<![CDATA[politica | Sherwood - La migliore alternativa]]> https://www.sherwood.it/tags/947/politica/articles/1 <![CDATA["Apocalypse No" - Presentazione di Jacobin Italia n. 4]]>

Giovedì 7 NovembreC.S.O. PedroVia Ticino, 5 - Padova


Apocalypse No
Presentazione di Jacobin Italia n. 4

 

I movimenti climatici e le lotte contro la crisi ecologica stanno introducendo un nuovo lessico politico e sociale. Un lessico che si nutre di dati scientifici, ma vede la scienza come campo di battaglia. Un lessico che vede il clima non solo come un’emergenza, ma come la somma di contraddizioni storiche che si sono sedimentate all’interno del capitalismo.

Classe, razza, genere, gerarchie di potere: sono questi i principali elementi che si intrecciano nella crisi climatica. Per queste ragioni le risposte non possono che guardare a una radicale mutazione del paradigma produttivo e del modello sviluppista insito nel capitalismo industriale e post-industriale.

Le ricerca di una soluzione alla crisi climatica non può che passare innanzitutto da due piani: redistribuzione della ricchezza e democrazia reale. Due temi che accomunano tanti movimenti che stanno attraversando il pianeta, dal Cile al Libano, dall’Amazzonia alla Francia.

Cosa hanno in comune i movimenti climatici con le altre lotte?
Com’è possibile tracciare una visione globale a partire dal nesso giustizia climatica-giustizia sociale?


Ne parleremo con:

Lorenzo Zamponi
(ricercatore e collaboratore di Jacobin Italia)

Sandro Chignola


Inizio presentazione ore 20.30
Apertura ore 19, sarà attiva la pizzeria!

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<![CDATA[Ogni tre canzoni "Odio la Lega"]]>


Ci ha molto colpiti la proposta di legge della Lega che vorrebbe imporre di riservare almeno un terzo della programmazione delle radio italiane "alla produzione musicale italiana, opera di autori e di artisti italiani e incisa e prodotta in Italia".
Noi la musica l'abbiamo sempre intesa libera, libera come la nostra radio, che dagli anni '70 si propone come "La migliore alternativa", trasmettendo la musica che più ci piace, a prescindere dalla provenienza, e sempre con un occhio di riguardo agli emergenti.
Vogliamo quindi creare dibattito su questo tema, rilanciando con una nostra controproposta: e se invece ogni tre brani mandassimo in onda il coro "Odio la Lega"?
Segui gli hashtag #musicalibera e #ognitrecanzoniodiolalega ed aiutaci a far diventare virale questa iniziativa!



Tutto pare sia scaturito dal trionfo di un italo-egiziano al festival di Sanremo: questo probabilmente a causa delle presunte lobbies imboscatesi tra la giuria dei giornalisti. La stessa, lontana e scollata dal sentore popolare che invece aveva cinto d’alloro, a suon di 0,51 cent., un giovane, italiano, con un testo senza alcun neologismo o quantomeno, per carità, frasi in arabo.
La proposta di legge del Carroccio ha l’intenzione di riprendersi l’italianità rubata, le canzonette melense, la frangetta della Carrà, l’ugola ininterrotta di Albano che si sovrappone a decibel indefiniti.
È la nostra lingua che dovrà attraversare le onde sonore attraverso fili, antenne e casse metalliche.
La Nazione sovrana chiude i porti… Alla musica, dato che alla fin fine, dopo il precedente pilota d’oggi, non sembrerebbero esserci ripercussioni. La proposta di legge chiede che le emittenti radiofoniche, nazionali e private - riservino - almeno un terzo della loro programmazione giornaliera alla produzione musicale italiana, opera di autori e di artisti italiani e incisa e prodotta in Italia, distribuita in maniera omogenea durante le 24 ore di programmazione. Ed ancora, una quota pari almeno al 10 per cento della programmazione giornaliera della produzione musicale italiana è riservata alle produzioni degli artisti emergenti. Sempre secondo l'impostazione della proposta la vigilanza sull'applicazione della presente legge è affidata all'Autorità per le garanzie nelle comunicazioni - e l'Autorità, a fronte della reiterata inosservanza delle disposizioni di cui alla presente legge, può in ultima distanza disporre la sospensione dell'attività radiofonica da un minimo di otto ad un massimo di trenta giorni. Una molotov accesa predisposta ad alzare polveri, macerie e sdegno. E vi spiego come mai. La musica italiana è riconosciuta ed applaudita a livello internazionale: chiunque nel mondo ha almeno una volta nella vita sentito parlare di Verdi, Puccini, Rossini, della lirica, dell’opera, così come gli argentini hanno più volte riempito i concerti della Pausini ed i russi quelli della coppia Albano-Power.

L’Italia ha scolarizzato a livello musicale il mondo, ha oltrepassato gli oceani e creato orchestre, ma ad oggi quel che ci si ritrova tra le mani è seriamente ben poca roba rispetto ai tempi passati. Bisogna certamente porre il caso esemplare dell’insegnamento musicale nell’istruzione pubblica. Chiunque tu sia, proprio tu che stai leggendo, avrai sicuramente impugnato fra le mani un flauto dolce o spinto il fiato in una diamonica fra le quattro mura della scuola media. Vita grama quella dell’insegnate di musica delle scuole medie: dopo decenni di studi si ritroverà a spiegare una materia da un programma immenso ed indefinito in un monte ore risicato, tra la colonna sonora del Titanic e Silent Night, utili per il concerto di Natale e la recita di fine anno. Non ci sono buone notizie nemmeno sul fronte delle scuole superiori. La legge Gelmini istituì il Liceo Musicale con la ratio di specializzare la materia con sessioni pomeridiane dedicate allo studio di più strumenti. Ad oggi le famiglie degli studenti iscritti a questi licei ‘di settore’ son costretti ad elargire il contributo ‘facoltativo’ per legge, ma obbligatorio di fatto, per il finanziamento degli insegnamenti, costo che si aggira dai 200 fino ai 500 €. Senza soldi… Non si cantano messe. Per quanto riguarda i Conservatori, tardiva si è dimostrata la riforma che li ha riconosciuti e collocati al vertice che prima era un’esclusiva degli studi universitari, venendo così alla nascita dell’Alta formazione artistica e musicale (AFAM) – nomen omen. Purtroppo ad oggi l’opinione pubblica (e politica, se vogliamo) relega la pratica musicale ed artistica ad un aspetto ludico, hobbistico, tutt’altro che ad una vera e propria formazione professionale.
Basti pensare con quale stregua vengono trattati gli artisti e musicisti di strada, scacciati o multati, venendo quasi ad una creazione di una concezione criminogena nei loro confronti.
Eppure, in una tale catastrofe, ci si permette di elevare la musica italiana a mantra, senza un investimento in termini pragmatici, senza una conoscenza dello stato dell’arte, per pura e semplice tattica elettoralistica di cavalcare il momento dei rumors mainstream, mero populismo, nulla di nuovo sui nostri schermi.
È dal momento in cui tale notizia è rimbalzata ovunque che ho pensato nella mia testa a quello strano fenomeno dei simil-gruppi italiani che a partire dagli anni ’60 monopolizzavano la scena dell’Hit Parade: dagli Equipe 84 con la loro Bang bang! (dall'omonima hit scritta da Sonny Bono e incisa da Cher), ai Dik Dik con Sognando California – nient’altro che California Dreaming dei Mamas and Papas, o Bobby Solo, L’Elvis Presley dei noialtri… Le influenze musicali hanno sempre travalicato i confini: dalla Nigeria è nato l’Afro Beat di Fela Kuti diventando un must, dal viaggio in America Latina di Battisti nacque il disco monumentale del secolo Anima Latina, fino al fenomeno Trap dei giorni nostri, direttamente dagli USA. È un dare e ricevere bilateralmente, senza monopoli, senza censure.
La musica in quanto arte non ha nazionalità né etichette di provenienza, ed un messaggio dovrebbe andar ben oltre il consueto clamore: vogliamo aver la possibilità di fare quel che ci pare e piace.
La musica è l’arma, usiamola contro chi tenta di incatenarla.


La Redazione di Radio Sherwood

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<![CDATA[Weed - L'economia della canapa al Cso Pedro]]>

Mercoledì 23 marzoC.S.O. PedroVia Ticino, 5 - PADOVA

presenta:

 

Weed - L'economia della canapa

 

Ecco il secondo appuntamento con il ciclo di conferenze promosse dal Cso Pedro riguardo l'ampio e variegato mondo della canapa.
Presentando due libri scopriremo quali sono le possibilità che una pianta di canapa può dare all'industria, partendo dai prodotti che si possono realizzare, fino alle opportunità di lavoro che si vengono a creare, insomma, a vari benefici di cui ci hanno privato fino ad ora.

Apertura alle 19, ingresso libero.

Al termine dell'incontro, il centro sociale sarà aperto per la serata #AllYouCanDance - students edition. Evento: www.facebook.com/events/1067255016649906/

 

Il filo di canapa
di Chiara Spadaro

Tutti i segreti della cannabis, Gli usi pratici, le battaglie
in corso per l'uso terapeutico e la sua legalizzazione

Qui alcune info

Legalizzare con successo
di Luca Marola

raccoglie le testimonianze della stampa statunitense
fornendo dati molto interessanti relativi alla legalizzazione

Qui alcune info


Prossimi incontri:

aprile
D.D.L. C. 3447

Il decreto di legge approdato in parlamento l’autunno del 2015 sarà l’argomento di questa conferenza, cercheremo di capire cosa prevede e perchè.

TBA
Cannabis Cup


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<![CDATA[Weed - Uso medico della canapa al Cso Pedro]]>

Venerdì 26 febbraioC.S.O. PedroVia Ticino, 5 - PADOVA

presenta:

 

Weed - Uso medico della canapa

 

Ecco il secondo appuntamento con il ciclo di conferenze promosse dal Cso Pedro riguardo l'ampio e variegato mondo della canapa.
Questa volta parleremo di canapa terapeutica con medici, pazienti ed associazioni che vivono in prima persona questa esperienza; ci sarà anche l'occasione di avere, per chi ne ha diritto, la prescrizione di canapa medica.

Questo il link legge regionale Veneto in materia di somministrazione di farmaci a base di cannabinoidi.

In seguito un breve riassunto del precedente incontro:

Saranno con noi Alessandra Viazzi di Pazienti Impazienti Cannabis (pazienticannabis.org) e il dottor Simone Fagherazzi, presente anche alla prima conferenza.

Apertura ore 19, ingresso libero.

Al termine delli'incontro, il centro sociale sarà aperto per la serata #EFOG07, evento di musica elettronica in collaborazione con Electronic Fog.
Evento: www.facebook.com/events/552123001614459/

Prossimi incontri:

marzo
L’economia della canapa

Con l’esempio dei paesi che hanno optato per la legalizzazione faremo un punto per capire quale sia la soluzione migliore tenendo conto anche delle multinazionali.
L'idea è di mettere a confronto i sistemi "nuovi" che sono stati introdotti per la legalizzazione della cannabis.

aprile
D.D.L. C. 3447

Il decreto di legge approdato in parlamento l’autunno del 2015 sarà l’argomento di questa conferenza, cercheremo di capire cosa prevede e perchè.

TBA
Cannabis Cup


Partecipate a WEED, seguite WEED, non abbiate paura e reclamate ciò che è vostro!

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<![CDATA[Presentazione de "Il Combattente" di Karim Franceschi al Cso Pedro]]>

Giovedì 25 febbraioC.S.O. PedroVia Ticino, 5 - PADOVA


Giovedì 25 febbraio il Cso Pedro e l'associazione Ya Basta! Êdî Bese! sono lieti di invitarvi alla prima data nel Nord-Est della presentazione del libro:


Il Combattente

di Karim Franceschi


Con noi sarà presente l'autore, attivista dei Centri Sociali delle Marche a Senigallia e unico italiano che abbia mai combattuto sul campo di guerra l'ISIS al fianco dei curdi. Nel suo libro l'intreccio tra storia pesonale e narrazione collettiva ci restituiscono la fotografia di una grande rivoluzione che si difende con la forza del suo progetto politico e con le armi in mano al suo popolo: quella del Rojava, di Kobane. Un messaggio, un pensiero, una pratica che hanno segnato indelebilmente le riflessioni dei movimenti in Italia così come di tutto il mondo.

La storia è quella di Karim, ragazzo e attivista dei centri sociali, che sceglie di partire e con una calza della befana in spalla vola in Turchia. Supera i checkpoint, le barriere di filo spinato, per arrivare e prendere parte all'assedio di Kobane.

Karim ad oggi è l'unico italiano che abbia preso parte effettiva alla resistenza delle YPG e YPJ contro Daesh.
La bandiera del Rojava e il sogno curdo del confederalismo democratico rappresentano per tutti noi un esempio e un simbolo da difendere, oggi più di ieri visto che le angherie dell'esercito turco non sembrano fermarsi.

"Sono partito per Kobane. Adesso mi aspetta un breve periodo di addestramento, dopo il quale farò quello che mio padre insieme a milioni di partigiani in Italia e nel mondo hanno fatto per difendere la libertà e la democrazia: combatterò in armi i fascisti del califfato nero." Karim Franceschi

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<![CDATA[Cena a sostegno della campagna "La liberta (non) ha prezzo"]]>

Venerdì 19 febbraiopresso la sede di Sherwood
Vicolo Pontecorvo 1/A, Padova

 

Cena con menù veneto per finanziare

le spese legali degli attivisti del Cso Pedro

 

Abbiamo il piacere di invitarvi a passare una piacevole serata in compagnia presso la sede di Sherwood in Vicolo Pontecorvo, 1/A.


La serata sarà così strutturata:

ore 19 Aperitivo
con buffet di salumi e formaggi

ore 20 Inizio cena

Menù
Primo piatto: Pasta e fagioli alla veneta
Secondo piatto: Spezzatino con polenta 
Alternativa vegetariana: Tortino di patate con salsa di pomodoro fresca al basilico.
Dessert: Tiramisù
Vino e acqua


Il costo della cena parte da 20 euro, sono gradite offerte superiori.


PRENOTAZIONE NECESSARIA
Per prenotare contattare: Lisa al numero 348 00 99 411 o inviare una e-mail all'indirizzo: sostegnolegale@globalproject.info
Chiediamo cortesemente di segnalare nella mail se si desidera il menù vegetariano.

COME SOSTENERE LA CAMPAGNA La libertà (non) ha prezzo?

Per sostenere la campagna in forma continuativa e cioè con una quota fissa a scadenza regolare, puoi attivare un bonifico bancario permanente.

Il conto corrente della campagna è questo:

Banca Popolare Etica - Piazza Insurrezione, 10 - 35137 Padova, sul c/c il cui IBAN è: IBAN IT 93 C 03599 01899 050188527679 intestato a Marco Sirotti


A seguire l'appello della campagna:

 

Padova - La libertà (non) ha prezzo
Campagna a sostegno delle spese legali degli attivisti del Cso Pedro

A Padova come altrove subiamo una situazione di riduzione degli spazi di dissenso.

Nel nostro paese l'incessante attività della magistratura “creativa” ha oramai rotto ogni argine, arrivando persino a riproporre l'utilizzo dell'esilio come strumento per sradicare gli attivisti dal loro contesto di azione. Molte delle condanne comminate nelle aule dei tribunali per reati connessi alle lotte sociali sono oramai abnormi: unitamente alle misure cautelari e di prevenzione, utilizzate come ordinari strumenti di intimidazione ed immobilizzazione, si collocano al di fuori del quadro minimo di garanzie e di proporzionalità dei moderni ordinamenti penali. A tutto ciò si devono aggiungere proposte di legge in fase di elaborazione che associano a condotte minimali pene detentive pluriannuali.

Quello che sta accadendo nel nostro Paese sul piano della repressione giudiziaria dei movimenti ha assunto una dimensione tale da non essere più configurabile come una mera "stretta repressiva": ci sembra di essere di fronte ad una modificazione genetica irreversibile dei dispositivi penali e amministrativi. La finalità ultima è la repressione politica.

Se questo è il quadro della situazione, stiamo assistendo al ritorno della prigionia politica ma in una nuova veste? La prigionia non è data solo dal carcere, ma anche da tutte le altre misure che di fatto si traducono in una grave restrizione della libertà personale.

Lo scorso anno due studenti sono stati esiliati da Padova attraverso un provvedimento discrezionale del Questore, ed il foglio di via sta diventando un provvedimento di moda: ogni iniziativa pubblica ormai ne genera una scia. A Treviso un sit-in di fronte alla Prefettura svolto assieme ad attivisti provenienti da altre città è stato spazzato via dalla polizia, arrestando manette ai polsi un centinaio di persone: tra loro anche compagni di Padova, per due di loro venne richiesto l'arresto, poi negato dal giudice, agli altri il foglio di via per tre anni.

I procedimenti penali che ne derivano sono costruiti con castelli accusatori sempre più complessi che fanno ricorso al concorso, a volte persino il concorso morale esterno: con questa formula può essere trascinato in tribunale chiunque partecipi ad una iniziativa! Le pene richieste poi sono sempre più alte, e molto spesso vengono comminate anche sanzioni pecuniarie che ammontano a migliaia di euro. Somme esagerate cui le capacità dei singoli non possono far fronte.

Sentiamo l'esigenza di aprire una riflessione pubblica a partire dai processi politici cui siamo sottoposti e sulla loro evoluzione: se decidiamo di esporci in prima persona lottando per una società senza discriminazioni e senza sfruttamento, lo facciamo perché crediamo nel valore universale di queste rivendicazioni.

Ci rendiamo conto però che nell'Europa del 2016 cercare di aprire nuove strade al di là delle logiche di dominio imposte dalla finanza è sempre più necessario, doveroso e giusto ed è una cosa che si fa in molti, in molte forme differenti ma che si basano sull'elemento comune della condivisione.

Per questo fronteggiare questa situazione necessita di supporto in varie forme, non ultimo, purtroppo, il contributo finanziario. Ogni azione comporta un esborso: ottenere le prove documentali e materiali depositate in procura costa centinaia di euro, l'impugnazione di qualunque provvedimento emesso è subordinato al versamento del cosiddetto contributo unificato; qualora siano necessari spostamenti di legali o collegio giudicante le spese ricadono su chi si deve difendere.

La Freedom Card della campagna La libertà (non) ha prezzo è uno strumento che permette a ciascuno di sostenere attivamente e far sentire la propria complicità a chi si mette in gioco ogni giorno al fianco dei più deboli, nelle lotte per una vita degna ed un futuro sostenibile, e contro ogni ingiustizia sociale.

Per sostenere la campagna in forma continuativa e cioè con una quota fissa a scadenza regolare, puoi attivare un bonifico bancario permanente.

Chi non ha la possibilità può fare donazioni occasionali e/o partecipare alle cene che stiamo organizzando nei prossimi mesi.

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<![CDATA[Weed - Cosa sta cambiando? al Cso Pedro]]>

Venerdì 29 gennaioC.S.O. PedroVia Ticino, 5 - PADOVA

presenta:


Weed - Cosa sta cambiando?


Il collettivo del CSO Pedro è lieto di presentarvi un ciclo di conferenze riguardante l'attuale e ampio mondo della canapa. La prima si terrà il 29 gennaio presso il nostro spazio in via Ticino.
In questa occasione avremmo la possibilità di farci spiegare come, da un anno a questa parte, si stia discutendo a vari livelli e sedi l'argomento Canapa.



Nel primo incontro, in cui imposteremo la discussione, ci confronteremo con:


Avvocato Lorenzo Simonetti (legale di fiducia C.I.P. e A.S.C.I.A.)
www.ascia-web.org

Dottor Simone Fagherazzi (fondatore di ABIURA)
canapainfopoint.it/cosa-ci-fanno-fumare-il-punto-di-vista-del-dott-simone-fagherazzi

MARKAB (antiproibizionista dal 2005)
www.facebook.com/mkb.mtt

Yuri (gestore Canapa Info Point Padova)
www.overgrow-italy.nl

 

Apertura ore 19.00, ingresso libero. Possibilità di cenare all'interno.



Prossimi incontri:

Venerdi 26 febbraio
Cannabis medica

Ci avvarremo della presenza di membri delle associazioni che, in italia, da anni, affrontano la difficile situazione di chi ha una soluzione e non può usufruirne, per colpa di problemi reali che la legge non prevede. Con le associazioni Pazienti impazienti cannabis e Ascia saremo in grado di avere come relatori un medico, un paziente ed i gestori di due grandi realtà che operano in italia.

TBA - marzo
L’economia della canapa

Con l’esempio dei paesi che hanno optato per la legalizzazione faremo un punto per capire quale sia la soluzione migliore tenendo conto anche delle multinazionali.
L'idea è di mettere a confronto i sistemi "nuovi" che sono stati introdotti per la legalizzazione della cannabis.

TBA - aprile
D.D.L. C. 3447

Il decreto di legge approdato in parlamento l’autunno del 2015 sarà l’argomento di questa conferenza, cercheremo di capire cosa prevede e perchè.

TBA
Cannabis Cup



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<![CDATA[Hopeful Monsters, una campagna per l'indipendenza]]>

Pubblichiamo di seguito l'intervista realizzata da Pasquale Ambrogio di Ca'Libro 9 – progetto dedicato all'editoria indipendente all'interno del Laboratorio Occupato Morion di Venezia – a Riccardo Antoniucci, tra i responsabili della campagna abbonamenti 2016 per DeriveApprodi Editore. Come Sherwood.it riteniamo importante sostenere iniziative di questo tipo,che parlano di “Indipendenza dall’editoria a pagamento, dal monopolio dei grandi gruppi editoriali, dalle narrazioni che diventano luoghi comuni dai quali sembra poi impossibile uscire”. Per questo invitiamo a sostenere #hopefulmonsters


Cos'è Hopeful monsters?

#hopefulmonsters è il titolo e l’hashtag della campagna abbonamento di DeriveApprodi per il 2016. Ogni anno, alla fine dell’anno, chiediamo ai nostri lettori e compagni uno sforzo di partecipazione al progetto della casa editrice, che si traduce nella forma di un abbonamento alla produzione editoriale dell’anno successivo. Si tratta di fatto di un pre-acquisto dei titoli che produrremo nell’anno successivo, a uno sconto superiore al 60% sul prezzo di copertina. È uno sforzo economico, certo, ma anche un’opportunità per chi ci segue di sostenere DeriveApprodi e assicurarsi i libri a un “prezzo politico”. Da parte nostra, ci impegniamo a restituire questo sforzo durante tutto il corso dell’anno, inviando gratuitamente a casa dei nostri abbonati i libri in anteprima rispetto alla data di uscita.

Quest’anno, inoltre, la campagna di abbonamento #hopefulmonsters si carica di nuovi significati e di una maggiore responsabilità, perché propone un rilancio della casa editrice attraverso il rifacimento del sito internet www.deriveapprodi.org e l’aumento della produzione editoriale da circa 30 a 40 titoli, quasi esclusivamente novità e con qualche recupero di libri fondamentali del nostro catalogo.

Per noi questo è un modo di impegnarci a spostare in avanti i confini della nostra quotidiana resistenza culturale.

 

Dalla fiera #PiùLibri15 giungono dati felici: la piccola e media editoria chiude quest'anno con un bilancio positivo. Malgrado Amazon, IBS ecc. sembra che il pubblico preferisca la qualità, l'innovazione e la creatività - aspetti che hanno sempre caratterizzato le piccole case editrici rispetto hai grossi colossi editoriali. Con il nuovo soggetto commerciale che è la "Mondazzoli" le case editrici indipendenti sono certamente chiamate ad investire ancora di più su questi aspetti, inoltre si sta manifestando - in maniera sempre più chiara – la necessità di “fare rete” tra tutte quelle realtà editoriali, ma non solo, che operano nel campo della cultura e della produzione culturale. Condividi questa lettura?

Volendo usare uno schema di lettura classico, si potrebbe dire che oggi si tratta, ancora una volta, di “radicalizzare le contraddizioni per accelerare la crisi” del sistema editoriale, che è essenzialmente una crisi di progettualità e di ruolo dell’editoria rispetto alle trasformazioni del contemporaneo. Quella dell’editore è una funzione che trova la sua essenza nella selezione e la promozione di determinati contenuti, secondo una logica progettuale: non è per forza una questione politica, ma editoriale strictu sensu. Una linea editoriale è, di fatto, un progetto che si mette a verifica nella società attraverso i meccanismi di interessamento dei lettori e che può “funzionare” o meno. E questa concezione si ritrova in tutte le storie dell’editoria, dalle lettere di Aldo Manuzio al “metodo Einaudi”, passando per i saggi Roberto Calasso e fino ai lavori di André Schiffrin.

Per scendere sul terreno della contingenza: sì, le trasformazioni avvenute negli ultimi anni, non solo Mondazzoli ma anche, per esempio, la riduzione dei due distributori editoriali nazionali (Pde e Messaggerie) a un unico soggetto distributivo (in mano a Messaggerie, gruppo Mauri Spagnol), costituiscono un enorme rischio per la sopravvivenza dell’editoria indipendente. E tuttavia, questa fase, come sempre, può anche essere letta nel senso inverso, cioè come un’opportunità rinnovata per l’editoria di progetto di affermare il proprio ruolo culturale e di accrescere il proprio peso nel dibattito pubblico, in un settore in cui i grandi attori presentano ormai opzioni editoriali molto ridotte e disinteressate all’innovazione e alla sperimentazione.

Ora, a DeriveApprodi intendiamo accarezzare questa bestia a contropelo e scommettere sulla forza di una ricerca editoriale e politica che sia in rapporto diretto con i movimenti sociali (italiani e internazionali), stimolando e amplificando i dibattiti sulle loro idee e le loro pratiche.

È vero comunque che questo compito non potrà mai essere assolto senza costruire alleanze con altri settori della critica politica e culturale (dai media alle lotte sul lavoro), stringendo patti che vadano nel segno dell’innovazione e della reciproca apertura. Ne siamo consapevoli, e faremo del nostro meglio in questo senso.

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Come DeriveApprodi state lavorando molto sul tema dell'indipendenza cercando di affrontarlo nella sua complessità, sia attraverso momenti di incontro pubblici – come quelli ospitati a Roma e a Milano negli scorsi mesi - sia attivando proposte e pratiche di organizzazione indipendente – come la campagna MaceroNo, il progetto Doc(k)s, il BookPride e la prossima fiera che sarà, sicuramente, Bellissima. Mi puoi spiegare meglio questo percorso? Dove e come nasce, quali ambizioni si pone?

