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Mercoledi 24 Giugno 2020

The Offspring

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Opening acts:


Lagwagon

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The Menzingers

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Sherwood Festival 2020
Park Nord Stadio Euganeo
Viale Nereo Rocco - Padova
#sherwood20


Apertura cancelli: ore 19.00

Inizio concerti: ore 19.30

Biglietto in prevendita 35 € + d.p.

Biglietto in cassa 40 €


Acquista in prevendita su www.sherwood.it

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È facile e sicuro

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Prevendite attive anche su:

www.mailticket.it


A breve le prevendite saranno disponibili
anche su www.ticketone.it

I bambini entrano gratuitamente
fino al compimento dei 12 anni di età.

Le persone con disabilità devono acquistare regolare biglietto
e possono essere accompagnate da una persona
che entrerà gratuitamente.

Al termine del concerto ingresso 1 € può bastare

Raggiungi lo Sherwood Festival in autobus
collegati sul sito di Busforfun.com


Dopo il sold out a Bay Fest 2019, le incendiarie quattro performance del biennio 2017-2018 e l'indimenticabile show di Market Sound 2016 con oltre 9.000 spettatori, torna in Italia una tra le band simbolo del punk rock: The Offspring atterrano nel Bel Paese per un doppio appuntamento al Carroponte di Milano e allo Sherwood Festival di Padova.

Non si tratterà di un semplice concerto, ma di una vera e propria festa punk: infatti, ad accompagnare The Offspring in questa divertentissima "rassegna" saranno due leggende dell’hardcore melodico: Lagwagon e The Menzingers.
 

The Offspring

Generazioni intere di fan hanno cantato e continuano a intonare i ritornelli di pezzi storici come The Kids Aren't Alright, Pretty Fly (For a White Guy), Original Prankster o Why Don't You Get a Job. I loro successi vengono costantemente trasmessi in radio, in TV e durante ogni DJ set rock, a testimonianza del fatto che i The Offspring sono la band delle grandi occasioni. Dexter Holland (voce, chitarra), Noodles (chitarra), Greg K (basso) e Pete Parada (batteria) compongono la lineup della band, che dopo i primi passi mossi nel 1987 ha raggiunto il successo planetario con l’album Smash, il disco più venduto di sempre (14 milioni di copie) prodotto da un’etichetta indipendente, Epitaph Records. Da lì la band non si è più fermata, raggiungendo il grande pubblico con dischi storici quali Americana (1998) e Conspiracy of One (2000). Il gruppo sta lavorando in studio al prossimo album, il primo da quando nel 2012 era uscito Days Go By. Inutile dire che l'attesa per questa nuovo capitolo è letteralmente spasmodica e sta portando milioni di fan a chiedersi quale sarà la prossima mossa e la prossima impronta che i The Offspring vorranno imprimere nella loro musica. Non ci è ancora dato sapere quando uscirà l'album, nel frattempo non possiamo far altro che aspettarli al varco di due nuovi, memorabili live show dell'estate 2020 che, a leggere questi nomi, si preannuncia caldissima per tutti gli aficionados del punk.


Lagwagon

I Lagwagon non hanno bisogno di presentazioni per gli amanti del genere e non solo; tra le istituzioni del punk rock, in quasi trent'anni di carriera hanno raggiunto il successo mondiale pubblicando dei veri e propri inni per la scena internazionale. La loro storia è fatta non solo di pietre miliari come Violins (da Hoss, 1995) o May 16 (Let’s Talk About Feelings, 1998), ma anche di tantissime travolgenti esibizioni dal vivo. Dal 1988 a oggi la band ha infatti macinato kilometri su kilometri e calcato i palchi di tutto il mondo guadagnando notorietà e soprattutto una schiera di fan sempre più affezionati. La loro carica live è innegabile: con qualche accordo e rullata ben assestata riescono a catapultare il pubblico sulle spiagge di Santa Barbara, dove tutto ha avuto inizio. Freschi dalla loro ultima uscita discografica "Rider" (2019, nona sotto Fat Wreck Chords) i Lagwagon hanno da poco concluso tre, intensissime date nella nostra Penisola, e sono già pronti a tornare l'ultima settimana di giugno, per un appuntamento caldissimo.
 


The Menzingers

I Menzingers nascono nel 2006 dalla mente di quattro teenager della Pennysilvania cresciuti a pane e ska punk, tutti musicisti in erba già membri delle classiche band adolescenziali fatte di ribellione, irruenza naif e brevi schizzi di consapevolezza. L’alchimia presente tra i quattro è incontenibile, tanto da spingerli in breve tempo a incidere ben due full length, permettendogli di guadagnare l’appoggio degli Anti-Flag, che li vorranno insieme a loro in svariati tour. Nel 2012 pubblicano “On the impossible past” (Epitaph) che incontra fin da subito il plauso della critica e conquista, entro la fine dell’anno, il titolo di “album dell’anno” per svariate testate specializzate in Punk e Hardcore. Il tour che segue (e prosegue fino al 2015) li consacra come imprescindibile live-act per ogni appassionato del genere, grazie alla forte presenza scenica e alla grande carica che riescono a iniettare in ogni brano del loro repertorio, rivestendolo di un’irruenza grezza divenuta ormai loro marchio di fabbrica. Nel 2019 esce il loro sesto album in studio “Hello Exile”: un viaggio alla ri-scoperta delle sonorità del passato ma con lo sguardo rivolto a tematiche profondamente attuali: dall’ascesa delle destre conservatrici al cambiamento climatico, la band confeziona 12 tracce coese, taglienti e talvolta imprecise come delle schegge di proiettile.


In collaborazione con:

Hub Music Factory

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<![CDATA[Fast Animals and Slow Kids]]>

Sabato 23 MaggioCentro Sociale RivoltaVia F.lli Bandiera, 45 - Marghera (VE)
www.facebook.com/rivoltamarghera


Fast Animals and Slow Kids

"Animali Notturni in Tour"

www.facebook.com/fastanimalsandslowkids


Apertura cancelli ore 21.00

Inizio concerto ore 23.00


Biglietti 15 €

Non sono previste prevendite, i biglietti saranno disponibili solo in cassa la sera del concerto.


Dopo il live:

La Valigetta di Andy DJ-Set

www.facebook.com/lavaligettadiandy


Vi invitiamo ad arrivare presto, all'interno del Rivolta saranno attive l'Osteria e la Pizzeria dove potrete gustare ottime pizze e piatti, preparati con materie prime di qualità selezionate da produttori locali, accompagnati da ottime birre artigianali e vini del territorio.


Come arrivare al Rivolta dalla stazione dei treni di Mestre:

Uscite dal sottopasso della stazione di Mestre (direzione di Marghera - uscita verso il binario con il numero più alto), proseguite per 100 mt. e svoltate a sinistra in Via Carrer, dopo 150 mt. attraversate Via Rizzardi, prendete Via Bellinato e tenendo la destra proseguite per 150 mt. fino ad arrivare in Via Durando, girate a sinistra e proseguendo per 100 mt. vi troverete in Via F.lli Bandiera, girate a destra e proseguite finché sulla vostra sinistra troverete il Centro Sociale Rivolta (15 min. a piedi).


I Fast Animals And Slow Kids tornano dal vivo! La band perugina, dopo un’incredibile estate di concerti, tornerà dal vivo indoor. Gli Animali Notturni nei club! Senza ombra di dubbio uno dei migliori show dal vivo presenti oggi in Italia, totalmente rinnovato per questi concerti. Un’esperienza live completa e totalizzante.

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<![CDATA[Venezia Hardcore Fest 2020]]>

8-9 Maggio 2020Centro Sociale RivoltaVia F.lli Bandiera, 45 - Marghera (VE)


Venezia Hardcore Fest 2020

30 Bands

2 Days

2 Stages

Merchandising Area | Skateboarding | Vinyls | DIY

Pizza | Local Food | Vegetarian & Vegan Food


Venice Hardcore Festival is a 100% DIY festival born 8 years ago. The aim of the festival is having the underground scene sticking together for a day with music, skateboarding, art & illustrations and tattoo artists.


This festival is run by volunteers and every year we do our best to add something new and improve our offer. We want to make sure people have a great time, but this depends on you as well, so enjoy the festival, make some new friends, have fun but PLEASE respect each other and respect the staff & venue which is hosting you!

No dogs allowed inside the venue


Tickets

Friday € 10

Saturday € 20

Full Weekend € 25

Tickets will be sold at the door only,
the venue is big so no worries, it won't sell out!


Bands

Infest – Exclusive Eu Show!

The Exploited

Belvedere

Lion's Law

Mindforce – Exclusive Eu Show!

Indian Nightmare

Messa

Riviera

This Gift Is A Curse

Toxic Shock

Stormo

CSCH

Moom

Hawser

Baratro – With Members Of Unsane & Marnero!

Kontatto

Tuono

Hexis

Darko

Mad Beat

Secoli Morti

Walk The Plank

Weed Dealer

Why Everyone Left

Golpe

400colpi – Reunion Show!

Lantern

Mother

Fulci


Hotel & Hostel

Book your room here > https://www.andavenice.com

Camping here > https://goo.gl/Kwqxtj


How to get to VEHC fest

By Car: Mestre/Marghera highway toll, the venue is 5 mins away from there.

By Train: Venezia Mestre station - the venue is 10 minutes away by walking.

Flixbus: In a month you will find all the rides available from the biggest European cities and from Italy as well. Book yours at:

Germany (http://www.flixbus.de)

Italy (http://www.flixbus.it)

By Plane: Select Venezia Marco Polo (VCE) or Treviso Sant'Angelo (TSF) as destination. Each airport is less than 30 minutes away from the venue and the hostels linked above - well served by public transports.


Sponsors & Partners:

American Socks - www.americansocks.com

Indiebox Music

Curtarock Festival

Tattoo River

Anda Venice Hostel

Wild Boys Tattoo

Klinik Piercing Tattooing

Nutty Print

MOBA Digital Studio


Poster design: Francesco "Fr3nk" Liori


For any general inquires: venicehardcorefest@gmail.com


One Love

Venezia Hardcore Crew

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<![CDATA[Subsonica al Rivolta]]>

Sabato 18 Aprile 2020Centro Sociale RivoltaVia F.lli Bandiera, 45 - Marghera (VE)
www.facebook.com/rivoltamarghera


Subsonica

Microchip Temporale Tour

www.facebook.com/Subsonica


Apertura cancelli ore 20.00

Inizio concerto ore 22.00


Biglietti 25 €


Prevendite disponibili presso:


CS Rivolta
- Via F.lli Mandiera, 45 - Marghera (VE)

dal Martedi al Venerdi dalle ore 17.00 alle ore 19.00


Sherwood Open Live
- Vicolo Pontecorvo, 1 - Padova

tutti i Mercoledi dalle ore 20.00 alle ore 23.00


** Le prevendite sono acquistabili solo in contanti **


Salvo ulteriori comunicazioni saranno disponibili biglietti

anche in cassa la sera del concerto.

