete vedere il teaser "From Singar to Ruvain": i 5 anni di vita della band che hanno portato a questo nuovo album racchiusi in 5 minuti, attraverso riprese raccolte partendo dalle serate tra amici davanti al camino per arrivare ai grattacieli di New York.

Il disco verrà distribuito in Italia da Audioglobe, mentre la distribuzione digitale internazionale sarà curata da The Orchard. Il booking italiano sarà seguito da Trovarobato e il management da Gianluca Giusti (già Trovarobato e Sfera Cubica).

Cordiali saluti e scegliete sempre la montagna, i Montanari.

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<![CDATA[Vaghe stelle dell'ORSA del 4 marzo 2013]]>

Playlist del 4 marzo 2013

Alice
Il cielo (omaggio a Lucio Dalla)

Shout Out Louds
Walking In Your Footsteps

Simple Minds
Broken Glass Park

Foals
My Number

Johnny Marr
The Right Thing Right

Trixie Whitley
Breathe You In My Dreams

Alison Moyet
Changeling

Local Natives
Heavy Feet

David Bowie
The Stars (Are Out Tonight)

Crystal Bowersox
Here's Where The Story Ends

Ducktails
Letter Of Intent

Low
Plastic Cup

Scarica o ascolta in streaming il Podcast:

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<![CDATA[Vaghe stelle dell'ORSA del 25 febbraio 2013]]>

Playlist del 25 febbraio 2013

Aztec Camera & Mick Jones
Good Morning Britain

Edwyn Collins
A Girl Like You

The Stone Roses
She Bangs The Drums

David Gray
Babylon

XTC
Making Plans For Nigel

Lloyd Cole and the Commotions
Jennifer She Said

Morrissey
The Last Of The Famous International Playboys

The Waterboys
The Whole Of The Moon

Coldplay
White Shadows

My Life Story
12 Reasons Why I Love Her

The Housemartins
Happy Hour

Cherry Ghost
People Help The People

Scarica o ascolta in streaming il Podcast:

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<![CDATA[A Dispetto Della Discrezione del 23 febbraio 2013]]>

Sventata all'ultimo una maratona di tre ore che avrebbe percorso generi e culture agli antipodi tra di loro (mancano all'appello i romani Brokenspeakers), rimane comunque la solita puntata di A Dispetto Della Discrezione con un sacco di carne al fuoco. Nella prima ora, Luca Cavina (che oramai sapete a memoria chi sia) parla del secondo parto della sua creatura parallela - condivisa con Paolo Mongardi ed estesa a tutti coloro che amano studiare matematica con i dischi dei Locust in sottofondo: "Opera" degli Zeus!, infatti, che esce sotto la Three One G di Justin Pearson, è un disco maiuscolo, potente ed ironico, conciso e ricercato, una fucilata che sventaglia tutte le deviazioni sul tema -core degli anni '90, contemporaneamente, da più lati. Da ascoltare a volume massimo, possibilmente seguiti dal jazz astratto dei giovani bolognesi Bad Uok, sospeso tra cool d'inizio millennio, fratture math, sospensioni avant e chi più ne ha più ne metta. "Enter" è il loro primo disco, sotto Auand. Turn on the radio!

Peeping Tom - We're Not Alone (da Peeping Tom, 2006)

Zeus! - Lucy In The Sky With King Diamond (da Opera, 2013)

Zeus! feat. Justin Pearson - Sick And Destroy (da Opera, 2013)

Zeus! - Decomposition N° !!! (da Opera, 2013)

INTERVISTA AGLI ZEUS!

Zeus! - Set Panzer To Rock (da Opera, 2013)

Zeus! - Giorgio Gaslini Is Our Tom Araya (da Opera, 2013)

Zeus! - Grey Cerebration (da Opera, 2013)

Zeus! - Blast But Not Liszt (da Opera, 2013)

Slayer - God Hates Us All (da God Hates Us All, 2001)

Jughead's Revenge - The People's Pal (da Image Is Everything, 1996)

The Misfits - London Dungeon (da Collection I, 1986)

Social Distortion - Far Behind (da Greatest Hits, 2007)

Wu-Tang Clan - Shame On A Nigga (live da YouTube)

INTERVISTA AI BAD UOK

Tons - At War With Yog-Sothoth (da Musinèe Doom Session Volume I, 2012)

Bad Uok - 105 part I (da Enter, 2013)

Bad Uok - 105 part II (da Enter, 2013)

Bad Uok - 66 (da Enter, 2013)

Bad Uok - Congo (da Enter, 2013)

Bad Uok - Enter (da Enter, 2013)

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