home | Sherwood - La migliore alternativa https://www.sherwood.it Mon, 06 Jul 2020 20:59:42 GMT Finnegan Feed Alchemist home | Sherwood - La migliore alternativa No <![CDATA[Destina il tuo 5x1000 a Radio Sherwood!]]>

Short bio

Radio Sherwood è una radio indipendente fondata a Padova nel 1976 inserendosi nel fenomeno delle Radio Libere. La sede fisica è in Vicolo Pontecorvo 1/a. La radio dal 2011 è trasmigrata totalmente in forma streaming in diretta o sotto forma di podcast.
La radio, oltre ad essere spazio digitale è anche spazio in forma fisica. La sua sede infatti ospita oltre alla redazione interna anche tanti progetti, associazioni e gruppi informali.

Il palinsesto attuale consta di tantissime trasmissioni a tema musicale, politico, satirico, sportivo etc., accanto ad esse, novità degli ultimi tempi, sono state inserite le Pillole, un nuovo format, più immediato e transmediale, in cui diverse realtà utilizzano lo spazio radiofonico per veicolare analisi, storie, argomentazioni critiche sugli argomenti più disparati.
Nelle nostre sedi, anno dopo anno, si sono consolidati diversi progetti culturali, riconosciuti in tutto il tessuto cittadino.


Le nostre progettualità:

Sherbooks – la libreria di Sherwood: è un progetto che si sviluppa sia in formula invernale, attraverso il festival dell’editoria indipendente e book crossing, che in formula estiva, durante il festival di Sherwood. I libri di SherBooks raccontano le radio libere e la musica underground, i movimenti sociali, le lotte e le rivendicazioni globali. Non manca neppure uno sguardo alla contemporaneità, con particolare attenzione per quelle novità editoriali – tanto meglio se indipendenti – in grado di descrivere la complessità del presente.

La webzine: la redazione si occupa di contenuti musicali, sotto forma di recensioni di nuovi dischi e singoli e di live report durante i concerti; di contenuti letterari, con uno sguardo oculato su novità e classici; sul cinema, con critiche sferrate o consigli a 360° sul mondo della celluloide; su arte, trascinandoci per mano tra i corridoi di una mostra… Sino ai fumetti! Tanto spazio anche alle chicche dell’underground più oscuro.

La redazione è un intreccio tra le diverse produzioni di Sherwood. Ogni settimana produce il TG Sherwood, un appuntamento sulle notizie della settimana, con approfondimenti critici, interventi di esperti. Durante l’estate si sposta nella foresta di Sherwood, producendo talk, dibattiti, interviste e trasmissioni dal Festival.

Sherwood Open live (SOL): un progetto indipendente, attivo da ottobre a maggio all'interno delle sede di Radio Sherwood.
L'associazione di promozione sociale SOL, costituitasi nel 2007, ha sempre organizzato e realizzato attività elaborando, promuovendo e organizzando eventi a carattere culturale e ricreativo, gestendo momenti formativi, informativi, incontri, interviste, workshop e presentazioni di libri o attività legate all'ambito sociale e culturale.
Sherwood open live è, prima di tutto, una rassegna di concerti acustici di artisti locali ed emergenti o artisti già affermati nella scena musicale italiana. Inoltre, negli ultimi due anni, Sherwood Open live collabora con alcune agenzie per promuovere e portare in italia singoli e band internazionali. Questo evidenzia il carattere principale dell'Associazione: la ricerca a 360 dell'esperienza culturale/musicale.
Sherwood Open Live è uno spazio libero, ma soprattutto vivo!

Sherwood Foto:
Collettivo di fotografi che nasce come appendice di Radio Sherwood e da qui si muove, passando attraverso: manifestazioni, iniziative, serate, musica ed arte che popolano la cultura underground e di movimento delle nostre città. Con occhi diversi, mai scontati.
L'obiettivo di Sherwood Foto è quello di riportare la notizia calandosi nei contesti ed essendo parte della notizia stessa, per vederla da vicino, abbattendo i pregiudizi e le barriere che separano informazione ed informatore.


La tua firma per Radio Sherwood!

Il tuo contributo potrà consentirci di portare avanti la miriade di iniziative e progettualità improntate sull’indipendenza dell’informazione, libera da ogni forma di lucro e ammanicamento!
Come sempre, da oltre 40 anni, Sherwood rappresenta la migliore alternativa.

 

Come donare il tuo 5 per mille a Radio Sherwood

 

• Cerca nel modulo Modello Unico, 730, CUD lo spazio: “Scelta per la destinazione del 5X1000”

• Metti la tua firma nel riquadro “Sostegno del volontariato e delle altre organizzazioni non lucrative di utilità sociale, etc."

• Sotto la firma, nello spazio “codice fiscale del beneficiario” inserisci il codice fiscale di Radio Sherwood: 00994500288

Quest'anno il termine per la consegna del 730 è il 30 settembre 2020.

Il modello Redditi 2020 (ex modello Unico) deve essere invece consegnato entro il 30 novembre.

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Short bio

Radio Sherwood è una radio indipendente fondata a Padova nel 1976 inserendosi nel fenomeno delle Radio Libere. La sede fisica è in Vicolo Pontecorvo 1/a. La radio dal 2011 è trasmigrata totalmente in forma streaming in diretta o sotto forma di podcast.
La radio, oltre ad essere spazio digitale è anche spazio in forma fisica. La sua sede infatti ospita oltre alla redazione interna anche tanti progetti, associazioni e gruppi informali.

Il palinsesto attuale consta di tantissime trasmissioni a tema musicale, politico, satirico, sportivo etc., accanto ad esse, novità degli ultimi tempi, sono state inserite le Pillole, un nuovo format, più immediato e transmediale, in cui diverse realtà utilizzano lo spazio radiofonico per veicolare analisi, storie, argomentazioni critiche sugli argomenti più disparati.
Nelle nostre sedi, anno dopo anno, si sono consolidati diversi progetti culturali, riconosciuti in tutto il tessuto cittadino.


Le nostre progettualità:

Sherbooks – la libreria di Sherwood: è un progetto che si sviluppa sia in formula invernale, attraverso il festival dell’editoria indipendente e book crossing, che in formula estiva, durante il festival di Sherwood. I libri di SherBooks raccontano le radio libere e la musica underground, i movimenti sociali, le lotte e le rivendicazioni globali. Non manca neppure uno sguardo alla contemporaneità, con particolare attenzione per quelle novità editoriali – tanto meglio se indipendenti – in grado di descrivere la complessità del presente.

La webzine: la redazione si occupa di contenuti musicali, sotto forma di recensioni di nuovi dischi e singoli e di live report durante i concerti; di contenuti letterari, con uno sguardo oculato su novità e classici; sul cinema, con critiche sferrate o consigli a 360° sul mondo della celluloide; su arte, trascinandoci per mano tra i corridoi di una mostra… Sino ai fumetti! Tanto spazio anche alle chicche dell’underground più oscuro.

La redazione è un intreccio tra le diverse produzioni di Sherwood. Ogni settimana produce il TG Sherwood, un appuntamento sulle notizie della settimana, con approfondimenti critici, interventi di esperti. Durante l’estate si sposta nella foresta di Sherwood, producendo talk, dibattiti, interviste e trasmissioni dal Festival.

Sherwood Open live (SOL): un progetto indipendente, attivo da ottobre a maggio all'interno delle sede di Radio Sherwood.
L'associazione di promozione sociale SOL, costituitasi nel 2007, ha sempre organizzato e realizzato attività elaborando, promuovendo e organizzando eventi a carattere culturale e ricreativo, gestendo momenti formativi, informativi, incontri, interviste, workshop e presentazioni di libri o attività legate all'ambito sociale e culturale.
Sherwood open live è, prima di tutto, una rassegna di concerti acustici di artisti locali ed emergenti o artisti già affermati nella scena musicale italiana. Inoltre, negli ultimi due anni, Sherwood Open live collabora con alcune agenzie per promuovere e portare in italia singoli e band internazionali. Questo evidenzia il carattere principale dell'Associazione: la ricerca a 360 dell'esperienza culturale/musicale.
Sherwood Open Live è uno spazio libero, ma soprattutto vivo!

Sherwood Foto:
Collettivo di fotografi che nasce come appendice di Radio Sherwood e da qui si muove, passando attraverso: manifestazioni, iniziative, serate, musica ed arte che popolano la cultura underground e di movimento delle nostre città. Con occhi diversi, mai scontati.
L'obiettivo di Sherwood Foto è quello di riportare la notizia calandosi nei contesti ed essendo parte della notizia stessa, per vederla da vicino, abbattendo i pregiudizi e le barriere che separano informazione ed informatore.


La tua firma per Radio Sherwood!

Il tuo contributo potrà consentirci di portare avanti la miriade di iniziative e progettualità improntate sull’indipendenza dell’informazione, libera da ogni forma di lucro e ammanicamento!
Come sempre, da oltre 40 anni, Sherwood rappresenta la migliore alternativa.

 

Come donare il tuo 5 per mille a Radio Sherwood

 

• Cerca nel modulo Modello Unico, 730, CUD lo spazio: “Scelta per la destinazione del 5X1000”

• Metti la tua firma nel riquadro “Sostegno del volontariato e delle altre organizzazioni non lucrative di utilità sociale, etc."

• Sotto la firma, nello spazio “codice fiscale del beneficiario” inserisci il codice fiscale di Radio Sherwood: 00994500288

Quest'anno il termine per la consegna del 730 è il 30 settembre 2020.

Il modello Redditi 2020 (ex modello Unico) deve essere invece consegnato entro il 30 novembre.

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https://www.sherwood.it/articolo/7762/destina-il-tuo-5x1000-a-radio-sherwood info@sherwood.it (Sherwood Network) https://www.sherwood.it/articolo/7762/destina-il-tuo-5x1000-a-radio-sherwood
<![CDATA[Famous Monsters: The Undertones - The Undertones]]>

Andiamo nel Regno Unito di fine anni 70, scopriamo una delle band che ha dato tantissimo al panorama del cosiddetto "punk 77". Dall'Irlanda del Nord arrivano infatti i The Undertones, che ci andiamo ad ascoltare nel loro album omonimo di debutto del 1979. Buon ascolto.

Qui sotto i brani, di lato il podcast

Family Enterteinment

Girls Don't Like It

Male Model

I Gotta Getta

Wrong Way

Jump Boy

Here Comes The Summer

Billy's Third

Jimmy Jimmy

True Confessions

She's A Runaround

I Know A Girl

Listening In

Casbah Rock

Teenage Kicks (CD Bonus Track)

Emergency Cases (CD Bonus Track)

Smarther Than You (CD Bonus Track)

Get Over You (CD Bonus Track)

Really Really (CD Bonus Track)

She Can Only Say No (CD Bonus Track)

One Way Love (CD Bonus Track)

Top Twenty (CD Bonus Track)

Mars Bars (CD Bonus Track)

You've Got My Number (Why Don't You Use It?) (CD Bonus Track)

Let's Talk About Girls (CD Bonus Track)

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Andiamo nel Regno Unito di fine anni 70, scopriamo una delle band che ha dato tantissimo al panorama del cosiddetto "punk 77". Dall'Irlanda del Nord arrivano infatti i The Undertones, che ci andiamo ad ascoltare nel loro album omonimo di debutto del 1979. Buon ascolto.

Qui sotto i brani, di lato il podcast

Family Enterteinment

Girls Don't Like It

Male Model

I Gotta Getta

Wrong Way

Jump Boy

Here Comes The Summer

Billy's Third

Jimmy Jimmy

True Confessions

She's A Runaround

I Know A Girl

Listening In

Casbah Rock

Teenage Kicks (CD Bonus Track)

Emergency Cases (CD Bonus Track)

Smarther Than You (CD Bonus Track)

Get Over You (CD Bonus Track)

Really Really (CD Bonus Track)

She Can Only Say No (CD Bonus Track)

One Way Love (CD Bonus Track)

Top Twenty (CD Bonus Track)

Mars Bars (CD Bonus Track)

You've Got My Number (Why Don't You Use It?) (CD Bonus Track)

Let's Talk About Girls (CD Bonus Track)

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https://www.sherwood.it/articolo/7872/famous-monsters-the-undertones-the-undertones info@sherwood.it (Sherwood Network) https://www.sherwood.it/articolo/7872/famous-monsters-the-undertones-the-undertones#0
<![CDATA[Belau - "Colourwave": la recensione del secondo album del duo elettronico ungherese]]>

«Ispirati dagli elementi fondamentali della natura, soprattutto il mare infinito, che è di noi il simbolo principale»

Immaginate di essere in orario tramonto magari in riva al mare. State sorseggiando un drink ed una brezza marina vi accarezza il viso. Probabilmente ancora non lo sapete, ma sarebbe un ottimo frangente per ascoltare il nuovissimo album dei Belau!

Il sound è elettronico ed il mood caraibico, vi è un’exploit di colori miscelati ad una giusta dose di nostalgia amarognola, utile per le riflessioni che si infrangono tra le piegature delle onde.

Per chi non li conoscesse, i Belau sono un duo elettronico ungherese, hanno suonato in oltre 23 Paesi e nella line-up di importanti festival quali Eurosonic, Primavera Sound, Sziget, SXSW ed il loro precedente nonchè debut-album (The Odyssey - 2016) ha vinto il Grammy Award in Ungheria. Quest’estate sono ritornati sulla piazza con un album definito equality concept dal titolo Colourwave.

L’album si presenta notevolmente ispirato con una tracklist di dodici pezzi no-stop ed altrettanti featuring. Un viaggio musicale a 360°, in cui si lascia ampio spazio alle diverse voci delle molteplici artiste donne ungheresi (Sophie Barker, Amahla, Belle Doron, Yasaquarius, Kirstine Stubbe, Sophie Lindinger, Bobe, Saya Noe, Ayah Marar) o, alternativamente, in cui lasciarsi cullare dall’only strumentale del duo, tra sinfonie electro-pop moderne, e rivoli di bassi in echoes brillanti.

Un’occasione per lasciarsi andare tra le onde sonore vibranti dal sapore prettamente underground.

Ascoltare per credere!

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«Ispirati dagli elementi fondamentali della natura, soprattutto il mare infinito, che è di noi il simbolo principale»

Immaginate di essere in orario tramonto magari in riva al mare. State sorseggiando un drink ed una brezza marina vi accarezza il viso. Probabilmente ancora non lo sapete, ma sarebbe un ottimo frangente per ascoltare il nuovissimo album dei Belau!

Il sound è elettronico ed il mood caraibico, vi è un’exploit di colori miscelati ad una giusta dose di nostalgia amarognola, utile per le riflessioni che si infrangono tra le piegature delle onde.

Per chi non li conoscesse, i Belau sono un duo elettronico ungherese, hanno suonato in oltre 23 Paesi e nella line-up di importanti festival quali Eurosonic, Primavera Sound, Sziget, SXSW ed il loro precedente nonchè debut-album (The Odyssey - 2016) ha vinto il Grammy Award in Ungheria. Quest’estate sono ritornati sulla piazza con un album definito equality concept dal titolo Colourwave.

L’album si presenta notevolmente ispirato con una tracklist di dodici pezzi no-stop ed altrettanti featuring. Un viaggio musicale a 360°, in cui si lascia ampio spazio alle diverse voci delle molteplici artiste donne ungheresi (Sophie Barker, Amahla, Belle Doron, Yasaquarius, Kirstine Stubbe, Sophie Lindinger, Bobe, Saya Noe, Ayah Marar) o, alternativamente, in cui lasciarsi cullare dall’only strumentale del duo, tra sinfonie electro-pop moderne, e rivoli di bassi in echoes brillanti.

Un’occasione per lasciarsi andare tra le onde sonore vibranti dal sapore prettamente underground.

Ascoltare per credere!

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https://www.sherwood.it/articolo/7863/belau-colourwave-la-recensione-del-secondo-album-del-duo-elettronico-ungherese info@sherwood.it (Sherwood Network) https://www.sherwood.it/articolo/7863/belau-colourwave-la-recensione-del-secondo-album-del-duo-elettronico-ungherese
<![CDATA[Indica Diretta 05/07/2020 - S03]]>

Domenica rilassante in compagnia di Indica e della sua musica. Prima parte molto indie e incentrata sulle novità locali di Padova e zona affini, seconda molto Nu Soul. In più abbiamo discusso del nuovo disco di Guè Pequeno che secondo noi ha tanto da dire a dispetto dei "criticoni", e del ritorno ai primi live.

Scarica o ascolta a destra il podcast!

Tracklist:

Alberto Almas - ?
Belvedere - In una Stanza
Yellow Kings - Junkfuck
Viole Blanc - Erotic Ritual
Post Nebbia - Persone di vetro
Savana Funk - Suck don't Blow
Guè Pequeno - L'amico Degli Amici

Skyy - Here's You
Chloe X Halle - Do It
La Hasna - Venus A Cocoricò
Populous feat. Sobrenadar - Desierto
Ceri feat. Tatum Rush - Figli Delle Stelle
Laila Al Habash - Bluetooth

_

Buon ascolto e seguite Indica su Facebook e Instagram!

Trasmissione andata un onda anche su Gemini, il network delle radio indipendenti. Il primo vero flusso indipendente e differente nazionale! Seguila su Fb e Ig.

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Domenica rilassante in compagnia di Indica e della sua musica. Prima parte molto indie e incentrata sulle novità locali di Padova e zona affini, seconda molto Nu Soul. In più abbiamo discusso del nuovo disco di Guè Pequeno che secondo noi ha tanto da dire a dispetto dei "criticoni", e del ritorno ai primi live.

Scarica o ascolta a destra il podcast!

Tracklist:

Alberto Almas - ?
Belvedere - In una Stanza
Yellow Kings - Junkfuck
Viole Blanc - Erotic Ritual
Post Nebbia - Persone di vetro
Savana Funk - Suck don't Blow
Guè Pequeno - L'amico Degli Amici

Skyy - Here's You
Chloe X Halle - Do It
La Hasna - Venus A Cocoricò
Populous feat. Sobrenadar - Desierto
Ceri feat. Tatum Rush - Figli Delle Stelle
Laila Al Habash - Bluetooth

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Buon ascolto e seguite Indica su Facebook e Instagram!

Trasmissione andata un onda anche su Gemini, il network delle radio indipendenti. Il primo vero flusso indipendente e differente nazionale! Seguila su Fb e Ig.

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https://www.sherwood.it/articolo/7864/indica-diretta-05072020-s03 info@sherwood.it (Sherwood Network) https://www.sherwood.it/articolo/7864/indica-diretta-05072020-s03#0
<![CDATA[La Penultima Ruota del Carro - Puntata 31]]>

Di come quella volta che i penultimi, tornati da una trasferta balcanica su un carro Zastava, hanno prudentemente pensato di rendersi attraenti per i nuovi sponsor e di cambiare ufficialmente nome al contenitore delle loro elucubrazioni settimanali, senza rimorso né rimpianto alcuno. L'ordine del giorno è il seguente: basta allusioni al "carro" (noto veicolo schiavista), cancellata dalla toponomastica gastronomica la "rustichella" (notoriamente panino preferito di PPP), bannati a vita i riferimenti extradiegetici agli indiani (grazie alla guida illuminata degli Animal Collective), camuffato nel silenzio il recital in onore di Ibsen. Se pensiate che non rimanga nulla da dire, tuttavia, non avete mai conosciuto da vicino il turismo campano, i bias cognitivi e il clima avvelenato del penthotalpartito.

Questa puntata è dedicata a Sky, il valoroso compagno pennuto del commissario del popolo Enzo Salvi.

Qui sotto i brani, di lato il podcast:

Aksak Maboul - Je Pleure Tout Le Temps (da Ex-Futur, 2014)

Fontaines D.C. - I Don't Belong (da A Hero's Death, 2020)

RUBRICA: MASSIMO RISERBO ("Così vicino, così lontano")

Hedvig Mollestad - A Stone's Throw (da Ekhidna, 2020)

Djrum - Sparrows (da Portrait With Firewood, 2018)

RUBRICA: LE SOLITUDINI DEI SATIRI

Boubacar Traoré - Hona (da Mbalimaou, 2015)

Don Karate - YSC (da Don Karate, 2020)

Jockstrap - The City (da Wicked City [EP], 2020)


DISCO DI SOTTOFONDO: The Flaming Lips - Telepathic Surgery (Restless, 1989)

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Di come quella volta che i penultimi, tornati da una trasferta balcanica su un carro Zastava, hanno prudentemente pensato di rendersi attraenti per i nuovi sponsor e di cambiare ufficialmente nome al contenitore delle loro elucubrazioni settimanali, senza rimorso né rimpianto alcuno. L'ordine del giorno è il seguente: basta allusioni al "carro" (noto veicolo schiavista), cancellata dalla toponomastica gastronomica la "rustichella" (notoriamente panino preferito di PPP), bannati a vita i riferimenti extradiegetici agli indiani (grazie alla guida illuminata degli Animal Collective), camuffato nel silenzio il recital in onore di Ibsen. Se pensiate che non rimanga nulla da dire, tuttavia, non avete mai conosciuto da vicino il turismo campano, i bias cognitivi e il clima avvelenato del penthotalpartito.

Questa puntata è dedicata a Sky, il valoroso compagno pennuto del commissario del popolo Enzo Salvi.

Qui sotto i brani, di lato il podcast:

Aksak Maboul - Je Pleure Tout Le Temps (da Ex-Futur, 2014)

Fontaines D.C. - I Don't Belong (da A Hero's Death, 2020)

RUBRICA: MASSIMO RISERBO ("Così vicino, così lontano")

Hedvig Mollestad - A Stone's Throw (da Ekhidna, 2020)

Djrum - Sparrows (da Portrait With Firewood, 2018)

RUBRICA: LE SOLITUDINI DEI SATIRI

Boubacar Traoré - Hona (da Mbalimaou, 2015)

Don Karate - YSC (da Don Karate, 2020)

Jockstrap - The City (da Wicked City [EP], 2020)


DISCO DI SOTTOFONDO: The Flaming Lips - Telepathic Surgery (Restless, 1989)

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https://www.sherwood.it/articolo/7859/la-penultima-ruota-del-carro-puntata-31 info@sherwood.it (Sherwood Network) https://www.sherwood.it/articolo/7859/la-penultima-ruota-del-carro-puntata-31#0
<![CDATA[Intervista a Max Collini - Sherwood Webzine]]>

Se penso a chi ha narrato meglio un tempo che non ho vissuto ma di cui sono inevitabilmente figlia, questa persona è Max Collini.
Quando uscì “Socialismo tascabile” era il 2005, avevo quindici anni, gli occhiali blu, le trecce.

Partendo dalla ripresa dei suoi spettacoli, passando per la musica contemporanea ed al modo di scriverne i testi, abbiamo provato a tessere una nostra trama di rifelssioni sul tempo che passa e di come, sfortuna o no, siamo diventati.

Nella lunga chiacchierata che potete riascoltare nella video intervista, abbiamo chiesto a Max, tra le altre cose, come è stata la sua ripartenza una volta finito il periodo del lockdown.

"In realtà una volta aperte le porte e ritornati in strada non pensavo assolutamente di ricominciare a breve di far spettacoli.

Avevo interrotto uno tour chiamato Max Collini legge l'indie dove in modo un pò ironico ripercorro la scena indipendente italiana degli ultimi anni, quella che molta gente ama chiamare oggi indie e che in realtà corrisponde però ad una sorta di nuovo neo cantautorato italiano, ad una nuova musica pop e hip hop, mentre magari l'indie che immaginavamo noi e la nostra generazione era una cosa diversa.

Siccome ho affrontato diverse epoche della scena indipendente italiana, ho messo su questo spettacolo molto ironico affrontando i testi, percitando i testi di quella scena che è diventata gigantesca in Italia, quella che è passata dai piccoli club ai palazzetti in pochissimo tempo, ed è difatti una scena pop, ma ripercorrendo nei testi l'immaginario a mio modo, divertente e scanzonato, e, affrontando musica leggera, è la cosa più leggera che abbia mai fatto nella mia carriera.

É un piccolo spettacolo teatrale, sostanzialmente sono monologhi ma l'esperienza è stata fantastica.

Nel momento in cui ha preso piede e ho iniziato ad avere molte date, è arrivato il lockdown e si è fermato tutto, ma essendo uno spettacolo molto piccolo e facile da organizzare - c'è solo una persona sul palco, non c'è un'orchestra e musica, ci sono soltanto io che intrattengo i convenuti e potendoli tenere distanziati, quindi seduti - è finita che la mia Agenzia mi ha già riconvocato per degli spettacoli perchè, appunto, vi è una semplicità organizzativa che li rende più appetibili in questo momento, più di un concerto da 2000 persone, ma io non facevo 2000 persone neanche prima con gli Offlaga Disco Pax, insomma, non ho mai cercato quella dimensione.

In questo caso è stata una fortuna il fatto di fare uno spettacolo tutto sommato piccolo perchè è l'unica cosa che si può organizzare in questo momento, che può essere sostenibile diciamo".

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Se penso a chi ha narrato meglio un tempo che non ho vissuto ma di cui sono inevitabilmente figlia, questa persona è Max Collini.
Quando uscì “Socialismo tascabile” era il 2005, avevo quindici anni, gli occhiali blu, le trecce.

Partendo dalla ripresa dei suoi spettacoli, passando per la musica contemporanea ed al modo di scriverne i testi, abbiamo provato a tessere una nostra trama di rifelssioni sul tempo che passa e di come, sfortuna o no, siamo diventati.

Nella lunga chiacchierata che potete riascoltare nella video intervista, abbiamo chiesto a Max, tra le altre cose, come è stata la sua ripartenza una volta finito il periodo del lockdown.

"In realtà una volta aperte le porte e ritornati in strada non pensavo assolutamente di ricominciare a breve di far spettacoli.

Avevo interrotto uno tour chiamato Max Collini legge l'indie dove in modo un pò ironico ripercorro la scena indipendente italiana degli ultimi anni, quella che molta gente ama chiamare oggi indie e che in realtà corrisponde però ad una sorta di nuovo neo cantautorato italiano, ad una nuova musica pop e hip hop, mentre magari l'indie che immaginavamo noi e la nostra generazione era una cosa diversa.

Siccome ho affrontato diverse epoche della scena indipendente italiana, ho messo su questo spettacolo molto ironico affrontando i testi, percitando i testi di quella scena che è diventata gigantesca in Italia, quella che è passata dai piccoli club ai palazzetti in pochissimo tempo, ed è difatti una scena pop, ma ripercorrendo nei testi l'immaginario a mio modo, divertente e scanzonato, e, affrontando musica leggera, è la cosa più leggera che abbia mai fatto nella mia carriera.

É un piccolo spettacolo teatrale, sostanzialmente sono monologhi ma l'esperienza è stata fantastica.

Nel momento in cui ha preso piede e ho iniziato ad avere molte date, è arrivato il lockdown e si è fermato tutto, ma essendo uno spettacolo molto piccolo e facile da organizzare - c'è solo una persona sul palco, non c'è un'orchestra e musica, ci sono soltanto io che intrattengo i convenuti e potendoli tenere distanziati, quindi seduti - è finita che la mia Agenzia mi ha già riconvocato per degli spettacoli perchè, appunto, vi è una semplicità organizzativa che li rende più appetibili in questo momento, più di un concerto da 2000 persone, ma io non facevo 2000 persone neanche prima con gli Offlaga Disco Pax, insomma, non ho mai cercato quella dimensione.

In questo caso è stata una fortuna il fatto di fare uno spettacolo tutto sommato piccolo perchè è l'unica cosa che si può organizzare in questo momento, che può essere sostenibile diciamo".

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https://www.sherwood.it/articolo/7826/intervista-a-max-collini-sherwood-webzine info@sherwood.it (Sherwood Network) https://www.sherwood.it/articolo/7826/intervista-a-max-collini-sherwood-webzine
<![CDATA[Snatura Rock del 21 giugno 2020]]>

h15.15 Intervista a Vossa
I Vossa sono il producer e dj palermitano Gaetano Dragotta e il cantante polistrumentista anglo siciliano Sergio Beercock con cui parliamo. Il loro esordio omonimo è uscito per Tip Off Records. Un disco che passa dall'elettro dance al downtempo tessendo le trame compositive che la voce soul di Sergio rende meravigliose. O ritmi tecon che si fanno insidiare dagli strumenti a fiato con i bassi in sottofondo. Atmosfere che sanno essere corpose, interessanti ma soprattutto emozionanti.

h16.30 Intervista a Autostoppisti del magico sentiero
Gli Autostoppisti del magico sentiero con "Sovrapposizione di Antropologia e Zootecnia" arrivano al loro esordio che esce per New Model Label. Un disco ispirato soprattutto dal romanzo di Bruce Chatwin "Le vie dei canti" del 1953 con la melodia guidata dal blues, da un'adorabile 'disordine' jazz, una spinta teatrale nel ruolo del narratore e infatti c'è uno scrittore con una voce 'raccontante' Angelo Floramo che presta la sua bellissima voce. Ne parliamo con Fabrizio Citossi, autore delle musiche che assieme a Franco Polentarurri ha ideato l'intero progetto.

Francesca Ognibene

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h15.15 Intervista a Vossa
I Vossa sono il producer e dj palermitano Gaetano Dragotta e il cantante polistrumentista anglo siciliano Sergio Beercock con cui parliamo. Il loro esordio omonimo è uscito per Tip Off Records. Un disco che passa dall'elettro dance al downtempo tessendo le trame compositive che la voce soul di Sergio rende meravigliose. O ritmi tecon che si fanno insidiare dagli strumenti a fiato con i bassi in sottofondo. Atmosfere che sanno essere corpose, interessanti ma soprattutto emozionanti.

h16.30 Intervista a Autostoppisti del magico sentiero
Gli Autostoppisti del magico sentiero con "Sovrapposizione di Antropologia e Zootecnia" arrivano al loro esordio che esce per New Model Label. Un disco ispirato soprattutto dal romanzo di Bruce Chatwin "Le vie dei canti" del 1953 con la melodia guidata dal blues, da un'adorabile 'disordine' jazz, una spinta teatrale nel ruolo del narratore e infatti c'è uno scrittore con una voce 'raccontante' Angelo Floramo che presta la sua bellissima voce. Ne parliamo con Fabrizio Citossi, autore delle musiche che assieme a Franco Polentarurri ha ideato l'intero progetto.

Francesca Ognibene

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https://www.sherwood.it/articolo/7858/snatura-rock-del-21-giugno-2020 info@sherwood.it (Sherwood Network) https://www.sherwood.it/articolo/7858/snatura-rock-del-21-giugno-2020#0
<![CDATA[Snatura Rock del 21 giugno 2020]]> https://www.sherwood.it/articolo/7858/snatura-rock-del-21-giugno-2020 info@sherwood.it (Sherwood Network) https://www.sherwood.it/articolo/7858/snatura-rock-del-21-giugno-2020#1 <![CDATA[Snatura Rock del 14 giugno 2020]]>

h15.15 Intervista a Filippo Poderini
Filippo Poderini, chitarrista jazz e cantante - già nei No Money Band, nell' Amarchor Duo con Ljuba De Angelis e negli Algo Vuol Dire Qualcosa - presenta la sua prima prova solista "Moschi Moschi, pronto pronto" appena uscita per Microsolchi. Canzoni spensierate elettro rock, il passato in un telefono a disco che diventa la scusa per ricordarsi di qualcuno di importante, l'estate che apre a nuovi sorrisi.

h16.00 Intervista a My Dear Killer
Stefano Santabarbara dell'etichetta Under my bed è autore del progetto My Dear Killer che dal suo esordio "Clinical Shyness" uscito nel 2008 ha ribadito che la tristezza è una cosa seria e adesso che è arrivato al quarto album con "Collectable Items" appena uscito per Boring Machines continuiamo ad essere con lui e le sue poesie vive che danzano nella penombra e che raccontano stati d'animo all'estremo, nella zona solitaria, negli angoli bui di un mezzo sorriso per andare avanti.

h16.30 Intervista a UTveggi
"Canzoni d'Umore" è il terzo album dei palermitani UTveggi, uscito qualche mese fa per Almendra Records. Canzoni pop-rock-prog cantate in italiano che attingono con simpatia dalla storia della musica italiana ma giusto per un LA. Grande entro compositivo per un gruppo di curiosi, ispirati dalla vita e dalla sua follia quando tutto ribalta e tutto fa ripartire. Ne parliamo con il cantante Valerio Mirone.

Francesca Ognibene

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h15.15 Intervista a Filippo Poderini
Filippo Poderini, chitarrista jazz e cantante - già nei No Money Band, nell' Amarchor Duo con Ljuba De Angelis e negli Algo Vuol Dire Qualcosa - presenta la sua prima prova solista "Moschi Moschi, pronto pronto" appena uscita per Microsolchi. Canzoni spensierate elettro rock, il passato in un telefono a disco che diventa la scusa per ricordarsi di qualcuno di importante, l'estate che apre a nuovi sorrisi.

h16.00 Intervista a My Dear Killer
Stefano Santabarbara dell'etichetta Under my bed è autore del progetto My Dear Killer che dal suo esordio "Clinical Shyness" uscito nel 2008 ha ribadito che la tristezza è una cosa seria e adesso che è arrivato al quarto album con "Collectable Items" appena uscito per Boring Machines continuiamo ad essere con lui e le sue poesie vive che danzano nella penombra e che raccontano stati d'animo all'estremo, nella zona solitaria, negli angoli bui di un mezzo sorriso per andare avanti.

h16.30 Intervista a UTveggi
"Canzoni d'Umore" è il terzo album dei palermitani UTveggi, uscito qualche mese fa per Almendra Records. Canzoni pop-rock-prog cantate in italiano che attingono con simpatia dalla storia della musica italiana ma giusto per un LA. Grande entro compositivo per un gruppo di curiosi, ispirati dalla vita e dalla sua follia quando tutto ribalta e tutto fa ripartire. Ne parliamo con il cantante Valerio Mirone.

Francesca Ognibene

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https://www.sherwood.it/articolo/7857/snatura-rock-del-14-giugno-2020 info@sherwood.it (Sherwood Network) https://www.sherwood.it/articolo/7857/snatura-rock-del-14-giugno-2020#0
<![CDATA[Snatura Rock del 14 giugno 2020]]> https://www.sherwood.it/articolo/7857/snatura-rock-del-14-giugno-2020 info@sherwood.it (Sherwood Network) https://www.sherwood.it/articolo/7857/snatura-rock-del-14-giugno-2020#1 <![CDATA[Snatura Rock del 14 giugno 2020]]> https://www.sherwood.it/articolo/7857/snatura-rock-del-14-giugno-2020 info@sherwood.it (Sherwood Network) https://www.sherwood.it/articolo/7857/snatura-rock-del-14-giugno-2020#2 <![CDATA[Spring Street Insomnia #28]]>

Playlist:

1 - Aphex Twin - Schottkey 7th Path

2 - Alien Alien - One By One (Rodion Remix)

3 - HVL - U0202phas

4 - Matanza, Acid Pauli & Joke - How Strange (Nicola Cruz Remix)

5 - CHRISTIAN LOFFLER - Nil

6 - Four Tet - Green

7 - Neel - 4G

8 - Airhead - Wait

9 - Moon Diagrams - Daisychain Meets Deradoorian

10 - Carla Dal Forno - Push On my

11 - Anthony Linell - Melt To One

12 - Underworld - Dark & Long

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Playlist:

1 - Aphex Twin - Schottkey 7th Path

2 - Alien Alien - One By One (Rodion Remix)

3 - HVL - U0202phas

4 - Matanza, Acid Pauli & Joke - How Strange (Nicola Cruz Remix)

5 - CHRISTIAN LOFFLER - Nil

6 - Four Tet - Green

7 - Neel - 4G

8 - Airhead - Wait

9 - Moon Diagrams - Daisychain Meets Deradoorian

10 - Carla Dal Forno - Push On my

11 - Anthony Linell - Melt To One

12 - Underworld - Dark & Long

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https://www.sherwood.it/articolo/7854/spring-street-insomnia-28 info@sherwood.it (Sherwood Network) https://www.sherwood.it/articolo/7854/spring-street-insomnia-28#0
<![CDATA[Ascolta in anteprima il primo album di Belvedere "Note Vocali"]]>

Sherwood Webzine vi presenta in anteprima il primo album di Belvedere! Il disco "Note Vocali" è davvero una chicca, un'uscita unica nel suo genere per il sound e per come è stato concepito. Il lavoro è stato curato da Luca Fois (Gli Occhi di Chi Ha Fatto il Vietnam) ed esce per la label Buio Presto.


Ascolta qui sotto "Note Vocali"


Chi è Belvedere?

«Mi chiamo Federico Gnesutta vengo da Morsano al Tagliamento, provincia di Pordenone. Il nome del progetto viene dalla strada dove abitavo e dove sono cresciuto, era il luogo di ritrovo di tutti i ragazzini quando ero piccolo ed è dove ho iniziato a suonare i miei strumenti che sono chitarra, pianoforte e batteria. Il progetto nasce dall'esigenza di esprimermi col canto dato che in passato ho sempre solo suonato. I miei ascolti sono stati vari nel corso degli anni (ho suonato anche in un gruppo metal come batterista) e l'incontro con l'hip hop, nella sua accezione lo fi si è dimostrato un legante molto valido tra tutte le mie influenze.

Il tutto si è concretizzato quando ho contattato Luca Fois per congratularmi per il suo disco. Non avevo intenzione di fare un disco in realtà, stavo ancora ricercando, ma avevo scritto un po' di pezzi. Abbiamo iniziato a collaborare durante la quarantena ed è stato amore. Amore ai tempi del Covid.

Io non avevo niente per registrare, solo una chitarra ed ho usato il telefono per mandargli i brani. Brani che lui poi ha editato, mixato e masterizzato. Da qui il nome del disco Note Vocali.

Io sono un musicista da cameretta, mi piace studiare da solo, cercare gli accordi. Non mi è mai piaciuta l'istruzione musicale perchè è limitata. Penso che una persona debba imparare la tecnica si, ma che debba cercare l'anima, il mood, il motivo per cui suona da solo, come un asceta in una caverna.»


La produzione

Luca Fois parlandoci della lavorazione del disco ci ha detto «in piena quarantena, dopo che non ci si sentiva forse da più di un anno, quando Fede mi ha inviato su Whatsapp un vocale nel quale suonava Escamotage (il pezzo con cui si apre l’album), è scattato qualcosa. Ho immediatamente importato la nota vocale su Reaper, l’ho messa (più o meno) in griglia con un editing rapidissimo e grossolano, ci ho costruito sopra una batteria hip hop classica, ho esportato il tutto in salsa Lo-Fi (che poi, già di base era Lo-Fi trattandosi di un vocale di Whatsapp), e ho passato la bozza risultante a Fede. Ho capito che era gasato quanto me, allora gli ho chiesto quanti altri pezzi avesse da parte. Così, in poco meno di quattro settimane, è nato Note Vocali.

Tutto ciò che si sente nell’album, tranne le batterie, le texture sonore e il basso dello skit strumentale Nota Vocale, è registrato con il telefono. Pianoforte, armonizzazioni, sovraincisioni di voce e chitarra: erano tutti messaggi vocali che Fede mi inviava su Whatsapp, rigorosamente senza alcun metronomo di riferimento. Va detto che se lui non fosse un artista così intonato e preciso nell'esecuzione, non avremmo mai potuto fare un album del genere, soprattutto non in questo modo.»

Buio Presto

«Buio Presto è una bedroom label indipendente che ho creato con Alessioego poco più di un anno fa. Si tratta di una label dichiaratamente Lo-Fi, ma non inteso come genere musicale, piuttosto come concetto, estetica sonora, mood. Le sfumature attitudinali della label si muovono tra emo e hip hop.»


La nostra recensione

Note Vocali è un compendio leggero, vibrante e mistico dei frammenti delle fragilità quotidiana che in tutti si manifestano. Quei “forse non so che” girovaganti nella testa di ogni essere umano in quanto tale. Ascoltarlo, fin da subito, è come prendere uno vetro, specchiarvisi, rompere tutto e cercare di ricomporne l’essenza, ma nel farlo soffermarsi su di ogni sfumatura di luce riflessa in quella serie di piccoli frammenti.

L’album è un lavoro istintivo, melanconico, senza però risultare triste o negativo. Sono passaggi senza i quali non potremmo mai approdare agli scorci di felicità insiti alla fine di ogni strada che decidiamo di intraprendere. Se Federico aka Belvedere ha fatto delle sue incertezze una forza creativa, prendendone ispirazione, ha segnato un passo importante nel flusso di canzoni “indie” che ora vengono pubblicate. Certe storie di certe figure emerse negli ultimi 5 anni risultano eccessivamente in perdita per risultare tali. Quelle di Fede, invece, proprio perché dal sapore semplice e quotidiano sanno di verità e autenticità. Immergersi nel suo mondo non è difficile e ci si lascia trasportare dalla corrente piacevolmente.

Per quanto riguarda il sound, diciamolo, è innovativo nel nostro panorama. Se in Italia stiamo vedendo crescere una nuova onda Nu Soul che unisce voci e storie “indie” a beat “urban”, grazie ad artisti come Joan Thiele, Cecilia, Venerus e Arashi, Belvedere crea il suo spazio esplorando la componente Lo-Fi dell’urban, caratteristica confermata dal produttore «siamo contenti che in questo disco riescano a convivere così bene il cantautorato italiano e l’Hip Hop Lo-Fi. In genere, le derive dell’Hip Hop Lo-Fi con dei vocals “moody” registrati sopra vengono definite Neo-Soul, ma non saprei se identificare questo album all’interno di questa definizione. Il fatto è che forse i nuovi generi musicali sono i mood, e se intendiamo il Neo-Soul più in questo senso che in senso prettamente musicale, si può trattare di un album neo-soul italiano.»

Non ci resta dunque che premere play e lasciarsi andare!

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Sherwood Webzine vi presenta in anteprima il primo album di Belvedere! Il disco "Note Vocali" è davvero una chicca, un'uscita unica nel suo genere per il sound e per come è stato concepito. Il lavoro è stato curato da Luca Fois (Gli Occhi di Chi Ha Fatto il Vietnam) ed esce per la label Buio Presto.


Ascolta qui sotto "Note Vocali"


Chi è Belvedere?

«Mi chiamo Federico Gnesutta vengo da Morsano al Tagliamento, provincia di Pordenone. Il nome del progetto viene dalla strada dove abitavo e dove sono cresciuto, era il luogo di ritrovo di tutti i ragazzini quando ero piccolo ed è dove ho iniziato a suonare i miei strumenti che sono chitarra, pianoforte e batteria. Il progetto nasce dall'esigenza di esprimermi col canto dato che in passato ho sempre solo suonato. I miei ascolti sono stati vari nel corso degli anni (ho suonato anche in un gruppo metal come batterista) e l'incontro con l'hip hop, nella sua accezione lo fi si è dimostrato un legante molto valido tra tutte le mie influenze.

Il tutto si è concretizzato quando ho contattato Luca Fois per congratularmi per il suo disco. Non avevo intenzione di fare un disco in realtà, stavo ancora ricercando, ma avevo scritto un po' di pezzi. Abbiamo iniziato a collaborare durante la quarantena ed è stato amore. Amore ai tempi del Covid.

Io non avevo niente per registrare, solo una chitarra ed ho usato il telefono per mandargli i brani. Brani che lui poi ha editato, mixato e masterizzato. Da qui il nome del disco Note Vocali.

Io sono un musicista da cameretta, mi piace studiare da solo, cercare gli accordi. Non mi è mai piaciuta l'istruzione musicale perchè è limitata. Penso che una persona debba imparare la tecnica si, ma che debba cercare l'anima, il mood, il motivo per cui suona da solo, come un asceta in una caverna.»


La produzione

Luca Fois parlandoci della lavorazione del disco ci ha detto «in piena quarantena, dopo che non ci si sentiva forse da più di un anno, quando Fede mi ha inviato su Whatsapp un vocale nel quale suonava Escamotage (il pezzo con cui si apre l’album), è scattato qualcosa. Ho immediatamente importato la nota vocale su Reaper, l’ho messa (più o meno) in griglia con un editing rapidissimo e grossolano, ci ho costruito sopra una batteria hip hop classica, ho esportato il tutto in salsa Lo-Fi (che poi, già di base era Lo-Fi trattandosi di un vocale di Whatsapp), e ho passato la bozza risultante a Fede. Ho capito che era gasato quanto me, allora gli ho chiesto quanti altri pezzi avesse da parte. Così, in poco meno di quattro settimane, è nato Note Vocali.

Tutto ciò che si sente nell’album, tranne le batterie, le texture sonore e il basso dello skit strumentale Nota Vocale, è registrato con il telefono. Pianoforte, armonizzazioni, sovraincisioni di voce e chitarra: erano tutti messaggi vocali che Fede mi inviava su Whatsapp, rigorosamente senza alcun metronomo di riferimento. Va detto che se lui non fosse un artista così intonato e preciso nell'esecuzione, non avremmo mai potuto fare un album del genere, soprattutto non in questo modo.»

Buio Presto

«Buio Presto è una bedroom label indipendente che ho creato con Alessioego poco più di un anno fa. Si tratta di una label dichiaratamente Lo-Fi, ma non inteso come genere musicale, piuttosto come concetto, estetica sonora, mood. Le sfumature attitudinali della label si muovono tra emo e hip hop.»


La nostra recensione

Note Vocali è un compendio leggero, vibrante e mistico dei frammenti delle fragilità quotidiana che in tutti si manifestano. Quei “forse non so che” girovaganti nella testa di ogni essere umano in quanto tale. Ascoltarlo, fin da subito, è come prendere uno vetro, specchiarvisi, rompere tutto e cercare di ricomporne l’essenza, ma nel farlo soffermarsi su di ogni sfumatura di luce riflessa in quella serie di piccoli frammenti.

L’album è un lavoro istintivo, melanconico, senza però risultare triste o negativo. Sono passaggi senza i quali non potremmo mai approdare agli scorci di felicità insiti alla fine di ogni strada che decidiamo di intraprendere. Se Federico aka Belvedere ha fatto delle sue incertezze una forza creativa, prendendone ispirazione, ha segnato un passo importante nel flusso di canzoni “indie” che ora vengono pubblicate. Certe storie di certe figure emerse negli ultimi 5 anni risultano eccessivamente in perdita per risultare tali. Quelle di Fede, invece, proprio perché dal sapore semplice e quotidiano sanno di verità e autenticità. Immergersi nel suo mondo non è difficile e ci si lascia trasportare dalla corrente piacevolmente.

Per quanto riguarda il sound, diciamolo, è innovativo nel nostro panorama. Se in Italia stiamo vedendo crescere una nuova onda Nu Soul che unisce voci e storie “indie” a beat “urban”, grazie ad artisti come Joan Thiele, Cecilia, Venerus e Arashi, Belvedere crea il suo spazio esplorando la componente Lo-Fi dell’urban, caratteristica confermata dal produttore «siamo contenti che in questo disco riescano a convivere così bene il cantautorato italiano e l’Hip Hop Lo-Fi. In genere, le derive dell’Hip Hop Lo-Fi con dei vocals “moody” registrati sopra vengono definite Neo-Soul, ma non saprei se identificare questo album all’interno di questa definizione. Il fatto è che forse i nuovi generi musicali sono i mood, e se intendiamo il Neo-Soul più in questo senso che in senso prettamente musicale, si può trattare di un album neo-soul italiano.»

Non ci resta dunque che premere play e lasciarsi andare!

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<![CDATA[ReadBabyRead_497_Derek_Raymond_2]]>

Terminata la lettura di “Incubo di strada” di Derek Raymond, sul risvolto della quarta di copertina abbiamo notato uno stick assai noto, il logo della Libreria Don Chisciotte a Mestre, e questo, per citare maldestramente Proust, ha messo in moto la nostra memoria involontaria nei dintorni di quel luogo caro.
La libreria da sempre era gestita da Billy Lamarmora, il vero Libraio, non perché vendeva volumi spesso introvabili altrove ma perché il mondo del libro era il suo mondo e lui un abitante di rilievo e davvero speciale. Billy non aveva solo una cultura enciclopedica che spaziava dalla cosmogonia dantesca agli ultimi autori di libri gialli (naturalmente sempre di alto livello) e sembrava davvero sapere non di tutto ma tutto, ma era soprattutto una persona affabile, interessata, amante del proprio lavoro e gentile, dove per gentilezza non si intende rivolgere un sorriso al posto di un mugugno ma avere il dono della magnanimità.  Ecco, Billy era un uomo gentile, un gentiluomo che tra i suoi scaffali affollati di mille titoli danzava con maestria e leggerezza sempre pronto a una conversazione arguta, a un motto di spirito, a un prezioso consiglio. Così per ringraziarlo di tutte le sue gentilezze desideriamo dedicargli questa lettura di un libro che ci aveva consigliato, naturalmente a buon proposito.
Con affetto. Claudio Tesser e Franco Ventimiglia.