I biglietti acquistati per la data del 4 Aprile
rimarranno validi anche per la nuova data del 18 Aprile

Vi invitiamo ad arrivare presto, all'interno del Rivolta saranno attive l'Osteria e la Pizzeria dove potrete gustare ottime pizze e piatti, preparati con materie prime di qualità selezionate da produttori locali, accompagnati da ottime birre artigianali e vini del territorio.


Come arrivare al Rivolta dalla stazione dei treni di Mestre:

Uscite dal sottopasso della stazione di Mestre (direzione di Marghera - uscita verso il binario con il numero più alto), proseguite per 100 mt. e svoltate a sinistra in Via Carrer, dopo 150 mt. attraversate Via Rizzardi, prendete Via Bellinato e tenendo la destra proseguite per 150 mt. fino ad arrivare in Via Durando, girate a sinistra e proseguendo per 100 mt. vi troverete in Via F.lli Bandiera, girate a destra e proseguite finché sulla vostra sinistra troverete il Centro Sociale Rivolta (15 min. a piedi).


Venerdì 22 novembre 2019 è uscito “Microchip Temporale” (Sony Music), il nuovo album dei Subsonica.

A vent’anni dalla pubblicazione del disco che ha segnato in modo indelebile la scena musicale italiana, la band riavvolge il filo della storia.
“Microchip Temporale” è una rielaborazione di “Microchip Emozionale” realizzato in complicità con 14 artisti che hanno oggi, per la maggior parte, l’età dei Subsonica di allora: Achille Lauro, Coez, Coma_Cose & Mamakass, Cosmo, Elisa, Ensi, Fast Animals And Slow Kids, Gemitaiz, Motta, M¥Ss Keta, Nitro, Lo Stato Sociale e Willie Peyote.

Il primo brano ad anticipare il disco è stato “Aurora Sogna feat. Coma_Cose e Mamakass”, in cui le voci e le parole dell’apprezzatissimo duo milanese offrono una rilettura che arricchisce uno dei pezzi più amati dai fan dei Subsonica, regalando ad “Aurora” anche una voce femminile.

Da venerdì 8 novembre 2019 è disponibile in radio e su tutte le piattaforme digitali “IL MIO D.J.”, il singolo dei Subsonica nella nuova versione realizzata con Achille Lauro, estratto da “Microchip Temporale”. La band rimette mano al brano più “dance” e giocoso di Microchip Emozionale per realizzarne una lettura urban, groovosa e molto attuale, che coinvolge anche Pierfunk, primo bassista del gruppo. Achille Lauro entra in scena con sapiente glamour vandalico e la festa finisce “in questura”.

Il nuovo lavoro è un regalo per chi ha conosciuto, vissuto e amato “Microchip Emozionale”, un disco che ha accorciato le distanze tra la musica indipendente italiana e le produzioni internazionali, integrando elettronica, rock, dance, testi e melodia in una sintesi unica. Oggi “Microchip” viene completamente risuonato, rivisitato e arricchito dalla creatività e dalle parole di alcuni tra i più significativi protagonisti della scena attuale. Torna anche la ragazza giapponese con la pistola, la stessa Midori Tateno, in copertina 20 anni dopo a segnare il legame tra passato e presente.

controlla bio bomchilom

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<![CDATA[Don't panic, stay Sherwood - I consigli musicali]]>

Consigli musicali in quarantena: oggi pubblichiamo i consigli a cura di Albino Cibelli, appassionato esperto musicale salernitano che ha aderito alla nostra call #dontpanicstaysherwood.
Buona lettura!

Lemon Twigs

1. Lemon Twigs - The One

Pregiato pop glitterato marchiato 2020 ma che se dicono di essere del 1972 ci credi lo stesso. Tanto conta il sentimento che esprime e l'apporto energetico che ti offre, quello capace di far volare tavoli nell'iperspazio. Così per una qualche sorta di gioia immotivata.
Primo singolo del loro nuovo album in uscita a Maggio 2020. Chi ben comincia...

Ty Segall

2. Ty Segall - Gotta Get Up

Un ragazzo leggermente iper-produttivo ricopre di gioiosità fuzzosa un classico stellare del pop (Nilsson Schmilsson, album di Harry Nilsson del 1971) e rivitalizza, ricordando con devozione. Ogni cosa è allineata.
Per oggi, benissimo così.

Dirty Projectors

3. Dirty Projectors - Overlord

«Attenzione, è fatto divieto di uscire...» e bla bla bla.
Non ricordi con precisione le parole che la voce registrata dice ogni giorno verso le 18.00 dalla macchina che passa in strada ma sai il perché.
È a quel punto che la giusta melodia sgusciante nelle cuffie può fare la differenza.
Ieri l'ha fatta questa canzone. E la farà anche oggi. Che lei abbia scelto te e non viceversa non te ne dispiace affatto, tutto sommato.

Arbouretum

4. Arbouretum - A Prism In Reverse

Camminare a lungo per strade deserte e (anche) polverose, non importa dove né quando, cantando la stessa melodia vocale come esorcismo per sentirsi pacificati.
Se avessi bisogno di una colonna sonora per fare ciò, questa ci starebbe bene.
Se il sintomo persiste, a fine quarantena prometto di consultare un medico di quelli bravi.

Bill Fay

5. Bill Fay - Love Will Remain

Un artista semplice, umile, intenso. Di tempo in questa quarantena ne avete per scoprirlo, e ne vale molto la pena, anche solo per chiedervi perché la sua esistenza non sia diventata un film, come nel caso fortunato di Rodriguez.
Ma basta che vi ritagliate due minuti e mezzo appena, per questo messaggio, quando siete da soli nel silenzio più assordante e antipatico, quello nel quale i pensieri verranno a rompervi le scatole.
«Vostro onore, non ho più nulla da aggiungere», aggiungerete al termine dell'ascolto con un sorriso un po' beota stampato in faccia.
Non vi servirà null'altro.

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<![CDATA[ReadBabyRead_485_Michele_Catozzi_6]]>

«Sul terreno, antiche gettate di cemento, schegge di pavimenti piastrellati e tracce di muri divisori testimoniavano che un tempo lì sorgevano costruzioni, gabinetti, spogliatoi, depositi. Poco più in là un affastellarsi di tubi multicolore corrosi all'esterno dalle intemperie e all'interno dai veleni rimasti intrappolati per anni nelle condutture, che ad aprirle si rischiava la vita... 
Chiunque sapeva cos'era accaduto al Petrolchimico, ma tutti cercavano di dimenticare. Aldani, al contrario, tentava di ricordare. Aveva seguito ogni fase del processo iniziato nel '98 e all'epoca si era letto gli atti e le sentenze. Il suo interesse era ai limiti del morboso. Ricordava molti dettagli, pur non essendo mai stato in quei luoghi di cui tante volte aveva letto, e trovarsi lì gli causava una specie di vertigine.» [Michele Catozzi, Marea tossica]


ReadBabyRead #485 del 9 aprile 2020


Michele Catozzi
Marea tossica

Brani (prime 116 pagine)

(6a parte)


per info su F. Ventimiglia e C. Tesser:

Lettura e altri crimini
iTunes podcast


voce: Francesco Ventimiglia


Venezia, 8 novembre 2012

“Il crepuscolo stendeva una luce incerta sulla laguna nord, ammantando di grigio rosato le acque, le barene, gli isolotti. Gli ultimi brandelli infuocati si stavano spegnendo dietro le montagne all'orizzonte e bagliori arancioni accarezzavano il profilo di Venezia.
Lungo il canale di San Secondo, che affianca il ponte della Libertà dal lato della ferrovia, l'isola delle Pantegane, con la sua bassa e inestricabile vegetazione spontanea, si stemperava nella penombra a poche centinaia di metri dalla terraferma della penisola di San Giuliano. Una quarantina di anni prima era una lunga spiaggetta sabbiosa ambita dai ragazzi di Mestre che la raggiungevano in barca per farsi una nuotata, ora rimaneva soltanto un relitto oblungo alla deriva nella laguna, con la sabbia mangiata via dal moto ondoso e sostituita da una distesa di fanghiglia puzzolente coperta di rifiuti di plastica multicolore. Quanto a fare il bagno, se uno ci teneva alla salute, era meglio lasciar perdere.”


Un romanzo per non dimenticare il Petrolchimico

Marea tossica non avrebbe potuto avere migliore relatore di Gianfranco Bettin alla presentazione del 25 ottobre alla Libreria Ubik di Mestre. Ho contattato Bettin, memoria storica di Marghera ed esperto delle vicende del Petrolchimico (cito soltanto Petrolkimiko, Le voci e le storie di un crimine di pace, Baldini & Castoldi 1998, da lui curato, e rimando al post di anteprima della presentazione per ulteriori dettagli), perché non poteva che essere lui ad affiancarmi in questa prima uscita pubblica del romanzo. Gianfranco ha accettato con entusiasmo e sono felice di averglielo chiesto.
La presentazione è andata molto bene, la libreria era piena, in sala anche un magistrato e un sindacalista, un poliziotto e un giornalista, insegnanti e docenti universitari, ma soprattutto i due ex operai Vinyls protagonisti del documentario Il pianeta in mare di Andrea Segre di cui ho parlato diffusamente nel post dedicato alla recente proiezione del film al “capannone” del Petrolchimico, Nicoletta Zago e Lucio Sabbadin. Dulcis in fundo, in prima fila sedeva Maurizio Dianese, nerista del Gazzettino di Venezia e coautore proprio con Bettin di un importante libro sulla tragedia del Petrolchimico, quel Petrolkiller (Feltrinelli 2002) che è stata una tra le mie fonti principali di documentazione per le vicende narrate nel romanzo. Per chi fosse interessato alle mie fonti, rimando alla lunga Nota autore pubblicata all’interno di Marea tossica.
Una serata entusiasmante (probabilmente, anzi di sicuro sono di parte, e ci mancherebbe) che da sola mi ha ripagato della lunga e faticosa gestazione del romanzo. Una serata che Alessandro Tridello, l’appassionato libraio della Ubik di Mestre senza il quale l’evento non sarebbe stato possibile (e che si era poco prima scatenato con una vetrina “creativa” piena di Marea tossica) ha suggellato con un enorme sorriso di soddisfazione. Alessandro ha anche detto che sono “ormai il beniamino della libreria” e che “la Ubik di Mestre mi vuole molto bene”. Ricambio con affetto.

Ma andiamo con ordine. Bettin, come previsto, è stato un relatore davvero impeccabile che non solo ha dimostrato una grande padronanza delle tematiche legate a Porto Marghera e al Petrolchimico, ma anche una capacità di analisi del testo davvero fuori dal comune. Il lettore mi perdonerà se riporterò alcuni stralci dei suoi interventi (e di quelli del pubblico), un piccolo florilegio che ho potuto recuperare grazie a una registrazione di fortuna (e che ho tentato di riportare il più fedelmente possibile compatibilmente con le problematiche di trascrizione). Aggiungo che il suo intervento è stato accompagnato dalle letture di alcuni brani del romanzo fatte dalla bravissima Stefania dell’associazione Voci di Carta. Il virgolettato è di Bettin, salvo ove diversamente indicato.

