<![CDATA[ home | Sherwood - La migliore alternativa]]> https://www.sherwood.it <![CDATA[VENYL - 5ª Fiera del Disco di Venezia]]>

Domenica 03 DicembreCentro Sociale RivoltaVia F.lli Bandiera 45, Marghera (VE)

10 minuti a piedi dalla Stazione di Venezia/Mestre


VENYL

5ª Edizione della Fiera del Disco di Venezia

www.facebook.com/fieradiscovenezia

50 tra i migliori espositori in Italia (e qualche estero) riempiranno oltre 250 metri lineari di banchi dando spazio a tutti i generi musicali in tutti i formati (33/45 giri, mix, cd, tapes).

Come la scorsa edizione sarà presente sia la lotteria gratuita (regaleremo a 5 fortunati 5 bei disconi) sia il servizio lavaggio dischi con macchine professionali.

The Obscure Music Club ai piatti per tutta la durata dell'evento!!


Orario continuato 10.00-20.00

Ingresso 3 Euro

(gratuito per i bambini fino ai 12 anni)

● Ampio parcheggio gratuito
● Bar sempre aperto per tutta la giornata.
● Pizzeria con prodotti a km/0.
● Birre artigianali

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info@sherwood.it (Sherwood Network)
<![CDATA[Evidence live al Cso Pedro]]>

Sabato 11 NovembreC.S.O. PedroVia Ticino, 5 - Padova

 

Evidence (Dilated Peoples/L.A.)
& Dj Mishaps (Gangrene)

 

Presentazione ufficiale del nuovo album "Weather or not"

Hosted by Mbassadò

Apertura ore 22.00 - Ingresso 10 euro




Evidence aka Mr. Slow Flow, Michael Perretta è un mc, beatmaker e writer statunitense, ma le sue origini sono piuttosto composite, essendo di padre italiano e di madre russo-statunitense.
Si interessa all'Hip Hop a soli 8 anni, a seguito del divorzio fra i suoi genitori e si dedica giovanissimo alla break dance, allo skateboarding e in seguito ai graffiti assieme alla crew Venice Z-Boys. In un'intervista recente di alcuni anni fa dichiarò l'affetto e l'unione per sua madre, dicendo che rappresentò la fonte d'ispirazione e di impegno per lui e per la sua arte.
Nel 1992, grazie anche alla spinta e all'influenza di Quincy Jones III, produttore esecutivo, Evidence si diede alla musica Rap, unendosi a un altro MC, Rakaa, col quale forma il duo Dilated Peoples (al quale presto si aggiungerà DJ Babu).
Ciò che caratterizza Evidence e compagni sono i temi sul genere "conscious", diversi dai canoni West Coast dominanti e improntati sul noto Gangsta rap fin dai tempi di gruppi quali N.W.A. e Compton's Most Wanted.
Sempre durante il periodo dei Dilated Peoples, Evidence inizia la carriera solista e pubblica a marzo 2007 l'album The Weatherman LP (con molte tracce prodotte da The Alchemist), non più distribuito dalla Capitol Records, ma dalla ABB Records, etichetta underground. Ottenne un buon successo nella classifica degli album indipendenti grazie ai vari singoli "Chase the Clouds Away" (la cui videoclip è stata pubblicata solo su internet), "All Said & Done" e "Mr. Slow Flow". Tra nuovi collaboratori di Evidence spiccano Slug degli Atmosphere e Sick Jacken. Poco dopo i Dilated Peoples interrompono la loro produzione musicale.
Nell'estate del 2017 è uscito il nuovo singolo "Throw it all away" già banger in heavy rotation, produzione di the Alchemist, caratterizzata dal magnetico flow di Mr Slow Flow. che ha anticipato il nuovo album "Weather or not".

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<![CDATA[Dnb Temple (First Edition)]]>

Sabato 14 Ottobre Centro Sociale RivoltaVia F.lli Bandiera, 45 - Marghera (VE)


Dnb Temple

First Edition

Apertura cancelli: Ore 21.00

Ingresso: 16 € (Prevendita) // 20 € (Intero)

"As above the drum, so below the bass, in dnb temple we trust"

Dnb Temple nasce dalla passione e dall'unione di quattro realtà
presenti sulla scena bass music italiana: Ambra BassCulture, SUB CONCEPT, BAD VIBES e Control Music - CTRL. Il progetto è stato generato e si evolverà all'interno degli spazi del Centro Sociale Rivolta a Marghera (Ve) con due sale concepite per offrire una vibrazione DnB a 360 gradi.


// Elevation Stage //


Calyx & TeeBee

(RAM Records)

Audio

(Virus Recordings)

Maztek

(Renegade Hardware, Eatbrain, Virus Recordings, Hospital Records)


Hosted by:

MC Coppa(Eatbrain)


// Bad Vibes Showcase //


Beeonex

No One Knows

Evies

Mc Buzz from Massima Tackenza


// The School Stage //

[powered by B.U.M. Sound System]


SpectraSoul

(Ish Chat Music / Shogun Audio)

LSB

(Soul:r)


Hosted by:

MC DRS

(Soul:r)


Was A Be B2b Neve

Fractale B2b Ninjoh 

Richie Killasound B2b Deejay Cyco Criss 

Mc Il Liscio  


Video Mapping:

Offline Project


Prevendite:

Veneto
Vicenza 345 6096733
Vicenza 328 1478791
Padova 340 2272762
Padova 340 3194795
Treviso 342 7462189
Treviso 340 7292296
Verona 3204825857
Venezia/Verona 3478980367
Belluno 340 7612746
Belluno 393 6709765

Friuli V.G
Udine 320 3560158 / 3470874881
Gorizia/Nova Gorica 333 8978920
Trieste 391 4025911
Pordenone 346 6785250
Manzano/Cividale 342 6810199

Trentino A.A
Trento 338 8962497

Emilia Romagna
Bologna 346 544971
Rimini/Riccione 348 9347621

Lombardia
Milano 348 0781812
Brescia 347 8980367

Piemonte
Torino 346 5329397

Sicilia e Sud Italia
328 0143592

Come Arrivare:

Mappa: http://rivoltapvc.blogspot.it/p/come-trovarci.html

In Autobus
Da Venezia (Piazzale Roma)
Bus 6/ per Via Fratelli Bandiera; Bus per Padova;
Da Mestre (Via Cappuccina) Bus 10 per Cà Sabbioni;
Da Mestre (Corso del Popolo) Bus per Dolo/Padova

In Treno
Dalla Stazione di Venezia Mestre (10 min):
sottopasso per Marghera, dopo la prima rotonda andare a sinistra in Via Durando, incrocio a destra in Via Fratelli Bandiera.

Media Partners:

B.U.M.
The Dreamers
Catch a Fire Events
Infuzion
ReVoLtEkK
Nebrotrip
Funk Soul Brothers - Radio Statale
Ramblers.Nights
Dnb Attack

A partire dalle ore 21.00, presso l'Osteria del Centro Sociale Rivolta potrete gustare ottime pizze e piatti preparati con materie prime di qualità selezionate dai produttori del territorio accompagnati dalle birre artigianali Lucky Brews.

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<![CDATA[Tecniche Perfette XV - Semifinale Veneto]]>

Sabato 14 OttobreC.S.O. PedroVia Ticino, 5 - Padova


Tecniche Perfette XV

Semifinale Veneto

www.facebook.com/TecnichePerfette


Dal 2003 Double S e Mastafive sono in giro per la penisola in cerca del migliore MC da battaglia. Una battle dopo l'altra si sono distinti rapper del calibro di Mondo Marcio, ENSI, Clementino, Nitro, July B, Emis Killa, Noema, CaneSecco, Kenzie, Moreno MC, Kenzie, Fatt, Lethal V, Maik Brain, Morbo, Reiven.


Ai piatti:

DJ Double S

(Official dj Fabri Fibra/MTV Spit!)

Host:

Mastafive

(Gatekeyz/MTV Spit!)

Co-host:

Mbassadò

(EAD/Intl Live/Move on)

Special guest:

Hyst

(Blue Nox)

 

Apertura ore 22.00 - Ingresso 5 euro


Iscrizioni
http://bit.ly/IscrizioniTPXV

Per poi perfezionarle sotto forma di conferma in loco la sera stessa dell'evento entro le ore 22.30.

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<![CDATA[CS Rivolta Re-Opening w/ Ensi]]>

Sabato 07 OttobreCentro Sociale RivoltaVia F.lli Bandiera, 45 - Marghera (VE)


CS Rivolta Re-Opening Party

Ensi

+ Dj 2P & supported by Vox P

Presentazione del nuovo disco "V" / Data zero del Tour

www.facebook.com/ensiofficial


plus Special guests

-- a breve la line-up completa --


Apertura ore 19.00

Ingresso 5 €

Presso l'Osteria del Centro Sociale Rivolta potrete gustare ottime pizze e piatti preparati con materie prime di qualità selezionate dai produttori del territorio accompagnati da ottime birre artigianali.


Registrato presso il Red Bull Studio Mobile, uno studio di registrazione su ruote, dal primo settembre è disponibile “V” il nuovo progetto discografico di Ensi prodotto da Warner Music Italia. Tanti i significati raccolti all’interno del titolo che rappresenta: il nome di Vincent, suo figlio; Vella, il suo cognome, la sua famiglia, le sue radici; “Vendetta”, il suo primo album e il numero romano, perché questo è il suo quinto disco in studio da solista. All’interno dei 14 brani che vanno a comporre “V” Ensi parla di vita privata, di rapporti, ma anche di sociale e di interazione raziale, collaborando su alcuni brani con il Cile, Clementino, Luchè e il duo Gemitaiz & MadMan.
Riconosciuto tra i migliori freestyler di sempre in Italia, Ensi dimostra anche in questo album, come nel precedente “Rock Steady”, che ha debuttato direttamente al n.1 delle classifiche di vendita, le sue grandi capacità di songwriting.

“La mia penna non è mai stata motivata dalle sfumature, ho sempre trovato la maggiore ispirazione agli estremi, nella sofferenza quanto nella felicità. – racconta Ensi – Questi ultimi tre anni della mia vita sono stati davvero intensi, sono passato più volte da un estremo all’altro senza fermate intermedie. È cambiato tutto. Sono cambiato anche io. Mi ci è voluto del tempo per metabolizzare e me lo sono preso, in piena controtendenza con il momento storico nel quale viviamo, dove è tutto molto veloce. Ma questo processo era necessario per arrivare a questo disco. Negli ultimi mesi ho raccolto tutto questo vissuto nella musica e ho scritto V, senza dubbio il mio miglior disco fino ad oggi. Non è una fotografia del momento, è più un collage di foto, strappi del passato e del presente, nei suoni come nelle immagini. Ci sono delle versioni completamente inedite della mia musica e le versioni migliori dei miei punti di forza. In “V” c’è l’uomo, il rapper e il padre.”

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<![CDATA[AltaVoz Back Home ]]>

Sabato 30 Settembre Centro Sociale RivoltaVia F.lli Bandiera, 45 - Marghera (VE)


AltaVoz Back Home

Evento Internacional de Música Electrònica

#HangarEdition

Apertura Cancelli ore 22.00

Ingresso 15 €

Dopo una lunga estate, AltaVoz ritorna al Rivolta di Marghera con un evento mondiale nello spazio Hangar! Aspettando la grande apertura di Halloween!

New Year, New Look, New Sound ... Same Soul.


International Special Guests

Art Department(Circoloco / Crosstown Rebel)
www.residentadvisor.net/dj/artdepartment

Bella Sarris(Enter)
www.residentadvisor.net/dj/bellasarris


AltaVoz Dj’s

Max D. Blas(AltaVoz / Monologue Rec.)
www.facebook.com/maxdblasmusic

Alessio Tonin(AltaVoz)
www.facebook.com/alessiotoninmusic

Prince Anizoba(Area)
www.facebook.com/princeanizoba


Tavoli AltaVoz friends zone

Info e Prenotazioni: 333-7789146
(numero limitatissimo di disponibilità)

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<![CDATA[ReadBabyRead_352_Fulvio_Ervas]]>

 
ReadBabyRead #352 del 21 settembre 2017


Fulvio Ervas
Porto Marghera val bene una bocciatura

testo tratto dal libro
Porto Marghera
Cento anni di storie (1917-2017)


per info su F. Ventimiglia e C. Tesser:

Lettura e altri crimini
iTunes podcast


voce: Francesco Ventimiglia
(lettura live dallo Sherwood Festival 17)


“Una bella bocciatura in terza liceo, secca, quattro materie. Mio padre aveva aperto la porta della stanza e mi aveva avvisato che dai primi di giugno si andava in vacanza ai cantieri navali Breda.
Per vedere quanto costa guadagnarsi da vivere.
D'estate, per far felici gli operai, il primo turno iniziava alle sei del mattino sino alle quattordici, così si pitturavano le navi stando al fresco.
Perché quello sarebbe stato il mio lavoro: pitturare navi.
Per essere alle sei a Porto Marghera bisognava alzarsi alle quattro e mezza, prendere la corriera verso le cinque e sbarcare alle sei meno un quarto davanti ai cantieri navali. 
Il primo giorno di lavoro sono sceso dalla corriera blu come da un modulo lunare e mentre mio padre sfrecciava dall'altra parte della strada, io sono rimasto sbalordito ad osservare una marea maschile di formiche senza volto".


Cent’anni di Porto Marghera
Un libro raccoglie le storie di 16 scrittori


VENEZIA
È stata l’America a due passi da casa, duemila ettari di tubature e cemento e ciminiere e impianti e capannoni e grigio e vapori e vita e morte. Una bruttezza di metallurgia e chimica che esattamente da 100 anni si vede da Venezia e le fa da contrappunto: bella l’una, orrifica l’altra. La necessaria schiena al volto della bellezza che nell’assenza di decòr racconta come stanno le cose: a Porto Marghera dal 1917 si lavora, si suda, si guadagna, si muore. Si muore di lavoro e di mancanza di lavoro, il tempo scorre e la narrazione si adegua. A cento anni dalla nascita di Porto Marghera la casa editrice Helvetia ha chiesto a 16 scrittori del territorio di raccontare dal loro punto di vista storie che raccontassero la Storia, vicende che inquadrano il luogo che nella terraferma veneziana è stato il personaggio protagonista del tema e dello svolgimento: Venezia fulcro industriale dell’Italia.

Hanno risposto tutti e in cinque mesi il libro ha preso vita: il 16 marzo nella sala Gabriele Bortolozzo di Marghera la presentazione ufficiale porterà le prime copie di questo lavoro voluto dall’editrice Claudia Spagnol e curato da Elisabetta Tiveron e Cristiano Dorigo (14 euro, 176 pagine) che riferisce in forma narrativa ciò che è vita di migliaia di persone, storie personali della terraferma che sono un tassello della Storia. «C’è una casa a Portomarghera/ sotto le ciminiere/ che un uomo e un ragazzo / dipingono e ridipingono / continuamente». È una delle poesie di Ferruccio Brugnaro che il sindaco di Venezia, suo figlio Luigi, predilige e cita sempre. Una esortazione all’impegno infaticabile di ridipingere sempre il fondale del presente che Ferruccio ha voluto regalare al libro. «Il mio personaggio si chiama Tony. Esiste davvero, l’ho visto in un reportage di Presa Diretta: aveva le lacrime agli occhi e parlava dei giovani operai di Monfalcone. Diceva: questi sono tutti precari, tutti sacrificabili. Come abbiamo fatto ad arrivare a questo punto?», racconta Nicoletta Benatelli. Cronista e scrittrice, nella fine del lavoro a Marghera racconta la precarietà della fine del lavoro tout court, oltre la fabbrica e le ciminiere. Dentro quei capannoni c’è stata morte ma anche epifania e una data simbolo è il 12 maggio 1980, data dell’assassinio del capo dell’antiterrorismo della Polizia di Venezia, il commissario Alfredo Albanese.

«Fu uno spartiacque, il giorno nel quale operai, studenti e poliziotti si ritrovarono tutti assieme a manifestare con le lacrime agli occhi in piazza Ferretto», spiega Gianluca Prestigiacomo, poliziotto e scrittore. Per Annalisa Bruni Porto Marghera è un paesaggio dell’anima nella storia di una coppia che festeggia 45 anni di nozze e parte dal Molino Stucky in un viaggio che attraversa le vicende di Venezia, Mestre, Marghera e intreccia il personale all’urbano e al politico. Giovanni Montanaro nel racconto - che pubblichiamo a lato - narra l’agonia di un padre operaio e della sua famiglia. Tra gli altri autori, Gianfranco Bettin (che si sofferma sulla parte mortale di quell’America a due passi da casa), Maurizio Dianese (sulle traversie di Gabriele Bortolozzo che sollevò il velo sulla verità della bruttezza di Porto Marghera), Sergio Tazzer (la nascita del più grande polo chimico d’Italia).

Monica Zicchiero
da Corriere del Veneto
3 marzo 2017


Le Musiche
, scelte da Claudio Tesser

Harold BuddAbandoned Cities [Harold Budd]

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<![CDATA[AQUAGRANDA in crescendo a Roma]]>

Appuntamento mercoledì 20 settembre, dopo la proiezione speciale del cortometraggio di Gianni Amelio "Casa d'Altri", a partire dalle 21,30, al Cinema Farnese con il documentario Aquagranda in crescendo, di Giovanni Pellegrini, presente alle Giornate degli Autori nel corso della 74° edizione della Mostra del Cinema di Venezia. Nell'ambito della 23esima edizione di "Il Cinema attravrso i grandi festival", che porta nella capitale alcune dei titoli legai alla Mostra del Cinema di Venezia, arriva a Roma il film che parla della storia e della cultura di Venezia, realizzato e prodotto da una troupe di giovani, dal regista Giovanni Pellegrini, alla giovane realtà produttiva KAMA Productions di Riccardo Biadene. In seguito a Venezia74 il documentario è stato raccontato anche dalla stampa internazionale con un pezzo uscito su El Paìs. “L’acqua alta fa parte del DNA di Venezia, fin dalla sua fondazione, segue i ritmi della natura – racconta il regista - per 6 ore cresce e per 6 ore cala, solo che in alcune occasioni accade qualcosa di memorabile. Il 4 novembre del 1966 una particolare situazione meteo provocò l’acqua alta più grave della storia, con un valore di +194 cm sul medio mare e tutta la città è stata sommersa dall’acqua per quasi per 24 ore”. Aquagranda in crescendo racconta il Teatro La Fenice durante la realizzazione di Aquagranda, l’opera-evento che commemora i 50 anni dalla terribile alluvione che colpì Venezia il 4 novembre 1966. Attraverso le testimonianze di chi ha vissuto quella tremenda giornata e le interviste ai creatori dell’Opera (in primis il compositore Filippo Perocco, il regista Damiano Michieletto e i librettisti Luigi Cerantola e Roberto Bianchin), le musiche, i lavori di preparazione dello spettacolo, le impressionanti immagini di repertorio dell'archivio RAI e dell'Archivio Montanaro, il documentario narra un momento cruciale della storia della città lagunare; secondo gli autori, l'abbandono di molte case del centro storico come conseguenza dell’alluvione ha dato inizio alla trasformazione della città dei dogi in parco turistico.


L'opera Aquagranda ha aperto la stagione 2017/18 del Teatro La Fenice per volontà del sovrintendente Cristiano Chiarot e del direttore artistico Fortunato Ortombina, ed è stata recentemente insignita del prestigioso Premio speciale Abbiati 2017. A partire dal romanzo di Roberto Bianchin, “Acqua Granda. Il romanzo dell’alluvione” ogni maestranza ha contribuito a creare un’opera nuova, che parte dalla cronaca e arriva a una dimensione esistenziale, che usa il dialetto veneziano e una raffinata tecnologia nell’allestimento, che prevede lo svuotarsi di un gigantesco acquario in scena nell'evocazione del culmine dell’alluvione. Il documentario racconta la costruzione dello spettacolo, dalla ricerca dei costumi all’idea scenografica, alle prove dei cantanti con il regista, le prove dell'orchestra, del coro, dei figuranti-ballerini. Il racconto delle prove ricalca la successione delle scene dello spettacolo; il film ricostruisce l'andamento di tutto lo spettacolo, ma nelle sue diverse fasi di produzione. Aquagranda in crescendo segue il crescere dell'opera, dalla fase di ideazione al primo giorno di prove fino alla sera della prima. Ma ci sono anche immagini di archivio: “in particolare due, scattate a Piazza San Marco – racconta Pellegrini - sintetizzano come un campo e controcampo ideale le due facce contrastanti dell’alluvione del ‘66. La prima è la famosa foto che ritrae la basilica di San Marco e il Palazzo Ducale sferzati dalle onde, un’immagine apocalittica che racconta molto bene la fragilità di Venezia ed il pericolo che ha corso. Nel controcampo invece vediamo un bar allagato in cui è stata fatta entrare una gondola, e attorno ad essa un gruppo di persone sorridenti che beve il caffè. Il fatto è che per molti veneziani si trattava semplicemente di un’acqua alta un po’ più alta del solito, un avvenimento tutto sommato normale, non si poteva immaginare gli effetti che avrebbe avuto, anche perché sono stati principalmente a lungo termine”.

IL TEAM

Giovane e veneziano il team del documentario: diretto da Giovanni Pellegrini (1981), regista di documentari, cortometraggi e spot (tra gli altri “Bring the sun home” pluripremiato nel mondo), e prodotto da Riccardo Biadene (1973), anch'egli regista e autore di film documentari premiati nel mondo (tra gli altri Come un uomo sulla terra e Alain Danielou-Il Labirinto di una vita, uscito a giugno in Italia al Biografilm Festival di Bologna) con KAMA Productions, nuova casa di produzioni audiovisive orientata alla musica, alle arti performative e al dialogo interculturale. Veneti anche la montatrice Chiara Andrich e i tecnici del suono Mattia Biadene e Alessandro Romano e la produzione con Fabrizio Weiss, Valentina Lacchin, e Tommaso Santinon.


KAMA Productions è una casa di produzioni nata per favorire la discussione e gli scambi tra la cultura orientale e occidentale, soprattutto attraverso approfondimenti sulla musica e le arti performative. Kama ha coprodotto e distribuito il lm documentario “Alain Daniélou Il Labirinto di una Vita” e ha prodotto il lm documentario “AQUAGRANDA in crescendo”, sull’opera lirica AQUAGRANDA, che commemora i 50 anni dalla grande alluvione a Venezia del 1966. KAMA produce anche concerti ed eventi di arti performative (ricordiamo tra gli altri Pt. Hariprasad Chaurasia all’Auditorium Parco della Musica di Roma e le Canzoni di Tagore alla Fondazioni Cini a Venezia); coproduce inoltre il più importante festival italiano di cultura indiana, che si tiene a Roma ogni anno, il Summer Mela.

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<![CDATA[ReadBabyRead_351_Joseph_Conrad_6]]>

 
ReadBabyRead #351 del 14 settembre 2017


Joseph Conrad 
Un avamposto del progresso
La laguna

(parte 6 di 6)


per info su F. Ventimiglia e C. Tesser:

Lettura e altri crimini
iTunes podcast


voce: Francesco Ventimiglia


“Reggendosi con le braccia alla tuga di poppa il bianco comunicò al timoniere: «È tardi. Passiamo la notte nella radura di Arsat». Per tutta risposta il malese emise un grugnito, continuando a tenere lo sguardo fisso sul fiume. Il bianco appoggiò il mento sulle braccia incrociate e si mise a fissare la scia del battello. L'infilata delle foreste era tagliata in due dalla luce liquida del fiume: e il sole basso, abbacinante e senza nuvole, faceva brillare l'acqua come una placca di metallo. Le rive erano una cortina scura e inerte di vegetazione: non un suono, né un movimento. Ai piedi degli alberi immani i pesanti festoni delle palme nipa, che non hanno tronco, spuntavano dal fango, come pietrificati sui mulinelli scuri. Nell'aria ferma sembrava che un sortilegio avesse fissato ogni albero, ogni foglia, ogni ramoscello, ogni viticcio di liana, ogni petalo dei fiori minuscoli in un'immobilità perfetta e definitiva".


Un avamposto del progresso
di Joseph Conrad


I primi due racconti
 che Joseph Conrad pubblicò nel 1897, su due diversi giornali, vengono ora riproposti, in un unico, elegantissimo volumetto, da Adelphi (Un avamposto del progresso, 2014): scelta tanto più meritoria, in quanto, come noto, l’editoria italiana si mostra generalmente piuttosto refrattaria verso il genere letterario del racconto, o comunque di ogni narrazione che non sfami gli onnivori lettori con corposi tomi sulle cinquecento pagine, ma provi piuttosto a misurarsi nella squisita arte necessaria a sviluppare e condurre a conclusione una storia nel giro di qualche decina di pagine, al più.

Arte di cui questi due racconti, e soprattutto il secondo in ordine di pubblicazione, ma qui impaginato per primo, rappresentano già due splendidi esempi.

Nel più antico, infatti, La laguna, oltre alla raffinatezza, non aliena da toni e preziosità da prosa lirica, degli squarci descrittivi che intercalano la voce narrante, Conrad adotta per la prima volta il meccanismo narrativo destinato ad essere portato alla perfezione in molte delle sue opere maggiori: quello, cioè, per cui una parte della narrazione, naturalmente il suo nucleo più ricco di passione e d’intensità umana, viene svolta non dal narratore, ma da uno dei personaggi interni al racconto, talvolta a grande distanza, cronologica o spaziale, dal teatro della vicenda. Un espediente narrativo che rende la storia, come è facile capire, assai più coinvolgente, per il lettore, che se fosse stata narrata tutta con l’imparzialità “fotografica” del narratore onnisciente caro alla grande narrativa del pieno Ottocento.