ReadBabyRead #497 del 2 luglio 2020

Derek Raymond
Incubo di strada


(2a parte)


per info su F. Ventimiglia e C. Tesser:


Lettura e altri crimini
iTunes podcast


voce: Francesco Ventimiglia


"Kleber era un detective del distretto di boulevard de Sébastopol. Era nato a Parigi, nonostante la sua famiglia fosse originaria dell'Alsazia-Lorena; aveva quarant'anni, una moglie e niente figli. Sapeva di non essere particolarmente simpatico - o antipatico -, era semplicemente un detective, uno di quelli risoluti, rapidi ed efficienti, con una buona testa e una lingua troppo lunga - i suoi colleghi avrebbero potuto confermarlo - che l'aveva tenuto lontano dalle promozioni. Poteva essere molto sgradevole con tutte le persone sgradevoli che incontrava per lavoro: ladri, papponi e assassini. Non era un uomo violento, anzi quello che sorprendeva tutti, lui compreso, era la sua capacità di provare compassione, una caratteristica che aveva dovuto imparare a controllare, come si tiene a bada un grosso cane pronto a precipitarsi verso qualunque odore fiuti da lontano."



Derek Raymond: il lord del poliziesco

A Derek Raymond piacciono le Gauloises con filtro, Jean-Paul Sartre, Dashiell Hammett, George Brassens e l'Aveyron. Ma storce il naso al solo nome di Margaret Thatcher e Agatha Christie. Suddito di Sua Maestà cresciuto tra Eton e il castello di famiglia del Kent, Robin William Arthur Cook, più conosciuto come Derek Raymond, sessantadue anni appena compiuti, ha deciso molto presto che i privilegi, le lusinghe e le usanze dell'establishment gli andavano a genio quanto una tazza di tè. E a Derek Raymond, molto semplicemente, il tè non piace. O con gran moderazione. Parlategli di lager a botti, di uno o due bicchieri di buon vino, e andrà benissimo. Dal Sud-Ovest della Francia, dove ha trascorso quasi dieci anni a mondare le viti, "Cookie", come lo chiamano a Dean Street i suoi amici del French Pub, ha assimilato delle abitudini cocciute: un berretto che non abbandona mai, come un talismano, un accento che si può tagliare con la lama di un coltello: quando Raymond si esprime in francese, sonore esclamazioni come "Putaing!" o "Pardi!" punteggiano i suoi discorsi. Lui lo chiama il suo accento del "Mezzogiorno meno un quarto".

Lo ritrovo oggi dopo qualche anno al Coach and Horses, un pub del West-End che è il suo quartier generale, e Derek Raymond non è cambiato: è la solita figura di eterno giovanotto dinoccolato, qualcosa tra un trampoliere e un uccello notturno. E sempre, come parte essenziale di questa goffaggine, di questa lunga e strana carcassa, come un'anima, un motore e la sua scintilla, il gusto della vita, il cuore in mano.

Nato il 12 giugno 1931 in Baker Street, a qualche passo dalla casa del vecchio Holmes, Derek Raymond s'impone oggi come uno degli scrittori di romanzi neri più originali del nostro tempo. Uno dei più forti, come si direbbe per un liquore, da Raymond Chandler, Jim Thompson, David Goodis: leggere I Was Dora Suarez lascia fulminati, stende al tappeto. Baudelaire - che Raymond conosce a menadito, scommetteva sulla metafisica del dandismo; se si dovesse scommettere su una metafisica del poliziesco, Raymond avrebbe tutte le caratteristiche del cavallo vincente. Di corse, il suo "gusto della strada" gliene ha fatte fare parecchie. Quindici romanzi alle spalle, cinque matrimoni e ogni tipo di mestiere in ogni tipo di paese, Mosca, Algeria... Soho l'ha conosciuto come uomo di paglia per i più grossi furfanti dei sixties. In Spagna, sotto Franco, il traffico delle auto d'occasione. La Toscana l'ha visto vignaiolo. La Francia, operaio agricolo dalle parti di Millau. 

E durante tutte le sue varie metamorfosi, Derek Raymond scriveva. Senza successo. A Parigi, Marcel Duhamel presiedeva ancora ai destini della Série Noire. Un romanzo di Raymond, The crust on its upper, gli passò per le mani e lo colpì, lo tradusse lui con il titolo Crème anglaise, e così iniziò...

I libri di Raymond pubblicati in Italia:

Atti privati in luoghi pubblici (Public Parts and Private Places, 1969) Meridiano Zero, 2004

Gli inquilini di Dirt Street (The Tenants of Dirt Street, 1971) Meridiano Zero, 2004

E morì a occhi aperti (He Died with His Eyes Open, 1984) Meridiano Zero, 1998, 2003, 2007, 2013; Fanucci, 2016

Aprile è il più crudele dei mesi (The Devil's Home On Leave, 1984) Meridiano Zero, 1998, 2004, 2013; Fanucci, 2016

Incubo di strada (Nightmare In The Street, 1988) Meridiano Zero, 2010

Il mio nome era Dora Suarez (I Was Dora Suarez, 1990) Meridiano Zero, 1999, 2000, 2006; Fanucci, 2016

Stanze nascoste (Hidden Files, 1992) Meridiano Zero, 2011 - autobiografia

Il museo dell’inferno (Dead man upright, 1993) Meridiano Zero, 2002; Fanucci, 2017

Quando cala la nebbia rossa (Not Till the Red Fog Rises, 1994) Meridiano Zero, ; 2017

Come vivono i morti (How the Dead Live, 1994) Meridiano Zero, 1998, 2005, 2010; Fanucci, 2016


L'intervista


Qui a Londra, dove ha ottenuto una certa notorietà, si parla ancora di lei sulla stampa come Derek Raymond. Perché?

Capita che io non sia l'unico autore di romanzi polizieschi a chiamarsi Robin Cook. Ce n'è un altro, un americano. A un certo momento, io non avevo scritto niente da parecchio, il mio editore mi ha spinto a prendere uno pseudonimo. E ho scelto i nomi dei miei due amici preferiti, Derek, Raymond, che purtroppo oggi sono morti.

L'altro Robin Cook, "chirurgo di formazione" secondo le quarte pagine di copertina, è un autore di "thriller medici" che vanno piuttosto bene. Ha letto qualcuno dei suoi libri?

Sì, uno solo. So che vende molto negli aeroporti. Non ricordo il titolo che ho letto. Mi ricordo soprattutto dell'amica che me l'ha dato dicendo "Ecco quello che dovresti scrivere, ecco uno scrittore" ....

Lei non ha una natura particolarmente espansiva. Come le è venuta l'idea di scrivere un libro di memorie?

A me da solo quell'idea non sarebbe mai venuta. All'inizio era una richiesta di un editore parigino molto corretto, ma che ha finito per rifiutarlo. Era circa cinque anni fa, all'epoca in cui lì a Bourg, a casa mia nell'Aveyron, stavo terminando Dora Suarez. Quando ho presentato il manoscritto, l'hanno trovato, come dire, non abbastanza... aneddotico. Credo che si aspettassero da me una maggior quantità di storie personali, con nomi di persone famose, di scrittori - come se ne conoscessi! -, delle cose divertenti sulla mia vita, sul quotidiano, e forse meno riflessioni sulla scrittura, sul mio lavoro di scrittore, qualcosa di veramente "duro" insomma, ma da non trascurare se si vuole andare avanti... lo avevo preso la cosa molto seriamente. Un altro editore, Rivages, l'ha accettato senza che dovessi cambiare una virgola.

Questo "percorso", appunto, si scopre anche, in The Hidden Files (l'autobiografia, N. d. T.), un destino poco banale. Tutto inizia con una scenografia da Piccolo Lord, i colleges, Eton, la governante, dei domestici, un castello, per poi precipitare, come dice lei, "nella strada", ma deliberatamente. La sua infanzia com'è stata?

Torbida. Per la mia famiglia contavano solo gli affari, le assicurazioni, il tessile su cui si basava la sua fortuna, e il castello di Roydon, a cinquanta chilometri da Londra. La letteratura non li interessava minimamente, a parte qualche classico. O Dickens, di cui non capivano niente. La mia infanzia, a dire il vero, assomiglia un po' a quella che Sartre descrive ne l'Enfance d'un chef. Con la differenza che per me, dall'età di sette, otto anni, era già tutto finito, e mi sono detto: qui c'è qualcosa che non va... lo sono nato nel '31, in piena recessione, c'era il crac della Borsa e il crac di tutto. Era questo il mio inizio sul pianeta, per non parlare della guerra. C'era veramente la miseria a Londra e molto presto mi sono posto la domanda: perché vivo nella bambagia se là in basso c'è della gente che elemosina nella strada? No, la borghesia proprio non mi andava. Ancora oggi, anche se ho la pelle abbastanza dura e comincio a trasformarmi in un membro, come dicono, della Terza Età, sono molto impressionabile e mi lascio sconvolgere enormemente.

Dalla miseria delle persone?

Proprio così! Insomma, non voglio generalizzare, parlo solo per me stesso, ma a che scopo trasformarsi in uno scrittore se non ci si lascia toccare dalle cose? Il mondo odierno è sempre peggio: ognuno per sé! Scrivere aiuta a rendere comprensibile la sofferenza. Come dicevo a uno dei miei amici, Jean-Paul Kauffmann: una volta che hai chiuso la porta della strada, è finita, vecchio mio' Ti distacchi dalla vita della strada, ti chiudi in casa, hai tutte le comodità e incominci a scrivere: hai perso in partenza! Andare in giro, essere tra la gente, parlare con loro, anche per insultarsi ma farne comunque parte, secondo me per uno scrittore non c'è niente che possa sostituire tutto questo.

Nel Le soleil qui s'éteint (Sick transit, inedito in Inghilterra, N.d.T.) un personaggio spiega: "Nessuno può essere in forma migliore dell'anno precedente, una volta passata la quarantina." 

Lei ha passato i sessanta, ma ha l'aria di essere in forma perfetta...

Certo, pardi! Ho il fegato un po' arrugginito, ma cosa vuole, l'ho fatto lavorare il poveretto! 

Quando è entrato a Eton?

Nel '44. II 6 maggio.

E andò male?

Di primo acchito. Tutto quello snobismo, le costrizioni, questa gente che ti sequestra dentro una classe sociale, la cui unica idea è di trasformarti in un potenziale ministro. Un'ossessione. Esattamente il contrario di quello che volevo. La mia famiglia non sapeva cosa fare di me. lo non avevo niente da spartire con loro, non ci intendevamo, era inutile...

A parte le differenze tra di voi, amava i suoi genitori?

No. Tra mia madre e me era la guerra civile, la peggiore delle guerre. Quanto a mio padre non provavo il minimo rispetto per lui. A sedici anni ho mollato tutto e me ne sono andato di corsa. Mi sono detto: è troppo! Volevo chiudere con tuffo. Quando si cominciano ad avere delle idee nere sulla vita, la vita "borghese", la vita secondo i genitori, secondo Eton, la vita non è più neanche un'ombra di vita.

Lei cita George Orwell nelle sue memorie, anche lui è passato per Eton.

Lo ha detestato anche lui, quanto me. E come lui io ho cercato di sputare fuori tutto, di espellerlo, di purgarmi, di trovare qualcosa di più sano.

Chi ha voglia di scrivere non ha necessariamente bisogno di rifiutare così radicalmente, se non la famiglia, almeno il suo ambiente. Evelyn Waugh, a esempio...

Tra lui e me le differenze sono enormi. Il che non mi impedisce di ammirarlo come uno dei migliori scrittori inglesi dei nostri tempi. Lui ci teneva alla "vita da castello", a me invece disgustava. Waugh voleva allo stesso tempo sia lo snobismo che la verità. E c'è riuscito, attenzione: cos'è che non ha messo a nudo! Quello che volevo fare io non era di demolire checchessia, volevo andare più in là, scendere "nella strada", seguire il mio istinto. E raro che ci si sbagli, quando lo si segue veramente. Un'altra cosa, dato che prendiamo Waugh come parametro: lui era essenzialmente incentrato sull'Inghilterra. Per quello che mi concerne, e può darsi che questo mi venga da parte di mia madre con le sue ascendenze americano-giudeo-polacche, io morivo dalla voglia di andarmene, di viaggiare, di andare a vedere altri posti, in Spagna, in Italia, in Francia, insomma che cosa succedeva al di là della Manica.

Cominciamo dal principio...

In Spagna, era al tempo di Franco, all'inizio degli anni cinquanta. Abitavo a Salamanca, ero "fidanzato" a una ragazza del quartiere, i borghesi avevano voglia di belle auto, che non si trovavano facilmente sul mercato: c'erano tasse enormi. Ne importavo dall'Inghilterra, delle Ford o auto di quel tipo, fino a Gibilterra. Poi le facevo passare in Spagna. Non c'era che un posto di frontiera, La Linea, ma con il mio passaporto britannico cosa potevano dirmi i doganieri? Targhe, certificati, era tutto in regola. In poche parole, mi trovavo a cambiare auto molto frequentemente...

Molte auto, un po' di traffici...

Un po'... parecchi! E poi, quando cominciavo a sentire puzza di bruciato, sono partito per Tangeri. 

A cosa fare?

Per tenermi un po' in disparte...

E la scrittura, durante tutto questo? 

Ma certo! Avevo già cominciato. Prima della Spagna. A Londra, a Chelsea, avevo un appartamento con un amico, giornalista al Sunday Express. Una notte, o meglio un mattino, rientrando da una festa, mi chiese: "Cosa fai nella tua stanza? Continuo a sentire il clac-clac di una macchina da scrivere, scrivi un romanzo o che?" Pardi! gli ho risposto. Lui ha letto tre righe e mi ha detto: "Fermo lì! Se vuoi farlo seriamente, taglia a fondo, niente lungaggini."... È il solo vero consiglio letterario che abbia mai ricevuto. Poi, tutto quello che avevo scritto prima, l'ho usato per accendere il fuoco. D'altronde qui nessuno ne voleva sapere.

Fino a Crème anglaise.

Sì, nel 1962, al mio ritorno da New York dove avevo ero stato un anno. Un anno giusto. 

Cosa faceva lì?

Dio solo lo sa... Mi sono sposato lì per la prima volta. Facevo dei lavoretti nel campo editoriale, vendite per corrispondenza, traduzione dallo spagnolo per delle riviste da due soldi. E soprattutto mi guardavo quella città, instancabilmente.

Lei ha lavorato per i fratelli Kray che sono sotto chiave da più di vent'anni per essere stati a Londra, i capi della mala.

Esatto. In realtà è cominciato tutto il primo dell'anno 1960. lo ero sbarcato a Bristol arrivando da New York. Ero in bolletta, avevo appena di che pagarmi il biglietto del treno per Londra. Mi sono precipitato al French Pub, e ho incontrato un vecchio amico, dei tempi di Eton, che si era lanciato nelle truffe ad alto livello. Mi ha proposto 'un lavoretto": quella sera stessa ero diventato titolare di cinque ditte di costruzioni edili, delle società di cartapesta... E dietro, da lontano, ma al comando di tutta l'operazione, c'erano i fratelli Kray, i "gemelli".

Si è scritto molto sui fratelli Kray, hanno anche girato un film su di loro. Com'erano?

Quel tipo di persone di fronte ai quali si diventa cadaveri. Controllavano tutto l'East End, metà della città. Il resto, la parte sud, era dei Richardson. Ma l'East End, il gioco, la prostituzione, erano in mano loro. Avevano tutto in pugno.

Soho, la mala, tutte cose che lei conosceva come le sue tasche. È stato venditore di riviste pomo, ha fatto per un po' il tassista di notte. Eppure a quell'epoca, gli anni sessanta, lei non ha mai smesso di scrivere. La Rue obscène (Tenants of Dirt Street) ad esempio, o Bombe surprise, un libro molto curioso. E poi, per più di dieci anni, basta, neanche una parola...

Tra ii '73 e l'80, è vero, non ho scritto niente. Ero operaio agricolo, potavo le vigne, tagliavo la legna con i gitani. In Francia. A Bourg, nel Sud-Ovest, nel 'Mezzogiorno meno un quarto", come dicono...

Quindi negli anni che ha passato a Millau ha rinunciato a scrivere?

Stavo nei vigneti tutta la giornata. Un lavoro sfibrante.

E poi ha ricominciato. Con “E morì a occhi aperti”.

E un libro che ho sognato, ma veramente! Era in dicembre, di notte, e faceva un freddo cane! Avevo sei coperte addosso, e le finestre erano incrostate di brina. Mi sono risvegliato di soprassalto. Mi sono detto: questo devo assolutamente scriverlo. Non avevo nessuna voglia di muovermi, bisognava accendere il riscaldamento giù da basso, erano le tre del mattino. Ma avevo paura che mi sfuggisse, era più forte di me. 

Ha dei modelli in letteratura?

Sartre. Quando ero giovane, a una certa epoca, ne potevo recitare pagine intere a memoria. Oppure... dei modelli... Orwell, Dostoievski... Zola, Maupassant. Chandler, ovviamente, Dashiell Hammett. Mi sono chiesto per molto tempo perché gli americani sono molto più forti di noi nel romanzo nero. E senza dubbio perché, molto semplicemente, noi siamo troppo timorosi. Non apriamo abbastanza le cosce...

Il poliziesco francese, il suo riferimento, è Jean-Patrick Manchette, non è così?

Pardi! Mi ricorderò sempre come mi ha accolto a casa sua, una notte a Parigi, sotto una pioggia battente alle quattro del mattino. E sono restato lì da lui per una settimana. L'unica cosa su cui non andavamo d'accordo era la politica. L'impegno, più esattamente. Lui era molto sessantottino. La politica? Lasciala ai fessi, gli dicevo, noi siamo scrittori...

Nelle sue memorie ritorna continuamente su quel romanzo chiave della sua opera, “I was Dora Suarez”, e soprattutto sull'esperienza molto intensa costituita dalla sua scrittura. Una specie di lunga notte, di discesa agli inferi...

Suarez.... Per tutto il tempo in cui l'ho scritto, non sono stato capace di addormentarmi senza una luce accesa! Non faccia l'errore di confondere il Raymond che ha oggi davanti a lei, cordiale con tutti, pieno di entusiasmo, con l'altro Raymond, l'altro me stesso, quello di Suarez. Non è schizoide, è complementare. Suarez, il romanzo nero come lo intendo io, è un po' come se qualcuno - lei, io - facesse una passeggiata in un giardino pubblico una sera al crepuscolo, e si imbattesse all'improvviso in qualcosa d'orribile che lo sgomenta fino al terrore. La catastrofe, la morte. Allora, davanti allo schermo del computer, alla macchina, non resta che una sola cosa da fare: scrivere. Certo, non ci si può immergere a tal punto in una simile esperienza e uscirne incolume, come si era come prima. Non esistono mezze misure.

In The Hidden Files lei parla della schizofrenia ("È la voce della coscienza che perde la ragione."), di Ronald Laing, dei rapporti tra l'arte e la follia. Soprattutto lei scrive: "L'arte (è) un incontro riuscito con l'esistenza, la follia un incontro mancato." Si trovano in lei delle considerazioni che ricordano certi surrealisti, o quel "romantico minore", Alphonse Rabbe, autore de L'Album d'un pessimiste. È pessimista?

Pessimista? E cosa vuol dire? Qui si vive, si muore... è ii contratto generale, non ci sono eccezioni. Certo, se mi guardo intorno, vedo che sono dei cretini che controllano tutto, che sono ai comandi, a! volante... Spesso mi dico: un giorno o l'altro, alla prossima curva, andremo fuori strada. Ma siamo comunque obbligati a operare entro quei parametri, non è così? Mi dice che siamo centinaia di migliaia in queste condizioni? Sicuro che l'esistenza è una corvé, ma non vale la pena di saltare giù dal tetto per questo! E per provare che cosa? La vita, puttana, la adoro! A diciassette anni ero molto più vicino di oggi alla morte, alla tentazione della morte. Perché ho imparato ad apprezzare e affezionarmi alla vita. A diciassette anni non accettavo il fardello che sembrava rappresentare.

Insomma, è abbastanza "filosofo".

Come Brassens. Ecco un filosofo! Aveva una mentalità da vignaiolo, un mestiere che conosco bene, l'ho fatto per molto tempo, in Toscana, in Francia, a Millau. E del resto mi ha sempre appassionato, la filosofia. La metafisica. Mi sarebbe piaciuto arrivare più in là, quando ero studente. Ma nei colleges, qui, non conoscono che la logica. E la logica applicata alla metafisica è come pisciare controvento!

Decisamente, è ancora molto severo con l'Inghilterra...

Non l'Inghilterra, la società inglese... questa sì che non riesco a inquadrarla! Ma mi piacciono molto gli inglesi, i miei "cari compatrioti". Certi almeno. Negli ambienti che frequento io. O gente come Francis Bacon, che ho conosciuto un po'... William Shakespeare, eccellente sceneggiatore del genere "nero", Wilkie Collins, Ted Lewis...

Si è trasferito di nuovo a Londra da tre anni. Perché?

È per mia figlia. Un giorno mi ha detto: "Papà, il tuo argot non va bene, è completamente fuori moda, oggi non si parla più così."... E così eccomi qua! Abito a Willesdon, i sobborghi a nord, un quartiere composto metà da neri, metà da irlandesi, gli inglesi sono piuttosto rari. È abbastanza lurido, ma mi trovo bene. C'è un pub simpatico di fronte a casa mia, lo "Spotted Dog", e la birra non è affatto cara.

La Francia?

È la Francia che mi ha "nutrito". Mi hanno tradotto, il mio aspetto glauco piaceva molto, e poi c'è stato l'adattamento al cinema di due dei miei libri: E morì a occhi aperti e Aprile è il più crudele dei mesi. In Inghilterra non mi conosceva quasi nessuno. E un giorno si sono detti: chi è quel fesso inglese che ha tanto successo laggiù?

Lavora molto?

Più vado avanti con l'età, più mi fa male stare seduto. Da giovane sono andato troppo in giro. E certe cose si pagano.

E quando non lavora?

Bevo. Al troquet. Per distrarmi, per ascoltare gli amici, gli altri. Quello che c'è di buono nella vita dei troquets di notte, dei bar, è che si è tutti "dentro" con la gente, a bere, a dire quello che capita, e si è allo stesso tempo anche "fuori": si può staccare, ci si può astrarre con la mente, lo lo chiamo "andare a teatro". Se mi chiudessi con il mio computer finirei per essere un relitto. Una settimana fa, a Soho, eravamo un gruppetto di artisti e ci siamo fatti rinchiudere nel pub dopo l'orario di chiusura. Siamo usciti verso le nove del mattino. Per andare a fare colazione dall'italiano lì vicino.

Con la bocca impastata?

Senza la bocca impastata, senza le notti in bianco, non ci sarebbero romanzi neri...


Arnould de Liedekerke
(da "Magazine Littéraire" n. 314, ottobre 1993 - traduzione di Marco Vicentini) 

Da sitocomunista.it


Le Musiche
, scelte da Claudio Tesser

Edith Piaff, Non, Je ne regrette rien[Michelle Vancaire/Charles Dumont]
Bruce Springsteen, Racing In The Street[Bruce Springsteen]
Arab Straps, Pyjamas[Arab Straps]
Patrick Bruel, Parlez-Moi D'amour[Jean Lenoir]
Tim Buckley, Dream Letter[Tim Buckley]
Edith Piaff, Heureuse[René Rouzaud/Marguerite Monnot]
St Germain, Rose Rouge[Ludovic Navarre]
Lana Del Rey, Hope Is A Dangerous Thing For A Woman Like Me To Have - But I Have It[Lana Del Rey]
Edith Piaff, Sous Le Ciel de Paris [Jean Drèjac/Hubert Giraud]
Erica Piccotti, Suite for cello solo[Gaspar Cassadò]
Bruce Springsteen, Something In The Night[Bruce Springsteen]

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Terminata la lettura di “Incubo di strada” di Derek Raymond, sul risvolto della quarta di copertina abbiamo notato uno stick assai noto, il logo della Libreria Don Chisciotte a Mestre, e questo, per citare maldestramente Proust, ha messo in moto la nostra memoria involontaria nei dintorni di quel luogo caro.
La libreria da sempre era gestita da Billy Lamarmora, il vero Libraio, non perché vendeva volumi spesso introvabili altrove ma perché il mondo del libro era il suo mondo e lui un abitante di rilievo e davvero speciale. Billy non aveva solo una cultura enciclopedica che spaziava dalla cosmogonia dantesca agli ultimi autori di libri gialli (naturalmente sempre di alto livello) e sembrava davvero sapere non di tutto ma tutto, ma era soprattutto una persona affabile, interessata, amante del proprio lavoro e gentile, dove per gentilezza non si intende rivolgere un sorriso al posto di un mugugno ma avere il dono della magnanimità.  Ecco, Billy era un uomo gentile, un gentiluomo che tra i suoi scaffali affollati di mille titoli danzava con maestria e leggerezza sempre pronto a una conversazione arguta, a un motto di spirito, a un prezioso consiglio. Così per ringraziarlo di tutte le sue gentilezze desideriamo dedicargli questa lettura di un libro che ci aveva consigliato, naturalmente a buon proposito.
Con affetto. Claudio Tesser e Franco Ventimiglia.



ReadBabyRead #497 del 2 luglio 2020

Derek Raymond
Incubo di strada


(2a parte)


per info su F. Ventimiglia e C. Tesser:


Lettura e altri crimini
iTunes podcast


voce: Francesco Ventimiglia


"Kleber era un detective del distretto di boulevard de Sébastopol. Era nato a Parigi, nonostante la sua famiglia fosse originaria dell'Alsazia-Lorena; aveva quarant'anni, una moglie e niente figli. Sapeva di non essere particolarmente simpatico - o antipatico -, era semplicemente un detective, uno di quelli risoluti, rapidi ed efficienti, con una buona testa e una lingua troppo lunga - i suoi colleghi avrebbero potuto confermarlo - che l'aveva tenuto lontano dalle promozioni. Poteva essere molto sgradevole con tutte le persone sgradevoli che incontrava per lavoro: ladri, papponi e assassini. Non era un uomo violento, anzi quello che sorprendeva tutti, lui compreso, era la sua capacità di provare compassione, una caratteristica che aveva dovuto imparare a controllare, come si tiene a bada un grosso cane pronto a precipitarsi verso qualunque odore fiuti da lontano."



Derek Raymond: il lord del poliziesco

A Derek Raymond piacciono le Gauloises con filtro, Jean-Paul Sartre, Dashiell Hammett, George Brassens e l'Aveyron. Ma storce il naso al solo nome di Margaret Thatcher e Agatha Christie. Suddito di Sua Maestà cresciuto tra Eton e il castello di famiglia del Kent, Robin William Arthur Cook, più conosciuto come Derek Raymond, sessantadue anni appena compiuti, ha deciso molto presto che i privilegi, le lusinghe e le usanze dell'establishment gli andavano a genio quanto una tazza di tè. E a Derek Raymond, molto semplicemente, il tè non piace. O con gran moderazione. Parlategli di lager a botti, di uno o due bicchieri di buon vino, e andrà benissimo. Dal Sud-Ovest della Francia, dove ha trascorso quasi dieci anni a mondare le viti, "Cookie", come lo chiamano a Dean Street i suoi amici del French Pub, ha assimilato delle abitudini cocciute: un berretto che non abbandona mai, come un talismano, un accento che si può tagliare con la lama di un coltello: quando Raymond si esprime in francese, sonore esclamazioni come "Putaing!" o "Pardi!" punteggiano i suoi discorsi. Lui lo chiama il suo accento del "Mezzogiorno meno un quarto".

Lo ritrovo oggi dopo qualche anno al Coach and Horses, un pub del West-End che è il suo quartier generale, e Derek Raymond non è cambiato: è la solita figura di eterno giovanotto dinoccolato, qualcosa tra un trampoliere e un uccello notturno. E sempre, come parte essenziale di questa goffaggine, di questa lunga e strana carcassa, come un'anima, un motore e la sua scintilla, il gusto della vita, il cuore in mano.

Nato il 12 giugno 1931 in Baker Street, a qualche passo dalla casa del vecchio Holmes, Derek Raymond s'impone oggi come uno degli scrittori di romanzi neri più originali del nostro tempo. Uno dei più forti, come si direbbe per un liquore, da Raymond Chandler, Jim Thompson, David Goodis: leggere I Was Dora Suarez lascia fulminati, stende al tappeto. Baudelaire - che Raymond conosce a menadito, scommetteva sulla metafisica del dandismo; se si dovesse scommettere su una metafisica del poliziesco, Raymond avrebbe tutte le caratteristiche del cavallo vincente. Di corse, il suo "gusto della strada" gliene ha fatte fare parecchie. Quindici romanzi alle spalle, cinque matrimoni e ogni tipo di mestiere in ogni tipo di paese, Mosca, Algeria... Soho l'ha conosciuto come uomo di paglia per i più grossi furfanti dei sixties. In Spagna, sotto Franco, il traffico delle auto d'occasione. La Toscana l'ha visto vignaiolo. La Francia, operaio agricolo dalle parti di Millau. 

E durante tutte le sue varie metamorfosi, Derek Raymond scriveva. Senza successo. A Parigi, Marcel Duhamel presiedeva ancora ai destini della Série Noire. Un romanzo di Raymond, The crust on its upper, gli passò per le mani e lo colpì, lo tradusse lui con il titolo Crème anglaise, e così iniziò...

I libri di Raymond pubblicati in Italia:

Atti privati in luoghi pubblici (Public Parts and Private Places, 1969) Meridiano Zero, 2004

Gli inquilini di Dirt Street (The Tenants of Dirt Street, 1971) Meridiano Zero, 2004

E morì a occhi aperti (He Died with His Eyes Open, 1984) Meridiano Zero, 1998, 2003, 2007, 2013; Fanucci, 2016

Aprile è il più crudele dei mesi (The Devil's Home On Leave, 1984) Meridiano Zero, 1998, 2004, 2013; Fanucci, 2016

Incubo di strada (Nightmare In The Street, 1988) Meridiano Zero, 2010

Il mio nome era Dora Suarez (I Was Dora Suarez, 1990) Meridiano Zero, 1999, 2000, 2006; Fanucci, 2016

Stanze nascoste (Hidden Files, 1992) Meridiano Zero, 2011 - autobiografia

Il museo dell’inferno (Dead man upright, 1993) Meridiano Zero, 2002; Fanucci, 2017

Quando cala la nebbia rossa (Not Till the Red Fog Rises, 1994) Meridiano Zero, ; 2017

Come vivono i morti (How the Dead Live, 1994) Meridiano Zero, 1998, 2005, 2010; Fanucci, 2016


L'intervista


Qui a Londra, dove ha ottenuto una certa notorietà, si parla ancora di lei sulla stampa come Derek Raymond. Perché?

Capita che io non sia l'unico autore di romanzi polizieschi a chiamarsi Robin Cook. Ce n'è un altro, un americano. A un certo momento, io non avevo scritto niente da parecchio, il mio editore mi ha spinto a prendere uno pseudonimo. E ho scelto i nomi dei miei due amici preferiti, Derek, Raymond, che purtroppo oggi sono morti.

L'altro Robin Cook, "chirurgo di formazione" secondo le quarte pagine di copertina, è un autore di "thriller medici" che vanno piuttosto bene. Ha letto qualcuno dei suoi libri?

Sì, uno solo. So che vende molto negli aeroporti. Non ricordo il titolo che ho letto. Mi ricordo soprattutto dell'amica che me l'ha dato dicendo "Ecco quello che dovresti scrivere, ecco uno scrittore" ....

Lei non ha una natura particolarmente espansiva. Come le è venuta l'idea di scrivere un libro di memorie?

A me da solo quell'idea non sarebbe mai venuta. All'inizio era una richiesta di un editore parigino molto corretto, ma che ha finito per rifiutarlo. Era circa cinque anni fa, all'epoca in cui lì a Bourg, a casa mia nell'Aveyron, stavo terminando Dora Suarez. Quando ho presentato il manoscritto, l'hanno trovato, come dire, non abbastanza... aneddotico. Credo che si aspettassero da me una maggior quantità di storie personali, con nomi di persone famose, di scrittori - come se ne conoscessi! -, delle cose divertenti sulla mia vita, sul quotidiano, e forse meno riflessioni sulla scrittura, sul mio lavoro di scrittore, qualcosa di veramente "duro" insomma, ma da non trascurare se si vuole andare avanti... lo avevo preso la cosa molto seriamente. Un altro editore, Rivages, l'ha accettato senza che dovessi cambiare una virgola.

Questo "percorso", appunto, si scopre anche, in The Hidden Files (l'autobiografia, N. d. T.), un destino poco banale. Tutto inizia con una scenografia da Piccolo Lord, i colleges, Eton, la governante, dei domestici, un castello, per poi precipitare, come dice lei, "nella strada", ma deliberatamente. La sua infanzia com'è stata?

Torbida. Per la mia famiglia contavano solo gli affari, le assicurazioni, il tessile su cui si basava la sua fortuna, e il castello di Roydon, a cinquanta chilometri da Londra. La letteratura non li interessava minimamente, a parte qualche classico. O Dickens, di cui non capivano niente. La mia infanzia, a dire il vero, assomiglia un po' a quella che Sartre descrive ne l'Enfance d'un chef. Con la differenza che per me, dall'età di sette, otto anni, era già tutto finito, e mi sono detto: qui c'è qualcosa che non va... lo sono nato nel '31, in piena recessione, c'era il crac della Borsa e il crac di tutto. Era questo il mio inizio sul pianeta, per non parlare della guerra. C'era veramente la miseria a Londra e molto presto mi sono posto la domanda: perché vivo nella bambagia se là in basso c'è della gente che elemosina nella strada? No, la borghesia proprio non mi andava. Ancora oggi, anche se ho la pelle abbastanza dura e comincio a trasformarmi in un membro, come dicono, della Terza Età, sono molto impressionabile e mi lascio sconvolgere enormemente.

Dalla miseria delle persone?

Proprio così! Insomma, non voglio generalizzare, parlo solo per me stesso, ma a che scopo trasformarsi in uno scrittore se non ci si lascia toccare dalle cose? Il mondo odierno è sempre peggio: ognuno per sé! Scrivere aiuta a rendere comprensibile la sofferenza. Come dicevo a uno dei miei amici, Jean-Paul Kauffmann: una volta che hai chiuso la porta della strada, è finita, vecchio mio' Ti distacchi dalla vita della strada, ti chiudi in casa, hai tutte le comodità e incominci a scrivere: hai perso in partenza! Andare in giro, essere tra la gente, parlare con loro, anche per insultarsi ma farne comunque parte, secondo me per uno scrittore non c'è niente che possa sostituire tutto questo.

Nel Le soleil qui s'éteint (Sick transit, inedito in Inghilterra, N.d.T.) un personaggio spiega: "Nessuno può essere in forma migliore dell'anno precedente, una volta passata la quarantina." 

Lei ha passato i sessanta, ma ha l'aria di essere in forma perfetta...

Certo, pardi! Ho il fegato un po' arrugginito, ma cosa vuole, l'ho fatto lavorare il poveretto! 

Quando è entrato a Eton?

Nel '44. II 6 maggio.

E andò male?

Di primo acchito. Tutto quello snobismo, le costrizioni, questa gente che ti sequestra dentro una classe sociale, la cui unica idea è di trasformarti in un potenziale ministro. Un'ossessione. Esattamente il contrario di quello che volevo. La mia famiglia non sapeva cosa fare di me. lo non avevo niente da spartire con loro, non ci intendevamo, era inutile...

A parte le differenze tra di voi, amava i suoi genitori?

No. Tra mia madre e me era la guerra civile, la peggiore delle guerre. Quanto a mio padre non provavo il minimo rispetto per lui. A sedici anni ho mollato tutto e me ne sono andato di corsa. Mi sono detto: è troppo! Volevo chiudere con tuffo. Quando si cominciano ad avere delle idee nere sulla vita, la vita "borghese", la vita secondo i genitori, secondo Eton, la vita non è più neanche un'ombra di vita.

Lei cita George Orwell nelle sue memorie, anche lui è passato per Eton.

Lo ha detestato anche lui, quanto me. E come lui io ho cercato di sputare fuori tutto, di espellerlo, di purgarmi, di trovare qualcosa di più sano.

Chi ha voglia di scrivere non ha necessariamente bisogno di rifiutare così radicalmente, se non la famiglia, almeno il suo ambiente. Evelyn Waugh, a esempio...

Tra lui e me le differenze sono enormi. Il che non mi impedisce di ammirarlo come uno dei migliori scrittori inglesi dei nostri tempi. Lui ci teneva alla "vita da castello", a me invece disgustava. Waugh voleva allo stesso tempo sia lo snobismo che la verità. E c'è riuscito, attenzione: cos'è che non ha messo a nudo! Quello che volevo fare io non era di demolire checchessia, volevo andare più in là, scendere "nella strada", seguire il mio istinto. E raro che ci si sbagli, quando lo si segue veramente. Un'altra cosa, dato che prendiamo Waugh come parametro: lui era essenzialmente incentrato sull'Inghilterra. Per quello che mi concerne, e può darsi che questo mi venga da parte di mia madre con le sue ascendenze americano-giudeo-polacche, io morivo dalla voglia di andarmene, di viaggiare, di andare a vedere altri posti, in Spagna, in Italia, in Francia, insomma che cosa succedeva al di là della Manica.

Cominciamo dal principio...

In Spagna, era al tempo di Franco, all'inizio degli anni cinquanta. Abitavo a Salamanca, ero "fidanzato" a una ragazza del quartiere, i borghesi avevano voglia di belle auto, che non si trovavano facilmente sul mercato: c'erano tasse enormi. Ne importavo dall'Inghilterra, delle Ford o auto di quel tipo, fino a Gibilterra. Poi le facevo passare in Spagna. Non c'era che un posto di frontiera, La Linea, ma con il mio passaporto britannico cosa potevano dirmi i doganieri? Targhe, certificati, era tutto in regola. In poche parole, mi trovavo a cambiare auto molto frequentemente...

Molte auto, un po' di traffici...

Un po'... parecchi! E poi, quando cominciavo a sentire puzza di bruciato, sono partito per Tangeri. 

A cosa fare?

Per tenermi un po' in disparte...

E la scrittura, durante tutto questo? 

Ma certo! Avevo già cominciato. Prima della Spagna. A Londra, a Chelsea, avevo un appartamento con un amico, giornalista al Sunday Express. Una notte, o meglio un mattino, rientrando da una festa, mi chiese: "Cosa fai nella tua stanza? Continuo a sentire il clac-clac di una macchina da scrivere, scrivi un romanzo o che?" Pardi! gli ho risposto. Lui ha letto tre righe e mi ha detto: "Fermo lì! Se vuoi farlo seriamente, taglia a fondo, niente lungaggini."... È il solo vero consiglio letterario che abbia mai ricevuto. Poi, tutto quello che avevo scritto prima, l'ho usato per accendere il fuoco. D'altronde qui nessuno ne voleva sapere.

Fino a Crème anglaise.

Sì, nel 1962, al mio ritorno da New York dove avevo ero stato un anno. Un anno giusto. 

Cosa faceva lì?

Dio solo lo sa... Mi sono sposato lì per la prima volta. Facevo dei lavoretti nel campo editoriale, vendite per corrispondenza, traduzione dallo spagnolo per delle riviste da due soldi. E soprattutto mi guardavo quella città, instancabilmente.

Lei ha lavorato per i fratelli Kray che sono sotto chiave da più di vent'anni per essere stati a Londra, i capi della mala.

Esatto. In realtà è cominciato tutto il primo dell'anno 1960. lo ero sbarcato a Bristol arrivando da New York. Ero in bolletta, avevo appena di che pagarmi il biglietto del treno per Londra. Mi sono precipitato al French Pub, e ho incontrato un vecchio amico, dei tempi di Eton, che si era lanciato nelle truffe ad alto livello. Mi ha proposto 'un lavoretto": quella sera stessa ero diventato titolare di cinque ditte di costruzioni edili, delle società di cartapesta... E dietro, da lontano, ma al comando di tutta l'operazione, c'erano i fratelli Kray, i "gemelli".

Si è scritto molto sui fratelli Kray, hanno anche girato un film su di loro. Com'erano?

Quel tipo di persone di fronte ai quali si diventa cadaveri. Controllavano tutto l'East End, metà della città. Il resto, la parte sud, era dei Richardson. Ma l'East End, il gioco, la prostituzione, erano in mano loro. Avevano tutto in pugno.

Soho, la mala, tutte cose che lei conosceva come le sue tasche. È stato venditore di riviste pomo, ha fatto per un po' il tassista di notte. Eppure a quell'epoca, gli anni sessanta, lei non ha mai smesso di scrivere. La Rue obscène (Tenants of Dirt Street) ad esempio, o Bombe surprise, un libro molto curioso. E poi, per più di dieci anni, basta, neanche una parola...

Tra ii '73 e l'80, è vero, non ho scritto niente. Ero operaio agricolo, potavo le vigne, tagliavo la legna con i gitani. In Francia. A Bourg, nel Sud-Ovest, nel 'Mezzogiorno meno un quarto", come dicono...

Quindi negli anni che ha passato a Millau ha rinunciato a scrivere?

Stavo nei vigneti tutta la giornata. Un lavoro sfibrante.

E poi ha ricominciato. Con “E morì a occhi aperti”.

E un libro che ho sognato, ma veramente! Era in dicembre, di notte, e faceva un freddo cane! Avevo sei coperte addosso, e le finestre erano incrostate di brina. Mi sono risvegliato di soprassalto. Mi sono detto: questo devo assolutamente scriverlo. Non avevo nessuna voglia di muovermi, bisognava accendere il riscaldamento giù da basso, erano le tre del mattino. Ma avevo paura che mi sfuggisse, era più forte di me. 

Ha dei modelli in letteratura?

Sartre. Quando ero giovane, a una certa epoca, ne potevo recitare pagine intere a memoria. Oppure... dei modelli... Orwell, Dostoievski... Zola, Maupassant. Chandler, ovviamente, Dashiell Hammett. Mi sono chiesto per molto tempo perché gli americani sono molto più forti di noi nel romanzo nero. E senza dubbio perché, molto semplicemente, noi siamo troppo timorosi. Non apriamo abbastanza le cosce...

Il poliziesco francese, il suo riferimento, è Jean-Patrick Manchette, non è così?

Pardi! Mi ricorderò sempre come mi ha accolto a casa sua, una notte a Parigi, sotto una pioggia battente alle quattro del mattino. E sono restato lì da lui per una settimana. L'unica cosa su cui non andavamo d'accordo era la politica. L'impegno, più esattamente. Lui era molto sessantottino. La politica? Lasciala ai fessi, gli dicevo, noi siamo scrittori...

Nelle sue memorie ritorna continuamente su quel romanzo chiave della sua opera, “I was Dora Suarez”, e soprattutto sull'esperienza molto intensa costituita dalla sua scrittura. Una specie di lunga notte, di discesa agli inferi...

Suarez.... Per tutto il tempo in cui l'ho scritto, non sono stato capace di addormentarmi senza una luce accesa! Non faccia l'errore di confondere il Raymond che ha oggi davanti a lei, cordiale con tutti, pieno di entusiasmo, con l'altro Raymond, l'altro me stesso, quello di Suarez. Non è schizoide, è complementare. Suarez, il romanzo nero come lo intendo io, è un po' come se qualcuno - lei, io - facesse una passeggiata in un giardino pubblico una sera al crepuscolo, e si imbattesse all'improvviso in qualcosa d'orribile che lo sgomenta fino al terrore. La catastrofe, la morte. Allora, davanti allo schermo del computer, alla macchina, non resta che una sola cosa da fare: scrivere. Certo, non ci si può immergere a tal punto in una simile esperienza e uscirne incolume, come si era come prima. Non esistono mezze misure.

In The Hidden Files lei parla della schizofrenia ("È la voce della coscienza che perde la ragione."), di Ronald Laing, dei rapporti tra l'arte e la follia. Soprattutto lei scrive: "L'arte (è) un incontro riuscito con l'esistenza, la follia un incontro mancato." Si trovano in lei delle considerazioni che ricordano certi surrealisti, o quel "romantico minore", Alphonse Rabbe, autore de L'Album d'un pessimiste. È pessimista?

Pessimista? E cosa vuol dire? Qui si vive, si muore... è ii contratto generale, non ci sono eccezioni. Certo, se mi guardo intorno, vedo che sono dei cretini che controllano tutto, che sono ai comandi, a! volante... Spesso mi dico: un giorno o l'altro, alla prossima curva, andremo fuori strada. Ma siamo comunque obbligati a operare entro quei parametri, non è così? Mi dice che siamo centinaia di migliaia in queste condizioni? Sicuro che l'esistenza è una corvé, ma non vale la pena di saltare giù dal tetto per questo! E per provare che cosa? La vita, puttana, la adoro! A diciassette anni ero molto più vicino di oggi alla morte, alla tentazione della morte. Perché ho imparato ad apprezzare e affezionarmi alla vita. A diciassette anni non accettavo il fardello che sembrava rappresentare.

Insomma, è abbastanza "filosofo".

Come Brassens. Ecco un filosofo! Aveva una mentalità da vignaiolo, un mestiere che conosco bene, l'ho fatto per molto tempo, in Toscana, in Francia, a Millau. E del resto mi ha sempre appassionato, la filosofia. La metafisica. Mi sarebbe piaciuto arrivare più in là, quando ero studente. Ma nei colleges, qui, non conoscono che la logica. E la logica applicata alla metafisica è come pisciare controvento!

Decisamente, è ancora molto severo con l'Inghilterra...

Non l'Inghilterra, la società inglese... questa sì che non riesco a inquadrarla! Ma mi piacciono molto gli inglesi, i miei "cari compatrioti". Certi almeno. Negli ambienti che frequento io. O gente come Francis Bacon, che ho conosciuto un po'... William Shakespeare, eccellente sceneggiatore del genere "nero", Wilkie Collins, Ted Lewis...

Si è trasferito di nuovo a Londra da tre anni. Perché?

È per mia figlia. Un giorno mi ha detto: "Papà, il tuo argot non va bene, è completamente fuori moda, oggi non si parla più così."... E così eccomi qua! Abito a Willesdon, i sobborghi a nord, un quartiere composto metà da neri, metà da irlandesi, gli inglesi sono piuttosto rari. È abbastanza lurido, ma mi trovo bene. C'è un pub simpatico di fronte a casa mia, lo "Spotted Dog", e la birra non è affatto cara.

La Francia?

È la Francia che mi ha "nutrito". Mi hanno tradotto, il mio aspetto glauco piaceva molto, e poi c'è stato l'adattamento al cinema di due dei miei libri: E morì a occhi aperti e Aprile è il più crudele dei mesi. In Inghilterra non mi conosceva quasi nessuno. E un giorno si sono detti: chi è quel fesso inglese che ha tanto successo laggiù?

Lavora molto?

Più vado avanti con l'età, più mi fa male stare seduto. Da giovane sono andato troppo in giro. E certe cose si pagano.

E quando non lavora?

Bevo. Al troquet. Per distrarmi, per ascoltare gli amici, gli altri. Quello che c'è di buono nella vita dei troquets di notte, dei bar, è che si è tutti "dentro" con la gente, a bere, a dire quello che capita, e si è allo stesso tempo anche "fuori": si può staccare, ci si può astrarre con la mente, lo lo chiamo "andare a teatro". Se mi chiudessi con il mio computer finirei per essere un relitto. Una settimana fa, a Soho, eravamo un gruppetto di artisti e ci siamo fatti rinchiudere nel pub dopo l'orario di chiusura. Siamo usciti verso le nove del mattino. Per andare a fare colazione dall'italiano lì vicino.

Con la bocca impastata?

Senza la bocca impastata, senza le notti in bianco, non ci sarebbero romanzi neri...


Arnould de Liedekerke
(da "Magazine Littéraire" n. 314, ottobre 1993 - traduzione di Marco Vicentini) 

Da sitocomunista.it


Le Musiche
, scelte da Claudio Tesser

Edith Piaff, Non, Je ne regrette rien[Michelle Vancaire/Charles Dumont]
Bruce Springsteen, Racing In The Street[Bruce Springsteen]
Arab Straps, Pyjamas[Arab Straps]
Patrick Bruel, Parlez-Moi D'amour[Jean Lenoir]
Tim Buckley, Dream Letter[Tim Buckley]
Edith Piaff, Heureuse[René Rouzaud/Marguerite Monnot]
St Germain, Rose Rouge[Ludovic Navarre]
Lana Del Rey, Hope Is A Dangerous Thing For A Woman Like Me To Have - But I Have It[Lana Del Rey]
Edith Piaff, Sous Le Ciel de Paris [Jean Drèjac/Hubert Giraud]
Erica Piccotti, Suite for cello solo[Gaspar Cassadò]
Bruce Springsteen, Something In The Night[Bruce Springsteen]

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https://www.sherwood.it/articolo/7809/readbabyread_497_derek_raymond_2 info@sherwood.it (Sherwood Network) https://www.sherwood.it/articolo/7809/readbabyread_497_derek_raymond_2#0
<![CDATA[L’equilibrio perfetto tra canzone d’autore e musica da film di Franz]]>

Il disco d’esordio di FranzDietro a ogni cosa, unisce musica d’autore e spunti classici con felice originalità. In occasione del suo nuovo singolo, Ricordi, abbiamo deciso di chiacchierare con lui di cosa evocano certi suoni nella sua testa, dell’era delle autoproduzioni e di Spotify.

1) Ciao Francesco! Immagina di essere in ascensore con un mega produttore discografico, e di dovergli spiegare chi sei e cosa fai prima che si aprano le porte.