«Tutte le inchieste di Aldani si configurano come interne alla tradizione del genere, ma poi acquistano significati molto legati alla storia di Venezia e in sintonia con l’attualità, come la vicenda del Mose o della banda Maniero o, come in questo caso, una vicenda, quella del Petrolchimico, di grandissima importanza, forse anche maggiore rispetto alle precedenti.»

«Se si potesse entrare dentro l’area del Petrolchimico come si va in qualunque altra parte della città si potrebbe percorrerla con precisione seguendo le dettagliate descrizioni del romanzo. Credo sia la più completa ricostruzione in chiave letteraria del paesaggio del Petrolchimico.»

«La scrittura di Catozzi è una scrittura generosa, che dà molto e che dice molto, una generosità di cui si giova il lettore

«C’è poi l’uso del dialetto, i cui inserti apportano un senso di vita autentica che entra dentro il romanzo e che si lega bene con l’italiano del resto della storia. Questo fa la differenza e profila il commissario Aldani dentro il variegato e ricchissimo panorama della narrativa noir. È spesso il dialetto bastardo che parliamo in terraferma, un mix del vecchio veneziano con apporti dalla città meticcia che siamo da sempre e che quindi tende a non irrigidirsi in una forma, a creare una certa musicalità che deriva dall’utilizzo, non da una struttura classica di lingua dialettale

«Un tipo di scrittura che fa funzionare il racconto, che trascina il lettore dentro la storia e affabula con la generosità della lingua e i dettagli delle descrizioni.»

«Nella scrittura prevale la ricchezza del racconto che non ha gli alti e bassi scanditi dalla secchezza delle frasi o dall’intensità dell’effettaccio splatter ma fa emergere l’intensità, l’effettaccio, o quella secchezza dalla materia stessa di cui l’autore parla tenendo un costante registro letterario e questo conferisce originalità e autenticità al romanzo

«Nella narrazione spicca il forte ruolo dei paesaggi, così come anche nei libri precedenti, in cui erano più centrati sulla Venezia storica o sulla laguna, mentre qui lo sono sulla città industriale, su Marghera, sia quella storica che quella dell’attuale fase di transizione

«In tutto il romanzo c’è un grande rispetto per la storia di una parte importante della città, per la storia di questa comunità e dei suoi personaggi. C’è il rispetto del commissario, dichiarato, ma c’è anche il rispetto specificamente letterario che si evince dalla grande cura e attenzione riservate ai personaggi, anche quelli apparentemente minori, nessuno di loro è trattato in modo sbrigativo. Il rispetto più importante che uno scrittore può dimostrare verso i propri personaggi è quello di scriverne bene, nel senso di usare le parole appropriate, scegliendo quelle giuste per descrivere proprio quella persona, non “gli operai”, ma “quell’operaio”, ciascuno nella propria, distintiva, specifica, diversa caratteristica. Ci saranno almeno una ventina di operai di quel mondo che vengono raccontati nel romanzo e tutti sono trattati in maniera molto accurata, che significa rispettabile, sulla pagina, evitando cioè i soliti luoghi comuni. Mi capita in questi mesi di girare sia per il film di Segre che per il mio romanzo e mi imbatto spesso nei luoghi comuni. Un buon modo, un modo forte dal punto di vista letterario per contrastare i luoghi comuni è quello di scrivere in modo appropriato

A questo punto mi sono sentito di commentare la felice concomitanza dell’uscita dell’ultimo romanzo di Bettin, Cracking (Mondadori, 2019), mentre stavo completando la revisione di Marea tossica, per non parlare della recentissima uscita del documentario Il pianeta in mare. Oltretutto, giusto il giorno prima Gianni Favarato aveva firmato su La Nuova Venezia un bel pezzo dal titolo “Il Petrolchimico e Marghera ispirano scrittori e registi” che riporto qui sotto con orgoglio.

Nell’articolo Favarato coglie la coincidenza dell’uscita di alcuni romanzi su Marghera e Venezia e del documentario. Un onore per me essere affiancato a scrittori di fama come Bettin e Ferrucci.
Favarato, fonte inesauribile su Porto Marghera, è peraltro il coautore di un altro libro essenziale per la documentazione di Marea tossica: Processo a Marghera. L’inchiesta sul Petrolchimico, Nuovadimensione – Ass. G. Bortolozzo 2002. Anche in questo caso rimando alla mia Nota autore in Marea tossica.

Commenta Bettin a proposito di queste coincidenze. «Speriamo sia un segno anche di attenzione più generale per Porto Marghera, questa è una fase importante della sua storia. Sono realista, ci sono grandi potenzialità e credo di intuire come si possa valorizzarle, dobbiamo spingere in questa direzione. I racconti, i film, i romanzi, i gialli, i noir, tutto serve per non dimenticare. Il nemico principale di Porto Marghera da un certo punto in poi è stato sempre la rimozione, l’indifferenza, il lasciare i lavoratori soli ad arrangiarsi. Ci sono qui Lucio e Nicoletta, Davide Camuccio segretario dei chimici CGIL di Venezia. Perché si sono dovuti inventare di tutto e di più per attirare l’attenzione sulla vertenza Vinyls? Perché la città l’aveva rimossa, aveva rimosso il Petrolchimico che soltanto pochi anni prima avrebbe potuto scendere in strada e bloccare l’intera area industriale. Oggi bisogna rilanciare l’enorme potenziale di Marghera. Magari anche leggendo un libro come questo, che attraverso il piacere di una storia noir, tra la curiosità di sapere come va a finire e personaggi a volte divertenti, ti costringe a chiederti anche di quell’altra storia.»

In finale di serata ci sono state alcune domande del pubblico. Ne riporto un paio.

Anthony: «Questa azione di depositare in forma scritta aspetti che non sono noti è importantissima. Nel romanzo ci sono brani di saggistica, ci sono approfondimenti sugli impianti e poi c’è la storia gialla, in questo modo la materia diventa leggera e scorre. Fuori da Porto Marghera si sa che esistono questi luoghi, ma non sono mai stati descritti così in dettaglio. In questo modo si creano storie, si crea “la” storia, che rimane.» E ancora: «I miei studenti mi chiedono spesso di organizzare una visita di sera agli stabilimenti. Noi da ragazzi ci andavamo di notte per vedere i camini illuminati

Anche io, ci andavo… Il fascino estetico del Petrolchimico.

Alberta: «Ho letto tutti e tre i romanzi di Catozzi e gli elementi del paesaggio, i momenti di dialogo non secco e scabro ma coinvolgente e le mato: «I sociali, fatte passare attraverso il vincolo di una storia noir, tutto questo mi ha sempre fatto pensare a Ed McBain, l’americano di origini italiane padre del police procedural. È veramente notevole per me vedere per la prima volta nel noir italiano tutti insieme questi elementi. Finora, così ben compenetrate tra loro, le avevo trovate solo lì

Aggiunge Bettin, che ho scoperto essere, al pari di Alberta, un grande appassionato dell’autore americano: «Con McBain c’è l’elemento della dimensione collettiva della squadra che è più forte che in altri autori. Una sorta di collettivo che è anche un microcosmo e nei romanzi di Catozzi questo c’è. Non c’è soltanto Aldani ma anche tutti gli altri personaggi della squadra, partendo da Manin per finire con il piemme. Anche la città, così come i luoghi, anche quelli non abitati, come la Marghera dell’abbandono, sono personaggi forti».

Mentre firmavo gli ultimi autografi, Nicoletta e Lucio mi si sono avvicinati per scambiare due chiacchiere. A un certo punto Nicoletta ha esclamato: «Il romanzo di Bettin, poi il film di Segre, poi il tuo romanzo, e tu lo leggi, con dovizia di particolari, che mi sembra di stare dentro agli impianti, che io li conosco tutti quegli impianti, ci ho lavorato 25 anni, li ho girati in lungo e in largo, e leggendo la tua descrizione, mi ci sono ritrovata. Dentro la mia testa il Petrolchimico era proprio così».

C’era un modo migliore di concludere la serata?

Michele Catozzi,  4 novembre 2019


Le Musiche, scelte da Claudio Tesser

Joy Division, No Love Lost [Joy Division]
Hilmar
Örn Hilmarsson & Sigur Rós, Approach / Dream [Hilmar Örn Hilmarsson]
Hilmar
Örn Hilmarsson & Sigur Rós, Memory [Hilmar Örn Hilmarsson]
Hilmar
Örn Hilmarsson & Sigur Rós, The Black Dog and the Scottish Play [Hilmar Örn Hilmarsson]
Hilmar
Örn Hilmarsson & Sigur Rós, Degradation [Hilmar Örn Hilmarsson]
Hilmar
Örn Hilmarsson & Sigur Rós, Over the Band [Hilmar Örn Hilmarsson]
FKA twigs, Home wit you [FKA twigs, Ethan P. Flynn]
Hilmar
Örn Hilmarsson & Sigur Rós, Shave [Hilmar Örn Hilmarsson]
Hilmar
Örn Hilmarsson & Sigur Rós, On the Road [Hilmar Örn Hilmarsson]
Hilmar
Örn Hilmarsson & Sigur Rós, Another Memory [Hilmar Örn Hilmarsson]
Nine Inch Nails, Eraser [Trent Reznor]
Hilmar
Örn Hilmarsson & Sigur Rós, Bium Bium Bambalo [Hilmar Örn Hilmarsson]
FKA twigs, Fallen Alien [FKA twigs, Ethan P. Flynn, CY AN, Nicholas Jaar]
Hilmar
Örn Hilmarsson & Sigur Rós, Journey to the Underworld [Hilmar Örn Hilmarsson]
Sigur Rós, Ba Ba [Sigur Rós]
How To Destroy Angels, The Space In Between [How To Destroy Angels]
Tribalism3 (Yann Joussein, Olivia Scemama, Luca Ventimiglia), 5543 [Yann Joussein]
Rage Against The Machine, Killing In The Name [Rage Against The Machine]
Hilmar
Örn Hilmarsson & Sigur Rós, Helpless [Hilmar Örn Hilmarsson]
Hilmar
Örn Hilmarsson & Sigur Rós, Te Morituri [Hilmar Örn Hilmarsson]
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<![CDATA[Camminare Raccontando - Serhildan. Le insurrezioni del popolo curdo negli anni ’90]]>

Gli anni ’90, nel Sud-Est della Turchia, nel Kurdistan Bakur furono segnati da una serie di sollevazioni popolari che segnarono la storia della regione per quegli anni e per quelli a venire. Il centro geografico di queste sollevazioni fu la regione del Botan, culla della cultura mitica curda ma ben presto si espansero a macchia d’olio, dalla città più grandi ai villaggi di provincia.