Il percorso è tortuoso perché ricco di ostacoli, ma la direzione è molto precisa. Nell’ambito di DeriveApprodi si è sempre tentato di battere percorsi di innovazione politica non solo della teoria, ma anche delle pratiche, attraverso forme di rapporto e coinvolgimento con i vari settori del movimento. È in questo senso che dal bacino più ampio dei sostenitori e animatori storici di DeriveApprodi è stata partorita la cooperativa Doc(k)s_strategie di indipendenza culturale nel settembre del 2014. Già soltanto per la sua diversa natura giuridica, la cooperativa intendeva rispondere al bisogno di costruire una rete solida di produzione e diffusione dei contenuti della cultura indipendente, ovvero, per noi, di tutti quei saperi critici che sono diffusi nella società. Organizzarli significa costruire, di fatto, modelli alternativi del fare e del fruire la cultura, sempre con l’obiettivo di accrescere gli strumenti a disposizione per trasformare l’esistente (senza alcuna pretesa di univocità, dunque).

Doc(k)s è nata così, all’inizio: come una sorta di spin-off di DeriveApprodi che ora, però, vive una sua vita autonoma e che tra l’altro ormai raccoglie, tra i suoi oltre cento soci, anche altre case editrici a parte la nostra, anche grazie a un lavoro molto approfondito sul settore editoriale e i suoi punti ciechi. In questo senso dobbiamo leggere la campagna maceroNO (che festeggerà tre anni a marzo del 2016) per la rimessa in circolazione a prezzi popolare di libri e opere di editori indipendenti che i grandi apparati distributivi e le librerie di catena non sono più disposti a ospitare.

Ma, soprattutto, è qui che si inserisce il progetto principale della cooperativa Doc(k)s, ovvero quello di costruzione di una fiera dell’editoria e della cultura indipendente, organizzata in quel territorio d’elezione della grande editoria che è Milano, capace non solo di promuovere contenuti editoriali, ma anche di offrire un terreno fertile per sviluppare un dibattito e stringere alleanze tra editori indipendenti e attori (precari e lavoratori autonomi) della filiera della produzione culturale. Con questo spirito Doc(k)s ha contribuito a costruire la prima edizione di Book Pride, insieme all’Osservatorio degli editori indipendenti, e oggi propone un salto di qualità con il progetto “Bellissima – fiera di libri e cultura indipendente”, di cui è organizzatore e promotore unico, insieme a numerosi partner prestigiosi (da «cheFare» al manifesto al Museo Reina Sofia di Madrid) e in cui noi di DeriveApprodi crediamo molto.

Ma, come si dice… questa è un’altra storia.

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<![CDATA[Fermiamo il TTIP - dibattito alla Tana dello Studente]]>


Mercoledì 20 maggioLa Tana dello Studentevia Marzolo 15/bis


Il Mercato dei Produttori Locali - Campi Colti vi invita al dibattito

 

"Fermiamo il TTIP"

 

Il TTIP (Transatlantic Trade and Investment Partnership) è un accordo sul commercio e gli investimenti in fase di negoziazione tra Usa e Unione Europea.

I negoziati attraverso cui il TTIP si sta discutendo, iniziati nel luglio 2013, sono volutamente segreti. I contenuti, che interessano settori diversi, dal commercio, ai servizi locali, agli investimenti, etc. rappresentano un tentativo ulteriore di erosione delle garanzie conquistate in anni di lotte sociali dal punto di vista del diritto del lavoro, dei diritti umani, della tutela ambientale, della sicurezza alimentare, degli istituti democratici.

Vi invitiamo quindi ad approfondire questi temi ad un dibattito con Luca Trevisan di Radio Gamma 5 e membro del Coordinamento Zero Ogm.

Finito il dibattito potrete trovare i moduli per sottoscrivere la campagna europea STOP-TTIP

Info:

http://stop-ttip-italia.net/
coordinamento zero ogm: https://zeroogm.wordpress.com/

 

Ore 18:30

inizio dibattito

Ore 20:00

aperitivo con Dj Svampish (rockabilly-electro-swing)


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<![CDATA["Io ero quella notte alla Diaz. Io ci rientrerei mille e mille volte".]]>


Venerdì 24 aprileC.S.O. PedroVia Ticino, 5 - PADOVA

Il C.S.O. Pedro presenta questo dibattito all'interno della campagna La libertà non si misura venerdì 24 aprile alle ore 19.30. Interverranno:

Avvocato Aurora D'Agostino
Arnaldo Cestaro (testimone diretto dei fatti alla Scuola Diaz, da Vicenza; autore del ricorso alla Corte Europea dei Diritti Umani)
Stefania Galante (testimone diretta padovana dei fatti alla Scuola Diaz)
Gabriele Cremonesi (ACAD - Associazione Contro gli Abusi in Divisa)


"Io sono uno degli 80 del VII nucleo. Io ero quella notte alla Diaz. Io ci rientrerei mille e mille volte"

Con questa frase pubblicata sul proprio profilo facebook l'agente Fabio Tortosa ha commentato la decisione della Corte Europea di Strasburgo rispetto ai fatti di Genova 2001. Parole che dimostrano ancora una volta l'atteggiamento omertoso del corpo e delle direngenze delle forze dell'ordine, ma non solo. Quelle poche righe online rimandano alla questione dell'impunità del personale in divisa che viene data per scontata a causa del nostro ordinamento giuridico. L'assenza di una fattispecie di reato che sanziona la tortura operata da un pubblico ufficiale è una mancanza del diritto penale italiano, più volte evidenziata da diversi organismi internazionali (ONU, Unione Europea). Il fatto stesso che non ci siano delle norme adeguate da questo punto di vista, legittima gli abusi e le violenze attuati in ormai moltissimi episodi saltati alla stampa nazionale: non parliamo solo delle giornate di Genova (tra la piazza, Diaz e Bolzaneto), ma anche delle morti di Stefano Cucchi, Federico Aldrovandi, Giuseppe Uva, giusto per citarne alcuni.

Una vera e propria sub-cultura della sopraffazione trova spazio nelle caserme e tra gli ufficiali di polizia: l'identificazione del nemico in colui che si pensa stia commetendo un reato (indipendentemente dalla gravità di questo) , giustifica azioni che vanno dalle percosse fisiche alla vessazione psicologica. Il tutto agito nella sicurezza dell'anonimato garantito dalla lealtà e complicità dei colleghi da una parte, dalla difesa mediatica e legale dell'istituzione poliziesca e dei suoi sindacati dall'altra.

E' ovvio che il G8 del 2001 rappresenta tuttora una ferita non rimarginata (e forse mai lo sarà) della nostra democrazia. I dirigenti e i politici responsabili della repressione di piazza, che è costata la vita di Carlo Giuliani, e delle atrocità inflitte alla Diaz non sono mai stati condannati né quindi puniti, anzi hanno ottenuto dei notevoli avanzamenti di carriera nella pubblica amminsitrazione.

Ciò che rende attuale la Genova di 14 anni fa è la persistenza dell'impunità delle forze dell'ordine e una perenne resistenza ad ogni tentativo di trasparenza e di controllo dell'operato degli agenti; basti pensare alla difficoltà di istituire l'obbligo del numero identificativo sulle divise dei reparti. Un provvedimento – già adottato in molti Paesi europei - che permetterebbe di riconoscere le responsabilità individuali di chi fuoriesce dal perimetro del lecito e per la mancanza del quale l'Italia è costantemente sanzionata. Da aggiungere il vuoto totale per quanto rigurda le regole di ingaggio che dovrebbero normare il comportamento degli ufficiali sul campo,non previste dal codice Rocco risalente all'epoca fascista.

Fino a che non verrà inserito il reato di tortura nel nostro codice penale e non verranno disposte queste misure, non possiamo definirci cittadini di un Paese civile e di uno Stato che tutela i diritti fondamentali. Quegli stessi diritti personali e collettivi sempre più limitati da leggi liberticide e da pesanti provvedimenti giudiziari che colpiscono soprattutto gli attivisti dei movimenti sociali, come successo anche a Genova.

La legge, evidentemente, non è uguale per tutti. E' ora di ripensare i nostri apparati normativi e l'idea di giustizia, lasciandoci alle spalle il principio del "due pesi, due misure".

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<![CDATA[Freedom ain't free: tributo alla lotta di liberazione del popolo nero e al Black Panther Party]]>

Giovedì 9 aprileC.S.O. Pedrovia Ticino 5 - Padova

presenta:


Freedom Ain't Free: tributo alla lotta di liberazione del popolo nero e al Black Panther Party


ore 18:00

Strictly Graffiti

esibizione dal vivo di writing in via Ticino con:

George "Sen One" Morillo from RockSteady Crew
Secse
Orion
Joys
Cento
Boogie
Lasky
Hawk


Ore 21 incontro con:


Dequi OdingaAttivista, insegnante, membro del Sekou Odinga Defense Committee e moglie di Sekou Odinga 

George Sen One MorilloAttivista, fuorilegge dei primi anni '80, ricercato per i suoi graffiti dalla polizia di Nyc. Uno dei primi writers al mondo

Mulutu Olugbala aka M1 from Dead PrezLeggenda dell'hip hop militante mondiale

Yaa Asantewaa NzinghaArtista, attivista, educatrice e membro del Sekou Odinga Defense Committee


A coloro la cui umanità è troppo preziosa per essere distrutta da muri, sbarre e case della morte. E soprattutto a coloro che continueranno a lottare finché il razzismo e l'ingiustizia di classe non saranno banditi per sempre dalla nostra storia. 

Angela Davis   



Ore 23 live: 

AP2P[Bonnot & M1 Dead Prez]



Unica data in Veneto

Ingresso: 3 € entro le 22.00, dopo le 22.00 5 euro


AP2P [Bonnot & M1 from Dead Prez]

Dalla straordinaria collaborazione tra M1 dei Dead Prez (lo storico duo di New York) e Bonnot (compositore e DJ di Assalti Frontali) nasce progetto AP2P.
M1 è uno dei protagonisti della scena radicale dell’Hip Hop di New York, fondatore dei Dead Prez, portavoce dei movimenti di liberazione afroamericani. Ha lavorato con tutti i più importanti nomi della Black Music, da Erykah Badu a Jay-Z, da Talib Kweli a Kanye West.
Bonnot è l’eclettico e talentuoso compositore e DJ di Assalti Frontali dal 2005. La ricerca stilistica e il particolare gusto musicale che lo contraddistinguono lo hanno portato a collaborare in questi anni con moltissimi artisti: General Levy (Uk), Dj Gruff, Mc Coppa (Uk), Tino Tracanna (Paolo Fresu Quintet), Ars Ludi, Colle der Fomento, Inoki, Roberto Cecchetto (Top Jazz 2007) e molti altri.
Dalle strade di New York a quelle della Florida, dalle strade di Roma a quelle di Bergamo, dal movimento di Liberazione Nero a quello Antagonista italiano, dai Dead Prez agli Assalti Frontali, la collaborazione tra M1, rapper del gruppo Dead Prez, e Bonnot (al secolo Walter Buonanno), producer di Assalti Frontali, nel progetto (con omonimo album) "All Power To the People".

M1 e Bonnot sono AP2P, All Power To The People. Due attivisti, due artisti, un progetto di cultura rivoluzionaria comune. Un’arte che è espressione diretta della tradizione culturale, delle comunità, dei movimenti antagonisti a cui appartengono. AP2P intende creare un ponte culturale tra le comunità in lotta con l’obiettivo esplicito di creare nuove alleanze politiche e forme di resistenza all’imperialismo globale.
L’idea di una collaborazione alla realizzazione di un album tra il rapper dei Dead Prez e il producer degli Assalti Frontali si è venuta a costruire nel tempo, attraverso momenti di condivisione umana e di conoscenza personale; un percorso che li ha portati a conoscersi come uomini prima ancora che come artisti, condizione indispensabile per il proseguo della collaborazione artistica e di lotta. Una collaborazione atipica per gli standard del mondo della musica digitale poiché si è creata durante incontri e sessioni studio live tra Milano e New York in cui il processo creativo congiunto ha permesso lo scatenarsi di una rivoluzione sonora alimentata da liriche non convenzionali volte al recupero della memoria storica “dal basso”, con l’obiettivo di ispirare nuove forme di liberazione artistica e politica. Queste sessioni congiunte hanno creato un’alchimia sovversiva il cui risultato non è la semplice somma di skills e tradizioni culturali, bensì la moltiplicazione di questi ultimi “alla potenza” delle rispettive tradizioni; il progetto AP2P non rappresenta la semplice sintesi di una bella base e un buon testo, ma è il risultato di un percorso di evoluzione e contaminazione reciproca verso forme
di sperimentazione cross culturali in grado di aprire loro nuovi territori
artistici ancora inesplorati.
Il progetto AP2P è pronto a diventare la colonna sonora della conquista di spazi, ambiti e palchi protagonisti di una rivolta politica e culturale. Una attacco frontale allo status quo, veicolato attraverso sonorità elettroniche con contaminazioni funk, soul e reggae, deciso a invadere le strade delle città e le playlist dei vostri riproduttori di musicali. 

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<![CDATA[Lula, Oderbrecht e il Mondiale delle clientele]]>

Andando oltre i pronostici sportivi, c’è qualcuno che i Mondiali brasiliani del 2014 li ha già vinti. È Oderbrecht, uno dei maggiori colossi industriali del mondo, nome tedesco (del suo fondatore-profeta), ma cuore e sede legale in Brasile, a Salvador, dal 1944. L’arrivo dalla Germania della famiglia Oderbrecht è inizio di un’avventura economica senza precedenti. Questo grazie a ingenti aiutini di Stato, soprattutto se si guarda all’ultimo decennio. E se Oderbrecht è stato ed è tuttora Indiana Jones, Inacio Lula Da Silva è stata la sua frusta.

In due anni di lavoro sul Brasile ci siamo spesso imbattuti in questa multinazionale. E il motivo è semplice: qualsiasi cosa si faccia in Brasile, dall’utilizzo dell’elettricità alla metropolitana, dalle strade agli acquedotti, è tutto targato Oderbrecht.

Un’azienda che ha sempre flirtato con il potere, fino dai tempi del regime, che ha saputo attendere e guardare fuori dal suo Paese nel momento di transizione, per poi scegliere il cavallo giusto e vincere la vera corsa che attendeva il Brasile: quella dello sviluppo. E su chi puntare tutto? Su Inacio Lula Da Silva naturalmente. A conti fatti l’investimento di più di due milioni fatto per finanziare la prima campagna vincente dell’ex sindacalista sono poca cosa rispetto a quello che è tornato all’azienda in termini di appalti e partecipazioni statali nei progetti Oderbrecht.  La quale si premura di precisare di aver sempre finanziato tutti i partiti brasiliani. E per fortuna, verrebbe da dire. È importante a tal proposito notare lo squilibrio tra quanto viene “donato” alle diverse forze politiche e al PT, il partito di Lula e Dilma Rousseff.

Il gruppo al momento è presente con ventisette sedi in tutto il mondo, e non opera solo in America Latina. La sua parola d’ordine è diversificazione: gas, petrolio, agroalimentare, energia, difesa, trasporti, finanza, assicurazioni, nucleare e molto altro.  Dal tunnel andino al nuovo porto commerciale Mariel a Cuba, per la Oderbrecht è difficile perdere un appalto. Per Chavez l’azienda era vista “come una grande amica del Venezuela". E quando ci sono stati problemi seri, come in Equador nel 2007, il presidente Correa è stato costretto a fare più di un passo indietro di fronte al diniego di pagare la mega diga di San Franciso che non ha mai funzionato. Ma è difficile protestare quando hai di fronte Oderbrecht e la Bndes, la Banca nazionale dello sviluppo brasiliano. E Correa si è trasformato praticamente in un gambero.

Sono esempi della forza di un’azienda che in Brasile sembra non avere concorrenza. Si è aggiudicata tutti gli appalti possibili proprio grazie ai buoni uffici della politica. Se pensiamo agli stadi per i Mondiali, quattro sono suoi. Se invece pensiamo alla sola Rio De Janeiro, si passa dalla nuova linea della metropolitana al Maracanà (che ha in gestione per 35 anni) fino ad arrivare al villaggio olimpico. Tutto con fondi e prestiti che per lo più arrivano dallo stato.

 
Da quando non è più in carica, Lula ha compiuto e compie moltissimi viaggi in Africa e Asia, spesati dalle più grandi aziende brasiliane. Questi viaggi portano all’apertura di trentasette consolati e altrettante sedi della BNDES, la banca che poi provvede a concedere i prestiti per nuove opere. Perché il Brasile è enorme, sì, ma il mondo di più.

Perfino in Qatar Lula è riuscito a strappare dei contratti per la costruzione di impianti utili per i Mondiali del 2022.



Il legame tra Oderbrecht e grandi eventi sportivi in Brasile, però, non è dato solo dai numerosi cantieri disseminati per tutto il paese, ma anche dalle tante storie di resistenze delle comunità che hanno dovuto fare i conti con la loro (pre) potenza. Se pensiamo alla comunità dei popoli originari che è stata cacciata dopo diverse azioni militari, alla comunità di Vila Autodromo che resiste allo sgombero a Tijuca o ancora a questi giorni, all’operazione di domenica 30 marzo nel complexo da maré  a guardare bene un filo che la lega a questa azienda c’è sempre. Quei 4100 soldati, i ventuno mezzi blindati e il resto non sono stati solo uno show da mostrare al mondo come prova di forza, ma anche la necessaria azione per consentire la fine di alcuni lavori, come quelli che della modernizzazione della rodoviara, la stazione da cui partono centinaia di corriere e bus ad ogni ora.

Se Lula ha il merito di avere fatto uscire in undici anni di presidenza trentasei milioni di persone dalla povertà, ha fatto entrare 42 milioni nella classe media e creato ventuno milioni di posti di lavoro, è anche vero che è stato sicuramente abile a creare un sistema di clientele che di certo non è quello che si aspettano o si aspettavano le persone che lo hanno sostenuto. E queste clientele tengono in ostaggio la politica. Non solo quella brasiliana.

Scritto da Ivan Grozny e Carlo Vitelloni

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<![CDATA[Sgomberato l'Angelo Mai Altrove a Roma]]>

"Non saremo mai come voi,
siamo diversi"

Questa mattina (attorno alle 6.30 del 19 Marzo 2014) diversi blindati della Polizia si sono presentati davanti alle porte dell'Angelo Mai Altrove a Roma.
L'hanno sgomberato, congiuntamente alla chiusura di altre due occupazioni abitative, mettendo in scena un teorema scellerato applicato sempre più spesso per mettere sotto attacco i movimenti sociali che adottano pratiche di occupazione.

Cos'è successo dunque? Quale equazione ha applicato la magistratura?
Come sempre capi d'accusa molto forti come associazione a delinquere ed estorsione per criminalizzare chi ha creato con l'autogestione un luogo dedicato alle arti, un centro di produzione artistica.


L'Angelo Mai Altrove non è un locale, non è un club, è un laboratorio aperto dove molti artisti italiani si sono concentrati per dare più forza alla loro creatività, per mettersi in rete, per scambiarsi esperienze.

Oggi ci hanno messo tutti sotto attacco.
La cultura è indipendente ed autonoma. Non è gestibile. Nè dalle amministrazioni comunali, nè dalle forze dell'ordine.

L'Angelo Mai non si tocca!
Dissequestro subito!

La redazione di Sherwood.it

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<![CDATA[Intervista a Roy Paci]]>

Trombettista, compositore, arrangiatore, produttore, Roy Paci è un musicista impegnato, in tutti i sensi. Non solo perché riesce a portare avanti tanti progetti artistici diversi, da Banda Ionica ad Aretuska fino a CorLeone, passando per le collaborazioni con Manu Chao, ZU, Mike Patton e The Ex Orchestra, ma perché ha a cuore il delicato e complicato tema del lavoro musicale in Italia. Un artista in prima linea, che non si è mai risparmiato sulle battaglie da compiere per migliorare la situazione, con un occhio di riguardo per i giovani di talento.




Intervista a Roy Paci


Perché in Italia è così difficile accogliere l’idea che la musica è un lavoro? C’è un problema di mentalità?

C'è senza dubbio un problema di mentalità, ma c'è anche un problema di percezione. La percezione di tutte le professioni che hanno in qualche modo a che fare con l'arte, purtroppo, dipende anche dall'approccio che le istituzioni hanno sempre avuto con questi settori. È vero che in Italia manca persino un piano industriale per le categorie produttive "classiche", figuriamoci per noi artisti. Ma mi preme sottolineare come il nostro settore non sia mai stato considerato nell'insieme come un comparto produttivo, e questo ovviamente incide nella percezione che la gente ha dei musicisti e degli artisti in particolare.

E perché spesso la musica non viene considerata cultura, a meno che non si tratti di musica classica? Eppure abbiamo una lunghissima e ricchissima tradizione, non solo nella musica classica, ma anche nell’opera e nella canzone d’autore.
Perché in Italia c’è la tendenza a considerare cultura qualcosa che abbia almeno cent’anni. È proprio per questo motivo che ci troviamo indietro rispetto tanti altri paesi europei, sebbene giovani e interessanti progetti musicali non avrebbero da temere nessun confronto. Penso che sia adducibile al sistema gerontocratico che gestisce gran parte di radio, festival e manifestazioni.

Quali sono le carenze più gravi del sistema della musica e dello spettacolo in Italia?
Il sistema della musica e dello spettacolo è molto complesso, comprende tante realtà molto diverse fra loro, nel funzionamento, nella produzione, in tutto. Se qualcuno iniziasse a mappare questo sistema sarebbe forse chiaro che le differenze implicano delle linee di azioni diverse. È difficile individuare le carenze più gravi ed essere esaustivi in così poco spazio, ma le prime cose che mi vengono in mente sono legate, per esempio, alla condizione dei lavoratori dello spettacolo, che molto spesso pagano contributi previdenziali che non riusciranno mai a riscuotere, che sono lavoratori atipici ma nessuno ha mai pensato a una forma di sussidio per i periodi di fermo lavorativo. Penso al fatto che la tassazione sui prodotti musicali non sia sempre in regime agevolato, come succede invece per i libri. Mi vengono in mente molte cose, questo è un dibattito che andrebbe affrontato in tutta la sua complessità dai protagonisti. È una cosa che noi musicisti non abbiamo mai fatto.



Pensi che il nuovo decreto (Decreto Valore Cultura) sui concerti e gli spettacoli dal vivo rappresenti una buona soluzione? In che cosa potrebbe essere migliorato?
Non ho ancora letto il testo definitivo – quello successivo alle modifiche che normalmente vengono apportate durante un iter parlamentare – ma mi pare di poter dire che quello dello spettacolo dal vivo in posti che ospitino meno di 200 persone sia solo un tassello di un mosaico molto più grande e complesso. Sicuramente è un buon inizio, ma io – se fossi il legislatore – eviterei di fare piccole leggi senza guardare quell'insieme complesso di cui abbiamo già parlato. Perché se si perde la visione di insieme si rischia di continuare sulla strada dell'approssimazione, che è quella che oggi fa soffrire chi prova a fare della musica un lavoro.

Nel resto del mondo i grandi festival musicali, di ogni genere, sono considerati una risorsa economica, perché attraggono migliaia di persone. In Italia, invece, ogni anno “muoiono” tanti festival. Qual è il nostro problema?
In Italia abbiamo una serie di problemi che contribuiscono al fallimento di molte belle realtà. In primis c'è questa specie di convinzione che i festival debbano essere finanziati interamente dagli enti pubblici, cosa che ovviamente non è possibile. Non è possibile in paesi in cui l'investimento pubblico in cultura è di gran lunga maggiore rispetto all'Italia, figuriamoci da noi. C'è anche da dire che in Italia abbiamo avuto ministri che non si sono vergognati di dire che "con la cultura non si mangia", quindi non ci si stupisce se in periodi di ristrettezze economiche i primi tagli vengono effettuati su quei settori considerati "inutili". La realtà dei fatti, e anche i numeri di chi ha continuato a investire in cultura, in realtà smentiscono i teorici del "con la cultura non si mangia". Un altro problema è senza dubbio quello che vede il pubblico forse un po' troppo abituato agli eventi gratuiti. In Europa non funziona così, ed è forse anche per questo che lì i festival continuano ad avere lunga vita mentre qui da noi chiudono anche realtà molto consolidate. C'è un meccanismo virtuoso che vede lavorare insieme pubblico e privato, e i risultati sono notevoli.

Tu sei un artista eclettico, hai tanti progetti diversi. Dove trovi gli stimoli per ricominciare ogni volta?
La mattina appena mi sveglio e guardo fuori dalla finestra penso che sarebbe impossibile vivere senza il suono, senza la minima frequenza che fa vibrare l’intero universo. Da quel principio fondamentale si divampa in me il fuoco raro della musica che con naturalezza apre varchi e libera emozioni che agli occhi dell’indifferente possono sembrare apparentemente normali. Quelle emozioni sonore invece sono particelle elementari che cesellano strutture armoniche nuove e che, se raccolte in tempo reale, irrorano il nostro cervello con un costante flusso d’energia creativa.



Mi fai qualche esempio di realtà positiva in Italia (festival, scene cittadine, etichette…)?
Come ben puoi immaginare in trent’anni di carriera musicale e quasi 5000 concerti in giro nel mondo ho avuto la possibilità di vedere tantissime realtà diverse tra loro ma molto affascinanti. In Italia ultimamente ho conosciuto ragazzi che nel corso degli anni, con sacrifici e tanta buona volontà, sono riusciti a portare alla ribalta dei festival con le loro forze e renderli veramente eccezionali: mi riferisco a Balla coi Cinghiali e Albizzate Valley Festival. Avevo tentato di far partire un festival in Calabria chiamato L’urlo degli Enotri, esattamente a Tortora, con la prima edizione riuscitissima tra concerti tutto il giorno, show cooking e laboratori etici, ma quest’anno è stato boicottato. Oltretutto avevo anche coinvolto molti artisti della mia etichetta discografica indipendente Etnagigante, che mi stanno dando moltissime soddisfazioni, come John Lui e i suoi See You Downtown e Grazia Negro.

Negli ultimi due anni sono stati occupati e “aperti” tanti teatri e spazi per la cultura. Credi che possano rappresentare una risorsa concreta nel lungo periodo?
Abbiamo già vissuto in Italia un periodo in cui gli spazi occupati hanno regalato all'Italia una linfa preziosissima in ambito culturale e musicale. Questo periodo è finito, siamo in molti a chiederci ancora il perché. Adesso si ricomincia, e ovviamente si ricomincia in modo diverso, perché il contesto è cambiato e perché le cose non si ripetono mai nella stessa maniera, non sarebbe giusto. Io mi auguro che ci sia un lungo periodo per queste realtà e mi auguro che diventino importanti nel panorama generale. Non riesco a fare previsioni, perché vivo nel paese più strano del mondo, però auguro a loro il meglio.