«Direi: “Ciao! Mi chiamo Franz e sono un compositore. Unisco musica da film e canzone d’autore, con uno spirito molto rock. Immagina Brunori Sas che incontra Hans Zimmer, o Paolo Conte che incontra Danny Elfman”… può andare?»

2) Direi di sì. In effetti le tue canzoni, scritte e cantate al piano, sono arrangiate per un ensemble di archi e fiati. Quanto ha influito la tua esperienza con le colonne sonore?

«Moltissimo. Ho la fortuna di avere a disposizione una bellissima palette di suoni e timbri. Ogni strumento ha caratteristiche che lo rendono unico per restituire una certa immagine o emozione. In questo, aver lavorato per le immagini mi ha aiutato moltissimo, così come aver studiato musica sinfonica e opera al conservatorio.»

3) Nel tuo sound, nelle tue liriche c’é qualcosa di sognante che mi ricorda l’arte dell’illustrazione. Sei uno di quei musicisti che “vedono” la musica?

«Grazie, che bel commento! E’ così. Quest’attitudine nasce dall’abitudine di scrivere musica per le immagini. Solo che qui le immagini sono quelle suggerite dai testi. Penso al corno che suona lontano e nostalgico all’inizio de L’America, all’esercito dei barbari cha avanza in Settembre con tutta la sua potenza dissonante, al clarinetto che entra come “il vento da Sud est” nel ritornello sempre di Settembre e così via.»

4) Di cosa racconta il tuo nuovo singolo, Ricordi?

«Raconta di quanto sia difficile dirsi addio, preferendo indulgere nei ricordi. Anche il video racconta, in modo un po’ surreale, questa esperienza molto reale.»


5) Il tuo immaginario è ricco di echi letterari. Settembre ad esempio è un esplicito richiamo a Buzzati. Quali sono i libri che ti hanno influenzato di più?

«Buzzati su tutti. Ma mi piacciono anche autori terra terra. Tra i miei libri preferiti c’è Alta fedeltà. In cui il protagonista cita nella sua lista di libri preferiti un’altro dei miei libri preferiti (perdona lo scioglilingua), Guida Galattica per autostoppisti.»

6) Che ne pensi di Spotify? Aiuta a scoprire nuova musica o induce ascolti rapidi e superficiali?

«Penso sia fantastico poter accedere a qualsiasi pezzo sempre e ovunque. Solo, non dovrebbe essere gratis. E lo dico da utilizzatore quotidiano di Spotify nella versione gratuita… Questo perché i musicisti non guadagnano niente e la musica sembra diventata qualcosa di poco valore. Quando avevo quindici anni potevo permettermi uno/due dischi al mese. Questo limitava gli ascolti, ma quei dischi arrivavi a consumarli, c’era un’attenzione diversa. Ora si gioca tutto nei primi 5-10 secondi… ovvio che vadano i pezzi più semplici.»

7) Qual è secondo te la cosa migliore di essere un musicista nel 2020?

«Il fatto che chiunque possa scrivere, arrangiare, produrre, distribuire e promuovere un disco autonomamente.»

8) E la peggiore?

«Il fatto che chiunque possa scrivere, arrangiare, produrre, distribuire e promuovere un disco autonomamente :-) C’è talmente tanta offerta che è difficile emergere, quindi è più facile che vinca chi fa qualcosa di estremo, o chi la butta in caciara per salire alla ribalta.»

9) Per salutarci, raccontaci una cosa che ti rende felice.

«Beh tantissime cose mi rendono felice: il caffellatte a colazione, guardare i cartoni con i miei figli, passeggiare con Irene facendo progetti, il risotto coi ceci di mia mamma, immaginare i pezzi del prossimo disco e non vedere l’ora di iniziare a registrarli per scoprire che sono diversi da come li avevo in mente, e farmi stupire da quella specie di magia…»

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Il disco d’esordio di FranzDietro a ogni cosa, unisce musica d’autore e spunti classici con felice originalità. In occasione del suo nuovo singolo, Ricordi, abbiamo deciso di chiacchierare con lui di cosa evocano certi suoni nella sua testa, dell’era delle autoproduzioni e di Spotify.

1) Ciao Francesco! Immagina di essere in ascensore con un mega produttore discografico, e di dovergli spiegare chi sei e cosa fai prima che si aprano le porte.

«Direi: “Ciao! Mi chiamo Franz e sono un compositore. Unisco musica da film e canzone d’autore, con uno spirito molto rock. Immagina Brunori Sas che incontra Hans Zimmer, o Paolo Conte che incontra Danny Elfman”… può andare?»

2) Direi di sì. In effetti le tue canzoni, scritte e cantate al piano, sono arrangiate per un ensemble di archi e fiati. Quanto ha influito la tua esperienza con le colonne sonore?

«Moltissimo. Ho la fortuna di avere a disposizione una bellissima palette di suoni e timbri. Ogni strumento ha caratteristiche che lo rendono unico per restituire una certa immagine o emozione. In questo, aver lavorato per le immagini mi ha aiutato moltissimo, così come aver studiato musica sinfonica e opera al conservatorio.»

3) Nel tuo sound, nelle tue liriche c’é qualcosa di sognante che mi ricorda l’arte dell’illustrazione. Sei uno di quei musicisti che “vedono” la musica?

«Grazie, che bel commento! E’ così. Quest’attitudine nasce dall’abitudine di scrivere musica per le immagini. Solo che qui le immagini sono quelle suggerite dai testi. Penso al corno che suona lontano e nostalgico all’inizio de L’America, all’esercito dei barbari cha avanza in Settembre con tutta la sua potenza dissonante, al clarinetto che entra come “il vento da Sud est” nel ritornello sempre di Settembre e così via.»

4) Di cosa racconta il tuo nuovo singolo, Ricordi?

«Raconta di quanto sia difficile dirsi addio, preferendo indulgere nei ricordi. Anche il video racconta, in modo un po’ surreale, questa esperienza molto reale.»


5) Il tuo immaginario è ricco di echi letterari. Settembre ad esempio è un esplicito richiamo a Buzzati. Quali sono i libri che ti hanno influenzato di più?

«Buzzati su tutti. Ma mi piacciono anche autori terra terra. Tra i miei libri preferiti c’è Alta fedeltà. In cui il protagonista cita nella sua lista di libri preferiti un’altro dei miei libri preferiti (perdona lo scioglilingua), Guida Galattica per autostoppisti.»

6) Che ne pensi di Spotify? Aiuta a scoprire nuova musica o induce ascolti rapidi e superficiali?

«Penso sia fantastico poter accedere a qualsiasi pezzo sempre e ovunque. Solo, non dovrebbe essere gratis. E lo dico da utilizzatore quotidiano di Spotify nella versione gratuita… Questo perché i musicisti non guadagnano niente e la musica sembra diventata qualcosa di poco valore. Quando avevo quindici anni potevo permettermi uno/due dischi al mese. Questo limitava gli ascolti, ma quei dischi arrivavi a consumarli, c’era un’attenzione diversa. Ora si gioca tutto nei primi 5-10 secondi… ovvio che vadano i pezzi più semplici.»

7) Qual è secondo te la cosa migliore di essere un musicista nel 2020?

«Il fatto che chiunque possa scrivere, arrangiare, produrre, distribuire e promuovere un disco autonomamente.»

8) E la peggiore?

«Il fatto che chiunque possa scrivere, arrangiare, produrre, distribuire e promuovere un disco autonomamente :-) C’è talmente tanta offerta che è difficile emergere, quindi è più facile che vinca chi fa qualcosa di estremo, o chi la butta in caciara per salire alla ribalta.»

9) Per salutarci, raccontaci una cosa che ti rende felice.

«Beh tantissime cose mi rendono felice: il caffellatte a colazione, guardare i cartoni con i miei figli, passeggiare con Irene facendo progetti, il risotto coi ceci di mia mamma, immaginare i pezzi del prossimo disco e non vedere l’ora di iniziare a registrarli per scoprire che sono diversi da come li avevo in mente, e farmi stupire da quella specie di magia…»

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<![CDATA[Cultdown - Episodio 3]]>

La terza puntata di Cultdown: le interviste che danno voce al mondo della cultura e dell'intrattenimento.

Michela Marzano, filosofa, autrice e accademica, ha passato il lockdown a Parigi, dove vive e insegna. Ci sono mancate le parole per raccontare quello che succedeva, dice. Forse la distanza potrà aiutare. Con Federica Pennelli (Radio Sherwood) e Andrea Sesta (NOOS TV), Michela Marzano ha riflettuto sulla crisi economica (e creativa) e sulle disparità che questi mesi hanno evidenziato.

Poi, dal lockdown ne siamo usciti migliori di come ne siamo entrati? 

E se no, perché? Ma c’è qualcosa che abbiamo imparato dai mesi passati?

Guardate il video per scoprirlo!

"Cultdown" è un progetto corale di Radio Sherwood e di NOOS TV, in onda ogni mercoledì, alle ore 16.00.

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La terza puntata di Cultdown: le interviste che danno voce al mondo della cultura e dell'intrattenimento.

Michela Marzano, filosofa, autrice e accademica, ha passato il lockdown a Parigi, dove vive e insegna. Ci sono mancate le parole per raccontare quello che succedeva, dice. Forse la distanza potrà aiutare. Con Federica Pennelli (Radio Sherwood) e Andrea Sesta (NOOS TV), Michela Marzano ha riflettuto sulla crisi economica (e creativa) e sulle disparità che questi mesi hanno evidenziato.

Poi, dal lockdown ne siamo usciti migliori di come ne siamo entrati? 

E se no, perché? Ma c’è qualcosa che abbiamo imparato dai mesi passati?

Guardate il video per scoprirlo!

"Cultdown" è un progetto corale di Radio Sherwood e di NOOS TV, in onda ogni mercoledì, alle ore 16.00.

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<![CDATA[Nicolò Targhetta - "Lei" Intervista con l'autore BeccoGiallo Edizioni (2020)]]>

Intervista a Nicolò Targhetta sul romanzo "Lei" - 2020 BeccoGiallo EdizioniNicolò è un giovane autore con un forte successo nei social, una scrittura brillante e divertente, esce e ci presenta il suo primo romanzo con BeccoGiallo "Lei" storia di una crisi dei trent'anni, di un viaggio nell'io e nel bisogno di capirsi capire.
Ronan Keating - When You Say Nothing At All

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Intervista a Nicolò Targhetta sul romanzo "Lei" - 2020 BeccoGiallo EdizioniNicolò è un giovane autore con un forte successo nei social, una scrittura brillante e divertente, esce e ci presenta il suo primo romanzo con BeccoGiallo "Lei" storia di una crisi dei trent'anni, di un viaggio nell'io e nel bisogno di capirsi capire.
Ronan Keating - When You Say Nothing At All

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https://www.sherwood.it/articolo/7847/nicolo-targhetta-lei-intervista-con-lautore-beccogiallo-edizioni-2020 info@sherwood.it (Sherwood Network) https://www.sherwood.it/articolo/7847/nicolo-targhetta-lei-intervista-con-lautore-beccogiallo-edizioni-2020#0
<![CDATA[Una balena bianca specializzata in letture per l'infanzia nel cuore del Trentino]]>

Per ampliare anche al di là della realtà padovana lo sguardo delle librerie indipendenti su ciò che è successo in questi mesi di pandemia, approdiamo ora alla libreria Moby Dick di Caldonazzo, in Trentino. Abbiamo fatto due chiacchiere con Pino, il proprietario, per capire cosa vuol dire aprire una piccola libreria in un paese.

Iniziamo con due parole per presentarvi, e per presentare la vostra libreria.

«L’abbiamo aperta nel 2012, nei primi anni ci lavoravo soprattutto io, con qualche collaboratore occasionale. Ora se ne occupa soprattutto mio figlio, ho passato il testimone a lui per dedicarmi ad altro, ma ogni tanto trovate anche me in libreria.»

Cosa vi ha spinti a imbarcarvi in questo progetto dentro una realtà così particolare, come può essere quella di un piccolo paese?

«È una storia un po' singolare; io e mia moglie abbiamo entrambi un altro lavoro, quindi la libreria non è la nostra attività principale. Inoltre, siamo proprietari del locale, cosa che ha senz’altro aiutato, non so se lo avremmo fatto senza queste condizioni di partenza. Quello che ci ha spinti è stata la passione per i libri, non solo come lettori ma anche per lavoro. Il fatto che ci troviamo a Caldonazzo è un po' casuale, in realtà. Abbiamo abitato in molti posti e qui abbiamo trovato il luogo adatto per portare avanti un progetto di vita.»

Credete ci siano differenze tra l’aprire una libreria indipendente in un paese rispetto alla dimensione della città?

«Credo che per aprire una libreria indipendente in una città ci voglia una convinzione molto più forte, perché è davvero facile trovare ed affidarsi alle catene di franchising. In paese la situazione è diversa: ovviamente non può essere troppo piccolo, credo che Caldonazzo sia proprio della grandezza minima. Poi è sicuramente necessario riuscire a proporre alla popolazione un qualcosa di particolare, il progetto non può fermarsi all’apertura.

In questo senso il nostro punto di forza è da sempre la letteratura per l’infanzia e per ragazzi, ci conoscono anche da fuori per questo. Curiamo molto di più questo settore, magari a discapito di una ricerca più attenta e approfondita in altri ambiti, forse più intellettuali, diciamo così. Finora è una scelta che è stata premiata.»

Avete scelto questo focus per un motivo particolare?

«A me piacerebbe che i giovani riscoprissero il piacere della lettura. È vero quello che diceva Umberto Eco, "chi legge può vivere cinquemila vite”. E soprattutto leggere aiuta a formarsi delle idee, delle opinioni, e quindi a stare dentro alla società. La lettura diventa uno strumento, una palestra. E poi non c’è solo il libro, ma tutto quello che lo circonda, tutto il mondo della cultura, dai festival alle librerie alle case editrici. Invece mi sembra che le nuove generazioni, gli adolescenti e i giovani adulti di oggi, abbiamo perso l’interesse nei confronti della lettura, per trasferirlo forse sui social. Bisognerebbe fare in modo che questi due mondi si parlino. Di sicuro con il nostro impegno nella selezione dei libri per l’infanzia tentiamo di far riscoprire ai bambini e ai ragazzi l’amore per le storie, sperando poi che da adulti lo mantengano.

Poi, c’è da dire che negli ultimi dieci anni si è vista una crescita in questo settore; forse i genitori nati negli anni ’80 e ’90, essendo stati loro stessi lettori, sono riusciti a far appassionare anche i figli, e questo si vede nei risultati delle vendite.»

Qual è il rapporto con il territorio e con la popolazione, e quanto è importante?

«Ci sono persone che vengono da noi da otto anni, perché ci conoscono e sanno cosa possono trovare. Ancora una volta, credo che sia stato l’esserci specializzati in un settore particolare che ci ha salvati, perché difficilmente un cliente che viene da noi potrà trovare nelle vicinanze una scelta paragonabile alla nostra. Abbiamo quindi messo in atto una sorta di fidelizzazione del prodotto. E ha funzionato, siamo aperti da otto anni e forse nemmeno noi ci speravamo!»

E il rapporto con altre librerie presenti in Valsugana?

«Il rapporto fra librerie, nella mia esperienza, è un po' difficile, ognuno è geloso del proprio orticello. Non abbiamo grandi contatti, in realtà, forse proprio perché ci occupiamo per lo più di libri per l’infanzia e quindi diventa difficile entrare in contatto con realtà che si occupano di tematiche più politiche, più sociali. Ci piacerebbe, ma abbiamo preso questa linea e per ora la manteniamo.

Come avete affrontato questo periodo di lockdown e che ripercussioni ha avuto sulla libreria?

«Se posso dare un parere personale, sono rimasto molto sorpreso dalla scelta di chiudere le librerie. Ci saremmo aspettati un’attenzione un po' diversa da parte delle autorità nazionali, ma soprattutto provinciali, che hanno dimostrato secondo me di non conoscere bene il territorio da questo punto di vista. In Trentino ci sono solo otto librerie, nelle valli tutte le altre sono cartolerie che vendono anche libri, e che quindi hanno potuto aprire prima. La chiusura non ha fatto altro che penalizzare questi otto esercizi. Mi è parsa una scelta un po' strana, che è andata a favorire alcuni a discapito di altri. Anche dopo il 14 aprile, data in cui a livello nazionale le librerie avrebbero potuto riaprire, in Trentino la giunta ha deciso di prolungarne la chiusura. Quella è stata secondo me una decisione puramente politica, e non dettata da reale necessità di misure di sicurezza.

E poi dobbiamo considerare anche la valenza sociale del libro, che è un oggetto fatto per lo spirito e per la compagnia, quindi quale momento migliore per poter offrire la possibilità di approcciarsi alla lettura. Credo che l’indifferenza nei confronti delle librerie dimostri che il libro è diventato un oggetto sconosciuto ai più.

Considerato questo, l’abbiamo passata bene! Abbiamo fatto qualche consegna a domicilio, e poi ne abbiamo approfittato per rivedere la nostra offerta e anche per adeguare gli spazi in vista dell’apertura.»

L’ultimo ddl limita gli sconti applicabili in copertina. È un provvedimento che secondo voi avrà degli effetti sulle librerie indipendenti?

«Assolutamente sì, io sono sempre stato favorevole a questo provvedimento e non sono mai riuscito a comprendere le critiche che sono state mosse. A parer mio, è un provvedimento che va a danneggiare Amazon, e quindi inevitabilmente favorirà in qualche modo le piccole librerie. L’aiuto principale viene però dal “bonus librerie”, che è il terzo anno ormai che viene riconfermato, grazie a cui si può avere uno sconto fiscale legato a vari costi (contributi, affitto, etc.). In Francia esiste da vent’anni e, considerando che allo Stato non costa praticamente nulla, essendo dedicato solo alle piccole librerie, ci si poteva pensare anche prima. Io credo che sia soprattutto questo che sta salvando molte librerie indipendenti.»

Quali sono, in termini di riforme, le vostre speranze per il futuro?

«Si sta parlando ora anche della detrazione fiscale per l’acquisto di libri. Anche quello può essere un aiuto importante. Secondo me bisogna considerare che la libreria non è un negozio qualsiasi, poiché vi si vendono libri, che alla fine sono idee. Vuol dire fare cultura, ovvero promuovere un’attenzione verso il sapere, verso la conoscenza, che è un aspetto fondamentale di una cittadinanza attiva. Se c’è tanta attenzione verso le biblioteche, queste attenzioni dovrebbero essere rivolte anche alle librerie, che sono alla fine lo specchio privato delle biblioteche. Ma forse tanti aspetti di questa conoscenza danno fastidio.

Poi quello che auspico è certamente un alleggerimento della burocrazia. Troppe volte mi è capitato di pensare “Ma chi me lo fa fare?!”. Corsi sulla sicurezza, formazione dei dipendenti… prendono tanto, e non solo a livello economico, ma soprattutto di tempo. Sono tutti procedimenti che, se vanno bene per una grossa azienda, per un negozio piccolo si rivelano più che altro dei costi paradossali.»

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Per ampliare anche al di là della realtà padovana lo sguardo delle librerie indipendenti su ciò che è successo in questi mesi di pandemia, approdiamo ora alla libreria Moby Dick di Caldonazzo, in Trentino. Abbiamo fatto due chiacchiere con Pino, il proprietario, per capire cosa vuol dire aprire una piccola libreria in un paese.

Iniziamo con due parole per presentarvi, e per presentare la vostra libreria.

«L’abbiamo aperta nel 2012, nei primi anni ci lavoravo soprattutto io, con qualche collaboratore occasionale. Ora se ne occupa soprattutto mio figlio, ho passato il testimone a lui per dedicarmi ad altro, ma ogni tanto trovate anche me in libreria.»

Cosa vi ha spinti a imbarcarvi in questo progetto dentro una realtà così particolare, come può essere quella di un piccolo paese?

«È una storia un po' singolare; io e mia moglie abbiamo entrambi un altro lavoro, quindi la libreria non è la nostra attività principale. Inoltre, siamo proprietari del locale, cosa che ha senz’altro aiutato, non so se lo avremmo fatto senza queste condizioni di partenza. Quello che ci ha spinti è stata la passione per i libri, non solo come lettori ma anche per lavoro. Il fatto che ci troviamo a Caldonazzo è un po' casuale, in realtà. Abbiamo abitato in molti posti e qui abbiamo trovato il luogo adatto per portare avanti un progetto di vita.»

Credete ci siano differenze tra l’aprire una libreria indipendente in un paese rispetto alla dimensione della città?

«Credo che per aprire una libreria indipendente in una città ci voglia una convinzione molto più forte, perché è davvero facile trovare ed affidarsi alle catene di franchising. In paese la situazione è diversa: ovviamente non può essere troppo piccolo, credo che Caldonazzo sia proprio della grandezza minima. Poi è sicuramente necessario riuscire a proporre alla popolazione un qualcosa di particolare, il progetto non può fermarsi all’apertura.

In questo senso il nostro punto di forza è da sempre la letteratura per l’infanzia e per ragazzi, ci conoscono anche da fuori per questo. Curiamo molto di più questo settore, magari a discapito di una ricerca più attenta e approfondita in altri ambiti, forse più intellettuali, diciamo così. Finora è una scelta che è stata premiata.»

Avete scelto questo focus per un motivo particolare?

«A me piacerebbe che i giovani riscoprissero il piacere della lettura. È vero quello che diceva Umberto Eco, "chi legge può vivere cinquemila vite”. E soprattutto leggere aiuta a formarsi delle idee, delle opinioni, e quindi a stare dentro alla società. La lettura diventa uno strumento, una palestra. E poi non c’è solo il libro, ma tutto quello che lo circonda, tutto il mondo della cultura, dai festival alle librerie alle case editrici. Invece mi sembra che le nuove generazioni, gli adolescenti e i giovani adulti di oggi, abbiamo perso l’interesse nei confronti della lettura, per trasferirlo forse sui social. Bisognerebbe fare in modo che questi due mondi si parlino. Di sicuro con il nostro impegno nella selezione dei libri per l’infanzia tentiamo di far riscoprire ai bambini e ai ragazzi l’amore per le storie, sperando poi che da adulti lo mantengano.

Poi, c’è da dire che negli ultimi dieci anni si è vista una crescita in questo settore; forse i genitori nati negli anni ’80 e ’90, essendo stati loro stessi lettori, sono riusciti a far appassionare anche i figli, e questo si vede nei risultati delle vendite.»

Qual è il rapporto con il territorio e con la popolazione, e quanto è importante?

«Ci sono persone che vengono da noi da otto anni, perché ci conoscono e sanno cosa possono trovare. Ancora una volta, credo che sia stato l’esserci specializzati in un settore particolare che ci ha salvati, perché difficilmente un cliente che viene da noi potrà trovare nelle vicinanze una scelta paragonabile alla nostra. Abbiamo quindi messo in atto una sorta di fidelizzazione del prodotto. E ha funzionato, siamo aperti da otto anni e forse nemmeno noi ci speravamo!»

E il rapporto con altre librerie presenti in Valsugana?

«Il rapporto fra librerie, nella mia esperienza, è un po' difficile, ognuno è geloso del proprio orticello. Non abbiamo grandi contatti, in realtà, forse proprio perché ci occupiamo per lo più di libri per l’infanzia e quindi diventa difficile entrare in contatto con realtà che si occupano di tematiche più politiche, più sociali. Ci piacerebbe, ma abbiamo preso questa linea e per ora la manteniamo.

Come avete affrontato questo periodo di lockdown e che ripercussioni ha avuto sulla libreria?

«Se posso dare un parere personale, sono rimasto molto sorpreso dalla scelta di chiudere le librerie. Ci saremmo aspettati un’attenzione un po' diversa da parte delle autorità nazionali, ma soprattutto provinciali, che hanno dimostrato secondo me di non conoscere bene il territorio da questo punto di vista. In Trentino ci sono solo otto librerie, nelle valli tutte le altre sono cartolerie che vendono anche libri, e che quindi hanno potuto aprire prima. La chiusura non ha fatto altro che penalizzare questi otto esercizi. Mi è parsa una scelta un po' strana, che è andata a favorire alcuni a discapito di altri. Anche dopo il 14 aprile, data in cui a livello nazionale le librerie avrebbero potuto riaprire, in Trentino la giunta ha deciso di prolungarne la chiusura. Quella è stata secondo me una decisione puramente politica, e non dettata da reale necessità di misure di sicurezza.

E poi dobbiamo considerare anche la valenza sociale del libro, che è un oggetto fatto per lo spirito e per la compagnia, quindi quale momento migliore per poter offrire la possibilità di approcciarsi alla lettura. Credo che l’indifferenza nei confronti delle librerie dimostri che il libro è diventato un oggetto sconosciuto ai più.

Considerato questo, l’abbiamo passata bene! Abbiamo fatto qualche consegna a domicilio, e poi ne abbiamo approfittato per rivedere la nostra offerta e anche per adeguare gli spazi in vista dell’apertura.»

L’ultimo ddl limita gli sconti applicabili in copertina. È un provvedimento che secondo voi avrà degli effetti sulle librerie indipendenti?

«Assolutamente sì, io sono sempre stato favorevole a questo provvedimento e non sono mai riuscito a comprendere le critiche che sono state mosse. A parer mio, è un provvedimento che va a danneggiare Amazon, e quindi inevitabilmente favorirà in qualche modo le piccole librerie. L’aiuto principale viene però dal “bonus librerie”, che è il terzo anno ormai che viene riconfermato, grazie a cui si può avere uno sconto fiscale legato a vari costi (contributi, affitto, etc.). In Francia esiste da vent’anni e, considerando che allo Stato non costa praticamente nulla, essendo dedicato solo alle piccole librerie, ci si poteva pensare anche prima. Io credo che sia soprattutto questo che sta salvando molte librerie indipendenti.»

Quali sono, in termini di riforme, le vostre speranze per il futuro?

«Si sta parlando ora anche della detrazione fiscale per l’acquisto di libri. Anche quello può essere un aiuto importante. Secondo me bisogna considerare che la libreria non è un negozio qualsiasi, poiché vi si vendono libri, che alla fine sono idee. Vuol dire fare cultura, ovvero promuovere un’attenzione verso il sapere, verso la conoscenza, che è un aspetto fondamentale di una cittadinanza attiva. Se c’è tanta attenzione verso le biblioteche, queste attenzioni dovrebbero essere rivolte anche alle librerie, che sono alla fine lo specchio privato delle biblioteche. Ma forse tanti aspetti di questa conoscenza danno fastidio.

Poi quello che auspico è certamente un alleggerimento della burocrazia. Troppe volte mi è capitato di pensare “Ma chi me lo fa fare?!”. Corsi sulla sicurezza, formazione dei dipendenti… prendono tanto, e non solo a livello economico, ma soprattutto di tempo. Sono tutti procedimenti che, se vanno bene per una grossa azienda, per un negozio piccolo si rivelano più che altro dei costi paradossali.»

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<![CDATA[Sport alla Rovescia - Puntata 27]]>
Mentre il caldo estivo comincia a piegare i fisici degli sportivi e degli speaker torniamo con questa 27 puntata ricca di notizie.
Parliamo della vergognosa situazione del Livorno Calcio, del ritorno dell'NBA e del  basket giocato, arrivano a conclusioni i primi trofei della stagione coi complimenti alla Juventus Women di Sara Gama al terzo titolo consecutivo e la Liverpool di Klopp che torna a vincere dopo 30 anni. Pino ci fa il punto dei Motorsport ormai pronti all'avvio. In coda una piccola analisi sul problema della discriminazione razziale nel mondo dei manager e tecnici calcistici.
 
 
La Vela Puerca - Zafar
 
Rodrigo Y Gabrila - Tancun
 
Gerry & the Pacemakers - You'll Never Walk Alone
 
Andrew W. K. - Ready to Die
 
Blink 182 - Darkside
 
A-Ha - Take on Me
 
Måneskin - Vengo dalla Luna
 
Lucio Leoni - A me mi
 
 
 
 
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Mentre il caldo estivo comincia a piegare i fisici degli sportivi e degli speaker torniamo con questa 27 puntata ricca di notizie.
Parliamo della vergognosa situazione del Livorno Calcio, del ritorno dell'NBA e del  basket giocato, arrivano a conclusioni i primi trofei della stagione coi complimenti alla Juventus Women di Sara Gama al terzo titolo consecutivo e la Liverpool di Klopp che torna a vincere dopo 30 anni. Pino ci fa il punto dei Motorsport ormai pronti all'avvio. In coda una piccola analisi sul problema della discriminazione razziale nel mondo dei manager e tecnici calcistici.
 
 
La Vela Puerca - Zafar
 
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<![CDATA[Padova Reggae Summer 2020]]>

A Luglio, nel giardino estivo del CSO Pedro, avremo il piacere di dare vita ad una piccola rassegna dedicata alla musica Reggae. Un genere musicale che in questi ultimi 15 anni ha segnato indelebilmente la nostra città partendo proprio dalle mura del CSO Pedro e dalle selezioni di BomChilom Sound. Un connubio ormai riconosciuto ed apprezzato in tutto il panorama nazionale ed europeo che non poteva non far ballare Padova anche in questa strana estate 2020.


BomChilom Sound
& Cso Pedro present:


Padova Reggae Summer 2020


Sabato 04 Luglio | Dalle 19.00 alle 23.00

BomChilom + Jungle Fever 


Sabato 11 Luglio | Dalle 19.00 alle 23.00

BomChilom + BaddestGyal


Sabato 25 Luglio | Dalle 19.00 alle 23.00

BomChilom + Mr.Robinson (100% Vinyls)


C.S.O. Pedro - Via Ticino, 5 - Padova

- Dal Mercoledi al Sabato il CSO Pedro è aperto dalle 18 alle 24
- Pizzeria e Bar sono aperti
- L'ingresso è gratuito

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A Luglio, nel giardino estivo del CSO Pedro, avremo il piacere di dare vita ad una piccola rassegna dedicata alla musica Reggae. Un genere musicale che in questi ultimi 15 anni ha segnato indelebilmente la nostra città partendo proprio dalle mura del CSO Pedro e dalle selezioni di BomChilom Sound. Un connubio ormai riconosciuto ed apprezzato in tutto il panorama nazionale ed europeo che non poteva non far ballare Padova anche in questa strana estate 2020.


BomChilom Sound
& Cso Pedro present:


Padova Reggae Summer 2020


Sabato 04 Luglio | Dalle 19.00 alle 23.00

BomChilom + Jungle Fever 


Sabato 11 Luglio | Dalle 19.00 alle 23.00

BomChilom + BaddestGyal


Sabato 25 Luglio | Dalle 19.00 alle 23.00

BomChilom + Mr.Robinson (100% Vinyls)


C.S.O. Pedro - Via Ticino, 5 - Padova

- Dal Mercoledi al Sabato il CSO Pedro è aperto dalle 18 alle 24
- Pizzeria e Bar sono aperti
- L'ingresso è gratuito

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https://www.sherwood.it/articolo/7841/padova-reggae-summer-2020 info@sherwood.it (Sherwood Network) https://www.sherwood.it/articolo/7841/padova-reggae-summer-2020
<![CDATA[Tutti i DJ-Set al C.S.O. Pedro]]>

Pedro Summer Edition 2020

Quest'estate abbiamo deciso di aprire il nostro centro sociale con un nuovo format, per dare a tutti l'occasione di passare l'estate in compagnia e non rinunciare alla socialità in sicurezza. Nel rispetto delle norme anti-contagio abbiamo deciso di aprire il giardino del Pedro, con la possibilità di consumare un aperitivo e di assaggiare i nostri spunciotti autoprodotti con la collaborazione del mercatino biologico Campi Colti, di mangiare ancora una volta la buonissima pizza fatta dai nostri pizzaioli e pizzaiole, e di partecipare ai vari eventi musicali e culturali che stiamo organizzando.


Vi aspettiamo dal Mercoledi al Sabato dalle 18 alle 24

C.S.O. Pedro - Via Ticino, 5 - Padova

Ingresso gratuito


Tutti i DJ-Set di Luglio/Agosto


Venerdi 03 Luglio | Dalle 19 alle 23

The Mojos (Surf, Soul, R&B, Rock, Calypso)

www.facebook.com/The-Mojos-466934233371721


Sabato 04 Luglio | Dalle 19 alle 23

Padova Reggae Summer #1:

www.facebook.com/events/731889840902167

BomChilom + Jungle Fever (Reggae)

www.facebook.com/bomchilom

www.facebook.com/junglefeversound


Venerdi 10 Luglio | Dalle 19 alle 23

Momostock (Rock & dintorni)

www.facebook.com/momostock


Sabato 11 Luglio | Dalle 19 alle 23

Padova Reggae Summer #2:

www.facebook.com/events/731889840902167

BomChilom + BaddestGyal (Reggae)

www.facebook.com/bomchilom

www.facebook.com/BaddestGyalSound


Venerdi 17 Luglio | Dalle 19 alle 23

Indica presenta: FDP Sistema + No Joke Radio (Black Music)

www.facebook.com/indicaradiosherwood

www.facebook.com/fdpsistema

www.facebook.com/nojokeradio


Sabato 18 Luglio | Dalle 19 alle 23

Chiuso


Venerdi 24 Luglio | Dalle 19 alle 23

DJ Plaku & DJ Pinzee (Hip-Hop, Funk, Rare Grooves)

www.facebook.com/Dj-Plaku-289898784462091

www.facebook.com/pinzee.zee


Sabato 25 Luglio | Dalle 19 alle 23

Padova Reggae Summer #3:

www.facebook.com/events/731889840902167

BomChilom + MR. Robinson - 100% a Vinili (Reggae)

www.facebook.com/bomchilom

www.facebook.com/misterobinson69


Venerdi 31 Luglio | Dalle 19 alle 23

Dinozer (Revival '70-'80)

www.facebook.com/dinozer


Sabato 01 Agosto | Dalle 19 alle 23

Bad Vibes feat. DJ Linch (Drum'N'Bass & Scratches)

www.facebook.com/djlinch

www.facebook.com/badvibesdnb

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Pedro Summer Edition 2020

Quest'estate abbiamo deciso di aprire il nostro centro sociale con un nuovo format, per dare a tutti l'occasione di passare l'estate in compagnia e non rinunciare alla socialità in sicurezza. Nel rispetto delle norme anti-contagio abbiamo deciso di aprire il giardino del Pedro, con la possibilità di consumare un aperitivo e di assaggiare i nostri spunciotti autoprodotti con la collaborazione del mercatino biologico Campi Colti, di mangiare ancora una volta la buonissima pizza fatta dai nostri pizzaioli e pizzaiole, e di partecipare ai vari eventi musicali e culturali che stiamo organizzando.


Vi aspettiamo dal Mercoledi al Sabato dalle 18 alle 24

C.S.O. Pedro - Via Ticino, 5 - Padova

Ingresso gratuito


Tutti i DJ-Set di Luglio/Agosto


Venerdi 03 Luglio | Dalle 19 alle 23

The Mojos (Surf, Soul, R&B, Rock, Calypso)

www.facebook.com/The-Mojos-466934233371721


Sabato 04 Luglio | Dalle 19 alle 23

Padova Reggae Summer #1:

www.facebook.com/events/731889840902167

BomChilom + Jungle Fever (Reggae)

www.facebook.com/bomchilom

www.facebook.com/junglefeversound


Venerdi 10 Luglio | Dalle 19 alle 23

Momostock (Rock & dintorni)

www.facebook.com/momostock


Sabato 11 Luglio | Dalle 19 alle 23

Padova Reggae Summer #2:

www.facebook.com/events/731889840902167

BomChilom + BaddestGyal (Reggae)

www.facebook.com/bomchilom

www.facebook.com/BaddestGyalSound


Venerdi 17 Luglio | Dalle 19 alle 23

Indica presenta: FDP Sistema + No Joke Radio (Black Music)

www.facebook.com/indicaradiosherwood

www.facebook.com/fdpsistema

www.facebook.com/nojokeradio


Sabato 18 Luglio | Dalle 19 alle 23

Chiuso


Venerdi 24 Luglio | Dalle 19 alle 23

DJ Plaku & DJ Pinzee (Hip-Hop, Funk, Rare Grooves)

www.facebook.com/Dj-Plaku-289898784462091

www.facebook.com/pinzee.zee


Sabato 25 Luglio | Dalle 19 alle 23

Padova Reggae Summer #3:

www.facebook.com/events/731889840902167

BomChilom + MR. Robinson - 100% a Vinili (Reggae)

www.facebook.com/bomchilom

www.facebook.com/misterobinson69


Venerdi 31 Luglio | Dalle 19 alle 23

Dinozer (Revival '70-'80)

www.facebook.com/dinozer


Sabato 01 Agosto | Dalle 19 alle 23

Bad Vibes feat. DJ Linch (Drum'N'Bass & Scratches)

www.facebook.com/djlinch

www.facebook.com/badvibesdnb

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<![CDATA[Intervista a Lobina]]>

Intervistiamo con grande piacere Lobina, uscita da poco con l'Ep d'esordio Clorofilla. La giovane cantautrice genovese, supportata dall’elettronica del producer Simone Carbone, ha firmato cinque canzoni che sono altrettanti frammenti di un immaginario autoritratto.

1) Ciao Lobina! Immagina di incrociare per strada un tuo mito musicale e di avere solo quell’occasione per dirgli chi sei e che musica fai. Cosa gli diresti?

«Che bella domanda! Direi che sono cresciuta con l’urgenza di scrivere e mettere in musica tutte le emozioni che provo per trasmettere qualcosa alle persone che mi circondano. Gli direi che per me la musica è qualcosa di talmente istintivo che non riesco a etichettarmi in un genere, e che resta ancora oggi il mezzo migliore che ho per esprimermi.»

2) Le tue canzoni hanno l’intimità di una confessione. Vedi la musica come qualcosa di catartico?

«Assolutamente sì. La musica è sempre stata terapeutica per me. Mi aiuta ad elaborare, a buttare fuori e di conseguenza a superare le mie paure. Soprattutto ho imparato a dirmi la verità, a non nascondermi.»

3) Il tuo sound l’hai sviluppato col producer Simone Carbone. Raccontaci cos’avevi in mente quando gli hai fatto sentire i tuoi pezzi e come avete lavorato.

«Quando ho mandato i provini a Simone avevo già inserito dei suoni per fargli capire che direzione volevo prendere. Sentendoli è scattato subito qualcosa e ha capito l’atmosfera che serviva ad ogni brano. In studio abbiamo lavorato insieme e scelto ogni dettaglio, sempre rispettando ciò che sentivo.»

4) Il video di Molecole è nato durante un momento difficile per tutti. Perché hai scelto di raccontare il lockdown?

«Scrissi Molecole in un periodo difficile, in cui stavo molto a casa. Stavo imparando a convivere con il dolore e ad accettarlo nella mia quotidianità. Per riuscirci, iniziai a cambiare disposizione dei mobili, presi delle piante, cambiai colore a qualche parete e resi quel posto il più possibile simile a me, per sentirmi al sicuro. La scelta di girare un video durante il lockdown non è stata casuale, proprio perché dovendo stare due mesi in casa ho in qualche modo rivissuto quell’esigenza di sentirmi in un luogo che mi facesse stare bene, pur essendo ogni giorno lo stesso.»


5) Mi sembri una perfetta musicista del 2020. Non stai ad aspettare che scenda dalle nuvole un’etichetta magica, ma ti dai da fare e lavori in modo professionale. Parlaci del tuo approccio alla carriera di musicista.

«Beh grazie! Il primo passo è credere in quello che fai ed essere il primo a sostenere il tuo lavoro. Non è sempre facile, anzi. Essere orgogliosi del proprio progetto è fondamentale, se non altro per dire “Ok, sto facendo qualcosa che amo e sono certa almeno di esser stata sincera e di aver lavorato con passione”. Questo è il mio approccio, e da quando ho smesso di preoccuparmi di ciò che facevano gli altri mi sono sentita libera.»

6) Che ne pensi di Spotify? Aiuta a scoprire nuova musica o induce ascolti rapidi e superficiali?

«Lo ammetto, sono una grande fan di Spotify! Quello che dici però è vero. Secondo me aiuta a scoprire nuova musica se sai cercarla e soprattutto ascoltarla, se no fondamentalmente diventa un sottofondo e porta ad un ascolto rapido e superficiale. Per questo credo sia importante educare all’ascolto. Questo dovrebbe partire già dalle scuole, ma mi fermo qui.»

7) Un musicista grazie ai social può costruire una vera fan base. Questa almeno è la teoria. La pratica qual è?

«Credo ci siano persone più portate, altre meno. Io mi ritengo tra quelle meno portate, perché ho bisogno di interagire di persona. Detto questo, quando uso i social mi mostro come sono. Credo sia importante perché quando fai dei live, o semplicemente stai in mezzo alle persone, loro vogliono trovare ciò che hanno visto su Instagram o Facebook. Mi vengono in mente gli Eugenio in Via Di Gioia. Loro sono così come li vedi, sui social e dal vivo. Secondo me sono un buon esempio di come crearsi una vera fan base.»

8) Qual è l’errore che vedi commettere più spesso dagli altri musicisti?

«Invidiare. Non riuscire ad essere felici dei traguardi altrui e a volte utilizzare questo meccanismo per lamentarsi. E’ una cosa che mi manda fuori di testa. Giudicare è una perdita di tempo e di energia, e non significa che non l’abbia mai fatto. Ma come ti dicevo prima, non mi ha portato a niente, solo a negatività che mi creava blocchi e l’impressione di non riuscire a realizzare nulla.»

9) Per salutarci, raccontaci dove ti piace immaginare Lobina fra un anno.

«Mi piace immaginarmi sui palchi a suonare l’album che verrà. Grazie mille e un saluto a voi!«»

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Intervistiamo con grande piacere Lobina, uscita da poco con l'Ep d'esordio Clorofilla. La giovane cantautrice genovese, supportata dall’elettronica del producer Simone Carbone, ha firmato cinque canzoni che sono altrettanti frammenti di un immaginario autoritratto.

1) Ciao Lobina! Immagina di incrociare per strada un tuo mito musicale e di avere solo quell’occasione per dirgli chi sei e che musica fai. Cosa gli diresti?

«Che bella domanda! Direi che sono cresciuta con l’urgenza di scrivere e mettere in musica tutte le emozioni che provo per trasmettere qualcosa alle persone che mi circondano. Gli direi che per me la musica è qualcosa di talmente istintivo che non riesco a etichettarmi in un genere, e che resta ancora oggi il mezzo migliore che ho per esprimermi.»

2) Le tue canzoni hanno l’intimità di una confessione. Vedi la musica come qualcosa di catartico?

«Assolutamente sì. La musica è sempre stata terapeutica per me. Mi aiuta ad elaborare, a buttare fuori e di conseguenza a superare le mie paure. Soprattutto ho imparato a dirmi la verità, a non nascondermi.»

3) Il tuo sound l’hai sviluppato col producer Simone Carbone. Raccontaci cos’avevi in mente quando gli hai fatto sentire i tuoi pezzi e come avete lavorato.

«Quando ho mandato i provini a Simone avevo già inserito dei suoni per fargli capire che direzione volevo prendere. Sentendoli è scattato subito qualcosa e ha capito l’atmosfera che serviva ad ogni brano. In studio abbiamo lavorato insieme e scelto ogni dettaglio, sempre rispettando ciò che sentivo.»

4) Il video di Molecole è nato durante un momento difficile per tutti. Perché hai scelto di raccontare il lockdown?

«Scrissi Molecole in un periodo difficile, in cui stavo molto a casa. Stavo imparando a convivere con il dolore e ad accettarlo nella mia quotidianità. Per riuscirci, iniziai a cambiare disposizione dei mobili, presi delle piante, cambiai colore a qualche parete e resi quel posto il più possibile simile a me, per sentirmi al sicuro. La scelta di girare un video durante il lockdown non è stata casuale, proprio perché dovendo stare due mesi in casa ho in qualche modo rivissuto quell’esigenza di sentirmi in un luogo che mi facesse stare bene, pur essendo ogni giorno lo stesso.»


5) Mi sembri una perfetta musicista del 2020. Non stai ad aspettare che scenda dalle nuvole un’etichetta magica, ma ti dai da fare e lavori in modo professionale. Parlaci del tuo approccio alla carriera di musicista.

«Beh grazie! Il primo passo è credere in quello che fai ed essere il primo a sostenere il tuo lavoro. Non è sempre facile, anzi. Essere orgogliosi del proprio progetto è fondamentale, se non altro per dire “Ok, sto facendo qualcosa che amo e sono certa almeno di esser stata sincera e di aver lavorato con passione”. Questo è il mio approccio, e da quando ho smesso di preoccuparmi di ciò che facevano gli altri mi sono sentita libera.»

6) Che ne pensi di Spotify? Aiuta a scoprire nuova musica o induce ascolti rapidi e superficiali?

«Lo ammetto, sono una grande fan di Spotify! Quello che dici però è vero. Secondo me aiuta a scoprire nuova musica se sai cercarla e soprattutto ascoltarla, se no fondamentalmente diventa un sottofondo e porta ad un ascolto rapido e superficiale. Per questo credo sia importante educare all’ascolto. Questo dovrebbe partire già dalle scuole, ma mi fermo qui.»

7) Un musicista grazie ai social può costruire una vera fan base. Questa almeno è la teoria. La pratica qual è?

«Credo ci siano persone più portate, altre meno. Io mi ritengo tra quelle meno portate, perché ho bisogno di interagire di persona. Detto questo, quando uso i social mi mostro come sono. Credo sia importante perché quando fai dei live, o semplicemente stai in mezzo alle persone, loro vogliono trovare ciò che hanno visto su Instagram o Facebook. Mi vengono in mente gli Eugenio in Via Di Gioia. Loro sono così come li vedi, sui social e dal vivo. Secondo me sono un buon esempio di come crearsi una vera fan base.»

8) Qual è l’errore che vedi commettere più spesso dagli altri musicisti?

«Invidiare. Non riuscire ad essere felici dei traguardi altrui e a volte utilizzare questo meccanismo per lamentarsi. E’ una cosa che mi manda fuori di testa. Giudicare è una perdita di tempo e di energia, e non significa che non l’abbia mai fatto. Ma come ti dicevo prima, non mi ha portato a niente, solo a negatività che mi creava blocchi e l’impressione di non riuscire a realizzare nulla.»

9) Per salutarci, raccontaci dove ti piace immaginare Lobina fra un anno.

«Mi piace immaginarmi sui palchi a suonare l’album che verrà. Grazie mille e un saluto a voi!«»

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https://www.sherwood.it/articolo/7834/intervista-a-lobina info@sherwood.it (Sherwood Network) https://www.sherwood.it/articolo/7834/intervista-a-lobina
<![CDATA[Intervista al Duo Flic-Floc]]>

Sono un duo giovane e poliedrico, hanno un nome simpatico ed onomatopeico 'Flic Floc', provengono da Verona. Sono stati scoperti dallo studio Flaming e dall’etichetta indipendente Cabezon Italy con la quale hanno pubblicato il primo disco di musica elettronica dalla quale hanno estratto i singoli “Canzone Stupida”, “Fuoco” ed “Aria” (pezzo che gli valse la vittoria del concorso Veronese "On Air by Paperplanes").

Abbiamo fatto due chiacchiere per conoscerli meglio dato che, il 19 giugno 2020, hanno pubblicato il singolo denominato ’30’  e qui, in anteprima per Sherwood.it, ospitiamo il loro videoclip!

Ciao Ilaria, ciao Davide, partiamo dall’inizio, come se non vi conoscessi e non avessi mai letto il vostro press-kit! Da dove viene questo nome Flic Floc e come mai avete scelto proprio questo?

«Grazie a voi ragazzi di Sherwood.it per questa opportunità immensa che ci avete dato.

Flic Floc è un gioco popolare, funziona così: quando due persone sono nello stesso posto e ad un certo punto dicono la stessa frase o parola contemporaneamente senza averla premeditata (a noi è successo spesso, e tutt'ora succede), incrociano i mignoli, esprimono un desiderio e contano fino a tre. Alla fine di questa conta, se entrambi avranno pronunciato o "flic" o "floc", il desiderio si avvererà. Tutto ciò è semplicemente la metafora della sintonia. La sintonia è l'ingrediente fondamentale per la creazione delle nostre creazioni. Spesso ci ritroviamo ad avere le stesse idee per un arrangiamento, per un suono o la scrittura di alcuni testi e generalemente siamo d'accordo su ogni lavoro a riguardo dei Flic Floc.»

Ascoltando i vostri pezzi precedenti ho subito compreso i vostri elementi di base: l’elettronica più da dance-hall, i pezzi immediatamente radiofonici e di presa diretta, le tematiche a sfondo sentimentale e le riflessioni più intime ed individuali. Ma dato che l’abito non fa il monaco, vorrei che mi diceste voi stessi come intendete lo stile dei Flic Floc, quali sono i vostri gusti, le vostre influenze?