Erano ormai 10 anni che la guerriglia, organizzata e praticata dal PKK, il partito dei lavoratori del Kurdistan, colpiva duramente l’esercito turco. Fondato ad Ankara nel 1978 da alcuni studenti, il partito venne quasi immediatamente colpito da arresti ed omicidi, ed entrò in clandestinità pochi anni dopo, suddividendosi in due ali: una, quella del PKK e delle sue derivazioni istituzionali, più politica e un’altra, quella dello HPG, totalmente militare che aveva e ha come obiettivo quello di colpire le truppe di occupazione nei territori del sud-est della Turchia, il Kurdistan Bakur.

La volontà del movimento curdo e della sua leadership politica fu quello di coinvolgere le masse nel processo di liberazione e nelle rivendicazioni di diritti politici e sociali in un momento di particolare difficoltà sia per i movimenti nelle città che per la guerriglia nelle montagne. Era infatti in corso una pesantissima offensiva militare che costrinse migliaia di persone ad abbandonare i villaggi nelle montagne per trasferirsi forzatamente o in città o nei campi profughi allestiti in Nord Iraq.

Divenne fondamentale quindi in quel preciso momento storico coinvolgere tutta la popolazione, facendo prendere coscienza a tutti ed informandoli su quanto accadeva nelle montagne e nelle carceri speciali in Turchia.

Fu allora che divenne consuetudine lo SERHILDAN. Serhildan deriva da Ser(testa) e Hildan (alzare o sollevare) e letteralmente può essere tradotto come “alzare la propria testa”. Centinaia di migliaia di persone di tutte le età si riversarono quindi nelle strade, approfittando della occasioni pubbliche, cantando canzoni tradizionali e sventolando le bandiere proibite, ovvero quelle del Pkk e del presidente Ocalan. Ben presto le forze di polizia e l’esercito si misero all’opera e trasformarono le manifestazioni in confronto aperto tra le parti. Da canti e balli si passò rapidamente a pietre e molotov, le bandiere si trasformarono in barricate, il tutto al grido di Edi Bese! (ora basta!)

La repressione divenne brutale e la legge marziale divenne consuetudine ma questo non fiaccò lo Serhildan che ben presto divenne pratica quotidiana nelle strade delle principali città del Bakur dove migliaia di giovani, ora consci della loro identità e delle loro rivendicazioni politiche e sociali, tenevano sotto scacco l’intero apparato di sicurezza turco.

Lo scendere in piazza servì al movimento, che fino ai primi anni 2000 non poteva confluire in un partito politico e correre alle elezioni per motivi legati al “terrorismo”, per ingrossare notevolmente le sue fila, sia quelle nelle città che organizzavano la protesta quotidianamente ma anche le fila della guerriglia nelle montagne che viveva un momento di particolare difficoltà per colpa dei pesanti attacchi subiti dall’esercito turco.

Esistono momenti dove le rivendicazioni dei popoli letteralmente esplodono. Per i curdi del sud-est della Turchia uno di questi momenti è il Newroz.

Il Newroz, ovvero l’inizio dell’anno nel calendario persiano, coincide con l’inizio della Primavera, è sempre stato un momento importante perché per il popolo curdo questa celebrazione rappresenta la rinascita e la vita nel suo complesso ed è sinonimo di liberazione contro l’oppressione colonialista dello Stato.

Dall’inizio dello Serhildan, i giorni precedenti al Newroz sono un crescere di tensione, con migliaia e migliaia di persone che giorno dopo giorno scendono in strada e si preparano all’avvenimento dell’anno. Il 21 marzo in quasi ogni città del Bakur spuntano striscioni, cartelli e bandiere che inneggiano alla liberazione e alla richiesta di più diritti; per il popolo curdo è un’occasione per indossare i vestiti tradizionali e unirsi in cerchio a ballare; thé e baklava vengono offerti a tutti; le canzoni della resistenza vengono suonate al massimo volume.

Il Newroz diventa quindi un fondamentale momento politico, di aggregazione e di solidarietà ma anche soprattutto perché dai palchi più importanti i nuovi leaders politici curdi e di sinistra in generale cominciarono a lanciare appelli all’unità delle lotte sociali e politiche, con l’obiettivo di garantire i diritti fondamentali a tutti e tutte.

Fu proprio dal palco del Newroz del 2013 di Amed, Diyarbakir in turco, che due deputati curdi lessero l’appello alla pace scritto dal presidente Ocala che invitava la guerriglia a cessare le attività contro lo stato turco, al suo ritiro e disarmo e chiedeva allo stato turco l’inizio di un dialogo per costruire una pace duratura. Le premesse furono gettate, la leadership del movimento si impegnò in colloqui con gli apparati dello stato turco e per un certo periodo di tempo sembrò effettivamente che tutto andasse nel verso giusto, nonostante vi furono forti resistenze all’accordo da una parte e dall’altra.

Fu un notevole passo in avanti in un paese dove, sostanzialmente, non è riconosciuta nessuna “questione curda” e dove è vietato parlare di identità curda o lingua curda. Ma tutto crollò nuovamente nel 2015 quando sull’onda della guerra all’Isis, la Turchia ed Erdogan in particolare ripresero con forza le operazioni contro il PKK nelle montagne del Kurdistan, sia turco che iracheno. Fu la goccia che fece traboccare il vaso, in maniera molto più violenta e meno prevedibile.

La guerriglia riprese con forza le sue operazioni, così come la repressione.

Le città del sud-est divennero di nuovo teatro di scontri pesantissimi, i quartieri a maggioranza curda la prima linea di una nuova guerra. Sull’onda dell’entusiasmo portato dai fratelli oltre confine che stavano ricacciando i miliziani del Califfato Nero nel deserto più profondo dopo la vittoria di Kobane, il popolo curdo rialzò la testa e prese nuovamente coscienza della sua forza e dei suoi diritti.

Si alzarono nuovamente le barricate nelle strade, comparirono armi e bombe incendiarie da una parte mentre dall’altra vennero schierati corpi speciali, carri armati e bombardieri. Un’intera regione venne messa a ferro e fuoco, migliaia di persone lasciarono le città assediate in cerca di rifugio, centinaia e centinaia invece trovarono la morte. Lo Serhildan divenne quindi una lotta per la salvezza.

Centinaia di giovani si trincerarono nei quartieri, avviarono vere e proprie forme di autonomia democratica nei quartieri dove condivisione dei beni e autodifesa divennero le parole chiave sulla bocca di tutti. Ma la risposta turca fu inflessibile: distruzione totale.

Questo tipo di repressione, sconosciuta ai più giovani, non fece altro che aumentare lo spirito di unità e fratellanza tra il popolo curdo e tutte le anime della sinistra turca. Le città vennero distrutte ma le idee e le pratiche del movimento curdo continuano ad essere quotidianità.

In un climax di presa di coscienza, con il mondo consapevole delle violenze di Isis e della Turchia, comparvero delle scritte sui muri nelle città sotto assedio che parvero allora come una minaccia ma che in realtà sono una promessa:

“Se voi fate come l’Isis, noi faremo come Kobane”.

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<![CDATA[Queer Code - Puntata 2]]>

In questo secondo appuntamento con la rubrica Queer Code, pillole di transfemminismo da nordest, avremmo voluto concentrarci nell'analizzare il tema del consenso in tutte le sue sfaccettature, pratiche ed emotive. Invece ci siamo arrabbiat*, e parecchio. Anche se quella del Revenge Porn è una pratica diffusa in Italia da anni, e che ha fatto già molte vittime, la notizia di una chat telegram con più di quarantamila iscritti che si scambiano foto di nudo non consensuale e consigli di stupro ci ha fatto rabbrividire, ed incazzare veramente tanto. Così per forza di cose in questa puntata parleremo di consenso, soprattutto di quello non dato, o dato una volta e poi abusato, ma anche di cultura dello stupro, di mascolinità tossica, di violenza di genere espressa da dietro una tastiera.
Leggeremo un testo di Laurie Penny che parla della cultura del consenso, e uno uscito sul profilo personale dell'amministratrice di una delle pagine queer più famose in italia "Teoria Gender per la Vita".
Nella pillola per tenervi compagnia abbiamo inserito anche 3 brani di artiste italiane e non che ruotano attorno a questo tema:

La Rappresentante di Lista - Questo Corpo
Laurin Hill - Doo Wop That Thing
Rebeca Lane - Ni Una Menos

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<![CDATA[“Nella tana” di Gabrielle Filteau-Chiba]]>

Isolamento sarà la parola che definirà la primavera del 2020. E se da un lato è la constatazione dell'inevitabile, auguriamoci sia presto affiacanta da altre parole chiave: guariti, reddito di quarantena, nuovo modello di sviluppo in primis.

Se ora trasportiamo questo concetto dalla cronaca al mondo delle lettere, perché mai più di ora necessitiamo di un'evasione almeno mentale, troviamo una lunga serie di esperimenti letterari che manipolano, stressano e stravolgono il suo significato. Da Buzzati a Schelley, da Foscolo a Boccaccio, da Yoshimoto a Defoe ci sarebbe da chiedersi chi non abbia utilizzato l'isolamento come metafora o mezzo nelle sue trame.
Tra tutti questi giganti, da pochi mesi, troverete anche la scrittrice canadese Gabrielle Filteau-Chiba.

Il suo romanzo-diario Nella tana, pubblicato lo scorso novembre da Edizioni Lindau, è basato interamente su una clasura estrema.

La giovane protagonista Anouk decide di lasciare la metropoli di Montréal e di tentare da sola una vita di resistenza tra i boschi. Però, per la serie non rendersi le cose semplici, decide di provarci a gennaio. Il risultato sono dieci giorni di racconto e resistenza tra ghiaccio, neve, silenzio e freddo.
Tantissimo freddo.
L'acqua che diventa un miraggio sotto la banchisa, la stufa mai abbastanza calda, la pesca in condizioni estreme, la porta di casa da sgombrare ogni mattina dalla nevicata precedente sono le faccende che ritmano le giornate. E il tutto senza luce elettrica e con nessun supporto per passare il tempo se non libri, immaginazione e ricalcolo della propria esistenza.

Tutto è raccontato con tratto umano, ironico, con disegnetti che vi faranno attraversare le pagine abbozzando sorrisi e attraversare i solliloqui della protagonista con piacevolezza. A rompere la routine, ci sarà anche un lato rosa. Probabilemte la parte che mi ha lasciato più perplessa. All'inizio l'ho trovata un po' naïf, un fuori pista che mi è parso forzato. Però, ripensandolo ne riconosco un suo senso. Anzi un merito. Ed è quello di introdurre nel racconto una figura legata ai movimenti ambientalisti canadesi. Nel caso specifico di movimenti che prevedono manifestazioni di protesta e
sabotaggio molto imponenti, capaci di spaccare l'opinione pubblica. Ed è il confronto tra due modi di percepire la natura, la sua valorizzazione e salvaguardia che “Nella tana” diventa nocciolo e spunto di riflessione.