CorLeone è un progetto particolare, non proprio “pop”, eppure ha avuto un ottimo riscontro. In quali spazi l’avete promosso e presentato dal vivo?
Sì, hai ragione, CorLeone non è per niente un progetto "pop". Per l'ottimo riscontro devo senza dubbio ringraziare chi ha collaborato con me, sia in fase di realizzazione che di promozione del disco e dei live. Siamo stati ospiti di diverse radio, abbiamo girato i club più interessanti d'Italia e in estate siamo anche stati in giro per molte piazze all'aperto. Devo dire che chi ha apprezzato il nostro lavoro – sia fra gli addetti ai lavori che fra il pubblico – è la spinta motivazionale più grande per continuare a tracciare percorsi diversi, difficili, alternativi, d'avanguardia che però danno tantissima soddisfazione a un musicista come me.

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<![CDATA[Report dell'Assemblea di Movimento]]>

Per un autunno di movimento.
Per un anno di ribellione nello spazio euro mediterraneo.
Per le coalizioni sociali.

Report ai naviganti in movimento dalla Foresta di Sherwood.


Non si deve andare in chiesa se si vuol respirare aria pura



Domenica 7 luglio 2013 ha avuto luogo l'assemblea di movimento proposta dallo Sherwood Festival; centinaia di attivist@ dei centri sociali e compagn@ dei movimenti sociali hanno partecipato ad evento che ha visto decine di interventi e la volontà comune di scrivere un'agenda di lotta che abbracci senza soluzione di continuità territori locali e l'intero spazio politico transnazionale che intendiamo oltre e contro i confini della vecchia Unione Europea e che vogliamo abbracci le coste mediterranee dell'Africa e le sponde est della Turchia.

Questa scelta di campo ci permette di definire il territorio politico partendo dalle lotte e dai conflitti che proprio in questi estremi – e non “periferie” perchè la cartografia delle rotte che ci interessano è baricentrica nei conflitti, non è la riproduzione della geografia istituzionale- sono stati e sono tutt'ora massivi, a volte costituenti e ci impongono un salto di qualità nella loro lettura.

L'assemblea ha evidenziato la necessità di una rottura di avanti nella ricerca politica che evidenzi i nessi indissolubili tra sviluppo del capitalismo - che è sempre una relazione conflittuale tra lavoro sociale e capitale ed in nessun caso un freddo ed oggettivo stato d'essere economico - la composizione tecnica di classe e la forma politica dei movimenti soprattutto ove essi esprimono potenza costituente.

In questo modo è possibile notare la differenza di qualità tra quanto avviene, ad esempio nelle strade incendiate di Istanbul od in queste settimane al Cairo o le grandi mobilitazioni sociali in Brasile durante la Confederation Cup ed il non essere, almeno secondo una metrica quantitativa, dei conflitti sociali all'interno dell'Unione Europea.
La crisi, è stato introdotto fin dall'inizio della discussione, è generale, ma è del tutto differente nei suoi punti di applicazione se osserviamo le sue tendenze in una prospettiva globale tant'è che dovremmo sempre associare alla parola “crisi” le declinazioni di “trasformazione” per evidenziare lo spostamento dei processi di valorizzazione ed accumulazione nel ciclo lungo e globale dell'economia-mondo e della mutante divisione internazionale del lavoro.

Infatti, al declino economico europeo fa da contrasto la crescita dei Brics, al tramonto del secolo dell'egemonia politica e militare nordamericano -un tempo descritto dalla teoria degli imperialismi- segue progressivamente la crescita della centralità cinese ed asiatica che pare inaugurare un nuovo paradigma per le relazioni tra isole imperiali, interno alla tecnostruttura del finanzcapitalismo e che per certi versi ricorda più la lex mercatoria del XVII secolo che lo scontro, anche guerreggiato, tra imperialismi del XX secolo.

Affrontare fino in fondo lo spazio politico transnazionale impone di discutere con franchezza nei movimenti sociali come stiamo insieme, come costruiamo dal basso la nuova grammatica dei conflitti, come organizziamo in maniera efficace e collaborativa la redazione dell'agenda.
Agora99 a Roma nell'autunno e le giornate di Blockupy nei primi mesi dei 2014 contro la nuova EuroTower che saranno organizzate dalla coalizione tedesca di certo sono due appuntamenti ai quali scegliamo di partecipare e di contribuirne alla preparazione e riuscita.

In maggio avranno luogo le elezioni europee, ed è, ad oggi, giusto riconoscere la non novità dell'offerta politica ed attendersi un generale atto di sfiducia denotato da un alto astensionismo. Quale può essere la riformabilità dell'istituzionalità europea? Come è possibile ancora pensare che esse siano attraversabili da processi di innovazione democratica?
Forse, ed è un interrogativo politico che riguarda tutti e tutte, dobbiamo rilanciare la critica senza quartiere alla rappresentanza senza democrazia. Alle raus!, dunque. Apriamo il dibattito.
Un piano parallelo della discussione ha messo a tema i conflitti per i beni comuni ed i processi di costruzione della Costituente che è importante soprattutto nell'incrocio tra dispositivi territoriali che sappiano federare comitati, movimenti e esponenti del diritto critico in un piano di lotta comune contro le grandi opere e l'espropriazione della risorsa ambientale.

Non vi può essere un partito dei beni comuni; c'è invece l'esigenza ed un enorme spazio politico per la costruzione di movimento federato e coalizzato sul tema dei conflitti per i beni comuni e per una battaglia generale nel campo della scienza giuridica per sottrarre i commons dall'istituto della proprietà, statale o privata che sia, alla loro finanziarizzazione e per ottenere un'ampia e generale amnistia per i reati afferenti le resistenze per i beni comuni.
Anche per continuare questa importante discussione saremo al campeggio dell'Amiata del Forum dei movimenti per l'Acqua ed già in autunno a Parma avranno luogo iniziative contro la governance finanziarizzata delle aziende ex municipalizzate e contro l'inceneritore.
La terza parte dell'assemblea si è concentrata sui centri sociali, sulla novità dei nuovi spazi conquistati nei territori, sulla composizione di movimento che ne costituisce la soggettività.

E' molto importante riconoscere e mettere ad evidenza come essi hanno avuto flussi di giovani e giovanissimi, spesso studenti delle medie-superiori, che hanno dimostrato una disponibilità al conflitto ed una libertà nel viverlo del tutto straordinaria. Nuove generazioni in nuovi spazi sociali che fanno da contrasto alle generazioni universitarie e post-universitarie che da qualche anno non esprimono più movimenti ampi e generali che sappiano riaprire la partita sul loro futuro.
I compagni e le compagne di ZTL hanno proposto un appuntamento a settembre a Treviso per ragionare e mettere in comune esperienze e soggettività dei centri sociali ed al quale invitiamo tutti i nuovi centri sociali occupati, così come quelli già esistenti nei territori.

Forse proprio questa meravigliosa anomalia italiana può fornirci gli occhiali adeguati per riprendere l'iniziativa sul tema del reddito di cittadinanza, che non va delegata ai pantani dell'iniziativa parlamentare al tempo della Grande Coalizione, ma va intesa fino in fondo come una categoria politica generale e complessiva per la riappropriazione di quote della ricchezza sociale e socialmente prodotta.
Spetta a noi il diritto/ dovere di prenderci il reddito che ci spetta e questo reddito lo immaginiamo anche in termini non monetari: quando occupiamo un centro sociale stiamo lottando per il reddito.

L'assemblea ha valorizzato le grandi lotte del ciclo della logistica che quest'anno hanno dimostrato fattivamente come sia possibile organizzarsi ed organizzare in modo nuovo ed originale il lavoro sul posto di lavoro ed nelle mille contraddizioni che ha la vita precaria -ad esempio sul nodo fondamentale del diritto all'abitare- senza essere un sindacato nazionale, ma sperimentando a 360° le possibilità del biosindacalismo.
Abbiamo contribuito ad attivare e stiamo organizzando un vero e proprio ciclo di lotte sulla logistica che ha imposto l'apertura di tavoli di negoziazione aziendale sui temi dell'orario, del salario, dell'agibilità sindacale a colossi come Bartolini, GLS, SDA.
L'assemblea ha condiviso l'importanza e l'esemplarità dell'esperienza delle Officine Zero a Roma dove si sta costruendo una grande esperienza di resistenza laboratoriale lasciato nella fabbrica ex RSI.

Siamo convinti che queste sperimentazioni ci offrano la possibilità di conflitti sociali nuovi e di connettere la battaglia per il reddito, appunto, con la conquista di diritti sul posto di lavoro e inventando creativamente le strategie di resistenza, di connessione mutuale, ri/combinazione degli spazi liberati dalla crisi e che possiamo mettere a nuovo valore sociale con dispositivi di lotta e cooperazione sociale di nuovo tipo.

Infine, i compagni e le compagne No Dal Molin hanno annunciato la manifestazione del 7 settembre contro la base militare, per continuare la battaglia per un territorio senza basi di guerra e senza servitù militari.


Il futuro non è scritto, ci muoviamo in #movimento.

Dallo Sherwood Festival, domenica 7 luglio 2013.

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<![CDATA[Lunedì 1 luglio - Sherwood Festival 2013]]>

Lunedì 1 luglio è stato, come sempre, un lunedì di dibattito a Sherwood Festival 2013.

Ospite in studio Luca Tornatore, ricercatore triestino, che ricorda la figura di Margherita Hack.

Contro il privato e oltre il pubblico, un nuovo paradigma del comune prende corpo nel rapporto tra i giuristi della Commissione Rodotà e i movimenti sociali. Prende forma sul second stage con un pubblico di più di seicento persone l'incontro pubblico ospitato da Sherwood Festival a Padova della costituente per i beni comuni, giunta alla quarta tappa del percorso iniziato lo scorso aprile.

Quasi venti interventi, a partire da quelli del giurista Ugo Mattei e del Teatro Valle occupato che hanno presentato la proposta della costituente, hanno espresso la condivisione di un innovativo spazio pubblico di confronto, caratterizzato dall’incontro inedito tra i docenti che avevano, a suo tempo, animato la Commissione Rodotà per la riforma del diritto civile, e l’eterogeneo insieme di spazi sociali e culturali occupati, movimenti, associazioni e comitati che si battono per la difesa e la conquista dei “beni comuni”.

L'obiettivo è tradurre, attraverso il continuo scambio di saperi e pratiche, le rivendicazioni quotidianamente espresse da intere comunità che si battono per tutelare e riappropriarsi di beni comuni quali ambiente, cultura e reddito, nel riconoscimento di nuovi diritti e nella conquista di più avanzati livelli normativi. Obiettivo tanto più rilevante, nel momento in cui si è aperto, sulla scena politico-istituzionale, un dibattito sulla riforma della Costituzione che rischia di avere carattere puramente regressivo, invece che essere occasione di reale innovazione.

Nel corso della serata è stato introdotto un ulteriore tema per i lavori della costituente: la necessità di affrontare anche il terreno del diritto penale, oltre quello civile e ambientale, in modo da elaborare proposte normative che siano in grado di tutelare e di sottrarre alla logica dei Tribunali chi, battendosi per l'affermazione dei beni comuni, è costretto nelle proprie pratiche di lotta a rompere la legalità data, dal riconoscimento del principio di "non offensività" a quello del "diritto di resistenza".

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Il momento pubblico serale è stato preceduto, nel pomeriggio, dal confronto tra centocinquanta attivisti di movimenti e comitati del Nordest e un gruppo di operatori del diritto veneti, che hanno deciso di costruire un permanente laboratorio territoriale di dibattito ed elaborazione della costituente, cui tutte/i coloro che si battono per i beni comuni sono invitate/i a partecipare.

Nel Veneto infatti si vive con particolare intensità la contraddizione tra le continue aggressioni al territorio da parte di grandi opere (in essere o in progetto, dai “mostri galleggianti” che solcano la Laguna alle infrastrutture autostradali che attraversano l’intera regione) e servitù di ogni genere (da quelle militari come nel caso del Dal Molin e dell’intera provincia di Vicenza a quelle del terziario speculativo come per Veneto City), e la domanda di autonomia e riappropriazione della propria sovranità democratica, posta con forza dalle comunità locali. Ognuna di queste vertenze territoriali porrà così all'attenzione della costituente specifici temi giuridici: dalla riappropriazione comunitaria delle competenze sulle acque al superamento delle concessioni uniche alle lobby speculative per quanto riguarda Venezia, dalla segretezza dei trattati internazionali alla sottrazione di intere porzioni di territori per usi bellici per Vicenza, dallo smantellamento di tutta la legislazione "emergenziale" che giustifica attraverso gestioni commissariali l'imposizione di grandi opere alla disarticolazione della logica finanziaria del project financing per la Riviera del Brenta e molte altre aree, fino alla revisione di tutta la materia concernente lo sfruttamento delle acque nelle Dolomiti, per la produzione di energia elettrica così come per le necessità irrigue di una produzione agricola intensiva e monocolturale.

I due momenti della costituente dei beni comuni si sono conclusi con l'indicazione dei prossimi appuntamenti, già fissati e fatti propri da tutti i partecipanti: mentre a livello nazionale prosegue il lavoro "in sede redigente" della commissione dei giuristi, per il Nordest il laboratorio territoriale si ritroverà il prossimo 2 settembre a Vicenza (negli spazi del Festival No Dal Molin) e il 19 / 20 ottobre nel Bellunese per le iniziative intorno alla celebrazione della memoria della strage del Vajont.

Per info e ulteriori adesioni al Laboratorio Nordest della costituente dei beni comuni indirizzo email:

costituentenordest@eco-magazine.info

Di seguito la versione integrale del dibattito:

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<![CDATA[Giovedi 20 Giugno - Sherwood Festival 2013]]>

Giovedì 20 giugno 2013, qui a Sherwood Festival 2013 un'altro giorno ricco di dibattiti, presentazioni e musica.

In memoria della "Giornata Mondiale del rifugiato" assieme al progetto Melting Pot Europa & ZaLab abbiamo fatto "un viaggio" tra diritti negati e racconti di vita; ospiti della Web Tv: Giuseppe Zambon di Global Project, Gabriele Del Grande di Fortress Europe, Stefano Liberti giornalista e Nicola Grigion del progetto Melting Pot Europa.
Ha séguito il film Vol Special di F.Melgar.

Un susseguirsi di ospiti che ci hanno portato alla presentazione del libro con l'autore Giuliano Santoro, dal titolo "Un Grillo qualunque".

A seguire degli incontri di tipo più culturale siamo passati a quelli musicali, assieme a "L'Orso" che ha allietato i nostri timpani per la maggior parte della serata.

L'intervista a Giuliano Santoro, che ci parla del suo libro "Un Grillo qualunque".
Tratta di argomenti quali il Movimento 5 Stelle e il populismo digitale nella crisi dei partiti italiani.

L'intervista a "L'Orso" fatta da Momo.
Dall'Ukulele all'LP.

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Per coloro che amano far zapping, è giunto il momento buono; qui però non si tratta di cambiare di canale in canale ma di foto in foto. Buona visione.

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<![CDATA[Nelle terre del Biocidio]]>

Chiaiano, Pianura, Terzigno, Giugliano, Terra dei fuochi. E ancora Bagnoli, Napoli est, Acerra, basso casertano e Terra di lavoro. In Campania la lista delle terre devastate dal disastro ambientale è lunga, ormai definita in una sola parola: Biocidio. Questo termine fu utilizzato da un attivista dei comitati anti-discarica ad Afragola, uno dei comuni dell’area nord di Napoli e cuore della Terra dei fuochi. In queste terre migliaia di uomini e donne si sono opposti con i loro corpi all’apertura di discariche e hanno denunciato lo smaltimento illecito della monnezza (urbana, tossica e industrale) sotto i viadotti delle autostrade e delle bretelle provinciali. Oggi questi territori fanno i conti con un’altra emergenza, dopo quella perenne dei rifiuti (urbani e speciali, legali e non): la salute dei cittadini campani.

Gli ultimi 12 mesi hanno portato alla luce dati inequivocabili e ricerche empiriche commissionate da istituzioni ed enti locali. Addirittura lo Stato ammette la sua stessa responsabilità con le 600 pagine votate all’unanimità dalla Commissione parlamentare d'inchiesta.: «Il danno ambientale che si è consumato è destinato, purtroppo, a produrre i suoi effetti in forma amplificata e progressiva nei prossimi anni con un picco che si raggiungerà, secondo quanto riferito alla Commissione, fra una cinquantina d'anni. Questo dato può ritenersi la giusta e drammatica sintesi della situazione campana». Queste colpe, però, non trovano responsabili nelle sentenze giudiziarie a causa dei ritardi della magistratura. Ultimo in ordine di tempo è il sequestro dell’area di Bagnoli avvenuto solo 6 anni dopo la denuncia dei cittadini per i danni ambientali in atto sull’ex Italsider. E andrà in prescrizione il processo “rompiballe” dove sono accusati Bassolino, Fibe e tutti gli attori del piano regionale dello smaltimento dei rifiuti.

I numeri: le ricerche di Antonio Giordano

Nel luglio scorso l’Istituto oncologico Pascale di Napoli in uno studio pubblicato dal quotidiano Avvenire. Ecco nello specifico cosa dicono alcuni dati: «Per quanto riguarda, ad esempio, il tumore del colon retto, in provincia di Napoli – si legge nello studio del Pascale – nel triennio 1988/1990 si riscontra negli uomini un tasso del 17,1 su 100mila abitanti, negli uomini, che nel periodo 2003/2008 sale al 31,3», mentre nelle donne gli stessi tassi per gli stessi periodi sono «16,3 e poi 23». E a Caserta: «19,3 (sempre per 100mila) per i maschi dal 1988 al 1990 e 30,9 dal 2003 al 2008», con «16,4 e poi 23,8 nelle donne». Al contrario i tassi italiani, per lo stesso tipo di tumore e gli stessi periodi, «sono stabili, passando dal 33 al 35 negli uomini e dal 30,5 al 29,3 nelle donne».Ma non finisce qui, sono interessati anche polmoni, mammelle e fegato: «l’incremento del tasso di mortalità femminile per tumore del polmone è stato superiore al 100% nella provincia di Napoli ed al 68% in quella di Caserta. Il tasso di mortalità per tumore alla mammella, che era21,4 inprovincia di Napoli nel 1988/1990, è aumentato fino a 31,3 nel 2003/2008, mentre in Italia passava da37,6 a37,7».

In quegli stessi giorni il luminare napoletano Antonio Giordano, ordinario di Anatomia e Istologia Patologica presso l'università di Siena, nonché direttore dello Sbarro Institute for Cancer Research and Molecular Medicine di Philadelphia (Usa), insieme a Giulio Tarro, primario emerito dell'Azienda Ospedaliera Cotugno di Napoli e chairman della commissione sulle Biotecnologie della Virosfera, Wabt – Unesco a Parigi, ha pubblicato l’e-book “Campania terra dei veleni” e fu il primo a parlare di “Dna bucato e indebolito” dei cittadini campani. Questo testo è la seconda tappa di un lavoro iniziato dal padre di Antonio, Giovan Giacomo Giordano (libro “Salute e ambiente in Campania” del 1976, ndr) e ha lanciato un pesante j’accuse: «i politici e alcuni brillanti oncologi dicono che non c’è un nesso tra rifiuti, diossina e aumento delle malattie – ha affermato - In questi anni non abbiamo ricevuto un solo dato dal Registro dei tumori e dalle istituzioni sanitarie campane. Allora ci siamo messi a studiare da soli e lo stesso dovrebbero fare i medici di base della regione per avere riscontri attendibili: in Campania ci sono 40mila casi di tumori alla mammella in più e un aumento del 15% di casi di cancro per le donne sotto i 40 anni». Il testo si apre con una prefazione del senatore Ignazio Marino, intervenuto ieri in video, che lancia l’allarme per le future generazioni: «Leggendo il rapporto – scrive il parlamentare del Pd - si ha l’impressione che napoletani e campani vivano come quelle cavie della ricerca destinate poi ad ammalarsi: si registra +9 per cento di mortalità tra gli uomini, +12% tra le donne e + 80% di tumori a polmoni e stomaco, linfomi e malformazioni neonatali che diminuiscono invece nelle altre regioni italiane»

Un ultimo contributo e ulteriori conferme sull’emergenza sanitaria in atto, strettamente legata a quella dei rifiuti, l’ha fornita la ricerca dell’Isde-Medici per l’ambiente per conto del Comune di Napoli. Chiaiano, Pianura, Bagnoli e Napoli est sono le municipalità ai primi tre posti nella drammatica classifica della mortalità per tumore. Si tratta di quei quartieri che hanno ospitato discariche e siti industriali per decenni. Anche gli stessi magistrati della Procura di Napoli hanno definito questi territori “bombe ecologiche”. In particolare Pianura ha ospitato la discarica di Contrada Pisani per quasi mezzo secolo: i carabinieri del Noe hanno descritto dettagliatamente come in questo stesso invaso abbiano sversato aziende ospedaliere, imprese ed enti locali del Nord.

Le mobilitazioni: il cancro non aspetta

Le prime mobilitazioni sui dati delle malattie tumorali e sulla loro relazione con i territori martoriati da discariche e inceneritori sono iniziate lo scorso settembre. Ad aprire una breccia è stata la Campagna Stop Biocidio, iniziata il 7 ottobre con un convegno a Napoli. Si sono ritrovati intorno a un tavolo gli stessi scienziati come Antonio Giordano, Giulio Tarro, dirigenti politici come Francesco Maranta (primo politico europeo premiato dal Ramazzini Istitute per le sue battaglie contro l’amianto) e organizzazioni come Medicina democratica, Rete Commons, comitato zero rifiuti industriali, Isde, Comitato Fuochi, cittadini, giornalisti e studenti. Tutti insieme hanno chiesto due risposte: screening sanitario e bonifiche. Lo stesso Giordano, qualche settimana prima, aveva lanciato un appello ai giovani del Sud: «Il tempo è già scaduto – scirve lo scienziato napoletano – perché il cancro non aspetta. Il cancro è oggi; incurante delle distinzioni di sesso, di razza, di religione, di classe. Che ci piaccia o no il cancro opera come  ‘na livella’».

Le successive tappe di questa mobilitazione ha visto momenti di tensione di fronte al silenzio e alle incertezze delle istituzioni locali (e nazionali). Il sindaco Luigi de Magistris ha disertato l’incontro del 7 novembre durante un presidio della campagna e si è tenuta alla larga dalla questione spinosa. Sempre a ottobre Don Maurizio Patriciello veniva zittito dal prefetto di Napoli scatendando un’ondata di indignazione. Lo stesso parroco è punto di riferimento a Caivano nella battaglia per salute attraverso fiaccolate e marce a cui hanno preso parte migliaia di persone. A gennaio, poi, l’ex ministro Balduzzi è stato duramente contestato dai comitati durante la sua partecipazione a un convegno organizzato dalla diocesi locale. In quell’occasione ci fu la rabbia di donne, attivisti e comitati contro l’uomo che smentiva il nesso tumori-disastro ambientale, puntando il dito contro “la dieta mediterranea dei campani”. Il resto è un continuno muro di gomma, un silenzio di cui la Regione Campania è principale protagonista. Da Palazzo Santa Lucia è arrivata una continua fuga di fronte alle domande dei cittadini  mentre il governatore Stefano Caldoro continua a tacere.

Chi vuole le bonifiche

 Con il nuovo governo e un nuovo ministro dell’Ambiente come Andrea Orlando, che conosce molto bene Napoli e la Campania (è stato commissiario del Pd per due anni), si vedrà quale attenzione sarà offerta all’emergenza campana. Lo stesso Orlando ha effettuato un primo giro nella Terra dei fuochi e incontrato una parte dei comitati. La promessa del neoministro riguarda interventi di bonifica. Ora tutti sembrano volere le bonifiche. Anche il vice sindaco di Napoli, Tommaso Sodano, ha cambiato. Dopo il suo atteggiamento prudente sui dati del professore Giordano adesso l’ex senatore dice che i numeri esistenti provano il nesso tumori-rifiuti e chiede aiuto a Sel e M5S. È chiara, invece, un’altra questione. Non è sufficiente chiedere solo le bonifiche. Siamo in un settore dove le infiltrazioni di aziende “tossiche” è un rischio molto elevato. I comitati chiedono certezze e la possibilità di sedere intorno a un tavolo con le istituzioni per decidere: sono loro gli unici garanti per dare un futuro di vita alle terre del Biocidio.

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<![CDATA[RadioSàlvati! del 27 maggio 2013]]>

Cari ascoltatori di RadioSàlvati! vi siete appena imbattuti nella 16ima puntata della vostra sAga radiofonica preferita!

Argomenti trattati oggi? Molto vari: abbiamo cominciato - come al solito - dall'attualità (vedi le elezioni amministrative del 26-27 maggio) per poi addentrarci verso i massimi sistemi che piacciono tanto al conduttore di questa trasmissione (vedi l'Europa, l'astensionismo elettorale come allarme per la tenuta democratica del Paese etc.etc.). Però nessun pippone, giuro.

Tanta bella Musica, davvero. :)

Buon ascolto!

PLAYLIST

A Sambà - SIMONE CRISTICCHI
Più del minimo - BUD SPENCER BLUES EXPLOSION
Paradise City - GUNS N' ROSES
Costa Rica - EX-OTAGO
Subterranean Homestick Blues - BOB DYLAN
E' Tornato Garibaldi - STATUTO


Davide

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<![CDATA[Appello al mondo della musica e della cultura ]]>

7, 8 e 9 giugno 2013

Giornate internazionali d'incontro e di lotta contro le "Grandi Opere". Salvare Venezia dalla distruzione, dall'ignoranza, dall'arroganza dei poteri forti si può, si deve.

Cari amici,

rivolgiamo questo appello al mondo della musica, della letteratura, delle arti visive e performative, della creatività. Vorremmo invitarvi a partecipare ad una grande iniziativa di incontro e di lotta che si svolgerà a Venezia venerdì 7, sabato 8 e domenica 9 giugno 2013.

In queste giornate giungeranno a Venezia dall’Italia e dall’estero tanti comitati territoriali (No Tav - Val di Susa, No Muos - Niscemi, No Ponte sullo Stretto di Messina, No Notre Dame des Landes - Paris, Cittadini e Lavoratori Liberi e Pensanti - Taranto, Comitato Lasciateci Respirare - Padova Marghera …) che come noi lavorano quotidianamente e concretamente, approfondendo l’inchiesta, la denuncia, lo studio delle alternative, ma anche attraverso l’azione diretta, per la salvaguardia del proprio territorio, cercando di far valere propri diritti alla salute, all’abitare, all’autodeterminarsi nel proprio territorio, secondo il principio della democrazia partecipativa. Vorremmo coinvolgervi nella nostra battaglia contro una presenza ingombrante e dannosa che minaccia la bellezza della nostra città e la sicurezza delle nostre vite.