È dunque Arsat, «un uomo giovane, robusto, con un ampio torace e le braccia muscolose», vestito appena di un sarong e «in testa, niente», che accoglie il «bianco» (nient’altro ci viene detto, di questo personaggio che si lascia facilmente interpretare come un alter ego di Conrad stesso) in viaggio sul fiume, e gli dà ospitalità per la notte. Sarà appunto la notte in cui, mentre all’interno del capanno la sua giovane donna «respira e brucia come se dentro avesse un fuoco. Non dice niente; non sente niente; brucia e basta», divorata da un male di cui non conosceremo la causa e per cui il nuovo venuto non ha portato alcuna medicina, Arsat ripercorrerà per il suo ospite occidentale la storia che lo ha condotto, per amore di quella di donna, ad abbandonare in mano dei suoi nemici la persona a lui più cara: suo fratello.

Sì che quando, all’alba, dopo che un maestoso uccello bianco si alza in volo nella luce del sole per «sparire nel blu come se avesse lasciato la terra», la donna «non brucia più», ci sembra di cogliere il senso di questo explicit imposto dal destino (essendo ormai il cielo di Conrad del tutto deserto di dei) ad Arsat: che di fronte ad esso però – nelle righe finali del racconto, mentre il «bianco» si allontana sul suo sampan – assume, da eroe già pienamente conradiano, la posa di un qualche protagonista di laicizzata tragedia greca: «Era in pedi, solo, nella luce spietata: e oltre il chiarore immenso di un giorno senza nuvole scrutava  la tenebra di un mondo senza illusioni».

La tangenza rispetto alla grande tragedia è ancora più evidente nell’altro racconto, che presta il titolo al volume, giacché i due protagonisti, dalla cui descrizione il racconto stesso prende le mosse, resteranno indissolubilmente legati uno all’altro – un po’ come poi i due ufficiali rivali attraverso i decenni, nei Duellanti – fino alla conclusione, di alto, drammatico impatto emotivo e, perché no, morale.

Meno elaborato, rispetto alla “Laguna”, sul piano della tecnica narrativa – che è, rigorosamente, focalizzata sull’esterno dei personaggi e condotta con scrupolosa sovrapponibilità del tempo narrativo al tempo dell’azione – il racconto è invece più complesso su quello dell’impalcatura ideologica. E lo dimostra il fatto che al delitto e al castigo risolutivi, oltre che da un crescendo di angoscia (l’isolamento rispetto al mondo da cui si proviene, i viveri che si rarefanno, il ritardo del battello, che giungerà, sì, nelle ultime pagine, ma solo per affrettare la sconvolgente katastrofé) misurato con la sapienza narrativa di un Conrad già perfettamente padrone dei propri mezzi, i due protagonisti vengano indotti dal lanciarsi contro una sola ingiuria, «schiavista».

Con quella parola, è come se l’imbiancatura perbenista che essi hanno cercato di darsi – uno vuol arricchire per procurare la dote all’amatissima, e poco avvenente, figliola, l’altro, per più prosaiche questioni di bolletta, e di riscatto di fronte all’intero gruppo famigliare – crollasse, e, preannunciata dall’amara ironia del titolo, non restasse che la nuda, belluina ferocia dell’essere umano: la redditività dell’avorio strappato dalla Compagnia per loro tramite ai quasi subumani nativi l’ha resa socialmente accettabile, ed essa ormai non ha più alcuna remora a scatenarsi. Fino alle estreme, tremende conseguenze: che ci prendono alla gola, come un tuffo nel nostro stesso sangue.


di Mario Massimo
da Flanerì.com, 22 dicembre 2014


Le Musiche
, scelte da Claudio Tesser

Miles DavisThe Mask [Miles Davis]
Jon Hassell/Brian EnoDelta Rain Dream [Jon Hassel/Brian Eno]
Jon Hassell/Brian EnoRising Thermal 14 16' N; 32 28' E [Jon Hassel/Brian Eno]
Jon Hassell/Brian EnoCharm (Over 'Burundi Cloud') [Jon Hassel/Brian Eno]
Herbie HancockWatermelon Man [Herbie Hancock]
Jon Hassell/Brian EnoBa-benzele [Jon Hassel/Brian Eno]
Jon Hassell/Brian EnoChemistry [Jon Hassel/Brian Eno]
Herbie HancockVein Melter [Herbie Hancock]
Jon HassellRavinia/Vancouver [Jon Hassel]

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<![CDATA["Medusa" è il ritorno della band Il Giardino dopo l'esordio di tre anni fa]]>

Il Giardino
"Medusa"
Autoprodotto

I Il Giardino da Sassari sono un quintetto che aveva iniziato come duo con Alberto Atzori alla voce e chitarra e Fabiano Musinu alla chitarra. Avevano esordito tre anni fa con “Il Mondo In Due” e adesso con anche Carlo Manca al basso e Simone Giola alla batteria sono tornati con il secondo album sulla lunga distanza “Medusa”. Un disco cantato in italiano come era stato l’esordio ma adesso ci sono in più le tastiere di Edoardo Usai e le parole sono sempre più importanti e nobilitate dalla volontà di voler lasciare un messaggio, per consigliare quasi su come sarebbe meglio fare per non soffrire. “Non fare il punk” ad esempio incita a non bere solo per far finta di essere felici e, parafrasandoli, ‘ridere di chi invece lo fa’ e si mette delle maschere invece di essere sinceri. “Anemone”, che chiude il disco e ricorda lo stile dei Tre Allegri Ragazzi Morti, racconta di chi si tiene a distanza da tutti diventando irraggiungibile: mantenendo questa piccola distanza sale la rabbia di chi vuole bene alla persona in questione ma non si riesce a raggiungere e amare, come nel film “Mia Madre” di Nanni Moretti a cui la canzone è ispirata. “Bambole di carta” è una critica all’usanza di dare un’opinione su tutto, spesso senza cognizione di causa e non pensando all’effetto finale. La sterzata chitarra/batteria iniziale dà subito un punto a loro favore nella canzone che apre il disco e che lo intitola ovvero “Medusa”: una donna capace di uccidere/ pietrificare con uno sguardo e l’innamorato si strugge perché crede che sia colpa sua la fine del rapporto e vorrebbe una motivazione ma purtroppo a volte non c’è nessuna risposta. Bravi ragazzi che cantano.

Francesca Ognibene

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<![CDATA[La band milanese A Total Wall debutta con "Delivery", il primo album sulla lunga distanza]]>

A Total Wall
"Delivery"
Autoprodotto

Gli A Total Wall sono un quartetto di Milano dedito al djent metal. Dopo tre EP - di cui l’ultimo è uscito tre anni fa ‘Soundtrack For Your Honeymoon’ – è arrivato il momento dell’esordio sulla lunga distanza ‘Delivery’ che ben inquadra la band in tecnica e creatività. La versatilità della voce del cantante Gabriele Giacosa dà al gruppo quasi un doppio elemento vocale che passa dal progressive melodico al metal doom atonale e al djent. Si entra e si esce dalle viscere della terra in un’atmosfera tetra su cui battere le proprie idee che diventano dirompenti con la batteria di Davide Bertolini, il basso di Riccardo Maffioli e le chitarre di Umberto Chiroli. Diverse sfumature della rabbia caratterizzano i pezzi che hanno pochi momenti non serrati ma quando ci sono fanno diventare le canzoni quasi jazz, come in “The Right Question”, che inizia raccolta e implosa per poi aprirsi e diventare l’inferno o la stessa title track “Delivey” che nel cuore del pezzo diventa easy listening per qualche secondo. Mi piace poi il gusto hip-hop in “Reproaching Methodologies” per squarciare ogni possibilità di ribattere mettendo davanti parole su parole insultanti che creano un muro indistruttibile. La potenza e la complessità dei pezzi sono in un equilibrio gestito bene anche se questo è il debutto ufficiale, quindi solo l’inizio. Negli anni si scoprono direzioni diverse dove andare, soprattutto per ragazzi come gli A Total Wall che EP dopo EP hanno dimostrato di crescere tecnicamente e volere conoscere e scoprire novità in quanto sani e curiosi. Quindi ci portano nella condizione di fidarci su quello che sarà il disco nuovo fra qualche anno.

Francesca Ognibene

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<![CDATA[Suoni dal confine ]]>

La musica ci accompagna durante la nostra giornata, accende l'immaginazione, è fonte di suggestioni dolorose o, al contrario, serene. Noi diamo per scontata la sua presenza senza però soffermarci sulla sua vera essenza: il suono. Una componente fondamentale presente nella quotidianità ma che vive e si sviluppa anche ai confini della nostra esperienza uditiva. Esistono dei ricercatori che sanno come riconoscerlo e, soprattutto, sanno descriverlo. Leandro Pisano è uno di questi.

Leandro Pisano o forse dovrei dire Dottor Pisano, dietro il tuo nome si muove un universo di incarichi e iniziative culturali. La tua storia in poche righe, riesci a raccontarla?

È una storia radicata nella provincia del Sud, tra Venosa, in Basilicata, dove ho vissuto gli anni della mia adolescenza e la Valle Caudina, area di confine tra Sannio ed Irpinia e luogo di origine della mia famiglia, in cui ho cominciato a fare esperienza nell’organizzazione di piccoli eventi culturali su scala locale. Tutto ha cambiato improvvisamente prospettiva quando nei primissimi anni del nuovo secolo ho cominciato ad accostarmi alle arti digitali e a una serie di ascolti legati alla ricerca estetica di etichette come Raster-Noton, Rune Grammofon, Touch, Line e 12k ed ad artisti come Alva Noto, Ryoji Ikeda, Fennesz, Pan Sonic, Richard Chartier, Taylor Deupree o Biosphere. L’idea di portare alcuni tra questi artisti a performare nei luoghi rurali in cui vivevamo è stata la scintilla da cui è nato nel 2003 il festival Interferenze, di cui ricorre in queste settimane il quindicesimo anniversario. Da lì sono partite e si sono ramificate tutte le connessioni e le dinamiche che hanno generato un movimento di tipo geografico – da allora abbiamo presentato la nostra ricerca in più di venti stati e tre continenti in giro per il pianeta – e di ricerca, che ha prodotto nel corso degli anni festival, residenze artistiche ed altri tipi di format, fino ad arrivare alla pubblicazione del libro di cui parliamo in questa intervista.

I molti che seguono le vicissitudini legate al suono innovativo ti conoscono come fondatore e art director del ben conosciuto festival “Interferenze”. Come è nata l'idea e come si è sviluppata?

Nata come fascinazione pura rispetto agli ascolti ai quali facevo prima accenno ed alla scoperta di certe sperimentazioni artistiche in campo digitale (la software e la new media art), l’idea di Interferenze è poi stata influenzata in modo decisivo dalla dimensione territoriale del progetto. Rispetto al formato del festival di arti elettroniche, vincolato indissolubilmente - a cavallo tra i due secoli - allo spazio urbano e metropolitano, Interferenze proponeva invece una sorta di displacement, di sconfinamento atipico verso il territorio rurale. A partire dalla riflessione su questa irregolarità, abbiamo pensato che il nostro progetto potesse diventare una sorta di spazio di sperimentazione su temi come la ruralità, la comunità, l’ecologia, in intersezione con i linguaggi e i modelli culturali legati al digitale. Lavorando su questa formula, Interferenze è diventato nel corso del tempo un piccolo caso di studio nella scena internazionale, suscitando la curiosità di curatori, istituzioni ed organizzazioni, il cui interesse si è spinto fino all’invito ad organizzare un’edizione giapponese del festival, tenutasi nel 2010 a Tokyo.

Aggiungiamo un altro tassello. Nella tua bio si legge il termine “curatore”. Spiegaci.

Nel linguaggio dell’arte contemporanea, il termine “curatore” fa tradizionalmente riferimento ad una figura in grado di costruire ed attivare connessioni tra gli artisti, le istituzioni ed il pubblico. Si tratta di un ruolo che agisce, dunque, soprattutto all’interno delle istituzioni museali o delle gallerie ed intorno al quale negli ultimi due decenni è nata una questione relativa al senso stesso della sua presenza all’interno delle dinamiche dell’arte del nuovo millennio. Se penso alla definizione di questo profilo, devo dire che la mia esperienza “curatoriale” ha sovente sconfinato, configurandosi molto spesso come un lavoro in larga parte indipendente, di relazione comunitaria, spesso completamente al di fuori degli spazi e dei contesti istituzionali dell’arte. In generale, nel corso del tempo questa ricerca si è focalizzata sull’idea di territorio declinata come tema e strategia curatoriale. Tema, in riferimento alle modalità con cui insieme agli artisti abbiamo discusso e sviluppato pratiche su questioni come la relazione tra rurale ed urbano, la cartografia, l’identità, la comunità, le dinamiche coloniali; strategia curatoriale, e cioè il tentativo di sviluppare i singoli progetti in stretta relazione e dialogo con il contesto all’interno del quale essi sono stati attivati.

Quali i progetti che più ti hanno coinvolto e perché?

È difficile dare una risposta a questa domanda, nel senso che durante il mio percorso ho avuto la possibilità di lavorare a progetti che avessero sempre un significato preciso in senso strategico rispetto alla linea curatoriale e di ricerca che andavo sviluppando. Così, il livello di coinvolgimento è stato sempre alto, sia nel caso in cui mi sia trovato a lavorare a budget zero in progetti indipendenti e di scala molto piccola, come è spesso accaduto negli ultimi anni, sia quando si è trattato di collaborare con istituzioni museali riconosciute, come nel caso della mostra sulla sound art cilena che ho curato al MACRO di Roma insieme ad Antonio Arévalo poche settimane fa.

Gran parte del tuo lavoro lo svolgi all'estero, america latina in particolare. Come è nata questa relazione geografica, un'altra ennesima fuga dalla nostra penisola o una scelta dovuta ad altro?

Una delle questioni attorno alle quali si è articolata la mia ricerca di dottorato è proprio quella relativa alle voci degli artisti sonori provenienti dal Sud del mondo e in senso specifico dall’America del Sud. Nei miei viaggi di ricerca precedenti, dall’Europa agli Stati Uniti al Canada, fino al Giappone, ad Hong Kong e alla Corea, non avevo percepito tracce di connessioni o intersezioni con lavori o contributi di artisti sonori provenienti dall’area sudamericana, sia nelle sedi accademiche che nei contesti di presentazione tradizionali (gallerie, musei, festival). È da questa domanda che è nato un rapporto sempre più profondo di scambio e ricerca con quest’area, che si è sviluppato attraverso viaggi, incontri con artisti e curatori, collaborazioni con alcune istituzioni accademiche, la mostra al MACRO di cui dicevo prima e l’invito a sette artisti di stanza in Colombia, Cile, Uruguay e Peru a prendere parte alle residenze di Liminaria negli ultimi tre anni. Altri progetti sono in cantiere: la traduzione del mio libro in spagnolo da parte di una casa editrice cilena, con pubblicazione e distribuzione in tutta l’area latinoamericana e la partecipazione ad un programma speciale all’interno del progetto Encuentro Lumen nella Patagonia cilena, al quale parteciperò come curatore invitato nel novembre 2018.

In generale, al di là dell’interesse specifico per le pratiche e le riflessioni intorno al suono in area latinoamericana, mi interessa continuare a costruire questo tipo di connessioni in virtù anche dello sviluppo futuribile di una ricerca "da Sud”, anzitutto in senso epistemologico. Proprio in quest’ottica di intersezione relativa alle geografie critiche sul Sud, stiamo lavorando per esempio per portare Liminaria l’anno prossimo in Sicilia, aggiungendo un ulteriore livello alla ricerca "acustemologica” su spazi, territori e paesaggi delle aree mediterranee.

Lecture a Valparaíso, Cile, 2015

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Veniamo al suono, qual'è il tuo rapporto con questo elemento e come si è trasformato nel corso del tempo?

Partirei da un dato importante: il mio interesse intorno al suono non si è combinato ad alcun tipo di percorso di formazione “tecnica”, nel senso che non ho studiato come musicista, non sono un artista sonoro né un musicologo. Il mio approccio alla materia è stato mediato dai cultural studies e da altri tipi di letture trans-disciplinari, penso ai new media studies, alla filosofia, alla geografia critica. È una ricerca supportata da un lavoro di pratiche immersive nel suono stesso, tramite due tipi di esperienze: quella curatoriale e quella dell’ascolto riflesso attraverso la critica musicale in senso stretto, legata alla collaborazione con Blow-Up, cominciata nel 2007 e terminata poche settimane fa. L’avvicinamento alle arti sonore parte da lì, dall’ascolto di una serie di lavori di sperimentazione elettronica, per trovare definizione poi negli ultimi anni in un interesse sempre più orientato al suono come elemento materiale nei processi politici, culturali e dell’arte contemporanea.

A tal proposito mi piacerebbe sentire due parole anche sul progetto che condividi assieme ad Enrico Coniglio con l'etichetta digitale Galaverna. Una domanda che mi serve per entrare in un'area ben specifica.

Galaverna è una piattaforma di produzione di lavori sonori e visuali, nata nel 2012 dal tentativo di tradurre in un progetto una visione condivisa con Enrico intorno ad una serie di elementi estetici ed etici relativi alla produzione ed alla distribuzione di contenuti digitali. In questo senso, richiamarsi a teorie come quella del post-digitale o della decrescita ha rappresentato un modo per attivare insieme agli artisti una riflessione critica rispetto a certe modalità di creazione e diffusione di artefatti digitali nel mercato. Ma il modificarsi rapido dei contesti di riferimento, sia per quanto concerne i processi che le modalità di distribuzione e fruizione dei contenuti, ci ha recentemente posti di fronte ad una serie di interrogativi sul senso stesso del lavoro che stiamo facendo con Galaverna. L’esito di questa riflessione porterà nei prossimi mesi ad una serie di cambiamenti di direzione e di struttura del progetto, di cui stiamo al momento discutendo insieme ad Enrico.

Leandro Pisano e il paesaggio sonoro come nuova esperienza capace di contenere più realtà culturali, compresa ovviamente quella sonora. Come spiegare ad un pubblico abituato a proposte musicali tradizionali questa nuova forma di comunicazione.

Il concetto di soundscape, “paesaggio sonoro”, nato alla fine degli anni Sessanta dello scorso secolo in seno alle ricerche di Murray Schafer e della sua scuola, è stato oggetto negli ultimi anni di una serie di riletture critiche, che ne hanno messo in discussione non solo la nozione originaria di semplice ambiente acustico naturale, che comprende i suoni delle forze umane e non umane nel contesto naturale, ma anche la sua connotazione in senso musicale, come elemento talvolta armonico, per esempio nel caso di alcuni soundscape rurali. Quello che trovo particolarmente interessante in queste recenti riletture è la possibilità di ricollocare il paesaggio sonoro nel dinamismo degli spazi acustico-mediali della contemporaneità e di definire, attraverso di esso, dei percorsi che mettano in discussione il punto di ascolto antropocentrico. In questo rimescolamento di prospettiva, ogni tipo di gerarchizzazione dell’ascolto – mi riferisco a paesaggi sonori ad alta o bassa fedeltà ed in generale ad un approccio musicale più o meno colto – viene messa in questione.

Dall’altra parte, la stessa radice etimologica del termine connota il suono come elemento contiguo alla sfera visuale, attivando una molteplicità di riferimenti sensoriali e culturali che lo rivelano come contesto complesso e dinamico. In questo senso, è proprio a partire dal concetto di soundscape che si può rintracciare la possibilità di accostarsi al paesaggio, in senso lato, attraverso i suoi livelli di multisensorialità ed invisibilità.

Giungo alla parte centrale di questa intervista, dedicata al tuo libro, “Nuove Geografie del Suono – Spazi e Territori nell'Epoca Postdigitale”, da molti considerato come testo illuminante per meglio comprendere i cambiamenti in atto a livello territoriale e paesaggistico. Come sei giunto a tale pubblicazione, cosa ti ha spinto a farlo?

Nel libro converge integralmente il testo, opportunamente rivisto ed aggiornato, della dissertazione dottorale in Studi culturali e postcoloniali del mondo anglofono che ho difeso presso l’Università degli Studi di Napoli “L’Orientale” lo scorso anno. L’esperienza del dottorato ha rappresentato la possibilità di dare una sistemazione accademica alla ricerca indipendente svolta a lungo negli anni precedenti e mi ha fornito una serie di elementi metodologici ed epistemologici che hanno sostanziato la mia prospettiva di studio dandole, appunto, una cornice teorica più solida.

All’interno di questo framework di ricerca, ho avuto modo di sviluppare una ricerca legata al suono inteso come strumento di indagine per comprendere quelle che sono le trasformazioni territoriali a cui stiamo assistendo negli ultimi anni, in seguito all’avvento delle nuove tecnologie di comunicazione e dei processi legati alla globalizzazione. In questo senso, il suono diventa un elemento di analisi di indagine di dinamiche invisibili, impercettibili spesso allo sguardo.

Domanda iniziale che i molti non introdotti si pongono: il paesaggio e il suono, due realtà (solo) apparentemente separate, diverse, lontane. Come interagiscono e cosa possono produrre?

Credo di aver risposto in buona parte alla questione già in precedenza. Come dicevo, la radice del termine paesaggio sonoro/soundscape fa riferimento ad un contesto visualista nell’ambito del quale si articola la presenza del suono. In questo senso, paesaggio/paysage, come “ciò che si vede di...”, e suono costituiscono cioè i poli di tensione di un dualismo, quello visione/ascolto, che tende a sussumere il suono stesso nella sfera visuale. Riconsiderare in senso critico la nozione di paesaggio sonoro apre il campo ad un riequilibrio sensoriale – penso per esempio a quanto siano stati illuminanti in tal senso gli studi di Michel Serres - che parte dalla riconfigurazione del ruolo del suono all’interno del contesto del paesaggio. Questo processo implica anche una possibile riconsiderazione del lessico tradizionalmente adoperato dai sound studies, in relazione per esempio all’uso di soundscape o “ecologia acustica”, che richiede – a mio parere - non l’abbandono verso nuove terminologie, ma piuttosto un rinnovamento linguistico che passa attraverso un processo di riflessione e di rilettura concettuale.

Visto da fuori, sembra un'operazione, un progetto destinato ad un pubblico abituato al linguaggio cattedratico. Il libro stesso non è di facile consultazione per chi non possiede gli strumenti necessari. Ti sei posto il problema della semplificazione del messaggio durante la stesura del testo? A chi è rivolto il tuo lavoro?

Il libro è diviso tre capitoli e solo il primo, che pone le basi teoriche per il resto della trattazione, può essere ostico alla lettura per chi non è addentro ai temi del suono in senso stretto, ma è in ogni caso essenziale perché va a colmare, almeno nelle intenzioni, un vuoto bibliografico esistente in Italia su certi argomenti. Gli altri due capitoli sono decisamente più scorrevoli: in generale penso che questo libro, nell’attraversare tramite il suono territori trans- ed interdisciplinari – dalla filosofia alla geografia, dall’antropologia agli studi culturali - possa riscontrare attenzione da parte di lettori che hanno background, interessi, vocazione e provenienze disparate.

Si pronuncia poco la parola Musica, in queste pagine. Si preferisce usare il termine Suono o meglio, Sound Art. Cerchiamo di spiegare la diversità tra le due esperienze: musica e sound art.

In realtà i due elementi, quello musicale/musicologico e quello della sound art non vengono presentati mai in modo antitetico all’interno della trattazione, quanto piuttosto in tensione tra di loro, con l’idea di non mettere in opposizione due domini disciplinari differenti, nel tentativo di ibridarli per arricchire ciascuno di essi di questioni, prospettive ed approdi nuovi o inattesi. D’altra parte, è vero che una delle riflessioni da cui muove il libro è la possibile messa in discussione dello status minoritario della sound art rispetto alla musica e del suo ruolo di appendice nel dominio delle arti visuali. Questo lavoro di decostruzione poggia dunque su un’ipotesi di allargamento del campo di indagine del sound studies, in un’ottica che libera il suono da ogni subalternità disciplinare nei confronti della musicologia, producendo una moltiplicazione dei livelli di contatto ed intersezione del suono stesso con altre discipline: la filosofia, prima di tutto. È questo uno dei punti più delicati del libro, quello che più ha suscitato discussioni, affrontate in maniera serrata con alcuni musicologi nel corso delle diverse presentazioni in giro per l’Italia nelle scorse settimane. L’idea è quella dell’affermazione della possibilità di un ascolto altro, al di fuori delle coordinate e delle articolazioni musicali, soprattutto quelle della musica ‘colta’.

Può il termine soundscape esser la risposta alla crescente mancanza di innovazione in campo musicale? Potrà contribuire a risollevare la stanchezza nell'ascolto percepita dai più attenti fruitori di innovazione sonora?

Non so. Credo si tratti alla fine poi di percorsi, di traiettorie d’ascolto molto personali. Per quanto mi riguarda, proprio la stanchezza verso un certo tipo di proposte che invece mi avevano entusiasmato negli ultimi due decenni, insieme naturalmente ad un interesse specifico e crescente per alcune pratiche estetiche maturato - per così dire - sul campo, mi hanno spinto sempre di più verso “altri” tipi di territori.

Leandro Pisano con Taylor Deupree, Pedro Tudela, Miguel Carvalhais ed Aurelio Cianciotta a Barsento Mediascape 2013

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Tornando alle tue pagine, esattamente alla 160, si legge: “Il sound artist non si appropria della comunità politicamente o simbolicamente ma, servendosi della forza concreta del suono, contribuisce alla 'liberazione' del paesaggio sonoro della comunità, insieme ad essa, rendendolo spazio attivo al di fuori dalla rappresentazione, dalla referenza, dalle verità oggettive e lo articola come un ambiente fluido (…) nel quale è possibile inscrivere nuove storie, nuove narrazioni, che rimettono in circolo attraverso le pratiche del suono e dell'ascolto elementi già esistenti ed in circolazione nel paesaggio stesso”. Credo che questo passaggio tratto dal capitolo dedicato agli spazi sonori della ruralità, racchiuda gran parte delle intenzioni progettuali legate a questa ancora nuova modalità di ascolto. Potresti tradurre concretamente quanto scritto?