Gabrielle ha avuto il coraggio di calare un confronto tra posizioni ambientaliste in un testo che di base è un piacevole inno a una vita diversa, o meglio a uno stile di vita che ormai riconosce nelle scadenze e nelle storture della logica capitalista un modello insostenibile per sé stessi e il Pianeta.
Onestamente mi chiedo quando, o addiritura se, la nostra narrativa contemporanea sarà in grado di confrontarsi con l'ambientalismo e le sue complessità. Avremo scrittori e autrici pronte a raccontare anche questi aspetti del Paese?
Speriamo di sì e rimaniamo in fermente attesa.

Come sempre di attesa viviamo nella speranza di uscire dall'isolamento. Se Anuck da quello suo e volontario ne uscirà segnata ma contenta, come ne usciremo noi è cosa che vedremo prossimamente.
In parte, però, sarà dettato da come gestiremo il nostro presente di quarantena. Analizzare l'adesso, le proposte e le storture del momento, avanzare rivendicazioni per garantire un futuro accogliente per tutte e tutti, sapere dove gettare le basi prossime è qualcosa che parte da ora. Che sia una quarantena mobile nel pensiero e nelle riflessioni, solidale e capace di immaginare come gestire il post emergenza per renderlo affronatabile da tutte e tutti.


Autrice: Gabrielle Filteau-Chiba, scrittrice canadese, con questo testo alla sua prima fatica letteraria.

Traduzione: Federico Zaniboni

Casa editrice: Edizioni Lindau, editrice torinese attiva dal 1989, che, come dice nel suo sito, da «voce alle opinioni, anche (e soprattutto)fuori dal coro».

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<![CDATA[Musica per non andare nel panico! 5 dischi per superare la quarantena]]>

Disclaimer: questa lista è stata scritta poco prima della quarantena e non è stata redatta correndo da nessuna parte, nessun argine o tizio munito di fotocamera e social sono stati molestati!

Cosa fare quando sei a casa a non fare un cazzo, le birre diventano un castello di carte giocate male, i pacchetti di patatine croccanti fanno fondo nel cestino, e le commesse da lavoratore autonomo scompaiono quanto le uscite al bar, gli americani, i gin lemon, le birre Cr/ak, i rapporti di vario genere, e rimangono come unico orizzonte alcolico le Poretti 5 luppoli (che a costo/effetto rimangono le migliori).

Cosa rimane se quel libro sulla storia del punk di Legs McNeil rimane a fare compagnia sotto al letto alla coperta; e quel film, American Hustle, è in attesa, in lista, perché le possibilità d’azione scorrono senza vi si possa dare attenzione. Senza agire, diversamente dai protagonisti.

Cosa rimane se rimani senza lavori, cinema, radio, senza amici e tutta l’umanità è ridotta solo ad un quadrato sgranato nelle chiamate Skype. Come superare quest’ansia si apre come se fosse la bocca dell’inferno?

Beh, tuffandocisi dentro! La modernità ha abituato questi figli indifferenti a fare pattinaggio sulla patina senza mai risolvere i problemi, guardargli in faccia, mettere le mani nella merda per rimanere poetici, come sta andando di moda.

Fare un faccia a faccia con lo schifo a livello pratico ma soprattutto mentale è essenziale per affrontarlo e superarlo, per cambiare visione, e forse arrivare ad una sorta di remixata consapevolezza.

Dunque eccoci in vostro soccorso: 5 dischi di musica truce per aiutarvi nel percorso empatico-intimo-catartico destinato ad alleggerire la reclusione: bisogna arrivare a preferire l’estrema unzione a questa reclusione per dire «ok, affrontiamola con la testa». Sfogarsi, in qualche modo, nella più semplice delle definizioni.

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Pubblicità regressoascoltare musica cupa ci fa diventare meno cupi perché ci fa sentire compresi e fa rientrare in circolo l’empatia e il calore umani.

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DragonForce - Valley of the Damned: sono sospesi fra Gundam e Dragonball, nei loro album c’è sempre qualcosa che deve finire, un mondo che deve esplodere, cavalieri ipertech incaricati di salvare chissà che. Se dovessimo invocare l’apocalisse loro sono i master dell’apocalisse. Professionisti del settore. Se poi chiamerete il vostro sindaco chiedendo come arruolarvi per combattere il virus, sapete già il perché.

Metal Carter, Depha Beat - Slasher Movie Style: il sergente di metallo è il capo dell’horror core italiano, il suo stile lirico è chiaro che ispirazioni cinematografiche abbia. Meglio sentire di sangue e dolore attraverso un paio di cuffie, e vedere immagini crude dei film horror sulla tv che dal vivo. Dunque aprite quella porta, aprite(vi) quel cervello, e siate contenti per quel poco di buono che già avete.

Plakkaggio HC - Fronte Del Sacco: parafrasando quel meme che sta venendo fuori del tizio che grida «ce la faremo», la canzone Blocco Porco Dio secondo chi vi scrive è più utile come inno al superamento dell’attuale fase geo-sanitaria. Da buoni veneti poi non potevamo astenerci. Album schietto, diretto, marcio, provocatorio. Se avete un vicino biciapanche che pensa dio sia meglio della scienza, sapete come fargli arrivare il concetto.

AFI - All Hallows Ep: avete sempre voluto Halloween per poi rimanere sconcertati dal black humor. Beh questo è il vostro momento per diventare meno imborghesiti e tornare ad accendere fiamme di contestazione nella vostra putrida anima da rivoluzionari col perbenismo in tasca. Gli Afi vi guidano nel loro mondo con titoli come The Boy Who Destroyed the World. Insomma, per sfogarsi sono perfetti.

Raime - Quarter Turns over a Living Line: ok, qua siamo seri. Se l’industrial, noise, rock, ambient, echi techno vi piacciono. Questo è IL DISCO. Oscurità, annichilimento. Nemmeno Cooper in Interstellar sarebbe sopravvissuto. Altro che 5ta dimensione fisica. Se siete arrivati in fondo a questa lista è il momento di affacciarvi al balcone dei vostri demoni personali, far loro un saluto e mandarli a fare in culo. Dopo aver ascoltato i Raime tutto sarà più solare. Your cast will tire.

Avete qualche consiglio? Scriveteci sui social di Radio Sherwood.

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<![CDATA[L'abbraccio dell'astrazione: Camilla Pisani]]>

Vie di fuga, paesaggi verso i quali rivolgere uno degli ultimi sguardi contenuti nel nostro caricatore di speranza quasi esaurito. Puntare verso l'infinito racchiuso nella prima piccola goccia di inchiostro usata per scrivere il suo nome sulla superficie astratta di un foglio vasto e in continuo movimento. Affidarsi all'inesauribile riserva di immaginario che sempre accompagna chi è uso alla poetica del sogno e oltrepassare quel confine oltre il quale il calcolo matematico si trasforma in astratta visione.  L'impatto è a dir poco devastante. Il muro di suono investe il pensiero logico e trasforma l'ascoltatore in materia fluttuante, un minuscolo organismo vivente in balia delle schiumanti frequenze droniche che non danno tregua, sostenute dalla furia di un linguaggio che esprime pericolosa poetica allo stato primordiale, suadente pronuncia che rende vittima e abbraccia al contempo. Il lento processo della catarsi prende corpo, il senso di appartenenza inizia a irrorare i ricettori nascosti e gradualmente plasma un ascolto che da bersaglio si trasforma in reale esperienza percettiva. Ora si è parte del tutto, l'astrazione come ossigeno rigenerante, unica risorsa con la quale confrontarsi in questo notevole e intenso viaggio dentro l'esperienza modulare che avvolge e rigenera.

 

CAMILLA PISANI: Frozen ArchimiaMidira Records 2020


Una prima release direi parecchio recente, datata 2017 e una seconda l'anno successivo con lo split assieme a Banished Pills vale a dire il buon Edoardo Cammisa, owner dell'intrapendente e sorprendete Sounds Against Humanity. Da lì il crescendo che ti ha portato fino a questo ultimo lavoro su Midira di cui si parlerà in seguito. Quale il tuo percorso e come ti sei avvicinalta all'idea della pubblicazione, quali le modalità e le aspettative.

Ho sempre avuto un’attrazione molto forte per la musica, ma ho iniziato a suonare relativamente tardi, durante l’adolescenza; erano anni molto tormentati per me e mi consigliarono di rendere produttivo il mio dolore dedicandomi ad attività che mi avrebbero fatto stare bene; così mi rifugiai nella musica e nell’arte, linguaggi con i quali riesco ad esprimere al meglio ciò che sento dentro.
Il trasferimento a Roma fu poi, molto significativo per la mia crescita personale ed artistica in quanto la città mi diede modo di approfondire questi miei interessi, offrendomi sempre nuovi stimoli e soprattutto facendo sì che io mi potessi immergere totalmente in questo affascinate ed immenso mondo che è la musica elettronica.
Non sono una fan della melodia; mi incuriosisce maggiormente il suono come entità fisica (e le sue potenzialità), del quale modifico e altero parametri come la frequenza, l’ampiezza ecc...
Quando ho iniziato a produrre creavo la maggior parte dei suoni attraverso vst oppure con la chitarra che stretchavo e modellavo digitalmente. Allo stato attuale, invece, effettuo un lavoro di sovrapposizione, “un taglio e cuci” di campioni creati con strumentazione analogica o field recording e poi modellati in modo da ottenere qualcosa di uniforme.
Sinceramente, non mi prendo molto sul serio e non ho velleità di nessun genere. Ho iniziato a pubblicare un po’ per gioco. Nonostante la mia mancanza di aspettative ed il mio essere artisticamente introversa, ho preso coraggio e mi sono avvalsa delle piattaforme online per creare un canale di diffusione della musica che componevo e questo iter mi ha permesso di conoscere persone/artisti (eccezionali) come Edoardo con cui è stato entusiasmante collaborare perché condividiamo lo stesso approccio e lo stesso desiderio di fare ricerca.

So che sei laureata in Disegno Industriale. Oltre ad essere una sound artist ti occupi anche di arte visiva. Spiegaci quali sono le vari connessioni tra le diverse materie di cui ti occupi, quali le architetture non solo sonore riesci a disegnare e realizzare.

Il progetto che porto avanti dal 2013, si alimenta della mia formazione audiovisuale, in quanto si basa sul concetto wagneriano poi ripreso da Kandinsky, di “Arte Totale” e dalla potenza conoscitiva della “sinestesia”. Dunque, ciò che mi interessa è l’interazione di più forme espressive, in particolare, del segno grafico, del suono e dello spazio che cerco di plasmare servendomi della tecnologia e dei nuovi media digitali, con l’intento di proporre esperienze di fruizione multisensoriali e multimodali, segnate dal contemporaneo coinvolgimento della dimensione corporea, emotiva, cognitiva e sociale.
Più nello specifico, la musica, per me, non è fatta di sole frequenze ma, ad ogni nota o passaggio, corrisponde un’immagine, un luogo ben definito. Per questo motivo, ogni brano si presenta come una storia da percepire con molteplici sensi.
Il mio intento quindi, sarebbe quello di creare dei “suoni visivi” e delle “architetture sonore”, ambienti immersivi, mondi paralleli, nel quale le persone si lascino avvolgere e si immergano totalmente così da poter sentire le loro vere emozioni.