Il Comitato No Grandi Navi - Laguna Bene Comune è nato a Venezia il 6 gennaio  2012 dall’incontro di diverse realtà, associazioni e singoli cittadini, uomini e donne di diversa estrazione, orientamento politico, sensibilità. Medici e pescatori, lavoratori precari e pensionati, studenti e docenti, accomunati dall’obbiettivo di interrompere un traffico in costante aumento di navi evidentemente incompatibili con una città millenaria, patrimonio dell’Unesco, propulsivo e ricettivo centro storico-culturale di valore incalcolabile, il cui equilibrio geomorfologico, già alterato da decenni di cementificazione e speculazioni di ogni tipo, è messo a dura prova ogni giorno dal passaggio di cinque, sei, sette navi da crociera.

Vi chiediamo di farvi interpreti della legittima rabbia e della gioiosa vitalità di un territorio fragile ma coraggioso, di un’isola felice che troppo spesso è stata definita “città morta”, e invece è più viva che mai - e i tanti musicisti, scrittori e artisti che ci abitano questo lo sanno bene.

Per chi invece non conosce da vicino la nostra città, per chi non avesse mai assistito all’orrida sfilata di questi mostruosi giganti marini, è possibile fare dei paragoni: immaginiamo una sorta di Corviale semovente che ogni giorno si muove su e giù da Via dei Fori Imperiali a Piazza San Pietro. La sproporzione risulterebbe lampante, ma il problema non è certo solo di natura estetica. Immaginiamo ancora qualche centinaio di pullman turistici stipati tra Palazzo Vecchio e la Loggia dei Lanzi mentre attendono, con il motore acceso per tutto il giorno, la fuoriuscita dei turisti al termine della visita degli Uffizi. Senza contare che il carburante utilizzato dalle navi da crociera è inquinante circa tremila volte più di quello di un’autovettura. Si calcola che le emissioni di ognuna di queste navi siano pari a quelle prodotte da quattordicimila automobili. Venezia non è destinata a scomparire per sua natura, per un destino ineluttabile e crudele, ma dalle precise scelte di istituzioni lontane attente solo agli interessi che ne stanno firmando la condanna a morte. 

Per questo, alzare la voce contro l’ingiustizia di decisioni imposte dall’alto, dal Ministero dei Trasporti, dall’Autorità Portuale, dalla Capitaneria di Porto, è fondamentale, per chi a Venezia ci vive e per chi vuole goderne la peculiare, irripetibile bellezza, nel rispetto della sua storia, delle sue tradizioni, della sua biodiversità.

Salvare Venezia e la sua Laguna da un sistema speculativo corrotto e spregiudicato, dalla distruzione e dall’ignoranza, dall’arroganza dei poteri forti, è oggi più che mai urgente e decisivo, pretendere per essa l’adozione di un modello di sviluppo sostenibile e la difesa della democrazia, legittimo e necessario.

Altro elemento assai curioso: la controversa questione del rispetto della quiete pubblica. Di sera, a Venezia è quasi impossibile fare musica (date le ordinanze che impongono limitazioni ferree in quanto a orari, spazi e generi musicali). Esistono infatti due soli spazi in tutto il centro storico in cui sia possibile suonare ed ascoltare la musica oltre le 23, non a caso gli unici spazi autogestiti, grazie a un percorso di anni di occupazione, dunque ancora fuori della legalità formale. Come se questo coprifuoco non bastasse ad intristire e annoiare le serate della popolazione, soprattutto di quella giovanile, si osserva un’anomalia del “sistema-vetrina” in cui tutto sembra assopito, irrigidito e sotto controllo: le navi da crociera emettono a qualsiasi ora rumori assordanti. Di giorno la voce borbottante del capitano che invita a usufruire di tutti i comfort e i servizi commerciali offerti s’insinua nelle case di Santa Marta e nelle aule universitarie di San Basilio, di notte i monotoni e prepotenti beat da discoteca di bassa lega. Oltre il danno, la beffa. Come a sottolineare che a chi è in crociera è concesso il divertimento, anche a costo di disturbare chi lavora, chi studia, chi riposa a pochi metri di distanza.

E’ il momento di riprendersi dal basso spazi di socialità, informazione, produzione e movimentazione culturale. Nelle serate tra il 7 e il 9 giugno, vogliamo che la musica, le parole, le danze riempiano le nostre calli e risuonino nei nostri cuori. Mettiamo a disposizione queste serate per chiunque volesse esprimere con noi il dissenso e la convinzione che un’altra Venezia, una Venezia in cui turista e residente, abitante ed esercente possano convivere in un rapporto armonico di scambio e rispetto reciproco, è possibile.

Tutti sono invitati a partecipare, portando il proprio contributo materiale o immateriale: una presenza, un gesto, un simbolo, un testo, un’immagine, una canzone, uno slogan, un coro.

Più semo e meio stemo!

Cari amici,

rivolgiamo questo appello al mondo della musica, della letteratura, delle arti visive e performative, della creatività. Vorremmo invitarvi a partecipare ad una grande iniziativa di incontro e di lotta che si svolgerà a Venezia venerdì 7, sabato 8 e domenica 9 giugno 2013.

In queste giornate giungeranno a Venezia dall’Italia e dall’estero tanti comitati territoriali (No Tav – Val di Susa, No Muos – Niscemi, No Ponte sullo Stretto di Messina, No Notre Dame des Landes – Paris, Cittadini e Lavoratori Liberi e Pensanti – Taranto, Comitato Lasciateci Respirare - Padova Marghera …) che come noi lavorano quotidianamente e concretamente, approfondendo l’inchiesta, la denuncia, lo studio delle alternative, ma anche attraverso l’azione diretta, per la salvaguardia del proprio territorio, cercando di far valere propri diritti alla salute, all’abitare, all’autodeterminarsi nel proprio territorio, secondo il principio della democrazia partecipativa. Vorremmo coinvolgervi nella nostra battaglia contro una presenza ingombrante e dannosa che minaccia la bellezza della nostra città e la sicurezza delle nostre vite.

Il Comitato No Grandi Navi – Laguna Bene Comune è nato a Venezia il 6 gennaio  2012 dall’incontro di diverse realtà, associazioni e singoli cittadini, uomini e donne di diversa estrazione, orientamento politico, sensibilità. Medici e pescatori, lavoratori precari e pensionati, studenti e docenti, accomunati dall’obbiettivo di interrompere un traffico in costante aumento di navi evidentemente incompatibili con una città millenaria, patrimonio dell’Unesco, propulsivo e ricettivo centro storico-culturale di valore incalcolabile, il cui equilibrio geomorfologico, già alterato da decenni di cementificazione e speculazioni di ogni tipo, è messo a dura prova ogni giorno dal passaggio di cinque, sei, sette navi da crociera.

Vi chiediamo di farvi interpreti della legittima rabbia e della gioiosa vitalità di un territorio fragile ma coraggioso, di un’isola felice che troppo spesso è stata definita “città morta”, e invece è più viva che mai – e i tanti musicisti, scrittori e artisti che ci abitano questo lo sanno bene.

Per chi invece non conosce da vicino la nostra città, per chi non avesse mai assistito all’orrida sfilata di questi mostruosi giganti marini, è possibile fare dei paragoni: immaginiamo una sorta di Corviale semovente che ogni giorno si muove su e giù da Via dei Fori Imperiali a Piazza San Pietro. La sproporzione risulterebbe lampante, ma il problema non è certo solo di natura estetica. Immaginiamo ancora qualche centinaio di pullman turistici stipati tra Palazzo Vecchio e la Loggia dei Lanzi mentre attendono, con il motore acceso per tutto il giorno, la fuoriuscita dei turisti al termine della visita degli Uffizi. Senza contare che il carburante utilizzato dalle navi da crociera è inquinante circa tremila volte più di quello di un’autovettura. Si calcola che le emissioni di ognuna di queste navi siano pari a quelle prodotte da quattordicimila automobili. Venezia non è destinata a scomparire per sua natura, per un destino ineluttabile e crudele, ma dalle precise scelte di istituzioni lontane attente solo agli interessi che ne stanno firmando la condanna a morte. 

Per questo, alzare la voce contro l’ingiustizia di decisioni imposte dall’alto, dal Ministero dei Trasporti, dall’Autorità Portuale, dalla Capitaneria di Porto, è fondamentale, per chi a Venezia ci vive e per chi vuole goderne la peculiare, irripetibile bellezza, nel rispetto della sua storia, delle sue tradizioni, della sua biodiversità. Salvare Venezia e la sua Laguna da un sistema speculativo corrotto e spregiudicato, dalla distruzione e dall’ignoranza, dall’arroganza dei poteri forti, è oggi più che mai urgente e decisivo, pretendere per essa l’adozione di un modello di sviluppo sostenibile e la difesa della democrazia, legittimo e necessario.Altro elemento assai curioso: la controversa questione del rispetto della quiete pubblica. Di sera, a Venezia è quasi impossibile fare musica (date le ordinanze che impongono limitazioni ferree in quanto a orari, spazi e generi musicali). Esistono infatti due soli spazi in tutto il centro storico in cui sia possibile suonare ed ascoltare la musica oltre le 23, non a caso gli unici spazi autogestiti, grazie a un percorso di anni di occupazione, dunque ancora fuori della legalità formale. Come se questo coprifuoco non bastasse ad intristire e annoiare le serate della popolazione, soprattutto di quella giovanile, si osserva un’anomalia del “sistema-vetrina” in cui tutto sembra assopito, irrigidito e sotto controllo: le navi da crociera emettono a qualsiasi ora rumori assordanti. Di giorno la voce borbottante del capitano che invita a usufruire di tutti i comfort e i servizi commerciali offerti s’insinua nelle case di Santa Marta e nelle aule universitarie di San Basilio, di notte i monotoni e prepotenti beat da discoteca di bassa lega. Oltre il danno, la beffa. Come a sottolineare che a chi è in crociera è concesso il divertimento, anche a costo di disturbare chi lavora, chi studia, chi riposa a pochi metri di distanza.

E’ il momento di riprendersi dal basso spazi di socialità, informazione, produzione e movimentazione culturale. Nelle serate tra il 7 e il 9 giugno, vogliamo che la musica, le parole, le danze riempiano le nostre calli e risuonino nei nostri cuori. Mettiamo a disposizione queste serate per chiunque volesse esprimere con noi il dissenso e la convinzione che un’altra Venezia, una Venezia in cui turista e residente, abitante ed esercente possano convivere in un rapporto armonico di scambio e rispetto reciproco, è possibile.

Tutti sono invitati a partecipare, portando il proprio contributo materiale o immateriale: una presenza, un gesto, un simbolo, un testo, un’immagine, una canzone, uno slogan, un coro.

Più semo e meio stemo!

Comitato No Grandi Navi – Laguna Bene Comune


Per sottoscrivere l'appello: chicca@sherwood.it


Mandateci foto, video, canzoni, insomma...tutto quello che vi viene in mente per dire NO alle Grandi Navi a Venezia!

Primi firmatari:

Sandrone Dazieri - scrittore

Zerocalcare - Fumettista

Claudio Calia - Fumettista

Lello Voce - Poeta, scrittore

Roan Johnson - Regista

Assalti Frontali

Carlo Virzì - Regista, sceneggiatore e musicista

ZaLab - http://www.zalab.org

TARM - Tre Allegri Ragazzi Morti

Fausto Paravidino - drammaturgo, attore e regista.

Herman Medrano & the GroovyMonkeys

Gianni Stoppelli - attore teatrale

Bestie Rare

Modena City Ramblers

Rio Terà

Piccola Bottega Baltazar

Brunori Sas

Luca Bassanese

Urbancode

Laura Scarpa - fumettista

Associazione ComicOut

Class Action JAZZ 5ET

Vasco Brondi - Le luci della centrale elettrica

Francesco Forni - Collettivo Angelo Mai

 Ilaria Graziano - Collettivo Angelo Mai

Flavio Cogo - storico e critico letterario

Ulisse Fiolo - musico

Andrea Segre - regista

Nanni Balestrini

Lucio Angelini - scrittore

Cristiano Prakash Dorigo, scrittore

Bert Theis, artista

Lo Stato Sociale

Francesca D'Este - attrice

Teatro Valle Occupato

Ferruccio Pinotti - giornalista, scrittore

Antonio Mazzeo, giornalista e scrittore

Irene Petris, Teatro

The gang band

The spineless man

Cesare Basile

Teatro Coppola

Teatro dei Cittadini, Catania

Regne Freise, scenografa, pittrice

The Atom Tanks

Milena Cuccurullo, ricercatrice, Napoli

Ferdinando Mazzitelli, artista

Chiara Bortoli, danzatrice , performer, coreografa

Roberta Da Soller. attrice, organizzatrice.

GIUFA'

MACAO - Milano

Ex Asilo Filangeri - La balena - Napoli

Rossella Biscotti, artista

Soul Riot

Teatro Pinelli Occupato - Messina

Teatro Garibaldi aperto - Palermo

Corrado Zunino - Giornalista "La Repubblica"


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<![CDATA[RadioSàlvati! del 6 maggio 2013]]>

Benritrovati cari ascoltatori di RadioSàlvati!

In questo quattordicesimo appuntamento con la vostra trasmissione radio preferita abbiamo voluto parlare di due argomenti che stanno riempiendo le prime pagine di ogni giornale in questi giorni: le minacce e infamie rivolte al Presidente della Camera dei Deputati Laura Boldrini e la morte del Senatore a Vita Giulio Andreotti (scomparso alla veneranda età di 94 anni lo scorso 6 maggio).

E' stata una puntata pienissima di cose da dire, abbiamo spaziato da un excursus storico relativo alla vita politica del Divo Andreotti (che poi è la storia della nostra Repubblica) sino ad arrivare a considerazioni riguardo la libertà d'espressione sopra i mezzi di comunicazione di massa, chiedendoci: è davvero "Libertà" quando chiunque di noi può dire qualsiasi cosa (spesso e volentieri falsa, capziosa e infamante) impunemente su internet?

RadioSàlvati! si fa delle domande, per fortuna ci siete voi a cercare qualche risposta insieme a me!

Buon ascolto!

RadioSàlvati! va in onda tutti i lunedì dalle 17 su Radio Sherwood e in replica tutti i venerdì a partire dalle 18!

PLAYLIST

The Ides Of March/Wrathchild - IRON MAIDEN
I Will Wait - THE MUMFORD&SONS
L'Ombelico del Mondo - JOVANOTTI
Guantanamera (Guajira) - ZUCCHERO
The Spirit Carries On - DREAM THEATER

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<![CDATA[RadioSàlvati! del 29 aprile 2013]]>

Salve naviganti e benritrovati a questo nuovo appuntamento con RadioSàlvati!

Attualità, Attualità, fortissimamente Attualità.

La puntata di oggi è stato un susseguirsi di notizie e approfondimenti su cosa sta succedendo qui in Italia negli ultimissimi giorni, a partire dall'insediamento del Governo Letta all'attentato avvenuto in Piazza Montecitorio domenica mattina.

Commenti e riflessioni anche riguardo all'imminente Festa dei Lavoratori nonché la condizione di chi (ancora) lavora nel nostro Paese.

Grande musica come sempre.

Buon ascolto!

RadioSàlvati! va in onda su Radio Sherwood tutti i lunedì alle 17 e in replica tutti i venerdì alle 18!

PLAYLIST

Discolabirinto - SUBSONICA ft. BLUVERTIGO
Someday - THE STROKES
Doesn't Remind Me - AUDIOSLAVE
I Want You Back - JACKSON 5
Better Way - BEN HARPER
The Battle Of Evermore - LED ZEPPELIN


Davide

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<![CDATA[No grandi navi a Venezia]]>


I Tre Allegri Ragazzi Morti
annunciano le giornate dell'8 e 9 Giugno
contro le grandi navi a Venezia
dal palco del Rivolta PVC





Comunicato:

A Venezia, circa trent’anni fa, nasceva la madre di molte anomalie: la concessione unica da parte dello Stato al Consorzio Venezia Nuova dei lavori di salvaguardia. Il Consorzio ha potuto così dragare a favore di un ristretto gruppo di imprese private miliardi di euro di fondi pubblici, solo in parte confluiti in quella mostruosità ingegneristico ambientale detta MOSE. Guarda caso la Mantovani Spa dell’Ing. Baita (recentemente arrestato per falsa fatturazione e costituzione di fondi neri) è la principale azionista del Consorzio insieme alle altre aziende che sono state efficacemente descritte come il cuore del “sistema Galan”. L’ex governatore è stato infatti il braccio politico di un sistema economico che ha prodotto politiche di “sviluppo” completamente al di fuori di ogni controllo democratico. Una storia di affari e cemento che si sono riversati sulla nostra regione, a suon di concessioni uniche, project financing e commissariamenti, senza che i cittadini e le comunità locali potessero mai influire sulle più importanti decisioni.

La Mantovani Spa ha dunque grandi interessi in città: oltre al Mose, tra le altre cose, c’è lo scavo dei canali portuali e la vergognosa operazione speculativa sul Lido di Venezia (il “buco” del Palacinema, L’ex Ospedale al Mare e la mega darsena di San Nicolò.

Infine, a Venezia, il “sistema Galan” trova nell’Autorità Portuale e nella VTP (Venezia Terminal Passeggeri) due snodi importanti. La prima, per volere di Berlusconi e dell’ex governatore del Veneto, è presieduta da Paolo Costa, la seconda da Sandro Trevisanato entrambi impegnati nel difendere l’indifendibile per garantire il passaggio delle grandi navi in laguna, gli interessi delle lobby affaristiche e quelli delle multinazionali degli armatori. Il tutto contro il diritto dei cittadini alla salute, alla sicurezza e soprattutto contro il loro diritto di decidere del proprio territorio.

Le grandi navi sono l’ultima versione veneziana delle grandi opere. Una versione elefantiaca, un mastodontico insulto alla città, una seria minaccia alla salute dei cittadini, alla sicurezza del patrimonio storico monumentale di Venezia e alla sopravvivenza dell’ecosistema lagunare. Questo sfregio è sotto gli occhi del mondo intero.

Adesso è il momento di dire basta! Per questo il Comitato No Grandi NaviLaguna Bene Comune ha deciso di lanciare una grande mobilitazione, nazionale ed internazionale, per le giornate dell’otto e nove giugno. Due giorni di lotta e di incontro di chi, in città, in Veneto e in Europa si batte contro le grandi opere.

Già perché le meganavi sono, in fondo, l’espressione più visibile di un sistema affaristico-politico che ha corrotto la vita di questa regione per troppi anni, con gravissimi danni economici, sociali e ambientali.
Il momento è arrivato per una grande mobilitazione dei cittadini, contro le grandi opere e per un modello di sviluppo diverso e partecipato, per una nuova stagione di democrazia a difesa dei beni comuni.

Il momento è arrivato per disfarci dei “poteri forti” che inquinano la vita di questa città.La chiamata parte da Venezia verso tutti i suoi cittadini; verso quei movimenti (dal No Dal Molin al No Tav al No Muos) che in regione, in Italia e in tutta Europa si battono contro cemento, inquinamento, corruzione e grandi opere; verso l’amministrazione comunale che deve mettersi al servizio di questa domanda di cambiamento

Tutti a Venezia l’8 e il 9 giugno.



Comitato No Grandi Navi – Laguna Bene Comune

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<![CDATA[Il businness delle bonifiche]]>

Le Storie di Veleni che anche in questa rubrica raccontiamo ci dicono chiaramente che in Italia è necessaria una enorme bonifica del territorio. La cabina di regia di questa enorme opera è nelle mani del Ministero dell’Ambiente. Ma sono mani sicure? Direttori generali del Minambiente finiti sotto inchiesta per disastro ambientale, altri che non hanno controllato le aziende che operavano nelle bonifiche. Siamo sicuri che le bonifiche non siano un settore dove perdurino cattivi costumi e malaffare? A rimetterci, come sempre, è la nostra salute ed il nostro territorio.

Il “metodo Mascazzini”

Gianfranco Mascazzini è stato lo storico direttore del Ministero dell’Ambiente. Per decenni cambiavano i ministri di diverso colore politico, ma lui, nel suo ufficio al Ministero di Viale Cristoforo Colombo restava sempre al suo posto fino alla pensione nel 2010. Il suo nome è al centro di numerose inchieste. Inchieste sporche che parlano di inquinamento infame. Come quella della Procura della Repubblica di Napoli sullo smaltimento del percolato prodotto nelle pessime discariche campane che veniva sversato nei depuratori che sfociavano direttamente in mare. Inchiesta nella quale Mascazzini risulta essere un cinico deus ex machina. << A Terzigno portateci i rifiuti più puzzolenti tanto è gente da quarto mondo>> così nelle intercettazioni telefoniche l’ex direttore del Ministero. Ma il manager è coinvolto anche in inchieste sugli sprechi di denaro pubblico come quella della Procura della Repubblica di Udine sugli sperperi per la bonifica dell’area lagunare di Marano e Grado. Lo avevano anche nominato commissario straordinario per la rimozione delle macerie del terremoto de L’Aquila. Per un giorno. Infatti poche ore dopo aver ricevuto l’incarico fu arrestato su mandato della Procura di Napoli.

Tra il 2007 ed il 2010, periodo in cui Gianfranco Mascazzini è ancora direttore generale del Ministero dell’Ambiente, vengono pianificate le bonifiche più importanti della storia recente del paese. I siti più devastati dall’inquinamento, quelli in cui il danno per la salute del territorio e dei cittadini è molto compromessa. Opere decisamente dispendiose. E’ il caso del litorale domitio tra Napoli e Caserta, con l’area del giuglianese e le famose discariche Resit 1 e Resit 2 in cui sono stati sversati per anni rifiuti tossici tanto che per i tecnici della Procura della Repubblica di Napoli dal 2064 l’acqua di quel territorio non sarà più potabile a causa dell’inquinamento irreversibile delle falde. Sempre in Campania viene programmata la bonifica della discarica di Pianura e quella di Napoli Est dove la presenza delle raffinerie di petrolio hanno inquinato profondamente i suoli. Ed ancora la collina di Pitelli a La Spezia con le sue quattro vasche dove sono stati interrati veleni derivanti dalla produzione di armi, la darsena del porto di Taranto, l’area lagunare di Marano e Grado in Friuli, l’area ex Sisas nei comuni di Pioltello e Rodano in provincia di Milano, la Valle del Basento in Basilicata ed altri ancora. Siti che vengono definiti S.I.N. – siti di interesse nazionale – rispetto ai quali viene considerata di somma urgenza la bonifica, sono 57 e sono stati costituiti dal decreto Ronchi n.22 del 1997. In quei due anni vengono realizzati accordi di programma e protocolli di intesa tra il Ministero e le Regioni ed i Comuni interessati, sotto l’attenta regia tecnica di Gianfranco Mascazzini. Secondo i dati del Ministero dell’Ambiente l’ammontare complessivo di questi lavori è pari a diverse centinaia di milioni di euro. Lavori vengono affidati tutti ad una unica società, la Sogesid. Una società pubblica, infatti le quote della spa sono controllate dal Ministero dell’Ambiente. Le più grandi opere di bonifica del paese passano per l’affido diretto da parte del Ministero ad una sua stessa società. Mascazzini ha prima pianificato la spesa da direttore del Ministero per sedersi poi comodamente nel ruolo di consulente della Sogesid, come lui stesso ha ammesso in una delle tante audizioni a cui è stato sottoposto dalla Commissione parlamentare d’inchiesta sul ciclo dei rifiuti. Sebbene la Sogesid sia una azienda pubblica è quanto mai singolare che colui il quale aveva apposto la sua firma ai principali incarichi forniti all’azienda ne diventi poi consulente.

Affidi diretti. Ma a spigarci il perché è proprio Gianfranco Mascazzini. Durante la sua audizione alla commissione parlamentare di inchiesta sui rifiuti il 12 aprile del 2011, all’onorevole del Partito Democratico Alessandro Bratti che gli chiedeva se non ci fosse stata qualche forzatura nei continui affidi alla Sogesid, Mascazzini spiega la sua filosofia. <<Reputo fondamentale l’intervento in house. Come si fa ad immaginare che qualcuno faccia un operazione così complessa? Come si fa ad immaginare che non sia lo Stato? Vi immaginate le mani della camorra nello smaltimento delle macerie de L’Aquila?>>. Il deputato Bratti controbatte << Ma non mi venga a dire che la Sogesid è l’unica al mondo in grado di fare questo lavoro>>, Mascazzini risponde accorato <<No, ma Sogesid è lo Stato!>>. Il punto non è che l’intervento di bonifica dei territori venga effettuato dallo Stato. Tutt’altro, potrebbe, come suggerisce Mascazzini, essere di garanzia per i cittadini. Ma mentre dei 57 S.I.N. solo uno è stato bonificato, la Sogesid ha speso solo nel 2012 anno la bellezza di 4,3 milioni di euro in consulenze esterne, ovvero in incarichi come quello elargito allo stesso Mascazzini dopo il pensionamento dal Ministero. La stessa Sogesid compie incarichi di progettazione e studi di fattibilità per conto del Ministero che dovrebbero invece essere svolti da altri organismi statali come l’ISPRA – Istituto Superiore per la Ricerca Ambientale – o le Agenzie regionali per l’ambiente.

Dal 2009 al 2011 la Sogesid ha beneficiato complessivamente di 426 milioni di euro per studi, progetti e tutto quello che rientrava nella filosofia di Gianfranco Mascazzini, il quale individuava i siti da bonificare ed i metodi di bonifica, ma prima della loro realizzazione le casse della Sogesid dovevano essere ben foraggiate. In cinque anni – 2008/2012 – un solo sito bonificato e quasi 500 milioni di euro di fondi messi a disposizione con una spesa molto rilevante per consulenze ed affini. 
Le bonifica dei territori è nelle mani di Sogesid e dello Stato, ma chi ci salverà dai manager pubblici? I magistrati infatti indagano su una serie di frodi che vedono sotto accusa proprio il “metodo Mascazzini”. E’ il caso della bonifica di Marano e Grado in Friuli, l’ex area della industria Caffaro che ha inquinato il territorio con le sue attività. Secondo i magistrati i lavori di bonifica sarebbero eccessivamente costosi quanto scadenti ed inefficaci. Uno degli esempi è il “sarcofago” subacqueo che i sommozzatori dei Carabinieri hanno constatato essere forato e danneggiato pochi anni dopo la sua installazione. Altro esempio è il recente scandalo della bonifica dichiarata ma mai effettuato dell’ex area Italsider di Bagnoli. Anche in questo caso la regia per la bonifica di quell’area, definita dal Ministero come S.i.n. Bagnoli-Coroglio, era sotto la supervisione di Mascazzani che risulta tra gli indagati da parte del pool di giudici della Procura di Napoli che indaga su Bagnoli. Mentre i tecnici sostenevano di aver effettuato la bonifica dell’area delle ex acciaierie, la realtà dei fatti ci racconta di una semplice movimentazione del terreno. Azione che non solo non ha per nulla significato la bonifica del sito – per la quale diversi metri di terreno in profondità devono essere esportati e smaltiti come fanghi inquinanti – ma ha peggiorato la situazione liberando gli agenti inquinanti nell’aria e nel terreno circostante.   