Queste righe sono estrapolate da una riflessione ampia, oggetto di trattazione del terzo capitolo, che riguarda le dinamiche di interazione tra comunità ed artisti sonori, con riferimento specifico ad una serie di pratiche sviluppate nelle aree rurali ed analizzate nel volume. Il punto di partenza è la possibilità di considerare il territorio rurale stesso come un laboratorio culturale in cui riassemblare, attraverso questa interazione, pratiche ed elementi culturali che sono già esistenti. Non più luogo nostalgico, il territorio rurale emerge, attraverso le pratiche dell'arte (sonora) e di un ascolto “profondo”, come uno spazio critico in cui mettere in questione il significato di termini come "comunità" o "identità" ed individuare nuove modalità di traduzione anche rispetto alle tradizioni. L’incontro tra artisti e comunità, attraverso processi temporanei e imprevedibili di traduzione, lascia riaffiorare frammenti di un passato che si apre alle voci ed alle risonanze del presente, alimentando un processo nel quale, a partire dalla rielaborazione dell’attuale, si può re-immaginare il territorio come un “paesaggio diverso”, al di fuori dei luoghi comuni di una ruralità ereditata e posta ai margini dai discorsi della modernità. Ascoltare, in questo senso, prelude alla possibilità di “riguardare” il proprio territorio con occhi diversi, adoperando una metafora usata da Franco Cassano.

Un altro passaggio che ho trovato interessante è quello riguardante il sound mapping e il field recording in relazione a forme di ascolto legate alla consapevolezza di classe. Amerei una tua spiegazione.

Più che di consapevolezza di classe, io parlerei di subalternità e differenze. Come ha scritto Chantal Mouffe, il suono ci mette di fronte all’“ineradicabilità” delle differenze. Lo spazio uditivo, in quanto libero da frontiere in senso visuale, si rivela come un ambiente particolarmente produttivo nel quale pensare alle identificazioni ed alle disarticolazioni culturali – non solo nei discorsi orali e musicali, ma anche nel più ampio contesto del paesaggio sonoro in cui siamo immersi. Al di là di un approccio puramente musicale, la cultura del suono, considerata nel senso più ampio possibile del termine, può potenziare le relazioni inter-culturali, favorire incontri e forme di traduzione culturale, configurare le pratiche di attraversamento dei confini, contribuire a ridefinire i discorsi sul genere, la razza e la differenza e dando nuovo significato a concetti come “identità” e “comunità”.

La suddivisione che fai tra i 'luoghi abbandonati del suono' e 'gli spazi sonori della ruralità'. mi ha particolarmente interessato. Ti ascoltiamo.

Più che una suddivisione, si tratta – di nuovo – di un attraversamento di geografie e dei territori che emergono dal contesto post-globale: aree rurali, luoghi abbandonati, zone ai margini affiorano attraverso modalità di ascolto e pratiche artistiche che le rivelano come spazi “aumentati”, sia dal punto di vista sensoriale che delle risonanze del pensiero. In questo senso, il suono non è semplicemente un linguaggio o uno strumento, ma piuttosto un metodo ed un dispositivo di indagine che invita a riconsiderare l’esperienza e la conoscenza dei luoghi secondo modalità differenti rispetto a quelle mediate dalle categorie del pensiero della modernità. Quanto ai luoghi abbandonati del suono, e cioè quelli che rientrano nel Terzo Paesaggio Sonoro ed agli spazi sonori della ruralità, essi vengono letti come ambienti di conflittualità e problematicità riverberata sul territorio e nello spazio sociale. L’ascolto, all’interno di essi, rende udibile tutto ciò che è invisibile, assente, intangibile, residuale in una sorta di geografia delle rovine: in questo senso, l’attraversamento sonoro palesa un’attenzione “ecologica”, o “ecosofica”, nel momento dell’incontro con il territorio.

Esiste una componente utopica all'interno di questo pensiero o, anche in base alla tua notevole esperienza sul campo, hai assistito a reali cambiamenti o per ora si tratta solo di enunciazioni?

Credo che l’impatto di questo tipo di pratiche e riflessioni sia legato ad una serie di questioni, che sono alla base dell’analisi su cui si costruisce il mio libro: è possibile che le pratiche artistiche sonore producano in qualche modo tensioni “agonistiche” rispetto alle forme egemoniche di soggettivazione, mettendo in discussione le dinamiche di dominazione? Possono aiutarci a rendere percepibili “altre” posizioni, nel momento in cui ci costringono a pensare e a sentire, a continuare ad apprendere? Se la risposta a queste domande è affermativa, allora possiamo, come scrive Owen Hatherley, “cercare di scavare l’utopia”.

Dovessi riassumere illustrando fisicamente la materia, che suoni intesi come supporti discografici e altre letture ci proporresti?

 Cinque lavori discografici:

- Chris Watson, “El Tren Fantasma”, Touch (2011);

- Angus Carlyle & Rupert Cox, “Air Pressure”, Gruenrekorder (2012);

- Budhaditya Chattopadhyay, “Landscape In Metamorphoses”, Gruenrekorder (2007);

- Peter Cusack, “Sounds from Dangerous Places”, ReR Megacorp (2012);

- Francisco López, “Wind (Patagonia)”, and/OAR (2007).

Cinque libri:

- Salomé Voegelin, Sonic Possible Worlds, Bloomsbury, London/New York 2014;

- Anja Kanngieser, Experimental Politics and the Making of Worlds, Ashgate, Farnham 2013;

- Brandon LaBelle, Acoustic Territories. Sound Culture and Everyday Life, Continuum New York, NY 2010;

- Gilles Clément, Manifeste pour le Tiers paysage, Éditions Sujet/Objet, Paris 2004;

- Franco Farinelli, La crisi della ragione cartografica, Einaudi, Torino 2003.

Chiudo con una domanda “filosofica”: cos'è per Leandro Pisano l'esperienza d'ascolto

Semplicemente, l’esperienza dell’ascolto è un atto di contatto e di immersione nel mondo ed allo stesso tempo un atto di affermazione su più livelli: culturale, sociale, politico.

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<![CDATA[Godblesscomputers - Solchi, manciata di groove e ricordi]]>

Cammino per la città di Padova in questo inizio settembre a tratti uggioso, e mi chiedo cosa sia rimasto dell’estate. Una manciata di pratiche di lavoro e di festival, in particolare Sherwood, tanti concerti e bicchieri vuoti. Un libro sui Ramones ancora da finire e la saga manga L’Attacco dei Giganti iniziata.

Sono ricordi. Ad ogni fine stagione, naturale ed umana, la testa si affolla di ricordi, e mi incasina, ma quest’anno è diverso. È un “mai più”: mai più caos e successivi repentini sbalzi d’umore, melanconia e incertezze.

Se prima essi serviano a generare confusione, pur nella loro piacevolezza, ora sono propedeutici a creare ordine; a sistemare le esperienze nella libreria di un’esistenza normale, senza accadimenti eccezionali, ma sempre volta alla ricerca di un miglioramento costante. Personale e nei rapporti con gli altri individui.

Questa è la tiepida razionalità che mi evoca il nuovo lavoro di Godblesscomputers, Solchi. Solchi (forse) come ricordi, come segni di vita che si imprimono indelebilmente e che nella maturità dei trent’anni impari a convertire in qualcosa di positivo, senza essere più esacerbato dai riflussi infausti di questa trasformazione.

Non sono accecato, nell’ascoltare, da attimi di gioia immensa seguiti da un vuoto di eccitazione. Non rimango nemmeno semi-indifferente (ci mancherebbe!). Latitudine e longitudine stanno altrove, è una lunga camminata assopita, avvolta dai suoni ovattati di dischi dai timbri caldi, dischi di strada e di casa. Dentro c’è un intero mondo di black music: soul, funk, R&B nel tocco e hip hop nelle batterie. Ci sono perfino la Giamaica e il dub.

Ricordo ancora quando due anni fa intervistai Lorenzo poco prima dell’uscita di Plush and Safe, e ascoltando adesso Solchi mi rendo conto dei cambiamenti dettati dal trascorrere del tempo. Plush and Safe coglieva un certo distacco riflessivo e poetico traducendolo in elettronica, una dimensione dove il ruolo di spettatore era ancora forte, oggi sembra Godbless abbia deciso di mettere le mani avanti e di fare il suono del tutto suo. Per questo motivo, pur essendo differente dai precedenti lavori, il nuovo Lp mantiene intatta la cifra stilistica, espandendola. Non la definirei una sperimentazione ma una naturalissima evoluzione, ordinata e consapevole.

Dell’intera scaletta Adriatica mi colpisce particolarmente per le pennellate di jazz che ben si adagiano sul selciato, evocando qualcosa di recondito e difficilmente identificabile ma che ha molto a che fare con i nodi alla gola sciolti quando si decide agire, e lasciare andare. “Mai più”.

Solamente Freddo, brano conclusivo, per assurdo, cita echi passati, divenendo un’ultima occhiata al libro delle fotografie, poco prima di chiuderlo.

Non so perché l’album, infine, pare parlare di figli e genitori, e di figli che diventano genitori idealmente, acquisendo quella sicurezza e quell’amorevolezza latenti, nel pensiero e nell’azione, capaci di permeare ogni gesto quotidiano e di distinguere (forse) un ragazzo da un adulto.

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Il bel video del singolo Just Slow Down:

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<![CDATA[Snatura Rock del 28 agosto 2017]]>

h15.15 Intervista agli A Total Wall
I milanesi A Total Wall hanno appena esordito con "Delivery" che arriva dopo l'ep "Soundtrack For Your Honeymoon". Il cantante Gabriele in un contesto metal passa dalla voce progressive al growl in maniera naturale. Musicisti preparati tecnicamente che sanno essere dirompenti, feroci ma anche architettonici, complessi e a volte jazz. Raccontano il male del mondo che riaffiora in superficie dalle viscere della terra. Ne parliamo con il chitarrista Umberto Chiroli. Completano il quartetto il già nominato Gabriele Giacosa alla voce, Riccardo Maffioli al basso e Davide Bertolini alla batteria e programming.

h15.45 Intervista agli Statale 107Bis
Il gruppo della provincia di Crotone ci racconta di "Muri Muti", terzo album sulla lunga distanza dopo "Il Randagio" del 2009 e "Demo" del 2011. Storie poetiche come quella di un bar dove rifugiarsi o di illusioni a cui aggrapparsi e muri da riempire di quotidianità e speranza. Strumenti a fiato che creano atmosfere ora cupe ora esplosive. Tutti e tre cantano e le differenze timbriche danno ulteriori colori alle canzoni. Ne parliamo con Alex Facente.

h16.00 Intervista ai Il Giardino
"Medusa" è il secondo album del gruppo sassarese Il Giardino e arriva dopo l'esordio dell'anno scorso "Il mondo in due". Cantano in italiano e sembrano dei bravi ragazzi dai sani principi. Nelle loro canzoni incitano a non bere solo per sentirsi felici in modo finto e mettersi un mascara mostrando una bugia agli altri ottenendo solo di sentirsi più soli. Canzoni toccanti da ascoltare con attenzione. Ne parliamo con Alberto Atzori, cantante, chitarrista e co-fondatore della band assieme a Fabiano Musinu (chitarra).

h16.30 Intervista a Elise
Elisa Salvo aka Elise ci racconta del suo esordio "A Cuore Aperto". Canzoni che raccontano momenti drammatici vissuti con sè stessi prima che con gli altri. Conflitti interiori e riflessioni che arrivano a reazioni forti messe in atto da chi non si abbatte: un'eroina femminile che soffre ma alla fine sa difendersi. Non si lascia abbattere dalle violenze psicologiche. La speranza che tutto cambi è sempre dietro l'angolo. Storie ben strutturate e una voce di tutto rispetto che si difende anche nelle due tracce in inglese: "Clorer" e "Goodnigth".

Francesca Ognibene

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<![CDATA[Snatura Rock del 28 agosto 2017]]> info@sherwood.it (Sherwood Network) <![CDATA[Snatura Rock del 28 agosto 2017]]> info@sherwood.it (Sherwood Network) <![CDATA[Snatura Rock del 28 agosto 2017]]> info@sherwood.it (Sherwood Network) <![CDATA[Snatura Rock del 3 settembre 2017]]>

h15.15 Intervista ai Wendy?!
Dopo l'esordio "Eleven" del 2012 uscito per Rbl, nel 2014 è uscito per Tide Records "Notebook" e adesso sempre per Tide Records è arrivato il momento del disco nuovo per i Wendy?! che intitolano Idols & Gods e che considerano il primo disco di cui sono completamente soddisfatti. Un gusto new wave e canzoni che optano per il risveglio delle coscienze. Si sente un grande amore per la musica tutta ma soprattutto per il rock che ha dato loro modo di scrivere e comporre canzoni ben strutturate. Ne parliamo con Lorenzo Canevacci, autore delle canzoni, cantante e chitarrista. Completano la band Alessandro Ressa alla chitarra ritmica e tastiere, Fabio Valerio al basso e Luca Calabrò alla batteria.

h16.00 Intervista agli Skom
"Chi Odi Sei" è il primo album sulla lunga distanza per gli Skom dopo l'ep "Funf" di due anni fa. Oggi sono tornati con una formazione diversa e ospiti da ciliegina sulla torta. Un disco incredibilmente bello pieno di poesia e profondità. Il male esiste e non viene nascosto ma preso a schiaffi fatti di cultura dalla mitologia greca. Espressioni chitarristiche molto efficaci e batterie dirompenti. Rimandi ai Marlene Kunts e tanti particolari da scoprire ma soprattutto un buon disco. Ne parliamo con Gianluca Grementieri, voce e chitarra. Completano il trio Ester (La Cruz) Santacroce alle chitarre e voci e Martin Rush al basso, beats, sinth e voci.

h16.30 Intervista alla Band Bunker Club
Dopo il loro esordio del 2014 "Musica per Cefalopodi e Colombi Selvatici" la Band Bunker Club è tornata con "è da troppi giorni che non prego". Un membro in meno, Serena, che non è stata sostituita e con la ballerina dei live che ha cominciato a suonare le tastiere. I brani scritti da Francesco Casabianca, cantante, chitarre synth e ritmiche computerizzate sono suonati anche da Elisabetta Morando che è al basso elettrico e ai cori.

Francesca Ognibene

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<![CDATA[Snatura Rock del 3 settembre 2017]]> info@sherwood.it (Sherwood Network) <![CDATA[Snatura Rock del 3 settembre 2017]]> info@sherwood.it (Sherwood Network) <![CDATA[ReadBabyRead_350_Joseph_Conrad_5]]>

 
ReadBabyRead #350 del 7 settembre 2017


Joseph Conrad 
Un avamposto del progresso
La laguna

(parte 5 di 6)


per info su F. Ventimiglia e C. Tesser:

Lettura e altri crimini
iTunes podcast


voce: Francesco Ventimiglia
(lettura live dallo Sherwood Festival 17)


“Reggendosi con le braccia alla tuga di poppa il bianco comunicò al timoniere: «È tardi. Passiamo la notte nella radura di Arsat». Per tutta risposta il malese emise un grugnito, continuando a tenere lo sguardo fisso sul fiume. Il bianco appoggiò il mento sulle braccia incrociate e si mise a fissare la scia del battello. L'infilata delle foreste era tagliata in due dalla luce liquida del fiume: e il sole basso, abbacinante e senza nuvole, faceva brillare l'acqua come una placca di metallo. Le rive erano una cortina scura e inerte di vegetazione: non un suono, né un movimento. Ai piedi degli alberi immani i pesanti festoni delle palme nipa, che non hanno tronco, spuntavano dal fango, come pietrificati sui mulinelli scuri. Nell'aria ferma sembrava che un sortilegio avesse fissato ogni albero, ogni foglia, ogni ramoscello, ogni viticcio di liana, ogni petalo dei fiori minuscoli in un'immobilità perfetta e definitiva".


Un avamposto del progresso
di Joseph Conrad


I primi due racconti
 che Joseph Conrad pubblicò nel 1897, su due diversi giornali, vengono ora riproposti, in un unico, elegantissimo volumetto, da Adelphi (Un avamposto del progresso, 2014): scelta tanto più meritoria, in quanto, come noto, l’editoria italiana si mostra generalmente piuttosto refrattaria verso il genere letterario del racconto, o comunque di ogni narrazione che non sfami gli onnivori lettori con corposi tomi sulle cinquecento pagine, ma provi piuttosto a misurarsi nella squisita arte necessaria a sviluppare e condurre a conclusione una storia nel giro di qualche decina di pagine, al più.

Arte di cui questi due racconti, e soprattutto il secondo in ordine di pubblicazione, ma qui impaginato per primo, rappresentano già due splendidi esempi.

Nel più antico, infatti, La laguna, oltre alla raffinatezza, non aliena da toni e preziosità da prosa lirica, degli squarci descrittivi che intercalano la voce narrante, Conrad adotta per la prima volta il meccanismo narrativo destinato ad essere portato alla perfezione in molte delle sue opere maggiori: quello, cioè, per cui una parte della narrazione, naturalmente il suo nucleo più ricco di passione e d’intensità umana, viene svolta non dal narratore, ma da uno dei personaggi interni al racconto, talvolta a grande distanza, cronologica o spaziale, dal teatro della vicenda. Un espediente narrativo che rende la storia, come è facile capire, assai più coinvolgente, per il lettore, che se fosse stata narrata tutta con l’imparzialità “fotografica” del narratore onnisciente caro alla grande narrativa del pieno Ottocento.

È dunque Arsat, «un uomo giovane, robusto, con un ampio torace e le braccia muscolose», vestito appena di un sarong e «in testa, niente», che accoglie il «bianco» (nient’altro ci viene detto, di questo personaggio che si lascia facilmente interpretare come un alter ego di Conrad stesso) in viaggio sul fiume, e gli dà ospitalità per la notte. Sarà appunto la notte in cui, mentre all’interno del capanno la sua giovane donna «respira e brucia come se dentro avesse un fuoco. Non dice niente; non sente niente; brucia e basta», divorata da un male di cui non conosceremo la causa e per cui il nuovo venuto non ha portato alcuna medicina, Arsat ripercorrerà per il suo ospite occidentale la storia che lo ha condotto, per amore di quella di donna, ad abbandonare in mano dei suoi nemici la persona a lui più cara: suo fratello.

Sì che quando, all’alba, dopo che un maestoso uccello bianco si alza in volo nella luce del sole per «sparire nel blu come se avesse lasciato la terra», la donna «non brucia più», ci sembra di cogliere il senso di questo explicit imposto dal destino (essendo ormai il cielo di Conrad del tutto deserto di dei) ad Arsat: che di fronte ad esso però – nelle righe finali del racconto, mentre il «bianco» si allontana sul suo sampan – assume, da eroe già pienamente conradiano, la posa di un qualche protagonista di laicizzata tragedia greca: «Era in pedi, solo, nella luce spietata: e oltre il chiarore immenso di un giorno senza nuvole scrutava  la tenebra di un mondo senza illusioni».

La tangenza rispetto alla grande tragedia è ancora più evidente nell’altro racconto, che presta il titolo al volume, giacché i due protagonisti, dalla cui descrizione il racconto stesso prende le mosse, resteranno indissolubilmente legati uno all’altro – un po’ come poi i due ufficiali rivali attraverso i decenni, nei Duellanti – fino alla conclusione, di alto, drammatico impatto emotivo e, perché no, morale.

Meno elaborato, rispetto alla “Laguna”, sul piano della tecnica narrativa – che è, rigorosamente, focalizzata sull’esterno dei personaggi e condotta con scrupolosa sovrapponibilità del tempo narrativo al tempo dell’azione – il racconto è invece più complesso su quello dell’impalcatura ideologica. E lo dimostra il fatto che al delitto e al castigo risolutivi, oltre che da un crescendo di angoscia (l’isolamento rispetto al mondo da cui si proviene, i viveri che si rarefanno, il ritardo del battello, che giungerà, sì, nelle ultime pagine, ma solo per affrettare la sconvolgente katastrofé) misurato con la sapienza narrativa di un Conrad già perfettamente padrone dei propri mezzi, i due protagonisti vengano indotti dal lanciarsi contro una sola ingiuria, «schiavista».

Con quella parola, è come se l’imbiancatura perbenista che essi hanno cercato di darsi – uno vuol arricchire per procurare la dote all’amatissima, e poco avvenente, figliola, l’altro, per più prosaiche questioni di bolletta, e di riscatto di fronte all’intero gruppo famigliare – crollasse, e, preannunciata dall’amara ironia del titolo, non restasse che la nuda, belluina ferocia dell’essere umano: la redditività dell’avorio strappato dalla Compagnia per loro tramite ai quasi subumani nativi l’ha resa socialmente accettabile, ed essa ormai non ha più alcuna remora a scatenarsi. Fino alle estreme, tremende conseguenze: che ci prendono alla gola, come un tuffo nel nostro stesso sangue.


di Mario Massimo
da Flanerì.com, 22 dicembre 2014


Le Musiche
, scelte da Claudio Tesser

Miles DavisThe Mask [Miles Davis]
Jon Hassell/Brian EnoDelta Rain Dream [Jon Hassel/Brian Eno]
Jon Hassell/Brian EnoRising Thermal 14 16' N; 32 28' E [Jon Hassel/Brian Eno]
Jon Hassell/Brian EnoCharm (Over 'Burundi Cloud') [Jon Hassel/Brian Eno]
Herbie HancockWatermelon Man [Herbie Hancock]
Jon Hassell/Brian EnoBa-benzele [Jon Hassel/Brian Eno]
Jon Hassell/Brian EnoChemistry [Jon Hassel/Brian Eno]
Herbie HancockVein Melter [Herbie Hancock]
Jon HassellRavinia/Vancouver [Jon Hassel]

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<![CDATA["Dunkirk" di Christopher Nolan]]>

In "Dunkirk" il nemico non si vede mai,
del resto è un film di fuga più che di guerra,
uomini che provano a scappare con ogni mezzo,
sguardi che parlano senza parole, senza possibilità di scelta,
e il mare diventa la frontiera da attraversare,
il luogo della lotta per la vita

le imbarcazioni private, dai traghetti alle piccole barchette con bandiera inglese
che salpano da ogni parte per riportare a casa i soldati
sono il miraggio e la speranza, sono l'ultimo baluardo dell'umano
che resiste alla barbarie.

Ma si può mettere una bandiera all'umano, alla lotta per la vita, alla fuga da morte certa? 
Credo di no!

Ecco perchè ci vorrebbe anche oggi quella flotta di piccole barchette 
che salpano dai porti dell'europa meditteranea
battendo bandiera internazionalista
portando in salvo i migranti che affogano. 
Ma non c’è niente da fare, oggi quelli che provano a scappare,
quegli sguardi che parlano senza parole, senza possibilità di scelta,
non meritano aiuto.
Anzi quella flotta la boicottiamo e blocchiamo ogni via di fuga.
Perché quel nemico che nel film non si vede mai forse siamo noi.

**************************************************************************

 ps) consiglio la visione del film in una sala che vi permetta di apprezzare la soundtrack di Hans Zimmer

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<![CDATA[ReadBabyRead_349_Joseph_Conrad_4]]>

 
ReadBabyRead #349 del 31 agosto 2017


Joseph Conrad 
Un avamposto del progresso
La laguna

(parte 4 di 6)


per info su F. Ventimiglia e C. Tesser:

Lettura e altri crimini
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voce: Francesco Ventimiglia


“La stazione commerciale era affidata a due bianchi. Kayerts, il capo, era piccolo e grasso; Carlier, il suo vice, era alto, con un gran testone e un tronco massiccio poggiato su due lunghe gambe sottili. Il terzo uomo era un negro della Sierra Leone. Sosteneva di chiamarsi Henry Price, anche se per ragioni oscure i nativi di quella parte del fiume gli avevano dato un altro nome, con cui ormai era conosciuto da tutti: Makola. Makola parlava inglese e francese con un accento melodioso, aveva una magnifica grafia, sapeva fare di conto, e intratteneva un suo rapporto intimo con gli spiriti del male. Aveva sposato una negra di Loanda molto grassa e altrettanto rumorosa. Davanti alla porta del loro basso capanno tre ragazzini si rotolavano al sole. Silenzioso e impenetrabile, Makola disprezzava i due bianchi”.


Un avamposto del progresso
di Joseph Conrad


I primi due racconti
 che Joseph Conrad pubblicò nel 1897, su due diversi giornali, vengono ora riproposti, in un unico, elegantissimo volumetto, da Adelphi (Un avamposto del progresso, 2014): scelta tanto più meritoria, in quanto, come noto, l’editoria italiana si mostra generalmente piuttosto refrattaria verso il genere letterario del racconto, o comunque di ogni narrazione che non sfami gli onnivori lettori con corposi tomi sulle cinquecento pagine, ma provi piuttosto a misurarsi nella squisita arte necessaria a sviluppare e condurre a conclusione una storia nel giro di qualche decina di pagine, al più.

Arte di cui questi due racconti, e soprattutto il secondo in ordine di pubblicazione, ma qui impaginato per primo, rappresentano già due splendidi esempi.