Mi preme inserire una domanda riguardante l'apporto femminile al suono elettronico. Ultimamente mi succede spesso di incontrare progetti al femminile, molto più di un tempo. Ti senti parte di questa 'nuova' - per modo di dire vista la sua longevità - onda sonica?

Credo che parlare e fare differenza di “genere” nel 2020, sia un tantino anacronistico e limitante e, sinceramente, la vedo più come una strategia di marketing, una strumentalizzazione.
Molto spesso mi capita di leggere/sentire che la musica elettronica, più di altri, è un campo prettamente maschile. Ritengo invece, che l’arte, la musica, non debba avere sesso, ma debba essere un’entità neutra e sensibile. Personalmente poi, cerco di dare maggiore importanza al suono, alla sua qualità e all’idea che c’è dietro quindi, a mio avviso non è rilevante se a comporlo/produrlo sia stata una donna o un uomo.

Blue Like A Paradox è un altro tuo progetto legato al tuo nome che mi porta alla memoria Yves Klein e la sua più perfetta espressione del blu, parlacene.

BLAP prende ispirazione da “Blue”, opera del regista britannico Derek Jarman e dalla spiritualità monocromatica dell’artista Yves Klein.

“Blue transcends the solemn geography of human limits.”

E ancora Yves Klein sull’argomento: “il blu è un colore che affascina e trasporta, è un percorso immateriale ed indefinito; tutti gli altri portano ad associazioni psicologiche che possono distrarre, il blu, al limite, ricorda il mare e il cielo e tutto quello che c'è di più astratto nella natura."

Il blu quindi, è più di un colore. È più di uno stato d'animo, una sensazione, o la frequenza con cui possiamo vedere la fiamma super-calda. È uno stato dell'essere... descrive. Può essere violento come il rosso, moroso e presagio come il nero, o puro come il bianco. Il blu, come elemento apparentemente magico, sembra abitare un mondo a sé stante, attraverso il quale entriamo e usciamo. Questa la poetica e i sentimenti che girano intorno a questo mio secondo progetto musicale.

Più nello specifico, BLAP nasce a seguito di un’esigenza, quella di distinguere il mio progetto audiovisivo da una nuova ricerca che sto portando avanti e che si basa principalmente sull’unione di pad atmosferici e riverberati con sequenze ossessive, meccaniche e fredde. Tutto ebbe inizio al termine della produzione di “Frozen Archimia”, in quanto mi sono scontrata con questa mia bipolarità musicale e con la voglia di lavorare materia nuova, qualcosa che non sapevo ancora gestire. Si trattava del ritmo che è un elemento fondamentale della vita e delle sue dinamiche.
Nei prossimi mesi mi dedicherò principalmente alla definizione sonora di questa mia seconda entità analogica, decadente ed oscura.

Una domanda per i tecnici all'ascolto: quali le strumentazioni usate dalla Pisani per 'far colpo' sugli ascoltatori.

Premetto che non sono una fanatica dell’analogico e credo che attualmente si possano produrre suoni dignitosi con poco… ma la strumentazione che ho acquistato negli anni era necessaria per la creazione di determinate sonorità che volevo ottenere. Questo, per me, deve essere il motivo principale che spinge un musicista a preferire e ad utilizzare uno strumento piuttosto che ad un altro.
Generalmente, per la produzione dei pad e delle atmosfere drone utilizzo il Minilogue della Korg oppure compongo stretchando e modellando campioni. La bassline con il sintetizzatore Roland SE-02 e il Moog Mother 32, parti ritmiche con drum-machine Roland e suoni più generativi e randomici con 0-Coast della Make Noise. Da poco ho iniziato ad acquistare qualche modulo perché vorrei creare un piccolo sistema eurorack che mi garantirebbe una maggiore versatilità e possibilità di sperimentazione nonché di divertimento.

Ti senti parte della nuova ondata legata al modulare e cosa rappresenta per te questa espressione musicale che ha radici storiche.

Come spiegavo poc’anzi, credo che un artista debba scegliere ed acquistare la sua strumentazione in base a quanto la stessa sia più adatta alla creazione delle sonorità da cui è attratto.
L’avvicinarmi al mondo modulare non è feticismo. Sono spinta dal desiderio di una maggiore sperimentazione nelle mie produzioni.

Quali i tuoi riferimenti culturali e, se li hai, musicali.

Sono una persona molto curiosa e mi lascio contaminare da tantissimi campi e generi, ma quelli che più di tutti mi hanno influenzata sono: la poetica dell’Arte Astratta in particolare le opere di Kandinsky, Klee, Klein; il minimalismo del movimento Bauhaus; le sinestesie di Proust, la sensibilità di Pavese, Calvino e Majakovskij, la ribellione di Irvine Welsh, il cinismo di Kafka; le rappresentazioni “graphic score” di Cage, Eno, Ligeti e Roman Haubenstock-Ramati; il cinema espressionista tedesco ed esistenzialista francese; la fotografia evanescente di Andrej Tarkovskij, la multimedialità di Bill Viola, di Studio Azzurro e di Ryoji Ikeda. Mentre musicalmente, l’etichetta 12K e l’album “Haunt Me, Haunt Me Do It Again” di Tim Hecker, la scena dark-industrial degli anni 80’ e artisti\band più recenti come Tropic of Cancer (in realtà, questi ultimi più per il progetto “Blue Like a Paradox”); i classici e i padri dell’elettroacustica e della musica concreta e la scena minimal techno con gli artisti della Raster, Polar Inertia, Ancient Methods, Silent Servant, Varg, GAS, SHXCXCHCXSH…

Il Suono, ci siamo. Ho ascoltato con attenzione il tuo interessante ultimo lavoro e mi sono perso, decisamente perduto dentro un mondo denso e carico di fortissima tensione emotiva. Aiutaci ad entrare nel tuo universo e spiegaci da cosa è costituito e in che percentuale Camilla Pisani misura la tecnica e il sogno.

“Frozen Archimia” è l’album che più di tutti riassume la mia ricerca, concentra e fa emergere la mia “essenza” in quanto, indaga il legame nascosto tra il suono, lo spazio e la materia tangibile, ovvero, tra la musica e l’architettura. Sul piano percettivo le analogie tra queste entità, si devono alla propensione sinestetica della mente umana. Tali entità poi, si fondano saldamente sull'Armonia dei numeri; come in un nucleo atomico, la considerazione polare dei suoni diviene la via maestra per comprendere l’intelligenza della materia e delle energie sottili. L’equilibrio è un gioco continuo di forze che s’intrecciano secondo leggi matematiche, in cui tutto ciò che si manifesta nel cosmo ha bisogno di un polo neutro. Dunque, le due forme espressive sono intimamente unite da una connessione spirituale. Le tracce disegnano una fluttuante struttura seguendo il ritmo della fantasia, le sue gradazioni timbriche, sono “wallpaper songs” organiche da conformare ed adattare a superfici solide, ma al tempo stesso “vive”. Le vibrazioni spaziali che costituiscono i suoni, sono determinate sia da masse plastiche, che da vuoti; sono materia evanescente, astratta, che attraverso particolari alchimie ritmiche cercano di far proiettare l’ascoltatore in una dimensioni di estrema distanza spaziale, ovvero, in nuova condizione di atemporalità e di molteplicità connessa alla virtualità. Ogni ambiente assume un volto a me familiare, racconta storie effimere appartenenti al mio vissuto; è un viaggio fluido attraverso le pareti sensibili della mia immaginazione.

Perché la musica crea vittime, come recita il titolo di una traccia di Frozen Archimia?

Il titolo ha un duplice significato; il primo legato alla sfera personale in quanto, la mia famiglia ha sempre visto con scetticismo questa mia passione e molte delle mie scelte professionali; dall’altra parte invece, le vittime sono tutti i musicisti, artisti e operatori del campo che cercano di sopravvivere in questo Paese che non investe nella cultura e non li sostiene abbastanza anzi, molti di loro (di noi… ) sono costretti a dedicarsi a tali attività nel “tempo libero”.

Cosa troveremmo una volta sciolta l'alchimia - o l'antica archimia - che regola il tuo suono?

Non vorrei sembrare presuntuosa o eccessivamente ambiziosa però, mi piacerebbe che una volta sciolta l’alchimia, rimanessero vive le emozioni dell’ascoltatore come se quello appena affrontato fosse un viaggio catartico verso se stessi, a contatto con le sensazioni e con le paure più intime e silenti di ognuno di noi.

Quale l'importanza della musica in questi giorni di detenzione volontaria?

La musica è sacrificio ed ha un potere enorme. In questi giorni tristi e intrisi di rabbia ne comprendiamo l’intero potenziale. Innanzitutto, la musica ci fa avvertire meno la solitudine, adattandosi ai nostri stati d’animo.
Ci fa emozionare ed esorcizzare la situazione che stiamo vivendo. E poi è il collante relazionale per eccellenza, crea momenti di socialità, condivisione e/o di confronto.
Tante infatti, sono le iniziative nate con lo scopo di rendere più sopportabile e più fecondo questo periodo. C’è chi mette a disposizione (gratuitamente) i propri prodotti o le proprie creazioni, chi li rivolge ad associazioni benefiche, chi ancora collabora con altri artisti, con amici e/o fa dirette streaming. Insomma, credo che la musica, anzi la cultura in senso più ampio, sia la vera vincitrice nonché, la cura più efficace al virus. Spero che, una volta terminato tutto, le istituzioni lo tengano presente ed investano di più sul settore.

Virus permettendo, fin dove hai intenzione di spingerti, nel tuo viaggio.

Non prendendomi sul serio, non ho programmi da rispettare né pressioni di nessun genere; suono principalmente perché mi fa stare bene e voglio portare avanti la mia ricerca. Quindi, mi lascio trasportare dagli eventi, dalle sensazioni e soprattutto dalle intuizioni.
Nei prossimi mesi però, mi piacerebbe definire e lavorare maggiormente sul progetto “Blue Like a Paradox” e più in là, dedicarmi a del nuovo materiale per “Camilla Pisani”, non solo sonoro. A riguardo vorrei creare una mia notazione astratta. Nel 2021 uscirà, per un’etichetta americana, la versione fisica di “Nausea Is A Noble Feeling” con aggiunto qualche altro brano inedito. Poi, sarei felice di ideare qualche installazione e sonorizzazione e, magari, pubblicare su vinile.

https://camillapisani.bandcamp.com/
soundcloud.com/camilla-pisani
soundcloud.com/bluelikeaparadox

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<![CDATA[L'abbraccio dell'astrazione: Camilla Pisani]]> info@sherwood.it (Sherwood Network) <![CDATA[L'abbraccio dell'astrazione: Camilla Pisani]]> info@sherwood.it (Sherwood Network) <![CDATA[L'abbraccio dell'astrazione: Camilla Pisani]]> info@sherwood.it (Sherwood Network) <![CDATA[L'abbraccio dell'astrazione: Camilla Pisani]]> info@sherwood.it (Sherwood Network) <![CDATA[Diserzioni: Giardino segreto]]>

intro:

Il suono può aiutare
a curare anime rinchiuse,
aprire ristretti orizzonti può servire
ad uno sguardo imprigionato,
un giardino segreto può giovare
al fiorire dell’immaginazione.