Bonifiche businness internazionale

Quando non ci si affida al pubblico spesso le cose vanno addirittura peggio. Ma sempre con lo stesso esito, bonifica non effettuata o un nuovo disastro ambientale proprio lì dove si doveva sanare. E’ il caso della bonifica dell’area ex SISAS di Pioltello e Rodano in provincia di Milano. Lì per smaltire la fuliggine, i fanghi pericolosi ed il nerofumo, provenienti dall’area da bonificare, ci si è rivolti ad una azienda Spagnola la Befesa che avrebbe dovuto lavorare questi rifiuti per renderli non nocivi presso i suoi impianti di Nerva in Andalucia. Invece nelle discariche della Befesa le terre di bonifica finivano così com’erano senza nessun trattamento. Un territorio da sanare nel Nord Italia ed i suoi veleni spostati a Sud della Spagna. Commissario straordinario per la bonifica di Pioltello e Rodano, ovvero colui che avrebbe dovuto vigilare sull’operato della Befesa, è l’avvocato Luigi Pelaggi, erede di Mascazzini nel ruolo di direttore tecnico del Ministero dell’Ambiente, nonché membro del cda di Sogesid e di Acea. Alla commissione di inchiesta sui rifiuti che si è occupata del caso della bonifica di Pioltello e Rodano, Pelaggi ha assicurato che da parte italiana tutto è avvenuto secondo le norme. A curare lo smaltimento in Italia è la Daneco, ditta che spesso si ritrova nelle vicende legate ai rifiuti nel nostro paese. La procura della Repubblica di Milano ha aperto un'inchiesta sul caso Pioltello-Rodano mettendo sotto inchiesta anche Luigi Pelaggi per una presunta tangente pagata dalla Daneco al direttore del Ministero. Lo stesso Pelaggi è indagato anche dalla Procura di Napoli nell’inchiesta sul SISTRI, il sistema di monitoraggio e tracciabilità dei rifiuti industriali, che si concentra sul sistema di subappalti messo in piedi dalla concessionaria Selex – di proprietà di Finmeccanica – guidata da un amico di vecchia data di Pelaggi, Sabatino Stornelli. Un inchiesta questa, che si intreccia anche con quella sulla P4 che segue il filone Bisignani – Milanese. Pelaggi è stato anche consulente della Selex di Stornelli, nonché responsabile degli affari pubblici della Pirelli Real Estate. Insomma uomo dai grandi affari e dalle tinte fosche che proprio recentemente ha visto l’esecuzione di una raffica di arresti. Un a rete nella quale è finito anche l’ex sottosegretario Malinconico. Ma il nome di Luigi Pelaggi compare anche in quello che è stato il caso dell’Ilva di Taranto. Dopo la prima inchiesta della procura, alla metà di agosto emerge una inchiesta bis che riguarderebbe le modalità di svolgimento dei sopralluoghi della commissione tecnica che deve valutare le emissioni della fabbrica. Nelle intercettazioni agli atti dell’inchiesta, l’avvocato esterno dell’Ilva, l’avvocato Perli di Milano, comunica al ragionier Fabio Riva dell’Ilva, che ha incontrato Pelaggi rispetto alle visite della commissione. Perli riferisce quanto riportato da Pelaggi ovvero che la commissione ha accettato il 90 per cento delle loro osservazioni e la visita riguarda il 10 per cento restante. Perli aggiunge che non avranno sorprese e comunque la visita della commissione in stabilimento va un po’ pilotata.

Declassamento dei S.i.n e chiusura di Sogesid

Il 18 luglio scorso nel presentare il decreto sulla spending review il Ministro dell’Ambiente Corrado Clini ha annunciato la chiusura della Sogesid entro il 31 dicembre 2013. Per il Ministro c’è da prevedere un commissariamento come fase transitoria prima della chiusura. Oltre al danno di aver speso centinaia di milioni di euro per progetti e studi vedendo la bonifica di solo uno dei 57 siti di interesse nazionale da liberare dai veleni ci sarà la beffa per i cittadini di non avere più il soggetto attuatore. Con la chiusura di Sogesid infatti verrà a mancare chi deve fare le bonifiche con un prevedibilissimo ritardo ulteriore delle procedure di bonifica. Appare infatti improbabile che la Sogesid svolga in un solo anno quello che non ha fatto dal 2006 ad oggi, ovvero da quando ha cominciato a riceve gli incarichi per le bonifiche dei S.i.n. Le bonifiche dunque resteranno ferme.

Sembre l’ex Ministro Corrado Clini nei primi giorni del 2013 ha provveduto con apposito decreto alla derubricazione di alcuni S.i.n. Alcune zone – diciotto in tutto – hanno perso lo “status” si S.i.n. e la competenza per la loro bonifica è passata alle Regione. Bisognerà capire come gli enti locali interverranno nella bonifica di questi luoghi, molti dei quali già attenzionati dal sistema “Mascazzini/Pelaggi – Sogesid”. Resta incerta infatti la disponibilità economica degli enti locali per la bonifica degli ex S.i.n. Cosi’ come non è chiaro che fine faranno gli altri S.i.n. su cui la Sogesid stava lavorando, quando la stessa società alla fine dell’anno sarà sciolta. Di certo Corrado Clini potrà dire che non si era accorto di nulla mentre i colleghi direttori Pelaggi e Mascazzini operavano in quel modo. Eppure era tutto sotto i suoi occhi. Corrado Clini infatti prima di fare il ministro era dirigente del Ministero dell’Ambiente, collega a pari grado dunque di Mascazzini e Pelaggi. Uno che la sapeva lunga probabilmente. Secondo una recente rivelazione del settimanale “L’Espresso” dai file resi pubblici da parte di Wikileaks, Corrado Clini veniva considerato dall’amministrazione Usa e dal dipartimento di stato americano, “l’uomo in grado di spostare la posizione dell’Italia su quella degli Stati Uniti in merito ai rispetto dei parametri del protocollo di Kyoto”.
Belle gatte da pelare per il neo ministro Andrea Orlando che quanto prima dovrà esporre un piano proprio su questi temi.

In Italia c’e’ un’emergenza bonifiche senza precedenti. Un’emergenza che da un lato tutti sottacciono, dall’altro in molti hanno usato per costruire un andamento della spesa pubblica che quando non è stata criminale – ma su questo si esprimerà la magistratura – è quando meno anomala.
Intanto qui si muore. Il nostro territorio è pesantemente inquinato da un modello si sviluppo industriale intensivo ed inquinante che ha avvelenato i territorio. Le bonifiche sono la sola cura per fermare il biocidio.

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<![CDATA[Roma - La spirale di cemento]]>

Preambolo

Il 18 aprile 2013 una ricerca effettuata dall’Istituto Eures Ricerche Economiche e Sociali dal titolo “La mobilità a Roma, tra esperienza e utopia” ha raccontato ai romani quello che già sapevano. Roma soffoca nel traffico. In media un cittadino romano trascorre 14 giorni del suo anno incastrato tra le auto percorrendo il tragitto casa-lavoro. I giorni diventano 22 nel caso dei pendolari. A Roma l’offerta di trasporto pubblico locale su gomma è pari a 174 km ogni 100 Km² di superficie comunale contro i 546 di Torino, 505 a Firenze e 355 di Napoli. La conseguenza è inevitabile: quasi il 48% dei romani sceglie il mezzo privato. In 700 mila.

Questa situazione non è un caso. Roma si è espansa, fin dall’inizio del secolo scorso, in maniera disordinata. Senza andare troppo indietro nel tempo, negli ultimi 15 anni Roma ha vissuto e vero e proprio secondo boom edilizio che non è stato accompagnato da un adeguato sviluppo del trasporto pubblico. Solo per dare un dato, dal 2003 al 2007, l’anno prima dello scoppio della crisi economica, sono stati costruiti 10 mila alloggi privati all’anno, in tutto circa 52 mila unità[1].. E dal 2008 ad oggi, sono circa 18 mila gli ettari ‘consumati’ dal cemento[2].

Le case nel primo decennio degli anni 2000 hanno aumentato in media del 50 per cento il loro valore. Sono diventate inaccessibili e i romani, oltre 160 mila romani per la precisione, tra il 2003 e il 2010 hanno lasciato la città per trasferirsi in provincia pur continuando a lavorare a Roma. E’ aumentato il traffico, è aumentato il consumo di suolo anche nei comuni dell’area metropolitana romana.

Roma è il comune più esteso d’Italia con circa 129 mila ettari e, almeno sulla carta, circa i due terzi del suo territorio sono vincolati. Secondo quanto riportato da uno studio di Legambiente elaborato dall’Istituto di Ricerche Ambiente Italia dal titolo ‘Il consumo di suolo in Italia’, a Roma tra il 1993 e il 2008 la trasformazione di suoli agricoli in urbanizzati è aumentata del 12 per cento, con 4.800 ettari trasformati che nella Capitale equivalgono a tre volte il tessuto storico della città. Come riporta la presentazione dello studio, si arriva quasi all’estensione dell’intero comune di Bolzano. In questo lasso di tempo sono scomparsi 4.384 ettari di aree agricole, il 13 per cento del totale, e 416 di bosco[3].

A tutto questo si aggiungono i suoli che, da Piano regolatore (Prg), sono edificabili. Quello approvato nel 2008 prevedeva circa 65 milioni di metri cubi. Di questi, oggi si stima ne restino da realizzare ancora 35. Negli ultimi mesi di vita del consiglio comunale dell’amministrazione Alemanno, sono approdate in consiglio una sessantina di delibere urbanistiche che contenevano oltre 24 milioni di metri cubi extra-Prg e nuovo consumo di suolo pari a quasi a 770 ettari[4]. Grazie all’opposizione dei comitati cittadini, solo una ventina di queste delibere è stata approvata. Ora il consiglio comunale si è sciolto. Roma si prepara all’elezione del nuovo sindaco. Eppure, in pochi hanno abbassato del tutto la guardia.

La spirale del cemento

Negli ultimi anni, stretti tra il patto di stabilità e il commissariamento del debito cittadino, si è affermata l’idea che se le casse comunali sono vuote, è il territorio cittadino che può ripagare i servizi, in particolare il prezioso trasporto pubblico. La vivibilità della città è stata legata indissolubilmente al consumo del suo territorio e alle modalità dell’utilizzo del suo tessuto urbano

Il prolungamento metro B - È accaduto per esempio per il finanziamento del prolungamento della linea B della metropolitana da Rebibbia, attuale capolinea, fino a Casal Monastero oltre il Grande Raccordo Anulare. Ai 556 milioni di euro per la sua realizzazione, ne mancavano all’appello 255. Sei terreni sono stati così venduti ai privati che hanno vinto la gara d’appalto per la costruzione della linea, un gruppo di imprese formato da Salini spa, Ansaldo spa e Vianini Lavori spa. A cui se ne aggiunge un settimo, messo all’asta separatamente. In cambio, si legge sul bando di gara, sui terreni possono essere proposte operazioni di «valorizzazione immobiliare» da attuare anche in deroga alla pianificazione vigente. In totale, si stima oltre 700 mila metri cubi di cemento.

Il caso Romanina - Sempre per pagare una linea di trasporto, in questo caso una metropolitana di superficie, l’amministrazione Alemanno ha puntato sul cemento. O meglio, tentato. Perché la delibera è tra quelle che non sono riuscite a passare. Ma l’esempio pone in maniera molto chiara a cosa si va in contro quando si pensa di poter monetizzare ogni operazione sul territorio. Si tratta della delibera relativa alla cosiddetta centralità Romanina. Le centralità sono dei quartieri attrattivi di funzioni, previsti dal Piano regolatore. Il terreno su cui sorgerà la Romanina è appena fuori dal Grande raccordo anulare, sulla direzione dell’autostrada per Napoli. I soldi per realizzare la metro, secondo quanto dichiarato dagli amministratori, non ci sono. Così si è tentato di recuperarli con un aumento di cubature da un milione e 129 mila metri cubi a quasi due milioni. All’aumento totale delle cubature si è aggiunto anche quello percentuale della porzione residenziale che da poco più di 300 mila metri cubi sarebbe dovuta passare a oltre un milione. Ma non solo. Degli ‘oneri concessori’ aggiuntivi versati dal costruttore, che in questo caso è Sergio Scarpellini, per questo mare di nuovi appartamenti circa 66 milioni sono destinati a finanziare una metropolitana che ne costa quasi 400. In una scheda informativa relativa all’opera, la quadratura del cerchio. Il bando per l’affidamento dei lavori potrà contemplare la necessità di vendere aree, da valorizzare, al futuro costruttore della linea. Proprio come per il prolungamento della metro B. La delibera non è stata nemmeno discussa in consiglio, ma un problema rimane. Una linea di trasporto tra il capolinea della metro Anagnina e il (futuro) capolinea della metro C a Torre Angela serve non solo al nuovo grande quartiere in progetto alla Romanina, ma a collegare anche l’Università di Tor Vergata, oggi raggiungibile solo con gli autobus.

Il consumo di suolo e la valorizzazione dell’esistente

Non solo il consumo di suolo. Molti dei progetti osteggiati dai comitati cittadini riguardano proprio progetti edilizi che insistono sul tessuto cittadino.  Un caso emblematico riguarda la vecchia Fiera di Roma. L’area dell’ex Fiera è situata in una zona centrale, molto appetibile, lungo la via Cristoforo Colombo, a pochi passi dall’Eur. È di proprietà della Fiera di Roma spa, che tra gli azionisti ha la Camera di Commercio e il Comune di Roma. Questa società possiede anche la nuova Fiera di Roma, circa 60 ettari costruiti in mezzo ai campi lungo l’autostrada per Fiumicino. La valorizzazione dell’area della vecchia Fiera di Roma era stata pensata per rientrare di parte degli investimenti che la stessa proprietà aveva fatto per realizzare la nuova struttura. L’amministrazione Veltroni, che aveva dato il via al progetto, prevedeva presso i vecchi padiglioni la realizzazione di 288 mila metri cubi di costruzioni, il 60 per cento appartamenti con una quota residua di uffici e negozi e una parte di spazi da dedicare ad attività per i bambini. 288 mila metri cubi. Troppi per i cittadini e per il Municipio XI che si opposero al progetto. La paura era quella che cubature troppo elevate, e troppe case, avrebbero avuto un impatto negativo sulla qualità della vita del quartiere, già densamente popolato. Il progetto non passa e la palla passa all’amministrazione Alemanno che decide di rilanciare arrivando a 294 mila metri cubi, di cui il 65 per cento di case di lusso. Dopo una serie di annunci e rinvii, anche questo progetto si è arenato. Ma il destino dell’area, praticamente inutilizzata da quasi dieci anni, si ripresenterà sul tavolo della prossima amministrazione.

Compensazioni

Una delle più grandi battaglie urbanistiche della storia recente di Roma si è giocata attorno alla necessità di difendere aree verdi, ambientalmente sensibili, dall’avanzata del cemento. Alla fine degli anni ottanta un’intensa battaglia politica portata avanti dalle associazioni ambientaliste e in difesa del territorio riuscì a far approvare una variante al vecchio Prg del 1965, in cui si definivano i confini delle aree da vincolare su cui andavano cancellate le previsioni edificatorie contenute nel vecchio Piano. Alla fine degli anni novanta, la sua applicazione ebbe però delle conseguenze non indifferenti per la città. I costruttori rinunciarono alle previsioni edificatorie cancellate dalla variante ma in cambio chiesero che parte di quelle previsioni venissero spostate altrove con il meccanismo dell’equivalenza economica. E così da circa due milioni di metri cubi si arriva quasi a cinque milioni in tutta la città. Parte di questo cemento sta atterrando ancora oggi. Si chiamano compensazioni. È il caso del programma Palmarola-Lucchina, in discussione proprio in questi mesi. 170 mila metri cubi di cemento, di cui il 95 per cento nuove abitazioni, si abbatteranno su un’area di 31 ettari che il Prg destinava a “Verde pubblico e servizi pubblici”. Anche qui si sono fatte sentire le proteste dei cittadini, alle prese tutte le mattine con il traffico congestionato e con mezzi pubblici straripanti di pendolari.

Le compensazioni di Alemanno - A questo punto è necessario tornare alle sessanta delibere di Alemanno. A poche ore dallo scioglimento dei lavori dell’assemblea capitolina, una manciata di delibere è riuscita a passare. Due di queste riguardano proprio le compensazioni. Due proposte relative a due terreni: ‘Santa Fumia’ e ‘Mandriola’. Facendo leva su una sentenza del Consiglio di Stato che obbliga il comune a compensare un’area cancellata successivamente alla variante sopra esposta, le due delibere approvano lo ‘spostamento’ di previsioni edificatore extra Prg. 160 mila metri cubi la prima, 170 circa la seconda. Oltre 300 mila metri cubi fuori da qualsiasi pianificazione.

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<![CDATA[RadioSàlvati! del 22 aprile 2013]]>

Ciao cari ascoltatori e benritrovati a questa nuova (e dodicesima puntata!) con RadioSàlvati!

Oggi abbiamo parlato dell'imprevedibilità della Vita, ed in particolare di come si possa considerare questo fattore imponderabile che permea l'esistenza di tutti noi.

Milan Kundera in uno dei suoi libri più celebri in assoluto (“L’insostenibile leggerezza dell’essere”) scrive queste parole: 

Un avvenimento è tanto più significativo e privilegiato quanti più 
casi fortuiti intervengono a determinarlo. Soltanto il caso può 
apparirci come un messaggio. Ciò che avviene per necessità, ciò che è atteso, che si ripete ogni giorno, tutto ciò è muto. Soltanto il caso ci parla.”

Gran parte della puntata è stata incentrata sulla figura di Nelson Mandela, attivista politico sudafricano, premio Nobel per la Pace nel 1993 e figura leggendaria nella lotta per i diritti umani e contro l'apartheid. 

Buon ascolto!

PLAYLIST

Eptadone - SKIANTOS
Woman - WOLFMOTHER
Oye Como Va - SANTANA
Santamarta - SKA-J
Dreaming Of You - THE CORALS
Fat Bottomed Girls - QUEEN
Rebel Rebel - DAVID BOWIE
Il Bandito e il Campione - FRANCESCO DE GREGORI

Davide

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<![CDATA[Annullato l'OpenDay al Dal Molin del 4 maggio]]>

Il comando statunitense ha deciso di annullare l’open day della nuova base militare al Dal Molin programmato per il prossimo 4 maggio: "motivi di ordine pubblico", spiegano dalla Ederle, hanno indotto i militari a rinunciare all’iniziativa.

Dopo l’arroganza di un mese fa, la rinuncia.
A fine marzo, i comandi statunitensi avevano annunciato in pompa magna l’apertura alla cittadinanza della nuova base, dopo che uno studio commissionato dagli stessi militari avrebbe dimostrato che il cantiere non ha prodotto alcun danno al sistema idroeologico.

Ora, la doppia smentita
i generali a stelle e strisce annunciano la propria disponibilità a collaborare con l’amministrazione comunale per individuare le cause - prodotte dalla nuova base - dei continui allagamenti dell’area e dell’affioramento d’acqua al Parco della Pace e, poco dopo, annunciano l’annullamento dell’open day del 4 maggio.

L’idea che migliaia di NoDalMolin potessero varcare - come annunciato - i cancelli della struttura militare li ha fatti desistere:
hanno qualcosa da nascondere che temono. I danni che hanno prodotto e quelli che produrranno. E sanno di essere un corpo estraneo in un tessuto sociale che ha dimostrato in questi anni di non voler essere complice della guerra.

Dall’arroganza alla coda di paglia:
gli statunitensi, forti della loro prepotenza che gli ha garantito l’imposizione della nuova base, si rinchiudono nel fortino. Noi continueremo a dire che quel fortino lo vogliamo vedere riconvertito: questa terra è la nostra terra, e non vogliamo lasciarla essere strumento delle basi di guerra.

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<![CDATA[Piano nazionale amianto]]>

Avezzano, esterno giorno. Il professore di scuola media Giuseppe C. ha deciso di intervenire in prima persona su un tubo ostruito. Prende una mazzetta e inizia a demolirne una parte. Orgoglioso, mostra il risultato. L’amianto sfaldato, spezzato, volatile, non lo spaventa. «Mica sto lì a respirarlo. E poi se avessi chiamato una ditta specializzata, quanto avrei pagato? Mica posso permettermelo? Tanto, fanno tutti così»

È con quesiti di questo tipo che deve vedersela il piano nazionale amianto presentato qualche giorno fa a Casale Monferrato, l’epicentro della tragedia nazionale dell’amianto, dal ministro della Salute Renato Balduzzi.

Linee di intervento per un’azione coordinata delle amministrazioni statali e territoriali”, si legge nel frontespizio.

Di intervento non c’è molto, nel piccolo dossier scaricabile dal sito del ministero, ma tanti buoni propositi, quelli sì. Insieme a un timing molto risicato che riguarda solo alcuni aspetti di questo problema che ogni anno miete, solo in Italia, almeno 3000 vittime.

Con un picco che ancora deve arrivare ed è previsto per il 2015-2020. Le tonnellate di amianto che ancora ricoprono tetti, tubature, sono inserite nelle intercapedini o sono finite in discariche improvvisate e abusive, sono 32 milioni.

Depositi per inertizzazione, discariche per il corretto smaltimento: assolutamente insufficienti.

Costi per la rimozione legale: troppo elevati, e variabili, di regione in regione.


I registri poco obbligatori

Se all’inizio del ‘900 ad ammalarsi erano soprattutto gli operai, i minatori, i lavoratori che tutti i giorni erano al contatto con la fibra di asbesto, oggi non è più così. A Casale Monferrato sono caduti i giardinieri, i postini, parrucchieri, e così nel resto d’Italia: complice una malattia che ha un’incubazione che può durare anche 30 anni, è spesso molto difficile trovare l’eziologia e capire dove è stato respirato l’amianto killer.

A meno che non ci si trovi di fronte a un lavoratore esposto.

Si chiama mesotelioma pleurico il tumore che ha la firma, il marchio, dell’avvelenamento da amianto. Ma i registri obbligatori che dovrebbero funzionare in ogni regione, a volte sono dei miraggi.
«Il registro nazionale dei mesoteliomi - c’è scritto nel documento del ministero – si struttura come un network ad articolazione regionale. Presso ogni amministrazione regionale è istituito un centro operativo».

Ma ad esempio alcuni operai che lavoravano per una ditta esterna che si occupava della manutenzione degli impianti geotermici a Larderello, colpiti da asbestosi e anche da mesotelioma, non solo non erano stati “registrati” come ammalati di amianto, ma in due casi è stata errata anche la diagnosi. Venivano curati per un’asma bronchiale. Avevano i polmoni pieni di fibre di asbesto. E non è il solo caso: l’Osservatorio nazionale amianto, la più rappresentativa associazione di vittime, con ha una sede quasi in ogni capoluogo di provincia, più volte ha denunciato casi di “diagnosi errate”.

L’avvocato Ezio Bonanni, specializzato proprio in cause di questo tipo è il presidente dell’Ona. Le ultime denunce riguardano i casi di amianto in aviazione.

Proprio qualche giorno fa è morto uno degli associati, Nunzio Pierini, uno dei volti più noti, portavoce del problema nella sua categoria. Non ce l’ha fatta, dopo una lunga malattia: «In molti casi – ci aveva raccontato un paio di mesi fa, quando lo avevamo sentito telefonicamente – il mesotelioma non viene diagnosticato. In alcune categorie lavorative come la mia, non siamo considerati ufficialmente esposti, e quindi si tende a nascondere la reale implicazione della situazione nel suo complesso». Nunzio Pierini è venuto a mancare una settimana fa a Lanciano, ma la sua battaglia verrà portata avanti dai suoi colleghi, e dall’Osservatorio.


Screening? Questo sconosciuto

Il ministero della Salute ha ancora molto da fare sul fronte della raccolta delle informazioni, dello screening e dell’epidemiologia. «Occorre sviluppare la raccolta dati su questi tumori – c’è scritto nel rapporto – e sulla loro possibile origine professionale». In alcuni casi, in verità, bisogna proprio iniziare da zero.

Inoltre in base alle informazioni raccolte proprio presso gli archivi regionali, in molti casi c’è poco scambio di dati tra i Renam e le banche dati dell’Inail, dell’Istat e dell’Inps. Un altro problema che rende difficile, in alcuni casi impossibile, capire fino in fondo l’entità del problema. I medici hanno l’obbligo di segnalare ai registri regionali ogni nuova diagnosi di mesotelioma. Ma, come abbiamo visto, non accade sempre.


Regioni a due velocità

Le regioni dovrebbero anche aiutare la sorveglianza sanitaria degli esposti ad amianto per formare un archivio epidemiologico. Ma basta scendere verso Sud, in Italia, e si entra nel buco nero dell’informazione in merito. È lo stesso ministero a prendere atto dei limiti: «Sulla mappatura – c’è scritto – c’è ancora molto da fare, come testimoniano le numerose criticità riscontrare. Tra l’altro, le informazioni fornite dalle regioni non sono omogenee e sono in larga misura carenti i dati sulle industrie, sulle scuole e sugli ospedali. Inoltre la partecipazione della popolazione spesso non ha corrisposto alle attese e alle richieste di informazioni da parte dell’ente pubblico».

Con queste premesse, difficile ipotizzare la riuscita del piano che tra l’altro deve rosicchiare fondi per il suo funzionamento a quelli a disposizione per i tumori rari.

Sembra una guerra tra poveri.


Bonifiche cercansi

Se dalla prevenzione ci spostiamo alla bonifica, il quadro diventa ancora più problematico: il ministero ha mappato 34 mila siti che contengono amianto. In 19 regioni. Vuol dire che due regioni non hanno fornito dati, e sono Sicilia e Calabria. Dal governo si ipotizza un sistema incentivante, dei premi su chi fornisce dati: il tutto per favorire la trasmissione di informazioni che dovrebbero già essere obbligatorie per legge.

Ma si sa che in Italia, il termine “obbligatorio” spesso si accompagna al condizionale.

Eppure il ministero è ottimista: in 3-5 anni, promette, saranno bonificati gli edifici scolastici. «Il reperimento delle risorse finanziarie – si ipotizza nel Piano – può essere coadiuvato da interventi di defiscalizzazione delle attività di bonifica. Ad esempio, il sistema incentivante per la sostituzione delle coperture con pannelli fotovoltaici ha già dato ottimi risultati in quelle regioni che lo hanno praticato. È anche da prevedere l’esclusione dei fondi destinati alla bonifica dell’amianto dal “Patto di stabilità”.