Nel più antico, infatti, La laguna, oltre alla raffinatezza, non aliena da toni e preziosità da prosa lirica, degli squarci descrittivi che intercalano la voce narrante, Conrad adotta per la prima volta il meccanismo narrativo destinato ad essere portato alla perfezione in molte delle sue opere maggiori: quello, cioè, per cui una parte della narrazione, naturalmente il suo nucleo più ricco di passione e d’intensità umana, viene svolta non dal narratore, ma da uno dei personaggi interni al racconto, talvolta a grande distanza, cronologica o spaziale, dal teatro della vicenda. Un espediente narrativo che rende la storia, come è facile capire, assai più coinvolgente, per il lettore, che se fosse stata narrata tutta con l’imparzialità “fotografica” del narratore onnisciente caro alla grande narrativa del pieno Ottocento.

È dunque Arsat, «un uomo giovane, robusto, con un ampio torace e le braccia muscolose», vestito appena di un sarong e «in testa, niente», che accoglie il «bianco» (nient’altro ci viene detto, di questo personaggio che si lascia facilmente interpretare come un alter ego di Conrad stesso) in viaggio sul fiume, e gli dà ospitalità per la notte. Sarà appunto la notte in cui, mentre all’interno del capanno la sua giovane donna «respira e brucia come se dentro avesse un fuoco. Non dice niente; non sente niente; brucia e basta», divorata da un male di cui non conosceremo la causa e per cui il nuovo venuto non ha portato alcuna medicina, Arsat ripercorrerà per il suo ospite occidentale la storia che lo ha condotto, per amore di quella di donna, ad abbandonare in mano dei suoi nemici la persona a lui più cara: suo fratello.

Sì che quando, all’alba, dopo che un maestoso uccello bianco si alza in volo nella luce del sole per «sparire nel blu come se avesse lasciato la terra», la donna «non brucia più», ci sembra di cogliere il senso di questo explicit imposto dal destino (essendo ormai il cielo di Conrad del tutto deserto di dei) ad Arsat: che di fronte ad esso però – nelle righe finali del racconto, mentre il «bianco» si allontana sul suo sampan – assume, da eroe già pienamente conradiano, la posa di un qualche protagonista di laicizzata tragedia greca: «Era in pedi, solo, nella luce spietata: e oltre il chiarore immenso di un giorno senza nuvole scrutava  la tenebra di un mondo senza illusioni».

La tangenza rispetto alla grande tragedia è ancora più evidente nell’altro racconto, che presta il titolo al volume, giacché i due protagonisti, dalla cui descrizione il racconto stesso prende le mosse, resteranno indissolubilmente legati uno all’altro – un po’ come poi i due ufficiali rivali attraverso i decenni, nei Duellanti – fino alla conclusione, di alto, drammatico impatto emotivo e, perché no, morale.

Meno elaborato, rispetto alla “Laguna”, sul piano della tecnica narrativa – che è, rigorosamente, focalizzata sull’esterno dei personaggi e condotta con scrupolosa sovrapponibilità del tempo narrativo al tempo dell’azione – il racconto è invece più complesso su quello dell’impalcatura ideologica. E lo dimostra il fatto che al delitto e al castigo risolutivi, oltre che da un crescendo di angoscia (l’isolamento rispetto al mondo da cui si proviene, i viveri che si rarefanno, il ritardo del battello, che giungerà, sì, nelle ultime pagine, ma solo per affrettare la sconvolgente katastrofé) misurato con la sapienza narrativa di un Conrad già perfettamente padrone dei propri mezzi, i due protagonisti vengano indotti dal lanciarsi contro una sola ingiuria, «schiavista».

Con quella parola, è come se l’imbiancatura perbenista che essi hanno cercato di darsi – uno vuol arricchire per procurare la dote all’amatissima, e poco avvenente, figliola, l’altro, per più prosaiche questioni di bolletta, e di riscatto di fronte all’intero gruppo famigliare – crollasse, e, preannunciata dall’amara ironia del titolo, non restasse che la nuda, belluina ferocia dell’essere umano: la redditività dell’avorio strappato dalla Compagnia per loro tramite ai quasi subumani nativi l’ha resa socialmente accettabile, ed essa ormai non ha più alcuna remora a scatenarsi. Fino alle estreme, tremende conseguenze: che ci prendono alla gola, come un tuffo nel nostro stesso sangue.


di Mario Massimo
da Flanerì.com, 22 dicembre 2014


Le Musiche
, scelte da Claudio Tesser

Miles DavisThe Mask [Miles Davis]
Jon Hassell/Brian EnoDelta Rain Dream [Jon Hassel/Brian Eno]
Jon Hassell/Brian EnoRising Thermal 14 16' N; 32 28' E [Jon Hassel/Brian Eno]
Jon Hassell/Brian EnoCharm (Over 'Burundi Cloud') [Jon Hassel/Brian Eno]
Herbie HancockWatermelon Man [Herbie Hancock]
Jon Hassell/Brian EnoBa-benzele [Jon Hassel/Brian Eno]
Jon Hassell/Brian EnoChemistry [Jon Hassel/Brian Eno]
Herbie HancockVein Melter [Herbie Hancock]
Jon HassellRavinia/Vancouver [Jon Hassel]

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<![CDATA[ReadBabyRead_348_Joseph_Conrad_3]]>

 
ReadBabyRead #348 del 24 agosto 2017


Joseph Conrad 
Un avamposto del progresso
La laguna

(parte 3 di 6)


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voce: Francesco Ventimiglia


“La stazione commerciale era affidata a due bianchi. Kayerts, il capo, era piccolo e grasso; Carlier, il suo vice, era alto, con un gran testone e un tronco massiccio poggiato su due lunghe gambe sottili. Il terzo uomo era un negro della Sierra Leone. Sosteneva di chiamarsi Henry Price, anche se per ragioni oscure i nativi di quella parte del fiume gli avevano dato un altro nome, con cui ormai era conosciuto da tutti: Makola. Makola parlava inglese e francese con un accento melodioso, aveva una magnifica grafia, sapeva fare di conto, e intratteneva un suo rapporto intimo con gli spiriti del male. Aveva sposato una negra di Loanda molto grassa e altrettanto rumorosa. Davanti alla porta del loro basso capanno tre ragazzini si rotolavano al sole. Silenzioso e impenetrabile, Makola disprezzava i due bianchi”.


Un avamposto del progresso
di Joseph Conrad


I primi due racconti
 che Joseph Conrad pubblicò nel 1897, su due diversi giornali, vengono ora riproposti, in un unico, elegantissimo volumetto, da Adelphi (Un avamposto del progresso, 2014): scelta tanto più meritoria, in quanto, come noto, l’editoria italiana si mostra generalmente piuttosto refrattaria verso il genere letterario del racconto, o comunque di ogni narrazione che non sfami gli onnivori lettori con corposi tomi sulle cinquecento pagine, ma provi piuttosto a misurarsi nella squisita arte necessaria a sviluppare e condurre a conclusione una storia nel giro di qualche decina di pagine, al più.

Arte di cui questi due racconti, e soprattutto il secondo in ordine di pubblicazione, ma qui impaginato per primo, rappresentano già due splendidi esempi.

Nel più antico, infatti, La laguna, oltre alla raffinatezza, non aliena da toni e preziosità da prosa lirica, degli squarci descrittivi che intercalano la voce narrante, Conrad adotta per la prima volta il meccanismo narrativo destinato ad essere portato alla perfezione in molte delle sue opere maggiori: quello, cioè, per cui una parte della narrazione, naturalmente il suo nucleo più ricco di passione e d’intensità umana, viene svolta non dal narratore, ma da uno dei personaggi interni al racconto, talvolta a grande distanza, cronologica o spaziale, dal teatro della vicenda. Un espediente narrativo che rende la storia, come è facile capire, assai più coinvolgente, per il lettore, che se fosse stata narrata tutta con l’imparzialità “fotografica” del narratore onnisciente caro alla grande narrativa del pieno Ottocento.

È dunque Arsat, «un uomo giovane, robusto, con un ampio torace e le braccia muscolose», vestito appena di un sarong e «in testa, niente», che accoglie il «bianco» (nient’altro ci viene detto, di questo personaggio che si lascia facilmente interpretare come un alter ego di Conrad stesso) in viaggio sul fiume, e gli dà ospitalità per la notte. Sarà appunto la notte in cui, mentre all’interno del capanno la sua giovane donna «respira e brucia come se dentro avesse un fuoco. Non dice niente; non sente niente; brucia e basta», divorata da un male di cui non conosceremo la causa e per cui il nuovo venuto non ha portato alcuna medicina, Arsat ripercorrerà per il suo ospite occidentale la storia che lo ha condotto, per amore di quella di donna, ad abbandonare in mano dei suoi nemici la persona a lui più cara: suo fratello.

Sì che quando, all’alba, dopo che un maestoso uccello bianco si alza in volo nella luce del sole per «sparire nel blu come se avesse lasciato la terra», la donna «non brucia più», ci sembra di cogliere il senso di questo explicit imposto dal destino (essendo ormai il cielo di Conrad del tutto deserto di dei) ad Arsat: che di fronte ad esso però – nelle righe finali del racconto, mentre il «bianco» si allontana sul suo sampan – assume, da eroe già pienamente conradiano, la posa di un qualche protagonista di laicizzata tragedia greca: «Era in pedi, solo, nella luce spietata: e oltre il chiarore immenso di un giorno senza nuvole scrutava  la tenebra di un mondo senza illusioni».

La tangenza rispetto alla grande tragedia è ancora più evidente nell’altro racconto, che presta il titolo al volume, giacché i due protagonisti, dalla cui descrizione il racconto stesso prende le mosse, resteranno indissolubilmente legati uno all’altro – un po’ come poi i due ufficiali rivali attraverso i decenni, nei Duellanti – fino alla conclusione, di alto, drammatico impatto emotivo e, perché no, morale.

Meno elaborato, rispetto alla “Laguna”, sul piano della tecnica narrativa – che è, rigorosamente, focalizzata sull’esterno dei personaggi e condotta con scrupolosa sovrapponibilità del tempo narrativo al tempo dell’azione – il racconto è invece più complesso su quello dell’impalcatura ideologica. E lo dimostra il fatto che al delitto e al castigo risolutivi, oltre che da un crescendo di angoscia (l’isolamento rispetto al mondo da cui si proviene, i viveri che si rarefanno, il ritardo del battello, che giungerà, sì, nelle ultime pagine, ma solo per affrettare la sconvolgente katastrofé) misurato con la sapienza narrativa di un Conrad già perfettamente padrone dei propri mezzi, i due protagonisti vengano indotti dal lanciarsi contro una sola ingiuria, «schiavista».

Con quella parola, è come se l’imbiancatura perbenista che essi hanno cercato di darsi – uno vuol arricchire per procurare la dote all’amatissima, e poco avvenente, figliola, l’altro, per più prosaiche questioni di bolletta, e di riscatto di fronte all’intero gruppo famigliare – crollasse, e, preannunciata dall’amara ironia del titolo, non restasse che la nuda, belluina ferocia dell’essere umano: la redditività dell’avorio strappato dalla Compagnia per loro tramite ai quasi subumani nativi l’ha resa socialmente accettabile, ed essa ormai non ha più alcuna remora a scatenarsi. Fino alle estreme, tremende conseguenze: che ci prendono alla gola, come un tuffo nel nostro stesso sangue.


di Mario Massimo
da Flanerì.com, 22 dicembre 2014


Le Musiche
, scelte da Claudio Tesser

Miles DavisThe Mask [Miles Davis]
Jon Hassell/Brian EnoDelta Rain Dream [Jon Hassel/Brian Eno]
Jon Hassell/Brian EnoRising Thermal 14 16' N; 32 28' E [Jon Hassel/Brian Eno]
Jon Hassell/Brian EnoCharm (Over 'Burundi Cloud') [Jon Hassel/Brian Eno]
Herbie HancockWatermelon Man [Herbie Hancock]
Jon Hassell/Brian EnoBa-benzele [Jon Hassel/Brian Eno]
Jon Hassell/Brian EnoChemistry [Jon Hassel/Brian Eno]
Herbie HancockVein Melter [Herbie Hancock]
Jon HassellRavinia/Vancouver [Jon Hassel]

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ReadBabyRead #347 del 17 agosto 2017


Joseph Conrad 
Un avamposto del progresso
La laguna

(parte 2 di 6)


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Lettura e altri crimini
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voce: Francesco Ventimiglia


“La stazione commerciale era affidata a due bianchi. Kayerts, il capo, era piccolo e grasso; Carlier, il suo vice, era alto, con un gran testone e un tronco massiccio poggiato su due lunghe gambe sottili. Il terzo uomo era un negro della Sierra Leone. Sosteneva di chiamarsi Henry Price, anche se per ragioni oscure i nativi di quella parte del fiume gli avevano dato un altro nome, con cui ormai era conosciuto da tutti: Makola. Makola parlava inglese e francese con un accento melodioso, aveva una magnifica grafia, sapeva fare di conto, e intratteneva un suo rapporto intimo con gli spiriti del male. Aveva sposato una negra di Loanda molto grassa e altrettanto rumorosa. Davanti alla porta del loro basso capanno tre ragazzini si rotolavano al sole. Silenzioso e impenetrabile, Makola disprezzava i due bianchi”.


Un avamposto del progresso
di Joseph Conrad


I primi due racconti
 che Joseph Conrad pubblicò nel 1897, su due diversi giornali, vengono ora riproposti, in un unico, elegantissimo volumetto, da Adelphi (Un avamposto del progresso, 2014): scelta tanto più meritoria, in quanto, come noto, l’editoria italiana si mostra generalmente piuttosto refrattaria verso il genere letterario del racconto, o comunque di ogni narrazione che non sfami gli onnivori lettori con corposi tomi sulle cinquecento pagine, ma provi piuttosto a misurarsi nella squisita arte necessaria a sviluppare e condurre a conclusione una storia nel giro di qualche decina di pagine, al più.

Arte di cui questi due racconti, e soprattutto il secondo in ordine di pubblicazione, ma qui impaginato per primo, rappresentano già due splendidi esempi.

Nel più antico, infatti, La laguna, oltre alla raffinatezza, non aliena da toni e preziosità da prosa lirica, degli squarci descrittivi che intercalano la voce narrante, Conrad adotta per la prima volta il meccanismo narrativo destinato ad essere portato alla perfezione in molte delle sue opere maggiori: quello, cioè, per cui una parte della narrazione, naturalmente il suo nucleo più ricco di passione e d’intensità umana, viene svolta non dal narratore, ma da uno dei personaggi interni al racconto, talvolta a grande distanza, cronologica o spaziale, dal teatro della vicenda. Un espediente narrativo che rende la storia, come è facile capire, assai più coinvolgente, per il lettore, che se fosse stata narrata tutta con l’imparzialità “fotografica” del narratore onnisciente caro alla grande narrativa del pieno Ottocento.

È dunque Arsat, «un uomo giovane, robusto, con un ampio torace e le braccia muscolose», vestito appena di un sarong e «in testa, niente», che accoglie il «bianco» (nient’altro ci viene detto, di questo personaggio che si lascia facilmente interpretare come un alter ego di Conrad stesso) in viaggio sul fiume, e gli dà ospitalità per la notte. Sarà appunto la notte in cui, mentre all’interno del capanno la sua giovane donna «respira e brucia come se dentro avesse un fuoco. Non dice niente; non sente niente; brucia e basta», divorata da un male di cui non conosceremo la causa e per cui il nuovo venuto non ha portato alcuna medicina, Arsat ripercorrerà per il suo ospite occidentale la storia che lo ha condotto, per amore di quella di donna, ad abbandonare in mano dei suoi nemici la persona a lui più cara: suo fratello.

Sì che quando, all’alba, dopo che un maestoso uccello bianco si alza in volo nella luce del sole per «sparire nel blu come se avesse lasciato la terra», la donna «non brucia più», ci sembra di cogliere il senso di questo explicit imposto dal destino (essendo ormai il cielo di Conrad del tutto deserto di dei) ad Arsat: che di fronte ad esso però – nelle righe finali del racconto, mentre il «bianco» si allontana sul suo sampan – assume, da eroe già pienamente conradiano, la posa di un qualche protagonista di laicizzata tragedia greca: «Era in pedi, solo, nella luce spietata: e oltre il chiarore immenso di un giorno senza nuvole scrutava  la tenebra di un mondo senza illusioni».

La tangenza rispetto alla grande tragedia è ancora più evidente nell’altro racconto, che presta il titolo al volume, giacché i due protagonisti, dalla cui descrizione il racconto stesso prende le mosse, resteranno indissolubilmente legati uno all’altro – un po’ come poi i due ufficiali rivali attraverso i decenni, nei Duellanti – fino alla conclusione, di alto, drammatico impatto emotivo e, perché no, morale.

Meno elaborato, rispetto alla “Laguna”, sul piano della tecnica narrativa – che è, rigorosamente, focalizzata sull’esterno dei personaggi e condotta con scrupolosa sovrapponibilità del tempo narrativo al tempo dell’azione – il racconto è invece più complesso su quello dell’impalcatura ideologica. E lo dimostra il fatto che al delitto e al castigo risolutivi, oltre che da un crescendo di angoscia (l’isolamento rispetto al mondo da cui si proviene, i viveri che si rarefanno, il ritardo del battello, che giungerà, sì, nelle ultime pagine, ma solo per affrettare la sconvolgente katastrofé) misurato con la sapienza narrativa di un Conrad già perfettamente padrone dei propri mezzi, i due protagonisti vengano indotti dal lanciarsi contro una sola ingiuria, «schiavista».

Con quella parola, è come se l’imbiancatura perbenista che essi hanno cercato di darsi – uno vuol arricchire per procurare la dote all’amatissima, e poco avvenente, figliola, l’altro, per più prosaiche questioni di bolletta, e di riscatto di fronte all’intero gruppo famigliare – crollasse, e, preannunciata dall’amara ironia del titolo, non restasse che la nuda, belluina ferocia dell’essere umano: la redditività dell’avorio strappato dalla Compagnia per loro tramite ai quasi subumani nativi l’ha resa socialmente accettabile, ed essa ormai non ha più alcuna remora a scatenarsi. Fino alle estreme, tremende conseguenze: che ci prendono alla gola, come un tuffo nel nostro stesso sangue.


di Mario Massimo
da Flanerì.com, 22 dicembre 2014


Le Musiche
, scelte da Claudio Tesser

Miles DavisThe Mask [Miles Davis]
Jon Hassell/Brian EnoDelta Rain Dream [Jon Hassel/Brian Eno]
Jon Hassell/Brian EnoRising Thermal 14 16' N; 32 28' E [Jon Hassel/Brian Eno]
Jon Hassell/Brian EnoCharm (Over 'Burundi Cloud') [Jon Hassel/Brian Eno]
Herbie HancockWatermelon Man [Herbie Hancock]
Jon Hassell/Brian EnoBa-benzele [Jon Hassel/Brian Eno]
Jon Hassell/Brian EnoChemistry [Jon Hassel/Brian Eno]
Herbie HancockVein Melter [Herbie Hancock]
Jon HassellRavinia/Vancouver [Jon Hassel]

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ReadBabyRead #346 del 10 agosto 2017


Joseph Conrad
Un avamposto del progresso
La laguna

(parte 1 di 6)


per info su F. Ventimiglia e C. Tesser:

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voce: Francesco Ventimiglia


“La stazione commerciale era affidata a due bianchi. Kayerts, il capo, era piccolo e grasso; Carlier, il suo vice, era alto, con un gran testone e un tronco massiccio poggiato su due lunghe gambe sottili. Il terzo uomo era un negro della Sierra Leone. Sosteneva di chiamarsi Henry Price, anche se per ragioni oscure i nativi di quella parte del fiume gli avevano dato un altro nome, con cui ormai era conosciuto da tutti: Makola. Makola parlava inglese e francese con un accento melodioso, aveva una magnifica grafia, sapeva fare di conto, e intratteneva un suo rapporto intimo con gli spiriti del male. Aveva sposato una negra di Loanda molto grassa e altrettanto rumorosa. Davanti alla porta del loro basso capanno tre ragazzini si rotolavano al sole. Silenzioso e impenetrabile, Makola disprezzava i due bianchi”.


Un avamposto del progresso
di Joseph Conrad


I primi due racconti
che Joseph Conrad pubblicò nel 1897, su due diversi giornali, vengono ora riproposti, in un unico, elegantissimo volumetto, da Adelphi (Un avamposto del progresso, 2014): scelta tanto più meritoria, in quanto, come noto, l’editoria italiana si mostra generalmente piuttosto refrattaria verso il genere letterario del racconto, o comunque di ogni narrazione che non sfami gli onnivori lettori con corposi tomi sulle cinquecento pagine, ma provi piuttosto a misurarsi nella squisita arte necessaria a sviluppare e condurre a conclusione una storia nel giro di qualche decina di pagine, al più.

Arte di cui questi due racconti, e soprattutto il secondo in ordine di pubblicazione, ma qui impaginato per primo, rappresentano già due splendidi esempi.

Nel più antico, infatti, La laguna, oltre alla raffinatezza, non aliena da toni e preziosità da prosa lirica, degli squarci descrittivi che intercalano la voce narrante, Conrad adotta per la prima volta il meccanismo narrativo destinato ad essere portato alla perfezione in molte delle sue opere maggiori: quello, cioè, per cui una parte della narrazione, naturalmente il suo nucleo più ricco di passione e d’intensità umana, viene svolta non dal narratore, ma da uno dei personaggi interni al racconto, talvolta a grande distanza, cronologica o spaziale, dal teatro della vicenda. Un espediente narrativo che rende la storia, come è facile capire, assai più coinvolgente, per il lettore, che se fosse stata narrata tutta con l’imparzialità “fotografica” del narratore onnisciente caro alla grande narrativa del pieno Ottocento.

È dunque Arsat, «un uomo giovane, robusto, con un ampio torace e le braccia muscolose», vestito appena di un sarong e «in testa, niente», che accoglie il «bianco» (nient’altro ci viene detto, di questo personaggio che si lascia facilmente interpretare come un alter ego di Conrad stesso) in viaggio sul fiume, e gli dà ospitalità per la notte. Sarà appunto la notte in cui, mentre all’interno del capanno la sua giovane donna «respira e brucia come se dentro avesse un fuoco. Non dice niente; non sente niente; brucia e basta», divorata da un male di cui non conosceremo la causa e per cui il nuovo venuto non ha portato alcuna medicina, Arsat ripercorrerà per il suo ospite occidentale la storia che lo ha condotto, per amore di quella di donna, ad abbandonare in mano dei suoi nemici la persona a lui più cara: suo fratello.

Sì che quando, all’alba, dopo che un maestoso uccello bianco si alza in volo nella luce del sole per «sparire nel blu come se avesse lasciato la terra», la donna «non brucia più», ci sembra di cogliere il senso di questo explicit imposto dal destino (essendo ormai il cielo di Conrad del tutto deserto di dei) ad Arsat: che di fronte ad esso però – nelle righe finali del racconto, mentre il «bianco» si allontana sul suo sampan – assume, da eroe già pienamente conradiano, la posa di un qualche protagonista di laicizzata tragedia greca: «Era in pedi, solo, nella luce spietata: e oltre il chiarore immenso di un giorno senza nuvole scrutava  la tenebra di un mondo senza illusioni».

La tangenza rispetto alla grande tragedia è ancora più evidente nell’altro racconto, che presta il titolo al volume, giacché i due protagonisti, dalla cui descrizione il racconto stesso prende le mosse, resteranno indissolubilmente legati uno all’altro – un po’ come poi i due ufficiali rivali attraverso i decenni, nei Duellanti – fino alla conclusione, di alto, drammatico impatto emotivo e, perché no, morale.

Meno elaborato, rispetto alla “Laguna”, sul piano della tecnica narrativa – che è, rigorosamente, focalizzata sull’esterno dei personaggi e condotta con scrupolosa sovrapponibilità del tempo narrativo al tempo dell’azione – il racconto è invece più complesso su quello dell’impalcatura ideologica. E lo dimostra il fatto che al delitto e al castigo risolutivi, oltre che da un crescendo di angoscia (l’isolamento rispetto al mondo da cui si proviene, i viveri che si rarefanno, il ritardo del battello, che giungerà, sì, nelle ultime pagine, ma solo per affrettare la sconvolgente katastrofé) misurato con la sapienza narrativa di un Conrad già perfettamente padrone dei propri mezzi, i due protagonisti vengano indotti dal lanciarsi contro una sola ingiuria, «schiavista».

Con quella parola, è come se l’imbiancatura perbenista che essi hanno cercato di darsi – uno vuol arricchire per procurare la dote all’amatissima, e poco avvenente, figliola, l’altro, per più prosaiche questioni di bolletta, e di riscatto di fronte all’intero gruppo famigliare – crollasse, e, preannunciata dall’amara ironia del titolo, non restasse che la nuda, belluina ferocia dell’essere umano: la redditività dell’avorio strappato dalla Compagnia per loro tramite ai quasi subumani nativi l’ha resa socialmente accettabile, ed essa ormai non ha più alcuna remora a scatenarsi. Fino alle estreme, tremende conseguenze: che ci prendono alla gola, come un tuffo nel nostro stesso sangue.


di Mario Massimo
da Flanerì.com, 22 dicembre 2014


Le Musiche
, scelte da Claudio Tesser

Miles DavisThe Mask [Miles Davis]
Jon Hassell/Brian EnoDelta Rain Dream [Jon Hassel/Brian Eno]
Jon Hassell/Brian EnoRising Thermal 14 16' N; 32 28' E [Jon Hassel/Brian Eno]
Jon Hassell/Brian EnoCharm (Over 'Burundi Cloud') [Jon Hassel/Brian Eno]
Herbie HancockWatermelon Man [Herbie Hancock]
Jon Hassell/Brian EnoBa-benzele [Jon Hassel/Brian Eno]
Jon Hassell/Brian EnoChemistry [Jon Hassel/Brian Eno]
Herbie HancockVein Melter [Herbie Hancock]
Jon HassellRavinia/Vancouver [Jon Hassel]

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<![CDATA[Recensione dell'Ep d'esordio dei Blue Hole]]>

L’animo dei Blue Hole ad un primo impatto appare dispersivo, senza un reale fine artistico, ma presto si capisce, dopo vari ascolti consecutivi, che in realtà i pezzi non sono la classica composizione diretta alla massa del pubblico, nascono da un lavoro più introspettivo che fa propri gli elementi della dispersione e dell’isolamento.