*******************

Playlist:

Ghostmolly: Secret Garden

Trampique - Life Outside The Mirror

Pensee: Nibiru

Ghost Halo: Salem

Leafar Legov: Hidden Treasure

Yagya: For the First Time

Christian Loffler: Lys (Featuring Menke)

Nicolas Jaar: Cenizas

Phelios:The Glacial Creature

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<![CDATA[Ni_so ci porta sulle vibes sudamericane per un viaggio unico]]>

La musica rap da un lato, la cultura hip hop dall'altro, hanno rivoluzionato il sound di questi ultimi 20 anni sul piano internazionale. Esploso come fenomeno legato a determinati ambienti ha poi contaminato ogni ambito creativo: dal video alla moda. 

Tornando sul piano musicale, un aspetto che in Italia sta diventando sempre più conosciuto e segue la crescita dell'importanza del producer degli ultimi 4 anni è quello legato all’hip hop strumentale, per essere precisi un mondo discografico dedicato ad uscite prettamente strumentali dal sapore black.

A qualcuno già scafato verrà sicuramente in mente il fenomeno della radio Lo-Fi Beat su YouTube, ma accanto a loro esiste una realtà che della bassa fedeltà non si fa portatrice, come non si fa portatrice solo di evocare un passato lontano, ma cerca di dare veste moderna alla creatività di un tempo.

Oggi vi pariamo di Ni_so, in uscita domani, 7 aprile 2020, con il nuovo Plantation’s Beat Tape e che abbiamo avuto il piacere di ascoltare in anteprima (sarà ospite di Indica prossimamente).

Ni_so è un producer bolognese, membro del collettivo No Joke Radio, che colpisce l’ascoltatore per riuscire a sintetizzare in 6 tracce una dimensione che riguarda diversi sound sudamericani. Dalla bossa nova al sapore caraibico, passando per un groove assai soul, prende, interpola e prepara un drink dalle vibes provenienti da quella parte di mondo e al contempo dalle metropoli interculturali internazionali.

Il suono sta a metà fra accenni di bei mood nostalgici e un futuro digitale ancora da scoprire. I campioni catturati si inseriscono dentro i beat come le vie d’acqua fra le strade urbane, snodandosi uno sull’altro senza mai risultare eccessivi o staccati.

È uno stile produttivo diverso dal classico anteporre su una base costruita ad hoc un sample. Sembra quasi quest’ultimi siano stati scritti e suonati ex novo, sembra abbia voluto campionare parti di brani creati apposta per questa uscita. Plantation’s Beat Tape per ciò suona fresco e diventa strano cercare dei riferimenti.

Ma ci piace, ci piace andare a scovare i rimandi, perché la curiosità non è mai troppa… Allora ecco che Flowerz ricorda Irio De Paula, Ocean Blue la festa di Gilberto Gil e il primo singolo estratto Buds on my Mind le vibrazioni di Jobim. Potremmo giocare ancora ma come detto è giusto per solleticare la voglia di scoprire: l’ep di Ni_so sta al di fuori di coordinate temporali, è adatto sia per rilassarsi a fine giornata quanto per fare festa durante la bella stagione, spazia fisicamente facendo perno su diversi ambienti sonori.

Speriamo con tutto il cuore che questa scena di produttori hip hop cresca tantissimo, perché fra cultura, ricerca - diggin’ come si dice - e innovazione ci aspetta solo tanta buona nuova musica.

Ascoltate qui sotto il primo singolo!

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<![CDATA[Indica Diretta 05/04/2020 - S03]]>

La prima domenica di aprile la passiamo con gli amici di No Joke Radio e Dischi Soviet Studio.

Davide di No Joke ci porta una selezione molto soul mentre Matteo di Dischi Soviet ci presenta una band della sua etichetta. Assieme una selezione ad hoc targata Indica.

Tracklist:

-Post Nebbia - Televendite di Quadri
-Galassia Club - Estate
-KAYTRANADA - Scared To Death
-Coeo - 1981

Selezione di Davide di No Joke Radio..

-Bill Withers - Lovely Day
-Grover Washington, Jr. - Mister Magic
-Grover Washington, Jr. & Bill Withers - Just the Two of Us

Lower Dens - To Die in L.A.
Mac DeMarco - Don Juan
Bartolini - Penisola
Her Skin - Bad Dates

Selezione di Matteo di Dischi Soviet Studio..

-Heaven Or Las Vegas - Loggia Nera

Potete ascoltare / scaricare il podcast qui a destra!

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Buon ascolto e seguite Indica su Facebook e Instagram!

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<![CDATA[VENYL 11ª Fiera del Disco di Venezia]]>

Domenica 05 AprileCentro Sociale Rivolta Via F.lli Bandiera 45, Marghera
www.facebook.com/rivoltamarghera


Venyl

11ª Fiera del Disco di Venezia


Dalle 10.00 alle 20.00

Ingresso 3 €

Marieta monta in gondola, che mi te porto al VENYL !!!

Domenica 5 aprile torna la Fiera del Disco più grande del Veneto!

Dall'apertura dell'evento fino alla chiusura non mancheranno i dj set che faranno da colonna sonora all’evento e tante altre sorprese che vi sveleremo nelle prossime settimane.

E per finire la magica lotteria completamente gratuita: ogni due ore regaleremo un disco ad un fortunato visitatore! Conserva il biglietto che ti daranno all'entrata, servirà a ritirare il vinile!

(La lotteria si svolgerà in loco, estrarremo biglietti finché non troveremo un fortunato vincitore presente in hangar che ritirerà al momento stesso il disco, quindi non spediremo e non terremo in considerazione eventuali reclami)

Graphic design a cura di Darco Mal Prà by Treviso Comic Book Festival


● Ingresso gratuito per i bambini fino ai 12 anni

● Ampio parcheggio gratuito

● 10 minuti a piedi dalla Stazione di Venezia/Mestre

● Bar sempre aperto per tutta la giornata

● Pizzeria e Osteria con prodotti a km/0

● Birre artigianali e vini del territorio

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<![CDATA[Domenica al museo - parte 4]]>

Per questo quarto appuntamento con la rubrica Domenica al museo, nata per sopperire alla momentanea impossibilità di acculturarsi recandosi fisicamente a visitare i musei (ma perché no, si potrà continuare anche finita l’emergenza), proponendo delle mostre visitabili online, ho deciso di occuparmi di un argomento troppo spesso relegato in secondo piano quando si parla di arte, ma molto importante per la nostra cultura: le arti applicate.

In questa lista quindi troverete collezioni di design, arti decorative, moda, per farci un’idea su come si siano formati il gusto e l’estetica che ci influenzano ancora oggi per quanto riguarda architettura, arredamento, abbigliamento, prodotti di consumo e molto altro.

Iniziamo a scorrere quindi la piccola selezione cose belle che vi propongo, cose che non sono vere e proprie opere d'arte, ma portano l'arte nelle nostre vite e nella quotidianità. Rifatevi gli occhi!

 

 

MAK – Museum für angewandte Kunst
Vienna (AUT)

Il Museo delle arti applicate di Vienna, nasce nel 1863 come museo reale per l’arte e l’industria. Oggi è un luogo di sperimentazione ed esposizione per le arti applicate, il design, l’arte contemporanea, l’architettura e custodisce mobili, arredi e manufatti dal Medioevo all’età contemporanea. Lo potete visitare qui. Qui è disponibile anche il catalogo online di tutte le opere custodite all’interno del museo. 

 

 

British Fashion Council
Londra (UK)

È un’organizzazione nata con lo scopo di promuovere gli interessi dell’industria della moda britannica, tramite l’organizzazione di diversi eventi ad essa legati. Qui trovate una serie di esposizioni tematiche su stiliste/i, modelle, magazine, personaggi iconici e molto altro.

 

 

Museum of Brands
Londra (UK)

Il museo nasce per documentare come i brand influenzano, e sono influenzati da, le persone, la cultura, la società, concentrandosi in particolare sul design e il packaging. Qui si può consultare una mostra online sulla storia e l’evoluzione del packaging.

 

 

Pratt Institute Fashion Design
New York (USA)

Il celebre ed illustre istituto statunitense, insegna ai suoi studenti la moda in maniera trans-disciplinare, collegandola ad altre arti come illustrazione, fotografia, cinema. Qui si trovano delle raccolte di lavori di alcuni talentuosi studenti dell’istituto.

 

 

Kunstgewerbemuseum
Berlino (DEU)

Il museo di arti applicate di Berlino, il più antico museo tedesco di questo tipo, custodisce un importante patrimonio di artigianato artistico ed una collezione di moda e di design attraverso tutte le epoche, a partire dal Medioevo. A questo link si trovano diverse esposizioni online e la possibilità di esplorare le sale del museo.

 

 

Cristóbal Balenciaga Museoa
Getaria (ESP)

Il museo è nato nel 2011 per celebrare la figura e l’opera dello stilista spagnolo e la sua importanza per il mondo della moda. Raccoglie circa 120 delle sue creazioni, a partire dagli inizi della sua carriera. Qui si possono visitare alcune mostre online sulla sua attività e consultare alcune raccolte di immagini.

 

 

Centre national du costume de scène
Moulins (FRA)

Il centro nazionale dei costumi di scena si preoccupa di conservare, studiare e valorizzare un grosso patrimonio di costumi ed allestimenti di scena, in particolare provenienti dalla Comédie-Française e dall’Opera di Parigi. Qui sono disponibili moltissime mostre online oltre a diverse raccolte tematiche di immagini e la funzione “esplora” per visitare le sale del museo. C’è anche la possibilità di una visita in realtà virtuale, attraverso l’apposita app.

 

 

The Museum at FIT
New York (USA)

Uno dei più importanti musei dedicati alla moda, si propone di ispirare il pubblico con mostre innovative e progetti per accrescere la conoscenza della moda. Custodisce un’imponente collezione di indumenti ed accessori dal 18esimo secolo ad oggi. Qui si trovano diverse mostre online, in particolare sulla storia della moda femminile, ed alcune raccolte di immagini.

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<![CDATA[Odiare non è uno sport - Puntata #4: AfroNapoli United]]>

In questa puntata conosciamo la realtà dell’Afro Napoli United nata nel 2009. Fin dall’inizio lo spirito della società è stato quello di praticare un calcio diverso, non soltanto inteso come attività fisica, ma soprattutto come lotta a tutte le discriminazioni. Dopo i primi anni in cui l’Afro Napoli ha militato in campionati amatoriali si è deciso di fare il salto di qualità con l’iscrizione al campionato federale. In quel momento la brutta notizia: i regolamenti non permettevano il tesseramento dei calciatori non italiani.