I 500 buchi neri

Ci sono ben 500 luoghi di allarme sociale dove cioè è urgente la bonifica, dove non si sa dove infilare l’amianto tirato giù dai tetti, dal cemento, pescato nelle discariche abusive. Cave e miniere dismesse, scrive il ministero, potrebbero essere luoghi da tramutare in discariche, ma l’opposizione dei residenti è in agguato e poi servirebbe una modifica legislativa.


La giungla legislativa

Nel frattempo, è arrivata in Italia una ditta francese che propone l’inertizzazione del minerale: lo trasforma in una sorta di vetro, rendendolo non solo innocuo, ma anche utile per massetti stradali, pavimentazioni, muri di cinta. Insomma, da un minerale tossico potrebbe uscirne uno utile. Con costi ridotti, anche ambientali, soprattutto rispetto all’ipotesi discarica.

Per spingere verso soluzioni del genere però servirebbe, oltre alla volontà politica, anche una modifica legislativa: significa mettere mano a un ginepraio di norme, leggi e lacciuoli che coinvolgano anche gli enti locali. Allo stato attuale, sono almeno 100 i testi legislativi che coabitano nel nostro sistema, spesso cozzando l’uno contro l’altro. Il ministro Balduzzi ha promesso di redigere un testo unico..

Ma anche qui, si tratta di una promessa fuori tempo massimo: l’ennesima in un testo che non ha valore di legge, fatta dal ministro uscente, in un governo sfiduciato.

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<![CDATA[RadioSàlvati! Puntata dell'8 aprile]]>

Ciao a tutti e benritrovati alla decima puntata di RadioSàlvati!

Nella puntata di oggi abbiamo affrontato un'altra annosa questione dell'animo umano: a cosa possiamo credere? Conviene davvero credere in qualcosa oppure potremmo vivere serenamente anche senza porci nessun problema di sorta?

RadioSàlvati! si è confermato anche stavolta uno spazio di condivisione a 360 gradi, grazie all'insostituibile spirito di iniziativa del Pubblico in ascolto che non ha fatto mancare la sua voce e le sue opinioni a riguardo.

Spunti di riflessione interessanti e tanta buona musica: gli ingredienti essenziali di una nuova puntata di RàdioSalvati! da godersi in tutta tranquillità in podcast ;)

Buon ascolto!

PLAYLIST

Volunteers - JEFFERSON AIRPLANE
Ten Out Of Ten - PAOLO NUTINI
Voglio Volere - LUCIANO LIGABUE
Winter Winds - MUMFORD & SONS
Firth Of Fifth - GENESIS
Per Noi Romantici - FRANCO CALIFANO

Davide

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<![CDATA[Moltitudini, imperi e pratica del comune in tempo di rivoluzioni]]>

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Lunedì 8 Luglio 2013

Sherwood Festival
Park Nord Stadio Euganeo
Viale Nereo Rocco - Padova

Moltitudini, imperi
e pratica del comune
in tempo di rivoluzioni


con
Toni Negri


Dettagli:

Lunedì 8 luglio Toni Negri sarà ospite allo Sherwood Festival per un colloquio con Beppe Caccia dedicato a “Moltitudini, imperi e pratica del comune in tempo di rivoluzioni”.

Filo conduttore della serata, con inizio alle ore 21 presso il Second stage del Festival (area Park Nord – Stadio Euganeo – uscita autostrada A4 Padova Ovest) saranno appunto i concetti innovativi per il pensiero critico e la pratica politica introdotti da Negri nei libri omonimi, scritti a quattro mani con Michael Hardt nell’ultimo decennio, cioè “Impero”, “Moltitudine” e “Comune”.

Nell’epoca segnata dalla crisi finanziaria ed economica globale, di fronte alla messa in discussione dell’egemonia politica e militare statunitense e al declino dell’Europa dell’austerity, e alla luce delle più recenti insorgenze sociali che stanno punteggiando il bacino del Mediterraneo (dalla Tunisia alla Turchia e, di nuovo, all’Egitto) e connotando il tumultuoso sviluppo dei paesi del BRICS (dalle lotte operaie e ambientali in Cina al grande movimento di protesta che sta attraversando il Brasile), sono questi tre concetti ancora validi per interpretare il mondo in cui viviamo e orientare le pratiche di chi vorrebbe radicalmente cambiarlo?

Quali sono le caratteristiche inedite della crisi? E come queste stanno trasformando i modelli di accumulazione capitalistica, che avevano segnato il superamento del fordismo? A quali modificazioni negli equilibri tra le maggiori potenze mondiali, vecchie e nuove, stiamo assistendo e quali conseguenze hanno e avranno per le condizioni di vita di miliardi di donne e uomini?

Cercheremo di cominciare a rispondere a tali domande insieme a Toni Negri, mantenendo sullo sfondo della conversazione il contesto europeo, la gestione capitalistica della crisi che qui si è affermata, il processo di integrazione continentale e la profonda crisi di legittimità delle sue istituzioni politiche, le prospettive possibili per chi desidera un’altra Europa. E, non ultima, la questione della pensabilità e praticabilità oggi dell’idea di rivoluzione.

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<![CDATA[Presentazione del libro "Benicomunismo" di Piero Bernocchi]]>

Il CESP (Centro Studi per la Scuola Pubblica) e i Cobas della Scuola
Padova

Mercoledì 10 Aprile
ore 21
presentazione del libro
BENICOMUNISMO
Fuori dal capitalismo e dal «comunismo» del Novecento

di Piero Bernocchi

presso i locali di Sherwood - Globalproject
in v.lo Pontecorvo 1/a - Padova

Discuteranno con l’autore:

Vilma Mazza - direttrice di Globalproject.info
Maurizio Peggion - esecutivo nazionale Cobas della Scuola
Giuseppe Zambon - responsabile del CESP

Il dibattito verrà trasmesso in diretta streaming dai portali www.sherwood.it e www.globalproject.info

dalle 19.30 viene offerto l’aperitivo con l’autore. Vi aspettiamo.

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<![CDATA[Radio Sàlvati! del 25 marzo 2013]]>

Benritrovati sulle frequenze di RàdioSalvati!

Il tema della puntata di oggi è stato incentrato su coloro che nella nostra società moderna vegono definiti, con leggerezza - e, a volte con un po' di dirprezzo - gli Ultimi: quelli rimasti indietro, i rifiutati, o semplicemente chi non ha mai voluto adeguarsi a certe sovrastrutture che non li rappresentavano.

Tante le canzoni e tante le storie.

Abbiamo ripercorso la vicenda del sequestro di Fabrizio De André in Sardegna nel 1979, abbiamo parlato del popolo sardo, poi siamo andati a raccontare la storia di Massimo, uno di quei personaggi che lo stesso Faber avrebbe chiamato "il Fannullone" in una sua celbre canzone. Abbiamo parlato di prostitute e farabutti insieme alla Marylou cantata da Alessandro Mannarino. Siamo andati poi a parlare dei cosiddetti PIIGS, quei Paesi nell'area Euro che sono i fanalini di coda di un ranking economico fondato su indici e valutazioni fatte altrove, e a volte fuorvianti.

Spero apprezzerete questa puntata di RadioSàlvati!, oggi particolarmente "in direzione ostinata e contraria".

PLAYLIST

Questa è la mia casa - JOVANOTTI
Dalla parte del Toro - CAPAREZZA
Quello che non ho - FABRIZIO DE ANDRE'
Marylou - ALESSANDRO MANNARINO
I matti de Roma - SIMONE CRISTICCHI
Spiral Staircase - KINGS OF LEON
Minas de Cobre - CALEXICO

Buon ascolto, 

Davide

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<![CDATA[Sherwood in Tunisia]]>

In sostanza:

Oggi partiamo. Direzione Tunisia.
Parteciperemo prima al World Social Forum a Tunisi e poi ci sposteremo al sud, assieme a tanti altri, per seguire la carovana promossa dall'Associazione Ya Basta.

Seguici:

Quotidianamente scriveremo su www.sherwood.it dei report multimediali per raccontarvi questa nostra esperienza.

Vi racconteremo in diretta cosa sta succedendo su nostri social network:

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Sostienici:

Domenica 24 marzo al CSO Pedro di Padova ci sarà una cena per finanziare la carovana.


Guarda il video di presentazione di Sherwood



Perchè andiamo in Tunisia
:

Sono passati poco più di due anni da quando manifestazioni e proteste di grande intensità e forza hanno iniziato a ripetersi con continuità in Nord Africae in Medioriente, generando dei cambiamenti storici con pochissimi precedenti.

A due anni di distanza, le situazioni nei vari Paesi, travolti dalle proteste, sono molto diverse ma vi si notano dei tratti comuni. Le grandi mobilitazioni della ‘primavera araba’ oggi si scontrano con forme politico-istituzionale che vorrebbero chiudere spazi di libertà e di costruzione di un futuro diverso.

Contro questa deriva sono riprese un po’ dappertutto, ma con grande forza e risonanza, in Egitto e Tunisia, le manifestazioni multitudinarie, le proteste in piazza che ci segnalano come la ‘primavera araba’ non sia stata solo una ventata passeggera ma come sia in corso una vera rivoluzione, con tutti i suoi flussi e riflussi, i suoi limiti e delusioni, le sue innovazioni e potenzialità, che si è radicata nelle modalità del vivere quotidiano di uomini e donne insofferenti alle rigide imposizioni, che rivendicano le libertà individuali come ‘status civile’ irrinunciabile.
Questa trasformazione, antropologica, sociale e multitudinaria si innesta su una pregressa - ora in caduta libera - crisi economica.

Per scambiare esperienze percorsi e desideri con chi sulle coste del nostro mediterraneo sta affermando con determinazione che indietro non si può tornare, che richiede a gran voce giustizia sociale, libertà e democrazia reale saremo al

Forum Sociale Mondiale a Tunisi

Continueremo la nostra presenza visitando nel sud della Tunisia le realtà di base che stanno dando vita ad esperienze concrete di informazione libera attraverso l'attivazione di tre media center che stiamo attivamente sostenendo.

La Carovana sarà presente a Tunisi per il Forum Sociale Mondiale che si svolge dal 26 al 30 marzo e dal 31 marzo si sposterà a Sidi BouzidRegueb eMenzel Bouzaiane.

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<![CDATA[Radio Salvati! del 18 marzo 2013]]>

Ciao a tutti e ben ritrovati a questa nona puntata di Radio Salvati!

Oggi abbiamo voluto parlare di un sentimento che ogni giorno fa sentire la sua voce all'interno della nostra quotidianità: la rabbia, l'insoddisfazione e la voglia di qualcosa di migliore che non vuole saperne di palesarsi ai nostri occhi.

Numerosi sono stati i link durante l'intera puntata, abbiamo parlato del film di Pier Paolo Pasolini e di Giovannino Guareschi "La Rabbia" (1963); siamo poi approdati tra le sponde desolate della vita di Henry Cinaski (alias Charles Bukowski) e della provincia americana anni'50/'60. Cercando di trovare una sintesi tra le varie sfaccettature di questa condizione dell'animo umano abbiamo voluto citare l'incontro avvenuto proprio oggi tra Roberto Saviano e Julian Assange, due personaggi che non hanno bisogno di presentazioni e che, con la loro rabbia (verso un modello sociale, verso una realtà non all'altezza di quello che dovrebbe essere un "mondo moderno") hanno dato vita alla voce inespressa di tante persone, pagando questa scelta con una vita di rischi e reclusione. Esempi positivi a Radio Salvati!

Musica aggressiva.

Buon ascolto!

PLAYLIST

Iodio - BLUVERTIGO
Cambio - NEGRITA
All Nightmare Long - METALLICA
Heart Shaped Box - NIRVANA
To Be Where There's Life - OASIS
Io Sto Bene - CCCP


Davide

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<![CDATA[Dall'Italia alla Tunisia - Carovana Liberté et Démocratie]]>

Sono passati poco più di due anni da quando manifestazioni e proteste di grande intensità e forza hanno iniziato a ripetersi con continuità in Nord Africa e in Medioriente, generando dei cambiamenti storici con pochissimi precedenti.

A due anni di distanza, le situazioni nei vari Paesi, travolti dalle proteste, sono molto diverse ma vi si notano dei tratti comuni. Le grandi mobilitazioni della ‘primavera araba’ oggi si scontrano con forme politico-istituzionale che vorrebbero chiudere spazi di libertà e di costruzione di un futuro diverso.

Contro questa deriva sono riprese un po’ dappertutto, ma con grande forza e risonanza, in Egitto e Tunisia, le manifestazioni multitudinarie, le proteste in piazza che ci segnalano come la ‘primavera araba’ non sia stata solo una ventata passeggera ma come sia in corso una vera rivoluzione, con tutti i suoi flussi e riflussi, i suoi limiti e delusioni, le sue innovazioni e potenzialità, che si è radicata nelle modalità del vivere quotidiano di uomini e donne insofferenti alle rigide imposizioni, che rivendicano le libertà individuali come ‘status civile’ irrinunciabile.
Questa trasformazione, antropologica, sociale e multitudinaria si innesta su una pregressa - ora in caduta libera - crisi economica.

Per scambiare esperienze percorsi e desideri con chi sulle coste del nostro mediterraneo sta affermando con determinazione che indietro non si può tornare, che richiede a gran voce giustizia sociale, libertà e democrazia reale saremo al

Forum Sociale Mondiale a Tunisi

Continueremo la nostra presenza visitando nel sud della Tunisia le realtà di base che stanno dando vita ad esperienze concrete di informazione libera attraverso l'attivazione di tre media center che stiamo attivamente sostenendo.

La Carovana sarà presente a Tunisi per il Forum Sociale Mondiale che si svolge dal 26 al 30 marzo e dal 31 marzo si sposterà a Sidi Bouzid, Regueb e Menzel Bouzaiane.

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<![CDATA[Radio Salvati! dell'11 marzo 2013]]>

Ciao a tutti bellissimi ascoltatori di Radio Salvati!

La puntata di oggi è stata incentrata sulla storia di Tommie Smith e John Carlos, i due ragazzi che dai gradini del podio olimpico di Città del Messico nel 1968, sollevarono il Pugno Nero del Black Power, infiammando pacificamente la coscienza occidentale mondiale.

Durante l'intera puntata si è cercato di trovare un giusto equilibrio tra la descrizione degli eventi di background (la vita dei due protagonisti, i movimenti pacifisti di fine anni '60, il concerto di Woodstock, l'assassinio di Martin Luther King e di Robert Kennedy etc.) e la musica leggendaria che ha caratterizzato quel periodo storico irripetibile.

"Dopo di loro lo sport non sarebbe più stato così politicamente sfrontato, ma nemmeno più così innocente"

Buon ascolto ;)

PLAYLIST

SONO=SONO - BLUVERTIGO
RUN TO THE HILLS - IRON MAIDEN
IRON LION ZION - BOB MARLEY & THE WAILERS
THE UNKNOWN SOLDIER - THE DOORS
PURPLE HAZE - JIMI HENDRIX
WILD HORSES - THE ROLLING STONES
MY BRAIN IS HANGING UPSIDE DOWN - THE RAMONES


Davide

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<![CDATA[Radio Salvati! del 4 marzo 2013]]>

Bentrovata bellagente a questa nuova puntata di Radio Salvati!

Oggi puntata pienissima di riflessioni e spunti riguardanti lo stile di vita contemporaneo, fatto di consumismo e disagio fra le generazioni.

Tanti i temi affrontati nel corso della puntata, a partire da una rilettura della pellicola Cult del 1999 di David Fyncher "Fight Club" sino ad arrivare a considerazioni riguardanti il cosiddetto "Movimento di Seattle", "Occupy Wall Street", gli "Indignados" e tutte quelle agglomerazioni sociali volte a manifestare il disagio e le ingiustizie che caratterizzano un sistema economico mondiale da rivedere a livello strutturale, affiché nessuno debba più rimanere indietro ingiustamente.

Abbiamo cercato di dare una chiave di volta per uscire dall'impasse della "protesta" e dell' "indignazione" attraverso il Pensiero e la linea tracciata da un Eroe italiano: Giovanni Falcone.

Come sempre la Musica è stata la nostra traghettatrice nei meandri dei temi che abbiamo trattato. Spero di essere riuscito ad incuriosirvi, per ascoltare tutto quello che ho provato a condensarvi in queste poche parole non dovrete fare altro che cliccare su PLAY qui sotto! ;)

PLAYLIST

Piazza Grande - LUCIO DALLA
Cannabis - SKA-P
Raining in Paradise - MANU CHAO
Drammaturgia - LE VIBRAZIONI
Il liberismo ha i giorni contati - BAUSTELLE
Stalingrado - BANDA BASSOTTI
Not a Crime - GOGOL BORDELLO
Gimme Shelter - THE ROLLING STONES


Davide

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<![CDATA[Vivo un papa, se ne fa un altro]]>

Mercoledì 6 Marzo 2013
@ Sherwood
Vicolo Pontecorvo 1/a - Padova


Radar
il nuovo format di GlobalProject in collaborazione con Sherwood.it

ore 21.00

Vivo un papa, se ne fa un altro
scenari aperti dalle dimissioni 
 di Papa Ratzinger

In tempo di rivoluzioni tutto cambia: in terra e nell'alto dei cieli. Indaghiamo lo scibile per trovare la luce nella caverna di Diogene. In tempo di crisi generale anche la più longeva Istituzione traballa.




La trasmissione è aperta al pubblico

e

in diretta streaming video su GlobalProject.infowww.sherwood.it


Ingresso libero

Intervengono in studio il docente universitario Renato Pescara e i giornalisti Sebastiano Canetta e Ernesto Milanesi. 

Interverrà in diretta telefonico Ferruccio Pinotti autore di libri-inchiesta sul Vaticano.

Collegamenti video con:

Margherita Hack
Massimo Cacciari
Don Andrea Gallo
Don Giovanni Brusegan
Stefano Allievi 

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<![CDATA[Radio Salvati! - Puntata del 25 febbraio]]>

Salve internauti di Radio Sherwood e ben trovati a questo nuovo ricchissimo appuntamento con Radio Salvati!!

Puntata ricca di spunti e di riflessioni: abbiamo parlato in diretta degli esiti delle elezioni politiche che si sono svolte domenica 24 e lunedì 25 febbraio, raccogliendo le vostre opinioni a riguardo.

Allacciandoci al macro tema dei grandi cambiamenti sociali, abbiamo deciso di parlare della cosiddetta "Rivoluzione di Velluto" avvenuta in Cecoslovacchia tra il novembre e il dicembre del 1989, e che portò alla caduta del regime comunista dopo 43 anni di monopolio politico. Volendo porre l'accento sul carattere della nonviolenza intesa come processo attivo di trasformazione e partecipazione sociale, abbiamo cercato di delinearne gli aspetti principali, provando a trovare degli esempi corrispondenti alla realtà italiana di Oggi.

Come sempre, abbiamo avuto una gran colonna sonora ad accompagnare gli argomenti di cui abbiamo parlato, tra cui: Francesco Guccini, Bob Dylan, Rino Gaetano, Giorgio Gaber e così via!

Buon ascolto!

Davide


PLAYLIST

Vota Grillo - OPA CUPA
Il Testamento di un Pagliaccio - FRANCESCO GUCCINI
La Libertà - GIORGIO GABER
Vai in Africa, Celestino! - DE GREGORI-DALLA
Silvio - BOB DYLAN
I Will Follow - U2
Ma il Cielo è sempre più Blu - RINO GAETANO

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<![CDATA[La strage di Once - Buenos Aires]]>

Buenos Aires
@IvanGrozny3

In Argentina, di binari abbandonati se ne vedono tantissimi. Se ci si muove dalla capitale, tutto intorno ad essa e perfino se si utilizzano treni e stazioni, ci si trova in mezzo a rotaie dismesse. Inutilizzate. Coloro che scelgono questo mezzo, o che sono costretti ad usarlo, hanno molta pazienza. Questo da quando, una quindicina di anni fa si è deciso di privatizzare e le cose sono andate come potrete immaginare. Smembramento della rete esistente, chiusura di moltissime tratte. Rimangono solo quelle che collegano la capitale con le zone limitrofe. 

Se ne servono milioni di persone, che viaggiano in condizioni davvero difficili. I pendolari, come diremmo noi. Gente che va a lavorare o a studiare, per lo più. E' raro trovarci qualche turista, anche se può capitare. Ma gli argentini, non solo quelli che li utilizzano che sono davvero tanti, hanno nella memoria quanto accaduto lo scorso anno.

Il 22 Febbraio 2012: La strage di Once, una stazione di Buenos Aires.

Il treno si è schiantato senza possibilità di frenata, tali erano le condizioni della locomotiva. A tutta velocità contro la stazione. Ci hanno pure provato a scaricare la colpa sull'operatore, morto anch'esso. Ma non ha retto un attimo questa versione.
Hanno perso la vita 51 persone, altre 670 sono rimaste ferite. Inutile dire che, come già a suo tempo sono emerse le solite pericolose relazioni tra politici e presunti imprenditori. Che oltre a ricevere l'appalto dal Governo si facevano versare quote da milioni di pesos dallo stesso per garantire il servizio ai cittadini. Emblematica la vicenda dei fratelli Cirigliano, ai quali Menem in pratica regalò le ferrovie. I soldi che arrivano alle aziende che dovrebbero investire in sicurezza e manutenzione è inutile dire che non vengono impiegati a tale scopo. E se li intascano manager senza scrupoli, come ce ne sono tanti anche da noi.

È una vicenda ai quali i media, l'opinione pubblica, la gente, da massima attenzione. E aspetta.
Perché vuole verità e giustizia.
Già, verità e giustizia.

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Quante volte ho letto questo frase questa mattina sui muri di ESMA, una delle caserme che il regime utilizzava per torturare le persone. Per farle sparire. Nei modi peggiori che si possono immaginare. Era il campo dell'aviazione, una finta scuola ufficiali che nascondeva barbarie. Ed era vicino all'aeroporto dove le persone venivano, dopo essere sedate, caricate su aerei che raggiunto l'Oceano, o più semplicemente il Rio de La Plata, venivano fatte precipitare nel vuoto. Vive.
Questo era il regime che terrorizzava fino allo stremo, come se non bastasse la morte. Tra il 1976 e 1983 spariscono trentamila persone. I desaparecidos.

Per i cosiddetti voli della morte c'è della gente alla sbarra in questi giorni. Piloti, quindi becera manovalanza. Schifosamente consapevole, ma manovalanza. Molti di quelli che le hanno preso certe decisioni stanno invecchiando dicendo che in fondo avevano ragione, visto come vanno le cose oggi. Minoranza subito zittita, ma è per questo che le due vicende,anche se qui nessuno lo ammette, ci diranno per come si concluderanno molto di ciò che sarà la situazione politico sociale dei prossimi anni.

Verità e giustizia. Il treno che l'Argentina, ma dovremmo dire nessun Paese, dovrebbe perdere.

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<![CDATA[L'Argentina e la crisi infinita]]>

Buenos Aires, 15 febbraio 2013
@ivangrozny3

"Mi daresti una Quilmes? Preferisco bere una birra argentina, visto che sono qui.." "Non esistono più - la risposta del gestore - sono state acquistate dalla Brahma, tutte. Ormai le birre argentine sono brasiliane."

Questo dialogo può sembrare non troppo significativo, ma se pensiamo a quanta birra si beve da queste parti, forse è un indice anche questo della situazione economica. Considerando che assieme alla Coca Cola è la bevanda più consumata, qualche riflessione bisognerà pur farla.

In questi giorni a Buenos Aires ho potuto riscontrare che la crisi e la preoccupazione rispetto alla situazione economica e sociale sono notevoli. I muri parlano per tutti. E di tutto. Ma andiamo per ordine...

Le manifestazioni in città sono innumerevoli. Quotidiane. Continue. Se capita poi che qualcuno voglia fermare la capitale, ostruendone vie di accesso alle arterie stradali principali, questo ha un effetto che senza dubbio potrete immaginare. Ma la gente che rimane bloccata nel traffico non protesta perché non può raggiungere il lavoro o casa, piuttosto solidarizza, sostiene. Per lo più. Non ho ancora visto nessuno polemizzare per questo.

Di fronte alla Casa Rosada, sede del governo, rimangono appesi gli striscioni delle varie manifestazione che si susseguono. Questo fa una certa impressione. È un po' come le scritte sui muri. Ce ne sono alcune di vecchissime, altre più che recenti. Quelle più datate può anche darsi rimangano perché nessuno le rimuove o ci scrive sopra, ma riflettendo e confrontandomi con alcune persone sono arrivato alla conclusione che restano li perché hanno ancora una valenza importante. Come quelle che richiamano al diritto all'aborto. E' evidente che risalgono a diversi anni fa, ma il problema è ancora liontano dall'essere risolto.

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Le donne protestano molto. Contro le violenze, domestiche e non. Contro la giustizia e la comunicazione, che sono smaccatamente sessiste e machiste. E soprattutto per avere il diritto alla maternità, all'assistenza sanitaria. Tutto in Argentina ha tempi lunghissimi, e la gente fa la coda per tutto. Impressionante da vedere, per noi difficile da sopportare, ma nessuno straniero si permette di obiettare o di manifestare insofferenza. Sarebbe alquanto fuori luogo.

Si protesta per il lavoro che non c'è. E quando c'è contro lo sfruttamento da parte delle varie cooperative del lavoro. Che funzionano più o meno come da noi. Si protesta per il costo dell'energia ed è usuale imbattersi in proteste di questo tipo.

Gli immigrati anche qui sono sfruttati e impiegati nei lavori più umili e faticosi. boliviani soprattutto. Ma loro non hanno diritto neppure alla protesta, visto che per la maggior parte si tratta di clandestini.

Un aspetto che colpisce positivamente è la notevole consapevolezza delle persone. Colpisce che tutti, ma davvero tutti, si interessano alle problematiche sociali e che tutti, ma proprio tutti, hanno capito che la crisi non è una questione economica soltanto, ma una guerra sociale.

Emblematica l'immagine di La Plata, della sua piazza principale. Se si sale fino in cima alla famosa cattedrale che guarda al municipio, cosa si vede, oltre al panorama mozzafiato?
Dei murales enormi, disegnati sul pavimento che divide i due palazzi: uno ricorda le inutili morti dei soldati in occasione della guerra delle Malvinas, uno Maryano Ferreira, un sindacalista ucciso nel 2010, perché un po' troppo attivo nell'organizzare proteste. L'ultimo raffigura la sparizione, datata 2006, di un noto intellettuale militante politico di cui non si hanno più notizie. La sua colpa? Denunciare la continuità tra chi faceva scomparire la gente durante il regime e chi oggi occupa ancora ruoli importanti di potere. Come si legge ovunque, verità e giustizia per Julio Lopez, el desaparecido en democrazia.