«Rispondiamo a questa domanda partendo dalla fine. Le nostre influenze musicali sono molto ampie: ascoltiamo con estremo piacere e apprezziamo allo stesso tempo uno Stravinsky come anche un Rosa Chemical, gli Yes come anche Pat Metheny, 6ix9ine come Haydn... potremmo continuare per ore con questi paragoni dissonanti. Però ci sentiamo di dire che la musica ci affascina, in ogni suo genere e ci permettiamo di dire che non siamo bigotti in questo. Piuttosto riconosciamo quale artista in un genere sia stato più innovativo e caratteristo di altri, e chi, invece, risulti un mero prodotto discografico. Prendiamo il buono di ogni cosa cercando di farlo nostro e sperando che chi ci ascolta possa apprezzare e capirci allo stesso tempo.»

Venendo al singolo, 30, innanzitutto, concedetemi una battuta: “Mi avete messo ansia” (sono alla soglia dei 30 anche io ndr.), raccontatemi com’è nato, inoltre, si può dire che i 30, ad oggi, rappresentano una nuova adolescenza?

«In realtà la canzone è nata perchè è venuta ansia anche a noi, l'ansia di essere arrivati a questa nuova soglia e trovarsi con niente in mano di concreto come quando avevamo 4 anni. Uno dei motivi per il quale diciamo questo è che in fin dei conti viviamo entrambi ancora con i nostri genitori, infatti l'allusione nel testo ad "una casa" non è casuale. Sarà colpa di scelte, decisioni, ideali sbagliati o semplicemente sfortuna, non lo sappiamo. Ci sentiamo di dire che sì, i 30 sono una nuova adolescenza, uno di noi sta avendo problemi con i brufoli, un altro ha ripreso ad ascoltare la musica metal depressissima che ascoltava quando aveva 14 anni e  nel frattempo ci ribelliamo a questa condizione che comincia a strarci un po' stretta, sperando di venirne fuori, consapevoli di avere 15 anni di acciacchi in più e non le forze fisiche e morali di qualche anno fa.  Qualora non lo aveste fatto, vi invitiamo a guardare almeno la prima stagione di "My Hero Academia". Si tratta di un anime giapponese dove il 90% circa della popolazione mondiale possiede un super potere. In questo panorama saturo di potenziali eroi, un bambino nasce e scopre nella sua adolescenza che in realtà fa parte di quel 10% che non ha i super poteri. Questo personaggio che si chiama Midoriya ha però nel suo cuore il forte desiderio di diventare un supereroe. Non un semplice supereroe, ma il più forte di tutti. Ad un certo punto (non vi spoileriamo come) avviene un piccolo miracolo e questo superpotere arriva, e anche noi, come lui, diciamo che stiamo aspettando il nostro piccolo miracolo.
Concludiamo dicendo che Midoriya sarebbe dovuto essere il titolo di 30, e se ti abbiamo messo ansia, questa canzone, in fondo, parla anche di te.»


Parlatemi invece della ideazione e produzione del vostro videoclip…

«Abbiamo avuto la fortuna di concepire questa canzone qualche mese prima dei 30 anni di uno di noi, Davide con precisione. Visto che Davide avrebbe comunque passato del tempo con degli amici, Ilaria ha avuto la buona idea di portare la telecamera e girare dei video durante una piacevole serata. Non abbiamo voluto puntare sulla qualità delle immagini ma sulla qualità del contenuto, per ottenere un risultato che fosse autentico e spontaneo. Fin'ora chi lo ha visto sostiene che commuova un pochetto. Per noi questo significa molto.»

Una curiosità, entrambi musicisti esperti, nonché ‘studiati’, Ilaria diplomanda in piano, Davide diplomato in chitarra, ma entrambi vi susseguite al microfono (Ilaria è cantante in Caffeina, Voglio Vivere con te…, Davide in 30 oltre che in Fuoco, Aria), come vi coordinate nella composizione, scritturazione e scelta vocale dei pezzi?

«Anche questo è un passaggio abbastanza semplice: anche se il testo della canzone lo finalizziamo a 4 mani, la persona che scrive la prima versione è sempre una, e quella persona che ha impresso l'idea iniziale lo canta, semplicemente perchè essendo la persona che lo ha partorito, darà un'intrerpretazione piu autentica e onesta durante le registrazioni.

Quali sono i vostri prossimi lavori work in progress? A quando il disco?

«Adesso il work in progress più importante è l'esame di diploma in composizione di Ilaria, che consiste in una sessione lunga un mese, che coronerà un periodo di dieci anni di studi. Quindi, forza Ilaria!
Alla fine di ciò, ci prenderemo del tempo per pensare alle nuove produzioni e probabilmente ci sarà un EP, ma non vogliamo sbilanciarci molto su questo, diciamo solo che in questa quarantena abbiamo avuto modo di raccogliere e maturare diverse idee.»

Domanda di rito sottoposta a tutti coloro che intervistiamo (SPIACENTI!). Sherwood.it è una webzine a tutto tondo (musica, lettura, arte, cinema), vi va di consigliare ai nostri lettori un artista musicale, un libro, un quadro ed un film?

«Uno? solo uno per parte? penso sia la domanda più difficile che ci fosse mai stata posta.
Ma siccome siamo in 2 e avete scritto "tutti coloro" ci prendiamo la libertà di dare 2 risposte diverse:

Ilaria:

Artista musicale - Maurice Ravel

Libro - Se una notte d'inverno un viaggiatore di Italo Calvino

Quadro - De quoi écrire di Hermann Fenner-Behmer

Film - American Dream, scritto da Alan Ball e diretto da Sam Mendes


Davide:

Artista musicale - Carpark North

Libro - Vesta Shutdown di Gabriele Simionato

Quadro - Fregio di Beethoven di Gustav Klimt (lo so, non è un quadro, ma mi ha tenuto incollato per un'ora quando l'ho visto dal vivo)

Film - La città incantata di Miyazaki»

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Sono un duo giovane e poliedrico, hanno un nome simpatico ed onomatopeico 'Flic Floc', provengono da Verona. Sono stati scoperti dallo studio Flaming e dall’etichetta indipendente Cabezon Italy con la quale hanno pubblicato il primo disco di musica elettronica dalla quale hanno estratto i singoli “Canzone Stupida”, “Fuoco” ed “Aria” (pezzo che gli valse la vittoria del concorso Veronese "On Air by Paperplanes").

Abbiamo fatto due chiacchiere per conoscerli meglio dato che, il 19 giugno 2020, hanno pubblicato il singolo denominato ’30’  e qui, in anteprima per Sherwood.it, ospitiamo il loro videoclip!

Ciao Ilaria, ciao Davide, partiamo dall’inizio, come se non vi conoscessi e non avessi mai letto il vostro press-kit! Da dove viene questo nome Flic Floc e come mai avete scelto proprio questo?

«Grazie a voi ragazzi di Sherwood.it per questa opportunità immensa che ci avete dato.

Flic Floc è un gioco popolare, funziona così: quando due persone sono nello stesso posto e ad un certo punto dicono la stessa frase o parola contemporaneamente senza averla premeditata (a noi è successo spesso, e tutt'ora succede), incrociano i mignoli, esprimono un desiderio e contano fino a tre. Alla fine di questa conta, se entrambi avranno pronunciato o "flic" o "floc", il desiderio si avvererà. Tutto ciò è semplicemente la metafora della sintonia. La sintonia è l'ingrediente fondamentale per la creazione delle nostre creazioni. Spesso ci ritroviamo ad avere le stesse idee per un arrangiamento, per un suono o la scrittura di alcuni testi e generalemente siamo d'accordo su ogni lavoro a riguardo dei Flic Floc.»

Ascoltando i vostri pezzi precedenti ho subito compreso i vostri elementi di base: l’elettronica più da dance-hall, i pezzi immediatamente radiofonici e di presa diretta, le tematiche a sfondo sentimentale e le riflessioni più intime ed individuali. Ma dato che l’abito non fa il monaco, vorrei che mi diceste voi stessi come intendete lo stile dei Flic Floc, quali sono i vostri gusti, le vostre influenze?

«Rispondiamo a questa domanda partendo dalla fine. Le nostre influenze musicali sono molto ampie: ascoltiamo con estremo piacere e apprezziamo allo stesso tempo uno Stravinsky come anche un Rosa Chemical, gli Yes come anche Pat Metheny, 6ix9ine come Haydn... potremmo continuare per ore con questi paragoni dissonanti. Però ci sentiamo di dire che la musica ci affascina, in ogni suo genere e ci permettiamo di dire che non siamo bigotti in questo. Piuttosto riconosciamo quale artista in un genere sia stato più innovativo e caratteristo di altri, e chi, invece, risulti un mero prodotto discografico. Prendiamo il buono di ogni cosa cercando di farlo nostro e sperando che chi ci ascolta possa apprezzare e capirci allo stesso tempo.»

Venendo al singolo, 30, innanzitutto, concedetemi una battuta: “Mi avete messo ansia” (sono alla soglia dei 30 anche io ndr.), raccontatemi com’è nato, inoltre, si può dire che i 30, ad oggi, rappresentano una nuova adolescenza?

«In realtà la canzone è nata perchè è venuta ansia anche a noi, l'ansia di essere arrivati a questa nuova soglia e trovarsi con niente in mano di concreto come quando avevamo 4 anni. Uno dei motivi per il quale diciamo questo è che in fin dei conti viviamo entrambi ancora con i nostri genitori, infatti l'allusione nel testo ad "una casa" non è casuale. Sarà colpa di scelte, decisioni, ideali sbagliati o semplicemente sfortuna, non lo sappiamo. Ci sentiamo di dire che sì, i 30 sono una nuova adolescenza, uno di noi sta avendo problemi con i brufoli, un altro ha ripreso ad ascoltare la musica metal depressissima che ascoltava quando aveva 14 anni e  nel frattempo ci ribelliamo a questa condizione che comincia a strarci un po' stretta, sperando di venirne fuori, consapevoli di avere 15 anni di acciacchi in più e non le forze fisiche e morali di qualche anno fa.  Qualora non lo aveste fatto, vi invitiamo a guardare almeno la prima stagione di "My Hero Academia". Si tratta di un anime giapponese dove il 90% circa della popolazione mondiale possiede un super potere. In questo panorama saturo di potenziali eroi, un bambino nasce e scopre nella sua adolescenza che in realtà fa parte di quel 10% che non ha i super poteri. Questo personaggio che si chiama Midoriya ha però nel suo cuore il forte desiderio di diventare un supereroe. Non un semplice supereroe, ma il più forte di tutti. Ad un certo punto (non vi spoileriamo come) avviene un piccolo miracolo e questo superpotere arriva, e anche noi, come lui, diciamo che stiamo aspettando il nostro piccolo miracolo.
Concludiamo dicendo che Midoriya sarebbe dovuto essere il titolo di 30, e se ti abbiamo messo ansia, questa canzone, in fondo, parla anche di te.»


Parlatemi invece della ideazione e produzione del vostro videoclip…

«Abbiamo avuto la fortuna di concepire questa canzone qualche mese prima dei 30 anni di uno di noi, Davide con precisione. Visto che Davide avrebbe comunque passato del tempo con degli amici, Ilaria ha avuto la buona idea di portare la telecamera e girare dei video durante una piacevole serata. Non abbiamo voluto puntare sulla qualità delle immagini ma sulla qualità del contenuto, per ottenere un risultato che fosse autentico e spontaneo. Fin'ora chi lo ha visto sostiene che commuova un pochetto. Per noi questo significa molto.»

Una curiosità, entrambi musicisti esperti, nonché ‘studiati’, Ilaria diplomanda in piano, Davide diplomato in chitarra, ma entrambi vi susseguite al microfono (Ilaria è cantante in Caffeina, Voglio Vivere con te…, Davide in 30 oltre che in Fuoco, Aria), come vi coordinate nella composizione, scritturazione e scelta vocale dei pezzi?

«Anche questo è un passaggio abbastanza semplice: anche se il testo della canzone lo finalizziamo a 4 mani, la persona che scrive la prima versione è sempre una, e quella persona che ha impresso l'idea iniziale lo canta, semplicemente perchè essendo la persona che lo ha partorito, darà un'intrerpretazione piu autentica e onesta durante le registrazioni.

Quali sono i vostri prossimi lavori work in progress? A quando il disco?

«Adesso il work in progress più importante è l'esame di diploma in composizione di Ilaria, che consiste in una sessione lunga un mese, che coronerà un periodo di dieci anni di studi. Quindi, forza Ilaria!
Alla fine di ciò, ci prenderemo del tempo per pensare alle nuove produzioni e probabilmente ci sarà un EP, ma non vogliamo sbilanciarci molto su questo, diciamo solo che in questa quarantena abbiamo avuto modo di raccogliere e maturare diverse idee.»

Domanda di rito sottoposta a tutti coloro che intervistiamo (SPIACENTI!). Sherwood.it è una webzine a tutto tondo (musica, lettura, arte, cinema), vi va di consigliare ai nostri lettori un artista musicale, un libro, un quadro ed un film?

«Uno? solo uno per parte? penso sia la domanda più difficile che ci fosse mai stata posta.
Ma siccome siamo in 2 e avete scritto "tutti coloro" ci prendiamo la libertà di dare 2 risposte diverse:

Ilaria:

Artista musicale - Maurice Ravel

Libro - Se una notte d'inverno un viaggiatore di Italo Calvino

Quadro - De quoi écrire di Hermann Fenner-Behmer

Film - American Dream, scritto da Alan Ball e diretto da Sam Mendes


Davide:

Artista musicale - Carpark North

Libro - Vesta Shutdown di Gabriele Simionato

Quadro - Fregio di Beethoven di Gustav Klimt (lo so, non è un quadro, ma mi ha tenuto incollato per un'ora quando l'ho visto dal vivo)

Film - La città incantata di Miyazaki»

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https://www.sherwood.it/articolo/7830/intervista-al-duo-flic-floc info@sherwood.it (Sherwood Network) https://www.sherwood.it/articolo/7830/intervista-al-duo-flic-floc
<![CDATA[Indica Diretta 28/06/2020 - S03]]>

Indica vi serve uno sfizioso dj set per accompagnare la prima vera domenica estiva della stagione. Il sole e il caldo si fanno sentire e allora ecco che vi diamo il giusto sound "da costiera" per accompagnarvi negli aperitivi e nei ritorno dal mare o montagna. 10 canzoni da volume a palla!

Tracklist:

Tom Misch - Nightrider
Tony Allen - We've Landed
Keleketla! - International Love Affair
Yves Tumor - Asteroid Blues
Japandroids - No Known Drink Or Drug - Live
FM-84 - Running in the Night
Night Tapes - Forever
Malus - Lying to Myself
The Spy From Cairo - Nafas
Moderator - The Don

_

Buon ascolto e seguite Indica su Facebook e Instagram!

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Indica vi serve uno sfizioso dj set per accompagnare la prima vera domenica estiva della stagione. Il sole e il caldo si fanno sentire e allora ecco che vi diamo il giusto sound "da costiera" per accompagnarvi negli aperitivi e nei ritorno dal mare o montagna. 10 canzoni da volume a palla!

Tracklist:

Tom Misch - Nightrider
Tony Allen - We've Landed
Keleketla! - International Love Affair
Yves Tumor - Asteroid Blues
Japandroids - No Known Drink Or Drug - Live
FM-84 - Running in the Night
Night Tapes - Forever
Malus - Lying to Myself
The Spy From Cairo - Nafas
Moderator - The Don

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Buon ascolto e seguite Indica su Facebook e Instagram!

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https://www.sherwood.it/articolo/7828/indica-diretta-28062020-s03 info@sherwood.it (Sherwood Network) https://www.sherwood.it/articolo/7828/indica-diretta-28062020-s03#0
<![CDATA[La Penultima Ruota del Carro - Puntata 30]]>

Di come quella volta che i penultimi, ospiti in un maxi box con vista su una battuta notturna di caccia al padrone, hanno piegato le stanghe del carro ad uso e consumo dei curiosi astanti ivi radunatisi, a cui hanno dovuto spiegare che non la stricnina, ma la felicità ammazza anche in piccole dosi. Per fortuna che poi si smette. Puntata ridotta nelle dimensioni, niente affatto nei contenuti. Mondragone insegna.

(Attenzione: la puntata inizia attorno al settimo minuto del podcast)

Qui sotto i brani, di lato il podcast:

Kiki Gyan - 24 Hours In A Disco (da 24 Hours In A Disco 1978-82, 2012)

Jaco Pastorius - Come On, Come Over (da Jaco Pastorius, 1976)

Fitness Forever - Andrè (da Tonight, 2017)

Plaid - Dancers (da Polymer, 2019)

RUBRICA: LE SOLITUDINI DEI SATIRI

Kate NV - Telefon (da Room For The Moon, 2020)

RUBRICA: AUTOSTRADA POETICA

Herbie Hancock - Watermelon Man (da Takin' Off, 1962)

IDLES - Grounds (da Ultra Mono, 2020)

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Di come quella volta che i penultimi, ospiti in un maxi box con vista su una battuta notturna di caccia al padrone, hanno piegato le stanghe del carro ad uso e consumo dei curiosi astanti ivi radunatisi, a cui hanno dovuto spiegare che non la stricnina, ma la felicità ammazza anche in piccole dosi. Per fortuna che poi si smette. Puntata ridotta nelle dimensioni, niente affatto nei contenuti. Mondragone insegna.

(Attenzione: la puntata inizia attorno al settimo minuto del podcast)

Qui sotto i brani, di lato il podcast:

Kiki Gyan - 24 Hours In A Disco (da 24 Hours In A Disco 1978-82, 2012)

Jaco Pastorius - Come On, Come Over (da Jaco Pastorius, 1976)

Fitness Forever - Andrè (da Tonight, 2017)

Plaid - Dancers (da Polymer, 2019)

RUBRICA: LE SOLITUDINI DEI SATIRI

Kate NV - Telefon (da Room For The Moon, 2020)

RUBRICA: AUTOSTRADA POETICA

Herbie Hancock - Watermelon Man (da Takin' Off, 1962)

IDLES - Grounds (da Ultra Mono, 2020)

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https://www.sherwood.it/articolo/7860/la-penultima-ruota-del-carro-puntata-30 info@sherwood.it (Sherwood Network) https://www.sherwood.it/articolo/7860/la-penultima-ruota-del-carro-puntata-30#0
<![CDATA[Di tessuto urbano, anime eco sostenibili, infanzia durante l’isolamento, prospettive e auspici futuri: un’intervista a Volpe Volante]]>

Coscienza green, passione per i libri, focus sui piccoli lettori: questi sono i tratti salienti di La Volpe Volante, spazio librari e caffetteria, situata ai numeri 7 e 8 di Piazza Severi a Padova. E anche a loro, continuando questo tour per sentire la voce libraia, abbiamo chiesto un bel po’ di cose. E ne abbiamo scoperta anche di più, come il progetto #libriperasporto, le proposte di investimento che attendono, le idee su come affrontare i giganti dell’e-commerce, il valore da dare nei vari aspetti della loro attività all’incontro e alla tutela dell’ambiente.

Una chiacchierata con Olivera e Francesca molto franca e ricca di spunti che non poteva non partire dalle presentazioni: come definireste il vostro progetto di libreria?

«La nostra libreria è pensata come un posto da vivere, dove incontrarci. Per questa ragione abbiamo anche la caffetteria, perché riteniamo che il tempo del libro deve essere un tempo lento, un tempo di pausa nei ritmi frenetici della vita quotidiana. Chiaramente, in questo periodo, è difficile conciliare le misure di sicurezza con il desiderio di stare insieme, ma cerchiamo di inventare sempre nuovi modi per mantenere un rapporto umano con i nostri clienti (con proposte di lettura, corsi in streaming, consegne a domicilio che abbiamo fatto durante il lockdown), iniziando, per adesso ancora timidamente, a proporre le prime attività in compagnia, come le letture all’aperto.»

E soprattutto cosa significa essere una eco-libreria?

«Per noi, essere una libreria eco-sostenibile significa che dietro all’offerta dei libri, giocattoli e prodotti di caffetteria che si trovano nella nostra libreria, sta un accurato lavoro di selezione di fornitori. Persino le case editrici sono state selezionate partendo dal loro rapporto nei confronti dell’ambiente (abbiamo fatto un’indagine via mail), che chiaramente diventa ancora più visibile nella scelta dei giocattoli, tutti rigorosamente fatti di materiali sostenibili (legno, cartone, bioplastica). La scelta degli arredi e dei complementi anche della caffetteria è stata sempre orientata verso materiali riutilizzabili, riciclabili e prodotti con criteri a basso impatto ambientale. Come è diventato visibile durante il lockdown, la natura ha la forza riprendersi, di ritrovare un suo equilibrio, ma è necessario limitare il nostro impatto. Proprio per questa ragione, cerchiamo di passare, anche attraverso i piccoli gesti quotidiani, come ad esempio la scelta di non utilizzare le cannucce di plastica, la necessità di avere un rapporto consapevole e responsabile con il mondo che ci circonda: rivolgendoci ai bambini, riteniamo che trasmettere questo messaggio importante prima di tutto con l’esempio sia fondamentale.»

È tornata all’attenzione la questione editoriale. L’ultimo ddl pone un limite agli sconti applicabili in copertina. Secondo voi, quali potrebbero essere effetti e benefici per i librai indipendenti? Oppure non cambierà di molto la situazione?

«Da un lato sicuramente il fatto che gli sconti siano limitati per tutti da un po’ più di speranza alle piccole librerie di sopravvivere: a parità di sconto, il ruolo del libraio assume un’importanza più rilevante quando ci si trova a decidere dove acquistare un libro. Il problema rispetto alla concorrenza (ovvero le grosse librerie di catena e i megastore online) rimangono sempre le spedizioni. È chiaro che una piccola libreria che fa 20 o 50 spedizioni al mese non potrà mai avere le stesse condizioni di chi ne fa migliaia. Persino i clienti convinti di voler sostenere le piccole librerie perché valorizzano anche il lavoro e le competenze dei librai, possono sentirsi scoraggiati di fronte a una spesa di spedizione di 3-4€ per un libro che ne costa 15€. E noi non abbiamo margini sufficienti per poter prendere a nostro carico una spesa del genere. Il governo potrebbe senz’altro fare qualcosa in questo senso, magari offrendo qualche tipo di incentivi ai corrieri per le spedizioni dei libri, considerando anche il fatto che una grande parte della popolazione italiana vive comunque nei comuni dove non esiste una libreria

Dal vostro punto di vista quali sono le riforme che state attendendo?

«L’educazione alla lettura e attraverso la lettura, ma anche l’educazione in senso più ampio, sono temi che negli ultimi decenni sono stati trattati in politica solo da un punto di vista meramente economico. Durante il lockdown è emersa con forza la fragilità e l’iniquità del sistema educativo nazionale, i pesanti risvolti sociali ed economici della disparità di opportunità che hanno i bambini e ragazzi, e quindi la necessità di una riforma strutturale. In primo luogo, è urgente e necessario investire risorse in interventi di promozione della lettura, in famiglia e a scuola, potenziare i sistemi bibliotecari scolastici preferibilmente in collaborazione con le librerie sul territorio (una buona soluzione è quella fornita dal Decreto Rilancio, che prevede che le biblioteche possano spendere fino al 70% dei fondi stanziati per l’acquisto dei libri presso le librerie sul territorio), fornire alle famiglie liquidità per l’acquisto di libri. La cultura non dovrebbe essere appannaggio solo di chi se la può permettere.»

Quanto è importante per voi il rapporto con il quartiere?

«Molto. Sebbene non tutti i nostri clienti siano del quartiere, noi riteniamo che fare rete locale tra famiglie, le realtà associative, educative e commerciali abbia un impatto sociale importante, soprattutto per supportare le fragilità e le marginalità, ma anche per fare educazione e promozione della lettura come momento aggregativo, di rinsaldamento dei legami familiari e sociali, di scoperta e valorizzazione dei talenti dei bambini. Stiamo tessendo reti di collaborazione con le scuole sul territorio, offrendo esperienze formative per i genitori e gli educatori, avviando relazioni con altri enti dall’animo affine al nostro.»

Quanto e come è importante per voi offrire corsi/proporre presentazioni/ideare innovativi forma di collaborazione con altre realtà? E quanto queste attività temete riducano, oppure no, il focus sulla lettura?

«Al giorno d’oggi, una piccola libreria indipendente non può vivere di sola vendita di libri. D’altro canto, per come sta evolvendo la società, chi viene ad acquistare in un negozio fisico non cerca più semplicemente un prodotto, ma qualcosa di più. Quello che noi proponiamo è un insieme di esperienze, centrate comunque sul libro e sul rapporto dei bambini con esso, che va ad accompagnare (e spesso a promuovere) l’acquisto del libro, soprattutto cercando di arrivare a quella clientela che generalmente non è naturalmente portata ad acquistare un libro. Ecco perché la caffetteria, luogo di svago e di confronto tra genitori, in cui proponiamo eventi che hanno sia la componente gastronomica che quella culturale (happy hour con lettura, giusto per fare un esempio). Ma anche i percorsi formativi per gli adulti, volti ad ampliare la conoscenza del mondo della letteratura per l’infanzia, che spesso è superficiale o legata ai prodotti commerciali, e a fornire gli strumenti per scegliere il libro giusto e saperlo leggere o proporre al bambino, o alla classe. Conquistare la fiducia dei clienti in questo modo ha un ritorno interessante in termini di fiducia nei confronti della nostra figura di libraie, che diventiamo prima di tutto confidenti e consulenti delle persone che imparano a conoscerci, e con le quali arriviamo ad instaurare dei bellissimi rapporti basati sulla fiducia e la stima.»

Queste settimane di covid come le avete vissute dal punto di vista di libreria? Vi siete sentiti usati?

«Abbiamo vissuto tanti momenti diversi. Dalla rabbia e delusione iniziali perché al libro non era stata riconosciuta l’importanza che secondo noi ha per la vita, escludendolo dalla lista dei beni di prima necessità, all’indignazione perché le librerie erano chiuse ma le grandi realtà come Amazon e le catene potevano continuare la vendita dei libri online, alla soddisfazione quando siamo riuscite ad organizzarci anche noi per le consegne a domicilio (grazie anche al progetto #libriperasporto) alla gioia di poter contribuire a rendere le giornate della clausura un po’ meno pesanti. Con il decreto del 14 aprile, che ha permesso la riapertura delle librerie, ci siamo sentite un po’ prese in giro, perché non ci è sembrata affatto una scelta fatta per promuovere la cultura. In quel senso la puntata “Civil War” della serie Rebibbia Quarantine di Zerocalcare dice tanto sia su quella scelta in particolare, sia sulla situazione fuori che dovevamo affrontare. Infatti, noi abbiamo riaperto più tardi, quando la situazione ha iniziato a sembrare più stabile e la gente un po’ più sicura di uscire.»

La ripartenza ora come la vedete? Pensate ci siano strumenti non ancora messi in campo per il vostro settore?

«Difficile e lenta. Una volta che ci hanno permesso di continuare l’attività puramente commerciale, il governo probabilmente si è convinto di aver risolto a lungo termine il problema delle librerie, dimenticando che la funzione delle librerie è ben altra, cioè, come detto prima di essere i luoghi di incontro e confronto. Con le nuove ordinanze che arrivano, pian piano stiamo studiando come riprendere le attività, per bambini che svolgevamo, perché, avendo la possibilità di farle all’aperto (ammettiamolo, siamo fortunate!), rispettando pienamente le distanze, siamo convinte di poterle fare in sicurezza. Purtroppo, le ordinanze sono spesso contraddittorie, e facendo il riferimento una all’altra, alla fine pure gli addetti ai lavori (commercialisti, consulenti di lavoro, ecc) fanno fatica a comprenderle. Inoltre, come altri esercizi commerciali rimasti chiusi per mesi, ci troviamo a fronteggiare spese arretrate in carenza di liquidità, e in questo senso lo slittamento dei termini per i contributi e le tasse non è un grande aiuto, se poi ci troveremo tutte le spese a sommarsi tra qualche mese, dato che la ripresa è comunque lenta, e le famiglie non hanno grandi disponibilità da investire in libri, purtroppo. Più che crediti d’imposta (che in un settore in cui l’IVA è assolta a monte è davvero poco utile), al settore del libro serve un’iniezione di liquidità, magari in forma di bonus per le famiglie spendibili in libri, così da contrastare sia la povertà educativa che la difficoltà delle piccole imprese dell’intera filiera del libro.»

In fase di emergenza forse di è poco pensato a quanto questa pandemia possa avere impattato sui più piccoli. Voi avete avuto percezione in questo senso o avete visto i giovani lettori tutto sommato abbastanza sereni?

«L’impatto è stato senz’altro molto pesante per i bambini, soprattutto perché non hanno gli strumenti che abbiamo noi adulti per comprendere ed interpretare la situazione; hanno vissuto per osmosi le nostre paure ed insicurezze, cambiando improvvisamente routine quotidiane e perdendo alcuni dei più importanti punti di riferimento da un giorno all’altro. Anche a loro servirà tempo e pazienza per superare questo periodo, anche se siamo convinte che ne usciranno più forti e consapevoli, sia i più piccini che i ragazzi più grandi! Sicuramente, accompagnarli con un bel libro è sempre una buona soluzione ;)»

In questo periodo cosa vi sentireste di suggerire ai vostri giovani lettori come letture?

«Uno dei libri che abbiamo consigliato più spesso in questo periodo è Dory Fantasmagorica di Abby Hanlon, edizioni Terre di mezzo, non solo perché si presta bene per la lettura in varie età,ma perché porta un po’ di spensieratezza, leggerezza, fantasia, avventura in queste giornatepiene di insicurezza, paura e dubbi. Sulla stessa linea di pensiero, anche a lettori più piccoli opiù grandi proponiamo titoli leggeri e spensierati, divertenti e rassicuranti, come i libri di Roald Dahl, per esempio.»

Se non avete ancora avuto modo, obbligo andare a vedere i loro spazi.

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Coscienza green, passione per i libri, focus sui piccoli lettori: questi sono i tratti salienti di La Volpe Volante, spazio librari e caffetteria, situata ai numeri 7 e 8 di Piazza Severi a Padova. E anche a loro, continuando questo tour per sentire la voce libraia, abbiamo chiesto un bel po’ di cose. E ne abbiamo scoperta anche di più, come il progetto #libriperasporto, le proposte di investimento che attendono, le idee su come affrontare i giganti dell’e-commerce, il valore da dare nei vari aspetti della loro attività all’incontro e alla tutela dell’ambiente.

Una chiacchierata con Olivera e Francesca molto franca e ricca di spunti che non poteva non partire dalle presentazioni: come definireste il vostro progetto di libreria?

«La nostra libreria è pensata come un posto da vivere, dove incontrarci. Per questa ragione abbiamo anche la caffetteria, perché riteniamo che il tempo del libro deve essere un tempo lento, un tempo di pausa nei ritmi frenetici della vita quotidiana. Chiaramente, in questo periodo, è difficile conciliare le misure di sicurezza con il desiderio di stare insieme, ma cerchiamo di inventare sempre nuovi modi per mantenere un rapporto umano con i nostri clienti (con proposte di lettura, corsi in streaming, consegne a domicilio che abbiamo fatto durante il lockdown), iniziando, per adesso ancora timidamente, a proporre le prime attività in compagnia, come le letture all’aperto.»

E soprattutto cosa significa essere una eco-libreria?

«Per noi, essere una libreria eco-sostenibile significa che dietro all’offerta dei libri, giocattoli e prodotti di caffetteria che si trovano nella nostra libreria, sta un accurato lavoro di selezione di fornitori. Persino le case editrici sono state selezionate partendo dal loro rapporto nei confronti dell’ambiente (abbiamo fatto un’indagine via mail), che chiaramente diventa ancora più visibile nella scelta dei giocattoli, tutti rigorosamente fatti di materiali sostenibili (legno, cartone, bioplastica). La scelta degli arredi e dei complementi anche della caffetteria è stata sempre orientata verso materiali riutilizzabili, riciclabili e prodotti con criteri a basso impatto ambientale. Come è diventato visibile durante il lockdown, la natura ha la forza riprendersi, di ritrovare un suo equilibrio, ma è necessario limitare il nostro impatto. Proprio per questa ragione, cerchiamo di passare, anche attraverso i piccoli gesti quotidiani, come ad esempio la scelta di non utilizzare le cannucce di plastica, la necessità di avere un rapporto consapevole e responsabile con il mondo che ci circonda: rivolgendoci ai bambini, riteniamo che trasmettere questo messaggio importante prima di tutto con l’esempio sia fondamentale.»

È tornata all’attenzione la questione editoriale. L’ultimo ddl pone un limite agli sconti applicabili in copertina. Secondo voi, quali potrebbero essere effetti e benefici per i librai indipendenti? Oppure non cambierà di molto la situazione?

«Da un lato sicuramente il fatto che gli sconti siano limitati per tutti da un po’ più di speranza alle piccole librerie di sopravvivere: a parità di sconto, il ruolo del libraio assume un’importanza più rilevante quando ci si trova a decidere dove acquistare un libro. Il problema rispetto alla concorrenza (ovvero le grosse librerie di catena e i megastore online) rimangono sempre le spedizioni. È chiaro che una piccola libreria che fa 20 o 50 spedizioni al mese non potrà mai avere le stesse condizioni di chi ne fa migliaia. Persino i clienti convinti di voler sostenere le piccole librerie perché valorizzano anche il lavoro e le competenze dei librai, possono sentirsi scoraggiati di fronte a una spesa di spedizione di 3-4€ per un libro che ne costa 15€. E noi non abbiamo margini sufficienti per poter prendere a nostro carico una spesa del genere. Il governo potrebbe senz’altro fare qualcosa in questo senso, magari offrendo qualche tipo di incentivi ai corrieri per le spedizioni dei libri, considerando anche il fatto che una grande parte della popolazione italiana vive comunque nei comuni dove non esiste una libreria

Dal vostro punto di vista quali sono le riforme che state attendendo?

«L’educazione alla lettura e attraverso la lettura, ma anche l’educazione in senso più ampio, sono temi che negli ultimi decenni sono stati trattati in politica solo da un punto di vista meramente economico. Durante il lockdown è emersa con forza la fragilità e l’iniquità del sistema educativo nazionale, i pesanti risvolti sociali ed economici della disparità di opportunità che hanno i bambini e ragazzi, e quindi la necessità di una riforma strutturale. In primo luogo, è urgente e necessario investire risorse in interventi di promozione della lettura, in famiglia e a scuola, potenziare i sistemi bibliotecari scolastici preferibilmente in collaborazione con le librerie sul territorio (una buona soluzione è quella fornita dal Decreto Rilancio, che prevede che le biblioteche possano spendere fino al 70% dei fondi stanziati per l’acquisto dei libri presso le librerie sul territorio), fornire alle famiglie liquidità per l’acquisto di libri. La cultura non dovrebbe essere appannaggio solo di chi se la può permettere.»

Quanto è importante per voi il rapporto con il quartiere?

«Molto. Sebbene non tutti i nostri clienti siano del quartiere, noi riteniamo che fare rete locale tra famiglie, le realtà associative, educative e commerciali abbia un impatto sociale importante, soprattutto per supportare le fragilità e le marginalità, ma anche per fare educazione e promozione della lettura come momento aggregativo, di rinsaldamento dei legami familiari e sociali, di scoperta e valorizzazione dei talenti dei bambini. Stiamo tessendo reti di collaborazione con le scuole sul territorio, offrendo esperienze formative per i genitori e gli educatori, avviando relazioni con altri enti dall’animo affine al nostro.»

Quanto e come è importante per voi offrire corsi/proporre presentazioni/ideare innovativi forma di collaborazione con altre realtà? E quanto queste attività temete riducano, oppure no, il focus sulla lettura?

«Al giorno d’oggi, una piccola libreria indipendente non può vivere di sola vendita di libri. D’altro canto, per come sta evolvendo la società, chi viene ad acquistare in un negozio fisico non cerca più semplicemente un prodotto, ma qualcosa di più. Quello che noi proponiamo è un insieme di esperienze, centrate comunque sul libro e sul rapporto dei bambini con esso, che va ad accompagnare (e spesso a promuovere) l’acquisto del libro, soprattutto cercando di arrivare a quella clientela che generalmente non è naturalmente portata ad acquistare un libro. Ecco perché la caffetteria, luogo di svago e di confronto tra genitori, in cui proponiamo eventi che hanno sia la componente gastronomica che quella culturale (happy hour con lettura, giusto per fare un esempio). Ma anche i percorsi formativi per gli adulti, volti ad ampliare la conoscenza del mondo della letteratura per l’infanzia, che spesso è superficiale o legata ai prodotti commerciali, e a fornire gli strumenti per scegliere il libro giusto e saperlo leggere o proporre al bambino, o alla classe. Conquistare la fiducia dei clienti in questo modo ha un ritorno interessante in termini di fiducia nei confronti della nostra figura di libraie, che diventiamo prima di tutto confidenti e consulenti delle persone che imparano a conoscerci, e con le quali arriviamo ad instaurare dei bellissimi rapporti basati sulla fiducia e la stima.»

Queste settimane di covid come le avete vissute dal punto di vista di libreria? Vi siete sentiti usati?

«Abbiamo vissuto tanti momenti diversi. Dalla rabbia e delusione iniziali perché al libro non era stata riconosciuta l’importanza che secondo noi ha per la vita, escludendolo dalla lista dei beni di prima necessità, all’indignazione perché le librerie erano chiuse ma le grandi realtà come Amazon e le catene potevano continuare la vendita dei libri online, alla soddisfazione quando siamo riuscite ad organizzarci anche noi per le consegne a domicilio (grazie anche al progetto #libriperasporto) alla gioia di poter contribuire a rendere le giornate della clausura un po’ meno pesanti. Con il decreto del 14 aprile, che ha permesso la riapertura delle librerie, ci siamo sentite un po’ prese in giro, perché non ci è sembrata affatto una scelta fatta per promuovere la cultura. In quel senso la puntata “Civil War” della serie Rebibbia Quarantine di Zerocalcare dice tanto sia su quella scelta in particolare, sia sulla situazione fuori che dovevamo affrontare. Infatti, noi abbiamo riaperto più tardi, quando la situazione ha iniziato a sembrare più stabile e la gente un po’ più sicura di uscire.»

La ripartenza ora come la vedete? Pensate ci siano strumenti non ancora messi in campo per il vostro settore?

«Difficile e lenta. Una volta che ci hanno permesso di continuare l’attività puramente commerciale, il governo probabilmente si è convinto di aver risolto a lungo termine il problema delle librerie, dimenticando che la funzione delle librerie è ben altra, cioè, come detto prima di essere i luoghi di incontro e confronto. Con le nuove ordinanze che arrivano, pian piano stiamo studiando come riprendere le attività, per bambini che svolgevamo, perché, avendo la possibilità di farle all’aperto (ammettiamolo, siamo fortunate!), rispettando pienamente le distanze, siamo convinte di poterle fare in sicurezza. Purtroppo, le ordinanze sono spesso contraddittorie, e facendo il riferimento una all’altra, alla fine pure gli addetti ai lavori (commercialisti, consulenti di lavoro, ecc) fanno fatica a comprenderle. Inoltre, come altri esercizi commerciali rimasti chiusi per mesi, ci troviamo a fronteggiare spese arretrate in carenza di liquidità, e in questo senso lo slittamento dei termini per i contributi e le tasse non è un grande aiuto, se poi ci troveremo tutte le spese a sommarsi tra qualche mese, dato che la ripresa è comunque lenta, e le famiglie non hanno grandi disponibilità da investire in libri, purtroppo. Più che crediti d’imposta (che in un settore in cui l’IVA è assolta a monte è davvero poco utile), al settore del libro serve un’iniezione di liquidità, magari in forma di bonus per le famiglie spendibili in libri, così da contrastare sia la povertà educativa che la difficoltà delle piccole imprese dell’intera filiera del libro.»

In fase di emergenza forse di è poco pensato a quanto questa pandemia possa avere impattato sui più piccoli. Voi avete avuto percezione in questo senso o avete visto i giovani lettori tutto sommato abbastanza sereni?

«L’impatto è stato senz’altro molto pesante per i bambini, soprattutto perché non hanno gli strumenti che abbiamo noi adulti per comprendere ed interpretare la situazione; hanno vissuto per osmosi le nostre paure ed insicurezze, cambiando improvvisamente routine quotidiane e perdendo alcuni dei più importanti punti di riferimento da un giorno all’altro. Anche a loro servirà tempo e pazienza per superare questo periodo, anche se siamo convinte che ne usciranno più forti e consapevoli, sia i più piccini che i ragazzi più grandi! Sicuramente, accompagnarli con un bel libro è sempre una buona soluzione ;)»

In questo periodo cosa vi sentireste di suggerire ai vostri giovani lettori come letture?

«Uno dei libri che abbiamo consigliato più spesso in questo periodo è Dory Fantasmagorica di Abby Hanlon, edizioni Terre di mezzo, non solo perché si presta bene per la lettura in varie età,ma perché porta un po’ di spensieratezza, leggerezza, fantasia, avventura in queste giornatepiene di insicurezza, paura e dubbi. Sulla stessa linea di pensiero, anche a lettori più piccoli opiù grandi proponiamo titoli leggeri e spensierati, divertenti e rassicuranti, come i libri di Roald Dahl, per esempio.»

Se non avete ancora avuto modo, obbligo andare a vedere i loro spazi.

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https://www.sherwood.it/articolo/7825/di-tessuto-urbano-anime-eco-sostenibili-infanzia-durante-lisolamento-prospettive-e-auspici-futuri-unintervista-a-volpe-volante info@sherwood.it (Sherwood Network) https://www.sherwood.it/articolo/7825/di-tessuto-urbano-anime-eco-sostenibili-infanzia-durante-lisolamento-prospettive-e-auspici-futuri-unintervista-a-volpe-volante
<![CDATA[Speciale Gasp]]>

Un appuntamento speciale dal giardino estivo del CSO Pedro, un appuntamento pieno di fumetti e autoproduzioni, con l'edizione speciale del GASP. Il nostro caro Giacomo di "Bonaventura" ci tiene compagnia in questo pomeriggio accompagnato anche da Anita ed Eliana che ci presentano i loro nuovi lavori. Non manca nemmeno la musica, curata per l'occasione dalla nostra trasmissione rock "Famous Monsters".

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Un appuntamento speciale dal giardino estivo del CSO Pedro, un appuntamento pieno di fumetti e autoproduzioni, con l'edizione speciale del GASP. Il nostro caro Giacomo di "Bonaventura" ci tiene compagnia in questo pomeriggio accompagnato anche da Anita ed Eliana che ci presentano i loro nuovi lavori. Non manca nemmeno la musica, curata per l'occasione dalla nostra trasmissione rock "Famous Monsters".

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https://www.sherwood.it/articolo/7838/speciale-gasp info@sherwood.it (Sherwood Network) https://www.sherwood.it/articolo/7838/speciale-gasp#0
<![CDATA[L'Isola di Mr. Robinson - Puntata del 26 Giugno 2020]]>

Puntata speciale per i naufraghi dell'isola piú reggae che ci sia! L'Isola di Mr Robinson approda infatti al CSO Pedro per una puntata speciale live in diretta dal giardino estivo del nostro centro sociale per una selezione che vi fará impazzire.

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Puntata speciale per i naufraghi dell'isola piú reggae che ci sia! L'Isola di Mr Robinson approda infatti al CSO Pedro per una puntata speciale live in diretta dal giardino estivo del nostro centro sociale per una selezione che vi fará impazzire.

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https://www.sherwood.it/articolo/7836/lisola-di-mr-robinson-puntata-del-26-giugno-2020 info@sherwood.it (Sherwood Network) https://www.sherwood.it/articolo/7836/lisola-di-mr-robinson-puntata-del-26-giugno-2020#0
<![CDATA[Libera La Parola - Puntata 13]]>

"In questa puntata di "Liberalaparola: words from the world", gli studenti e le studentesse di Liberalaparola vi consigliano canzioni dell Nepal e dalla Nigeria, dalla Spagna e dall'Iran.

Se volete riascoltare o rileggere i consigli fatti dalle studentesse e dagli studenti, ecco un piccolo recap:

Le canzioni erano Simple Simple Kanchi Ko Dimple Parne Gala di Neema Tamang (Nepal), Sweet Love di Duncan Might (Nigeria), Justo di Rozalèn (Spagna) e On Est La di Arash (Iran).

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"In questa puntata di "Liberalaparola: words from the world", gli studenti e le studentesse di Liberalaparola vi consigliano canzioni dell Nepal e dalla Nigeria, dalla Spagna e dall'Iran.

Se volete riascoltare o rileggere i consigli fatti dalle studentesse e dagli studenti, ecco un piccolo recap:

Le canzioni erano Simple Simple Kanchi Ko Dimple Parne Gala di Neema Tamang (Nepal), Sweet Love di Duncan Might (Nigeria), Justo di Rozalèn (Spagna) e On Est La di Arash (Iran).

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https://www.sherwood.it/articolo/7824/libera-la-parola-puntata-13 info@sherwood.it (Sherwood Network) https://www.sherwood.it/articolo/7824/libera-la-parola-puntata-13#0
<![CDATA[Invecchiati bene #2: L'odio]]>

Benvenuti al secondo numero di questa rubrica. Come promesso ci spostiamo indietro nel tempo di un'altra decade, e qui l'età dei film in questione comincia a farsi importante, parliamo dell'epoca di Jumanji e Babe maialino coraggioso, insomma non proprio antichità ma cose che è già diec'anni che a guardarle ci si sente un po' vintage.

Il film di cui parliamo oggi, in particolare, è vecchio esattamente quanto me: è la primavera del 1995 e mentre io, con dedizione e ardore, imparo a infilarmi le mani in bocca, in Francia viene nominato primo ministro Alain Juppé, la cui agenda di riforme porterà allo scatenarsi di scioperi e proteste sociali che si avvicineranno per portata a quelli del maggio '68. Sciopereranno gli impiegati delle ferrovie e della metro di Parigi, quelli delle poste e gli insegnanti, e quello passerà alla storia come un anno decisamente burrascoso per il paese. Come se non bastasse al festival di Cannes un regista appena ventottenne, Mathieu Kassovitz, presenta un film che mostra una parte di Francia misconosciuta e scomoda: si tratta de L'odio, in lingua originale La haine, il bizzarro racconto di una giornata all'interno delle più povere banlieue parigine, in un quartiere soffocato dagli enormi progetti residenziali a basso costo pensati per i cittadini stranieri. E, come si può facilmente intuire dal titolo, è di rabbia che parla il film: non rabbia del singolo, ma rabbia sociale.

Said, Hubert e Vinz sono tre giovani amici, vengono tutti da famiglie povere anche se di etnia diversa: il primo è un arabo, il secondo un africano e il terzo un ebreo dell'est Europa. La storia inizia all'indomani di una notte di violenze nel quartiere: in seguito al pestaggio di un ragazzo da parte di un agente che lo aveva fermato per un controllo, un centinaio di giovani delle banlieue ha preso d'assedio il commissariato di polizia e vandalizzato un centro commerciale. Nel mezzo delle proteste Vinz, il più impulsivo e apparentemente violento dei tre, si è impossessato della pistola persa da un poliziotto e ora la tiene nascosta nella tasca del giubbotto, giurando di volerla usare per vendicare il ragazzo ferito dalla polizia. E, come diceva Checov, se in una stanza c'è una pistola, allora prima o poi deve sparare: il film segue i protagonisti lungo ventiquattro ore di vagabondaggi e peripezie durante le quali dovranno, in un modo o nell'altro, fare fronte all'odio che dà il titolo all'opera e che sentono crescere in loro, fomentato dalla società che li ha cresciuti dimenticandoli, senza mai degnarli di un riguardo. Hubert è pacifista, crede che ci sia un modo per fuggire dalla violenza delle periferie, è saggio e meditabondo. Vinz, al contrario, prenderebbe a testate il mondo: non passano due minuti senza che litighi con qualcuno e crede solo nella vendetta. A Said sta il compito di fare da mediatore tra i due, completando un terzetto improbabile e pieno di attriti, i cui membri si prendono cura l'uno dell'altro come possono, nel modo ingenuo e goffo che si sono insegnati da soli.

Per tutto il film li vediamo vagare tra situazioni buffe, tristi o surreali, in cui spesso noi (come i protagonisti) intuiamo un significato più profondo e che però non riusciamo a cogliere pienamente, e così spalanchiamo la bocca assieme a Vinz, stupefatto per aver visto una mucca nel bel mezzo del quartiere, ma prima di avere il tempo per farci un'opinione a riguardo i ragazzi sono finiti in un altro guaio e noi siamo obbligati a seguirli, perché non sappiamo se e quando la pistola sparerà, speriamo di non ma non possiamo esserne certi e allora è meglio stare bene attenti. Il razzismo, la povertà, la brutalità della polizia, sembra che perfino il cemento della banlieue sia contro a questi ragazzi condannati a una vita uguale a quella dei loro genitori se non peggiore. Quando i tre si avventurano fino al centro di Parigi trovano solo repulsione, vengono scacciati da ogni luogo: è la città che rifiuta le sue stesse periferie, preferisce non vederle perché sono volgari e malvestite.
Eppure, nonostante tutto, l'odio non riesce a vincere sui tre ragazzi: anche Vinz capisce alla fine che non c'è pace nella vendetta, che non è quello il modo giusto per far sentire la sua voce.