All’inizio il suono dell’ep si dilata senza restituire una idea chiara del percorso musicale del gruppo aquilano, si perde in frammenti di roccia gettati all’aria, come se un asteroide si fosse scontrato contro un altro asteroide. Solo successivamente tutta la materia si ricondensa e trova definita espressione divenendo un sistema organico. E qui risalta il tema dell’isolamento, soprattutto grazie alle parole. Doveroso specificare come il lavoro avvenga sia sotto l’aspetto compositivo che lirico.

La canzone Cosmonaut è la giusta cifra di quanto detto:

“Here I am, in the camp, living my dream,

in my lightning spacesuit, full of fears and feelings

..

And these engines will blow me away

out of the atmosphere..

..

no more communications, isolated and in trouble;

and I realized that my cosmic journey would be

the last chapter of my life”

Dal testo si evince la dimensione ovattata in cui si trova il protagonista, un cosmonauta (nome russo dell’astronauta), il quale partito per vivere il suo sogno spaziale si ritrova invece perso in un’altra dimensione, parallela a quella reale, ma non meno concreta. Lisergica, ma concreta.

Inseguire l’universo significa lasciare il mondo comune per trovare la propria quadratura, rimanendone anche in balia, senza legami, consci che quella è l’ultima e unica opportunità per Esistere pienamente.

La diretta conseguenza è racchiusa nel testo di Home:

“My home is everywhere, in everyone that I met,

in every minute I spent, the roots I put and I kept.

My home is here, in my heart, is in these streets that I walk down,

in every night I got drunk , in every day I felt lost.

My home is this cold land, with white mountains all around,

it’s something you can’t explain

with any word that you learned”

Lungo la strada il concetto di “casa” diventa il mondo intero, ogni luogo dove l’agire e la decisione hanno lasciato un segno che ha restituito un significato intimo e personale. Casa è qualsiasi luogo che si è fatto proprio. Colpisce il senso “freddo” che è stato dato al concetto, come se dovesse per forza esservi sempre e comunque un distacco necessario ad essere liberi (di scegliere), essenziale per lasciare andare e ri-partire di volta in volta.

Questo Ep, al di là di una sottile rifinitura sulla produzione che avrebbe giovato a una resa complessiva più forte e solida, è la narrazione di un viaggio, è dedicato a chi ha il tempo di camminare e pensare, e concretizzare quanto ragionato. Non è adatto all’orecchio facile e dal vivo i ragazzi sembrano cavarsela piuttosto bene. Delle quattro canzoni inserite Cosmonaut e Home sono le più intriganti.

Alessio Di Francesco (voce e chitarra), Stefano Iannello (basso) e Marco Panepucci (batteria) sono da mettere sulla mappa e seguire con interesse, ricordandosi di andarsi a leggere i testi di ogni brano una volta ascoltati.

Seguiteli su Facebook: www.facebook.com/BlueHole2/

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<![CDATA[Intervista ai Thee Jones Bones per This is Love]]>

Quando ho ascoltato per la prima volta i Thee Jones Bones ammetto che non ero nel mood giusto: ho dovuto distrarre l'attenzione e mangiare qualcosa per aver voglia di tornarci su. ll fatto è che stavo giù di morale e per questo la testa era altrove, ma avevano instillato in me un seme importante: quello volto allo "stare bene".

Il pregio di questo disco è che lo puoi comprendere e ne puoi godere solo lasciando fuori i brutti pensieri e magari, come successo al sottoscritto, può aiutare a scacciarli, in prima istanza.

L’album è un disco di rock classico su più versanti: il primo inerente lo stile, caratterizzato da una scrittura diretta e vitale anche nei pezzi più rilassati e per questo destinato (come il primo rock ‘n roll) a celebrare l'esistenza in ogni attimo, ed ecco il secondo versante.

La band scrive un album popolare non nella resa sonora, sempre ben studiata e mai commerciale, ma "per la gente". Si veste ed è testimone di un'atmosfera collettiva e trasversale che lascia spazio al furore e poco alla singola stati dello star seduti in un angolino del pub. Invece è adatto a fare festa e sono convinto che su supporti alternativi al palco probabilmente rende di meno, se non la metà.

This is Love mettetelo su in viaggio in auto, appena tornati dal lavoro sotto la doccia. Spingetelo durante una grigliata con gli amici. Alzatelo nelle feste capaci di durare fino alla mattina dopo, tra una battuta scontata e un’occhiata languida.

Ho posto qualche domanda alla band per conoscere meglio la nascita del disco:

L’estrema forza di vivere dei brani da dove proviene?

Dal fatto di partire dal presupposto di scrivere musica in «maggiore»? I TJB hanno sempre interpretato la musica come cosa per divertirsi e far divertire e non per farsi prender male. Per quello ci sono tanti altri specialisti!

Cosa preferite maggiormente del suonare dal vivo?

Il fatto di “trasformare” la musica che abbiamo scritto, suonato e inciso direi. Non siamo mai stati il gruppo che esegue pari pari i pezzi a come li abbiamo registrati, nemmeno all’inizio quando la formazione era un duo; adesso poi la prerogativa della band è proprio quella di spaziare in territori di jam ed improvvisazioni e siamo arrivati al punto di fare delle serate da più di due ore con una dozzina scarsa di pezzi. Diciamo che la canzone è in sostanza il mezzo per fare della musica, per cui non si sa mai cosa succederà! Poi siamo fortunatamente ancora dei maledettissimi rockers per cui anche tutto il contorno legato alla vita on the road!

Quali ascolti hanno contribuito a formare il vostro suono?

Quando all’inizio i TJB erano un duo garage-punk-rock i riferimenti musicali erano orientati verso il più classico del rock ‘n roll; Chuck Berry o Little Richard filtrati però dal lo-fi blues della Jon Spencer Blues Explosion e mischiati al country punk in stile Mojomatics. Poi nel corso della seconda vita del gruppo sono riaffiorati gli amori di gioventù legati più o meno a tutto il classic rock di matrice chitarristica fine ‘60, primi ‘70; Stones, Who, Allman Bros, Peter Green’s Fleetwood Mac, Faces, Floyd, Zeppelin, Grateful Dead, Quicksilver, Steve Miller Band, Ten Years After, Humble Pie… ma potrei andare avanti all’infinito dato che le influenze, come gli ascolti musicali, fortunatamente proseguono e cambiano di continuo.

Da cosa trae ispirazione la creazione dell’acustica Little Moon?

Da mia figlia Luna… avevo in mente di scriverle una sorta di “ninna-nanna” strumentale ed ecco il risultato! Poi abbiamo inserito anche lei sul finale, anche se non abbiamo ancora capito cosa abbia detto, magari era: “basta con questo rumore”!

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<![CDATA[Recensione di Holidays in Rome degli Animarea]]>

Ascoltare musica oggi e lasciarsi andare alle cosiddette “vibrazioni positive” sembra difficile perché spesso e volentieri molto di quello che esce dal mainstream e dell’underground ha un sapore narcolettico, espressione delle “vibrazioni negative” del proprio spirito, unite a un generale senso di rassegnazione, il quale vede questi brani adatti più alle minuscole dimensioni della propria stanza che ai grandi spazi dell’ambiente lì fuori.

Penso ciò mentre ascolto Holidays in Rome degli Animarea, un disco che definirei prima di tutto arioso e aperto, in netta controtendenza con quanto scritto sopra. Lo faccio senza accostare il titolo agli immaginari di una dolce vita la quale potrebbe benissimo, e giustamente, ricordare; quel mood è presente nell’album ma preferisco metterlo da parte.

Mi piace soffermarmi maggiormente sui risvolti attuali che può avere in chi ascolta, come può legare queste canzoni al presente. Tecnicamente il progetto ha forti rimandi alla musica jazz, brasiliana, bossa nova e swing, legati assieme da una scrittura pop delle melodie che le rende fruibili a una gran fetta di pubblico, nonostante la qualità “superiore” della produzione e del sound generale.

E proprio il sound, il “come suona” che rende questo album unico e raro a suo modo: riesce ad infondere la fiducia e la gioia per essere presenti e protagonisti sul proprio palco esistenziale. Fa venire voglia di prendere e gettarsi sulla strada senza una vera meta e provare qualcosa di nuovo ed alieno solo per il puro gusto di farlo. Canzoni come Love at First Sight e Smile non sono sentimentali nel senso banale del termine, bensì diventano canzoni All’amore, una dedica speciale al piacere di alzarsi ogni giorno e provare a vivere intensamente e con grazia Tutto. La medesima grazia della voce di Rossana Bern, la cantante del gruppo.

Gli Animarea ribaltano il concetto di pop contemporaneo, creando una suite di brani dai rimandi jazz e swing dotati della (oramai) rara capacità di svegliare spiriti e coscienze, sopiti da tempi moderni troppo infausti e troppo negativi per godere dei variegati e multiformi accesi colori del vissuto.

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<![CDATA[ReadBabyRead_345_Matteo_Strukul_9]]>

“Con la stesura della sua nuova trilogia dedicata alla famiglia Medici, Matteo Strukul ha intrapreso un viaggio molto ambizioso e interessante, un’impresa che potrebbe essere paragonata alla caccia a una bestia feroce, che nel primo volume, intitolato I Medici. Una dinastia al potere, esegue in modo esemplare, se mi perdonate l’espressione, da cacciatore siberiano: «Rovescia la preda» e - in una narrazione arricchita da un lessico colto e ricercato, da dialoghi vivi, da descrizioni riuscitissime, che trasportano immediatamente il lettore nei luoghi dove si snoda la trama - affonda con estrema eleganza quell’affilatissima lama che non è altro se non l’allegoria della sua intenzione letteraria, fermando il cuore della creatura sottomessa e assorbendone la vita, il potere, versando a terra e regalando a noi, con la generosità di un filibustiere, il suo prezioso, inebriante sangue”. [Nicolai Lilin]  


ReadBabyRead #345 del 3 agosto 2017

Matteo Strukul
I Medici. Una dinastia al potere
Lettura dei capitoli: 1, 3, 4, 6, 13, 14, 16, 22, 23, 29, 36, 40, 42, 49, 50.

(parte 9 di 9)

per info su F. Ventimiglia e C. Tesser:

Lettura e altri crimini
iTunes podcast


voce: Francesco Ventimiglia


“Alzò gli occhi al cielo. Pareva polvere di lapislazzuli. Per un istante sentì la vertigine salire e rapirgli i pensieri. Poi, riposò gli occhi, spostando lo sguardo attorno a sé. Vide i muratori che preparavano la malta, mescolando la calce alla sabbia chiara dell'Arno. Alcuni di loro se ne stavano appollaiati sui tramezzi, consumando una veloce colazione. Svolgevano turni massacranti e capitava spesso che trascorressero lì intere settimane, dormendo fra impalcature di legno, lastre di marmo, mattoni e calcinacci.
A oltre cento braccia dal suolo.
Cosimo sgusciò fra i ponteggi in legno: sembravano i denti neri e affilati di una creatura fantastica. Avanzò facendo grande attenzione a non mettere i piedi in fallo. Quella visione di una città sopra la città lo affascinava e lo lasciava sgomento a un tempo.”


Matteo Strukul, “La cultura deve tornare a essere condivisa”


«È iniziato tutto qualche anno fa. Da lettore non trovavo una saga dedicata alla famiglia Medici così ho deciso di occuparmene io. Quando poi ho cominciato a scrivere ho capito perché nessuno l’aveva fatto prima: era una mezza follia». Così ci racconta Matteo Strukul la genesi della trilogia dei Medici, che ha fatto innamorare di sé tanti italiani. Questo mese è uscito “I Medici. Una regina al potere“, il terzo e ultimo volume della saga cominciata con “Una dinastia al potere” e proseguita con “Un uomo al potere“. Abbiamo intervistato lo scrittore. Ecco cosa ci ha raccontato.

Come interpreti il successo della trilogia?

Più ci penso e più arrivo alla conclusione che sia dovuto al fatto che io l’abbia affrontata con una certa incoscienza. Ciò non significa che non mi sia preparato prima di buttar giù anche solo una riga. Ho studiato due anni in modo da creare un mondo con una sua attendibilità, basandomi sulle “Istorie fiorentine” di Machiavelli, sulla “Storia d’Italia” di Guicciardini, e su una miriade di saggi e monografie dedicate a Caterina e al resto della famiglia. Però mi sono dato un modello letterario preciso, ovvero quello del feuilleton o romanzo d’appendice, ma anche quello del romanzo storico con un atteggiamento scanzonato, fanfarone, come “I tre moschettieri” e il ciclo dei Valois di Dumas padre, o “La freccia nera” di Stevenson. Il grande romanzo d’avventura insomma. In più, il mio immaginario è nutrito da film, serie Tv, fumetti, in generale i linguaggi della letteratura più ad ampio spettro, motivo per cui i lettori di questa trilogia sono sì gli amanti del romanzo storico, ma anche i ragazzi molto giovani che si appassionano alla saga grazie al ritmo della storia. Ho cercato poi di proporre i Medici con quell’attitudine un po’ fuori legge e irriverente che è poi la cifra rappresentativa di tutto il mio lavoro.

Una delle caratteristiche del feuilleton è la capacità di tenere sempre alta la tensione e tu lo fai, anche grazie a un linguaggio scorrevole. Come lavori sul linguaggio?

Con la lettura, con la lettura, con la lettura. Quando leggi Omero, Dumas, Von Kleist, Dostoevskij, Puskin, Salgari, Vassalli, è difficile che poi non ti resti qualcosa. È chiaro che serve un minimo di talento ma va nutrito con le storie. Così quando cominci ad avere 35 o 40 anni di letture serrate qualcosa resta: qualcosa come una voce, uno stile, un’attitudine, un approccio, per cui, come dici tu, ti rendi conto di sapere giocare col ritmo, l’intrigo, la sorpresa. Ciò che colpisce di più i lettori è una voce forte e personale. Con i personaggi – che poi racconti con la tua voce e con il tuo stile – si crea una sorta di intesa, per cui loro, nel momento in cui li conosci, si comportano con una loro coerenza. Cosa che non cancella la possibilità che sappiano sorprenderti. E quando ti sorprendi tu, autore, delle scelte che fanno i personaggi, ti rendi conto che il racconto ha una sua efficacia. Se sorprendono te è probabile che sorprendano anche i lettori. Tutto ciò credo derivi dalla lettura.

Veniamo alla protagonista di questo terzo e ultimo volume della saga. Cos’ha di affascinante Caterina?

Innanzitutto è un personaggio femminile e io ho sempre adorato i personaggi femminili. Caterina in particolare ha il fascino di una donna che deve affrontare infinite difficoltà. È una donna italiana che diventa regina di Francia, una donna colta, di grande gusto, di assoluta intelligenza, pragmatica, che però proviene da una famiglia borghese, di mercanti, e non è di sangue nobile, cosa che le causa grandi problemi. Non riuscendo ad avere figli per i primi nove anni di matrimonio col re di Francia, è anche una donna sotto scacco, perché il fatto di non essere in grado di generare figli inevitabilmente la pone sotto il pericolo di essere ripudiata dal sovrano. È  una donna di bellezza normale (se non addirittura bruttina) che si trova a doversi confrontare con la donna più bella di Francia che è Diana de Poitiers, anche amante di Enrico II. Quando riesce finalmente a concepire un figlio ne avrà dieci di fila e questo la allontanerà dalla gestione del potere. Sarà anche costretta a vivere questa sorta di triangolo amoroso tra lei, suo marito e l’amante.

Sembra avere contro tutti e tutto, insomma.

Sì, è una donna che ha dovuto affrontare infinite difficoltà. Tra le altre cose, per tutta la vita lei si impegna a impedire la morte del marito, morte che le era stata profetizzata da Nostradamus. Ha insomma dei caratteri che tradizionalmente caratterizzano la tragedia greca e, molto tempo dopo, il noir: un destino ineluttabile, già scritto, contrastato dal protagonista che tenta di opporglisi ma fallisce e vede perire davanti a sé tutto quello che ama. Questo romanzo è la storia di una grande sconfitta, che è Caterina. Una donna che però combatte e non si arrende mai, proprio come Ettore ha affrontato Achille pur sapendo che avrebbe perso il duello. Ed è in questa dimensione di ineluttabilità che sta la grandezza del personaggio. Caterina non si dà mai per vinta, dimostrando una virtù straordinaria da raccontare e che penso abbia una grande capacità di colpire l’immaginazione e certe corde sentimentali del lettore.

Se abbiamo da imparare la virtù da Caterina, cos’ha l’Italia di oggi da imparare dal mondo rinascimentale?

Il Rinascimento è caratterizzato sì dall’imprenditoria e dalla nascita della borghesia, ma soprattutto dalle committenze, dal mecenatismo, che sono alla base della bellezza e della cultura che caratterizza il Rinascimento. Un periodo che vede la nascita di grandi artisti come Ghirlandaio, Leonardo da Vinci, Donatello, Raffaello, Sandro Botticelli, Paolo Uccello, Pico della Mirandola, Machiavelli e tantissimi altri. Quello rinascimentale è chiaramente un sistema che non trascura l’aspetto economico ma in cui il modello economico è fondato sulla cultura. Questo è un paese che più che il culto della memoria ha il culto dell’oblio. Da un certo punto di vista ho scritto questa storia anche per ricordare da dove veniamo. Comunque qualcuno negli ultimi tempi si è svegliato, penso a “Stanotte a Firenze“, quella bella fiction condotta da Alberto Angela, e alla ricaduta sulle visite agli Uffizi che hanno segnato un’affluenza record. Una fiction acquistata anche dai paesi di lingua inglese che ha portato a Firenze tantissimi turisti dagli Stati Uniti e dall’Inghilterra. Questo per dire quanto la cultura può contare e avere un ruolo importante e virtuoso nella economia. E in questo modo non la sviliamo ma la valorizziamo. Trascurandola ci comportiamo come si comporterebbero gli Emirati Arabi se non vendessero il petrolio.

E per quanto riguarda il mondo del libro?

Credo che una delle cause del calo della lettura e del cattivo stato di salute dell’editoria sia l’autoreferenzialità del mondo letterario, dedito a una autocelebrazione assolutamente sterile, che mira a dividere la critica dal pubblico, autori maggiori da autori minori. Questo snobismo è una delle grandi piaghe dell’Italia. Dovremmo cambiare il concetto stesso di cultura, o riportarlo a quello che era, ovvero condivisione. Dobbiamo renderci conto che se un committente fa realizzare la cupola di Brunelleschi di quella cupola ne godono tutti. Il palazzo dei Medici era aperto a tutti e per questa ragione Cosimo e il resto della famiglia erano amati da tutti gli strati della popolazione (fuorché dalle invidiose famiglie nobili). All’epoca la cultura non era qualcosa tenuta gelosamente nelle stanze del proprio palazzo ma qualcosa che esplodeva nella città.

da libreriamo.it
26 gennaio 2017


Le Musiche, scelte da Claudio Tesser

Peter Phillips: The Tallis ScholarsPalestrina: Missa Benedicta Es [Josquin Des Prez]
Oranssi PazuzuLahja [Oranssi Pazuzu]
Oranssi PazuzuSaturaatio [Oranssi Pazuzu]
MetallicaThe Memory Remains [Metallica]
Pink FloydAtom Heart Mother [Pink Floyd]
SleepJerusalem [Sleep]
Black SabbathParanoid [Tony Iommi, Ozzy Osbourne, William Thomas Ward]
Stephen Darlington: Christ Church Cathedral Choir OxfordPalestrina: Mass For Pentecost, Five Motets [Giovanni Pierluigi da Palestrina]
Deep PurpleChild In Time [Ian Paice/Roger Glover/Richie Blackmore/Ian Gillan/Jon Lord]
Lithuanian Chamber OrchestraPärt: Tabula Rasa [Arvo Pärt]
Oranssi PazuzuValveavaruus [Oranssi Pazuzu]

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<![CDATA[ReadBabyRead_344_Matteo_Strukul_8]]>

“Con la stesura della sua nuova trilogia dedicata alla famiglia Medici, Matteo Strukul ha intrapreso un viaggio molto ambizioso e interessante, un’impresa che potrebbe essere paragonata alla caccia a una bestia feroce, che nel primo volume, intitolato I Medici. Una dinastia al potere, esegue in modo esemplare, se mi perdonate l’espressione, da cacciatore siberiano: «Rovescia la preda» e - in una narrazione arricchita da un lessico colto e ricercato, da dialoghi vivi, da descrizioni riuscitissime, che trasportano immediatamente il lettore nei luoghi dove si snoda la trama - affonda con estrema eleganza quell’affilatissima lama che non è altro se non l’allegoria della sua intenzione letteraria, fermando il cuore della creatura sottomessa e assorbendone la vita, il potere, versando a terra e regalando a noi, con la generosità di un filibustiere, il suo prezioso, inebriante sangue”. [Nicolai Lilin]  


ReadBabyRead #344 del 27 luglio 2017

Matteo Strukul
I Medici. Una dinastia al potere

Lettura dei capitoli: 1, 3, 4, 6, 13, 14, 16, 22, 23, 29, 36, 40, 42, 49, 50.

(parte 8 di 9)

per info su F. Ventimiglia e C. Tesser:

Lettura e altri crimini
iTunes podcast


voce: Francesco Ventimiglia


“Alzò gli occhi al cielo. Pareva polvere di lapislazzuli. Per un istante sentì la vertigine salire e rapirgli i pensieri. Poi, riposò gli occhi, spostando lo sguardo attorno a sé. Vide i muratori che preparavano la malta, mescolando la calce alla sabbia chiara dell'Arno. Alcuni di loro se ne stavano appollaiati sui tramezzi, consumando una veloce colazione. Svolgevano turni massacranti e capitava spesso che trascorressero lì intere settimane, dormendo fra impalcature di legno, lastre di marmo, mattoni e calcinacci.
A oltre cento braccia dal suolo.
Cosimo sgusciò fra i ponteggi in legno: sembravano i denti neri e affilati di una creatura fantastica. Avanzò facendo grande attenzione a non mettere i piedi in fallo. Quella visione di una città sopra la città lo affascinava e lo lasciava sgomento a un tempo.”


Matteo Strukul, “La cultura deve tornare a essere condivisa”


«È iniziato tutto qualche anno fa. Da lettore non trovavo una saga dedicata alla famiglia Medici così ho deciso di occuparmene io. Quando poi ho cominciato a scrivere ho capito perché nessuno l’aveva fatto prima: era una mezza follia». Così ci racconta Matteo Strukul la genesi della trilogia dei Medici, che ha fatto innamorare di sé tanti italiani. Questo mese è uscito “I Medici. Una regina al potere“, il terzo e ultimo volume della saga cominciata con “Una dinastia al potere” e proseguita con “Un uomo al potere“. Abbiamo intervistato lo scrittore. Ecco cosa ci ha raccontato.

Come interpreti il successo della trilogia?

Più ci penso e più arrivo alla conclusione che sia dovuto al fatto che io l’abbia affrontata con una certa incoscienza. Ciò non significa che non mi sia preparato prima di buttar giù anche solo una riga. Ho studiato due anni in modo da creare un mondo con una sua attendibilità, basandomi sulle “Istorie fiorentine” di Machiavelli, sulla “Storia d’Italia” di Guicciardini, e su una miriade di saggi e monografie dedicate a Caterina e al resto della famiglia. Però mi sono dato un modello letterario preciso, ovvero quello del feuilleton o romanzo d’appendice, ma anche quello del romanzo storico con un atteggiamento scanzonato, fanfarone, come “I tre moschettieri” e il ciclo dei Valois di Dumas padre, o “La freccia nera” di Stevenson. Il grande romanzo d’avventura insomma. In più, il mio immaginario è nutrito da film, serie Tv, fumetti, in generale i linguaggi della letteratura più ad ampio spettro, motivo per cui i lettori di questa trilogia sono sì gli amanti del romanzo storico, ma anche i ragazzi molto giovani che si appassionano alla saga grazie al ritmo della storia. Ho cercato poi di proporre i Medici con quell’attitudine un po’ fuori legge e irriverente che è poi la cifra rappresentativa di tutto il mio lavoro.

Una delle caratteristiche del feuilleton è la capacità di tenere sempre alta la tensione e tu lo fai, anche grazie a un linguaggio scorrevole. Come lavori sul linguaggio?

Con la lettura, con la lettura, con la lettura. Quando leggi Omero, Dumas, Von Kleist, Dostoevskij, Puskin, Salgari, Vassalli, è difficile che poi non ti resti qualcosa. È chiaro che serve un minimo di talento ma va nutrito con le storie. Così quando cominci ad avere 35 o 40 anni di letture serrate qualcosa resta: qualcosa come una voce, uno stile, un’attitudine, un approccio, per cui, come dici tu, ti rendi conto di sapere giocare col ritmo, l’intrigo, la sorpresa. Ciò che colpisce di più i lettori è una voce forte e personale. Con i personaggi – che poi racconti con la tua voce e con il tuo stile – si crea una sorta di intesa, per cui loro, nel momento in cui li conosci, si comportano con una loro coerenza. Cosa che non cancella la possibilità che sappiano sorprenderti. E quando ti sorprendi tu, autore, delle scelte che fanno i personaggi, ti rendi conto che il racconto ha una sua efficacia. Se sorprendono te è probabile che sorprendano anche i lettori. Tutto ciò credo derivi dalla lettura.