Nessuno si permetterà di cancellarli. Neppure chi governa qui.
È come se tutti si camminasse su un impercettibile filo. Fino a che regge.

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<![CDATA[Intervista a Carlo Freccero]]>

Ho ascoltato Carlo Freccero in Tv, già dopo aver letto alcune sue interviste, e mi sono deciso a chiamarlo. Mi è sembrato uno dei pochi “lucidi” ed interessanti sulla visione del panorama politico pre elettorale italiano. Già il fatto che sia un grande studioso ed esperto di comunicazione e in particolare di quella televisiva, mi fa pensare che solo attraverso questa chiave si può ormai affrontare il nodo del voto…gliel’ho chiesto all’inizio:

Carlo Freccero: Nel nostro paese la tv è lo strumento principe della formazione del consenso. E questo la dice lunga su quanto poco in realtà valgano i “programmi” dei partiti. Conta chi sa starci dentro, e una tv generalista, con i suoi talk show e siparietti, è quanto di più lontano possa esistere dal ragionamento. Il 78% degli italiani usa questa tv per orientarsi al voto. Di questa stragrande maggioranza ben dodici milioni, usano solo e solamente quella. Berlusconi lo sa e infatti punta a quello. Si afferma come il prototipo massimo della commedia all’italiana e in confronto a Monti è come vedere da una parte l’Alberto Sordi de “il sorpasso” e dall’altra un Max Von Sidow ne “Il Settimo Sigillo” di Bergman. Da una parte la barzelletta, la cialtroneria spaccona, l’arcitaliano aapunto, e dall’altra un film svedese in bianco e nero di un regista luterano.

Monti sta tentando di cambiare personaggio: parla del nipotino, sorride, promette…

C.F. Monti cerca di fare il comico, ora, ma non può riuscirci: lui, come figura politica, è nato dallo shock, dalla paura: prova a far ridere, con il copione che gli detta David Axelrod il suo consulente di immagine americano, ma non può riuscirci. Uno che ha fatto passare le pene dell’inferno a tutti, quello del terrore del crollo, del baratro, come può pensare adesso di diventare “pop”? E Berlusconi, che certo non riuscirà a far dimenticare tutto, però si avvantaggia, proprio grazie a Monti. Credetemi, nel quadro della politica spettacolo, dell’audience/consenso, Monti favorisce Berlusconi e Grillo invece penalizza Berlusconi, perché raccoglie anche una parte dei delusi del Pdl, che sono il vero obiettivo del cavaliere.

Dopodichè c’è il Pd, il centrosinistra…

C.F. E che dire? Allargo le braccia…come si fa a star dietro, se ci si candida ad essere alternativi, a questa follia? Il pensiero unico domina totalmente. Lo spiega Monti, per il quale la democrazia consisterebbe nel tagliare gli estremi per convergere tutti, appassionatamente, verso il centro. Un’immagine orribile, inquietante, il contrario esatto con il concetto di pluralismo e differenze con i quali è cresciuta la mia generazione. E invece il Pd accetta il gioco, lo teorizza, ci sta. E balbetta, tra il comico e il serioso, tra Alberto Sordi e Max Von Sidow…

In tutto questo un comico di professione c’è…

C.F. In effetti. Quello che arriverà terzo. Prima di Monti, dopo Berlusconi che sarà sorpassato alla Camera dal Pd. Ma quel terzo posto non avrà il peso dell’ultimo gradino sul podio, dobbiamo farci attenzione. E’ un fenomeno problematico, ma sarebbe sbagliato non cogliere le caratteristiche dello spazio politico che va a ricoprire. Ad esempio Grillo punta su internet e non va ai Talk. Strategia perfetta per chi sa come funziona la finta democrazia, trappola, della tv generalista. E’ radicale, sceglie e decide una parte, non tutte. E ad esempio si rivolge a chi usa internet e cioè il 40% dei cittadini ma soprattutto i giovani che dai 14 ai 29 anni lo usano moltissimo. Ricordiamoci, e le metafore sono quello che conta per chi comunica, che internet è anche lo strumento contemporaneo delle rivoluzioni. Questa scelta poi gli consente di “rimbalzare” nella Tv, perché parlano di lui proprio perché egli si sottrae e crea suspence, audience. E quindi, rifiutando la Tv e i siparietti, vi irrompe più degli altri. Ciò lo fa risultare più simpatico al “popolo”, che per il 65% lo considera più efficace e coinvolgente come leader e come messaggio. Grillo ha conosciuto e lavorato con Coluche, e dal comico francese che per lottare contro il pensiero unico ipotizzò persino di candidarsi alle presidenziali, fu segnato. C’è molto del Coluche di allora in Grillo.

Nella società dello spettacolo in effetti i comici bravi sono avantaggiati…

C.F. La comicità è una forma di verità. Una critica immediata, diretta, che non concede chance e può distruggere in poche battute avversari e partiti. Berlusconi e il suo editto bulgaro poi, l’hanno enormemente valorizzata.
Io dico che insieme ad una valutazione problematica, con tutte le criticità che vogliamo su ciò che Grillo ha messo in moto, non possiamo non vedere che lui è arrivato a colmare un vuoto, perché l’offerta politica italiana è terribilmente desolante. Non si può valutare Grillo senza rendersi conto cosa di cosa c’è attorno. Di come ad esempio nessuno risponda alla richiesta di un cambiare rotta rispetto alla degenerazione della politica dei professionisti, dei privilegi, della corruzione. Oppure di come Grillo rappresenti in qualche modo quella rottura con il sistema che ormai la maggioranza o tollera o subisce. O teme o odia. Ormai il discorso politico ha perso ogni passione nelle elezioni: si vota valutando chi è il meno peggio, ma dove sta il phatos, l’ideale, l’utopia, il combattimento? La politica somiglia sempre più a un’assemblea di condominio e ha sepolto ogni afrore rivoluzionario, in tutte le sue forme. Però quando giornali come il New York Times hanno parlato di Grillo, l’hanno fatto in termini di novità. Non lo sottovalutate. Mi ripeto. Non è antipolitica, ma al limite, a-politica.

Un populismo digitale moralizzatore?

C.F. La denuncia della corruzione non basta. Per invertire la congiuntura economica, la moralizzazione grillesca è insufficente. Ma coglie un aspetto fondamentale, che gli altri non osano affrontare per paura di essere “esclusi” dal loro giocattolino. La verità è che bisognerebbe prima o poi prendere sul serio l’idea che se identifichiamo la politica con la liberazione dell’individuo dalle limitazioni che gli impediscono di conseguire il massimo profitto individuale, non dobbiamo meravigliarci poi che chi ha raggiunto un minimo di potere lo utilizzi per i propri interessi. E’ un tema globale, legato all’ideologia neoliberista, e in Italia si è sovrapposto alla nostra “genetica” arte di arrangiarsi. Grillo non è articolato, né argomentativo. Non è un teorico, né un ideologo. Se deve sostenere una discussione approfondita, probabilmente perde. Ma e’ il nostro sismografo. Se si guardano attentamente le oscillazioni, siamo di fronte a un terremoto.

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<![CDATA[Amartya Sen: "Infelicità delle istituzioni europee"]]>

Infelicità delle istituzioni europee

di Amartya K. Sen


da Il Sole 24 Ore, 27 gennaio 2013

intervento tenuto dal Premio Nobel per l'Economia Amartya Sen al Festival della Scienza di Roma


Il tema "Felicità e disuguaglianze" suggerito dagli organizzatori di questo meraviglioso festival è molto più ampio di queste circostanze specifiche. Provo a fare il mio dovere parlando prima di una questione più ampia: il posto e la rilevanza della felicità non solo per la vita individuale ma anche per quella della società, per la vita sociale insomma. Ci rientreranno le disuguaglianze, perché in effetti parlerò di "Felicità e istituzioni sociali" - o di "Infelicità e istituzioni europee" - e in questo quadro più ampio, la disuguaglianza conta. Dopo un'analisi generale tornerò alla crisi economica europea per illustrare alcuni aspetti collegati al tema che mi era stato assegnato.

«O gente umana, per volar sù nata, perché a poco vento così cadi?» lamenta Dante nel canto XII del Purgatorio. Perché questo contrasto tra la vita limitata della maggior parte delle donne e degli uomini e le grandi imprese che riescono a compiere? La domanda posta all'inizio del Quattrocento è ancora attuale. Le nostre potenzialità di avere una vita buona, di essere appagati, felici, liberi di scegliere il tipo di vita che vogliamo, eccedono di lunga quelle che riusciamo a realizzare.

La vulnerabilità umana deriva da svariate influenze, ma una delle fonti principali del nostro limite - e anche della nostra forza, dipende dalle circostanze – è che la nostra vita individuale dipende dalla natura della società in cui stiamo. La natura del problema è ben illustrata dalla crisi che ha colpito l'Europa negli ultimi anni, dalla sofferenza e dalle privazioni che incidono sulla vita in Italia e in Grecia, in Portogallo e in Gran Bretagna, in Francia e in Germania, in quasi tutta l'Europa. Non solo per l'Europa di oggi ma anche per quella futura, è un disastro dalle cause complesse e dobbiamo sondarne la genesi, l'accentuarsi e la persistenza.
Sarebbe difficile capire la condizione degli esseri umani coinvolti in questa tragedia senza studiare come ci abbia contribuito, in modi diversi, il malfunzionamento delle istituzioni che ne governano la vita: il ruolo dei mercati e delle istituzioni a essi collegati, ma anche delle istituzioni statali e delle autorità regionali.

Non c'è dubbio che la felicità sia un'ottima cosa ed è ovvio che abbiamo ottime ragioni per perseguirla. Ma non è l'unica e un problema sorge quando cerchiamo di occuparci di etica sociale basandoci soltanto sul criterio della felicità, come fa l'utilitarismo. Di recente questa prospettiva è tornata in auge, ma è una visione molto limitata dell'etica sociale. Presenta due problemi distinti: anche se il metro della felicità è un buon mezzo per misurare il benessere individuale, l'etica sociale non può concentrarsi esclusivamente su tale benessere, e non è affatto chiaro che la felicità ne sia un indicatore affidabile.

Un limite di questo approccio, di cui l'utilitarismo è un esempio, sta nel fatto che uno stesso insieme di forme di benessere può accompagnarsi a dispositivi sociali, opportunità, libertà e conseguenze molto diverse di cui la valutazione di utilità, o di felicità, non tiene direttamente conto. Eppure un insieme con pari valori di utilità può accompagnarsi o meno a gravi violazioni dei diritti individuali. Qualunque cosa accada però, negli esercizi di valutazione l'approccio utilitaristico richiede di ignorare le disuguaglianze e le violazioni dei diritti e delle libertà personali, e di giudicare le alternative soltanto dai totali di felicità generati da ciascuna. Pare strano questo tenace rifiuto di attribuire un'importanza intrinseca a qualunque cosa esuli dal benessere o dalla felicità nel valutare stati o politiche alternative.

Il limite della prospettiva utilitaristica è aggravato inoltre dall'interpretazione del benessere individuale in base alla sola felicità o al "piacere meno il dolore" (per dirla con Jeremy Bentham), una visione angusta e restrittiva in particolare degli aspetti interpersonali delle privazioni. Per esempio paragonare la felicità – o la forza dei desideri – può essere una guida parecchio ingannevole ai confronti interpersonali tra la nostra vita e quella altrui, poiché aspettative e sopportazione, sofferenze e piaceri tendono tutti a venir adattati alle nostre circostanze, in particolare per renderci tollerabile la vita in mezzo alle avversità.

Alla metrica utilitaristica succede di essere profondamente ingiusta verso le persone che subiscono privazioni persistenti, i perdenti delle società stratificate, le minoranze oppresse da società intolleranti, i lavoratori precari che vivono in un mondo di incertezza e quelli sfruttati da certe industrie, le casalinghe sottomesse in culture profondamente sessiste. Ai più miseri può mancare il coraggio di desiderare un cambiamento radicale e tendono spesso ad adattare le proprie aspettative e aspirazioni a quanto sembra loro fattibile. Si allenano a trarre piacere da ogni grazia ricevuta.

Gli adattamenti hanno però l'effetto incidentale di falsare la scala delle utilità. Nella metrica del piacere, o dell'appagamento dei desideri, gli svantaggi di chi si accontenta delle proprie sventure possono apparire minori di come emergerebbero da un'analisi più oggettiva delle privazioni e dell'assenza di libertà. Riconciliarsi con i propri svantaggi o accontentarsene è ben diverso dal non avere svantaggi. Perciò, come ho scritto in Lo sviluppo è la libertà e L'idea di giustizia, gli indicatori della performance sociale basati sulla felicità sono così problematici.

Però trascurare simili valutazioni delle società e della vita sociale crea a sua volta un problema perché, fuori dalla filosofia utilitaristica, usiamo spesso il termine "felicità" in sensi più ampi. L'espressione "un paese felice" riflette una forte approvazione e lungo tutta la nostra storia la felicità è stata evocata come la cosa più importante della vita. Ne parla Socrate e, con il suo sigillo, Aristotele ha sancito il perseguimento dell'eudemonia. C'è forse un conflitto con la mia precedente critica all'affidarsi alla felicità per giudicare dell'andamento di una società? Direi di no, perché l'ideale di felicità può essere interpretato in modi diversi. Qui è utile ricordare quella che Gramsci chiamava "filosofia spontanea" per capire la natura complessa di quello che intendiamo quando usiamo la parola "felicità" nella comunicazione quotidiana.
Le diamo un senso più generale della definizione utilitaristica "piacere meno dolore".

Se vi chiedo, per esempio, se volete pranzare con me e rispondete "ne sarei felice", non vi obietto che la domanda era un'altra e che volevo sapere se eravate d'accordo o meno per venire a pranzo. Sarebbe assurdo, perché nel dichiarare che ne sareste felici avete già comunicato il vostro assenso. Certo, si può dare una definizione tecnica di felicità, come gli utilitaristi e chiunque altro, ma se una persona risponde "ne sarei felice", non è detto che si riferisca a quella definizione e le sue parole vanno esaminate nel loro contesto, secondo le regole che ne governano l'uso nella normale conversazione.

Molti filosofi riterrebbero una simile attenzione alle regole sull'uso del linguaggio in linea con il pensiero di Ludwig Wittgenstein nelle opere più tardive, come le Ricerche filosofiche. Sarebbe corretto, tutto sommato, ma come ho già avuto occasione di dire, le radici si trovano nella ricerca filosofica svolta con notevole potenza da Antonio Gramsci, che ne è stato il pioniere e ha influenzato Wittgenstein attraverso il grande economista Piero Sraffa, amico di entrambi (e, per una felice coincidenza, mio insegnante a Cambridge). L'interesse filosofico di Sraffa risaliva alla sua collaborazione con Gramsci all'Ordine nuovo, il famoso settimanale fondato da Gramsci e chiuso da Mussolini. Ci accorgiamo delle regole che governano la nostra comunicazione, sosteneva Gramsci, attraverso il linguaggio che impariamo ad usare e questo rientra in quella che chiamava "filosofia spontanea".

Distinguerei quindi il senso benthamiano ristretto di felicità reso popolare dalla filosofia utilitaristica dal senso che ha nella filosofia spontanea. C'è un rapporto, ovviamente tra provare piacere nel fare qualcosa (tutto ben considerato) e la felicità nell'accezione benthamiana. L'infelicità in senso stretto può essere il risultato della frustrazione dovuta al non poter fare quello che desideriamo, anche se la ragione del nostro desiderio ha poco o nulla a che fare con il perseguimento della felicità definita come piacere. Volete aiutare, mettiamo, una persona poverissima perché pensate che sia la cosa giusta. Non è la ricerca della vostra felicità a motivarvi e neppure l'idea che fare la costa giusta tenderà a rendervi più felici. C'è una differenza tra aiutare qualcuno perché è la cosa giusta e aiutarla per procurarsi, anche indirettamente, una gioia personale. Nel primo caso, la gioia è un aspetto secondario mentre l'etica non lo è: la felicità in senso benthamiano può essere implicata indirettamente, ma non perché essa sia il vostro unico scopo, e nemmeno quello principale: procurare un aiuto a chi ne ha bisogno.

L'infelicità che proviamo oggi per il tremendo disastro economico in Europa e altrove non ha soltanto una componente benthamiana nella mancanza di piacere e nella presenza di dolore, ma anche svariati motivi di disapprovazione: la libertà umana negata da fenomeni come la disoccupazione di massa; l'oltraggio etico davanti a vite maltrattate da banche e istituti finanziari e anche la profonda delusione per l'incapacità dei governi nazionali e delle istituzioni internazionali di adottare politiche al contempo intelligenti e compassionevoli. Se dico che quanto accade in Europa mi rende infelice, non sto comunicando per forza una mia personale perdita di utilità benthamiana, ma un paniere ben più capiente di consapevolezze e di conoscenze che mi fanno disapprovare la gestione della crisi in questi ultimi anni.

Abbiamo ragione di essere molto infelici per l'Europa anche dal punto di vista della ben più capiente filosofia spontanea di Gramsci. Il lamento di Dante può esprimere l'infelicità per quanto siamo vulnerabili oggi, sennonché il "poco vento" è un'immane bufera causata dal cattivo operato dei mercati e da una lunga serie di cattive politiche adottate dagli stati e da istituzioni statali e regionali. Siamo caduti, certo, ma abbattuti da una violenta tempesta di mercati manipolati e di madornali errori dei nostri governanti.

Quanto alla disuguaglianza, vicende contrastanti e disparate hanno spaccato la popolazione. Nella brutale recessione che il mondo, e l'Europa in particolare, sta attraversando, c'è un numero enorme di persone disoccupate, dai redditi drasticamente ridotti, che non possono permettersi beni e servizi essenziali e hanno poca libertà di gestire la propria vita, mentre altre prosperano. E' tipico di una crisi economica suscitare forti divisioni, eppure il senso di infelicità per qualcosa di molto sbagliato può essere provato sia da quelli colpiti dalla lunga recessione che da quelli immuni che ne sono comunque oltraggiati. La povertà, la miseria non si condividono, l'oltraggio sì e, per l'infelicità in senso lato, basta e avanza.

Perché l'Europa è tanto nei guai? In effetti ha due problemi da affrontare: l'inflessibilità della moneta unica nella zona euro e la gestione della recessione attraverso la politica di austerità scelta da potenti leader politici e finanziari europei. Ne ho già scritto altrove ("Cosa ti è successo, Europa?" Domenica - Il Sole 24 Ore, 26 agosto 2012, ndr) e sarò breve. Nella zona euro, l'integrazione e l'unione monetaria realizzate prima di avere il sostegno di una più stretta unione politica e fiscale non suscitano solo infortuni economici ma anche rapporti ostili tra i popoli dei vari paesi.

Di conseguenza, lo scenario di crisi e di salvataggi in cambio di tagli draconiani ai servizi pubblici – questioni economiche sulle quali tornerò – ha suscitato malumori. Se errori nella successione delle misure prese e nelle decisioni politiche contingenti hanno peggiorato il disamore internazionale per l'Europa (è stato così, a giudicare dalla retorica politica sentita di recente con forme diverse da nord a sud), è il pegno da pagare per la via che si è imboccata. La visione di un'unità europea crescente che era nata a Ventotene e a Milano negli anni Quaranta è stata assecondata male da piani di salvataggio che non solo hanno precipitato milioni di cittadini in una miseria nera, ma hanno anche generato una divisione di cui si poteva far a meno tra tedeschi prepotenti, secondo i greci, e greci fannulloni, secondo i tedeschi.

L'analogia, spesso invocata, con i sacrifici dei tedeschi per unire le due Germanie è del tutto fuorviante. In parte perché i sacrifici coordinati dal cancelliere Kohl erano intelligenti e progettati bene, e soprattutto perché al momento tra i paesi europei non esiste il senso di unità nazionale che predisponeva i tedeschi ad accettarli. Inoltre ricadevano sulla parte ricca del paese dove il cancelliere era basato: questo fatto ha una qualità politica assai diversa dei tentativi di imporre una rigida austerità ai paesi più poveri dell'Europa meridionale da parte di leader politici che vivono in regioni più prospere.

Vengo ora alla crisi economica globale e agli sforzi europei per rimediare alla propria con l'austerità. La crisi che ha travolto il mondo nel 2008 non è nata in Europa, ma negli Stati Uniti e la recessione che ne è conseguita negli Stati Uniti ha avuto ripercussioni sul resto del mondo, in particolare in Europa. E' iniziata negli Stati Uniti, dove il settore finanziario si era comportato in modo estremamente irresponsabile e avventato. Il mondo aveva molte ragioni di essere infelice e scontento dell'economia statunitense, data l'eliminazione graduale - dai tempi del presidente Reagan – di quasi tutti i controlli sensati che regolamentavano le istituzioni finanziarie e le assicurazioni. Nel settore finanziario, i giocatori di serie A fecero un sacco di soldi, per se stessi innanzitutto, con esiti scintillanti ai quali corrispondevano prassi inaccettabili. Gli americani hanno causato la crisi, ma sono stati più veloci degli europei a temperarne l'intensità con uno stimolo fiscale. Contagiata dalla recessione, l'Europa adottò invece una filosofia immensamente contro-produttiva di redenzione attraverso l'austerità.

E' difficile vedere nell'austerità una soluzione economica assennata all'attuale malaise europeo. Non è neppure un buon mezzo per ridurre il deficit pubblico. Il pacchetto di provvedimenti richiesto dai leader finanziari è stato decisamente anti-crescita. Nella zona euro, la crescita è stata così tentennante e il prodotto interno lordo è calato così tanto che l'annuncio di una crescita zero sembra addirittura una "buona notizia". Sebbene la Gran Bretagna non sia sotto il potere finanziario dei leader della zona euro, ha scelto deliberatamente la strana filosofia della ripresa attraverso l'austerità, con lo stesso triste risultato. E' una politica fallimentare in Europa come lo è stata negli Stati Uniti negli anni Trenta e più recentemente in Giappone (una politica di contrazione che il primo ministro neo-eletto Shinzo Abe sta cercando di ribaltare).

Nella storia del mondo abbondano invece le prove che il modo migliore per ridurre il deficit non è l'austerità, ma una rapida crescita economica che generi reddito pubblico con il quale colmare il deficit. Dopo la seconda guerra mondiale, gli enormi deficit europei sono in gran parte spariti grazie a un veloce sviluppo; è successo qualcosa di simile durante gli otto anni della presidenza Clinton, iniziata con un deficit enorme e conclusasi senza, e in Svezia tra il 1994 e il 1998. Oggi la situazione è diversa, perché in aggiunta alla recessione la disciplina dell'austerità viene imposta per ridurre il deficit a molti paesi con un tasso di crescita zero o negativo. Creare sempre più disoccupazione laddove c'è una capacità produttiva inutilizzata è una strategia bizzarra, e non basta ai padroni della politica europea dire che non si aspettavano forti cali di produzione e alti e crescenti tassi di disoccupazione. Perché mai non se l'aspettavano? Da quale idea dell'economia si fanno guidare? Di sicuro la qualità intellettuale del loro pensiero è un motivo di infelicità. Non si tratta soltanto di avere un'etica solidale, ma anche un'epistemologia decente.
Dire che in caso di recessione la politica dell'austerità rischia di essere contro-produttiva può sembrare una critica sostanzialmente "keynesiana".

John Maynard Keynes ha sostenuto in modo convincente che durante un eccesso di capacità produttiva dovuto alla scarsa domanda del mercato, tagliare la spesa pubblica rallenta l'economia e accresce la disoccupazione invece di diminuirla. Gli va riconosciuto il grande merito di aver fatto capire questo punto fondamentale ai responsabili politici di ogni tendenza. Sarebbe sensato avvalerci delle buone ragioni di Keynes, ormai fanno ormai parte del pensiero economico comune (anche se sono ignote ai leader europei), ma per quanto riguarda la totale inadeguatezza dell'austerità in Europa, ce ne sono altre.

Dobbiamo andare oltre Keynes e chiederci a che cosa serva la spesa pubblica, oltre a rafforzare la domanda del mercato, qualunque ne sia il contenuto. Il risentimento – l'infelicità – di tanti europei per i tagli feroci ai servizi pubblici e per l'austerità indiscriminata non si basa soltanto e neppure primariamente su un ragionamento keynesiano. Fatto altrettanto importante, se non di più, quella resistenza esprime un'opinione costruttiva interessante dal punto di vista sia politico che economico. Parla di giustizia sociale, di ridurre l'ingiustizia invece di aumentarla. I servizi pubblici sono apprezzati per ciò che forniscono in concreto alle persone, soprattutto alle più vulnerabili, e in Europa sono stati ottenuti con decenni di lotta. Tagliarli spietatamente significa rinnegare l'impegno sociale degli anni Quaranta che ha portato alla previdenza e alla sanità pubblica in un periodo di cambiamento radicale. Questo continente ne è stato il pioniere, ha dato una lezione di responsabilità sociale poi imparata nel resto del mondo, dal Sud-est asiatico all'America latina.

Keynes parlò pochissimo di disuguaglianza economica; sugli orrori della povertà e delle privazioni fu di una reticenza straordinaria. Non lo interessavano granché le esternalità e l'ambiente, trascurò del tutto "l'economia del benessere" di cui si occupava invece il suo rivale e antagonista A.C. Pigou. Come ho scritto sulla New York Review of Books - persino Bismarck nell'Ottocento si interessò di sicurezza e di giustizia sociale più di quanto avrebbe fatto Keynes. Gli amici keynesiani mi accusarono di irriverenza (anche quelli della Banca d'Italia), di aver insultato Keynes e vollero farmi ritrattare. Dimenticavano che, sebbene fosse un leader conservatore, Bismarck aveva molto da dire sull'importanza dei servizi sociali.

Per finire, vorrei accennare alla riforma economica di cui molti paesi europei, e non solo la Grecia o l'Italia, hanno senz'altro un gran bisogno. Uno degli aspetti peggiori dell'austerità è stato di rendere questa riforma impraticabile confondendo due programmi: l'austerità dei tagli spietati e la riforma di una cattiva amministrazione (evasione fiscale diffusa, favori concessi da funzionari pubblici per lucro personale e anche insostenibili convenzioni sull'età pensionabile). I requisiti della presunta disciplina finanziaria li hanno amalgamati, sebbene qualunque analisi della giustizia sociale porti a politiche distinte per ciascun programma.