Ma perché questo film è invecchiato bene?
Visivamente ha dello sbalorditivo. È girato interamente in bianco e nero: l'assenza di colori, oltre a dare un forte messaggio, conferisce alla storia un'anomala eleganza urbana, addolcisce il brutto delle periferie senza nasconderlo, e offre bellissimi quadri di luci e ombre. La regia poi, che valse a Kassovitz il relativo premio a Cannes, è evidentemente opera di un regista giovane, con voglia di esplorare, stupire e divertirsi. Usando solamente telecamere a spalla e un piccolo elicottero radiocomandato (non c'erano ancora i droni ma ci si arrangiava comunque) riesce a creare movimenti di macchina sorprendenti e trucchi visivi che inizialmente passano inosservati, ma se ti fermi a rifletterci non puoi che chiederti come diamine ha fatto. Ci sono sequenze davvero memorabili, come quella del DJ improvvisato che, affacciato alla finestra del suo appartamento, si lancia in un mash-up tra Non, je ne regrette rien e Sound of da police, mentre noi seguiamo la musica in un volo aereo sulla piazza sottostante, dove si affolla un'umanità marginale ma autentica.

Le prove attoriali poi sono di assoluto spessore, quella di Vincent Cassel con la famosissima scena davanti allo specchio («dici a me? Che dici a me?») ma anche quelle dei suoi colleghi Hubert Koundé e Said Taghmaoui, genuini e forti. E anche i personaggi secondari, grazie alla brillante scrittura, risultano spesso indimenticabili.

Tutto questo rende L'odio un film godibile ancora oggi, ma è qualcosa che va oltre gli aspetti tecnici a fargli valere il titolo di "invecchiato bene":

il film si apre con una frase che dice «Questa è la storia di un uomo che cade da un palazzo di cinquanta piani. Mano a mano che cadendo passa da un piano all'altro, il tizio, per farsi coraggio, si ripete: - Fino a qui tutto bene. Fino a qui tutto bene. Fino a qui tutto bene. - Il problema non è la caduta, ma l'atterraggio.» La stessa frase verrà poi ripetuta con un soggetto diverso: non è un uomo che sta cadendo, ma la società.

Questo film è da vedere perché, purtroppo, stiamo ancora cadendo ma, per fortuna, non siamo ancora atterrati. E come dice anche il regista, finché ci saranno persone con la voglia di impegnarsi per una società più giusta, possiamo sperare che il marciapiede si allontani sempre più e che magari, un giorno, la caduta si trasformi in un pacifico levitare.

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Benvenuti al secondo numero di questa rubrica. Come promesso ci spostiamo indietro nel tempo di un'altra decade, e qui l'età dei film in questione comincia a farsi importante, parliamo dell'epoca di Jumanji e Babe maialino coraggioso, insomma non proprio antichità ma cose che è già diec'anni che a guardarle ci si sente un po' vintage.

Il film di cui parliamo oggi, in particolare, è vecchio esattamente quanto me: è la primavera del 1995 e mentre io, con dedizione e ardore, imparo a infilarmi le mani in bocca, in Francia viene nominato primo ministro Alain Juppé, la cui agenda di riforme porterà allo scatenarsi di scioperi e proteste sociali che si avvicineranno per portata a quelli del maggio '68. Sciopereranno gli impiegati delle ferrovie e della metro di Parigi, quelli delle poste e gli insegnanti, e quello passerà alla storia come un anno decisamente burrascoso per il paese. Come se non bastasse al festival di Cannes un regista appena ventottenne, Mathieu Kassovitz, presenta un film che mostra una parte di Francia misconosciuta e scomoda: si tratta de L'odio, in lingua originale La haine, il bizzarro racconto di una giornata all'interno delle più povere banlieue parigine, in un quartiere soffocato dagli enormi progetti residenziali a basso costo pensati per i cittadini stranieri. E, come si può facilmente intuire dal titolo, è di rabbia che parla il film: non rabbia del singolo, ma rabbia sociale.

Said, Hubert e Vinz sono tre giovani amici, vengono tutti da famiglie povere anche se di etnia diversa: il primo è un arabo, il secondo un africano e il terzo un ebreo dell'est Europa. La storia inizia all'indomani di una notte di violenze nel quartiere: in seguito al pestaggio di un ragazzo da parte di un agente che lo aveva fermato per un controllo, un centinaio di giovani delle banlieue ha preso d'assedio il commissariato di polizia e vandalizzato un centro commerciale. Nel mezzo delle proteste Vinz, il più impulsivo e apparentemente violento dei tre, si è impossessato della pistola persa da un poliziotto e ora la tiene nascosta nella tasca del giubbotto, giurando di volerla usare per vendicare il ragazzo ferito dalla polizia. E, come diceva Checov, se in una stanza c'è una pistola, allora prima o poi deve sparare: il film segue i protagonisti lungo ventiquattro ore di vagabondaggi e peripezie durante le quali dovranno, in un modo o nell'altro, fare fronte all'odio che dà il titolo all'opera e che sentono crescere in loro, fomentato dalla società che li ha cresciuti dimenticandoli, senza mai degnarli di un riguardo. Hubert è pacifista, crede che ci sia un modo per fuggire dalla violenza delle periferie, è saggio e meditabondo. Vinz, al contrario, prenderebbe a testate il mondo: non passano due minuti senza che litighi con qualcuno e crede solo nella vendetta. A Said sta il compito di fare da mediatore tra i due, completando un terzetto improbabile e pieno di attriti, i cui membri si prendono cura l'uno dell'altro come possono, nel modo ingenuo e goffo che si sono insegnati da soli.

Per tutto il film li vediamo vagare tra situazioni buffe, tristi o surreali, in cui spesso noi (come i protagonisti) intuiamo un significato più profondo e che però non riusciamo a cogliere pienamente, e così spalanchiamo la bocca assieme a Vinz, stupefatto per aver visto una mucca nel bel mezzo del quartiere, ma prima di avere il tempo per farci un'opinione a riguardo i ragazzi sono finiti in un altro guaio e noi siamo obbligati a seguirli, perché non sappiamo se e quando la pistola sparerà, speriamo di non ma non possiamo esserne certi e allora è meglio stare bene attenti. Il razzismo, la povertà, la brutalità della polizia, sembra che perfino il cemento della banlieue sia contro a questi ragazzi condannati a una vita uguale a quella dei loro genitori se non peggiore. Quando i tre si avventurano fino al centro di Parigi trovano solo repulsione, vengono scacciati da ogni luogo: è la città che rifiuta le sue stesse periferie, preferisce non vederle perché sono volgari e malvestite.
Eppure, nonostante tutto, l'odio non riesce a vincere sui tre ragazzi: anche Vinz capisce alla fine che non c'è pace nella vendetta, che non è quello il modo giusto per far sentire la sua voce.

Ma perché questo film è invecchiato bene?
Visivamente ha dello sbalorditivo. È girato interamente in bianco e nero: l'assenza di colori, oltre a dare un forte messaggio, conferisce alla storia un'anomala eleganza urbana, addolcisce il brutto delle periferie senza nasconderlo, e offre bellissimi quadri di luci e ombre. La regia poi, che valse a Kassovitz il relativo premio a Cannes, è evidentemente opera di un regista giovane, con voglia di esplorare, stupire e divertirsi. Usando solamente telecamere a spalla e un piccolo elicottero radiocomandato (non c'erano ancora i droni ma ci si arrangiava comunque) riesce a creare movimenti di macchina sorprendenti e trucchi visivi che inizialmente passano inosservati, ma se ti fermi a rifletterci non puoi che chiederti come diamine ha fatto. Ci sono sequenze davvero memorabili, come quella del DJ improvvisato che, affacciato alla finestra del suo appartamento, si lancia in un mash-up tra Non, je ne regrette rien e Sound of da police, mentre noi seguiamo la musica in un volo aereo sulla piazza sottostante, dove si affolla un'umanità marginale ma autentica.

Le prove attoriali poi sono di assoluto spessore, quella di Vincent Cassel con la famosissima scena davanti allo specchio («dici a me? Che dici a me?») ma anche quelle dei suoi colleghi Hubert Koundé e Said Taghmaoui, genuini e forti. E anche i personaggi secondari, grazie alla brillante scrittura, risultano spesso indimenticabili.

Tutto questo rende L'odio un film godibile ancora oggi, ma è qualcosa che va oltre gli aspetti tecnici a fargli valere il titolo di "invecchiato bene":

il film si apre con una frase che dice «Questa è la storia di un uomo che cade da un palazzo di cinquanta piani. Mano a mano che cadendo passa da un piano all'altro, il tizio, per farsi coraggio, si ripete: - Fino a qui tutto bene. Fino a qui tutto bene. Fino a qui tutto bene. - Il problema non è la caduta, ma l'atterraggio.» La stessa frase verrà poi ripetuta con un soggetto diverso: non è un uomo che sta cadendo, ma la società.

Questo film è da vedere perché, purtroppo, stiamo ancora cadendo ma, per fortuna, non siamo ancora atterrati. E come dice anche il regista, finché ci saranno persone con la voglia di impegnarsi per una società più giusta, possiamo sperare che il marciapiede si allontani sempre più e che magari, un giorno, la caduta si trasformi in un pacifico levitare.

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<![CDATA[I singoli di giugno 2020 dalla redazione di Sherwood webzine!]]>

Giugno: mese di ripartenze, ritorni e nuove vite in una realtà cambiata, ancora senza concerti, festival, cinema ecc... ma dove le nuove uscite non sono mancate. Ecco che la redazione della Webzine di Radio Sherwood vi offre i suoi consigli su quali canzoni mettere in playlist.

Buon ascolto!



Matteo Molon

Malkomforto - Ghiaccioli: la band padovana è freschissima di uscita col nuovo lavoro L’irresistibile tedio dell’attesa da cui la canzone scelta è tratta, per giovarci con un disco necessario a superare le grandi attese della vita, sia morali sia semplicemente temporali. Questa uscita lavora come il sole durante un temporale estivo, fra emo, voci graffiate e melodia, assolutamente da sfogo e assolutamente orecchiabile anche a chi non è avvezzo al sound.


In June - Home: la band romana confeziona un ottimo indie pop rock per i mesi estivi, da sparare dalla casse mentre si sta facendo un picnic per colli e montagne varie. Rock da compagnia per aumentare la serotonina in corpo.


Endrigo - Anni Verdigruppo di Brescia che per fortuna discosta la sua forma sonora da quella moscia dell’itpop ultimo periodo, regalandoci una canzone che parla dei “green years”. modo di dire inglese ad indicare gli anni di formazione dell’adolescenza. Inutile sottolineare i ricordi risaliti alla mente. Caloroso e intimo struggimento.


Bluedaze - Hodadda Varese un brano letteralmente sull'onda fra surf rock e dream pop, di quella via estera poco seguita nel nostro paese. Importante avere queste sonorità realizzate in maniera così fresca. Tenetelo di riguardo per le giornata al lago / mare o semplicemente quando il mare di città si farà sentire dentro la vostra tipica solitudine estiva.


Godblesscomputers - Lions: Lorenzo Nada in arte GBC torna con un nuovo pezzo dopo la parentesi “instrumental” di K0ralle. Il brano vira verso sonorità che ad un primo impatto potrebbero ricordare il GBC dei primi lavori ma che in realtà ci mostra una “forma brano” più asciutta, minimale e focalizzata sui dettagli. Straordinario vedere come il progetto cresca e cambia con tanta consapevolezza nel tempo.


Rolling Blackouts Coastal Fever - Cameo: la Sub Pop regala sempre perle e questa canzone è un inno da road movie assoluto! Un rock ‘n roll fatto come si deve, una scrittura che cresce ed esplode nel ritornello facendo divenire l’esperienza di ascolto una piccola epifania! Loro sono australiani ma anche qui in Italia abbiamo lunghe autostrade che solcano le due grandi coste del Belpaese: se dovete fare la vostra Playlist magica per i viaggi, mettetecela dentro!


Mother Island - Summer Glow: brano da dedicare alle lunghe serate in auto spesi a raccontarsi cose prima di rientrare a casa. Avete presente quando siete a fine serata, ma non volete effettivamente tornare perché state davvero bene? Summer Glow è la canzone da mettere a corredo delle parole. Tratta dal nuovo album Motel Rooms.



Andrea Liuzza

Violé Blanc - Erotic Ritual: pulsazioni tribali ed elettronica glitch si uniscono in questo perfetto singolo pop, esordio del duo di fanciulle elettroniche Violé Blanc. Pubblicato con Beautiful Losers, il singolo parla del lato oscuro dell’amore, tra dominazione, sottomissione e desiderio di libertà.


Emilya ndme - Taxi Driver: innamorata dei paesaggi nordici, la genovese Emilya ndMe ha appena pubblicato un disco che fonde con eleganza atmosfere dream pop e pulsazioni wave. Taxi Driver, la canzone più upbeat del disco, si candida come la sua personale hit dell’estate. Naturalmente, un’estate nordica!


Cité Radieuse - Olgaprogetto colto e sperimentale, Città Radiosa riunisce alcuni sound designers e compositori nel nome dell’architetto Le Corbusier, progettando e costruendo brani che sono letteralmente architetture sonore. Olga, il loro nuovo video, giostra frammenti di danza e spazi urbani.


Jon Gomm - Passionflower: superati i 17 milioni di views su YouTube, la canzone Passionflower del songwriter inglese Jon Gomm approda per la prima volta su tutte le piattaforme digitali in una versione di studio, arricchita dalla produzione dell’australiano Ady Sorenson.



Rossella Puca

Bob Mould - American Crisis, in un momento di estrema crisi "americana" in cui strade e piazze vengono riempite dal movimento Black Lives Matter, il singolo di Bob Mould, ex leader degli Hüsker Du, dallo sguardo intenso e pacato al di dietro dei suoi occhialini, è sul serio premonitore.


No Age - Feeler, dall’album Goons Be Gone pubblicato il 5 giugno 2020, i No Age, duo losangelino proseguono la carriera con il loro caratteristico (ed indipendente) punk dal flirt incipiente con il sound pop prettamente radiofonico.


Westerman - Think I’ll Stay, dall’album uscito il 5 giugno 2020 intitolato Your Hero Is Not Dead, esordio di Will Westerman, londinese dal sound nostalgico di soft rock miscelato ad una buona dose di elettronic pop (comunque io ci sento tantissimo del buon vecchio Sting!)


Edda & Marok - Servi dei Servi, cosa poteva uscire da queste due menti irriverenti? Un pezzo manifesto-politico dalle tematiche critiche e al contempo non-sense (se fosse mai stato possibile, ebbene sì!). Tanto rimando agli ex-CCCP ma in un contesto completamente differente: basso sovra-elevato, canto in lo-fi, distorsioni in echi e rombi. Un bel pezzo.


Let It Come Down - Monday, ho trovato il pezzo giusto da ascoltare di lunedì, magari con un approccio malinconico e notevolmente ispirato. Dopo aver ascoltato questo singolo almeno dieci volte di seguito, sono andata a scovare la provenienza: Let It Come Down è una collaborazione tra Kramer (musicista americano, polistrumentista e compositore) e Xan Tyler (cantante inglese anch’essa compositrice). Il loro album è disponibile dal 12 giugno e si chiama Songs We Sang In Our Dreams (Shimmy Disc Label).



Suona ancora meglio:

Durante la quarantena ci siamo persi il nono album dei Subsonica Mentale Strumentale, pubblicato il 24 aprile 2020, quanto è bella la track strumentale Detriti nello spazio? Arpeggi in repeat di chitarra acustica, tra rimandi di sound spaziale e rivoli di pianola in lontananza.

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Giugno: mese di ripartenze, ritorni e nuove vite in una realtà cambiata, ancora senza concerti, festival, cinema ecc... ma dove le nuove uscite non sono mancate. Ecco che la redazione della Webzine di Radio Sherwood vi offre i suoi consigli su quali canzoni mettere in playlist.

Buon ascolto!



Matteo Molon

Malkomforto - Ghiaccioli: la band padovana è freschissima di uscita col nuovo lavoro L’irresistibile tedio dell’attesa da cui la canzone scelta è tratta, per giovarci con un disco necessario a superare le grandi attese della vita, sia morali sia semplicemente temporali. Questa uscita lavora come il sole durante un temporale estivo, fra emo, voci graffiate e melodia, assolutamente da sfogo e assolutamente orecchiabile anche a chi non è avvezzo al sound.


In June - Home: la band romana confeziona un ottimo indie pop rock per i mesi estivi, da sparare dalla casse mentre si sta facendo un picnic per colli e montagne varie. Rock da compagnia per aumentare la serotonina in corpo.


Endrigo - Anni Verdigruppo di Brescia che per fortuna discosta la sua forma sonora da quella moscia dell’itpop ultimo periodo, regalandoci una canzone che parla dei “green years”. modo di dire inglese ad indicare gli anni di formazione dell’adolescenza. Inutile sottolineare i ricordi risaliti alla mente. Caloroso e intimo struggimento.


Bluedaze - Hodadda Varese un brano letteralmente sull'onda fra surf rock e dream pop, di quella via estera poco seguita nel nostro paese. Importante avere queste sonorità realizzate in maniera così fresca. Tenetelo di riguardo per le giornata al lago / mare o semplicemente quando il mare di città si farà sentire dentro la vostra tipica solitudine estiva.


Godblesscomputers - Lions: Lorenzo Nada in arte GBC torna con un nuovo pezzo dopo la parentesi “instrumental” di K0ralle. Il brano vira verso sonorità che ad un primo impatto potrebbero ricordare il GBC dei primi lavori ma che in realtà ci mostra una “forma brano” più asciutta, minimale e focalizzata sui dettagli. Straordinario vedere come il progetto cresca e cambia con tanta consapevolezza nel tempo.


Rolling Blackouts Coastal Fever - Cameo: la Sub Pop regala sempre perle e questa canzone è un inno da road movie assoluto! Un rock ‘n roll fatto come si deve, una scrittura che cresce ed esplode nel ritornello facendo divenire l’esperienza di ascolto una piccola epifania! Loro sono australiani ma anche qui in Italia abbiamo lunghe autostrade che solcano le due grandi coste del Belpaese: se dovete fare la vostra Playlist magica per i viaggi, mettetecela dentro!


Mother Island - Summer Glow: brano da dedicare alle lunghe serate in auto spesi a raccontarsi cose prima di rientrare a casa. Avete presente quando siete a fine serata, ma non volete effettivamente tornare perché state davvero bene? Summer Glow è la canzone da mettere a corredo delle parole. Tratta dal nuovo album Motel Rooms.



Andrea Liuzza

Violé Blanc - Erotic Ritual: pulsazioni tribali ed elettronica glitch si uniscono in questo perfetto singolo pop, esordio del duo di fanciulle elettroniche Violé Blanc. Pubblicato con Beautiful Losers, il singolo parla del lato oscuro dell’amore, tra dominazione, sottomissione e desiderio di libertà.


Emilya ndme - Taxi Driver: innamorata dei paesaggi nordici, la genovese Emilya ndMe ha appena pubblicato un disco che fonde con eleganza atmosfere dream pop e pulsazioni wave. Taxi Driver, la canzone più upbeat del disco, si candida come la sua personale hit dell’estate. Naturalmente, un’estate nordica!


Cité Radieuse - Olgaprogetto colto e sperimentale, Città Radiosa riunisce alcuni sound designers e compositori nel nome dell’architetto Le Corbusier, progettando e costruendo brani che sono letteralmente architetture sonore. Olga, il loro nuovo video, giostra frammenti di danza e spazi urbani.


Jon Gomm - Passionflower: superati i 17 milioni di views su YouTube, la canzone Passionflower del songwriter inglese Jon Gomm approda per la prima volta su tutte le piattaforme digitali in una versione di studio, arricchita dalla produzione dell’australiano Ady Sorenson.



Rossella Puca

Bob Mould - American Crisis, in un momento di estrema crisi "americana" in cui strade e piazze vengono riempite dal movimento Black Lives Matter, il singolo di Bob Mould, ex leader degli Hüsker Du, dallo sguardo intenso e pacato al di dietro dei suoi occhialini, è sul serio premonitore.


No Age - Feeler, dall’album Goons Be Gone pubblicato il 5 giugno 2020, i No Age, duo losangelino proseguono la carriera con il loro caratteristico (ed indipendente) punk dal flirt incipiente con il sound pop prettamente radiofonico.


Westerman - Think I’ll Stay, dall’album uscito il 5 giugno 2020 intitolato Your Hero Is Not Dead, esordio di Will Westerman, londinese dal sound nostalgico di soft rock miscelato ad una buona dose di elettronic pop (comunque io ci sento tantissimo del buon vecchio Sting!)


Edda & Marok - Servi dei Servi, cosa poteva uscire da queste due menti irriverenti? Un pezzo manifesto-politico dalle tematiche critiche e al contempo non-sense (se fosse mai stato possibile, ebbene sì!). Tanto rimando agli ex-CCCP ma in un contesto completamente differente: basso sovra-elevato, canto in lo-fi, distorsioni in echi e rombi. Un bel pezzo.


Let It Come Down - Monday, ho trovato il pezzo giusto da ascoltare di lunedì, magari con un approccio malinconico e notevolmente ispirato. Dopo aver ascoltato questo singolo almeno dieci volte di seguito, sono andata a scovare la provenienza: Let It Come Down è una collaborazione tra Kramer (musicista americano, polistrumentista e compositore) e Xan Tyler (cantante inglese anch’essa compositrice). Il loro album è disponibile dal 12 giugno e si chiama Songs We Sang In Our Dreams (Shimmy Disc Label).



Suona ancora meglio:

Durante la quarantena ci siamo persi il nono album dei Subsonica Mentale Strumentale, pubblicato il 24 aprile 2020, quanto è bella la track strumentale Detriti nello spazio? Arpeggi in repeat di chitarra acustica, tra rimandi di sound spaziale e rivoli di pianola in lontananza.

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<![CDATA[ReadBabyRead_496_Derek_Raymond_1]]>

Terminata la lettura di “Incubo di strada” di Derek Raymond, sul risvolto della quarta di copertina abbiamo notato uno stick assai noto, il logo della Libreria Don Chisciotte a Mestre, e questo, per citare maldestramente Proust, ha messo in moto la nostra memoria involontaria nei dintorni di quel luogo caro.
La libreria da sempre era gestita da Billy Lamarmora, il vero Libraio, non perché vendeva volumi spesso introvabili altrove ma perché il mondo del libro era il suo mondo e lui un abitante di rilievo e davvero speciale. Billy non aveva solo una cultura enciclopedica che spaziava dalla cosmogonia dantesca agli ultimi autori di libri gialli (naturalmente sempre di alto livello) e sembrava davvero sapere non di tutto ma tutto, ma era soprattutto una persona affabile, interessata, amante del proprio lavoro e gentile, dove per gentilezza non si intende rivolgere un sorriso al posto di un mugugno ma avere il dono della magnanimità.  Ecco, Billy era un uomo gentile, un gentiluomo che tra i suoi scaffali affollati di mille titoli danzava con maestria e leggerezza sempre pronto a una conversazione arguta, a un motto di spirito, a un prezioso consiglio. Così per ringraziarlo di tutte le sue gentilezze desideriamo dedicargli questa lettura di un libro che ci aveva consigliato, naturalmente a buon proposito.
Con affetto. Claudio Tesser e Franco Ventimiglia.



ReadBabyRead #496 del 25 giugno 2020


Derek Raymond
Incubo di strada


(1a parte)


per info su F. Ventimiglia e C. Tesser:


Lettura e altri crimini
iTunes podcast


voce: Francesco Ventimiglia


"Kleber era un detective del distretto di boulevard de Sébastopol. Era nato a Parigi, nonostante la sua famiglia fosse originaria dell'Alsazia-Lorena; aveva quarant'anni, una moglie e niente figli. Sapeva di non essere particolarmente simpatico - o antipatico -, era semplicemente un detective, uno di quelli risoluti, rapidi ed efficienti, con una buona testa e una lingua troppo lunga - i suoi colleghi avrebbero potuto confermarlo - che l'aveva tenuto lontano dalle promozioni. Poteva essere molto sgradevole con tutte le persone sgradevoli che incontrava per lavoro: ladri, papponi e assassini. Non era un uomo violento, anzi quello che sorprendeva tutti, lui compreso, era la sua capacità di provare compassione, una caratteristica che aveva dovuto imparare a controllare, come si tiene a bada un grosso cane pronto a precipitarsi verso qualunque odore fiuti da lontano."


Derek Raymond: il lord del poliziesco


A Derek Raymond piacciono le Gauloises con filtro, Jean-Paul Sartre, Dashiell Hammett, George Brassens e l'Aveyron. Ma storce il naso al solo nome di Margaret Thatcher e Agatha Christie. Suddito di Sua Maestà cresciuto tra Eton e il castello di famiglia del Kent, Robin William Arthur Cook, più conosciuto come Derek Raymond, sessantadue anni appena compiuti, ha deciso molto presto che i privilegi, le lusinghe e le usanze dell'establishment gli andavano a genio quanto una tazza di tè. E a Derek Raymond, molto semplicemente, il tè non piace. O con gran moderazione. Parlategli di lager a botti, di uno o due bicchieri di buon vino, e andrà benissimo. Dal Sud-Ovest della Francia, dove ha trascorso quasi dieci anni a mondare le viti, "Cookie", come lo chiamano a Dean Street i suoi amici del French Pub, ha assimilato delle abitudini cocciute: un berretto che non abbandona mai, come un talismano, un accento che si può tagliare con la lama di un coltello: quando Raymond si esprime in francese, sonore esclamazioni come "Putaing!" o "Pardi!" punteggiano i suoi discorsi. Lui lo chiama il suo accento del "Mezzogiorno meno un quarto".

Lo ritrovo oggi dopo qualche anno al Coach and Horses, un pub del West-End che è il suo quartier generale, e Derek Raymond non è cambiato: è la solita figura di eterno giovanotto dinoccolato, qualcosa tra un trampoliere e un uccello notturno. E sempre, come parte essenziale di questa goffaggine, di questa lunga e strana carcassa, come un'anima, un motore e la sua scintilla, il gusto della vita, il cuore in mano.

Nato il 12 giugno 1931 in Baker Street, a qualche passo dalla casa del vecchio Holmes, Derek Raymond s'impone oggi come uno degli scrittori di romanzi neri più originali del nostro tempo. Uno dei più forti, come si direbbe per un liquore, da Raymond Chandler, Jim Thompson, David Goodis: leggere I Was Dora Suarez lascia fulminati, stende al tappeto. Baudelaire - che Raymond conosce a menadito, scommetteva sulla metafisica del dandismo; se si dovesse scommettere su una metafisica del poliziesco, Raymond avrebbe tutte le caratteristiche del cavallo vincente. Di corse, il suo "gusto della strada" gliene ha fatte fare parecchie. Quindici romanzi alle spalle, cinque matrimoni e ogni tipo di mestiere in ogni tipo di paese, Mosca, Algeria... Soho l'ha conosciuto come uomo di paglia per i più grossi furfanti dei sixties. In Spagna, sotto Franco, il traffico delle auto d'occasione. La Toscana l'ha visto vignaiolo. La Francia, operaio agricolo dalle parti di Millau. 

E durante tutte le sue varie metamorfosi, Derek Raymond scriveva. Senza successo. A Parigi, Marcel Duhamel presiedeva ancora ai destini della Série Noire. Un romanzo di Raymond, The crust on its upper, gli passò per le mani e lo colpì, lo tradusse lui con il titolo Crème anglaise, e così iniziò...

I libri di Raymond pubblicati in Italia:

Atti privati in luoghi pubblici (Public Parts and Private Places, 1969) Meridiano Zero, 2004

Gli inquilini di Dirt Street (The Tenants of Dirt Street, 1971) Meridiano Zero, 2004

E morì a occhi aperti (He Died with His Eyes Open, 1984) Meridiano Zero, 1998, 2003, 2007, 2013; Fanucci, 2016

Aprile è il più crudele dei mesi (The Devil's Home On Leave, 1984) Meridiano Zero, 1998, 2004, 2013; Fanucci, 2016

Incubo di strada (Nightmare In The Street, 1988) Meridiano Zero, 2010

Il mio nome era Dora Suarez (I Was Dora Suarez, 1990) Meridiano Zero, 1999, 2000, 2006; Fanucci, 2016

Stanze nascoste (Hidden Files, 1992) Meridiano Zero, 2011 - autobiografia

Il museo dell’inferno (Dead man upright, 1993) Meridiano Zero, 2002; Fanucci, 2017

Quando cala la nebbia rossa (Not Till the Red Fog Rises, 1994) Meridiano Zero, ; 2017

Come vivono i morti (How the Dead Live, 1994) Meridiano Zero, 1998, 2005, 2010; Fanucci, 2016


L'intervista


Qui a Londra, dove ha ottenuto una certa notorietà, si parla ancora di lei sulla stampa come Derek Raymond. Perché?

Capita che io non sia l'unico autore di romanzi polizieschi a chiamarsi Robin Cook. Ce n'è un altro, un americano. A un certo momento, io non avevo scritto niente da parecchio, il mio editore mi ha spinto a prendere uno pseudonimo. E ho scelto i nomi dei miei due amici preferiti, Derek, Raymond, che purtroppo oggi sono morti.

L'altro Robin Cook, "chirurgo di formazione" secondo le quarte pagine di copertina, è un autore di "thriller medici" che vanno piuttosto bene. Ha letto qualcuno dei suoi libri?

Sì, uno solo. So che vende molto negli aeroporti. Non ricordo il titolo che ho letto. Mi ricordo soprattutto dell'amica che me l'ha dato dicendo "Ecco quello che dovresti scrivere, ecco uno scrittore" ....

Lei non ha una natura particolarmente espansiva. Come le è venuta l'idea di scrivere un libro di memorie?

A me da solo quell'idea non sarebbe mai venuta. All'inizio era una richiesta di un editore parigino molto corretto, ma che ha finito per rifiutarlo. Era circa cinque anni fa, all'epoca in cui lì a Bourg, a casa mia nell'Aveyron, stavo terminando Dora Suarez. Quando ho presentato il manoscritto, l'hanno trovato, come dire, non abbastanza... aneddotico. Credo che si aspettassero da me una maggior quantità di storie personali, con nomi di persone famose, di scrittori - come se ne conoscessi! -, delle cose divertenti sulla mia vita, sul quotidiano, e forse meno riflessioni sulla scrittura, sul mio lavoro di scrittore, qualcosa di veramente "duro" insomma, ma da non trascurare se si vuole andare avanti... lo avevo preso la cosa molto seriamente. Un altro editore, Rivages, l'ha accettato senza che dovessi cambiare una virgola.

Questo "percorso", appunto, si scopre anche, in The Hidden Files (l'autobiografia, N. d. T.), un destino poco banale. Tutto inizia con una scenografia da Piccolo Lord, i colleges, Eton, la governante, dei domestici, un castello, per poi precipitare, come dice lei, "nella strada", ma deliberatamente. La sua infanzia com'è stata?

Torbida. Per la mia famiglia contavano solo gli affari, le assicurazioni, il tessile su cui si basava la sua fortuna, e il castello di Roydon, a cinquanta chilometri da Londra. La letteratura non li interessava minimamente, a parte qualche classico. O Dickens, di cui non capivano niente. La mia infanzia, a dire il vero, assomiglia un po' a quella che Sartre descrive ne l'Enfance d'un chef. Con la differenza che per me, dall'età di sette, otto anni, era già tutto finito, e mi sono detto: qui c'è qualcosa che non va... lo sono nato nel '31, in piena recessione, c'era il crac della Borsa e il crac di tutto. Era questo il mio inizio sul pianeta, per non parlare della guerra. C'era veramente la miseria a Londra e molto presto mi sono posto la domanda: perché vivo nella bambagia se là in basso c'è della gente che elemosina nella strada? No, la borghesia proprio non mi andava. Ancora oggi, anche se ho la pelle abbastanza dura e comincio a trasformarmi in un membro, come dicono, della Terza Età, sono molto impressionabile e mi lascio sconvolgere enormemente.

Dalla miseria delle persone?

Proprio così! Insomma, non voglio generalizzare, parlo solo per me stesso, ma a che scopo trasformarsi in uno scrittore se non ci si lascia toccare dalle cose? Il mondo odierno è sempre peggio: ognuno per sé! Scrivere aiuta a rendere comprensibile la sofferenza. Come dicevo a uno dei miei amici, Jean-Paul Kauffmann: una volta che hai chiuso la porta della strada, è finita, vecchio mio' Ti distacchi dalla vita della strada, ti chiudi in casa, hai tutte le comodità e incominci a scrivere: hai perso in partenza! Andare in giro, essere tra la gente, parlare con loro, anche per insultarsi ma farne comunque parte, secondo me per uno scrittore non c'è niente che possa sostituire tutto questo.

Nel Le soleil qui s'éteint (Sick transit, inedito in Inghilterra, N.d.T.) un personaggio spiega: "Nessuno può essere in forma migliore dell'anno precedente, una volta passata la quarantina." 

Lei ha passato i sessanta, ma ha l'aria di essere in forma perfetta...

Certo, pardi! Ho il fegato un po' arrugginito, ma cosa vuole, l'ho fatto lavorare il poveretto! 

Quando è entrato a Eton?

Nel '44. II 6 maggio.

E andò male?

Di primo acchito. Tutto quello snobismo, le costrizioni, questa gente che ti sequestra dentro una classe sociale, la cui unica idea è di trasformarti in un potenziale ministro. Un'ossessione. Esattamente il contrario di quello che volevo. La mia famiglia non sapeva cosa fare di me. lo non avevo niente da spartire con loro, non ci intendevamo, era inutile...

A parte le differenze tra di voi, amava i suoi genitori?

No. Tra mia madre e me era la guerra civile, la peggiore delle guerre. Quanto a mio padre non provavo il minimo rispetto per lui. A sedici anni ho mollato tutto e me ne sono andato di corsa. Mi sono detto: è troppo! Volevo chiudere con tuffo. Quando si cominciano ad avere delle idee nere sulla vita, la vita "borghese", la vita secondo i genitori, secondo Eton, la vita non è più neanche un'ombra di vita.

Lei cita George Orwell nelle sue memorie, anche lui è passato per Eton.

Lo ha detestato anche lui, quanto me. E come lui io ho cercato di sputare fuori tutto, di espellerlo, di purgarmi, di trovare qualcosa di più sano.

Chi ha voglia di scrivere non ha necessariamente bisogno di rifiutare così radicalmente, se non la famiglia, almeno il suo ambiente. Evelyn Waugh, a esempio...

Tra lui e me le differenze sono enormi. Il che non mi impedisce di ammirarlo come uno dei migliori scrittori inglesi dei nostri tempi. Lui ci teneva alla "vita da castello", a me invece disgustava. Waugh voleva allo stesso tempo sia lo snobismo che la verità. E c'è riuscito, attenzione: cos'è che non ha messo a nudo! Quello che volevo fare io non era di demolire checchessia, volevo andare più in là, scendere "nella strada", seguire il mio istinto. E raro che ci si sbagli, quando lo si segue veramente. Un'altra cosa, dato che prendiamo Waugh come parametro: lui era essenzialmente incentrato sull'Inghilterra. Per quello che mi concerne, e può darsi che questo mi venga da parte di mia madre con le sue ascendenze americano-giudeo-polacche, io morivo dalla voglia di andarmene, di viaggiare, di andare a vedere altri posti, in Spagna, in Italia, in Francia, insomma che cosa succedeva al di là della Manica.

Cominciamo dal principio...

In Spagna, era al tempo di Franco, all'inizio degli anni cinquanta. Abitavo a Salamanca, ero "fidanzato" a una ragazza del quartiere, i borghesi avevano voglia di belle auto, che non si trovavano facilmente sul mercato: c'erano tasse enormi. Ne importavo dall'Inghilterra, delle Ford o auto di quel tipo, fino a Gibilterra. Poi le facevo passare in Spagna. Non c'era che un posto di frontiera, La Linea, ma con il mio passaporto britannico cosa potevano dirmi i doganieri? Targhe, certificati, era tutto in regola. In poche parole, mi trovavo a cambiare auto molto frequentemente...

Molte auto, un po' di traffici...

Un po'... parecchi! E poi, quando cominciavo a sentire puzza di bruciato, sono partito per Tangeri. 

A cosa fare?

Per tenermi un po' in disparte...

E la scrittura, durante tutto questo? 

Ma certo! Avevo già cominciato. Prima della Spagna. A Londra, a Chelsea, avevo un appartamento con un amico, giornalista al Sunday Express. Una notte, o meglio un mattino, rientrando da una festa, mi chiese: "Cosa fai nella tua stanza? Continuo a sentire il clac-clac di una macchina da scrivere, scrivi un romanzo o che?" Pardi! gli ho risposto. Lui ha letto tre righe e mi ha detto: "Fermo lì! Se vuoi farlo seriamente, taglia a fondo, niente lungaggini."... È il solo vero consiglio letterario che abbia mai ricevuto. Poi, tutto quello che avevo scritto prima, l'ho usato per accendere il fuoco. D'altronde qui nessuno ne voleva sapere.

Fino a Crème anglaise.

Sì, nel 1962, al mio ritorno da New York dove avevo ero stato un anno. Un anno giusto. 

Cosa faceva lì?

Dio solo lo sa... Mi sono sposato lì per la prima volta. Facevo dei lavoretti nel campo editoriale, vendite per corrispondenza, traduzione dallo spagnolo per delle riviste da due soldi. E soprattutto mi guardavo quella città, instancabilmente.


Lei ha lavorato per i fratelli Kray che sono sotto chiave da più di vent'anni per essere stati a Londra, i capi della mala.

Esatto. In realtà è cominciato tutto il primo dell'anno 1960. lo ero sbarcato a Bristol arrivando da New York. Ero in bolletta, avevo appena di che pagarmi il biglietto del treno per Londra. Mi sono precipitato al French Pub, e ho incontrato un vecchio amico, dei tempi di Eton, che si era lanciato nelle truffe ad alto livello. Mi ha proposto 'un lavoretto": quella sera stessa ero diventato titolare di cinque ditte di costruzioni edili, delle società di cartapesta... E dietro, da lontano, ma al comando di tutta l'operazione, c'erano i fratelli Kray, i "gemelli".

Si è scritto molto sui fratelli Kray, hanno anche girato un film su di loro. Com'erano?

Quel tipo di persone di fronte ai quali si diventa cadaveri. Controllavano tutto l'East End, metà della città. Il resto, la parte sud, era dei Richardson. Ma l'East End, il gioco, la prostituzione, erano in mano loro. Avevano tutto in pugno.

Soho, la mala, tutte cose che lei conosceva come le sue tasche. È stato venditore di riviste pomo, ha fatto per un po' il tassista di notte. Eppure a quell'epoca, gli anni sessanta, lei non ha mai smesso di scrivere. La Rue obscène (Tenants of Dirt Street) ad esempio, o Bombe surprise, un libro molto curioso. E poi, per più di dieci anni, basta, neanche una parola...

Tra ii '73 e l'80, è vero, non ho scritto niente. Ero operaio agricolo, potavo le vigne, tagliavo la legna con i gitani. In Francia. A Bourg, nel Sud-Ovest, nel 'Mezzogiorno meno un quarto", come dicono...

Quindi negli anni che ha passato a Millau ha rinunciato a scrivere?

Stavo nei vigneti tutta la giornata. Un lavoro sfibrante.

E poi ha ricominciato. Con “E morì a occhi aperti”.

E un libro che ho sognato, ma veramente! Era in dicembre, di notte, e faceva un freddo cane! Avevo sei coperte addosso, e le finestre erano incrostate di brina. Mi sono risvegliato di soprassalto. Mi sono detto: questo devo assolutamente scriverlo. Non avevo nessuna voglia di muovermi, bisognava accendere il riscaldamento giù da basso, erano le tre del mattino. Ma avevo paura che mi sfuggisse, era più forte di me. 

Ha dei modelli in letteratura?

Sartre. Quando ero giovane, a una certa epoca, ne potevo recitare pagine intere a memoria. Oppure... dei modelli... Orwell, Dostoievski... Zola, Maupassant. Chandler, ovviamente, Dashiell Hammett. Mi sono chiesto per molto tempo perché gli americani sono molto più forti di noi nel romanzo nero. E senza dubbio perché, molto semplicemente, noi siamo troppo timorosi. Non apriamo abbastanza le cosce...

Il poliziesco francese, il suo riferimento, è Jean-Patrick Manchette, non è così?

Pardi! Mi ricorderò sempre come mi ha accolto a casa sua, una notte a Parigi, sotto una pioggia battente alle quattro del mattino. E sono restato lì da lui per una settimana. L'unica cosa su cui non andavamo d'accordo era la politica. L'impegno, più esattamente. Lui era molto sessantottino. La politica? Lasciala ai fessi, gli dicevo, noi siamo scrittori...

Nelle sue memorie ritorna continuamente su quel romanzo chiave della sua opera, “I was Dora Suarez”, e soprattutto sull'esperienza molto intensa costituita dalla sua scrittura. Una specie di lunga notte, di discesa agli inferi...

Suarez.... Per tutto il tempo in cui l'ho scritto, non sono stato capace di addormentarmi senza una luce accesa! Non faccia l'errore di confondere il Raymond che ha oggi davanti a lei, cordiale con tutti, pieno di entusiasmo, con l'altro Raymond, l'altro me stesso, quello di Suarez. Non è schizoide, è complementare. Suarez, il romanzo nero come lo intendo io, è un po' come se qualcuno - lei, io - facesse una passeggiata in un giardino pubblico una sera al crepuscolo, e si imbattesse all'improvviso in qualcosa d'orribile che lo sgomenta fino al terrore. La catastrofe, la morte. Allora, davanti allo schermo del computer, alla macchina, non resta che una sola cosa da fare: scrivere. Certo, non ci si può immergere a tal punto in una simile esperienza e uscirne incolume, come si era come prima. Non esistono mezze misure.

In The Hidden Files lei parla della schizofrenia ("È la voce della coscienza che perde la ragione."), di Ronald Laing, dei rapporti tra l'arte e la follia. Soprattutto lei scrive: "L'arte (è) un incontro riuscito con l'esistenza, la follia un incontro mancato." Si trovano in lei delle considerazioni che ricordano certi surrealisti, o quel "romantico minore", Alphonse Rabbe, autore de L'Album d'un pessimiste. È pessimista?

Pessimista? E cosa vuol dire? Qui si vive, si muore... è ii contratto generale, non ci sono eccezioni. Certo, se mi guardo intorno, vedo che sono dei cretini che controllano tutto, che sono ai comandi, a! volante... Spesso mi dico: un giorno o l'altro, alla prossima curva, andremo fuori strada. Ma siamo comunque obbligati a operare entro quei parametri, non è così? Mi dice che siamo centinaia di migliaia in queste condizioni? Sicuro che l'esistenza è una corvé, ma non vale la pena di saltare giù dal tetto per questo! E per provare che cosa? La vita, puttana, la adoro! A diciassette anni ero molto più vicino di oggi alla morte, alla tentazione della morte. Perché ho imparato ad apprezzare e affezionarmi alla vita. A diciassette anni non accettavo il fardello che sembrava rappresentare.

Insomma, è abbastanza "filosofo".

Come Brassens. Ecco un filosofo! Aveva una mentalità da vignaiolo, un mestiere che conosco bene, l'ho fatto per molto tempo, in Toscana, in Francia, a Millau. E del resto mi ha sempre appassionato, la filosofia. La metafisica. Mi sarebbe piaciuto arrivare più in là, quando ero studente. Ma nei colleges, qui, non conoscono che la logica. E la logica applicata alla metafisica è come pisciare controvento!

Decisamente, è ancora molto severo con l'Inghilterra...

Non l'Inghilterra, la società inglese... questa sì che non riesco a inquadrarla! Ma mi piacciono molto gli inglesi, i miei "cari compatrioti". Certi almeno. Negli ambienti che frequento io. O gente come Francis Bacon, che ho conosciuto un po'... William Shakespeare, eccellente sceneggiatore del genere "nero", Wilkie Collins, Ted Lewis...

Si è trasferito di nuovo a Londra da tre anni. Perché?

È per mia figlia. Un giorno mi ha detto: "Papà, il tuo argot non va bene, è completamente fuori moda, oggi non si parla più così."... E così eccomi qua! Abito a Willesdon, i sobborghi a nord, un quartiere composto metà da neri, metà da irlandesi, gli inglesi sono piuttosto rari. È abbastanza lurido, ma mi trovo bene. C'è un pub simpatico di fronte a casa mia, lo "Spotted Dog", e la birra non è affatto cara.

La Francia?

È la Francia che mi ha "nutrito". Mi hanno tradotto, il mio aspetto glauco piaceva molto, e poi c'è stato l'adattamento al cinema di due dei miei libri: E morì a occhi aperti e Aprile è il più crudele dei mesi. In Inghilterra non mi conosceva quasi nessuno. E un giorno si sono detti: chi è quel fesso inglese che ha tanto successo laggiù?

Lavora molto?

Più vado avanti con l'età, più mi fa male stare seduto. Da giovane sono andato troppo in giro. E certe cose si pagano.

E quando non lavora?

Bevo. Al troquet. Per distrarmi, per ascoltare gli amici, gli altri. Quello che c'è di buono nella vita dei troquets di notte, dei bar, è che si è tutti "dentro" con la gente, a bere, a dire quello che capita, e si è allo stesso tempo anche "fuori": si può staccare, ci si può astrarre con la mente, lo lo chiamo "andare a teatro". Se mi chiudessi con il mio computer finirei per essere un relitto. Una settimana fa, a Soho, eravamo un gruppetto di artisti e ci siamo fatti rinchiudere nel pub dopo l'orario di chiusura. Siamo usciti verso le nove del mattino. Per andare a fare colazione dall'italiano lì vicino.

Con la bocca impastata?

Senza la bocca impastata, senza le notti in bianco, non ci sarebbero romanzi neri...


Arnould de Liedekerke
(da "Magazine Littéraire" n. 314, ottobre 1993 - traduzione di Marco Vicentini) 

Da sitocomunista.it



Le Musiche
, scelte da Claudio Tesser

Edith Piaff, Non, Je ne regrette rien [Michelle Vancaire/Charles Dumont]
Bruce Springsteen, Racing In The Street [Bruce Springsteen]
Arab Straps, Pyjamas [Arab Straps]
Patrick Bruel, Parlez-Moi D'amour [Jean Lenoir]
Tim Buckley, Dream Letter [Tim Buckley]
Edith Piaff, Heureuse [René Rouzaud/Marguerite Monnot]
St Germain, Rose Rouge [Ludovic Navarre]
Lana Del Rey, Hope Is A Dangerous Thing For A Woman Like Me To Have - But I Have It [Lana Del Rey]
Edith Piaff, Sous Le Ciel de Paris  [Jean Drèjac/Hubert Giraud]
Erica Piccotti, Suite for cello solo [Gaspar Cassadò]
Bruce Springsteen, Something In The Night [Bruce Springsteen]

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Terminata la lettura di “Incubo di strada” di Derek Raymond, sul risvolto della quarta di copertina abbiamo notato uno stick assai noto, il logo della Libreria Don Chisciotte a Mestre, e questo, per citare maldestramente Proust, ha messo in moto la nostra memoria involontaria nei dintorni di quel luogo caro.
La libreria da sempre era gestita da Billy Lamarmora, il vero Libraio, non perché vendeva volumi spesso introvabili altrove ma perché il mondo del libro era il suo mondo e lui un abitante di rilievo e davvero speciale. Billy non aveva solo una cultura enciclopedica che spaziava dalla cosmogonia dantesca agli ultimi autori di libri gialli (naturalmente sempre di alto livello) e sembrava davvero sapere non di tutto ma tutto, ma era soprattutto una persona affabile, interessata, amante del proprio lavoro e gentile, dove per gentilezza non si intende rivolgere un sorriso al posto di un mugugno ma avere il dono della magnanimità.  Ecco, Billy era un uomo gentile, un gentiluomo che tra i suoi scaffali affollati di mille titoli danzava con maestria e leggerezza sempre pronto a una conversazione arguta, a un motto di spirito, a un prezioso consiglio. Così per ringraziarlo di tutte le sue gentilezze desideriamo dedicargli questa lettura di un libro che ci aveva consigliato, naturalmente a buon proposito.
Con affetto. Claudio Tesser e Franco Ventimiglia.



ReadBabyRead #496 del 25 giugno 2020


Derek Raymond
Incubo di strada


(1a parte)


per info su F. Ventimiglia e C. Tesser:


Lettura e altri crimini
iTunes podcast


voce: Francesco Ventimiglia


"Kleber era un detective del distretto di boulevard de Sébastopol. Era nato a Parigi, nonostante la sua famiglia fosse originaria dell'Alsazia-Lorena; aveva quarant'anni, una moglie e niente figli. Sapeva di non essere particolarmente simpatico - o antipatico -, era semplicemente un detective, uno di quelli risoluti, rapidi ed efficienti, con una buona testa e una lingua troppo lunga - i suoi colleghi avrebbero potuto confermarlo - che l'aveva tenuto lontano dalle promozioni. Poteva essere molto sgradevole con tutte le persone sgradevoli che incontrava per lavoro: ladri, papponi e assassini. Non era un uomo violento, anzi quello che sorprendeva tutti, lui compreso, era la sua capacità di provare compassione, una caratteristica che aveva dovuto imparare a controllare, come si tiene a bada un grosso cane pronto a precipitarsi verso qualunque odore fiuti da lontano."