Veniamo alla protagonista di questo terzo e ultimo volume della saga. Cos’ha di affascinante Caterina?

Innanzitutto è un personaggio femminile e io ho sempre adorato i personaggi femminili. Caterina in particolare ha il fascino di una donna che deve affrontare infinite difficoltà. È una donna italiana che diventa regina di Francia, una donna colta, di grande gusto, di assoluta intelligenza, pragmatica, che però proviene da una famiglia borghese, di mercanti, e non è di sangue nobile, cosa che le causa grandi problemi. Non riuscendo ad avere figli per i primi nove anni di matrimonio col re di Francia, è anche una donna sotto scacco, perché il fatto di non essere in grado di generare figli inevitabilmente la pone sotto il pericolo di essere ripudiata dal sovrano. È  una donna di bellezza normale (se non addirittura bruttina) che si trova a doversi confrontare con la donna più bella di Francia che è Diana de Poitiers, anche amante di Enrico II. Quando riesce finalmente a concepire un figlio ne avrà dieci di fila e questo la allontanerà dalla gestione del potere. Sarà anche costretta a vivere questa sorta di triangolo amoroso tra lei, suo marito e l’amante.

Sembra avere contro tutti e tutto, insomma.

Sì, è una donna che ha dovuto affrontare infinite difficoltà. Tra le altre cose, per tutta la vita lei si impegna a impedire la morte del marito, morte che le era stata profetizzata da Nostradamus. Ha insomma dei caratteri che tradizionalmente caratterizzano la tragedia greca e, molto tempo dopo, il noir: un destino ineluttabile, già scritto, contrastato dal protagonista che tenta di opporglisi ma fallisce e vede perire davanti a sé tutto quello che ama. Questo romanzo è la storia di una grande sconfitta, che è Caterina. Una donna che però combatte e non si arrende mai, proprio come Ettore ha affrontato Achille pur sapendo che avrebbe perso il duello. Ed è in questa dimensione di ineluttabilità che sta la grandezza del personaggio. Caterina non si dà mai per vinta, dimostrando una virtù straordinaria da raccontare e che penso abbia una grande capacità di colpire l’immaginazione e certe corde sentimentali del lettore.

Se abbiamo da imparare la virtù da Caterina, cos’ha l’Italia di oggi da imparare dal mondo rinascimentale?

Il Rinascimento è caratterizzato sì dall’imprenditoria e dalla nascita della borghesia, ma soprattutto dalle committenze, dal mecenatismo, che sono alla base della bellezza e della cultura che caratterizza il Rinascimento. Un periodo che vede la nascita di grandi artisti come Ghirlandaio, Leonardo da Vinci, Donatello, Raffaello, Sandro Botticelli, Paolo Uccello, Pico della Mirandola, Machiavelli e tantissimi altri. Quello rinascimentale è chiaramente un sistema che non trascura l’aspetto economico ma in cui il modello economico è fondato sulla cultura. Questo è un paese che più che il culto della memoria ha il culto dell’oblio. Da un certo punto di vista ho scritto questa storia anche per ricordare da dove veniamo. Comunque qualcuno negli ultimi tempi si è svegliato, penso a “Stanotte a Firenze“, quella bella fiction condotta da Alberto Angela, e alla ricaduta sulle visite agli Uffizi che hanno segnato un’affluenza record. Una fiction acquistata anche dai paesi di lingua inglese che ha portato a Firenze tantissimi turisti dagli Stati Uniti e dall’Inghilterra. Questo per dire quanto la cultura può contare e avere un ruolo importante e virtuoso nella economia. E in questo modo non la sviliamo ma la valorizziamo. Trascurandola ci comportiamo come si comporterebbero gli Emirati Arabi se non vendessero il petrolio.

E per quanto riguarda il mondo del libro?

Credo che una delle cause del calo della lettura e del cattivo stato di salute dell’editoria sia l’autoreferenzialità del mondo letterario, dedito a una autocelebrazione assolutamente sterile, che mira a dividere la critica dal pubblico, autori maggiori da autori minori. Questo snobismo è una delle grandi piaghe dell’Italia. Dovremmo cambiare il concetto stesso di cultura, o riportarlo a quello che era, ovvero condivisione. Dobbiamo renderci conto che se un committente fa realizzare la cupola di Brunelleschi di quella cupola ne godono tutti. Il palazzo dei Medici era aperto a tutti e per questa ragione Cosimo e il resto della famiglia erano amati da tutti gli strati della popolazione (fuorché dalle invidiose famiglie nobili). All’epoca la cultura non era qualcosa tenuta gelosamente nelle stanze del proprio palazzo ma qualcosa che esplodeva nella città.

da libreriamo.it
26 gennaio 2017


Le Musiche
, scelte da Claudio Tesser

Peter Phillips: The Tallis ScholarsPalestrina: Missa Benedicta Es [Josquin Des Prez]
Oranssi PazuzuLahja [Oranssi Pazuzu]
Oranssi PazuzuSaturaatio [Oranssi Pazuzu]
MetallicaThe Memory Remains [Metallica]
Pink FloydAtom Heart Mother [Pink Floyd]
SleepJerusalem [Sleep]
Black SabbathParanoid [Tony Iommi, Ozzy Osbourne, William Thomas Ward]
Stephen Darlington: Christ Church Cathedral Choir OxfordPalestrina: Mass For Pentecost, Five Motets [Giovanni Pierluigi da Palestrina]
Deep PurpleChild In Time [Ian Paice/Roger Glover/Richie Blackmore/Ian Gillan/Jon Lord]
Lithuanian Chamber OrchestraPärt: Tabula Rasa [Arvo Pärt]
Oranssi PazuzuValveavaruus [Oranssi Pazuzu]

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info@sherwood.it (Sherwood Network)
<![CDATA["YasDYes" second album della siberiana Ekat Bork che si dimostra un talento da tenere d'occhio]]>

Ekat Bork
"YasDYes"
Ginkho Box

L’oscurità non fa paura ma è motivo di ispirazione per questa guerriera coraggiosa che affronta la vita attraverso la musica che le arriva addosso in un flusso creativo che sa dominare con naturalezza. Sin dalla Siberia, dove è cresciuta e poi scappata, questa ragazza ha affrontato i suoi giorni grazie alla musica che l’ha portata, dopo tanti chilometri, a stabilirsi nel Ticino in Svizzera. Dopo “Veramellious” del 2013 è arrivato “YasDYes” in giugno 2017: secondo album della cantante e musicista siberiana Ekaterina Borkova aka Ekat Bork. È un disco che ha una tragicità nella voce che lascia senza respiro. Unioni e divisioni che tagliano netti i sentimenti provati senza possibilità di tornare indietro perché c’è solo il futuro per sognare la vera differenza. Così “When i Was” diventa come una vecchia foto da guardare con distanza. Il suo modo di raccontare la sua malinconia con la voce rotta che ti stravolge è la chiave per arrivare agli altri e la chitarra slabbrata si aggrappa proprio alla melodia del cantato. In “Happiness” si danza tra le squame dello squalo del lutto e le piume morbide dell’incanto e del sogno. E si entra in questo scontro tra analogico e digitale tra rarefatto e acustico in una calma apparente. “Dakota” arriva dal punk dei Dead Kennedys unito a delle Breeders risucchiate in una fiamma che diventa sempre più alta. “Jungle” cantata con una voce sottile che attraversa gli spigoli con scioltezza e come un’innamorata consapevole vorrebbe gridare al mondo il suo stato di felicità. O “The Jumb off the Cliff” dove la struggente richiesta di essere salvata diventa canzone d’amore immenso e incommensurabile. E non ci dimentichiamo neanche della canzone fantasma intitolata “React” che spinge dura, metallica e brucia tutto.
Davvero un disco incredibile e pieno di speranza per un futuro musicale radioso.

Francesca Ognibene

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<![CDATA[Muri Muti testimonia ancora una volta l'amore per i live di questa band estrosa che vuol fare ancora molti chilometri sulla Statale 107 bis]]>

Statale 107 bis
"Muri Muti"
Autoprodotto

La band di Santa Severina (KR) nata da poco più di dieci anni ha immediatamente iniziato con un primo album di debutto live nel 2009 “Il Randagio”, disco autoprodotto che ha subito messo in risalto la loro attitudine preferita: fare concerti. Il secondo album registrato in studio nel 2011 e intitolato “Demo” conteneva le stesse canzoni con in più tre inediti. “Muri Muti” quindi è il terzo album sulla lunga distanza che si autoproducono. Il disco inizia con una nuova versione di “Randagio” e più avanti ritroviamo anche “Pena d’Amor” già pluripremiata. “Lui Lei e Saturno” racconta la storia di una fuga verso un destino migliore, ma la lontananza lo immalinconisce finché non arriva la cura che fa venire fuori, parafrasandoli, il calore di una lacrima. Il ritmo qui ha due facce distinte che i respiri degli strumenti a fiato sanno moderare, passando da intrecci ben imbastiti con la batteria alla morbidezza jazz soul da atmosfera dai colori ben definiti che riflettono su quel che è accaduto e quello che accadrà.
Un passo felpato ironico alla Pantera Rosa monitorato dai sax, la tromba e le tastiere è il suono che apre “Fumo” per descrivere un personaggio sfortunato, incarcerato per sbaglio, ma che non si lascia abbattere e così delle scale musicali dritte o al contrario giocano a scivolare su un cantato cavernoso che spinge su un equilibrio a cui ci si aggrappa per non impazzire.
La title tack “Muri Muti” per raccontare le prigioni invisibili di oggi. Con un finale esplosivo che sembra distruggerli questi muri moderni che in un crescendo di boogie-woogie si vanno poi a svuotare e poi ripartire per poi schiacciare le note, spiattellarle per terra e riprendere il boogie-woogie.
Da segnalare la presenza della già edita “Questo Deserto” con superospite Bader Dridi. Un canzone che sembra un ode all’anima da salvaguardare con le voci che si alternano e tirano fuori l’urlo di disperazione e di rabbia che non si rassegna e stride la tromba per gli ostacoli da superare ma poi esplode e avvolge tutto nel suo morbido manto.

Francesca Ognibene

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<![CDATA[Esordio della messinese Elise che racconta "A cuore aperto" le sue storie]]>

Elise
"A Cuore Aperto"
EnZoneRecords

Dopo il primo singolo estrapolato dalla title track “A Cuore Aperto” uscito nel 2016 e supportato dal video, la giovane cantautrice messinese Elisa Salvo aka Elise arriva, dopo un po’ di gavetta e concorsi canori, al primo album sulla lunga distanza. Canta in italiano tranne per due canzoni dove usa l’inglese: ama raccontare storie importanti che fanno riflettere e ama il pop country. Dalle canzoni si sente tutto il coraggio dei vent’anni di questa cantante come “In mezzo all’inferno” dove dice: 'questo progresso che ci vuole dei fossili senza ragione mentre tutto ci porta a diventare macchine d’esibizione'. Una canzone inoltre con una buona sensorialità pop. “A Cuore Aperto” esplica la voglia di voltare pagina e l’ostacolo di fronte a cui ci si trova sono i fantasmi del passato che tornano sempre, ma la voglia di reagire fa diventare tutto chiaro. “Closer”, dove canta in inglese, inizia come una ballata folk arricchita col contro canto e viene fuori un’altra canzone sulla speranza che rappresenta il senso di liberazione dalle proprie catene di solitudine. Anche “Goodnight”, la seconda canzone cantata in inglese, desta la mia attenzione sia per il ritmo folk che per il cantato ‘battagliero’ che spezza e viene fuori in tutta la sua forza, trovando la giusta quadra.
“Questa melodia” attraversa suoni pop dove la musicalità diventa evanescente per raccontare una storia dura di violenza psicologica che viene affrontata con coraggio per non cascarci più.
Elise oltre a cantare suona la chitarra acustica e i cori. Al suo fianco Peppe Barbera - anche produttore dell’album - alle chitarre elettriche e acustiche, pianoforte, organo farfisa e drum programming. E di supporto numerosi ospiti tra cui ricordiamo il bravo Francesco Frudà al banjo.

Francesca Ognibene

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<![CDATA[L'Isola di Mr Robinson del 14 luglio 2017]]>

Questa sera sull'Isola di Mr Robinson sbarcano i Northern Lights SoundSystem, in un'intervista speciale sul One Love World Reggae Festiva, dal 21 al 29 luglio al Camping Girasole di Lignano-Latisana (UD)

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<![CDATA[ReadBabyRead_343_Matteo_Strukul_7]]>

“Con la stesura della sua nuova trilogia dedicata alla famiglia Medici, Matteo Strukul ha intrapreso un viaggio molto ambizioso e interessante, un’impresa che potrebbe essere paragonata alla caccia a una bestia feroce, che nel primo volume, intitolato I Medici. Una dinastia al potere, esegue in modo esemplare, se mi perdonate l’espressione, da cacciatore siberiano: «Rovescia la preda» e - in una narrazione arricchita da un lessico colto e ricercato, da dialoghi vivi, da descrizioni riuscitissime, che trasportano immediatamente il lettore nei luoghi dove si snoda la trama - affonda con estrema eleganza quell’affilatissima lama che non è altro se non l’allegoria della sua intenzione letteraria, fermando il cuore della creatura sottomessa e assorbendone la vita, il potere, versando a terra e regalando a noi, con la generosità di un filibustiere, il suo prezioso, inebriante sangue”. [Nicolai Lilin]  


ReadBabyRead #343 del 20 luglio 2017

Matteo Strukul
I Medici. Una dinastia al potere
Lettura dei capitoli: 1, 3, 4, 6, 13, 14, 16, 22, 23, 29, 36, 40, 42, 49, 50.

(parte 7 di 9)

per info su F. Ventimiglia e C. Tesser:

Lettura e altri crimini
iTunes podcast


voce: Francesco Ventimiglia


“Alzò gli occhi al cielo. Pareva polvere di lapislazzuli. Per un istante sentì la vertigine salire e rapirgli i pensieri. Poi, riposò gli occhi, spostando lo sguardo attorno a sé. Vide i muratori che preparavano la malta, mescolando la calce alla sabbia chiara dell'Arno. Alcuni di loro se ne stavano appollaiati sui tramezzi, consumando una veloce colazione. Svolgevano turni massacranti e capitava spesso che trascorressero lì intere settimane, dormendo fra impalcature di legno, lastre di marmo, mattoni e calcinacci.
A oltre cento braccia dal suolo.
Cosimo sgusciò fra i ponteggi in legno: sembravano i denti neri e affilati di una creatura fantastica. Avanzò facendo grande attenzione a non mettere i piedi in fallo. Quella visione di una città sopra la città lo affascinava e lo lasciava sgomento a un tempo.”


Matteo Strukul, “La cultura deve tornare a essere condivisa”


«È iniziato tutto qualche anno fa. Da lettore non trovavo una saga dedicata alla famiglia Medici così ho deciso di occuparmene io. Quando poi ho cominciato a scrivere ho capito perché nessuno l’aveva fatto prima: era una mezza follia». Così ci racconta Matteo Strukul la genesi della trilogia dei Medici, che ha fatto innamorare di sé tanti italiani. Questo mese è uscito “I Medici. Una regina al potere“, il terzo e ultimo volume della saga cominciata con “Una dinastia al potere” e proseguita con “Un uomo al potere“. Abbiamo intervistato lo scrittore. Ecco cosa ci ha raccontato.

Come interpreti il successo della trilogia?

Più ci penso e più arrivo alla conclusione che sia dovuto al fatto che io l’abbia affrontata con una certa incoscienza. Ciò non significa che non mi sia preparato prima di buttar giù anche solo una riga. Ho studiato due anni in modo da creare un mondo con una sua attendibilità, basandomi sulle “Istorie fiorentine” di Machiavelli, sulla “Storia d’Italia” di Guicciardini, e su una miriade di saggi e monografie dedicate a Caterina e al resto della famiglia. Però mi sono dato un modello letterario preciso, ovvero quello del feuilleton o romanzo d’appendice, ma anche quello del romanzo storico con un atteggiamento scanzonato, fanfarone, come “I tre moschettieri” e il ciclo dei Valois di Dumas padre, o “La freccia nera” di Stevenson. Il grande romanzo d’avventura insomma. In più, il mio immaginario è nutrito da film, serie Tv, fumetti, in generale i linguaggi della letteratura più ad ampio spettro, motivo per cui i lettori di questa trilogia sono sì gli amanti del romanzo storico, ma anche i ragazzi molto giovani che si appassionano alla saga grazie al ritmo della storia. Ho cercato poi di proporre i Medici con quell’attitudine un po’ fuori legge e irriverente che è poi la cifra rappresentativa di tutto il mio lavoro.

Una delle caratteristiche del feuilleton è la capacità di tenere sempre alta la tensione e tu lo fai, anche grazie a un linguaggio scorrevole. Come lavori sul linguaggio?

Con la lettura, con la lettura, con la lettura. Quando leggi Omero, Dumas, Von Kleist, Dostoevskij, Puskin, Salgari, Vassalli, è difficile che poi non ti resti qualcosa. È chiaro che serve un minimo di talento ma va nutrito con le storie. Così quando cominci ad avere 35 o 40 anni di letture serrate qualcosa resta: qualcosa come una voce, uno stile, un’attitudine, un approccio, per cui, come dici tu, ti rendi conto di sapere giocare col ritmo, l’intrigo, la sorpresa. Ciò che colpisce di più i lettori è una voce forte e personale. Con i personaggi – che poi racconti con la tua voce e con il tuo stile – si crea una sorta di intesa, per cui loro, nel momento in cui li conosci, si comportano con una loro coerenza. Cosa che non cancella la possibilità che sappiano sorprenderti. E quando ti sorprendi tu, autore, delle scelte che fanno i personaggi, ti rendi conto che il racconto ha una sua efficacia. Se sorprendono te è probabile che sorprendano anche i lettori. Tutto ciò credo derivi dalla lettura.

Veniamo alla protagonista di questo terzo e ultimo volume della saga. Cos’ha di affascinante Caterina?

Innanzitutto è un personaggio femminile e io ho sempre adorato i personaggi femminili. Caterina in particolare ha il fascino di una donna che deve affrontare infinite difficoltà. È una donna italiana che diventa regina di Francia, una donna colta, di grande gusto, di assoluta intelligenza, pragmatica, che però proviene da una famiglia borghese, di mercanti, e non è di sangue nobile, cosa che le causa grandi problemi. Non riuscendo ad avere figli per i primi nove anni di matrimonio col re di Francia, è anche una donna sotto scacco, perché il fatto di non essere in grado di generare figli inevitabilmente la pone sotto il pericolo di essere ripudiata dal sovrano. È  una donna di bellezza normale (se non addirittura bruttina) che si trova a doversi confrontare con la donna più bella di Francia che è Diana de Poitiers, anche amante di Enrico II. Quando riesce finalmente a concepire un figlio ne avrà dieci di fila e questo la allontanerà dalla gestione del potere. Sarà anche costretta a vivere questa sorta di triangolo amoroso tra lei, suo marito e l’amante.

Sembra avere contro tutti e tutto, insomma.

Sì, è una donna che ha dovuto affrontare infinite difficoltà. Tra le altre cose, per tutta la vita lei si impegna a impedire la morte del marito, morte che le era stata profetizzata da Nostradamus. Ha insomma dei caratteri che tradizionalmente caratterizzano la tragedia greca e, molto tempo dopo, il noir: un destino ineluttabile, già scritto, contrastato dal protagonista che tenta di opporglisi ma fallisce e vede perire davanti a sé tutto quello che ama. Questo romanzo è la storia di una grande sconfitta, che è Caterina. Una donna che però combatte e non si arrende mai, proprio come Ettore ha affrontato Achille pur sapendo che avrebbe perso il duello. Ed è in questa dimensione di ineluttabilità che sta la grandezza del personaggio. Caterina non si dà mai per vinta, dimostrando una virtù straordinaria da raccontare e che penso abbia una grande capacità di colpire l’immaginazione e certe corde sentimentali del lettore.

Se abbiamo da imparare la virtù da Caterina, cos’ha l’Italia di oggi da imparare dal mondo rinascimentale?

Il Rinascimento è caratterizzato sì dall’imprenditoria e dalla nascita della borghesia, ma soprattutto dalle committenze, dal mecenatismo, che sono alla base della bellezza e della cultura che caratterizza il Rinascimento. Un periodo che vede la nascita di grandi artisti come Ghirlandaio, Leonardo da Vinci, Donatello, Raffaello, Sandro Botticelli, Paolo Uccello, Pico della Mirandola, Machiavelli e tantissimi altri. Quello rinascimentale è chiaramente un sistema che non trascura l’aspetto economico ma in cui il modello economico è fondato sulla cultura. Questo è un paese che più che il culto della memoria ha il culto dell’oblio. Da un certo punto di vista ho scritto questa storia anche per ricordare da dove veniamo. Comunque qualcuno negli ultimi tempi si è svegliato, penso a “Stanotte a Firenze“, quella bella fiction condotta da Alberto Angela, e alla ricaduta sulle visite agli Uffizi che hanno segnato un’affluenza record. Una fiction acquistata anche dai paesi di lingua inglese che ha portato a Firenze tantissimi turisti dagli Stati Uniti e dall’Inghilterra. Questo per dire quanto la cultura può contare e avere un ruolo importante e virtuoso nella economia. E in questo modo non la sviliamo ma la valorizziamo. Trascurandola ci comportiamo come si comporterebbero gli Emirati Arabi se non vendessero il petrolio.

E per quanto riguarda il mondo del libro?

Credo che una delle cause del calo della lettura e del cattivo stato di salute dell’editoria sia l’autoreferenzialità del mondo letterario, dedito a una autocelebrazione assolutamente sterile, che mira a dividere la critica dal pubblico, autori maggiori da autori minori. Questo snobismo è una delle grandi piaghe dell’Italia. Dovremmo cambiare il concetto stesso di cultura, o riportarlo a quello che era, ovvero condivisione. Dobbiamo renderci conto che se un committente fa realizzare la cupola di Brunelleschi di quella cupola ne godono tutti. Il palazzo dei Medici era aperto a tutti e per questa ragione Cosimo e il resto della famiglia erano amati da tutti gli strati della popolazione (fuorché dalle invidiose famiglie nobili). All’epoca la cultura non era qualcosa tenuta gelosamente nelle stanze del proprio palazzo ma qualcosa che esplodeva nella città.

da libreriamo.it
26 gennaio 2017


Le Musiche, scelte da Claudio Tesser

Peter Phillips: The Tallis ScholarsPalestrina: Missa Benedicta Es [Josquin Des Prez]
Oranssi PazuzuLahja [Oranssi Pazuzu]
Oranssi PazuzuSaturaatio [Oranssi Pazuzu]
MetallicaThe Memory Remains [Metallica]
Pink FloydAtom Heart Mother [Pink Floyd]
SleepJerusalem [Sleep]
Black SabbathParanoid [Tony Iommi, Ozzy Osbourne, William Thomas Ward]
Stephen Darlington: Christ Church Cathedral Choir OxfordPalestrina: Mass For Pentecost, Five Motets [Giovanni Pierluigi da Palestrina]
Deep PurpleChild In Time [Ian Paice/Roger Glover/Richie Blackmore/Ian Gillan/Jon Lord]
Lithuanian Chamber OrchestraPärt: Tabula Rasa [Arvo Pärt]
Oranssi PazuzuValveavaruus [Oranssi Pazuzu]

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info@sherwood.it (Sherwood Network)
<![CDATA[Dubioza Kolektiv allo Sherwood 2017]]>


Sabato 15 Luglio 2017

Dubioza Kolektiv

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Opening act: 

Psycodrummers

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Dj-Set: 

Bim Bum Balaton

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Al Tajara Collective

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Sherwood Festival 2017
Park Nord Stadio Euganeo
Viale Nereo Rocco - Padova
#sherwood17


Apertura cancelli: ore 19.00

Inizio concerto: 21.00


1 € può bastare

Considerato uno dei gruppi leader del panorama musicale dell'est Europa, in grado di registrare tutti esauriti da oltre 20mila spettatori nelle arene di Belgrado, Zagabria e Lubiana, i bosniaci Dubioza Kolektiv, già definiti come i nuovi Gogol Bordello, sono il fenomeno musicale balcanico che negli ultimi anni si è imposto maggiormente sui palchi dei più importanti festival europei e vanta milioni di contatti anche in rete. Sziget, Exit, Eurosonic, INmusic, Rototom sono soltanto alcuni dei grandi festival ai quali i Dubioza Kolektiv hanno fatto conoscere il proprio mix energetico di ska, hip-hop,reggae, dub, rock e folk, con il quale portano messaggi di pace e di attivo impegno per il diritto a una vita migliore. La situazione della Bosnia è ritornata alla ribalta nell’anniversario della prima guerra mondiale che ha riportato alla luce le tensioni politiche e sociali e le spaccature interne in un paese che vive una crisi tale da non poter offrire alle giovani generazioni una valida opportunità di emancipazione. I Dubioza Kolektiv sono diventati gli ambasciatori dell’impegno dei giovani bosniaci che si oppongono a questo stato di cose. Il loro primo album “Dubioza Kolektive” porta la data 2004, subito accolto con un entusiasmo che in quelle zone non si vedeva da prima della gurerra. Segue l’EP “Open Wide”, prodotto con la collaborazione del poeta del dub Benjamin Zephaniah e di Mush Khan dei Fun-Da-Mental. Con il loro secondo album, "Dubnamite" la loro popolarità inizia a diffondersi oltre confine. Nel 2008, l’album “Firma Illegal” segna una netta presa di posizione contro le tendenze nazionaliste predominanti nella regione mentrel’album successivo, "5 DO12", sancisce l’approdo dei Dubioza alla cultura del file sharing: disponibile in free download dal loro sito, l’album sferza un attacco alle pratiche ultra capitalistiche delle etichette musicali e allo stesso tempo rappresenta un atto d’amore verso i propri fan. Questa pratica suscita l’interesse di Bill Gould dei Faith No More che decide di pubblicare "Wild, Wild East”, il loro quinto album, con la sua etichetta Koolarrow Records, introducendo così i Dubioza alla ribalta internazionale dei palcoscenici di tutto il mondo. L’album successivo, “Apsurdistan”, pubblicato nel 2013, raggiunge uno straordinario successo con 300.000 download. Il video del singolo, “Kazu”, raggiunge 12 milioni di visualizzazioni su You Tube e il loro tour nei Balcan occidentali registra il tutto esaurito a ogni data. La musica dei Dubioza ormai raggiunge ogni angolo d’Europa e la radicata convinzione della libera condivisione dell’espressione artistica prosegue fino a oggi con il primo singolo dell’ultimo album “Happy Machine” (2016) dal titolo “Free mp3 (The Pirate Bay Song)”, omaggio a Edward Snowden di WikiLeaks e inno contro il copyright, on line dal 6 novembre su youtube con quasi 3,5 milioni di visualizzazioni. 