L'amalgama è il frutto di una confusione intellettuale che porta al disastro politico perché collega un bisogno forte e sensato a una follia intempestiva, e nelle campagne politiche unisce gli oppositori dell'austerità a quelli delle riforme indispensabili. L'Europa deve cambiare ora. Nessun paese scaccerà da solo la potente illusione di cui i leader politici sembrano prigionieri, né la Grecia, né il Portogallo e nemmeno l'Italia, eppure bisognerà trovare una voce collettiva per porre fine a tanta miseria e a tanta infelicità.

Chiedo scusa, mi sono dilungato sull'economia mentre volevate sentir parlare di felicità. Mi dispiace, a mia difesa però va detto che per arrivare a un'Europa felice, dobbiamo prima discutere di molte cose infelici. Avrei preferito che non fosse così.

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<![CDATA[Sgomberato a Treviso ZTL Wake UP!]]>

Aggiornamento:

Lo sgombero non ferma ZTL Wake Up!

Sabato 2 febbraio 2013
MANIFESTAZIONE a Treviso
concentramento ore 15.00 Piazzale Stazione

Sono le 15 del pomeriggio di ieri (lunedì 28 Gennaio 2013) quando del tutto inaspettatamente inizia l'operazione di sgombero dello spazio occupato ZTL Wake Up! lo scorso dicembre in dell'ex Telecom di via Dandolo a Treviso.

Gia nei giorni scorsi si era saputo dell'imminente sgombero ed in una affollata assemblea si era deciso di resistere per riaffermare la volontà di mantenere aperta un'esperienza cresciuta con la partecipazione di molti in queste ultime settimane.

L'assemblea ha anche convocato una manifestazione cittadina per sabato 2 febbraio.

Questa mattina inoltre una delegazione del Comitato Garanti nato attorno all'occupazione si era incontrata con il Prefetto per far presente che lo sgombero non poteva essere la risposta ad un esperienza ricca di partecipazione dell'intera città. Nel pomeriggio era atteso un ulteriore contatto tra l'avvocato Tocchetto e la proprietà.

Al momento dell'arrivo nello spazio c'erano solo pochi attivisti che hanno immediatamente avvisato tutti su quanto stava avvenendo. In poco tempo davanti allo stabile sono arrivate decine di persone per denunciare che ai problemi sociali non si può dare una risposta di ordine pubblico come vuole l'amministrazione cittadina.

In serata si è creato un corteo spontaneo e molto combattivo che ha attraversato il centro città fino ad avvicinarsi al comune, protetto dalle forze dell'ordine. Il corteo si è concluso con un'assemblea in Piazza Indipendenza e per le 21.00 è stata convocato un incontro aperto alla Casa dei Beni Comuni per decidere le prossime mobilitazioni e preparare in maniera ampia la manifestazione di sabato 2 febbraio alle ore 15.00.

ZTL WAKE UP ... la storia continua!






Anche la redazione di Sherwood si è catapultata ieri al presidio mentre era in atto lo sgombero di ZTL Wake Up!
Queste sono alcune delle interviste che abbiamo realizzato ed alcune foto che abbiamo scattato.

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<![CDATA["Fracassateli" - La polizia carica i manifestanti a Padova]]>

Si è saputa ieri in serata la decisione del Tribunale della Libertà in merito alle misure restrittive date agli attivisti di movimento per le manifestazioni della giornata europea di sciopero del 14 novembre con l'operazione giudiziaria del 7 gennaio fatta dal PM Stuccilli:

a Zeno e Zuzzu sono stati trasformati gli arresti domiciliari in obbligo di firma

mentre a Marco e Mattia è stato tolto anche l'obbligo di firma.

Contemporaneamente oggi è stato reso pubblico un video in cui si sente chiramente un esponente delle "forze dell'ordine" incitare i suoi "colleghi" dicendo

"appena arrivano, fracassateli...fracassateli..."

e si vedono i poliziotti partire alla carica dei manifestanti nel piazzale della stazione proprio la mattina del 14 novembre.

Nel comunicato che riportiamo di seguito il CSO Pedro denuncia da un lato la vergognosa violenza delle forze dell'ordine e dall'altro ribadisce che, tanto più a fronte delle immagini incontrovertibili del video, è inaccettabile il mantenimento di misure restrittive per gli attivisti politici.



Il video della carica della polizia
al grido: "Fracassateli..."



Comunicato del CSO Pedro

Libertà di movimento

In serata è giunta la notizia che il Tribunale della Libertà ha trasformato gli arresti domiciliari per Enrico e Zeno in obbligo di firma ed ha eliminato le firme per Zenzi e Mattia. I provvedimenti restrittivi erano stati attuati con l'operazione giudiziaria del 7 gennaio del PM Stuccilli contro i manifestanti durante la giornata europea di sciopero del 14 novembre.

Sempre oggi in un video allegato agli atti dell'udienza si sente chiaramente un poliziotto dire "Fracassiamoli Oggi, questi li fracassiamo" e si vedono i poliziotti partire con la carica nel piazzale della stazione in maniera vergognosa e premeditata.

Una verità ben diversa da quella raccontata nell'operazione di Stuccilli, istigata dalla solita nomenclatura padovana sempre pronta a criminalizzare i movimenti e a chiedere galera di fronte a chi lotta per una città ed un futuro diverso.

L'impossibilità di sostenere le falsità che dovevano supportare la legittimità degli arresti domiciliari è una prima dimostrazione dell'inconsistenza dell'operazione giudiziaria.

Di fronte al video che mostra inequivocabilmente cosa ha fatto la polizia durante la giornata del 14 n a Padova come in altre città d'Italia diventano ancora più inaccettabile che a Zeno ed Enrico vengano lasciati gli obblighi di firma.

Non sono loro ad essere pericolosi socialmente o a rischio di “reiterare” il reato ma invece i poliziotti che caricano giovani attivisti al grido “fracassiamoli...”, i magistrati pronti a prestarsi ad operazioni di criminalizzazione e chi continua “reiteratamente” e con provocatoria continuità a voler restringere la libertà di movimento nella città di Padova.

Come abbiamo gridato in tante e tanti in queste settimane mobilitandosi contro l'operazione giudiziaria del 7 gennaio “non ci avrete mai come volete voi”.

Invitiamo tutti a prendere posizione perchè a Enrico e Zeno venga tolta ogni restrizione!

Libertà di movimento!

Cso Pedro

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<![CDATA[Tiradentes - Una storia di ribellione contro il colonialismo]]>

Ouro Preto, Stato di Mineas Gerais. Brasile.
@IvanGrozny3

Camminando per le strade di Ouro Preto, un villaggio settecentesco nel cuore dello Stato di Mineas Gerais, non posso che pensare al rotolare della testa di Xavier Joaquim Josda Silva, comunemente noto come Tiradentes. Le pendenze sono impressionanti. Sia a salire che a scendere. In che condizioni sarà arrivata nella piazza ora a lui dedicata? Quanta gente l'avrà vista passargli di fronte?

Proviamo a pensare per un attimo, per paradosso, che quegli occhi, su quella testa staccata dal corpo, potessero vedere i loro aguzzini e cittadini increduli di fronte all'ennesima brutalità.
Siamo nel 1792 e i portoghesi da qualche tempo si sono spinti da Rio de Janeiro fino a dentro questa regione a seguito di una scoperta che sconvolgerà per sempre chi qui ci abita. L'oro.

La febbre dell'oro ci mette un attimo a diffondersi; le terre vengono occupate, vengono costruite chiese in ogni dove e attorno a queste nasce di fatto quella che è una cittadina a dir poco incantevole.
Conoscere il Brasile, conoscerne quel minimo di cultura e storia che ci consentono di tener lontano i soliti luoghi comuni, implica necessariamente una tappa in questo Stato.
Verde e montagnoso, affascina per la sua natura, per la bontà della cucina e per la sua storia di ex schiavi o semplicemente di gente che i colonizzatori europei volevano sottomettere. Un territorio troppo vasto per poter essere controllato, tanto che la corona lusitana dovette per forza affidarsi a persone del luogo per gestire gli affari. Come sempre alcuni approfittarono per conquistare posizioni di potere, altri al contrario si ribellarono. Poeti del posto, come Claudio Da Costa, Tomas Antonio Gonzaga e appunto Tiradentes organizzarono una rivolta contro gli occupanti europei. Il nostro dentista-poeta (da qui il nomignolo) era anche comandante di una legione di soldati del posto che operavano agli ordini dei portoghesi.

Inutile dire che la rivolta fallì e che la repressione fu dura. Tra ritrattamenti e scelte che a un occhio un po' distratto potrebbero sembrare poco coraggiose, molti di coloro che ordirono la sommossa finirono i loro giorni lontani da qui. In Mozambico o Angola, per lo più.

Tiradentes invece fu squartato vivo.
Proprio così, pubblicamente, a Rio de Janeiro, e per volere della Corona di Portogallo la sua testa fu condotta fino a qui dove appunto fu fatta rotolare per le strade in modo che tutti potessero vedere.
In realtà l'effetto che produsse fu quello di creare un punto di riferimento per quella che di lì a poco diverrà una rivolta a cui i portoghesi non potranno controbattere.

È qui, in questo Stato, che il germe della libertà si insinua negli abitanti del Brasile in maniera consapevole. È qui che la pianta dei diritti in questo Paese ha cominciato a crescere.
Solo ora se ne vedono i frutti.

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<![CDATA[I Voina si raccontano]]>

Lo scorso 10 gennaio al S.a.L.E. docks si è svolto un incontro pubblico con il collettivo artistico russo Voina.  

Voina è un collettivo di artisti/attivisti formatosi nel 2005 a Mosca la cui opera si concretizza come un continuo atto di sovversione creativa al sistema politico russo. Il nome del collettivo deriva dal russo Война e significa guerra. Le azioni di Voina attaccano costantemente lʼincerta democrazia post-sovietica, attraverso perfomance contro lʼomologazione reazionaria, la corruzione politica, lʼautoritarismo putiniano, il fanatismo ortodosso e il costante tentativo da parte delle autorità di annientare qualsiasi forma di dissenso. La guerra del collettivo artistico non si svolge nei salotti dellʼarte contemporanea, ma pratica il conflitto nelle città, nelle strade, nei tribunali, nei supermercati, nei musei e nei ristoranti, usando il web e i social network come cassa di risonanza e archivio delle azioni.

Qui sotto la registrazione video:

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<![CDATA[Ribellarsi è giusto, anche nei Cie]]>

di Annamaria Rivera
da Il manifesto
10 gennaio 2013

Nei lager per migranti le rivolte e la loro repressione, così come gli atti di autolesionismo, sono talmente endemiche che ormai non fanno più notizia, se non allorché convenga tornare ad additare il pericolo pubblico dei “clandestini”. Sicché quello che si è consumato fra il 9 e il 15 ottobre scorsi nel Cie “S. Anna” di Isola Capo Rizzuto è stato solo uno dei tanti episodi di ribellione alla illegittima sottrazione della libertà personale e a condizioni di reclusione intollerabili: negazione di cure sanitarie basilari, materassi lerci e privi di lenzuola, latrine altrettanto luride, pasti ridotti al minimo e consumati per terra…

Nel corso di quella rivolta alcuni “ospiti” salirono sul tetto e lanciarono grate e altre suppellettili divelte contro il personale di servizio e di vigilanza. Tre di loro – un algerino, un marocchino e un tunisino – si arresero dopo ben sei giorni di rivolta e di digiuno, e furono arrestati con l’accusa di danneggiamento e resistenza a pubblico ufficiale.

Come spesso accade, ad accendere la miccia della rivolta erano state alcune odiose pratiche routinarie. Ad A.A., onesto cittadino algerino che viveva a Viareggio lavorando come cameriere, erano stati sottratti alcuni innocui effetti personali durante una “operazione di bonifica” del Cie, come si dice con formula eufemistica degna di un lager. Ad A.H., altrettanto onesto cittadino marocchino, che abitava con la famiglia a Gioia Tauro e lavorava da artigiano, era stato rifiutato il permesso di visitare la madre moribonda. Quanto al terzo, D.A., cittadino tunisino, egli, che viveva a Cosenza da molti anni con la sua compagna, allora incinta di tre mesi, si era ritrovato di punto in bianco ammanettato per strada, imprigionato in una caserma di polizia, poi trascinato in quell’inferno.

Si dirà che tutto questo non è che la consueta banalità del male. In tal caso, però, è l’esito processuale ad essere tutt’altro che consueto e banale: il 12 dicembre scorso il giudice del tribunale di Crotone, Edoardo D’Ambrosio, ha assolto e resi liberi i tre rivoltosi – anzi “dimostranti”, come li definisce rispettosamente – con una motivazione che non potrebbe essere più limpida e più fedele alla Costituzione italiana e alla Convenzione europea dei diritti umani: reagire ad offese ingiuste, scrive il giudice, è un atto di legittima difesa. Allorché la dignità umana è calpestata e la giustizia oltraggiata, egli afferma, ribellarsi è legittimo. E lo è non solo sul piano morale, ma anche su quello specifico del diritto, nazionale ed europeo.

Il giudice D’Ambrosio non si limita a enunciare un principio, bensì lo inserisce nel contesto concreto. I tre cittadini stranieri, scrive nella sentenza, “sono stati trattenuti” in strutture “al limite della decenza, intendendo tale ultimo termine nella sua precisa etimologia, ossia di conveniente alla loro destinazione: che è quella di accogliere essere umani”. E rimarca: “esseri umani in quanto tali, non in quanto stranieri irregolarmente soggiornanti sul territorio nazionale”, i quali andrebbero trattati secondo lo standard qualitativo che si applica (o dovrebbe applicarsi) al cittadino medio, senza distinzione di origine, nazionalità, condizione sociale.

E non solo. Egli contesta che il “trattenimento” dei tre cittadini stranieri nel Cie sia stata una misura proporzionata all’entità della violazione amministrativa e, fra le righe, mette in dubbio la stessa legittimità dei lager per migranti: l’offesa alla dignità umana, soggiunge, è ancor più grave per il fatto che si tratta di persone le quali, “costrette ad abbandonare i loro Paesi di origine per migliorare la propria condizione”, sono state private della libertà personale senza aver commesso alcun reato.

Quella del tribunale di Crotone è una sentenza che non è ampolloso definire storica. Se poi si considera che due giorni fa la Corte europea per i diritti umani con voto unanime ha condannato l’Italia per il trattamento inumano inflitto a sette detenuti nelle carceri di Busto Arsizio e di Piacenza, si può auspicare che qualche crepa vada aprendosi nel fortilizio lugubre del sistema detentivo italiano. Ma il parlamento e il governo che scaturiranno dalle prossime elezioni vorranno occuparsi della violazione dei diritti fondamentali di coloro che sono ristretti nelle carceri e nei Cie? L’esperienza ci rende pessimisti, la volontà politica ci fa sperare.

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<![CDATA[L'Italia condannata per “violazione dei diritti umani, tortura e trattamento inumano e degradante”]]>

La Corte europea per i diritti dell’uomo di Strasburgo condanna l’Italia per “violazione dei diritti umani, tortura e trattamento inumano e degradante”.

Le intima di pagare 100mila euro a sette detenuti che alla Corte avevano fatto ricorso per le condizioni inaccettabili cui erano stati costretti in ragione della loro detenzione.

Le dà un anno di tempo per mettere mano a interventi che correggano concretamente le coordinate di vita nel nostro sistema penitenziario, diversamente darà corso ai 550 ricorsi in giacenza: il calcolo della somma risarcitoria complessiva non è difficile.

La Corte peraltro non sembra fare riferimento, forse per ragioni di protocollo, alla terrificante realtà che caratterizza i nostri Centri di Identificazione ed Espulsione, veri non luoghi del diritto. Alla nota sdegnata del presidente Napolitano che parla di “mortificante conferma” fa seguito immediato quella del guardasigilli “tecnicoSeverino che mette in evidenza il proprio “avvilito rammarico”. La stessa ministra che poche ore prima, nel dibattito al Senato relativo alla legge sulla corruzione, aveva spiegato orgogliosa che anche Alfredo Rocco, padre dell’attuale codice penale, era stato un tecnico del diritto. Detto fuor di metafora: ma chi credete di prendere per il culo?

La ministra finge di non sapere che Rocco fu il filosofo dello stato etico e che il suo Codice fu il fondamento teorico del fascismo e della dittatura. La sua “provocazione rivelatrice” allunga ulteriormente le ombre che si stagliano sul modo di intendere la “tecnica” da parte del Governo in carica: è stato grazie al Codice Rocco che questa estate la Cassazione ha distribuito decine di anni di galera ai manifestanti rimasti impigliati nel reato di devastazione e saccheggio - dal tecnico Rocco coniato - loro contestato per la partecipazione alle giornate del G8 di Genova ed è sempre Rocco a suffragare la condanna a sei anni per lo stesso reato inflitta a una manciata di manifestanti, estratti a sorte tra coloro che si sono dovuti difendere dalle violenze poliziesche in piazza San Giovanni nell’ottobre 2011. Mentre, vale sempre ricordarlo, prescrizioni a nastro e galera neanche da lontano per i massacratori in divisa delle strade di Genova, della scuola Diaz, della caserma di Bolzaneto. Per gli assassini di Cucchi, Aldrovandi, Sandri e via tristemente enumerando.

Napolitano (che siede in Parlamento dal ’53 ed è stato ministro dell’Interno) e Severino fingono di non ricordare che la Corte di Strasburgo ha negli ultimi anni condannato già quattro volte l’Italia per gli stessi motivi: sovraffollamento e condizioni di vita indegne di un paese civile.
Le nostre carceri sono luogo di sofferenza. Punto. Quella della riabilitazione è una bufala cui nessuno crede e ha mai creduto. Basti pensare che la percentuale dei detenuti lavoranti è del 20%, con un 30% in meno dei fondi assegnati negli ultimi cinque anni, con le retribuzioni ferme al 1994: il restante 80% dei reclusi è consegnato all’ozio e alla divisione in tre di celle da uno e in dodici o più di celle da quattro. Se le presenze sono 67.000 a fronte di 41.000 posti di capienza non è un problema di edilizia penitenziaria, non si risolve con piani carcere in cui entra il capitale privato, con la costruzione di nuovi edifici per i quali mancano comunque gli agenti di custodia, con i supercommissari, con i tandem Ionta-Bertolaso, con le navi carcere di cui farneticava il leghista Castelli. La Corte europea ingiunge all’Italia di dotarsi di un sistema di ricorso interno che dia modo ai detenuti di rivolgersi ai tribunali per denunciare le condizioni di vita e chiederne risarcimento: un orizzonte per cui tra un anno i ricorsi da 550 potrebbero passare a circa 70.000.

Fingono di ignorare, i mortificati e avviliti, che tutti gli analisti del nostro sistema penitenziario concordano nell’attribuirne le condizioni di invivibilità alle leggi carcerogene che negli ultimi decenni si sono drammaticamente sovrapposte in nome di una “sicurezza” che ha l’unico proposito di spazzare via i diritti dei più deboli. Che i principali veicoli di ingresso in carcere sono legati alle contraddizioni espresse dalle normative relative alla circolazione delle sostanze stupefacenti, ai flussi migratori, all’inasprimento delle pene per recidiva. Normative che si chiamano Bossi-Fini, Fini-Giovanardi (Fini, il moderato centrista!), ex Cirielli. Non si ritengono complici della strategia che della dimensione simbolica del carcere fa il principale strumento di controllo sociale, che dal suo carattere puramente afflittivo estrae rinnovamento di comando e di gestione autoritaria delle dinamiche del conflitto sociale. Non credono (davvero?) di avere responsabilità nella mancata applicazione delle misure alternative alla detenzione in carcere, del rafforzamento dell’area penale esterna, del diritto penale minimo, della depenalizzazione dei reati minori, di un provvedimento di amnistia e indulto che porti un alleggerimento almeno temporaneo nei gironi maggiormente infernali, dell’istituzionalizzazione della figura del Garante dei detenuti. Nella mancata applicazione di quella ormai datata risoluzione Onu che impone al nostro paese di introdurre nel proprio ordinamento penale il reato di tortura. Che movimenti, società civile ed anche qualche magistrato chiedono da anni. A proposito. La sentenza di Strasburgo fa esplicito riferimento alla questione tortura. Sistematicamente affossata in perfetto stile bipartisan alla Commissione Giustizia.

Mentre negli Stati Uniti viene disposto un risarcimento di 5,28 milioni di dollari per quei detenuti nel carcere iracheno di Abu Ghraib che denunciarono “ampie e feroci torture”, noi dobbiamo occuparci di sei anni di carcere inflitti a un ragazzo che guardava da lontano bruciare un blindato, di attivisti agli arresti per ragioni inesistenti, delle fandonie con cui il presidente della commissione Antimafia Pisanu (ex paleodemocristiano moroteo, ex berlusconiano, oggi montiano) cerca pateticamente di coprire i rapporti Stato-Mafia dei primi anni ’90 (implicati i vertici del Ros, Scalfaro, Ciampi, Amato, Ciancimino, Mancino ecc.), del marciume della “struttura delinquenziale” costituitasi a Napoli tra faccendieri, Finmeccanica, prefetti, provveditorato alle opere pubbliche e vertici della questura. Così è con nessuno stupore che vi troviamo implicato (e tempestivamente assegnato agli arresti domiciliari) l’ex questore Oscar Fioriolli. Si tratta di quell’alto funzionario chiamato nell’agosto 2001 a sostituire il questore di Genova Colucci, “saltato” dopo il G8: il suo primo atto ufficiale fu coprire il massacro della Diaz e le torture a Bolzaneto, denunciando alla Procura per calunnia la stampa genovese. E guarda caso in questi giorni rispunta la deposizione del superpoliziotto antiterrorismo Salvatore Genova (operazione Dozier) circa l’interrogatorio di una brigatista: “Sta interrogando Fioriolli. La ragazza è legata, nuda, la maltrattano, le tirano i capezzoli con una pinza, le infilano un manganello nella vagina, la ragazza urla, il suo ragazzo la sente e viene picchiato duramente…”. Verona 1982, Genova 2001, le strade le piazze le galere i Cie le camere di sicurezza oggi.

Vorremmo che la ministra Severino ci spiegasse cosa c’è di tecnico in tutto questo.

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<![CDATA[La regola del rumore]]>

Si può essere denunciati per interruzione di pubblico servizio mentre è in corso uno sciopero generale? Si può essere denunciati per violenza e lesioni perché uno scudo di polistirolo può diventare un'arma? Si può prendere per buona una prognosi di 45 giorni riferita a un agente colpito da un petardo? L'ufficio del Giudice per le Indagini Preliminari di Padova afferma che non solo si può, ma che per questo si va in galera. Ha caratteri surreali l'ordinanza che dispone gli arresti domiciliari per due attivisti, l'obbligo di firma per altri due, l'autorizzazione a procedere penalmente per altri cinque. A un giurista certamente sembreranno fuori luogo e strumentali i richiami alla giurisprudenza consolidata più volte esibiti. Ma non servono competenze quando si legge che la locale azienda per il trasporto pubblico ha denunciato un disservizio protrattosi per altri 40 minuti (!) dopo la fine ufficiale dello sciopero; che gli “scudi utilizzati erano perfettamente idonei non solo a proteggersi, ma anche a cagionare lesioni” (pag. 7 ordinanza); che dallo scoppio di un petardo si possa ottenere quel tempo di guarigione che consente di disporre misure privative della libertà.

E' di libertà che stiamo parlando. Quella che i nostri padri e i nostri nonni hanno difeso con le armi. Quella che nella nostra città, come altrove, vale sempre meno. Quella che certi amministratori pubblici in carriera, con un passato di militanza a sinistra, ritengono vada sacrificata sull'altare del “diritto inalienabile alla proprietà”. Quella che i cinguettii del sindaco auspicano vada tolta a quei “patetici” attivisti che si battono per spazi e diritti che garantiscano una migliore qualità della vita. E' una miseria politica locale che trova perfetta collocazione nel quadro generale che caratterizza le modalità di risoluzione del conflitto sociale. Negli ultimi cinque anni al ministero di Giustizia si sono succeduti tre responsabili diversi per provenienza e collocazione politica. Al segretario particolare di Berlusconi Alfano, promosso a segretario fantoccio del Pdl, è succeduto il magistrato Nitto Palma, sostituito oggi dalla ministra “tecnica” Severino. Ma nulla è cambiato. Perché non è un problema di Giustizia: l'abbandono del welfare impone di governare sempre nello stesso modo le problematiche sociali. Il più semplice e il più educativo: quello dell'uso feroce della forza poliziesca, della criminalizzazione, della privazione parziale o totale della libertà, del carcere.

Sembrano lontane le sentenze definitive di quest'estate che condannavano a pene fino a 15 anni una manciata di manifestanti al G8 di Genova per aver danneggiato degli oggetti, ma è di queste ore la condanna a sei anni di reclusione per sei manifestanti (ai domiciliari da aprile) presi a caso tra quelle centinaia che il 15 ottobre 2011 si sono difesi in piazza San Giovanni dalle cariche omicide praticate dalle nostre polizie. Ancora una condanna pesantissima a fronte di un tema di prova che non riesce a mettere in evidenza la responsabilità oggettiva dei singoli. Ancora galera. Bisogna far rumore. Bisogna che un paese assuefatto da qualche decennio alla semantica dell'emergenza sia intontito, assordato da quattro polizie perennemente in assetto antisommossa e da inchieste che isolano e puniscono i violenti. Così può concentrarsi su una scaramuccia di pochi secondi davanti alla stazione di Padova e dimenticare il volto tumefatto e insanguinato di quell'adolescente che nelle stesse ore a Roma veniva preso a calci in faccia da un poliziotto. E le altre decine di feriti, molti gravi, che si sono registrati in tutte le principali piazze del paese in una giornata di lotta diffusa. Così può domandarsi se, a fronte della profonda crisi economica e di impoverimento crescente, è opportuno battersi per la difesa del posto di lavoro, del reddito, dello studio, dei diritti per tutti.

Questa di Padova è una squallida operazione di intimidazione nei confronti di soggetti tra i più attivi nei quadranti delle lotte territoriali, obbedendo in parte a motivazioni di carattere localistico. Ma dall'altra parte si colloca coerentemente nello scenario più ampio del conflitto sociale, sottolinea nodi non risolti nella determinazione dei rapporti di forza: cavalca le opportunità offerte da quel vuoto, aperto da più di un decennio, relativo alle regole di ingaggio, all'uso della forza e delle armi in funzione di ordine pubblico, all'identificabilità delle divise, alla mancata introduzione del reato di tortura (mentre lo scudo diventa offensivo). Lavora a dimensionare come condivisibili iniziative giudiziarie assolutamente sproporzionate rispetto alle pretese di imputazione e ai relativi sostegni accusatori. Collabora a rendere compatibile lo stato della crisi. E' dunque fortemente politica, collusa. Per questo va energicamente rifiutata, combattuta, smontata.

Non ci avrete mai come volete voi.

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