Derek Raymond: il lord del poliziesco


A Derek Raymond piacciono le Gauloises con filtro, Jean-Paul Sartre, Dashiell Hammett, George Brassens e l'Aveyron. Ma storce il naso al solo nome di Margaret Thatcher e Agatha Christie. Suddito di Sua Maestà cresciuto tra Eton e il castello di famiglia del Kent, Robin William Arthur Cook, più conosciuto come Derek Raymond, sessantadue anni appena compiuti, ha deciso molto presto che i privilegi, le lusinghe e le usanze dell'establishment gli andavano a genio quanto una tazza di tè. E a Derek Raymond, molto semplicemente, il tè non piace. O con gran moderazione. Parlategli di lager a botti, di uno o due bicchieri di buon vino, e andrà benissimo. Dal Sud-Ovest della Francia, dove ha trascorso quasi dieci anni a mondare le viti, "Cookie", come lo chiamano a Dean Street i suoi amici del French Pub, ha assimilato delle abitudini cocciute: un berretto che non abbandona mai, come un talismano, un accento che si può tagliare con la lama di un coltello: quando Raymond si esprime in francese, sonore esclamazioni come "Putaing!" o "Pardi!" punteggiano i suoi discorsi. Lui lo chiama il suo accento del "Mezzogiorno meno un quarto".

Lo ritrovo oggi dopo qualche anno al Coach and Horses, un pub del West-End che è il suo quartier generale, e Derek Raymond non è cambiato: è la solita figura di eterno giovanotto dinoccolato, qualcosa tra un trampoliere e un uccello notturno. E sempre, come parte essenziale di questa goffaggine, di questa lunga e strana carcassa, come un'anima, un motore e la sua scintilla, il gusto della vita, il cuore in mano.

Nato il 12 giugno 1931 in Baker Street, a qualche passo dalla casa del vecchio Holmes, Derek Raymond s'impone oggi come uno degli scrittori di romanzi neri più originali del nostro tempo. Uno dei più forti, come si direbbe per un liquore, da Raymond Chandler, Jim Thompson, David Goodis: leggere I Was Dora Suarez lascia fulminati, stende al tappeto. Baudelaire - che Raymond conosce a menadito, scommetteva sulla metafisica del dandismo; se si dovesse scommettere su una metafisica del poliziesco, Raymond avrebbe tutte le caratteristiche del cavallo vincente. Di corse, il suo "gusto della strada" gliene ha fatte fare parecchie. Quindici romanzi alle spalle, cinque matrimoni e ogni tipo di mestiere in ogni tipo di paese, Mosca, Algeria... Soho l'ha conosciuto come uomo di paglia per i più grossi furfanti dei sixties. In Spagna, sotto Franco, il traffico delle auto d'occasione. La Toscana l'ha visto vignaiolo. La Francia, operaio agricolo dalle parti di Millau. 

E durante tutte le sue varie metamorfosi, Derek Raymond scriveva. Senza successo. A Parigi, Marcel Duhamel presiedeva ancora ai destini della Série Noire. Un romanzo di Raymond, The crust on its upper, gli passò per le mani e lo colpì, lo tradusse lui con il titolo Crème anglaise, e così iniziò...

I libri di Raymond pubblicati in Italia:

Atti privati in luoghi pubblici (Public Parts and Private Places, 1969) Meridiano Zero, 2004

Gli inquilini di Dirt Street (The Tenants of Dirt Street, 1971) Meridiano Zero, 2004

E morì a occhi aperti (He Died with His Eyes Open, 1984) Meridiano Zero, 1998, 2003, 2007, 2013; Fanucci, 2016

Aprile è il più crudele dei mesi (The Devil's Home On Leave, 1984) Meridiano Zero, 1998, 2004, 2013; Fanucci, 2016

Incubo di strada (Nightmare In The Street, 1988) Meridiano Zero, 2010

Il mio nome era Dora Suarez (I Was Dora Suarez, 1990) Meridiano Zero, 1999, 2000, 2006; Fanucci, 2016

Stanze nascoste (Hidden Files, 1992) Meridiano Zero, 2011 - autobiografia

Il museo dell’inferno (Dead man upright, 1993) Meridiano Zero, 2002; Fanucci, 2017

Quando cala la nebbia rossa (Not Till the Red Fog Rises, 1994) Meridiano Zero, ; 2017

Come vivono i morti (How the Dead Live, 1994) Meridiano Zero, 1998, 2005, 2010; Fanucci, 2016


L'intervista


Qui a Londra, dove ha ottenuto una certa notorietà, si parla ancora di lei sulla stampa come Derek Raymond. Perché?

Capita che io non sia l'unico autore di romanzi polizieschi a chiamarsi Robin Cook. Ce n'è un altro, un americano. A un certo momento, io non avevo scritto niente da parecchio, il mio editore mi ha spinto a prendere uno pseudonimo. E ho scelto i nomi dei miei due amici preferiti, Derek, Raymond, che purtroppo oggi sono morti.

L'altro Robin Cook, "chirurgo di formazione" secondo le quarte pagine di copertina, è un autore di "thriller medici" che vanno piuttosto bene. Ha letto qualcuno dei suoi libri?

Sì, uno solo. So che vende molto negli aeroporti. Non ricordo il titolo che ho letto. Mi ricordo soprattutto dell'amica che me l'ha dato dicendo "Ecco quello che dovresti scrivere, ecco uno scrittore" ....

Lei non ha una natura particolarmente espansiva. Come le è venuta l'idea di scrivere un libro di memorie?

A me da solo quell'idea non sarebbe mai venuta. All'inizio era una richiesta di un editore parigino molto corretto, ma che ha finito per rifiutarlo. Era circa cinque anni fa, all'epoca in cui lì a Bourg, a casa mia nell'Aveyron, stavo terminando Dora Suarez. Quando ho presentato il manoscritto, l'hanno trovato, come dire, non abbastanza... aneddotico. Credo che si aspettassero da me una maggior quantità di storie personali, con nomi di persone famose, di scrittori - come se ne conoscessi! -, delle cose divertenti sulla mia vita, sul quotidiano, e forse meno riflessioni sulla scrittura, sul mio lavoro di scrittore, qualcosa di veramente "duro" insomma, ma da non trascurare se si vuole andare avanti... lo avevo preso la cosa molto seriamente. Un altro editore, Rivages, l'ha accettato senza che dovessi cambiare una virgola.

Questo "percorso", appunto, si scopre anche, in The Hidden Files (l'autobiografia, N. d. T.), un destino poco banale. Tutto inizia con una scenografia da Piccolo Lord, i colleges, Eton, la governante, dei domestici, un castello, per poi precipitare, come dice lei, "nella strada", ma deliberatamente. La sua infanzia com'è stata?

Torbida. Per la mia famiglia contavano solo gli affari, le assicurazioni, il tessile su cui si basava la sua fortuna, e il castello di Roydon, a cinquanta chilometri da Londra. La letteratura non li interessava minimamente, a parte qualche classico. O Dickens, di cui non capivano niente. La mia infanzia, a dire il vero, assomiglia un po' a quella che Sartre descrive ne l'Enfance d'un chef. Con la differenza che per me, dall'età di sette, otto anni, era già tutto finito, e mi sono detto: qui c'è qualcosa che non va... lo sono nato nel '31, in piena recessione, c'era il crac della Borsa e il crac di tutto. Era questo il mio inizio sul pianeta, per non parlare della guerra. C'era veramente la miseria a Londra e molto presto mi sono posto la domanda: perché vivo nella bambagia se là in basso c'è della gente che elemosina nella strada? No, la borghesia proprio non mi andava. Ancora oggi, anche se ho la pelle abbastanza dura e comincio a trasformarmi in un membro, come dicono, della Terza Età, sono molto impressionabile e mi lascio sconvolgere enormemente.

Dalla miseria delle persone?

Proprio così! Insomma, non voglio generalizzare, parlo solo per me stesso, ma a che scopo trasformarsi in uno scrittore se non ci si lascia toccare dalle cose? Il mondo odierno è sempre peggio: ognuno per sé! Scrivere aiuta a rendere comprensibile la sofferenza. Come dicevo a uno dei miei amici, Jean-Paul Kauffmann: una volta che hai chiuso la porta della strada, è finita, vecchio mio' Ti distacchi dalla vita della strada, ti chiudi in casa, hai tutte le comodità e incominci a scrivere: hai perso in partenza! Andare in giro, essere tra la gente, parlare con loro, anche per insultarsi ma farne comunque parte, secondo me per uno scrittore non c'è niente che possa sostituire tutto questo.

Nel Le soleil qui s'éteint (Sick transit, inedito in Inghilterra, N.d.T.) un personaggio spiega: "Nessuno può essere in forma migliore dell'anno precedente, una volta passata la quarantina." 

Lei ha passato i sessanta, ma ha l'aria di essere in forma perfetta...

Certo, pardi! Ho il fegato un po' arrugginito, ma cosa vuole, l'ho fatto lavorare il poveretto! 

Quando è entrato a Eton?

Nel '44. II 6 maggio.

E andò male?

Di primo acchito. Tutto quello snobismo, le costrizioni, questa gente che ti sequestra dentro una classe sociale, la cui unica idea è di trasformarti in un potenziale ministro. Un'ossessione. Esattamente il contrario di quello che volevo. La mia famiglia non sapeva cosa fare di me. lo non avevo niente da spartire con loro, non ci intendevamo, era inutile...

A parte le differenze tra di voi, amava i suoi genitori?

No. Tra mia madre e me era la guerra civile, la peggiore delle guerre. Quanto a mio padre non provavo il minimo rispetto per lui. A sedici anni ho mollato tutto e me ne sono andato di corsa. Mi sono detto: è troppo! Volevo chiudere con tuffo. Quando si cominciano ad avere delle idee nere sulla vita, la vita "borghese", la vita secondo i genitori, secondo Eton, la vita non è più neanche un'ombra di vita.

Lei cita George Orwell nelle sue memorie, anche lui è passato per Eton.

Lo ha detestato anche lui, quanto me. E come lui io ho cercato di sputare fuori tutto, di espellerlo, di purgarmi, di trovare qualcosa di più sano.

Chi ha voglia di scrivere non ha necessariamente bisogno di rifiutare così radicalmente, se non la famiglia, almeno il suo ambiente. Evelyn Waugh, a esempio...

Tra lui e me le differenze sono enormi. Il che non mi impedisce di ammirarlo come uno dei migliori scrittori inglesi dei nostri tempi. Lui ci teneva alla "vita da castello", a me invece disgustava. Waugh voleva allo stesso tempo sia lo snobismo che la verità. E c'è riuscito, attenzione: cos'è che non ha messo a nudo! Quello che volevo fare io non era di demolire checchessia, volevo andare più in là, scendere "nella strada", seguire il mio istinto. E raro che ci si sbagli, quando lo si segue veramente. Un'altra cosa, dato che prendiamo Waugh come parametro: lui era essenzialmente incentrato sull'Inghilterra. Per quello che mi concerne, e può darsi che questo mi venga da parte di mia madre con le sue ascendenze americano-giudeo-polacche, io morivo dalla voglia di andarmene, di viaggiare, di andare a vedere altri posti, in Spagna, in Italia, in Francia, insomma che cosa succedeva al di là della Manica.

Cominciamo dal principio...

In Spagna, era al tempo di Franco, all'inizio degli anni cinquanta. Abitavo a Salamanca, ero "fidanzato" a una ragazza del quartiere, i borghesi avevano voglia di belle auto, che non si trovavano facilmente sul mercato: c'erano tasse enormi. Ne importavo dall'Inghilterra, delle Ford o auto di quel tipo, fino a Gibilterra. Poi le facevo passare in Spagna. Non c'era che un posto di frontiera, La Linea, ma con il mio passaporto britannico cosa potevano dirmi i doganieri? Targhe, certificati, era tutto in regola. In poche parole, mi trovavo a cambiare auto molto frequentemente...

Molte auto, un po' di traffici...

Un po'... parecchi! E poi, quando cominciavo a sentire puzza di bruciato, sono partito per Tangeri. 

A cosa fare?

Per tenermi un po' in disparte...

E la scrittura, durante tutto questo? 

Ma certo! Avevo già cominciato. Prima della Spagna. A Londra, a Chelsea, avevo un appartamento con un amico, giornalista al Sunday Express. Una notte, o meglio un mattino, rientrando da una festa, mi chiese: "Cosa fai nella tua stanza? Continuo a sentire il clac-clac di una macchina da scrivere, scrivi un romanzo o che?" Pardi! gli ho risposto. Lui ha letto tre righe e mi ha detto: "Fermo lì! Se vuoi farlo seriamente, taglia a fondo, niente lungaggini."... È il solo vero consiglio letterario che abbia mai ricevuto. Poi, tutto quello che avevo scritto prima, l'ho usato per accendere il fuoco. D'altronde qui nessuno ne voleva sapere.

Fino a Crème anglaise.

Sì, nel 1962, al mio ritorno da New York dove avevo ero stato un anno. Un anno giusto. 

Cosa faceva lì?

Dio solo lo sa... Mi sono sposato lì per la prima volta. Facevo dei lavoretti nel campo editoriale, vendite per corrispondenza, traduzione dallo spagnolo per delle riviste da due soldi. E soprattutto mi guardavo quella città, instancabilmente.


Lei ha lavorato per i fratelli Kray che sono sotto chiave da più di vent'anni per essere stati a Londra, i capi della mala.

Esatto. In realtà è cominciato tutto il primo dell'anno 1960. lo ero sbarcato a Bristol arrivando da New York. Ero in bolletta, avevo appena di che pagarmi il biglietto del treno per Londra. Mi sono precipitato al French Pub, e ho incontrato un vecchio amico, dei tempi di Eton, che si era lanciato nelle truffe ad alto livello. Mi ha proposto 'un lavoretto": quella sera stessa ero diventato titolare di cinque ditte di costruzioni edili, delle società di cartapesta... E dietro, da lontano, ma al comando di tutta l'operazione, c'erano i fratelli Kray, i "gemelli".

Si è scritto molto sui fratelli Kray, hanno anche girato un film su di loro. Com'erano?

Quel tipo di persone di fronte ai quali si diventa cadaveri. Controllavano tutto l'East End, metà della città. Il resto, la parte sud, era dei Richardson. Ma l'East End, il gioco, la prostituzione, erano in mano loro. Avevano tutto in pugno.

Soho, la mala, tutte cose che lei conosceva come le sue tasche. È stato venditore di riviste pomo, ha fatto per un po' il tassista di notte. Eppure a quell'epoca, gli anni sessanta, lei non ha mai smesso di scrivere. La Rue obscène (Tenants of Dirt Street) ad esempio, o Bombe surprise, un libro molto curioso. E poi, per più di dieci anni, basta, neanche una parola...

Tra ii '73 e l'80, è vero, non ho scritto niente. Ero operaio agricolo, potavo le vigne, tagliavo la legna con i gitani. In Francia. A Bourg, nel Sud-Ovest, nel 'Mezzogiorno meno un quarto", come dicono...

Quindi negli anni che ha passato a Millau ha rinunciato a scrivere?

Stavo nei vigneti tutta la giornata. Un lavoro sfibrante.

E poi ha ricominciato. Con “E morì a occhi aperti”.

E un libro che ho sognato, ma veramente! Era in dicembre, di notte, e faceva un freddo cane! Avevo sei coperte addosso, e le finestre erano incrostate di brina. Mi sono risvegliato di soprassalto. Mi sono detto: questo devo assolutamente scriverlo. Non avevo nessuna voglia di muovermi, bisognava accendere il riscaldamento giù da basso, erano le tre del mattino. Ma avevo paura che mi sfuggisse, era più forte di me. 

Ha dei modelli in letteratura?

Sartre. Quando ero giovane, a una certa epoca, ne potevo recitare pagine intere a memoria. Oppure... dei modelli... Orwell, Dostoievski... Zola, Maupassant. Chandler, ovviamente, Dashiell Hammett. Mi sono chiesto per molto tempo perché gli americani sono molto più forti di noi nel romanzo nero. E senza dubbio perché, molto semplicemente, noi siamo troppo timorosi. Non apriamo abbastanza le cosce...

Il poliziesco francese, il suo riferimento, è Jean-Patrick Manchette, non è così?

Pardi! Mi ricorderò sempre come mi ha accolto a casa sua, una notte a Parigi, sotto una pioggia battente alle quattro del mattino. E sono restato lì da lui per una settimana. L'unica cosa su cui non andavamo d'accordo era la politica. L'impegno, più esattamente. Lui era molto sessantottino. La politica? Lasciala ai fessi, gli dicevo, noi siamo scrittori...

Nelle sue memorie ritorna continuamente su quel romanzo chiave della sua opera, “I was Dora Suarez”, e soprattutto sull'esperienza molto intensa costituita dalla sua scrittura. Una specie di lunga notte, di discesa agli inferi...

Suarez.... Per tutto il tempo in cui l'ho scritto, non sono stato capace di addormentarmi senza una luce accesa! Non faccia l'errore di confondere il Raymond che ha oggi davanti a lei, cordiale con tutti, pieno di entusiasmo, con l'altro Raymond, l'altro me stesso, quello di Suarez. Non è schizoide, è complementare. Suarez, il romanzo nero come lo intendo io, è un po' come se qualcuno - lei, io - facesse una passeggiata in un giardino pubblico una sera al crepuscolo, e si imbattesse all'improvviso in qualcosa d'orribile che lo sgomenta fino al terrore. La catastrofe, la morte. Allora, davanti allo schermo del computer, alla macchina, non resta che una sola cosa da fare: scrivere. Certo, non ci si può immergere a tal punto in una simile esperienza e uscirne incolume, come si era come prima. Non esistono mezze misure.

In The Hidden Files lei parla della schizofrenia ("È la voce della coscienza che perde la ragione."), di Ronald Laing, dei rapporti tra l'arte e la follia. Soprattutto lei scrive: "L'arte (è) un incontro riuscito con l'esistenza, la follia un incontro mancato." Si trovano in lei delle considerazioni che ricordano certi surrealisti, o quel "romantico minore", Alphonse Rabbe, autore de L'Album d'un pessimiste. È pessimista?

Pessimista? E cosa vuol dire? Qui si vive, si muore... è ii contratto generale, non ci sono eccezioni. Certo, se mi guardo intorno, vedo che sono dei cretini che controllano tutto, che sono ai comandi, a! volante... Spesso mi dico: un giorno o l'altro, alla prossima curva, andremo fuori strada. Ma siamo comunque obbligati a operare entro quei parametri, non è così? Mi dice che siamo centinaia di migliaia in queste condizioni? Sicuro che l'esistenza è una corvé, ma non vale la pena di saltare giù dal tetto per questo! E per provare che cosa? La vita, puttana, la adoro! A diciassette anni ero molto più vicino di oggi alla morte, alla tentazione della morte. Perché ho imparato ad apprezzare e affezionarmi alla vita. A diciassette anni non accettavo il fardello che sembrava rappresentare.

Insomma, è abbastanza "filosofo".

Come Brassens. Ecco un filosofo! Aveva una mentalità da vignaiolo, un mestiere che conosco bene, l'ho fatto per molto tempo, in Toscana, in Francia, a Millau. E del resto mi ha sempre appassionato, la filosofia. La metafisica. Mi sarebbe piaciuto arrivare più in là, quando ero studente. Ma nei colleges, qui, non conoscono che la logica. E la logica applicata alla metafisica è come pisciare controvento!

Decisamente, è ancora molto severo con l'Inghilterra...

Non l'Inghilterra, la società inglese... questa sì che non riesco a inquadrarla! Ma mi piacciono molto gli inglesi, i miei "cari compatrioti". Certi almeno. Negli ambienti che frequento io. O gente come Francis Bacon, che ho conosciuto un po'... William Shakespeare, eccellente sceneggiatore del genere "nero", Wilkie Collins, Ted Lewis...

Si è trasferito di nuovo a Londra da tre anni. Perché?

È per mia figlia. Un giorno mi ha detto: "Papà, il tuo argot non va bene, è completamente fuori moda, oggi non si parla più così."... E così eccomi qua! Abito a Willesdon, i sobborghi a nord, un quartiere composto metà da neri, metà da irlandesi, gli inglesi sono piuttosto rari. È abbastanza lurido, ma mi trovo bene. C'è un pub simpatico di fronte a casa mia, lo "Spotted Dog", e la birra non è affatto cara.

La Francia?

È la Francia che mi ha "nutrito". Mi hanno tradotto, il mio aspetto glauco piaceva molto, e poi c'è stato l'adattamento al cinema di due dei miei libri: E morì a occhi aperti e Aprile è il più crudele dei mesi. In Inghilterra non mi conosceva quasi nessuno. E un giorno si sono detti: chi è quel fesso inglese che ha tanto successo laggiù?

Lavora molto?

Più vado avanti con l'età, più mi fa male stare seduto. Da giovane sono andato troppo in giro. E certe cose si pagano.

E quando non lavora?

Bevo. Al troquet. Per distrarmi, per ascoltare gli amici, gli altri. Quello che c'è di buono nella vita dei troquets di notte, dei bar, è che si è tutti "dentro" con la gente, a bere, a dire quello che capita, e si è allo stesso tempo anche "fuori": si può staccare, ci si può astrarre con la mente, lo lo chiamo "andare a teatro". Se mi chiudessi con il mio computer finirei per essere un relitto. Una settimana fa, a Soho, eravamo un gruppetto di artisti e ci siamo fatti rinchiudere nel pub dopo l'orario di chiusura. Siamo usciti verso le nove del mattino. Per andare a fare colazione dall'italiano lì vicino.

Con la bocca impastata?

Senza la bocca impastata, senza le notti in bianco, non ci sarebbero romanzi neri...


Arnould de Liedekerke
(da "Magazine Littéraire" n. 314, ottobre 1993 - traduzione di Marco Vicentini) 

Da sitocomunista.it



Le Musiche
, scelte da Claudio Tesser

Edith Piaff, Non, Je ne regrette rien [Michelle Vancaire/Charles Dumont]
Bruce Springsteen, Racing In The Street [Bruce Springsteen]
Arab Straps, Pyjamas [Arab Straps]
Patrick Bruel, Parlez-Moi D'amour [Jean Lenoir]
Tim Buckley, Dream Letter [Tim Buckley]
Edith Piaff, Heureuse [René Rouzaud/Marguerite Monnot]
St Germain, Rose Rouge [Ludovic Navarre]
Lana Del Rey, Hope Is A Dangerous Thing For A Woman Like Me To Have - But I Have It [Lana Del Rey]
Edith Piaff, Sous Le Ciel de Paris  [Jean Drèjac/Hubert Giraud]
Erica Piccotti, Suite for cello solo [Gaspar Cassadò]
Bruce Springsteen, Something In The Night [Bruce Springsteen]

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<![CDATA[Little Pieces Of Music]]>

Canzoni vibranti, fibre dure e bastonate ai timpani: attitudine rockeggiante quella del duo Little Pieces of Marmelade nel loro (omonimo) primo album.

I Little Pieces of Marmelade hanno mescolato tante piccole cose di più generi: dallo stoner allo psychedelia, dal rap al grunge fino all'alternative, così da creare un piccolo universo comprendente più sfaccettature di musica. Evidentemente frutto di sperimentazioni, l'album, registrato all'Alpha Dept. Studio di Bologna, di Francesco Antinori (chitarra e cori) e Daniele Ciuffreda (voce e batteria) è uscito il 22 giugno solo in versione digitale per Homeless Records.

Nell'album sono presenti 9 tracce, tutte balzanti da delle sonorità a delle altre, ma senza discontinuità: è questa la forza dell'album, ciò che lo rende lui; durante i miei ascolti ho cercato il filo conduttore, ciò che veramente unisce una canzone all'altra, e l'ho trovato nelle specificità di ogni singola canzone. Normalmente un album segue un filo, insegue una meta o ha un minimo comune denominatore; anche i Little Pieces of Marmelade hanno cercato uno spazio espressivo in cui inserirsi e radicarsi, trovandolo nel vago e indefinito musicale di cui questo album è il frutto.

Un esempio potrebbe essere la settima traccia One Cup of Happiness: pezzo con riprese di loop di genere alternative, sempre accompagnate da una solida e densa basedi chitarra e batteria.

Un altro esempio lo potrebbe rappresentare Pig Man, apparentemente stoner fino a quando la chitarra non rende chiara l'indole della canzone.

Ma il pezzo più forte è per certo LPOM, la traccia che apre l'album; lo fa squarciando il velo di Maya che veste l'album ancora grezzo, sconosciuto. Al momento della rivelazione una grande onda sonora con annesso disorientamento vi si riverserà addosso: è l'immediatezza sonora, quella che arraffa all'inverosimile tutto ciò che può scagliandoglisi contro con decisione, ed è questa che rende l'album ciò che è. Senza immediatezza sonora i singoli pezzi non sarebbero parte di un insieme, perchè in questo album sono le differenze che tessono i legami tra le varie parti.

I Little Pieces of Marmelade sono riusciti a mescolare, in questo loro album d'esordio, più generi tenendoli tali e distinti, riuscendo a legare tra loro più fili senza aggrovigliarne alcuno.

 

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Canzoni vibranti, fibre dure e bastonate ai timpani: attitudine rockeggiante quella del duo Little Pieces of Marmelade nel loro (omonimo) primo album.

I Little Pieces of Marmelade hanno mescolato tante piccole cose di più generi: dallo stoner allo psychedelia, dal rap al grunge fino all'alternative, così da creare un piccolo universo comprendente più sfaccettature di musica. Evidentemente frutto di sperimentazioni, l'album, registrato all'Alpha Dept. Studio di Bologna, di Francesco Antinori (chitarra e cori) e Daniele Ciuffreda (voce e batteria) è uscito il 22 giugno solo in versione digitale per Homeless Records.

Nell'album sono presenti 9 tracce, tutte balzanti da delle sonorità a delle altre, ma senza discontinuità: è questa la forza dell'album, ciò che lo rende lui; durante i miei ascolti ho cercato il filo conduttore, ciò che veramente unisce una canzone all'altra, e l'ho trovato nelle specificità di ogni singola canzone. Normalmente un album segue un filo, insegue una meta o ha un minimo comune denominatore; anche i Little Pieces of Marmelade hanno cercato uno spazio espressivo in cui inserirsi e radicarsi, trovandolo nel vago e indefinito musicale di cui questo album è il frutto.

Un esempio potrebbe essere la settima traccia One Cup of Happiness: pezzo con riprese di loop di genere alternative, sempre accompagnate da una solida e densa basedi chitarra e batteria.

Un altro esempio lo potrebbe rappresentare Pig Man, apparentemente stoner fino a quando la chitarra non rende chiara l'indole della canzone.

Ma il pezzo più forte è per certo LPOM, la traccia che apre l'album; lo fa squarciando il velo di Maya che veste l'album ancora grezzo, sconosciuto. Al momento della rivelazione una grande onda sonora con annesso disorientamento vi si riverserà addosso: è l'immediatezza sonora, quella che arraffa all'inverosimile tutto ciò che può scagliandoglisi contro con decisione, ed è questa che rende l'album ciò che è. Senza immediatezza sonora i singoli pezzi non sarebbero parte di un insieme, perchè in questo album sono le differenze che tessono i legami tra le varie parti.

I Little Pieces of Marmelade sono riusciti a mescolare, in questo loro album d'esordio, più generi tenendoli tali e distinti, riuscendo a legare tra loro più fili senza aggrovigliarne alcuno.

 

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<![CDATA[The Offspring allo Sherwood 2020]]>


Mercoledi 24 Giugno 2020

The Offspring

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Opening acts:


Lagwagon

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The Menzingers

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Sherwood Festival 2020
Park Nord Stadio Euganeo
Viale Nereo Rocco - Padova
#sherwood20


Apertura cancelli: ore 19.00

Inizio concerti: ore 19.30

Biglietto in prevendita 35 € + d.p.

Biglietto in cassa 40 €


Acquista in prevendita su www.sherwood.it

Eviti le code
Ti assicuri l'ingresso anche in caso di Sold Out
È facile e sicuro

Clicca sul box giallo a destra


Prevendite attive anche su:

www.mailticket.it


A breve le prevendite saranno disponibili
anche su www.ticketone.it

I bambini entrano gratuitamente
fino al compimento dei 12 anni di età.

Le persone con disabilità devono acquistare regolare biglietto
e possono essere accompagnate da una persona
che entrerà gratuitamente.

Al termine del concerto ingresso 1 € può bastare

Raggiungi lo Sherwood Festival in autobus
collegati sul sito di Busforfun.com


Dopo il sold out a Bay Fest 2019, le incendiarie quattro performance del biennio 2017-2018 e l'indimenticabile show di Market Sound 2016 con oltre 9.000 spettatori, torna in Italia una tra le band simbolo del punk rock: The Offspring atterrano nel Bel Paese per un doppio appuntamento al Carroponte di Milano e allo Sherwood Festival di Padova.

Non si tratterà di un semplice concerto, ma di una vera e propria festa punk: infatti, ad accompagnare The Offspring in questa divertentissima "rassegna" saranno due leggende dell’hardcore melodico: Lagwagon e The Menzingers.
 

The Offspring

Generazioni intere di fan hanno cantato e continuano a intonare i ritornelli di pezzi storici come The Kids Aren't Alright, Pretty Fly (For a White Guy), Original Prankster o Why Don't You Get a Job. I loro successi vengono costantemente trasmessi in radio, in TV e durante ogni DJ set rock, a testimonianza del fatto che i The Offspring sono la band delle grandi occasioni. Dexter Holland (voce, chitarra), Noodles (chitarra), Greg K (basso) e Pete Parada (batteria) compongono la lineup della band, che dopo i primi passi mossi nel 1987 ha raggiunto il successo planetario con l’album Smash, il disco più venduto di sempre (14 milioni di copie) prodotto da un’etichetta indipendente, Epitaph Records. Da lì la band non si è più fermata, raggiungendo il grande pubblico con dischi storici quali Americana (1998) e Conspiracy of One (2000). Il gruppo sta lavorando in studio al prossimo album, il primo da quando nel 2012 era uscito Days Go By. Inutile dire che l'attesa per questa nuovo capitolo è letteralmente spasmodica e sta portando milioni di fan a chiedersi quale sarà la prossima mossa e la prossima impronta che i The Offspring vorranno imprimere nella loro musica. Non ci è ancora dato sapere quando uscirà l'album, nel frattempo non possiamo far altro che aspettarli al varco di due nuovi, memorabili live show dell'estate 2020 che, a leggere questi nomi, si preannuncia caldissima per tutti gli aficionados del punk.


Lagwagon

I Lagwagon non hanno bisogno di presentazioni per gli amanti del genere e non solo; tra le istituzioni del punk rock, in quasi trent'anni di carriera hanno raggiunto il successo mondiale pubblicando dei veri e propri inni per la scena internazionale. La loro storia è fatta non solo di pietre miliari come Violins (da Hoss, 1995) o May 16 (Let’s Talk About Feelings, 1998), ma anche di tantissime travolgenti esibizioni dal vivo. Dal 1988 a oggi la band ha infatti macinato kilometri su kilometri e calcato i palchi di tutto il mondo guadagnando notorietà e soprattutto una schiera di fan sempre più affezionati. La loro carica live è innegabile: con qualche accordo e rullata ben assestata riescono a catapultare il pubblico sulle spiagge di Santa Barbara, dove tutto ha avuto inizio. Freschi dalla loro ultima uscita discografica "Rider" (2019, nona sotto Fat Wreck Chords) i Lagwagon hanno da poco concluso tre, intensissime date nella nostra Penisola, e sono già pronti a tornare l'ultima settimana di giugno, per un appuntamento caldissimo.
 


The Menzingers

I Menzingers nascono nel 2006 dalla mente di quattro teenager della Pennysilvania cresciuti a pane e ska punk, tutti musicisti in erba già membri delle classiche band adolescenziali fatte di ribellione, irruenza naif e brevi schizzi di consapevolezza. L’alchimia presente tra i quattro è incontenibile, tanto da spingerli in breve tempo a incidere ben due full length, permettendogli di guadagnare l’appoggio degli Anti-Flag, che li vorranno insieme a loro in svariati tour. Nel 2012 pubblicano “On the impossible past” (Epitaph) che incontra fin da subito il plauso della critica e conquista, entro la fine dell’anno, il titolo di “album dell’anno” per svariate testate specializzate in Punk e Hardcore. Il tour che segue (e prosegue fino al 2015) li consacra come imprescindibile live-act per ogni appassionato del genere, grazie alla forte presenza scenica e alla grande carica che riescono a iniettare in ogni brano del loro repertorio, rivestendolo di un’irruenza grezza divenuta ormai loro marchio di fabbrica. Nel 2019 esce il loro sesto album in studio “Hello Exile”: un viaggio alla ri-scoperta delle sonorità del passato ma con lo sguardo rivolto a tematiche profondamente attuali: dall’ascesa delle destre conservatrici al cambiamento climatico, la band confeziona 12 tracce coese, taglienti e talvolta imprecise come delle schegge di proiettile.


In collaborazione con:

Hub Music Factory

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The Offspring

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Sherwood Festival 2020
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Apertura cancelli: ore 19.00

Inizio concerti: ore 19.30

Biglietto in prevendita 35 € + d.p.

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Prevendite attive anche su:

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A breve le prevendite saranno disponibili
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I bambini entrano gratuitamente
fino al compimento dei 12 anni di età.

Le persone con disabilità devono acquistare regolare biglietto
e possono essere accompagnate da una persona
che entrerà gratuitamente.

Al termine del concerto ingresso 1 € può bastare

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Dopo il sold out a Bay Fest 2019, le incendiarie quattro performance del biennio 2017-2018 e l'indimenticabile show di Market Sound 2016 con oltre 9.000 spettatori, torna in Italia una tra le band simbolo del punk rock: The Offspring atterrano nel Bel Paese per un doppio appuntamento al Carroponte di Milano e allo Sherwood Festival di Padova.

Non si tratterà di un semplice concerto, ma di una vera e propria festa punk: infatti, ad accompagnare The Offspring in questa divertentissima "rassegna" saranno due leggende dell’hardcore melodico: Lagwagon e The Menzingers.
 

The Offspring

Generazioni intere di fan hanno cantato e continuano a intonare i ritornelli di pezzi storici come The Kids Aren't Alright, Pretty Fly (For a White Guy), Original Prankster o Why Don't You Get a Job. I loro successi vengono costantemente trasmessi in radio, in TV e durante ogni DJ set rock, a testimonianza del fatto che i The Offspring sono la band delle grandi occasioni. Dexter Holland (voce, chitarra), Noodles (chitarra), Greg K (basso) e Pete Parada (batteria) compongono la lineup della band, che dopo i primi passi mossi nel 1987 ha raggiunto il successo planetario con l’album Smash, il disco più venduto di sempre (14 milioni di copie) prodotto da un’etichetta indipendente, Epitaph Records. Da lì la band non si è più fermata, raggiungendo il grande pubblico con dischi storici quali Americana (1998) e Conspiracy of One (2000). Il gruppo sta lavorando in studio al prossimo album, il primo da quando nel 2012 era uscito Days Go By. Inutile dire che l'attesa per questa nuovo capitolo è letteralmente spasmodica e sta portando milioni di fan a chiedersi quale sarà la prossima mossa e la prossima impronta che i The Offspring vorranno imprimere nella loro musica. Non ci è ancora dato sapere quando uscirà l'album, nel frattempo non possiamo far altro che aspettarli al varco di due nuovi, memorabili live show dell'estate 2020 che, a leggere questi nomi, si preannuncia caldissima per tutti gli aficionados del punk.


Lagwagon

I Lagwagon non hanno bisogno di presentazioni per gli amanti del genere e non solo; tra le istituzioni del punk rock, in quasi trent'anni di carriera hanno raggiunto il successo mondiale pubblicando dei veri e propri inni per la scena internazionale. La loro storia è fatta non solo di pietre miliari come Violins (da Hoss, 1995) o May 16 (Let’s Talk About Feelings, 1998), ma anche di tantissime travolgenti esibizioni dal vivo. Dal 1988 a oggi la band ha infatti macinato kilometri su kilometri e calcato i palchi di tutto il mondo guadagnando notorietà e soprattutto una schiera di fan sempre più affezionati. La loro carica live è innegabile: con qualche accordo e rullata ben assestata riescono a catapultare il pubblico sulle spiagge di Santa Barbara, dove tutto ha avuto inizio. Freschi dalla loro ultima uscita discografica "Rider" (2019, nona sotto Fat Wreck Chords) i Lagwagon hanno da poco concluso tre, intensissime date nella nostra Penisola, e sono già pronti a tornare l'ultima settimana di giugno, per un appuntamento caldissimo.
 


The Menzingers

I Menzingers nascono nel 2006 dalla mente di quattro teenager della Pennysilvania cresciuti a pane e ska punk, tutti musicisti in erba già membri delle classiche band adolescenziali fatte di ribellione, irruenza naif e brevi schizzi di consapevolezza. L’alchimia presente tra i quattro è incontenibile, tanto da spingerli in breve tempo a incidere ben due full length, permettendogli di guadagnare l’appoggio degli Anti-Flag, che li vorranno insieme a loro in svariati tour. Nel 2012 pubblicano “On the impossible past” (Epitaph) che incontra fin da subito il plauso della critica e conquista, entro la fine dell’anno, il titolo di “album dell’anno” per svariate testate specializzate in Punk e Hardcore. Il tour che segue (e prosegue fino al 2015) li consacra come imprescindibile live-act per ogni appassionato del genere, grazie alla forte presenza scenica e alla grande carica che riescono a iniettare in ogni brano del loro repertorio, rivestendolo di un’irruenza grezza divenuta ormai loro marchio di fabbrica. Nel 2019 esce il loro sesto album in studio “Hello Exile”: un viaggio alla ri-scoperta delle sonorità del passato ma con lo sguardo rivolto a tematiche profondamente attuali: dall’ascesa delle destre conservatrici al cambiamento climatico, la band confeziona 12 tracce coese, taglienti e talvolta imprecise come delle schegge di proiettile.


In collaborazione con:

Hub Music Factory

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https://www.sherwood.it/articolo/7251/the-offspring-allo-sherwood-2020 info@sherwood.it (Sherwood Network) https://www.sherwood.it/articolo/7251/the-offspring-allo-sherwood-2020
<![CDATA[Radio Sherwood Open Air del 24 giugno 2020]]>

Secondo appuntamento live dal CSO Pedro. Questa settimana Luca e Davide ci tengono compagnia del giardino estivo del nostro centro sociale conversando con Cristina di virus e librerie e con il nostro Giatra di fumetti e del prossimo GASP.

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Secondo appuntamento live dal CSO Pedro. Questa settimana Luca e Davide ci tengono compagnia del giardino estivo del nostro centro sociale conversando con Cristina di virus e librerie e con il nostro Giatra di fumetti e del prossimo GASP.

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https://www.sherwood.it/articolo/7837/radio-sherwood-open-air-del-24-giugno-2020 info@sherwood.it (Sherwood Network) https://www.sherwood.it/articolo/7837/radio-sherwood-open-air-del-24-giugno-2020#0
<![CDATA[Cultdown - Episodio 2]]>

Ecco la seconda puntata di Cultdown, il format di interviste che dà voce al mondo della cultura e dell'intrattenimento.

Max Collini, musicista e argonauta della scena indie italiana, ha raccontato cos’è stato per lui il lockdown. Insieme a Federica Pennelli (Radio Sherwood) e Andrea Sesta (NOOS TV), ha riflettuto sulla mancanza di prospettive, anche economiche, che si è manifestata davanti agli occhi del settore musicale nei mesi passati.

E che succederà dei mesi futuri?

C’è una speranza a cui aggrapparsi o, per parafrasare l’intervista, moriremo tutti socialdemocratici e pompieri?

Guardate il video per scoprirlo!

"Cultdown" è un progetto corale di Radio Sherwood e di NOOS TV, in onda ogni mercoledì, alle ore 16.00.

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Ecco la seconda puntata di Cultdown, il format di interviste che dà voce al mondo della cultura e dell'intrattenimento.

Max Collini, musicista e argonauta della scena indie italiana, ha raccontato cos’è stato per lui il lockdown. Insieme a Federica Pennelli (Radio Sherwood) e Andrea Sesta (NOOS TV), ha riflettuto sulla mancanza di prospettive, anche economiche, che si è manifestata davanti agli occhi del settore musicale nei mesi passati.

E che succederà dei mesi futuri?

C’è una speranza a cui aggrapparsi o, per parafrasare l’intervista, moriremo tutti socialdemocratici e pompieri?

Guardate il video per scoprirlo!

"Cultdown" è un progetto corale di Radio Sherwood e di NOOS TV, in onda ogni mercoledì, alle ore 16.00.

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https://www.sherwood.it/articolo/7820/cultdown-episodio-2 info@sherwood.it (Sherwood Network) https://www.sherwood.it/articolo/7820/cultdown-episodio-2#0
<![CDATA[Mother Island - Motel Rooms, viaggi lisergici dentro di sé]]>

Recensire il nuovo album dei Mother Island non è stato facile perché è una chiara evoluzione di un percorso che ha preso sempre a piene mani dal rock classico americano, ma che in questa nuova avventura lo celebra assieme all’immaginario californiano delle autostrade senza fine e devi andare a fondo per farlo tuo.

Secondo chi vi scrive questo viaggio è sia fisico che mentale, è una ricerca degli spazi di sé attraverso spazi fisici, lo si evince delle tematiche delle canzoni ma anche dagli stili adottati, ora più veloci ora più lenti, come stessero a significare un botta e risposta col proprio io.

Le storie del rock sono costellate da personaggi e persone ai limiti, anti eroi o semplicemente dannati in cerca di pace per un passato abbietto e un futuro ancora nebuloso. Vivono della dualità di figure come Joplin, Morrison, e i protagonisti dei racconti di Pynchon e R. Lansdale; sono - in un concetto - l’evoluzione sonora e umana del blues delle origini verso tragitti di cui non si conosce ancora forma - colore - sensazione.

Qualche domenica fa tornado giù da Asiago e ascoltando Hotel California degli Eagles nella cosiddetta Golden Hour (il tempo del tramonto dorato) mi è accorso il flash di come quella canzone sia una buona descrizione di questo Motel Rooms (uscito per Go Down Records), grazie a quella dose di storytelling incentrata sul viaggiare in mezzo alle insidie. Credo, suppongo e non lo dico per verità certa (ci mancherebbe) che questo nuovo Lp sia un grande Hotel California a nome Mother Island, dove trovano ospitalità buone e brutte esperienze e sensazioni.

Il disco va assimilato nel tempo al di là dell’ottimo “come suona” chiaro sin dai primi due ascolti complessivi. È vivamente consigliato a chi è nella fase di ricerca di sé, di chi ama fare km la notte o semplicemente di chi non ha modo di farlo per mancanze varie e viaggia con la mente e una buona birra. Un IPA californiana magari.

Sarebbe una figata girare sulla radio e sentire partire una delle canzoni che lo compongono, ma per questo basta mettere su Sherwood.it/streaming dal telefono e potrebbe accadere!

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Recensire il nuovo album dei Mother Island non è stato facile perché è una chiara evoluzione di un percorso che ha preso sempre a piene mani dal rock classico americano, ma che in questa nuova avventura lo celebra assieme all’immaginario californiano delle autostrade senza fine e devi andare a fondo per farlo tuo.

Secondo chi vi scrive questo viaggio è sia fisico che mentale, è una ricerca degli spazi di sé attraverso spazi fisici, lo si evince delle tematiche delle canzoni ma anche dagli stili adottati, ora più veloci ora più lenti, come stessero a significare un botta e risposta col proprio io.

Le storie del rock sono costellate da personaggi e persone ai limiti, anti eroi o semplicemente dannati in cerca di pace per un passato abbietto e un futuro ancora nebuloso. Vivono della dualità di figure come Joplin, Morrison, e i protagonisti dei racconti di Pynchon e R. Lansdale; sono - in un concetto - l’evoluzione sonora e umana del blues delle origini verso tragitti di cui non si conosce ancora forma - colore - sensazione.

Qualche domenica fa tornado giù da Asiago e ascoltando Hotel California degli Eagles nella cosiddetta Golden Hour (il tempo del tramonto dorato) mi è accorso il flash di come quella canzone sia una buona descrizione di questo Motel Rooms (uscito per Go Down Records), grazie a quella dose di storytelling incentrata sul viaggiare in mezzo alle insidie. Credo, suppongo e non lo dico per verità certa (ci mancherebbe) che questo nuovo Lp sia un grande Hotel California a nome Mother Island, dove trovano ospitalità buone e brutte esperienze e sensazioni.

Il disco va assimilato nel tempo al di là dell’ottimo “come suona” chiaro sin dai primi due ascolti complessivi. È vivamente consigliato a chi è nella fase di ricerca di sé, di chi ama fare km la notte o semplicemente di chi non ha modo di farlo per mancanze varie e viaggia con la mente e una buona birra. Un IPA californiana magari.

Sarebbe una figata girare sulla radio e sentire partire una delle canzoni che lo compongono, ma per questo basta mettere su Sherwood.it/streaming dal telefono e potrebbe accadere!

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https://www.sherwood.it/articolo/7817/mother-island-motel-rooms-viaggi-lisergici-dentro-di-se info@sherwood.it (Sherwood Network) https://www.sherwood.it/articolo/7817/mother-island-motel-rooms-viaggi-lisergici-dentro-di-se#0
<![CDATA[Sport alla Rovescia - Puntata 26]]>
Una settimana difficile per lo sport quella che raccontiamo in questa 26° puntata. Tra la recrudescenza del virus che colpisce i grandi del tennis e l'incidente ad Alex Zanardi.
Continuiamo a seguire il movimento Black Lives Matter, e la riapertura della Serie A.
Commentiamo e analizziamo i dati sul mondo sportivo che abbiamo appreso nel dibattito di martedì scorso: "Covid19 e crisi dello sport"
Oggi la pillola storica ci riporta a nel Messico di 34 anni fa ;)
 
 
The Dead Kennedys - Holiday in Cambodia
 
Joss Stone - Tell Me What Were Gonna Do Now
 
Francesco Baccini & Fabrizio De André - Genova Blues
 
Iza - I Put a Spell on You
 
Bad Religion - Los Angeles Is Burning
 
The Specials - A Message To You Rudy
 
The Hu - Wolf Totem
 
Giorgio Faletti - Signor Tenente
 
Rage Against The Machine - Guerrilla Radio
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Una settimana difficile per lo sport quella che raccontiamo in questa 26° puntata. Tra la recrudescenza del virus che colpisce i grandi del tennis e l'incidente ad Alex Zanardi.
Continuiamo a seguire il movimento Black Lives Matter, e la riapertura della Serie A.
Commentiamo e analizziamo i dati sul mondo sportivo che abbiamo appreso nel dibattito di martedì scorso: "Covid19 e crisi dello sport"
Oggi la pillola storica ci riporta a nel Messico di 34 anni fa ;)
 
 
The Dead Kennedys - Holiday in Cambodia
 
Joss Stone - Tell Me What Were Gonna Do Now
 
Francesco Baccini & Fabrizio De André - Genova Blues
 
Iza - I Put a Spell on You
 
Bad Religion - Los Angeles Is Burning
 
The Specials - A Message To You Rudy
 
The Hu - Wolf Totem
 
Giorgio Faletti - Signor Tenente
 
Rage Against The Machine - Guerrilla Radio
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https://www.sherwood.it/articolo/7851/sport-alla-rovescia-puntata-26 info@sherwood.it (Sherwood Network) https://www.sherwood.it/articolo/7851/sport-alla-rovescia-puntata-26#0
<![CDATA[Odiare non è uno sport]]>



ACCEDI ALLA PAGINA DELLA TRASMISSIONE


"Odiare non è uno sport" - Un progetto per dire no all'hate speech nello sport

Terreno di inclusione e aggregazione sociale, veicolo di crescita e confronto, palestra di vita. È lo sport, quello che può portare fino al sogno Olimpico o semplicemente aiutare a stare meglio, quello che nel nostro Paese coinvolge milioni di giovani. Lo sport che però, purtroppo, ha anche un'altra faccia e può trasformarsi in fornace di discorsi e gesti d'odio, che nella dimensione digitale si potenziano e diffondono in maniera esponenziale.

È così che, anche grazie all'aiuto di diversi campioni azzurri, ha preso il via il 7 febbraio scorso – in concomitanza con la Giornata Mondiale contro il bullismo e il cyber-bullismo - la campagna #Odiarenoneunosport, sostenuta dall'Agenzia Italiana per la Cooperazione allo Sviluppo e promossa dal Centro Volontariato Cooperazione allo Sviluppo, con un fitta rete di partners su tutto il territorio nazionale.

Lo studio del fenomeno è affidato all'Università di Torino che attraverso l'équipe multidisciplinare del Centro di ricerca avanzata Coder è al lavoro per elaborare un Barometro dell'Odio nello sport, monitorando i principali social media e le testate giornalistiche sportive. Dalle prime anticipazioni del report, che uscirà a fine marzo, emergono dati allarmanti.