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<![CDATA[Drum And Bass Chiama Italia allo Sherwood 2017]]>

Venerdi 14 Luglio 2017

Drum And Bass Chiama Italia

Dj Ferro & MC Def feat. Sismino

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Vai alla Pagina FB di MC Def

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Alex:Igno

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No One Knows

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Sub Concept

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Fractale

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Killercell

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Control Music

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Sherwood Festival 2017
Park Nord Stadio Euganeo
Viale Nereo Rocco - Padova
#sherwood17


Apertura cancelli: ore 19.00


1 € può bastare

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<![CDATA[Settantasette]]>


Giovedi 13 Luglio 2017

Presso il Second Stage:

Settantasette

Quarant'anni fa, la rivoluzione "qui ed ora".

a cura di Globalproject.info


Sherwood Festival 2017
Park Nord Stadio Euganeo
Viale Nereo Rocco - Padova
#sherwood17


Apertura cancelli: ore 19.00

Inizio incontro: ore 20.30


1 € può bastare

40 anni fa, in Italia, era il 1977.
Per la prima volta, l'inedita potenza di un nuovo soggetto sociale, il giovane precariato metropolitano, faceva irruzione nella società.
Il '77 ha scompaginato le carte, la forte istanza antifascista ed egualitaria si è accompagnata alla critica radicale dei partiti e dei sindacati della sinistra istituzionale.
È stato l'anno dei grandi cortei di Roma, Milano e Bologna, degli "strani studenti", delle femministe, dell'autonomia operaia (tra le poche organizzazioni ad aver compreso e fatto parte del Movimento 77), di Radio Alice, Radio Onda Rossa e di Radio Sherwood.
È stato l'anno delle innovazioni linguistiche, della rivoluzione politica delle forme della comunicazione, della riappropriazione, delle barricate innaffiate di champagne, degli Indiani Metropolitani, delle P 38, dei poliziotti camuffati.
Poi, su quella generazione di ribelli si sono abbattute la repressione, l'esaltazione armatista e l'eroina. Operazioni giudiziarie e narrazioni ufficiali hanno lavorato di concerto per associare alla memoria di quegli eventi una condanna e un travisamento costane.
Ma non è questa la memoria che vogliamo condividere.

Ne discutiamo con:

Toni Negri, Oreste Scalzone, Cristina Morini,

Franco PipernoVincenzo Miliucci e Franco Berardi "Bifo"

Introduce e modera:

Marco Baravalle (Sale Docks - Venezia)

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<![CDATA[ReadBabyRead_342_Matteo_Strukul_6]]>

“Con la stesura della sua nuova trilogia dedicata alla famiglia Medici, Matteo Strukul ha intrapreso un viaggio molto ambizioso e interessante, un’impresa che potrebbe essere paragonata alla caccia a una bestia feroce, che nel primo volume, intitolato I Medici. Una dinastia al potere, esegue in modo esemplare, se mi perdonate l’espressione, da cacciatore siberiano: «Rovescia la preda» e - in una narrazione arricchita da un lessico colto e ricercato, da dialoghi vivi, da descrizioni riuscitissime, che trasportano immediatamente il lettore nei luoghi dove si snoda la trama - affonda con estrema eleganza quell’affilatissima lama che non è altro se non l’allegoria della sua intenzione letteraria, fermando il cuore della creatura sottomessa e assorbendone la vita, il potere, versando a terra e regalando a noi, con la generosità di un filibustiere, il suo prezioso, inebriante sangue”. [Nicolai Lilin]  


ReadBabyRead #342 del 13 luglio 2017

Matteo Strukul
I Medici. Una dinastia al potere
Lettura dei capitoli: 1, 3, 4, 6, 13, 14, 16, 22, 23, 29, 36, 40, 42, 49, 50.

(parte 6 di 9)

per info su F. Ventimiglia e C. Tesser:

Lettura e altri crimini
iTunes podcast


voce: Francesco Ventimiglia


“Alzò gli occhi al cielo. Pareva polvere di lapislazzuli. Per un istante sentì la vertigine salire e rapirgli i pensieri. Poi, riposò gli occhi, spostando lo sguardo attorno a sé. Vide i muratori che preparavano la malta, mescolando la calce alla sabbia chiara dell'Arno. Alcuni di loro se ne stavano appollaiati sui tramezzi, consumando una veloce colazione. Svolgevano turni massacranti e capitava spesso che trascorressero lì intere settimane, dormendo fra impalcature di legno, lastre di marmo, mattoni e calcinacci.
A oltre cento braccia dal suolo.
Cosimo sgusciò fra i ponteggi in legno: sembravano i denti neri e affilati di una creatura fantastica. Avanzò facendo grande attenzione a non mettere i piedi in fallo. Quella visione di una città sopra la città lo affascinava e lo lasciava sgomento a un tempo.”


Matteo Strukul, “La cultura deve tornare a essere condivisa”


«È iniziato tutto qualche anno fa. Da lettore non trovavo una saga dedicata alla famiglia Medici così ho deciso di occuparmene io. Quando poi ho cominciato a scrivere ho capito perché nessuno l’aveva fatto prima: era una mezza follia». Così ci racconta Matteo Strukul la genesi della trilogia dei Medici, che ha fatto innamorare di sé tanti italiani. Questo mese è uscito “I Medici. Una regina al potere“, il terzo e ultimo volume della saga cominciata con “Una dinastia al potere” e proseguita con “Un uomo al potere“. Abbiamo intervistato lo scrittore. Ecco cosa ci ha raccontato.

Come interpreti il successo della trilogia?

Più ci penso e più arrivo alla conclusione che sia dovuto al fatto che io l’abbia affrontata con una certa incoscienza. Ciò non significa che non mi sia preparato prima di buttar giù anche solo una riga. Ho studiato due anni in modo da creare un mondo con una sua attendibilità, basandomi sulle “Istorie fiorentine” di Machiavelli, sulla “Storia d’Italia” di Guicciardini, e su una miriade di saggi e monografie dedicate a Caterina e al resto della famiglia. Però mi sono dato un modello letterario preciso, ovvero quello del feuilleton o romanzo d’appendice, ma anche quello del romanzo storico con un atteggiamento scanzonato, fanfarone, come “I tre moschettieri” e il ciclo dei Valois di Dumas padre, o “La freccia nera” di Stevenson. Il grande romanzo d’avventura insomma. In più, il mio immaginario è nutrito da film, serie Tv, fumetti, in generale i linguaggi della letteratura più ad ampio spettro, motivo per cui i lettori di questa trilogia sono sì gli amanti del romanzo storico, ma anche i ragazzi molto giovani che si appassionano alla saga grazie al ritmo della storia. Ho cercato poi di proporre i Medici con quell’attitudine un po’ fuori legge e irriverente che è poi la cifra rappresentativa di tutto il mio lavoro.

Una delle caratteristiche del feuilleton è la capacità di tenere sempre alta la tensione e tu lo fai, anche grazie a un linguaggio scorrevole. Come lavori sul linguaggio?

Con la lettura, con la lettura, con la lettura. Quando leggi Omero, Dumas, Von Kleist, Dostoevskij, Puskin, Salgari, Vassalli, è difficile che poi non ti resti qualcosa. È chiaro che serve un minimo di talento ma va nutrito con le storie. Così quando cominci ad avere 35 o 40 anni di letture serrate qualcosa resta: qualcosa come una voce, uno stile, un’attitudine, un approccio, per cui, come dici tu, ti rendi conto di sapere giocare col ritmo, l’intrigo, la sorpresa. Ciò che colpisce di più i lettori è una voce forte e personale. Con i personaggi – che poi racconti con la tua voce e con il tuo stile – si crea una sorta di intesa, per cui loro, nel momento in cui li conosci, si comportano con una loro coerenza. Cosa che non cancella la possibilità che sappiano sorprenderti. E quando ti sorprendi tu, autore, delle scelte che fanno i personaggi, ti rendi conto che il racconto ha una sua efficacia. Se sorprendono te è probabile che sorprendano anche i lettori. Tutto ciò credo derivi dalla lettura.

Veniamo alla protagonista di questo terzo e ultimo volume della saga. Cos’ha di affascinante Caterina?

Innanzitutto è un personaggio femminile e io ho sempre adorato i personaggi femminili. Caterina in particolare ha il fascino di una donna che deve affrontare infinite difficoltà. È una donna italiana che diventa regina di Francia, una donna colta, di grande gusto, di assoluta intelligenza, pragmatica, che però proviene da una famiglia borghese, di mercanti, e non è di sangue nobile, cosa che le causa grandi problemi. Non riuscendo ad avere figli per i primi nove anni di matrimonio col re di Francia, è anche una donna sotto scacco, perché il fatto di non essere in grado di generare figli inevitabilmente la pone sotto il pericolo di essere ripudiata dal sovrano. È  una donna di bellezza normale (se non addirittura bruttina) che si trova a doversi confrontare con la donna più bella di Francia che è Diana de Poitiers, anche amante di Enrico II. Quando riesce finalmente a concepire un figlio ne avrà dieci di fila e questo la allontanerà dalla gestione del potere. Sarà anche costretta a vivere questa sorta di triangolo amoroso tra lei, suo marito e l’amante.

Sembra avere contro tutti e tutto, insomma.

Sì, è una donna che ha dovuto affrontare infinite difficoltà. Tra le altre cose, per tutta la vita lei si impegna a impedire la morte del marito, morte che le era stata profetizzata da Nostradamus. Ha insomma dei caratteri che tradizionalmente caratterizzano la tragedia greca e, molto tempo dopo, il noir: un destino ineluttabile, già scritto, contrastato dal protagonista che tenta di opporglisi ma fallisce e vede perire davanti a sé tutto quello che ama. Questo romanzo è la storia di una grande sconfitta, che è Caterina. Una donna che però combatte e non si arrende mai, proprio come Ettore ha affrontato Achille pur sapendo che avrebbe perso il duello. Ed è in questa dimensione di ineluttabilità che sta la grandezza del personaggio. Caterina non si dà mai per vinta, dimostrando una virtù straordinaria da raccontare e che penso abbia una grande capacità di colpire l’immaginazione e certe corde sentimentali del lettore.

Se abbiamo da imparare la virtù da Caterina, cos’ha l’Italia di oggi da imparare dal mondo rinascimentale?

Il Rinascimento è caratterizzato sì dall’imprenditoria e dalla nascita della borghesia, ma soprattutto dalle committenze, dal mecenatismo, che sono alla base della bellezza e della cultura che caratterizza il Rinascimento. Un periodo che vede la nascita di grandi artisti come Ghirlandaio, Leonardo da Vinci, Donatello, Raffaello, Sandro Botticelli, Paolo Uccello, Pico della Mirandola, Machiavelli e tantissimi altri. Quello rinascimentale è chiaramente un sistema che non trascura l’aspetto economico ma in cui il modello economico è fondato sulla cultura. Questo è un paese che più che il culto della memoria ha il culto dell’oblio. Da un certo punto di vista ho scritto questa storia anche per ricordare da dove veniamo. Comunque qualcuno negli ultimi tempi si è svegliato, penso a “Stanotte a Firenze“, quella bella fiction condotta da Alberto Angela, e alla ricaduta sulle visite agli Uffizi che hanno segnato un’affluenza record. Una fiction acquistata anche dai paesi di lingua inglese che ha portato a Firenze tantissimi turisti dagli Stati Uniti e dall’Inghilterra. Questo per dire quanto la cultura può contare e avere un ruolo importante e virtuoso nella economia. E in questo modo non la sviliamo ma la valorizziamo. Trascurandola ci comportiamo come si comporterebbero gli Emirati Arabi se non vendessero il petrolio.

E per quanto riguarda il mondo del libro?

Credo che una delle cause del calo della lettura e del cattivo stato di salute dell’editoria sia l’autoreferenzialità del mondo letterario, dedito a una autocelebrazione assolutamente sterile, che mira a dividere la critica dal pubblico, autori maggiori da autori minori. Questo snobismo è una delle grandi piaghe dell’Italia. Dovremmo cambiare il concetto stesso di cultura, o riportarlo a quello che era, ovvero condivisione. Dobbiamo renderci conto che se un committente fa realizzare la cupola di Brunelleschi di quella cupola ne godono tutti. Il palazzo dei Medici era aperto a tutti e per questa ragione Cosimo e il resto della famiglia erano amati da tutti gli strati della popolazione (fuorché dalle invidiose famiglie nobili). All’epoca la cultura non era qualcosa tenuta gelosamente nelle stanze del proprio palazzo ma qualcosa che esplodeva nella città.

da libreriamo.it
26 gennaio 2017


Le Musiche, scelte da Claudio Tesser

Peter Phillips: The Tallis ScholarsPalestrina: Missa Benedicta Es [Josquin Des Prez]
Oranssi PazuzuLahja [Oranssi Pazuzu]
Oranssi PazuzuSaturaatio [Oranssi Pazuzu]
MetallicaThe Memory Remains [Metallica]
Pink FloydAtom Heart Mother [Pink Floyd]
SleepJerusalem [Sleep]
Black SabbathParanoid [Tony Iommi, Ozzy Osbourne, William Thomas Ward]
Stephen Darlington: Christ Church Cathedral Choir OxfordPalestrina: Mass For Pentecost, Five Motets [Giovanni Pierluigi da Palestrina]
Deep PurpleChild In Time [Ian Paice/Roger Glover/Richie Blackmore/Ian Gillan/Jon Lord]
Lithuanian Chamber OrchestraPärt: Tabula Rasa [Arvo Pärt]
Oranssi PazuzuValveavaruus [Oranssi Pazuzu]

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<![CDATA[Ghali live @Sherwood Festival 2017]]>

Ad attendere Ghali la sera dell’11 luglio c’è una flotta di giovanissimi “presi bene” che mi ricorda tantissimo chi, adolescente nella metà della prima decade 2000, faceva lo stesso con l’italo dance di Prezioso e Molella, Molinaro e Provenzano. Nel pre-show il dj set sgancia pezzi trap su cui il pubblico si muove. La prima forte impressione è che, lasciando da parte giudizi da attempati ascoltatori, i ragazz* siano felici e spensierati.

Ora, affrontiamo subito la questione: “pubblico estremamente giovane=pubblico scadente”, che di per sé è una grandissima scemenza. Quando mai si ha cosi tanto tempo da dedicare alla musica come nell’adolescenza? L’età è soggetta alle mode, vero, ma è anche quella dove, prima di tutto, si spazia fra tantissimi sound differenti per il puro piacere di farlo. Dunque questo tipo di pubblico è il termometro di quanto di più fresco e potente vi sia in giro. È qualità a suo modo e Ghali sta sopra a molti non solo sul palco.

Se poi mettiamo che i brani e i presenti sono un crocevia di etnie diverse, radunate sono la stessa passione e lo stesso suono, dentro un senso di comunità e aggregazione che di rado si vede in questi tempi di violenza verbale inerente l’integrazione, non si può non essere felici che la musica stia svolgendo una delle sue funzioni basilari: annullare false differenze, fare sentire a casa, dare calore, fiducia ed entusiasmo. Unire nelle mille sfumature che la parola può contenere. Poco dopo l’inizio del live una bandiera della Tunisia svetta sulla folla, a ribadire il concetto (Ghali ha origini tunisine).

L’artista milanese parte performando Ricchi Dentro, traccia simbolo del primo disco uscito recentemente, dal titolo Album, per nulla scontato visto il successo arrivato dopo una gavetta di anni a suon di singoli-video pubblicati su YouTube, prodotti da Charlie Charles. La nuova Milano avanza. Molti, dopo i numeri di Ninna Nanna, pezzo che ha sbancato sul Tubo e Spotify, si attendevano un primo vero lungometraggio.

Lungometraggio è il termine esatto per descrivere la scrittura dell’Lp di Ghali, un insieme di parole mai messe a caso giusto per giustificare qualche ego trip di facile presa. Le sue sono narrazioni vivide di sentimenti e percorsi rese in leggerezza per giungere a una maggioranza indefinita di persone. Dal giovane al padre, dallo skater al rocker, dal panettiere all’avvocato. La narrazione per immagini di Ghali è popolare nel senso buono del termine: includere, invogliare, inglobare gli sforzi di una vita ai margini per arrivare dove porta la propria strada. Parla di ambizione e riscatto, lontano da tutto e da tutti; “una galassia lontana lontana..” motivo per cui se non piace quantomeno incuriosisce.

Lo stile sul palco deve essere migliorato, è solo lui e centinaia di nomi di fronte, manca ancora quella presenza vocale e fisica per abbracciarli tutti, ma sarebbe ingiusto negare quanto di buono è già presente. Volendo azzardare, se mantenesse la consapevolezza di mezzi dimostrata finora, già col prossimo progetto potrebbe diventare un artista completo sotto ogni aspetto.

Il concerto prosegue fra Habibi, Marijuana, Lacrimucce, Ninna Nanna, Milano, Pizza Kebab e Boulevard. Le canzoni più sentite sono Willy Willy, Vida e Happy Days, testimoni dela cifra stilistica di Ghali, il quale invita i ragazz* a scattarsi un selfie assieme e a condividerlo istantaneamente con l’hash #stoconghali. Live segue i post e chiede per nome profilo di chi sia la pubblicazione. Dimostra di sapere comunicare a cavallo fra mondo reale e digitale, ibridando l’attività tipica del palco con quella virtuale. Poi si chiedono perché abbia successo.

Nei tempi della comunicazione web il milanese è più che al passo coi tempi: riesce a creare un engagement durante un concerto che sarà virale a posteriori, diffondendo il nome e la musica. Ciò è discutibile, ma è certamente funzionale allo scopo.

L’esibizione piace e scalda il pubblico con costanza e ritmo, fino alla fine, fino a quando non si scende dal palco e dalle stories (di Instagram).

Ricordo ancora quando Ghali uscì nel 2012 col vecchio nome Ghali Foh, assieme alla Troupe D’Elite, ex-gruppo di cui dovrebbero esserci testimonianze sul Tubo. Ricordo ancora le “buste di piscio” che puristi del rap, ora scomparsi della mappa, avrebbero voluto tirargli addosso, puntando alla persona e non a quanto creato, in una violenza verbale senza senso, ignorante il fatto che già allora si trattava di musica pop(lare), fuori da classici schemi.

Direi che quella di Ghali è una bella rivincita.

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<![CDATA[Atleta e donna. Le barriere del professionismo sportivo]]>


Mercoledi 12 Luglio 2017

Presso Free Sport Area:

Atleta e donna

la situazione in Italia

a cura di Polisportiva San Precario - Padova


Sherwood Festival 2017
Park Nord Stadio Euganeo
Viale Nereo Rocco - Padova
#sherwood17


Apertura cancelli: ore 19.00

Inizio incontro: ore 20.30


1 € può bastare

La società maschilista e patriarcale investe anche lo sport. Siamo ancora costretti a parlare di tutele e di maternità per le donne che praticano attività sportive: dal dilettantismo alle esperienze personali delle atlete, dalla scelta obbligata “figli o carriera”, al silenzio delle istituzioni sportive e governative. Cosa comporta essere donna e atleta ai nostri tempi? Come iniziare percorsi di cambiamento e consapevolezza?

Ne discutiamo con:

Luisa Rizzitelli, (Presidentessa Assist - Associazione Nazionale Atlete), Antonella Bellutti (Campionessa olimpica di ciclismo), Arianna Cau (Campionessa di snowboard e Wakeboard), Silvia Bortot (Campionessa italiana ed europea di pugilato), Ragazze nel Pallone.

Introducono e moderano:

Francesca Masserdotti e Hilary De Luca (San Precario).

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<![CDATA[Red Eyes in the Forest w/ Syd Arthur allo Sherwood 2017]]>

Mercoledi 12 Luglio 2017


- Second Stage - 

"Red Eyes in the Forest"


Syd Arthur

"Apricity Tour"

In collaborazione con La Tempesta Concerti

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CalyToRide

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Duvalier

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Folks, Stay home

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Sherwood Festival 2017
Park Nord Stadio Euganeo
Viale Nereo Rocco - Padova
#sherwood17


Apertura cancelli: ore 19.00

Inizio concerto: 20.00


1 € può bastare


Syd Arthur

La band psych rock di Canterbury e' composta dai fratelli Liam, Joel, Josh Magill e Raven Bush, nipote di Kate Bush. Dopo il successo del secondo disco Sound Mirror, pubblicato nel 2014 per la storica etichetta californiana Harvest Records -The Libertines, TV on the Radio, Morrissey, Kasabian- e che li ha portati sui palchi di Sxsw, Coachella, Bst Festival Hyde park con Strokes e Beck, e in tour con Yes, Paul Weller, Sean Lennon, tornano con un nuovo album, Apricity. Il disco è stato registrato e prodotto a Los Angeles dal chitarrista di Beck, Jason Falkner, e pubblicato nell'autunno 2016 da Harvest Records.  La band lo sta promuovendo con un tour iniziato in Inghilterra (tra gli altri anche Glastonbury e un tour con White Denim) e Stati Uniti con un tour di supporto a Jake Bugg, e che arrivera' finalmente anche in Italia in estate 2017.


ClayToRide

Stefano Sartori (chitarra/voce), Michele Thiella (basso, voce) e Matteo Tretti (batteria).
Dopo sette anni di attività nel vicentino e un centinaio di concerti tra Italia ed Est Europa, i ragazzi si stanno trasferendo a Cardiff, Galles - la discografia conta al momento un EP e due album, con il quarto lavoro già pronto e impacchettato: le sei tracce del nuovo EP “Worth Leaving" verranno rilasciate da Sliptrick Records e Red Eyes Dischi, label indipendente di casa che hanno contribuito a fondare lo scorso anno.
Non c’è nessun timore di abbandonare la comfort zone, non c’è nessuna ombra sulla strada: frugando e prendendo tutto quello che c’era a portata di mano, i Clay hanno scritto sei pezzi per salutare le vecchie paranoie e dare il benvenuto alle nuove – poi hanno fatto i bagagli. In copertina un’iguana combatte le correnti dell’oceano in cui si è appena tuffata, verso la prossima spiaggia.


Duvalier

Duvalier ha tre teste e un milione di gambe. DUVALIER parla svariate lingue e conta tutto tre volte.
Arrivato al quinto anno di vita, ha preso una svolta considerevole – scappato da un garage verso il deserto, ci ha provato con il blues, ha stalkerato lo shoegaze californiano e ora ha perso un sacco di peso, gli si vedono le costole.
Un centinaio di concerti su e giù per lo stivale, un cambio di formazione e nessun bassista – Duvalier impasta chitarre, organetti e sabbia con le pelli tirate all’inverosimile. Scrive in un pastiche di cinque lingue, si guarda spesso allo specchio e beve molto vino rosso. Non è contento finché non suda e non vede sudare.


Folks, Stay Home

Folks, stay home sono Elia, Tomas e Nicolò, un post-wave appena maggiorenne che scivola tra giugno del ’79 e i primi nineties.
Iniziano ancora quattordicenni, e due anni dopo rilasciano un piccolo gioiello chiamato ‘The Happy Loneliness of Midnight’ – il singolo esce nel 2016 per Red Eyes Dischi, che i giovanissimi Folks, stay home contribuiscono a fondare.
Ora sono di nuovo davanti al banco, per registrare un EP atteso ormai da troppo, con la collaborazione di Paolo Canaglia (Fall of Minerva) presso i Russian Road Studios – riverberi, voci eteree, bassi elastici e ancora riverberi: il primo singolo ‘Worship’ è uscito il 19 gennaio 2017, in esclusiva assoluta per la webzine indipendente System Failure. Nel frattempo, la band annuncia l’intenzione di non voler limitare in alcun modo l’attività live, che in una trentina di date li ha già portati a condividere il palco con nomi importanti dell’indie locale come Muleta e Panda Kid.

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<![CDATA[Baustelle e Pietro Berselli live @Sherwood Festival]]>

I Baustelle lasciano il palco. Sono le 24 dell’otto luglio e la scritta col loro nome continua ad accendersi ad intermittenza colorando di rosso lo spazio e lanciando speranza sul fiume umano. Bianconi ha detto di andare a fare l’amore “in auto o sulle auto” e in un’estate così calda ha senso: sudati lo si è già, tanto vale celebrare il movimento pelvico.

Divido gli ascoltatori della band toscana in due grandi gruppi: quelli che sentono la vita, la sua urgenza e la vivono concretamente, e chi invece dice solo di farlo, si fregia di apparenza ed è stemperato. È il continuo contrasto fra sostanza e brillantini, ed è interessante vista la tensione prodotta a suo modo ha un effetto positivo: capire chi vale la pena conoscere e con cui continuare ad andare ai loro concerti. Rappresenta l’incipit della scelta, l’inizio di ogni possibilità di sperimentare con il flusso del proprio dàimon socratico.

Il baustelliano parlare di vita e morte, di sesso/sensualità e pulsioni, amori e passioni fa perno su un immaginario prettamente anni Sessanta ma, andando oltre le pose e il facile riferimento vintage, calano la penna e i suoni dentro un decennio storico in cui la vita era attaccata alla realtà tangibile, viso a viso. Artisticamente sono una sana scopata (perdonate il francesismo) immersa in un universo di senso e cognizione, sono consapevolezza della propria natura, ed è per questo che parlano a molti: vanno oltre il mero atto fisico per caricarlo di significati profondi e al contempo toccabili con mano. Sta poi a chi ascolta seguire l’ispirazione oppure crogiolarcisi dentro.

Bisognava osservare Bianconi muovere il microfono come un cantante del festival della canzone popolare quando codesto era ancora un evento di gala, e Rachele lasciarsi andare nei lampi scaturiti dalla batteria, lo spettacolo pirotecnico del fine d’una festa paesana. Lei era libera e lui composto.

Il gruppo di Montepulciano era aperto dalla band di Pietro Berselli, artisti padovani dediti ad una forma di cantautorato altamente evocativa e dalla robusta struttura. Un’opera davvero prima (il disco d’esordio si chiama Orfeo L’ha Fatto Apposta) eseguita con cura e valore per le parole cantate: da sempre la parte migliore di Pietro sono i testi, i quali possono avere diversi arrangiamenti mantenendo intatta la forza, dimostrando che anche tempi approssimativi come i suddetti hanno grazia innata.

Una volta terminato Berselli, I Baustelle hanno iniziato con il Vangelo di Giovanni dando ampio spazio all’ultimo Lp, l’Amore e la Violenza, performando Amanda Lear e Betty, le quali potrebbero avere avuto un tono più deciso e sostenuto come da disco. Sono susseguite Eurofestival e, dopo qualche altro brano, La Vita, definendo il ritmo leggero e brioso dell’interno live. Gli episodi degni di maggiore nota sono stati la profonda emotività dedicata all’interpretazione di Piangi Roma, lungo cui il lato fragile dell’autorialità si è mostrato in tutta la sua fresca luce, e la versione inedita di Bruci La Città, scritta per Irene Grandi, qui in una manifestazione priva di batteria e ricca di piano, con la voce a fare le veci della parte strumentale, ispessendo una resa mai flebile. Strana considerazione quella per cui il Bianconi più sincero stia dietro la creatività destinata ad altri.

La canzone è sempre stata composta da frammenti di me e di te (una persona generica) senza pressioni bensì svogliatezza e sussulti: forma autentica di libertà. Stilisticamente e semanticamente, Bianconi cerca la complessità nella sua semplicità, e Rachele il contrario: la semplicità nella sua complessità. Il motivo della loro complementarietà. I due approcci si incontrano in un passo di Bruci La Città, dove si dice: "io non ho niente da fare / questo è quello che so fare"; quando siamo liberi da schemi e tutto è decostruito, quando non c'è niente da perdere, là vengono fuori le migliori opportunità. Sono persone che "non hanno niente da fare", e se ne trova traccia anche ne La Vita: "pensare che la vita è una sciocchezza aiuta a vivere".

Rachele dal canto suo è un tributo alla complessità della solitudine. E la sola che potrebbe continuare in solo una carriera per altro già ben avvita con l’ep Marie. Bianconi lo vedi troppo legato e necessario alla struttura e alla logica della banda, del grande show concertistico.

Chiudendo gli ultimi tiri di tabacco, sorsi di Negroni e parole vagheggiate nella notte di un sabato qualunque, disperso nel cosmo desolato dei reflussi della periferia cittadina, i Baustelle sono stati la sicurezza che c’è ancora grazia e speranza in questo mondo maledetto, lasciato alla sua irrefrenabile e adolescenziale corsa allo schianto (come in Betty). Uno spettacolo musicale di pregevole identità Klimtiana che sta solo agli spettatori assumere, abbandonando vetuste ritrosie allo sperimentare.

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<![CDATA[Ghali allo Sherwood 2017]]>


Martedi 11 Luglio 2017

Ghali

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Sherwood Festival 2017
Park Nord Stadio Euganeo
Viale Nereo Rocco - Padova
#sherwood17


Apertura cancelli: ore 19.00

Inizio concerto: 21.00


Early Bird tickets a 10 € + d.d.p. fino al 30/4

Ingresso 15 € alla porta

Acquista in prevendita su www.sherwood.it a solo 2 € in più

Eviti le code
Ti assicuri l'ingresso anche in caso di Sold Out
È facile e sicuro

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Prevendite disponibili anche su www.ticketone.it

Al termine del concerto ingresso 1 € può bastare

Ghali Amdouni, meglio conosciuto come Ghali, è un rapper italiano con genitori tunisini.

Nasce a Milano il 21 maggio 1993, all’età di undici anni si trasferisce da Via Padova con la famiglia nel quartiere di Baggio dove cresce e vive tutt’ora.

Il 9 Febbraio 2015, Ghali pubblica il singolo “Optional” in collaborazione con il produttore Charlie Charles.

La mossa si rivela vincente, il pubblico risponde bene e i due decidono di intraprendere assieme un percorso musicale.

Il 14 Aprile dello stesso anno esce un secondo singolo, “Cazzo Mene”, che in meno di un anno raggiungerà 1.000.000 di visualizzazioni su Youtube.

Successivamente vengono pubblicati il video di “Mamma”, singolo in collaborazione con Fawzy (ex membro e produttore dei Troupe d’élite) girato in Tunisia dal regista Alessandro Murdaca e “Voci” con Charlie Charles e Michel.

Alla fine del 2015 vengono pubblicati tre video girati da Alessandro Murdaca e Jamie Robert Othieno, che ottengono ottime recensioni da parte della critica e un ottimo riscontro su YouTube.

Nel mese di Ottobre, con il featuring del rapper ligure Izi , esce “Non lo so” prodotto da Chris Nolan.

A Novembre “Sempre Me” prodotta da Charlie Charles, a Dicembre “Marijuana” prodotta sempre da Charlie, che raggiungerà quota 1.000.000 di visualizzazioni in un mese, risultato che lo renderà il rapper indipendente italiano più seguito del momento.

A Gennaio 2016 inizia il “Vai Tra Tour”, sua prima tournée italiana da solista, nello stesso mese pubblica su YouTube il primo episodio di “Ghali Speeches” format curato da Alessandro Murdaca e Jamie Robert, dove il rapper milanese si racconta e spiega i suoi versi al pubblico.

Il 26 Gennaio esce il video di “Vai Tra”, brano prodotto da Chris Nolan.

Il 29 Febbraio esce “Dende”, che vede la collaborazione di Charlie Charles: il singolo su YouTube supera le 120.000 visualizzazioni in ventiquattro ore e raggiunge quota 2.000.000 in un mese.

Il 10 Maggio viene pubblicato “Wily Wily”, singolo con varie influenze etniche con la quale il rapper milanese raggiunge 1.000.000 di views in soli tre giorni: Il video è girato in Giordania, a Petra, in quanto luogo suggestivo.

Il 3 giugno 2016 parte il “Wily Wily summer tour”, tournée con più di 30 date sparse in tutta Italia in cui si registra il tutto esaurito nella maggior parte delle tappe.

Il 3 Ottobre 2016 Ghali annuncia l'uscita del nuovo singolo "Ninna Nanna" che per la prima volta sarà disponibile su Spotify a partire dal 14/10/2016. Il singolo ha una copertina ufficiale, una foto scattata da Iosonopipo nella quale vengono ritratti il rapper assieme a sua madre. Il singolo esce per "Sto Records", etichetta da lui fondata. Al brano ne segue un altro, "Pizza Kebab" anch'esso pubblicato in anteprima su Spotify.

Nel 2015, Ghali ha lanciato anche una sua linea di abbigliamento streetware, la Sto Clothing.

Nel 2016 viene invece lanciatoil suo canale YouTube dedicato al rap italiano, Sto Magazine, nel quale si possono trovare interviste ai più interessanti rapper del momento.
Il disco d'esordio è previsto per l'estate del 2017.

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<![CDATA[Mark Lanegan live a Sexto 'Nplugged]]>

Mark Lanegan parla poco, molto poco, si limita ad un “thank you” ogni tanto e a dichiarare suo nemico il caldo di questa sera d’estate. Parla poco ma non è silente, anzi. Ci parla, da trent’anni, attraverso canzoni dall'innata capacità di infilarsi dannatamente sottopelle, ascolto dopo ascolto. Riesce a parlare con la sua bellissima, cavernosa voce, anche a chi, come il sottoscritto, si è allontanato da tempo dall’ascolto del “rock”, e lo fa non rinunciando alla sua camicia nera a maniche lunghe a costo di ricorrere spesso ad un asciugamano (nero anche quello) per asciugarsi. È così che questa calda serata d'apertura di Sexto 'Nplugged si tinge di nero trasmettendo un feeling “dark” attraverso un mix sapiente di rock-blues elettrico e new wave, ma soprattutto attraverso il canto rauco e profondo di Lanegan che ci accompagna nell' abisso del suo animo.
Ma partiamo dall'inizio. Sexto 'Nplugged, ovvero quando il luogo determina la musica, ed il luogo è il sagrato dell’abbazia di Santa Maria, a Sesto al Reghena (PN), location splendida dove da anni si svolge un festival unico e non solo per la bellezza del posto. Un luogo dove appena iniziano i concerti si chiude il bar e si spengono gli smartphone e si lascia spazio solo alla musica. Qui, in questo spazio magico, a sorpresa alle 20:30 ad aprire il live ci sono due inattesi musicisti (scopriremo che fanno parte della band di Lanegan) con due performance minimali ed intime ma di grande impatto emotivo. Lyenn e Duke Garwood accompagnandosi con la sola chitarra ci fanno capire che i loro sono nomi da tener d’occhio.
Alle 21.45 puntuale sale sul palco Lanegan con la sua band. Fin da subito è evidente come abbia trovato nella chitarra Jeff Fielder la spalla ideale ma è tutta la band ad essere affiatata. Il setlist del concerto alterna songs dall'ultimo "Gargoyle" a quelle degli album precedenti mantenendo un sound malato ed oscuro. A mio avviso "Nocturne", dall'ultimo disco, è la vetta della performance con quel incipit sulle note di un basso inequivocabilmente darkwave.
Dopo un’ora e un quarto di musica di grande impatto, la band saluta e se ne va. Tornerà acclamata dopo poco e quel basso darkwave risalterà ancor di più con le cover di “Atmosphere” e "Love Will Tear Us Apart" dei Joy Division.
Mark Lanegan parla poco, molto poco e a volte usa parole di altri (in questo caso quelle di Ian Curtis) ma lo fa andando sempre al cuore pulsante della cosa, che poi è sempre la stessa: la parte più profonda e oscura dell'animo umano.

Ps) a Sexto 'Nplugged il 20 luglio arrivano gli Air; il 26 luglio è la volta di Benjamin Clementine; il 27 luglio chiude in bellezza Trentemøller. Non mancate!

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Setlist Concerto Mark Lanegan

Death’s Head Tattoo
The Gravedigger’s Song
Riot in My House
No Bells on Sunday
Hit the City
Nocturne
Emperor
Goodbye to Beauty
Beehive
Ode to Sad Disco
Harborview Hospital
Deepest Shade
Harvest Home
Torn Red Heart
One Hundred Days
Head
The Killing Season

BIS

Atmosphere
Love Will Tear Us Apart

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<![CDATA[I muri della vergogna ]]>


Lunedi 10 Luglio 2017

Presso il Second Stage:

I muri della vergogna 

Le prigioni del capitalismo

A cura dell’Associazione Ya Basta Êdî Bese!


Sherwood Festival 2017
Park Nord Stadio Euganeo
Viale Nereo Rocco - Padova
#sherwood17


Apertura cancelli: ore 19.00

Inizio incontro: ore 21.00


1 € può bastare

Miseria e precarietà, pericolo e ricatto sulla vita sono i motivi che determinano le migrazioni di migliaia di persone. Siamo nell’epoca dei muri, l’epoca del mondo spaccato da tanti confini eretti dal capitale per separare non le ideologie ma la stessa umanità. Ai confini d’Europa - in Turchia - attorno alla Palestina, alle frontiere centroamericane - in Messico -, ogni giorno vengono alzate barriere che non sono solo di cemento e filo spinato ma anche di xenofobia, bugie ed ingiustizie, muri dettati da leggi che erodono i diritti fondamentali. Tre diversi mondi a confronto che portano una stessa narrazione. Proveremo a comprendere quello che succede in quei territori così lontani ma allo stesso tempo centrali nell’ambito della politica internazionale.

Ne discutiamo con:

Fabrizio Lorusso (giornalista freelance e ricercatore in Messico), Michele Giorgio (giornalista de “Il Manifesto”), Davide Grasso (combattente YPG)

Modera:

Associazione Ya Basta Êdî Bese!

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<![CDATA[Sherwood for Kids allo Sherwood 2017]]>

Domenica 09 Luglio 2017

Sherwood for Kids

Una giornata interamente dedicata ai più piccoli e
... a chi vuole tornare bambino


Sherwood Festival 2017
Park Nord Stadio Euganeo
Viale Nereo Rocco - Padova
#sherwood17


Apertura cancelli: ore 18.00


1 € può bastare

All'entrata ti sarà consegnata una mappa ... muoviti all'interno del Festival e mettiti in gioco tra le tante proposte!

Dalle ore 18.00

I giochi dimenticati di Lodovico - Divertirsi con i giochi antichi.
Giochi di strada con il Gruppo Scout Pablo Neruda.
La fantasia trasforma. Laboratorio di riciclo creativo con i volontari di Sherwood.
Giochi in scatola. Vecchi e nuovi giochi per tante sfide di strategia...Usate il cervello!
Truccabimbi
Giuditta e le sue marionette ballerine
Sport Area a cura della Palestra Popolare Galeano
Body percussion:suonare con il corpo con Carla e Paola

Ore 18.30

Una merenda sana per tutti!


Spettacoli:

Dalle Ore 19.00 - Nel piazzale

"A Ruota libera"
a cura di "I 4 Elementi" in scena Paolo Piluddu

Il protagonista arriva su due ruote con tanto di musica a tema, bolle di sapone giganti, monocicli alti 2 metri, torce infuocate, manipolazione di 5 cappelli,... Uno spettacolo coinvolgente incentrato sul tema della bicicletta, tra giocoleria, clownerie e improvvisazione continua con il pubblico.
Spettacolo 3° classificato alla Catena di Zampano 2015 - Rimini – Premio italiano arte di strada

"Faccia di gomma" di Otto Il Bassotto
Un Uomo, anzi un Bassotto con una faccia di gomma ed un cervello che gli rimbalza, ha creato con il caucciù numeri incredibili, oltre i limiti del possibile, all’insegna del motto: con i palloncini si può fare davvero qualsiasi cosa! Si tratterà solo del delirio di un pallone gonfiato, o della sensazionale scoperta di un gonfia-palloni?
Lo spettacolo e stato presentato in 28 paesi, ha vinto 5 premi in Festival d'Arte di Strada Internazionali.

Ore 21.30 - Presso il Circus

"Anita, giocolerie da bagno"
con Anna Marcato, regia Rita Pelusio

Una donna, Anita. Un luogo intimo e per certi versi quasi sacro, il bagno. Ecco una proposta tutta al femminile accolta con successo nei migliori festival e teatri italiani. Anita è una donna come tante, ma con un cuore latino che le fa vedere il lato più bello di ogni cosa. La sua positività e la sua voglia di godere la vita sono i punti cardine della sua filosofia. E poi c'è lui, il bagno: luogo di riflessioni e colpi di genio, spazio per far nascere le idee e canticchiare canzoni, posto in cui si entra sporchi e si esce vitali e rinnovati. Tra spugne e spazzole che roteano, tra un mambo e un merengue, Anna Marcato nei panni-si fa per dire-di Anita coinvolge il pubblico nel primo musical da bagno in vasca da bagno. "Anita, giocolerie da bagno" è uno show completo, ricco di monologhi, gags, visual comedy, giocoleria e canzoni comiche. Autoironica, pungente, intrigante, Anita affronta i temi di tutti i giorni, sbeffeggiando chi la vita la prende troppo sul serio.

Sono i benvenuti gli artisti di strada che vogliano esibirsi a cappello per rendere ancora piu' magica questa giornata!

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<![CDATA[Birthh live @ Sherwood Festival 2017]]>

Il concerto di Birthh a Sherwood Festival di martedì 27 giugno mi ha lasciato testimonianza di un processo artistico in continua evoluzione, relativo alla personalità della cantante toscana.

Alice Bisi, nome vero di Birthh, ha capacità autoriali. Melodie interessanti, arrangiamenti minimali e calibrati, testi intensi valorizzati dalla voce velata dalla malinconia indossata. Ho amato tantissimo “Born in the Woods”, considerandolo uno degli Lp più interessanti usciti negli ultimi anni in Italia.

La release in tutta la sua compostezza ha saputo farsi conoscere tra il pubblico acquisendo un’integra credibilità, non è poco. Quante band escono, fanno il botto con qualche brano, e poi si perdono nell’hype del primo disco, pieno di riempitivi?

Alice invece ha dimostrato di essere sincera, di mettersi moralmente a nudo nelle canzoni, costruendo un album diventato lungo e profondo percorso dentro l’emotività. In sunto: è credibile. Credibile perché è difficile se non impossibile contestare la veritiera semplicità della scrittura. Non va mai sopra le righe senza cedere all’estrema dose di noia tipica di altri autori suoi colleghi. Non è presente alcun artificio in “Born in the Woods”.

L’artista imbriglia le mancanze, declinate nelle varie “Loveless”, “Lifeless”, “Hopeless”, “Hearthless”, riunendole in un unico grande buco nero gravitante attorno la pulsione creativa; ne sente gli influssi, gli effetti, e li mette in musica. Il disco è un percorso costante di perdita, di crescita, e di apprendimento della realtà cruda e pura per cui migliorarsi è imparare a gestire il proprio lato oscuro. Fragilità, ansia, sentimenti spezzati, luoghi distanti e sogni alla deriva. La forza di Alice è la capacità di rappresentare il suo mondo senza filtri.

Capiamo, dunque, perché la data era tanto attesa. La musica dal vivo è un profondo atto di condivisione e comprensione collettiva, empatica, dove finiamo di essere uno e ci ritroviamo in molti, pieni dell’esperienza vissuta, la quale va a sopperire i nostri vuoti. Molto del lavoro lo fa l’artista superando l’attività in studio, esprimendoci appieno la personalità.

La timidezza dimostrata da Birthh sul palco da un lato ha reso tutto più intimo e personale, arrivando alle corde già toccate dall’album, reso alla perfezione, ma dall’altro pare sia una veste che la limita troppo nell’espressione della reale potenza, umana ed artistica. Ed è per questo che all’inizio facevo riferimento a un percorso in evoluzione. Sta letteralmente sbocciando e definendo l’identità fra i rami chiaroscuri del tempo.

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<![CDATA[In Diretta dal Festival: Speciale ReadBabyRead dell'8 luglio 2017]]>

Joseph Conrad, La laguna

La laguna, uscito nel 1897 sul «Cornhill Magazine», è il primo racconto pubblicato da Joseph Conrad. 

Un capitano bianco dà fondo all'ancora su un maestoso fiume malese, e trascorre la notte ascoltando la storia di due fuggitivi, Arsat e la sua donna morente, fino a che l'alba gli rivela, nel «chiarore immenso di un giorno senza nuvole ... la tenebra di un mondo di illusioni». Col passare delle pagine, tuttavia, la sensazione iniziale si dissolve, lasciando il posto alla consapevolezza che in questi due casi Conrad ha ridotto il proprio commento al minimo, per far sì che nulla si frapponga fra la storia e il suo lettore: in modo da lasciare quest'ultimo senza difese davanti alle parole del racconto, alla lenta allucinazione che sprigionano e al carico di orrore che portano con se.

Un avamposto del progresso e La laguna, due racconti (2014, Adelphi, Piccola Biblioteca 668)

Le musiche sono tratte dall'album "The surgeon of the nightsky restoresdead things by the power of music" di Jon Hassel

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<![CDATA[Baustelle allo Sherwood 2017]]>


Sabato 08 Luglio 2017

Baustelle

"L'estate, l'amore e la violenza Tour"

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Opening act:

Pietro Berselli

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Dj-Set

Indie Mania: Ordinary Noise & Caste

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Sherwood Festival 2017
Park Nord Stadio Euganeo
Viale Nereo Rocco - Padova
#sherwood17


Apertura cancelli: ore 19.00

Inizio concerto: 21.00


Early Bird tickets a 15 € + d.d.p. fino al 30/4

Ingresso 20 € alla porta

Acquista in prevendita su www.sherwood.it a solo 2 € in più

Eviti le code
Ti assicuri l'ingresso anche in caso di Sold Out
È facile e sicuro

Clicca sul box giallo a destra


Prevendite disponibili anche su www.ticketone.it

Al termine del concerto ingresso 1 € può bastare

Mentre il tour teatrale di presentazione dell’album "L'amore e la violenza" è ormai arrivato al giro di boa, facendo registrare ovunque il tutto esaurito, i Baustelle annunciano le prime date del tour estivo, nel quale sarà inserita anche la data allo Sherwood Festival dell'8 luglio.

La band di Francesco Bianconi (voce, chitarre, tastiere), Claudio Brasini (chitarre) e Rachele Bastreghi (voce, tastiere, percussioni) sarà affiancata sul palco da Ettore Bianconi (elettronica e tastiere), Sebastiano De Gennaro (percussioni), Alessandro Maiorino (basso), Diego Palazzo (tastiere) e Andrea Faccioli (chitarre).

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<![CDATA[Sisma Night allo Sherwood 2017]]>


Venerdi 07 Luglio 2017


Sisma Night

"Sisma" è un collettivo di ragazzi, musicisti e musicofili, nato a Treviso nel settembre del 2014, che vuole creare una scena musicale viva, forte e sempre presente, organizzando concerti nel trevigiano in cui si propongono band emergenti locali affiancate a progetti artistici più noti nell'underground nazionale e non.
Inoltre il collettivo si occupa come etichetta discografica di supportare e promuovere le bands che ne fanno parte.


Mainstage


CUT

"Second Skin Tour"

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Universal Sex Arena

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Second Stage


Alcesti

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Hope You're Fine Blondie

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Dj-Set:

Sisma DJ-Set: Toni & a c

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Apertura cancelli: ore 19.00

Inizio Second Stage: ore 19.30

Inizio Main Stage: ore 21.00


1 € può bastare

“Second Skin” è il sesto album dei CUT ed è il disco con cui la storica formazione bolognese festeggia più di venti anni di un percorso musicale che li ha visti attraversare “ere” diverse del suono alternativo e indipendente, sempre “on the wrong side of the road”. Per questo motivo, nella fase di realizzazione dell’album, i CUT hanno voluto coinvolgere alcuni dei loro più stretti collaboratori e amici, molti dei quali hanno preso parte alla fase di costruzione dei brani, fornendo un contributo essenziale alla varietà di atmosfere e suggestioni che caratterizzano “Second Skin”.

“Second Skin”
Il titolo ha un doppio valore evocativo: può essere letto come una metafora del vissuto della band, oramai divenuta una seconda pelle per i propri membri, oppure attraverso le tematiche affrontate nei testi quali l’ossessività e la dipendenza affettiva che rendono difficoltoso l'affrancarsi da stati d’animo legati a rapporti interpersonali passati. Un'ossessione che ti avvolge come una “seconda pelle”, una prigione, spesso invisibile agli altri, dalla quale non ci si riesce a liberare.
“Second Skin” vede la partecipazione di numerosi ospiti tra cui: Mike Watt (Minutemen, fIREHOSE, Iggy & The Stooges, Il Sogno Del Marinaio...), Stefano Pilia (Rokia Traoré band, Afterhours, Massimo Volume, InZaire, Il Sogno Del Marinaio, Cagna Schiumante...), Sergio Carlini (Three Second Kiss, Serra/Carlini, Jowjo), Andrea Rovacchi (Julie’s Haircut), Francesco Salomone (Forty Winks, Qlowski),Francesco Bucci, Paolo Raineri (Ottone Pesante, Junkfood)
Per l’artwork è stato scelto “Nel Buio”, un quadro dell'artista modenese Simone Fazio Un particolare di quest’opera era già stato utilizzato per la release online del brano “Take It Back to the Start”.

“Second Skin” è frutto di una co-produzione Area Pirata, Dischi Bervisti, Antipop (etichetta di Liverpool già distributrice dei dischi dei CUT in UK) e Bare Bones Productions. I La produzione artistica è stata affidata a Bruno Germano già collaboratore storico della band oltre ad aver militato nei Settlefish ed avere prodotto tra gli altri, Fuzz Orchestra e Iosonouncane. Germano è presente nel disco anche in veste di musicista e coautore della title track.
In numerosi brani figura anche Francesco Bolognini il primo batterista della band ad ulteriore testimonianza della volontà dei CUT di raccogliere intorno a “Second Skin” gli amici ed i collaboratori di una vita.

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