Su 4.857 post analizzati, per un totale di oltre 443 mila commenti alle pagine Facebook delle cinque principali testate giornalistiche sportive nazionali (Gazzetta dello Sport, TuttoSport, Corriere dello Sport, SkySport, Sport Mediaset), emerge che tre post su quattro ricevono commenti che contengono una qualche forma di hate speech. Quest'ultimo può manifestarsi come generico linguaggio volgare (13,5%), aggressività verbale (73%), vere e proprie minacce (6,8%), o, infine, come varie forme di discriminazione (6,7%). I picchi più elevati di messaggi d'odio si verificano in corrispondenza di eventi calcistici e riguardano in particolar modo le decisioni arbitrali.

Il lavoro dell'équipe però non è solo di osservazione, ma punta anche a intercettare le varie forme di hate speech online e intervenire con risposte in tempo reale. Questo grazie a un algoritmo specifico e un chatbot sviluppati dal Laboratorio d’Innovazione della School of Management di Torino e da Informatici senza Frontiere. A questi strumenti si affianca il “Bullyctionary”, un vero e proprio dizionario del bullismo online, realizzato grazie ad Assicurazioni Generali.

Il progetto ha raccolto e sta ancora raccogliendo le testimonianze di campioni dello sport azzurro come Igor Cassina, Stefano Oppo, Alessia Maurelli, Paola Enogu, Valeria Straneo, al loro fianco le straordinarie storie di inclusione sociale avvenute attraverso lo sport sul territorio italiano e l’adesione spontanea di decine di sportivi, professionisti e dilettanti, associazioni, scuole o semplici cittadini che sostengono la campagna ritraendosi con la scritta Odiare non è uno sport.

Il team di Sherwood sta contribuendo al progetto attraverso la narrazione - a mezzo radiofonico - di alcune esperienze virtuose di sport popolare disseminate in tutta la Penisola, con il racconto di alcune storie di atlete e atleti che in passato hanno riscritto la storia dello sport in maniera scevra da discriminazioni e per finire con la produzione di diversi storytelling volti alla sensibilizzazione dell'utenza per uno sport aperto e inclusivo.

La campagna durerà tutto il 2020 e prevede diversi appuntamenti e strumenti per sensibilizzare la cittadinanza, con un obiettivo comune: dire no all'odio nello sport e nella vita.



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"Odiare non è uno sport" - Un progetto per dire no all'hate speech nello sport

Terreno di inclusione e aggregazione sociale, veicolo di crescita e confronto, palestra di vita. È lo sport, quello che può portare fino al sogno Olimpico o semplicemente aiutare a stare meglio, quello che nel nostro Paese coinvolge milioni di giovani. Lo sport che però, purtroppo, ha anche un'altra faccia e può trasformarsi in fornace di discorsi e gesti d'odio, che nella dimensione digitale si potenziano e diffondono in maniera esponenziale.

È così che, anche grazie all'aiuto di diversi campioni azzurri, ha preso il via il 7 febbraio scorso – in concomitanza con la Giornata Mondiale contro il bullismo e il cyber-bullismo - la campagna #Odiarenoneunosport, sostenuta dall'Agenzia Italiana per la Cooperazione allo Sviluppo e promossa dal Centro Volontariato Cooperazione allo Sviluppo, con un fitta rete di partners su tutto il territorio nazionale.

Lo studio del fenomeno è affidato all'Università di Torino che attraverso l'équipe multidisciplinare del Centro di ricerca avanzata Coder è al lavoro per elaborare un Barometro dell'Odio nello sport, monitorando i principali social media e le testate giornalistiche sportive. Dalle prime anticipazioni del report, che uscirà a fine marzo, emergono dati allarmanti.

Su 4.857 post analizzati, per un totale di oltre 443 mila commenti alle pagine Facebook delle cinque principali testate giornalistiche sportive nazionali (Gazzetta dello Sport, TuttoSport, Corriere dello Sport, SkySport, Sport Mediaset), emerge che tre post su quattro ricevono commenti che contengono una qualche forma di hate speech. Quest'ultimo può manifestarsi come generico linguaggio volgare (13,5%), aggressività verbale (73%), vere e proprie minacce (6,8%), o, infine, come varie forme di discriminazione (6,7%). I picchi più elevati di messaggi d'odio si verificano in corrispondenza di eventi calcistici e riguardano in particolar modo le decisioni arbitrali.

Il lavoro dell'équipe però non è solo di osservazione, ma punta anche a intercettare le varie forme di hate speech online e intervenire con risposte in tempo reale. Questo grazie a un algoritmo specifico e un chatbot sviluppati dal Laboratorio d’Innovazione della School of Management di Torino e da Informatici senza Frontiere. A questi strumenti si affianca il “Bullyctionary”, un vero e proprio dizionario del bullismo online, realizzato grazie ad Assicurazioni Generali.

Il progetto ha raccolto e sta ancora raccogliendo le testimonianze di campioni dello sport azzurro come Igor Cassina, Stefano Oppo, Alessia Maurelli, Paola Enogu, Valeria Straneo, al loro fianco le straordinarie storie di inclusione sociale avvenute attraverso lo sport sul territorio italiano e l’adesione spontanea di decine di sportivi, professionisti e dilettanti, associazioni, scuole o semplici cittadini che sostengono la campagna ritraendosi con la scritta Odiare non è uno sport.

Il team di Sherwood sta contribuendo al progetto attraverso la narrazione - a mezzo radiofonico - di alcune esperienze virtuose di sport popolare disseminate in tutta la Penisola, con il racconto di alcune storie di atlete e atleti che in passato hanno riscritto la storia dello sport in maniera scevra da discriminazioni e per finire con la produzione di diversi storytelling volti alla sensibilizzazione dell'utenza per uno sport aperto e inclusivo.

La campagna durerà tutto il 2020 e prevede diversi appuntamenti e strumenti per sensibilizzare la cittadinanza, con un obiettivo comune: dire no all'odio nello sport e nella vita.



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https://www.sherwood.it/articolo/7819/odiare-non-e-uno-sport info@sherwood.it (Sherwood Network) https://www.sherwood.it/articolo/7819/odiare-non-e-uno-sport
<![CDATA[Ear 2 The Street - 7th Episode]]>
Una nuova puntata di Ear 2 The Street, il programma trentennale di Radio Sherwood sulla musica e cultura Hip-Hop e afrodiasporica.
 
Qui sotto i brani di lato il podcast
 
Public Enemy prod Dj Premier -State of the Union    
                            
JU$T - RunThe Jewels ft P.Williams, Zach De La Roche (New)
 
Unlearn-Evidence

What a Night- Dj Muggs ft. Evidence, Eto
 
Hustle don't give- Apollo Brown & Chè Noir ft. Black Thought
 
Scrape The Bowl -Boldy James & Alchemist
 
S.D.L.N- Conway the machine & Big Ghost Ltd
 
Stay Down - Drake, Busta Rhymes, J Dilla
 
A song from fathers- Skyzoo (prod.by Illmind)
 
Meathead- Bishop Neru ft.MF Doom
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Una nuova puntata di Ear 2 The Street, il programma trentennale di Radio Sherwood sulla musica e cultura Hip-Hop e afrodiasporica.
 
Qui sotto i brani di lato il podcast
 
Public Enemy prod Dj Premier -State of the Union    
                            
JU$T - RunThe Jewels ft P.Williams, Zach De La Roche (New)
 
Unlearn-Evidence

What a Night- Dj Muggs ft. Evidence, Eto
 
Hustle don't give- Apollo Brown & Chè Noir ft. Black Thought
 
Scrape The Bowl -Boldy James & Alchemist
 
S.D.L.N- Conway the machine & Big Ghost Ltd
 
Stay Down - Drake, Busta Rhymes, J Dilla
 
A song from fathers- Skyzoo (prod.by Illmind)
 
Meathead- Bishop Neru ft.MF Doom
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https://www.sherwood.it/articolo/7831/ear-2-the-street-7th-episode info@sherwood.it (Sherwood Network) https://www.sherwood.it/articolo/7831/ear-2-the-street-7th-episode#0
<![CDATA[Recensione de "La versione di Fenoglio" di Gianrico Carofiglio]]>

Carofiglio è da un po’ sulla cresta dell’onda per via di un genere letterario di cui, per la maggior parte, ha contribuito a creare e a consolidare in Italia: il romanzo giudiziario. Ma attenzione! Non parliamo di un giallo, né di un thriller o quantomeno di un resoconto dai particolari morbosi.

I suoi sono romanzi che, almeno secondo un rilievo prettamente soggettivo, si discostano dal prototipo standard del prodotto televisivo - italiano o made in Usa che sia - categorizzato come crime, giudiziario, giallo.

L’autore, a differenza che in quest’ultimi, riesce a tessere connubi romanzeschi ben pensati, tra dispositivi tecnici e ricordi sentimentali, mai melensi, con un sottotono scuro, amaro, di sottofondo.

Nella narrazione al presente, i giorni trascorrono veloci, intermezzati da densi flash-back ricchi di fitti riferimenti (anche procedurali) e chiosati da una morale di fondo, mai espressa, ma che potrei riassumere così: mai fidarsi delle apparenze, di ciò che si manifesta in superficie. Prima o poi si viene inghiottiti dalle fintamente innocue sabbie mobili.

La versione di Fenoglio (Einaudi 2019) appartiene ad una saga in cui il il protagonista è, per l’appunto, Fenoglio, maresciallo dei Carabinieri quasi in pensione, omonimo dell’illustre scrittore italiano con il quale ha una sola cosa in comune aldilà del cognome: la verve linguistica.

Infortunatosi, è costretto a frequentare quotidianamente delle sessioni di fisioterapia. Esercizi, cyclette e fiumi di parole. Non poteva, a questo punto, che nascere un’amicizia profonda con Giulio, brillante ventenne dalle battute mordenti e dalle citazioni facili, anche lui nello stesso luogo per lo stesso motivo di Fenoglio.

Tra uno step e l’altro, intermezzati dalle disposizioni svelte della fisioterapista – nonché affascinante - Bruna, tra i due si consolida un ottimo rapporto, tra le insicurezze stoiche di Giulio e le storie di tempi remoti in cui Fenoglio da protagonista diviene narratore.

Ad ogni sessione una storia. Dopo ogni sessione un aperitivo dinanzi a vassoi di cibo procacciati dal ligio, ex-ladruncolo d’appartamento, Tàrzan. Ed è così che veniamo a conoscenza di alcuni episodi accaduti durante la ormai lunga carriera del carabiniere.

Ci sono delle vittime e dei carnefici e al lato dei personaggi accessori che, insieme ai principali, tessono e disfano una tela di Penelope, composta da minuzie, indizi, contrasti, informazioni, soffiate.

Le vittime, intendendo tali nel senso comune, sono sicuramente i morti di morte violenta: il medico, ucciso con una statua d’abbellimento da scrivania, la vecchietta vittima di rapina impropria in casa sua, il ragazzo innamorato della prostituta, brutalmente assassinato con un coltello a scatto.

La verità prima o poi salterà fuori, è chiaro, ma prima che questa emerga c’è una tagliola che non perdona. La scure del giustizialismo può far saltare alcune teste innocenti e del tutto innocue: c’è chi ottiene otto anni di carcere, da innocente, per via di una confessione estorta in un momento di stress esasperante, tra minacce e schiaffi di sbirri del tutto arbitrari. C’è Denise, la prostituta che viene costretta ad autoincriminarsi di omicidio scriminato da legittima difesa affinché il pappone nelle retrovie potesse continuare a dormire sogni tranquilli, senza scocciatori tra i piedi.

Ci sono anche situazioni reali, cose ben difficili da inventare se il tutto viene contestualizzato in un territorio come quello di Bari. C’è la malattia psichiatrica, le donne dell’est costrette alla “vita”, i genitori distrutti dalla carcerazione del proprio figlio, gli informatori informali della polizia giudiziaria, i rei contro il patrimonio, che vivono di espedienti e lavoretti illegali.

Le storie ben si miscelano nel grande calderone di esperienze di Fenoglio, uomo tutto d’un pezzo, amante della libertà, umile nel profondo tanto che arriva a rammaricarsi di aver dato sfoggio di sé raccontando queste storie, probabilmente autocelebrative, ad un ragazzo giovane e affamato di sapere.

La fama di sapere di Giulio è sicuramente affascinante. I suoi interventi sono sporadici e brevi ma, si capisce, notevolmente ispirati.

Dietro di lui si nasconde un’ombra ben più densa: quella di un giurista inaridito da una facoltà, appassionato della scrittura, innamorato delle contraddizioni ben più pragmatiche provenienti dalla vita reale. Mi ha ricordato qualcuno, probabilmente, chissà, l’autore?

Gianrico Carofiglio (1961) è uno scrittore, ex magistrato e politico. Ha inaugurato il filone thriller legale italiano con le saghe dell’avvocato Guerrieri ed il carabiniere Fenoglio. È attualmente finalista del Premio Strega 2020 con La misura del tempo (2019 – Einaudi).

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Carofiglio è da un po’ sulla cresta dell’onda per via di un genere letterario di cui, per la maggior parte, ha contribuito a creare e a consolidare in Italia: il romanzo giudiziario. Ma attenzione! Non parliamo di un giallo, né di un thriller o quantomeno di un resoconto dai particolari morbosi.

I suoi sono romanzi che, almeno secondo un rilievo prettamente soggettivo, si discostano dal prototipo standard del prodotto televisivo - italiano o made in Usa che sia - categorizzato come crime, giudiziario, giallo.

L’autore, a differenza che in quest’ultimi, riesce a tessere connubi romanzeschi ben pensati, tra dispositivi tecnici e ricordi sentimentali, mai melensi, con un sottotono scuro, amaro, di sottofondo.

Nella narrazione al presente, i giorni trascorrono veloci, intermezzati da densi flash-back ricchi di fitti riferimenti (anche procedurali) e chiosati da una morale di fondo, mai espressa, ma che potrei riassumere così: mai fidarsi delle apparenze, di ciò che si manifesta in superficie. Prima o poi si viene inghiottiti dalle fintamente innocue sabbie mobili.

La versione di Fenoglio (Einaudi 2019) appartiene ad una saga in cui il il protagonista è, per l’appunto, Fenoglio, maresciallo dei Carabinieri quasi in pensione, omonimo dell’illustre scrittore italiano con il quale ha una sola cosa in comune aldilà del cognome: la verve linguistica.

Infortunatosi, è costretto a frequentare quotidianamente delle sessioni di fisioterapia. Esercizi, cyclette e fiumi di parole. Non poteva, a questo punto, che nascere un’amicizia profonda con Giulio, brillante ventenne dalle battute mordenti e dalle citazioni facili, anche lui nello stesso luogo per lo stesso motivo di Fenoglio.

Tra uno step e l’altro, intermezzati dalle disposizioni svelte della fisioterapista – nonché affascinante - Bruna, tra i due si consolida un ottimo rapporto, tra le insicurezze stoiche di Giulio e le storie di tempi remoti in cui Fenoglio da protagonista diviene narratore.

Ad ogni sessione una storia. Dopo ogni sessione un aperitivo dinanzi a vassoi di cibo procacciati dal ligio, ex-ladruncolo d’appartamento, Tàrzan. Ed è così che veniamo a conoscenza di alcuni episodi accaduti durante la ormai lunga carriera del carabiniere.

Ci sono delle vittime e dei carnefici e al lato dei personaggi accessori che, insieme ai principali, tessono e disfano una tela di Penelope, composta da minuzie, indizi, contrasti, informazioni, soffiate.

Le vittime, intendendo tali nel senso comune, sono sicuramente i morti di morte violenta: il medico, ucciso con una statua d’abbellimento da scrivania, la vecchietta vittima di rapina impropria in casa sua, il ragazzo innamorato della prostituta, brutalmente assassinato con un coltello a scatto.

La verità prima o poi salterà fuori, è chiaro, ma prima che questa emerga c’è una tagliola che non perdona. La scure del giustizialismo può far saltare alcune teste innocenti e del tutto innocue: c’è chi ottiene otto anni di carcere, da innocente, per via di una confessione estorta in un momento di stress esasperante, tra minacce e schiaffi di sbirri del tutto arbitrari. C’è Denise, la prostituta che viene costretta ad autoincriminarsi di omicidio scriminato da legittima difesa affinché il pappone nelle retrovie potesse continuare a dormire sogni tranquilli, senza scocciatori tra i piedi.

Ci sono anche situazioni reali, cose ben difficili da inventare se il tutto viene contestualizzato in un territorio come quello di Bari. C’è la malattia psichiatrica, le donne dell’est costrette alla “vita”, i genitori distrutti dalla carcerazione del proprio figlio, gli informatori informali della polizia giudiziaria, i rei contro il patrimonio, che vivono di espedienti e lavoretti illegali.

Le storie ben si miscelano nel grande calderone di esperienze di Fenoglio, uomo tutto d’un pezzo, amante della libertà, umile nel profondo tanto che arriva a rammaricarsi di aver dato sfoggio di sé raccontando queste storie, probabilmente autocelebrative, ad un ragazzo giovane e affamato di sapere.

La fama di sapere di Giulio è sicuramente affascinante. I suoi interventi sono sporadici e brevi ma, si capisce, notevolmente ispirati.

Dietro di lui si nasconde un’ombra ben più densa: quella di un giurista inaridito da una facoltà, appassionato della scrittura, innamorato delle contraddizioni ben più pragmatiche provenienti dalla vita reale. Mi ha ricordato qualcuno, probabilmente, chissà, l’autore?

Gianrico Carofiglio (1961) è uno scrittore, ex magistrato e politico. Ha inaugurato il filone thriller legale italiano con le saghe dell’avvocato Guerrieri ed il carabiniere Fenoglio. È attualmente finalista del Premio Strega 2020 con La misura del tempo (2019 – Einaudi).

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https://www.sherwood.it/articolo/7818/recensione-de-la-versione-di-fenoglio-di-gianrico-carofiglio info@sherwood.it (Sherwood Network) https://www.sherwood.it/articolo/7818/recensione-de-la-versione-di-fenoglio-di-gianrico-carofiglio
<![CDATA[Diserzioni: In divenire]]>

intro:

non c’è niente da fare,
la lunga lingua e lo scarso udito,
di chi continua a blaterare
da sopra il proprio altare,
vuole disturbare chi invece sa ascoltare
l’umile sussurrare del suono in divenire

*****************************

Playlist:

Wanderwelle: The Becoming

Bruce Brubaker and Max Cooper: Two Pages

Ben Lukas Boysen: Love

The Green Kingdom: Fantasma

Soho Rezanejad: This Sea Is Not a Memorial

Varg2™: 600 Lives To Become Nothing But A Memory (ft. Soho Rezanejad)

Worriedaboutsatan: The Twin

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intro:

non c’è niente da fare,
la lunga lingua e lo scarso udito,
di chi continua a blaterare
da sopra il proprio altare,
vuole disturbare chi invece sa ascoltare
l’umile sussurrare del suono in divenire

*****************************

Playlist:

Wanderwelle: The Becoming

Bruce Brubaker and Max Cooper: Two Pages

Ben Lukas Boysen: Love

The Green Kingdom: Fantasma

Soho Rezanejad: This Sea Is Not a Memorial

Varg2™: 600 Lives To Become Nothing But A Memory (ft. Soho Rezanejad)

Worriedaboutsatan: The Twin

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https://www.sherwood.it/articolo/7815/diserzioni-in-divenire info@sherwood.it (Sherwood Network) https://www.sherwood.it/articolo/7815/diserzioni-in-divenire#0
<![CDATA[Indica guest mix 21/06/2020 - S03]]>

Suerta from FDP Sistema è il guest mix della domenica di Indica. Un dj set dal sapore black per raccontare il movimento Black Lives Matter e trasmettere quanto molto di quello che ascoltiamo rappresenti la cultura afroamericana.

Tracklist:

The Last Poets - Understand what Black is (Prince Fatty Dub)
Natty X Mala XX Zephaniah - Word & Sound
Bobby Womack - The Bravest Man in the Universe
Max Roach - January V
George Benson - The World is a Ghetto
Elbernita ‘Twinkie’ Clark - Awake O Zion
Millie Jackson - I Had to Say it
The Fatback Band - Let the Drum Speak
Sly & Robbie - Inner City Blues
Baby Huey and The Babysitters - Hard Times
Zara McFarlane - Fussin’ and Fighting
Gilberto Gil - A Raça Humana
Moses Boyd Exodus - Ancestors (ft. Kevin Haynes Grupo Elegua)
Aretha Franklin - Don’t Play that Song

_

Buon ascolto e seguite Indica su Facebook e Instagram!

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Suerta from FDP Sistema è il guest mix della domenica di Indica. Un dj set dal sapore black per raccontare il movimento Black Lives Matter e trasmettere quanto molto di quello che ascoltiamo rappresenti la cultura afroamericana.

Tracklist:

The Last Poets - Understand what Black is (Prince Fatty Dub)
Natty X Mala XX Zephaniah - Word & Sound
Bobby Womack - The Bravest Man in the Universe
Max Roach - January V
George Benson - The World is a Ghetto
Elbernita ‘Twinkie’ Clark - Awake O Zion
Millie Jackson - I Had to Say it
The Fatback Band - Let the Drum Speak
Sly & Robbie - Inner City Blues
Baby Huey and The Babysitters - Hard Times
Zara McFarlane - Fussin’ and Fighting
Gilberto Gil - A Raça Humana
Moses Boyd Exodus - Ancestors (ft. Kevin Haynes Grupo Elegua)
Aretha Franklin - Don’t Play that Song

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Buon ascolto e seguite Indica su Facebook e Instagram!

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https://www.sherwood.it/articolo/7813/indica-guest-mix-21062020-s03 info@sherwood.it (Sherwood Network) https://www.sherwood.it/articolo/7813/indica-guest-mix-21062020-s03#0
<![CDATA[Libera La Parola - Puntata 12]]>

"In questa puntata di "Liberalaparola: words from the world", gli studenti e le studentesse di Liberalaparola vi consigliano canzioni dal Senegal, dal Biafra, dall'Albania, dal Marocco, dal Ghana, dalla Nigeria e dall'Iran.

Se volete riascoltare o rileggere i consigli fatti dalle studentesse e dagli studenti, ecco un piccolo recap:

Le canzioni erano La Solitudine di Laura Pausini (Marocco) , Dibia Na Uka di Chief Akunwata (Biafra), C'est La Vie di Khaled (Marocco), Daben Na Odo Beba di VIP (Ghana),  Mbreteresha ime di Noizy (Albania), Suunaaa di Omar Mané (Senegal), Ba negahet di Googoosh (Iran), Duduke di Simi (Nigeria).

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"In questa puntata di "Liberalaparola: words from the world", gli studenti e le studentesse di Liberalaparola vi consigliano canzioni dal Senegal, dal Biafra, dall'Albania, dal Marocco, dal Ghana, dalla Nigeria e dall'Iran.

Se volete riascoltare o rileggere i consigli fatti dalle studentesse e dagli studenti, ecco un piccolo recap:

Le canzioni erano La Solitudine di Laura Pausini (Marocco) , Dibia Na Uka di Chief Akunwata (Biafra), C'est La Vie di Khaled (Marocco), Daben Na Odo Beba di VIP (Ghana),  Mbreteresha ime di Noizy (Albania), Suunaaa di Omar Mané (Senegal), Ba negahet di Googoosh (Iran), Duduke di Simi (Nigeria).

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https://www.sherwood.it/articolo/7814/libera-la-parola-puntata-12 info@sherwood.it (Sherwood Network) https://www.sherwood.it/articolo/7814/libera-la-parola-puntata-12#0
<![CDATA[Spring Street Insomnia #27]]>

Playlist:

1 - Joy Division - Transmission

2 - Barbara + Marco - Rain

3 - Autarkic - Show Me What You Haven't Got

4 - Bauhaus - Satori

5 - Andy Stott - Over

6 - Barratt - Time Bending feat. DJ Tennis

7- Bear In Heaven - Dissolve The Walls

8 - Essaie Pas - Les Aphides

9 - Kaitlyn Aurelia Smith - The Steady Heart

10 - Lack - RRRush

11 - Burnt Friedman & Jaki Liebezeit - Eurydike

12 - Sote - Pseudo Scholastic [Dramatic Reenactment - Rashad Becker]

13 - Tangerine Dream - Sequent 'C'

14 - Echo And The Bunnymen - Pictures On My Wall

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Playlist:

1 - Joy Division - Transmission

2 - Barbara + Marco - Rain

3 - Autarkic - Show Me What You Haven't Got

4 - Bauhaus - Satori

5 - Andy Stott - Over

6 - Barratt - Time Bending feat. DJ Tennis

7- Bear In Heaven - Dissolve The Walls

8 - Essaie Pas - Les Aphides

9 - Kaitlyn Aurelia Smith - The Steady Heart

10 - Lack - RRRush

11 - Burnt Friedman & Jaki Liebezeit - Eurydike

12 - Sote - Pseudo Scholastic [Dramatic Reenactment - Rashad Becker]

13 - Tangerine Dream - Sequent 'C'

14 - Echo And The Bunnymen - Pictures On My Wall

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https://www.sherwood.it/articolo/7805/spring-street-insomnia-27 info@sherwood.it (Sherwood Network) https://www.sherwood.it/articolo/7805/spring-street-insomnia-27#0
<![CDATA[La Penultima Ruota del Carro - Puntata 29]]>

Di come quella volta che i penultimi, in formazione nuovamente ridotta causa defezione del Professor Ritmo per un incidente debilitante durante il servizio nella divisione sudafricana della legione straniera, si sono avventurati oltre le loro gabbie di plexiglas(s) per fare ritorno negli studi natii. Per l'occasione, il redivivo Fantin e il Dr. Blaster riescono a mettersi in contatto con il premier Conte, in collegamento da Villa Pamphili, che promette bazooka economici e saluti ai concittadini di Volturara Appula. L'occasione è ideale anche per far debuttare la nuova rubrica del Conte Fourteen, Ecolalia, in alternanza saussuriana con il satiro solitario. Alla ricerca di un nuovo finanziatore dopo la rinuncia di Urbano Cairo, i penultimi si involano lungo autostrade non poetiche, scontrandosi tuttavia con pesanti blocchi di cemento: è la fine del romanticismo?

Questa puntata è dedicata al primo decennale della morte di José Saramago (1922-2010).

Qui sotto i brani, di lato il podcast:

The Kinks - You Really Got Me (da Kinks, 1964)

Polyphia - O.D. (da New Levels New Devils, 2018)

Heroin In Tahiti - Illamorip (da Casilina Tapes, 2018)

Goat - Run To Your Mama (da World Music, 2012)

Cosmo Sheldrake - Wriggle (da The Much Much How How And I, 2018)

RUBRICA: MASSIMO RISERBO ("Ciò che non perturba non rinforza")

Il Teatro Degli Orrori + Zu - Nostalgia (da Split, 2008)

RUBRICA: ECOLALIA

Protomartyr - Michigan Hammers (da Ultimate Success Today, 2020)

Maria Monti - Dove (da Il Bestiario, 1974)

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Di come quella volta che i penultimi, in formazione nuovamente ridotta causa defezione del Professor Ritmo per un incidente debilitante durante il servizio nella divisione sudafricana della legione straniera, si sono avventurati oltre le loro gabbie di plexiglas(s) per fare ritorno negli studi natii. Per l'occasione, il redivivo Fantin e il Dr. Blaster riescono a mettersi in contatto con il premier Conte, in collegamento da Villa Pamphili, che promette bazooka economici e saluti ai concittadini di Volturara Appula. L'occasione è ideale anche per far debuttare la nuova rubrica del Conte Fourteen, Ecolalia, in alternanza saussuriana con il satiro solitario. Alla ricerca di un nuovo finanziatore dopo la rinuncia di Urbano Cairo, i penultimi si involano lungo autostrade non poetiche, scontrandosi tuttavia con pesanti blocchi di cemento: è la fine del romanticismo?

Questa puntata è dedicata al primo decennale della morte di José Saramago (1922-2010).

Qui sotto i brani, di lato il podcast:

The Kinks - You Really Got Me (da Kinks, 1964)

Polyphia - O.D. (da New Levels New Devils, 2018)

Heroin In Tahiti - Illamorip (da Casilina Tapes, 2018)

Goat - Run To Your Mama (da World Music, 2012)

Cosmo Sheldrake - Wriggle (da The Much Much How How And I, 2018)

RUBRICA: MASSIMO RISERBO ("Ciò che non perturba non rinforza")

Il Teatro Degli Orrori + Zu - Nostalgia (da Split, 2008)

RUBRICA: ECOLALIA

Protomartyr - Michigan Hammers (da Ultimate Success Today, 2020)

Maria Monti - Dove (da Il Bestiario, 1974)

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<![CDATA[Radio Melting Pot - Puntata 6]]>

Prima di iniziare con il sommario della trasmissione di oggi siamo felici di dare notizia alle nostre ascoltatrici e ascoltatori che la redazione di Radio Melting Pot si è arricchita di nuove collaboratrici e collaboratori. Si sono infatti uniti al gruppo redazionale ArturoTommasoFedericaAnnaCarlaLeonardo e Silvia.
Nella trasmissione di oggi, grazie alle interviste di approfondimento, affronteremo diversi argomenti.

Partiamo come sempre con la rubrica Sans Papiers: l’Avv. Arturo Raffaele Covella ci parlerà della normativa di regolarizzazione dei migranti prevista dal c.d. Decreto Rilancio e delle problematiche che sono state riscontrate nella pratica applicativa della norma. Ricordiamo che sul sito di Melting Pot sono disponibili gratuitamente diversi materiali informativi e schede pratiche in merito alla cosiddetta “Sanatoria 2020”.
Si tratta di una tematica in divenire e per questo abbiamo deciso di tornare a parlarne con l’Avv. Covella del Foro di Potenza intervistato da Federica.

Per la rubrica Diritti di cittadinanza ascolteremo l’intervista ad Enrico Gargiulo, professore associato di Sociologia presso l’Università degli Studi di Bologna, che ci ha parlato del suo nuovo libro “Appartenenze precarie. La residenza tra inclusione ed esclusione” (Edizioni Utet Università- Per ordinarlo clicca qui). Gli abbiamo chiesto di spiegarci i motivi per i quali ha scelto la residenza come punto di osservazione per indagare la regolazione dei processi di inclusione ed esclusione da una collettività. Inoltre, sulla base del suo lavoro di ricerca sul concetto di integrazione, ci ha dato il suo parere sul dibattito che si è prodotto attorno al tema della regolarizzazione.

All’interno del consueto spazio dedicato ai servizi territoriali ci sposteremo poi in provincia di Venezia con l’intervista a Michela Semprebon e Barbara Maculan sul Progetto INSigHT.
INSigHT è un progetto che vede lavorare insieme l’accademia e il terzo settore, in particolare la rete Na.Ve, Network Antitratta per il Veneto (N.A.Ve) per sviluppare la capacità di gestire la tratta di esseri umani e le rotte di transito in Nigeria, Svezia e Italia. E’ in collaborazione con il Centro Internazionale di sviluppo per le politiche migratorie e la project manager del progetto è Giovanna Marconi di IUAV.
Nell’intervista realizzate da Anna a Michela Semprebon, coordinatrice delle attività di ricerca, anche lei di IUAV, e Barbara Maculan, di Equality, ci siamo soffermate sulla parte della ricerca che riguarda la rete di accattonaggio nella provincia di Venezia, parlando di sfruttamento lavorativo e lavoro multi-agenzia. Per ulteriori approfondimenti vi invitiamo a consultare il sito ufficiale www.insightproject.net e le infonote sul progetto.


Daremo poi spazio alla campagna Lesvos calling con un’intervista realizzata da Carla a Nicolò Errico, studente di European and Global Studies all’Università di Padova che ha svolto il suo tirocinio curricolare presso Salonicco come volontario per La Luna di Vasilika. Questa era la sua seconda volta al campo e ha lavorato in piena emergenza sanitaria.
Vi ricordiamo che tutti gli aggiornamenti sulla campagna sono disponibili consultando la rubrica dedicata che trovate in home page sul sito di Melting Pot.

La trasmissione si conclude con la rubrica Migrarte e l’appello dei finalisti del progetto DIMMI-Diari Multimediali Migranti.
Il concorso DIMMI ogni anno premia e diffonde storie di migrazione. I finalisti hanno visto pubblicati i loro racconti nei libri "Parole oltre le frontiere" e "Se il mare finisce". Il progetto vuole costruire una nuova narrazione sui temi della migrazione, proprio dal punto di vista dei migranti che, attraverso la condivisione delle loro esperienze, restituiscono un racconto inedito di una società che si sta trasformando e contribuiscono alla creazione e promozione di un nuovo insieme di valori comuni.
Ascoltiamo le parole di Loredana Damian sul progetto DIMMI-Diari Multimediali

Conducono: Anna, Eleonora, Silvia e Carla
Alla regia e alla post produzione: Pino
La selezione musicale è curata da Jerry, Simon e Cidi

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Prima di iniziare con il sommario della trasmissione di oggi siamo felici di dare notizia alle nostre ascoltatrici e ascoltatori che la redazione di Radio Melting Pot si è arricchita di nuove collaboratrici e collaboratori. Si sono infatti uniti al gruppo redazionale ArturoTommasoFedericaAnnaCarlaLeonardo e Silvia.
Nella trasmissione di oggi, grazie alle interviste di approfondimento, affronteremo diversi argomenti.

Partiamo come sempre con la rubrica Sans Papiers: l’Avv. Arturo Raffaele Covella ci parlerà della normativa di regolarizzazione dei migranti prevista dal c.d. Decreto Rilancio e delle problematiche che sono state riscontrate nella pratica applicativa della norma. Ricordiamo che sul sito di Melting Pot sono disponibili gratuitamente diversi materiali informativi e schede pratiche in merito alla cosiddetta “Sanatoria 2020”.
Si tratta di una tematica in divenire e per questo abbiamo deciso di tornare a parlarne con l’Avv. Covella del Foro di Potenza intervistato da Federica.

Per la rubrica Diritti di cittadinanza ascolteremo l’intervista ad Enrico Gargiulo, professore associato di Sociologia presso l’Università degli Studi di Bologna, che ci ha parlato del suo nuovo libro “Appartenenze precarie. La residenza tra inclusione ed esclusione” (Edizioni Utet Università- Per ordinarlo clicca qui). Gli abbiamo chiesto di spiegarci i motivi per i quali ha scelto la residenza come punto di osservazione per indagare la regolazione dei processi di inclusione ed esclusione da una collettività. Inoltre, sulla base del suo lavoro di ricerca sul concetto di integrazione, ci ha dato il suo parere sul dibattito che si è prodotto attorno al tema della regolarizzazione.

All’interno del consueto spazio dedicato ai servizi territoriali ci sposteremo poi in provincia di Venezia con l’intervista a Michela Semprebon e Barbara Maculan sul Progetto INSigHT.
INSigHT è un progetto che vede lavorare insieme l’accademia e il terzo settore, in particolare la rete Na.Ve, Network Antitratta per il Veneto (N.A.Ve) per sviluppare la capacità di gestire la tratta di esseri umani e le rotte di transito in Nigeria, Svezia e Italia. E’ in collaborazione con il Centro Internazionale di sviluppo per le politiche migratorie e la project manager del progetto è Giovanna Marconi di IUAV.
Nell’intervista realizzate da Anna a Michela Semprebon, coordinatrice delle attività di ricerca, anche lei di IUAV, e Barbara Maculan, di Equality, ci siamo soffermate sulla parte della ricerca che riguarda la rete di accattonaggio nella provincia di Venezia, parlando di sfruttamento lavorativo e lavoro multi-agenzia. Per ulteriori approfondimenti vi invitiamo a consultare il sito ufficiale www.insightproject.net e le infonote sul progetto.


Daremo poi spazio alla campagna Lesvos calling con un’intervista realizzata da Carla a Nicolò Errico, studente di European and Global Studies all’Università di Padova che ha svolto il suo tirocinio curricolare presso Salonicco come volontario per La Luna di Vasilika. Questa era la sua seconda volta al campo e ha lavorato in piena emergenza sanitaria.
Vi ricordiamo che tutti gli aggiornamenti sulla campagna sono disponibili consultando la rubrica dedicata che trovate in home page sul sito di Melting Pot.

La trasmissione si conclude con la rubrica Migrarte e l’appello dei finalisti del progetto DIMMI-Diari Multimediali Migranti.
Il concorso DIMMI ogni anno premia e diffonde storie di migrazione. I finalisti hanno visto pubblicati i loro racconti nei libri "Parole oltre le frontiere" e "Se il mare finisce". Il progetto vuole costruire una nuova narrazione sui temi della migrazione, proprio dal punto di vista dei migranti che, attraverso la condivisione delle loro esperienze, restituiscono un racconto inedito di una società che si sta trasformando e contribuiscono alla creazione e promozione di un nuovo insieme di valori comuni.
Ascoltiamo le parole di Loredana Damian sul progetto DIMMI-Diari Multimediali

Conducono: Anna, Eleonora, Silvia e Carla
Alla regia e alla post produzione: Pino
La selezione musicale è curata da Jerry, Simon e Cidi

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https://www.sherwood.it/articolo/7816/radio-melting-pot-puntata-6 info@sherwood.it (Sherwood Network) https://www.sherwood.it/articolo/7816/radio-melting-pot-puntata-6#0
<![CDATA[Intervista ad Alessandro Ragazzo]]>

Il suo primo EP in italiano, Ricordi?, è appena uscito. Abbiamo pensato fosse l’occasione giusta per fare due chiacchiere con Alessandro Ragazzo, giovane musicista di Marghera, e riflettere con lui sul pop, su cosa vuol dire essere un musicista-imprenditore e come ci si costruisce una solida fan-base nel 2020.

Ciao Ale! Immaginiamo la tipica situazione: stai bevendo uno spritz con qualcuno e ti chiede: che musica fai?
La risposta sicuramente varia in base a quanti spritz ho bevuto. Ma tendenzialmente dico che “scrivo canzoni”.

Facciamo rewind. Il tuo disco d’esordio era quasi sperimentale, poi hai fatto due release alternative in inglese, ora sei approdato all’it-pop. Cosa ti ha guidato in quest’evoluzione?
È stata una mia crescita artistica, culturale ed emotiva. Per arrivare a fare pop ci vuole maturità e sensibilità. Viene considerato un genere semplice, dozzinale, in realtà obbliga a centellinare ogni cosa e cercare il posto giusto per ogni elemento, parola o suono. La musica sperimentale e l’alternative ti permettono di lavorare al massimo di fantasia, ma rischi di diventare autoreferenziale. Fare pop è stata una scelta, una sfida. In ogni caso, non escludo di prendere altre direzioni in futuro.

Mi ha colpito la definizione del tuo nuovo singolo, Domani: “una storia”. Di cosa parlano le tue storie?
Da giovani si ha la convinzione di essere unici, speciali, inimitabili. Convinzione che avevo anch’io, per questo facevo musica sperimentale. Pian piano l’ho ridimensionata negli anni. Ognuno ha caratteristiche che lo rendono diverso, ma senza rendercene conto siamo tutti simili. Crediamo di essere gli unici a provare un sentimento, a vivere una situazione, e non ci rendiamo conto che probabilmente migliaia di persone provano lo stesso sentimento o vivono la stessa situazione nel medesimo istante. Tutto questo per dire che le mie storie parlano di me, ma con la consapevolezza che altre persone si riconosceranno, potranno dire «è successo anche a me». Un’altra delle ragioni per cui amo il pop e la forma-canzone.

Mi sembri un ottimo esempio di artista-imprenditore. Non stai ad aspettare che scenda dalle nuvole un’etichetta magica, portando soldi e successo. Hai creato una squadra di professionisti con cui lavorare. Parlaci del tuo approccio alla produzione…
Ahah, mi piace come definizione! Conscio del fatto che io non so fare tutto, anzi quasi niente, ho cercato persone con competenze complementari alle mie. All’inizio si è unito Leopoldo, che ancora mi segue come manager, poi il Black Deer Studio di Nularse, Francesco Inverno e Alberto De Lazzari, che hanno prodotto il disco e mi accompagnano live. Sono colleghi e musicisti, ma anche fratelli. Poi c’è Matteo che ha una grande conoscenza dei social. C’è la nuova etichetta Rokovoko, con cui stiamo costruendo un futuro. Marco Da Re, che ha fatto i miei videoclip, è un regista straordinario e si mette in gioco anche lui con questo progetto. Questa è una cosa fondamentale perché la musica, sotto ogni aspetto, è un lavoro di gruppo.

A proposito di social, hai un sorriso sbarazzino che piace. Ma non è da tutti sapersi costruire una fan-base solida. Quanto sono importanti i social per un musicista del 2020? E qual è il modo sbagliato di usarli?
I social sono importantissimi per ogni start-up, e un musicista emergente può essere considerato tale. Ti permettono di avere una platea ampia quasi quanto gli abitanti della terra, e di rimanere in contatto con le persone che ti seguono giornalmente, consolidare i rapporti. Come ogni cosa nuova non hanno regole precise. Ma sicuramente un grave errore è cambiare personalità o non essere sinceri per ricevere più consensi.

E i live, quanto pensi contino?
I live, soprattutto per il genere di musica che faccio, contano moltissimo e sono il vero banco di prova per capire quanto le persone sono realmente affezionate alla tua musica. Se conquisti una persona con un live sai che sarà legata in una maniera più forte alla tua musica.

Dai, siamo sinceri: è possibile vivere di musica?
Dicono di sì, io ancora non lo so, ahah!

Qual è l’errore più comune che vedi commettere dai musicisti emergenti?
Penso sia quello di emulare artisti già famosi, finendo per esserne solo una brutta copia.

Quanto c’è di Marghera nelle tue canzoni?
Marghera è la città in cui sono nato e cresciuto, dove vivo ancora. È una città difficile, che mi ha insegnato molte cose. Soprattutto mi ha fatto apprezzare la sincerità di persone senza grandi sovrastrutture, che non si nascondono dietro stereotipi. Quello che provo a fare è trarre dal mio vissuto dei sentimenti “positivi”, per allontanare il cliché che ciò che viene dalla periferia debba per forza essere crudo o criminale.

In genere ad ogni release un artista è già proiettato sulla release successiva. Puoi dirci qualcosa di quello che hai in mente?
Eheh, abbiamo un sacco di cose in mente. Ora che la squadra si è ampliata, abbiamo anche più mezzi, per fare cose sempre migliori. Per ora nessuno spoiler ma se avete pazienza ne vedrete delle belle.

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Il suo primo EP in italiano, Ricordi?, è appena uscito. Abbiamo pensato fosse l’occasione giusta per fare due chiacchiere con Alessandro Ragazzo, giovane musicista di Marghera, e riflettere con lui sul pop, su cosa vuol dire essere un musicista-imprenditore e come ci si costruisce una solida fan-base nel 2020.

Ciao Ale! Immaginiamo la tipica situazione: stai bevendo uno spritz con qualcuno e ti chiede: che musica fai?
La risposta sicuramente varia in base a quanti spritz ho bevuto. Ma tendenzialmente dico che “scrivo canzoni”.

Facciamo rewind. Il tuo disco d’esordio era quasi sperimentale, poi hai fatto due release alternative in inglese, ora sei approdato all’it-pop. Cosa ti ha guidato in quest’evoluzione?
È stata una mia crescita artistica, culturale ed emotiva. Per arrivare a fare pop ci vuole maturità e sensibilità. Viene considerato un genere semplice, dozzinale, in realtà obbliga a centellinare ogni cosa e cercare il posto giusto per ogni elemento, parola o suono. La musica sperimentale e l’alternative ti permettono di lavorare al massimo di fantasia, ma rischi di diventare autoreferenziale. Fare pop è stata una scelta, una sfida. In ogni caso, non escludo di prendere altre direzioni in futuro.

Mi ha colpito la definizione del tuo nuovo singolo, Domani: “una storia”. Di cosa parlano le tue storie?
Da giovani si ha la convinzione di essere unici, speciali, inimitabili. Convinzione che avevo anch’io, per questo facevo musica sperimentale. Pian piano l’ho ridimensionata negli anni. Ognuno ha caratteristiche che lo rendono diverso, ma senza rendercene conto siamo tutti simili. Crediamo di essere gli unici a provare un sentimento, a vivere una situazione, e non ci rendiamo conto che probabilmente migliaia di persone provano lo stesso sentimento o vivono la stessa situazione nel medesimo istante. Tutto questo per dire che le mie storie parlano di me, ma con la consapevolezza che altre persone si riconosceranno, potranno dire «è successo anche a me». Un’altra delle ragioni per cui amo il pop e la forma-canzone.

Mi sembri un ottimo esempio di artista-imprenditore. Non stai ad aspettare che scenda dalle nuvole un’etichetta magica, portando soldi e successo. Hai creato una squadra di professionisti con cui lavorare. Parlaci del tuo approccio alla produzione…
Ahah, mi piace come definizione! Conscio del fatto che io non so fare tutto, anzi quasi niente, ho cercato persone con competenze complementari alle mie. All’inizio si è unito Leopoldo, che ancora mi segue come manager, poi il Black Deer Studio di Nularse, Francesco Inverno e Alberto De Lazzari, che hanno prodotto il disco e mi accompagnano live. Sono colleghi e musicisti, ma anche fratelli. Poi c’è Matteo che ha una grande conoscenza dei social. C’è la nuova etichetta Rokovoko, con cui stiamo costruendo un futuro. Marco Da Re, che ha fatto i miei videoclip, è un regista straordinario e si mette in gioco anche lui con questo progetto. Questa è una cosa fondamentale perché la musica, sotto ogni aspetto, è un lavoro di gruppo.

A proposito di social, hai un sorriso sbarazzino che piace. Ma non è da tutti sapersi costruire una fan-base solida. Quanto sono importanti i social per un musicista del 2020? E qual è il modo sbagliato di usarli?
I social sono importantissimi per ogni start-up, e un musicista emergente può essere considerato tale. Ti permettono di avere una platea ampia quasi quanto gli abitanti della terra, e di rimanere in contatto con le persone che ti seguono giornalmente, consolidare i rapporti. Come ogni cosa nuova non hanno regole precise. Ma sicuramente un grave errore è cambiare personalità o non essere sinceri per ricevere più consensi.

E i live, quanto pensi contino?
I live, soprattutto per il genere di musica che faccio, contano moltissimo e sono il vero banco di prova per capire quanto le persone sono realmente affezionate alla tua musica. Se conquisti una persona con un live sai che sarà legata in una maniera più forte alla tua musica.

Dai, siamo sinceri: è possibile vivere di musica?
Dicono di sì, io ancora non lo so, ahah!

Qual è l’errore più comune che vedi commettere dai musicisti emergenti?
Penso sia quello di emulare artisti già famosi, finendo per esserne solo una brutta copia.

Quanto c’è di Marghera nelle tue canzoni?
Marghera è la città in cui sono nato e cresciuto, dove vivo ancora. È una città difficile, che mi ha insegnato molte cose. Soprattutto mi ha fatto apprezzare la sincerità di persone senza grandi sovrastrutture, che non si nascondono dietro stereotipi. Quello che provo a fare è trarre dal mio vissuto dei sentimenti “positivi”, per allontanare il cliché che ciò che viene dalla periferia debba per forza essere crudo o criminale.

In genere ad ogni release un artista è già proiettato sulla release successiva. Puoi dirci qualcosa di quello che hai in mente?
Eheh, abbiamo un sacco di cose in mente. Ora che la squadra si è ampliata, abbiamo anche più mezzi, per fare cose sempre migliori. Per ora nessuno spoiler ma se avete pazienza ne vedrete delle belle.

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https://www.sherwood.it/articolo/7807/intervista-ad-alessandro-ragazzo info@sherwood.it (Sherwood Network) https://www.sherwood.it/articolo/7807/intervista-ad-alessandro-ragazzo#0
<![CDATA[Close up - Inquadrature di cinema e dintorni]]>

In questo take voglio consigliare tre titoli di film che in qualche modo siano riconducibili al cinema indipendente. Partiamo dal presupposto che fornire una definizione di indipendente è assai complicato. Ora più che mai.

Basti pensare alla confusione che c'è, oggi, nel fare cinema. La vecchia industria cinematografica si trova a dover rincorrere l'offerta di film (e serie tv che sembrano film) a basso prezzo generati e imposti dal nuovo sistema on demand che abbatte i tempi di uscita e che sta chiaramente uccidendo le sale cinematografiche. Un sistema dove produzione e distribuzione sono correlate e viaggiano di paro passo perché controllate da un vertice in comune.

Per questa settimana la mia scelta ricade su tre registi, che, seppur in diversa misura, sono distanti dalla scena mainstream e dal grande pubblico. Gli stessi hanno, a mio avviso, dimostrato coerenza nel loro percorso artistico con l'obiettivo di generare un proprio universo narrativo, senza compromessi né limitazioni. Sono registi che rivendicano il bisogno (a volte personale) di trattare temi scomodi e complessi con un approccio più autoriale e sperimentale, manifesto di un nuovo modo di intendere il mondo dell’arte, al di là del puro consumismo.

Utilizzano una forma di narrazione decisamente atipica e anticonvenzionale e prediligono un cinema che offre uno sguardo più intimo e profondo privo di sfacciate artificiosità, slegato dalle grosse case di produzione (essi stessi sono produttori del film) e distribuzione per non sottostare ad alcuna forma di subordinazione.

Con il rischio, però, di cadere, in alcune occasioni, in eccesso di zelo e autoreferenzialità.

Ma procediamo con ordine.

Clerks

CLERKS
di Kevin Smith
Usa 1994

Ho una passione per questo piccolo cult degli anni 90. La prima volta che lo vidi non conoscevo la sua genesi. Ricordo che ero piccola, mia sorella e le sue amiche mi avevano invitato a vederlo in VHS - noleggiato - nella tv di casa. Con emozione e orgoglio, stavo per vedere un film con i grandi e da grandi.

E i grandi sono anche i protagonisti: giovani nerd americani, diretti da un emergente e scapestrato Kevin Smith (In cerca di Amy, Dogma) puntuale nel cogliere la loro più banale quotidianità.

Una quotidianità avvolta dalla precarietà e dall'incertezza esistenziale, specchio di una realtà che Smith decide di raccontare anche nei lavori successivi.

Dialoghi serrati e gag grottesche sono gli elementi che accompagnano la scena ambientata in massimo tre location: la vidioteca di Randall, il minimarket  di Dante e la strada, ovvero il mondo esterno, adiacente ai due negozi, attraversata da improbabili individui e sorvegliata da due simpatici spacciatori (con cameo del regista).

Tutto il film è sorretto da uno stile registico artigianale ed essenziale in perfetta sintonia con il messaggio implicito. E l'essenzialità è protagonista anche nei mezzi a disposizione: Clerks, infatti, è girato di notte con un budget sotto ai 30000 dollari, metà dei quali spesi per la licenza sulla musica utilizzata e mai utilizzati per la post produzione della color (il film è, per questo, in bianco e nero).

Distribuito in meno di dieci sale cinematografiche, il film circolò tantissimo nelle vidioteche americane e diventò riferimento di una generazione cresciuta tra cultura analogica degli anni 90, vhs e pellicola sgranata, disincanto e un pò mal di vivere. E vederlo oggi non ha lo stesso effetto: rimane legato, inevitabilmente, a chi l'adolescenza l'ha vissuta in quel decennio. Con la chiosa finale di un pessimo lavoro di conversione in digitale che ne ha assai compromesso la qualità. Ma rimane una chicca da vedere.

Elephant

ELEPHANT
di Gus Van Sant
2003 USA
Palma d'oro per miglior film e regia Festival di Cannes 2003

Non amo particolarmente i film di Gus Van Sant ma apprezzo il suo approccio al medium cinema, che lui esplica con forme narrative lontane dall’omologazione e dalle norme stabilite da Hollywood. Inoltre, è un regista che, per ottenere un maggior controllo sulla produzione dei film, ha spesso rinunciato a grandi budget e a grandi distribuzioni.

«Van Sant si conferma il figlio più degno della controcultura americana, capace di rinunciare a Hollywood per fare esattamente il cinema che vuole». (Roberto Nepoti, "La Repubblica", 19 maggio 2003)

Elephant racconta la strage, per mano di due ragazzi, in una scuola americana. La storia è liberamente ispirata ai fatti della Columbine High School del 1999. Mentre il titolo del film è una citazione dell'omonimo film del 1989 (Elephant di Alan Clarke) e vuole alludere al così detto elefante nella stanza, metafora di un problema che tutti vedono ma di cui nessuno vuole parlare. Nel film, la questione è facilmente associabile all'uso e abuso delle armi negli Stati Uniti.

Ma Van Sant pretende di andare oltre a questa ovvietà demistificando la violenza stessa, non giudicando, non creando pregiudizi ma anzi, calando lo spettatore nel dramma inscenato con esasperato realismo che rende tutto vicino alla normalità e quindi, alla quotidianità. Noi non partecipiamo al massacro, a Van Sant non interessa quello. Interessa che il pugno sullo stomaco arrivi ugualmente. Senza troppa suspance.

Ma per essere acritici serve uno stile sobrio quasi asettico intriso di una certa libertà di improvvisazione che il regista concesse ai suoi protagonisti (attori non preofessionisti). La macchina da presa segue gli allievi, di schiena, con lunghe inquadrature (piani sequenza), in lunghi corridoi, o ci fa vedere lo stesso avvenimento da soggettive diverse. Ascoltiamo i loro scarni dialoghi per immergerci nel vuoto esistenziale di questi ragazzi. Un vuoto generato dal sistema che noi stessi abbiamo creato. I giudicati non sono i giovani del film ma noi spettatori, colpevoli di non fare nulla.

In un mondo ormai sempre più incline al virtuale, Van Sant sembra quasi ricreare l'atmosfera di un videogioco, dove realtà e finzione si confondono.
Gioca sottilmente con queste due dimensioni di continuo creando un cortocircuito nello spettatore.

Mommy

MOMMY
di Xavier Dolan
Canada, Francia 2014
premio giuria festival cannes 2014


Da dove inizio? Da Dolan. Necessariamente. Un regista che nel 2014 a soli 26 anni era già arrivato al suo quinto lungometraggio. Dotato di un talento incredibile e sfrontato, Dolan scrive dirige e monta Mommy, una rappresentazione nuda e cruda dell'affetto, un legame che sa essere al tempo stesso violento, profondo, incontrollato e morboso. Un tema che ricorre nella filmografia del giovane regista.

Tutto viene raccontato con estrema semplicità senza troppi fronzoli. Tutto è decisamente essenziale: tre protagonisti (madre, figlio e vicina di casa) nessuna allusione al loro passato, nessun protagonismo del contesto sociale che rimane in secondo piano. Dolan sceglie il formato 1:1, non c'è spazio per tutti: lo schermo è quadrato, non ci sono campi lunghi ma solo i corpi dei nostri protagonisti, imprigionati in quella gabbia di schermo dove non c'è posto per un soggetto altro.

E quindi li vediamo schiacciati a volte dalle inquadrature stesse perché impossibilitati di trovare uno spazio comune o di integrarsi in un gruppo che non sia il loro.

«Volevo che lo spettatore guardasse direttamente negli occhi dei miei personaggi, che non fosse distratto da nient’altro». (Xavier Dolan)

Dolan utilizza il cinema come linguaggio estetico. E gioca con le variazioni stilistiche. Tutto ha un significato: il formato si apre (in un 16:9 di maggior respiro) solo quando la prospettiva cambia e i nostri protagonisti intravedono un futuro stabile e contornato di persone altre. Ma l'instabilità emotiva e l'incertezza fa ritornare tutto all'origine soffocante e fastidiosa della dimensione reale.

Un aiuto importante sicuramente viene dall'ottima fotografia di André Turpin il quale alterna con maestria interni cupi e stretti ad esterne luminose e larghe.

E ancora, i movimenti di macchina incollati ai corpi e o lo smisurato utilizzo del rallenty quasi a significare che non pssiamo perderci un istante, un frammmento.

Dolan è tutto ciò. Incontenibile, esagerato, invadente, totalmente libero e indipendente.

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In questo take voglio consigliare tre titoli di film che in qualche modo siano riconducibili al cinema indipendente. Partiamo dal presupposto che fornire una definizione di indipendente è assai complicato. Ora più che mai.

Basti pensare alla confusione che c'è, oggi, nel fare cinema. La vecchia industria cinematografica si trova a dover rincorrere l'offerta di film (e serie tv che sembrano film) a basso prezzo generati e imposti dal nuovo sistema on demand che abbatte i tempi di uscita e che sta chiaramente uccidendo le sale cinematografiche. Un sistema dove produzione e distribuzione sono correlate e viaggiano di paro passo perché controllate da un vertice in comune.

Per questa settimana la mia scelta ricade su tre registi, che, seppur in diversa misura, sono distanti dalla scena mainstream e dal grande pubblico. Gli stessi hanno, a mio avviso, dimostrato coerenza nel loro percorso artistico con l'obiettivo di generare un proprio universo narrativo, senza compromessi né limitazioni. Sono registi che rivendicano il bisogno (a volte personale) di trattare temi scomodi e complessi con un approccio più autoriale e sperimentale, manifesto di un nuovo modo di intendere il mondo dell’arte, al di là del puro consumismo.

Utilizzano una forma di narrazione decisamente atipica e anticonvenzionale e prediligono un cinema che offre uno sguardo più intimo e profondo privo di sfacciate artificiosità, slegato dalle grosse case di produzione (essi stessi sono produttori del film) e distribuzione per non sottostare ad alcuna forma di subordinazione.

Con il rischio, però, di cadere, in alcune occasioni, in eccesso di zelo e autoreferenzialità.

Ma procediamo con ordine.

Clerks

CLERKS
di Kevin Smith
Usa 1994

Ho una passione per questo piccolo cult degli anni 90. La prima volta che lo vidi non conoscevo la sua genesi. Ricordo che ero piccola, mia sorella e le sue amiche mi avevano invitato a vederlo in VHS - noleggiato - nella tv di casa. Con emozione e orgoglio, stavo per vedere un film con i grandi e da grandi.

E i grandi sono anche i protagonisti: giovani nerd americani, diretti da un emergente e scapestrato Kevin Smith (In cerca di Amy, Dogma) puntuale nel cogliere la loro più banale quotidianità.

Una quotidianità avvolta dalla precarietà e dall'incertezza esistenziale, specchio di una realtà che Smith decide di raccontare anche nei lavori successivi.

Dialoghi serrati e gag grottesche sono gli elementi che accompagnano la scena ambientata in massimo tre location: la vidioteca di Randall, il minimarket  di Dante e la strada, ovvero il mondo esterno, adiacente ai due negozi, attraversata da improbabili individui e sorvegliata da due simpatici spacciatori (con cameo del regista).

Tutto il film è sorretto da uno stile registico artigianale ed essenziale in perfetta sintonia con il messaggio implicito. E l'essenzialità è protagonista anche nei mezzi a disposizione: Clerks, infatti, è girato di notte con un budget sotto ai 30000 dollari, metà dei quali spesi per la licenza sulla musica utilizzata e mai utilizzati per la post produzione della color (il film è, per questo, in bianco e nero).

Distribuito in meno di dieci sale cinematografiche, il film circolò tantissimo nelle vidioteche americane e diventò riferimento di una generazione cresciuta tra cultura analogica degli anni 90, vhs e pellicola sgranata, disincanto e un pò mal di vivere. E vederlo oggi non ha lo stesso effetto: rimane legato, inevitabilmente, a chi l'adolescenza l'ha vissuta in quel decennio. Con la chiosa finale di un pessimo lavoro di conversione in digitale che ne ha assai compromesso la qualità. Ma rimane una chicca da vedere.

Elephant

ELEPHANT
di Gus Van Sant
2003 USA
Palma d'oro per miglior film e regia Festival di Cannes 2003

Non amo particolarmente i film di Gus Van Sant ma apprezzo il suo approccio al medium cinema, che lui esplica con forme narrative lontane dall’omologazione e dalle norme stabilite da Hollywood. Inoltre, è un regista che, per ottenere un maggior controllo sulla produzione dei film, ha spesso rinunciato a grandi budget e a grandi distribuzioni.

«Van Sant si conferma il figlio più degno della controcultura americana, capace di rinunciare a Hollywood per fare esattamente il cinema che vuole». (Roberto Nepoti, "La Repubblica", 19 maggio 2003)

Elephant racconta la strage, per mano di due ragazzi, in una scuola americana. La storia è liberamente ispirata ai fatti della Columbine High School del 1999. Mentre il titolo del film è una citazione dell'omonimo film del 1989 (Elephant di Alan Clarke) e vuole alludere al così detto elefante nella stanza, metafora di un problema che tutti vedono ma di cui nessuno vuole parlare. Nel film, la questione è facilmente associabile all'uso e abuso delle armi negli Stati Uniti.

Ma Van Sant pretende di andare oltre a questa ovvietà demistificando la violenza stessa, non giudicando, non creando pregiudizi ma anzi, calando lo spettatore nel dramma inscenato con esasperato realismo che rende tutto vicino alla normalità e quindi, alla quotidianità. Noi non partecipiamo al massacro, a Van Sant non interessa quello. Interessa che il pugno sullo stomaco arrivi ugualmente. Senza troppa suspance.

Ma per essere acritici serve uno stile sobrio quasi asettico intriso di una certa libertà di improvvisazione che il regista concesse ai suoi protagonisti (attori non preofessionisti). La macchina da presa segue gli allievi, di schiena, con lunghe inquadrature (piani sequenza), in lunghi corridoi, o ci fa vedere lo stesso avvenimento da soggettive diverse. Ascoltiamo i loro scarni dialoghi per immergerci nel vuoto esistenziale di questi ragazzi. Un vuoto generato dal sistema che noi stessi abbiamo creato. I giudicati non sono i giovani del film ma noi spettatori, colpevoli di non fare nulla.

In un mondo ormai sempre più incline al virtuale, Van Sant sembra quasi ricreare l'atmosfera di un videogioco, dove realtà e finzione si confondono.
Gioca sottilmente con queste due dimensioni di continuo creando un cortocircuito nello spettatore.

Mommy

MOMMY
di Xavier Dolan
Canada, Francia 2014
premio giuria festival cannes 2014


Da dove inizio? Da Dolan. Necessariamente. Un regista che nel 2014 a soli 26 anni era già arrivato al suo quinto lungometraggio. Dotato di un talento incredibile e sfrontato, Dolan scrive dirige e monta Mommy, una rappresentazione nuda e cruda dell'affetto, un legame che sa essere al tempo stesso violento, profondo, incontrollato e morboso. Un tema che ricorre nella filmografia del giovane regista.

Tutto viene raccontato con estrema semplicità senza troppi fronzoli. Tutto è decisamente essenziale: tre protagonisti (madre, figlio e vicina di casa) nessuna allusione al loro passato, nessun protagonismo del contesto sociale che rimane in secondo piano. Dolan sceglie il formato 1:1, non c'è spazio per tutti: lo schermo è quadrato, non ci sono campi lunghi ma solo i corpi dei nostri protagonisti, imprigionati in quella gabbia di schermo dove non c'è posto per un soggetto altro.

E quindi li vediamo schiacciati a volte dalle inquadrature stesse perché impossibilitati di trovare uno spazio comune o di integrarsi in un gruppo che non sia il loro.

«Volevo che lo spettatore guardasse direttamente negli occhi dei miei personaggi, che non fosse distratto da nient’altro». (Xavier Dolan)

Dolan utilizza il cinema come linguaggio estetico. E gioca con le variazioni stilistiche. Tutto ha un significato: il formato si apre (in un 16:9 di maggior respiro) solo quando la prospettiva cambia e i nostri protagonisti intravedono un futuro stabile e contornato di persone altre. Ma l'instabilità emotiva e l'incertezza fa ritornare tutto all'origine soffocante e fastidiosa della dimensione reale.

Un aiuto importante sicuramente viene dall'ottima fotografia di André Turpin il quale alterna con maestria interni cupi e stretti ad esterne luminose e larghe.

E ancora, i movimenti di macchina incollati ai corpi e o lo smisurato utilizzo del rallenty quasi a significare che non pssiamo perderci un istante, un frammmento.

Dolan è tutto ciò. Incontenibile, esagerato, invadente, totalmente libero e indipendente.

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https://www.sherwood.it/articolo/7806/close-up-inquadrature-di-cinema-e-dintorni info@sherwood.it (Sherwood Network) https://www.sherwood.it/articolo/7806/close-up-inquadrature-di-cinema-e-dintorni
<![CDATA[Cultdown - Episodio 1]]>

Ecco la prima puntata di Cultdown, il format di interviste che dà voce al mondo della cultura e dell'intrattenimento.

Il reparto della cultura e dello spettacolo occupa oltre il 7% delle lavoratrici e dei lavoratori italiani, ma quali garanzie hanno?
Ne parliamo con Rolando Lutterotti, rappresentante veneto delle maestranze dello spettacolo, a dialogo con Federica Pennelli (Radio Sherwood) e Andrea Sesta (NOOS TV).

Esiste un fronte collettivo su cui partire?
Ha senso parlare di un ammortizzatore sociale di categoria?
Un’altra soluzione è possibile perché il presente lo si scrive insieme, guardando al futuro.



Cultdown è un progetto corale di Radio Sherwood e di NOOS TV, in onda ogni mercoledì, alle ore 16.00.

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Ecco la prima puntata di Cultdown, il format di interviste che dà voce al mondo della cultura e dell'intrattenimento.

Il reparto della cultura e dello spettacolo occupa oltre il 7% delle lavoratrici e dei lavoratori italiani, ma quali garanzie hanno?
Ne parliamo con Rolando Lutterotti, rappresentante veneto delle maestranze dello spettacolo, a dialogo con Federica Pennelli (Radio Sherwood) e Andrea Sesta (NOOS TV).

Esiste un fronte collettivo su cui partire?
Ha senso parlare di un ammortizzatore sociale di categoria?
Un’altra soluzione è possibile perché il presente lo si scrive insieme, guardando al futuro.



Cultdown è un progetto corale di Radio Sherwood e di NOOS TV, in onda ogni mercoledì, alle ore 16.00.

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https://www.sherwood.it/articolo/7804/cultdown-episodio-1 info@sherwood.it (Sherwood Network) https://www.sherwood.it/articolo/7804/cultdown-episodio-1#0
<![CDATA[ReadBabyRead_495_Michele_Catozzi_12]]>

«Sul terreno, antiche gettate di cemento, schegge di pavimenti piastrellati e tracce di muri divisori testimoniavano che un tempo lì sorgevano costruzioni, gabinetti, spogliatoi, depositi. Poco più in là un affastellarsi di tubi multicolore corrosi all'esterno dalle intemperie e all'interno dai veleni rimasti intrappolati per anni nelle condutture, che ad aprirle si rischiava la vita... 
Chiunque sapeva cos'era accaduto al Petrolchimico, ma tutti cercavano di dimenticare. Aldani, al contrario, tentava di ricordare. Aveva seguito ogni fase del processo iniziato nel '98 e all'epoca si era letto gli atti e le sentenze. Il suo interesse era ai limiti del morboso. Ricordava molti dettagli, pur non essendo mai stato in quei luoghi di cui tante volte aveva letto, e trovarsi lì gli causava una specie di vertigine.» [Michele Catozzi, Marea tossica]


ReadBabyRead #495 del 18 giugno 2020


Michele Catozzi
Marea tossica

Brani (prime 116 pagine)

(12a e ultima parte)


per info su F. Ventimiglia e C. Tesser:

Lettura e altri crimini
iTunes podcast


voce: Francesco Ventimiglia


Venezia, 8 novembre 2012

“Il crepuscolo stendeva una luce incerta sulla laguna nord, ammantando di grigio rosato le acque, le barene, gli isolotti. Gli ultimi brandelli infuocati si stavano spegnendo dietro le montagne all'orizzonte e bagliori arancioni accarezzavano il profilo di Venezia.
Lungo il canale di San Secondo, che affianca il ponte della Libertà dal lato della ferrovia, l'isola delle Pantegane, con la sua bassa e inestricabile vegetazione spontanea, si stemperava nella penombra a poche centinaia di metri dalla terraferma della penisola di San Giuliano. Una quarantina di anni prima era una lunga spiaggetta sabbiosa ambita dai ragazzi di Mestre che la raggiungevano in barca per farsi una nuotata, ora rimaneva soltanto un relitto oblungo alla deriva nella laguna, con la sabbia mangiata via dal moto ondoso e sostituita da una distesa di fanghiglia puzzolente coperta di rifiuti di plastica multicolore. Quanto a fare il bagno, se uno ci teneva alla salute, era meglio lasciar perdere.”


Un romanzo per non dimenticare il Petrolchimico

Marea tossica non avrebbe potuto avere migliore relatore di Gianfranco Bettin alla presentazione del 25 ottobre alla Libreria Ubik di Mestre. Ho contattato Bettin, memoria storica di Marghera ed esperto delle vicende del Petrolchimico (cito soltanto Petrolkimiko, Le voci e le storie di un crimine di pace, Baldini & Castoldi 1998, da lui curato, e rimando al post di anteprima della presentazione per ulteriori dettagli), perché non poteva che essere lui ad affiancarmi in questa prima uscita pubblica del romanzo. Gianfranco ha accettato con entusiasmo e sono felice di averglielo chiesto.
La presentazione è andata molto bene, la libreria era piena, in sala anche un magistrato e un sindacalista, un poliziotto e un giornalista, insegnanti e docenti universitari, ma soprattutto i due ex operai Vinyls protagonisti del documentario Il pianeta in mare di Andrea Segre di cui ho parlato diffusamente nel post dedicato alla recente proiezione del film al “capannone” del Petrolchimico, Nicoletta Zago e Lucio Sabbadin. Dulcis in fundo, in prima fila sedeva Maurizio Dianese, nerista del Gazzettino di Venezia e coautore proprio con Bettin di un importante libro sulla tragedia del Petrolchimico, quel Petrolkiller (Feltrinelli 2002) che è stata una tra le mie fonti principali di documentazione per le vicende narrate nel romanzo. Per chi fosse interessato alle mie fonti, rimando alla lunga Nota autore pubblicata all’interno di Marea tossica.
Una serata entusiasmante (probabilmente, anzi di sicuro sono di parte, e ci mancherebbe) che da sola mi ha ripagato della lunga e faticosa gestazione del romanzo. Una serata che Alessandro Tridello, l’appassionato libraio della Ubik di Mestre senza il quale l’evento non sarebbe stato possibile (e che si era poco prima scatenato con una vetrina “creativa” piena di Marea tossica) ha suggellato con un enorme sorriso di soddisfazione. Alessandro ha anche detto che sono “ormai il beniamino della libreria” e che “la Ubik di Mestre mi vuole molto bene”. Ricambio con affetto.

Ma andiamo con ordine. Bettin, come previsto, è stato un relatore davvero impeccabile che non solo ha dimostrato una grande padronanza delle tematiche legate a Porto Marghera e al Petrolchimico, ma anche una capacità di analisi del testo davvero fuori dal comune. Il lettore mi perdonerà se riporterò alcuni stralci dei suoi interventi (e di quelli del pubblico), un piccolo florilegio che ho potuto recuperare grazie a una registrazione di fortuna (e che ho tentato di riportare il più fedelmente possibile compatibilmente con le problematiche di trascrizione). Aggiungo che il suo intervento è stato accompagnato dalle letture di alcuni brani del romanzo fatte dalla bravissima Stefania dell’associazione Voci di Carta. Il virgolettato è di Bettin, salvo ove diversamente indicato.

«Tutte le inchieste di Aldani si configurano come interne alla tradizione del genere, ma poi acquistano significati molto legati alla storia di Venezia e in sintonia con l’attualità, come la vicenda del Mose o della banda Maniero o, come in questo caso, una vicenda, quella del Petrolchimico, di grandissima importanza, forse anche maggiore rispetto alle precedenti.»

«Se si potesse entrare dentro l’area del Petrolchimico come si va in qualunque altra parte della città si potrebbe percorrerla con precisione seguendo le dettagliate descrizioni del romanzo. Credo sia la più completa ricostruzione in chiave letteraria del paesaggio del Petrolchimico.»

«La scrittura di Catozzi è una scrittura generosa, che dà molto e che dice molto, una generosità di cui si giova il lettore

«C’è poi l’uso del dialetto, i cui inserti apportano un senso di vita autentica che entra dentro il romanzo e che si lega bene con l’italiano del resto della storia. Questo fa la differenza e profila il commissario Aldani dentro il variegato e ricchissimo panorama della narrativa noir. È spesso il dialetto bastardo che parliamo in terraferma, un mix del vecchio veneziano con apporti dalla città meticcia che siamo da sempre e che quindi tende a non irrigidirsi in una forma, a creare una certa musicalità che deriva dall’utilizzo, non da una struttura classica di lingua dialettale

«Un tipo di scrittura che fa funzionare il racconto, che trascina il lettore dentro la storia e affabula con la generosità della lingua e i dettagli delle descrizioni.»

«Nella scrittura prevale la ricchezza del racconto che non ha gli alti e bassi scanditi dalla secchezza delle frasi o dall’intensità dell’effettaccio splatter ma fa emergere l’intensità, l’effettaccio, o quella secchezza dalla materia stessa di cui l’autore parla tenendo un costante registro letterario e questo conferisce originalità e autenticità al romanzo

«Nella narrazione spicca il forte ruolo dei paesaggi, così come anche nei libri precedenti, in cui erano più centrati sulla Venezia storica o sulla laguna, mentre qui lo sono sulla città industriale, su Marghera, sia quella storica che quella dell’attuale fase di transizione

«In tutto il romanzo c’è un grande rispetto per la storia di una parte importante della città, per la storia di questa comunità e dei suoi personaggi. C’è il rispetto del commissario, dichiarato, ma c’è anche il rispetto specificamente letterario che si evince dalla grande cura e attenzione riservate ai personaggi, anche quelli apparentemente minori, nessuno di loro è trattato in modo sbrigativo. Il rispetto più importante che uno scrittore può dimostrare verso i propri personaggi è quello di scriverne bene, nel senso di usare le parole appropriate, scegliendo quelle giuste per descrivere proprio quella persona, non “gli operai”, ma “quell’operaio”, ciascuno nella propria, distintiva, specifica, diversa caratteristica. Ci saranno almeno una ventina di operai di quel mondo che vengono raccontati nel romanzo e tutti sono trattati in maniera molto accurata, che significa rispettabile, sulla pagina, evitando cioè i soliti luoghi comuni. Mi capita in questi mesi di girare sia per il film di Segre che per il mio romanzo e mi imbatto spesso nei luoghi comuni. Un buon modo, un modo forte dal punto di vista letterario per contrastare i luoghi comuni è quello di scrivere in modo appropriato

A questo punto mi sono sentito di commentare la felice concomitanza dell’uscita dell’ultimo romanzo di Bettin, Cracking (Mondadori, 2019), mentre stavo completando la revisione di Marea tossica, per non parlare della recentissima uscita del documentario Il pianeta in mare. Oltretutto, giusto il giorno prima Gianni Favarato aveva firmato su La Nuova Venezia un bel pezzo dal titolo “Il Petrolchimico e Marghera ispirano scrittori e registi” che riporto qui sotto con orgoglio.

Nell’articolo Favarato coglie la coincidenza dell’uscita di alcuni romanzi su Marghera e Venezia e del documentario. Un onore per me essere affiancato a scrittori di fama come Bettin e Ferrucci.
Favarato, fonte inesauribile su Porto Marghera, è peraltro il coautore di un altro libro essenziale per la documentazione di Marea tossica: Processo a Marghera. L’inchiesta sul Petrolchimico, Nuovadimensione – Ass. G. Bortolozzo 2002. Anche in questo caso rimando alla mia Nota autore in Marea tossica.

Commenta Bettin a proposito di queste coincidenze. «Speriamo sia un segno anche di attenzione più generale per Porto Marghera, questa è una fase importante della sua storia. Sono realista, ci sono grandi potenzialità e credo di intuire come si possa valorizzarle, dobbiamo spingere in questa direzione. I racconti, i film, i romanzi, i gialli, i noir, tutto serve per non dimenticare. Il nemico principale di Porto Marghera da un certo punto in poi è stato sempre la rimozione, l’indifferenza, il lasciare i lavoratori soli ad arrangiarsi. Ci sono qui Lucio e Nicoletta, Davide Camuccio segretario dei chimici CGIL di Venezia. Perché si sono dovuti inventare di tutto e di più per attirare l’attenzione sulla vertenza Vinyls? Perché la città l’aveva rimossa, aveva rimosso il Petrolchimico che soltanto pochi anni prima avrebbe potuto scendere in strada e bloccare l’intera area industriale. Oggi bisogna rilanciare l’enorme potenziale di Marghera. Magari anche leggendo un libro come questo, che attraverso il piacere di una storia noir, tra la curiosità di sapere come va a finire e personaggi a volte divertenti, ti costringe a chiederti anche di quell’altra storia.»

In finale di serata ci sono state alcune domande del pubblico. Ne riporto un paio.

Anthony: «Questa azione di depositare in forma scritta aspetti che non sono noti è importantissima. Nel romanzo ci sono brani di saggistica, ci sono approfondimenti sugli impianti e poi c’è la storia gialla, in questo modo la materia diventa leggera e scorre. Fuori da Porto Marghera si sa che esistono questi luoghi, ma non sono mai stati descritti così in dettaglio. In questo modo si creano storie, si crea “la” storia, che rimane.» E ancora: «I miei studenti mi chiedono spesso di organizzare una visita di sera agli stabilimenti. Noi da ragazzi ci andavamo di notte per vedere i camini illuminati

Anche io, ci andavo… Il fascino estetico del Petrolchimico.

Alberta: «Ho letto tutti e tre i romanzi di Catozzi e gli elementi del paesaggio, i momenti di dialogo non secco e scabro ma coinvolgente e le mato: «I sociali, fatte passare attraverso il vincolo di una storia noir, tutto questo mi ha sempre fatto pensare a Ed McBain, l’americano di origini italiane padre del police procedural. È veramente notevole per me vedere per la prima volta nel noir italiano tutti insieme questi elementi. Finora, così ben compenetrate tra loro, le avevo trovate solo lì

Aggiunge Bettin, che ho scoperto essere, al pari di Alberta, un grande appassionato dell’autore americano: «Con McBain c’è l’elemento della dimensione collettiva della squadra che è più forte che in altri autori. Una sorta di collettivo che è anche un microcosmo e nei romanzi di Catozzi questo c’è. Non c’è soltanto Aldani ma anche tutti gli altri personaggi della squadra, partendo da Manin per finire con il piemme. Anche la città, così come i luoghi, anche quelli non abitati, come la Marghera dell’abbandono, sono personaggi forti».

Mentre firmavo gli ultimi autografi, Nicoletta e Lucio mi si sono avvicinati per scambiare due chiacchiere. A un certo punto Nicoletta ha esclamato: «Il romanzo di Bettin, poi il film di Segre, poi il tuo romanzo, e tu lo leggi, con dovizia di particolari, che mi sembra di stare dentro agli impianti, che io li conosco tutti quegli impianti, ci ho lavorato 25 anni, li ho girati in lungo e in largo, e leggendo la tua descrizione, mi ci sono ritrovata. Dentro la mia testa il Petrolchimico era proprio così».

C’era un modo migliore di concludere la serata?

Michele Catozzi,  4 novembre 2019


Le Musiche, scelte da Claudio Tesser

Joy Division, No Love Lost [Joy Division]
Hilmar
Örn Hilmarsson & Sigur Rós, Approach / Dream [Hilmar Örn Hilmarsson]
Hilmar
Örn Hilmarsson & Sigur Rós, Memory [Hilmar Örn Hilmarsson]
Hilmar
Örn Hilmarsson & Sigur Rós, The Black Dog and the Scottish Play [Hilmar Örn Hilmarsson]
Hilmar
Örn Hilmarsson & Sigur Rós, Degradation [Hilmar Örn Hilmarsson]
Hilmar
Örn Hilmarsson & Sigur Rós, Over the Band [Hilmar Örn Hilmarsson]
FKA twigs, Home wit you [FKA twigs, Ethan P. Flynn]
Hilmar
Örn Hilmarsson & Sigur Rós, Shave [Hilmar Örn Hilmarsson]
Hilmar
Örn Hilmarsson & Sigur Rós, On the Road [Hilmar Örn Hilmarsson]
Hilmar
Örn Hilmarsson & Sigur Rós, Another Memory [Hilmar Örn Hilmarsson]
Nine Inch Nails, Eraser [Trent Reznor]
Hilmar
Örn Hilmarsson & Sigur Rós, Bium Bium Bambalo [Hilmar Örn Hilmarsson]
FKA twigs, Fallen Alien [FKA twigs, Ethan P. Flynn, CY AN, Nicholas Jaar]
Hilmar
Örn Hilmarsson & Sigur Rós, Journey to the Underworld [Hilmar Örn Hilmarsson]
Sigur Rós, Ba Ba [Sigur Rós]
How To Destroy Angels, The Space In Between [How To Destroy Angels]
Tribalism3 (Yann Joussein, Olivia Scemama, Luca Ventimiglia), 5543 [Yann Joussein]
Rage Against The Machine, Killing In The Name [Rage Against The Machine]
Hilmar
Örn Hilmarsson & Sigur Rós, Helpless [Hilmar Örn Hilmarsson]
Hilmar
Örn Hilmarsson & Sigur Rós, Te Morituri [Hilmar Örn Hilmarsson]
How To Destroy Angels, BBB [How To Destroy Angels]
Tash Sultana, Jungle [Tash Sultana]
Nick Cave & The Bad Seeds, Hollywood [Nick Cave]
Sigur Rós, Ti Ki [Sigur Rós]
Billie Eilish, bad guy [FINNEAS & Billie Eilish]
FKA twigs, Mary Magdalene [FKA twigs, Nicholas Jaar]
Carla Bley & Paul Haines, Rawalpindi Blues [Paul Haines]
Nick Cave & The Bad Seeds, Ghosteen [Nick Cave]
Unfolk, Dust To Dust [Alessandro Monti & Kevin Hewick]
Sigur Rós, Di Do [Sigur Rós]
Beck, Venus In Furs [Loo Reed]
Robert Wyatt, Memories [Robert Wyatt]
Eliana Cargnelutti, I’m a Woman [Eliana Cargnelutti]
Unfolk, Cicatrice del tempo [Alessandro Monti & Kevin Hewick]
Mick Karn, Lost Affections In A Room [Mick Karn]

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«Sul terreno, antiche gettate di cemento, schegge di pavimenti piastrellati e tracce di muri divisori testimoniavano che un tempo lì sorgevano costruzioni, gabinetti, spogliatoi, depositi. Poco più in là un affastellarsi di tubi multicolore corrosi all'esterno dalle intemperie e all'interno dai veleni rimasti intrappolati per anni nelle condutture, che ad aprirle si rischiava la vita... 
Chiunque sapeva cos'era accaduto al Petrolchimico, ma tutti cercavano di dimenticare. Aldani, al contrario, tentava di ricordare. Aveva seguito ogni fase del processo iniziato nel '98 e all'epoca si era letto gli atti e le sentenze. Il suo interesse era ai limiti del morboso. Ricordava molti dettagli, pur non essendo mai stato in quei luoghi di cui tante volte aveva letto, e trovarsi lì gli causava una specie di vertigine.» [Michele Catozzi, Marea tossica]


ReadBabyRead #495 del 18 giugno 2020


Michele Catozzi
Marea tossica

Brani (prime 116 pagine)

(12a e ultima parte)


per info su F. Ventimiglia e C. Tesser:

Lettura e altri crimini
iTunes podcast


voce: Francesco Ventimiglia


Venezia, 8 novembre 2012

“Il crepuscolo stendeva una luce incerta sulla laguna nord, ammantando di grigio rosato le acque, le barene, gli isolotti. Gli ultimi brandelli infuocati si stavano spegnendo dietro le montagne all'orizzonte e bagliori arancioni accarezzavano il profilo di Venezia.
Lungo il canale di San Secondo, che affianca il ponte della Libertà dal lato della ferrovia, l'isola delle Pantegane, con la sua bassa e inestricabile vegetazione spontanea, si stemperava nella penombra a poche centinaia di metri dalla terraferma della penisola di San Giuliano. Una quarantina di anni prima era una lunga spiaggetta sabbiosa ambita dai ragazzi di Mestre che la raggiungevano in barca per farsi una nuotata, ora rimaneva soltanto un relitto oblungo alla deriva nella laguna, con la sabbia mangiata via dal moto ondoso e sostituita da una distesa di fanghiglia puzzolente coperta di rifiuti di plastica multicolore. Quanto a fare il bagno, se uno ci teneva alla salute, era meglio lasciar perdere.”


Un romanzo per non dimenticare il Petrolchimico

Marea tossica non avrebbe potuto avere migliore relatore di Gianfranco Bettin alla presentazione del 25 ottobre alla Libreria Ubik di Mestre. Ho contattato Bettin, memoria storica di Marghera ed esperto delle vicende del Petrolchimico (cito soltanto Petrolkimiko, Le voci e le storie di un crimine di pace, Baldini & Castoldi 1998, da lui curato, e rimando al post di anteprima della presentazione per ulteriori dettagli), perché non poteva che essere lui ad affiancarmi in questa prima uscita pubblica del romanzo. Gianfranco ha accettato con entusiasmo e sono felice di averglielo chiesto.
La presentazione è andata molto bene, la libreria era piena, in sala anche un magistrato e un sindacalista, un poliziotto e un giornalista, insegnanti e docenti universitari, ma soprattutto i due ex operai Vinyls protagonisti del documentario Il pianeta in mare di Andrea Segre di cui ho parlato diffusamente nel post dedicato alla recente proiezione del film al “capannone” del Petrolchimico, Nicoletta Zago e Lucio Sabbadin. Dulcis in fundo, in prima fila sedeva Maurizio Dianese, nerista del Gazzettino di Venezia e coautore proprio con Bettin di un importante libro sulla tragedia del Petrolchimico, quel Petrolkiller (Feltrinelli 2002) che è stata una tra le mie fonti principali di documentazione per le vicende narrate nel romanzo. Per chi fosse interessato alle mie fonti, rimando alla lunga Nota autore pubblicata all’interno di Marea tossica.
Una serata entusiasmante (probabilmente, anzi di sicuro sono di parte, e ci mancherebbe) che da sola mi ha ripagato della lunga e faticosa gestazione del romanzo. Una serata che Alessandro Tridello, l’appassionato libraio della Ubik di Mestre senza il quale l’evento non sarebbe stato possibile (e che si era poco prima scatenato con una vetrina “creativa” piena di Marea tossica) ha suggellato con un enorme sorriso di soddisfazione. Alessandro ha anche detto che sono “ormai il beniamino della libreria” e che “la Ubik di Mestre mi vuole molto bene”. Ricambio con affetto.

Ma andiamo con ordine. Bettin, come previsto, è stato un relatore davvero impeccabile che non solo ha dimostrato una grande padronanza delle tematiche legate a Porto Marghera e al Petrolchimico, ma anche una capacità di analisi del testo davvero fuori dal comune. Il lettore mi perdonerà se riporterò alcuni stralci dei suoi interventi (e di quelli del pubblico), un piccolo florilegio che ho potuto recuperare grazie a una registrazione di fortuna (e che ho tentato di riportare il più fedelmente possibile compatibilmente con le problematiche di trascrizione). Aggiungo che il suo intervento è stato accompagnato dalle letture di alcuni brani del romanzo fatte dalla bravissima Stefania dell’associazione Voci di Carta. Il virgolettato è di Bettin, salvo ove diversamente indicato.

«Tutte le inchieste di Aldani si configurano come interne alla tradizione del genere, ma poi acquistano significati molto legati alla storia di Venezia e in sintonia con l’attualità, come la vicenda del Mose o della banda Maniero o, come in questo caso, una vicenda, quella del Petrolchimico, di grandissima importanza, forse anche maggiore rispetto alle precedenti.»

«Se si potesse entrare dentro l’area del Petrolchimico come si va in qualunque altra parte della città si potrebbe percorrerla con precisione seguendo le dettagliate descrizioni del romanzo. Credo sia la più completa ricostruzione in chiave letteraria del paesaggio del Petrolchimico.»

«La scrittura di Catozzi è una scrittura generosa, che dà molto e che dice molto, una generosità di cui si giova il lettore

«C’è poi l’uso del dialetto, i cui inserti apportano un senso di vita autentica che entra dentro il romanzo e che si lega bene con l’italiano del resto della storia. Questo fa la differenza e profila il commissario Aldani dentro il variegato e ricchissimo panorama della narrativa noir. È spesso il dialetto bastardo che parliamo in terraferma, un mix del vecchio veneziano con apporti dalla città meticcia che siamo da sempre e che quindi tende a non irrigidirsi in una forma, a creare una certa musicalità che deriva dall’utilizzo, non da una struttura classica di lingua dialettale

«Un tipo di scrittura che fa funzionare il racconto, che trascina il lettore dentro la storia e affabula con la generosità della lingua e i dettagli delle descrizioni.»

«Nella scrittura prevale la ricchezza del racconto che non ha gli alti e bassi scanditi dalla secchezza delle frasi o dall’intensità dell’effettaccio splatter ma fa emergere l’intensità, l’effettaccio, o quella secchezza dalla materia stessa di cui l’autore parla tenendo un costante registro letterario e questo conferisce originalità e autenticità al romanzo

«Nella narrazione spicca il forte ruolo dei paesaggi, così come anche nei libri precedenti, in cui erano più centrati sulla Venezia storica o sulla laguna, mentre qui lo sono sulla città industriale, su Marghera, sia quella storica che quella dell’attuale fase di transizione

«In tutto il romanzo c’è un grande rispetto per la storia di una parte importante della città, per la storia di questa comunità e dei suoi personaggi. C’è il rispetto del commissario, dichiarato, ma c’è anche il rispetto specificamente letterario che si evince dalla grande cura e attenzione riservate ai personaggi, anche quelli apparentemente minori, nessuno di loro è trattato in modo sbrigativo. Il rispetto più importante che uno scrittore può dimostrare verso i propri personaggi è quello di scriverne bene, nel senso di usare le parole appropriate, scegliendo quelle giuste per descrivere proprio quella persona, non “gli operai”, ma “quell’operaio”, ciascuno nella propria, distintiva, specifica, diversa caratteristica. Ci saranno almeno una ventina di operai di quel mondo che vengono raccontati nel romanzo e tutti sono trattati in maniera molto accurata, che significa rispettabile, sulla pagina, evitando cioè i soliti luoghi comuni. Mi capita in questi mesi di girare sia per il film di Segre che per il mio romanzo e mi imbatto spesso nei luoghi comuni. Un buon modo, un modo forte dal punto di vista letterario per contrastare i luoghi comuni è quello di scrivere in modo appropriato

A questo punto mi sono sentito di commentare la felice concomitanza dell’uscita dell’ultimo romanzo di Bettin, Cracking (Mondadori, 2019), mentre stavo completando la revisione di Marea tossica, per non parlare della recentissima uscita del documentario Il pianeta in mare. Oltretutto, giusto il giorno prima Gianni Favarato aveva firmato su La Nuova Venezia un bel pezzo dal titolo “Il Petrolchimico e Marghera ispirano scrittori e registi” che riporto qui sotto con orgoglio.

Nell’articolo Favarato coglie la coincidenza dell’uscita di alcuni romanzi su Marghera e Venezia e del documentario. Un onore per me essere affiancato a scrittori di fama come Bettin e Ferrucci.
Favarato, fonte inesauribile su Porto Marghera, è peraltro il coautore di un altro libro essenziale per la documentazione di Marea tossica: Processo a Marghera. L’inchiesta sul Petrolchimico, Nuovadimensione – Ass. G. Bortolozzo 2002. Anche in questo caso rimando alla mia Nota autore in Marea tossica.

Commenta Bettin a proposito di queste coincidenze. «Speriamo sia un segno anche di attenzione più generale per Porto Marghera, questa è una fase importante della sua storia. Sono realista, ci sono grandi potenzialità e credo di intuire come si possa valorizzarle, dobbiamo spingere in questa direzione. I racconti, i film, i romanzi, i gialli, i noir, tutto serve per non dimenticare. Il nemico principale di Porto Marghera da un certo punto in poi è stato sempre la rimozione, l’indifferenza, il lasciare i lavoratori soli ad arrangiarsi. Ci sono qui Lucio e Nicoletta, Davide Camuccio segretario dei chimici CGIL di Venezia. Perché si sono dovuti inventare di tutto e di più per attirare l’attenzione sulla vertenza Vinyls? Perché la città l’aveva rimossa, aveva rimosso il Petrolchimico che soltanto pochi anni prima avrebbe potuto scendere in strada e bloccare l’intera area industriale. Oggi bisogna rilanciare l’enorme potenziale di Marghera. Magari anche leggendo un libro come questo, che attraverso il piacere di una storia noir, tra la curiosità di sapere come va a finire e personaggi a volte divertenti, ti costringe a chiederti anche di quell’altra storia.»

In finale di serata ci sono state alcune domande del pubblico. Ne riporto un paio.

Anthony: «Questa azione di depositare in forma scritta aspetti che non sono noti è importantissima. Nel romanzo ci sono brani di saggistica, ci sono approfondimenti sugli impianti e poi c’è la storia gialla, in questo modo la materia diventa leggera e scorre. Fuori da Porto Marghera si sa che esistono questi luoghi, ma non sono mai stati descritti così in dettaglio. In questo modo si creano storie, si crea “la” storia, che rimane.» E ancora: «I miei studenti mi chiedono spesso di organizzare una visita di sera agli stabilimenti. Noi da ragazzi ci andavamo di notte per vedere i camini illuminati

Anche io, ci andavo… Il fascino estetico del Petrolchimico.

Alberta: «Ho letto tutti e tre i romanzi di Catozzi e gli elementi del paesaggio, i momenti di dialogo non secco e scabro ma coinvolgente e le mato: «I sociali, fatte passare attraverso il vincolo di una storia noir, tutto questo mi ha sempre fatto pensare a Ed McBain, l’americano di origini italiane padre del police procedural. È veramente notevole per me vedere per la prima volta nel noir italiano tutti insieme questi elementi. Finora, così ben compenetrate tra loro, le avevo trovate solo lì

Aggiunge Bettin, che ho scoperto essere, al pari di Alberta, un grande appassionato dell’autore americano: «Con McBain c’è l’elemento della dimensione collettiva della squadra che è più forte che in altri autori. Una sorta di collettivo che è anche un microcosmo e nei romanzi di Catozzi questo c’è. Non c’è soltanto Aldani ma anche tutti gli altri personaggi della squadra, partendo da Manin per finire con il piemme. Anche la città, così come i luoghi, anche quelli non abitati, come la Marghera dell’abbandono, sono personaggi forti».

Mentre firmavo gli ultimi autografi, Nicoletta e Lucio mi si sono avvicinati per scambiare due chiacchiere. A un certo punto Nicoletta ha esclamato: «Il romanzo di Bettin, poi il film di Segre, poi il tuo romanzo, e tu lo leggi, con dovizia di particolari, che mi sembra di stare dentro agli impianti, che io li conosco tutti quegli impianti, ci ho lavorato 25 anni, li ho girati in lungo e in largo, e leggendo la tua descrizione, mi ci sono ritrovata. Dentro la mia testa il Petrolchimico era proprio così».

C’era un modo migliore di concludere la serata?

Michele Catozzi,  4 novembre 2019


Le Musiche, scelte da Claudio Tesser

Joy Division, No Love Lost [Joy Division]
Hilmar
Örn Hilmarsson & Sigur Rós, Approach / Dream [Hilmar Örn Hilmarsson]
Hilmar
Örn Hilmarsson & Sigur Rós, Memory [Hilmar Örn Hilmarsson]
Hilmar
Örn Hilmarsson & Sigur Rós, The Black Dog and the Scottish Play [Hilmar Örn Hilmarsson]
Hilmar
Örn Hilmarsson & Sigur Rós, Degradation [Hilmar Örn Hilmarsson]
Hilmar
Örn Hilmarsson & Sigur Rós, Over the Band [Hilmar Örn Hilmarsson]
FKA twigs, Home wit you [FKA twigs, Ethan P. Flynn]
Hilmar
Örn Hilmarsson & Sigur Rós, Shave [Hilmar Örn Hilmarsson]
Hilmar
Örn Hilmarsson & Sigur Rós, On the Road [Hilmar Örn Hilmarsson]
Hilmar
Örn Hilmarsson & Sigur Rós, Another Memory [Hilmar Örn Hilmarsson]
Nine Inch Nails, Eraser [Trent Reznor]
Hilmar
Örn Hilmarsson & Sigur Rós, Bium Bium Bambalo [Hilmar Örn Hilmarsson]
FKA twigs, Fallen Alien [FKA twigs, Ethan P. Flynn, CY AN, Nicholas Jaar]
Hilmar
Örn Hilmarsson & Sigur Rós, Journey to the Underworld [Hilmar Örn Hilmarsson]
Sigur Rós, Ba Ba [Sigur Rós]
How To Destroy Angels, The Space In Between [How To Destroy Angels]
Tribalism3 (Yann Joussein, Olivia Scemama, Luca Ventimiglia), 5543 [Yann Joussein]
Rage Against The Machine, Killing In The Name [Rage Against The Machine]
Hilmar
Örn Hilmarsson & Sigur Rós, Helpless [Hilmar Örn Hilmarsson]
Hilmar
Örn Hilmarsson & Sigur Rós, Te Morituri [Hilmar Örn Hilmarsson]
How To Destroy Angels, BBB [How To Destroy Angels]
Tash Sultana, Jungle [Tash Sultana]
Nick Cave & The Bad Seeds, Hollywood [Nick Cave]
Sigur Rós, Ti Ki [Sigur Rós]
Billie Eilish, bad guy [FINNEAS & Billie Eilish]
FKA twigs, Mary Magdalene [FKA twigs, Nicholas Jaar]
Carla Bley & Paul Haines, Rawalpindi Blues [Paul Haines]
Nick Cave & The Bad Seeds, Ghosteen [Nick Cave]
Unfolk, Dust To Dust [Alessandro Monti & Kevin Hewick]
Sigur Rós, Di Do [Sigur Rós]
Beck, Venus In Furs [Loo Reed]
Robert Wyatt, Memories [Robert Wyatt]
Eliana Cargnelutti, I’m a Woman [Eliana Cargnelutti]
Unfolk, Cicatrice del tempo [Alessandro Monti & Kevin Hewick]
Mick Karn, Lost Affections In A Room [Mick Karn]

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