Con Antonio, presidente e fondatore dell’Afro Napoli, abbiamo ripercorso quei momenti che hanno portato alla vittoria di tante battaglie che oggi permettono il tesseramento degli adulti.

Oggi l’Afro Napoli sta investendo moltissimo sul settore giovanile e non soltanto in prospettiva calcistica, ma soprattutto perché il cambiamento della società passa proprio dalle nuove generazioni.

Antonio ci ha raccontato delle tristi storie di discriminazione all’interno dei campi da gioco, ma anche delle storie positive di riscatto.

Con il presidente dell’Afro Napoli abbiamo analizzato il momento particolare che la società tutta e il mondo del calcio sta vivendo.

Qui sotto i brani, di lato il podcast

Pearl Jam - Quick Escape

Margherita Vicario Ft Speranza - Romeo

Damso - Julien

House of Pain - Jump Around

Davide Di Rosolini - Pandemia

Blink 182 - Darkside

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<![CDATA[Don't panic, stay Sherwood - Sezione teatro]]>

A poco a poco, ci stiamo forse abituando a questa impasse. Non che la frustrazione abbia battuto in ritirata, e che gli scherzi e le risate non abbiano un retrogusto artefatto, ma forse - ripeto forse - ci stiamo abituando.

C’è da dire che ognuno di noi ha segretamente sognato cosa farà quando usciremo di qui. Ebbene, il mio segretuccio racchiude un’apertura delle porte, le poltroncine rosse, un depliant di cartoncino e il sipario che si alza.

Per il 27 marzo al Teatro Verdi era previsto Il giardino dei ciliegi di Alessandro Serra, regista visionario, vincitore del Premio Ubu 2017 con il suo Macbettu (versione sarda e decisamente consigliata del Macbeth). Avevo i biglietti, che appiccicherò al muro con magra desolazione. Ma cari lettori, niente panico! Per gli amanti del genere, diversi teatri hanno messo a disposizione cataloghi online per tutti i gusti. Eccone qualcuno.



1.

Il Teatro Bolsohj di Mosca è per la prima volta disponibile online. Al momento contiamo sei appuntamenti in calendario, e le proiezioni si terranno alle 17:00 ora italiana (alle 19:00 di Mosca). Troviamo La sposa dello zar (1 aprile), Marco Spada (4 aprile), Boris Godunov (7 aprile) e Lo Schiaccianoci (10 aprile). I contenuti rimarranno visibili per 24 ore.

2.

Su IGTV e Facebook troviamo il Teatro alla Scala, con svariate dirette destinate anche ai più piccoli. Per i più grandicelli, ogni mercoledì approfondimenti sulla storia del teatro:

Mercoledì 1 aprile: Mario Botta alla Scala
Mercoledì 8 aprile: La Magnifica Fabbrica – 240 anni del Teatro alla Scala. Da Piermarini a Botta.
Mercoledì 15 aprile: Maria Callas alla Scala
Mercoledì 22 aprile: Gioachino Rossini al Teatro alla Scala
Mercoledì 29 aprile: Nei palchi della Scala – Storie milanesi
Mercoledì 6 maggio: Luca Ronconi – Director Autor Architetto Curator Metteur en Scene

3.

Il Teatro Parenti di Milano approda invece su Youtube; un contenuto che consiglio vivamente è Luis Sepúlveda che dialoga con Ranieri Polese del suo Storie ribelli, raccolta in cui emergono la grande partecipazione civile e politica dello scrittore e dei piccoli fun facts, come l’incontro con Dario Fo in Cile in occasione di un’occupazione dell’università.

4.

Proseguono invece gli appuntamenti di Triennale Decameron, il nuovo format di Triennale Milano che invita artisti, designer, architetti, intellettuali, musicisti, cantanti, scrittori, registi, giornalisti a sviluppare una loro personale narrazione. Potete trovare i video completi su IGTV della Triennale. Ad esempio, l’ospite del 29 marzo è stata Michela Murgia che ha dialogato con Leonardo Caffo.

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<![CDATA[La Penultima Ruota del Carro - Puntata 18]]>

Di come quella volta che i penultimi, parlando da soli e dandosi reciprocamente del voi tra una flessione e l'altra, hanno cominciato a trascinarsi per il carro. Il Professor Ritmo è sparito nel magazzino in cerca della carta igienica e al suo posto è comparso Glenn Gould, sfidato a colpi di dialettica giornalistica da Davide Fantin: che, a sua volta, per limitare i danni dell'esistenza, ha ufficializzato in veste di rubrica permanente ciò che già esisteva come rubrica permanente, ovvero l'Autostrada Poetica, lo spazio dove più si riflette l'assoluta serenità del sapere di non sapere che caratterizza lo stato mentale del penultimo tipo.

In copertina i tre+uno penultimi che lavorano incessantemente per convincere nuovi ospiti a salire sul carro.

Qui sotto i brani, di lato il podcast:

Laura Marling - Night After Night (da A Creature I Don't Know, 2011)

Videosex - Tko Je Zgazio Gospođu Mjesec (da Lacrimae Christi, 1985)

BADBADNOTGOOD - Limit To Your Love (Feist cover) (da BBNG2, 2012)

RUBRICA: MASSIMO RISERBO ("Sapere di non sapere")

The Drift - Uncanny Valley (da Memory Drawings, 2008)

Arca feat. Rosalía - Qué Lo Que (KLK) (da KiCk i, 2020)

Non Voglio Che Clara - L'Inconsolabile (da Dei Cani, 2010)

RUBRICA: LA SOLITUDINE DEL SATIRO

Caetano Veloso - It's A Long Way (da Transa, 1972)

RUBRICA: AUTOSTRADA POETICA

The Beta Band - Dry The Rain (da The Three EP'S, 1998)

Lorenzo Senni - Canone Infinito (da Scacco Matto, 2020)

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<![CDATA[Diario di una quarantena - IV settimana]]>

A che settimana di quarantena siamo arrivati? Che giorno è? Siamo davvero di nuovo a sabato?

Ebbene sì, eccomi qua con l’appuntamento settimanale di una rubrica che mai avrei voluto creare. O che comunque due mesi fa sarebbe stata un’ipotesi alquanto recondita.
Frase canonica da incipit: «un’altra settimana è trascorsa…» in una commedia d’Eduardo avrebbero risposto «E anche questo l’avete già detto!»

In questi sette giorni si sono accavallate nutrite polemiche politiche: tra ordinanze di equiparazione di genitori con figli ai padroni con cani, il DPCM che ha prolungato la quarantena sino a Pasquetta ed ipotesi di vacanze al sud sfumate come cubetti di ghiaccio al sole (ah no, questa non c’entra).
Il sole, tra l’altro, fortunatamente per il bucato primaverile, ha splend… (?), ehm…, dicevo, sole che, per tutta la settimana, era lì, fisso nel cielo, a splendere. (Pericolo scampato).

Il sito dell’INPS è andato in crash, ma su questo ho già visto sei mila meme di paragoni con PornHub, e non vorrei disquisirne ulteriormente. [Strano come anche i post che dovrebbero risultare divertenti diventino noia intrisa di banalità in un periodo come questo].

Intanto i primi due giorni della settimana sembrano essere riempiti dal palinsesto televisivo: Harry Potter tiene incollati allo schermo milioni di italiani, e forse anche per via di questa passione rinata, sto rileggendo i libri della saga, giusto per poter aggiungere un’altra spunta nella lista di cose fatte durante la clausura coatta (cose completamente inutili, manco a dirlo).

Per il resto anche la convivenza è mutata: il mio gatto ha poche occasioni per distruggere oggetti (specie se modellini in Lego) prima che qualcuno lo redarguisca. Per questo motivo ha iniziato ad organizzare festini illegali di notte, dove, in preda a deliri di solitudine, esegue capriole, salti, e rumori molesti («Ma che ca…sta a fa sto gatto?»).

Gli umani in casa (due), invece, commettono i primi errori dettati dagli sbalzi di umore. I primi litigi causati da frustrazione repressa. Le prime crisi di panico per quel che sarà dopo questo periodo.
«Nulla che non possa essere ‘migliorato’ da un ciambellone bicolore», pensavo erroneamente con ottimismo.
Ed invece no, non c’è nulla di più sbagliato di cucinare un dolce in una casa in cui i nervi son a fior di pelle. Piuttosto che calumet della pace, questo diverrà un composto di rabbia misto a risentimento, che per quanto siano comunque due elementi, non assumono né forma né colore.

Le notti sono sempre più lunghe dei giorni che, inesorabilmente, trascorrono: guardo il tramonto del sole dietro i Colli Berici dalla mia finestra e sento allungarsi su di me un’ombra scura. La sera mi coglie insieme alla consapevolezza di riepilogare.

Datemi dei feedback a riguardo, c’è anche in voi quella necessità impellente di organizzare la giornata nonostante non abbia alcun bisogno di un organizer?

Più o meno è così: ore 9 caffè. Ore 10 giornale al chiosco in Piazza. Ore 11 lettura e studio. Ore 13 pranzo, possibilmente salutare. Ore 15 spuntino, che manda a fanculo il pranzo salutare. Sino a quando, tra smartworking ed una sigaretta, la sfera arancione si nasconde tra le piegature dei colli.

Che poi che sono quei colli? Dove sono le montagne di casa mia? Dov’è il Vesuvio aldilà del mare? E cosa significa che quest’anno a Pasqua, non scendo?
Ed è tutta qui la concentrazione insofferente: la consapevolezza di dover restare, mista allo sconforto di quel che sarà.

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<![CDATA[Snatura Rock del 29 marzo 2020]]>

Intervista agli OVO

Stefania Pedretti, voce, chitarra e sinth degli Ovo, ci racconta di "Miasma", appena uscito per Artoffact Records ed è il nono disco del duo che condivide da vent'anni con Bruno Dorella che suona batteria e sinth. Un disco composto un anno fa ma che sembra predire, senza volerlo, il virus che sta devastando il mondo. Quest'ultimo è anche uno dei mille motivi che portano a entrare in piena intimità e in empatia con queste canzoni che nella loro durezza raccontano ferite profonde, cicatrici interiori che si riaprono. Gli Ovo che nascono anche dal nome on the road, live, soffrono come tutti di non potersi esprimere ma loro maggiormente perché per loro è praticamente come respirare. Il loro ritorno con questo disco li riporta al punk/ hardcore dell'inizio della loro storia musicale continuando però nell'elettronica noise, dark e tribale. Luccicano di luce propria con queste canzoni che si insinuano dentro e portano dritti davanti all'ignoto: una realtà da affrontare senza fronzoli, concretamente e senza raccontarsi favole.

Francesca Ognibene

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<![CDATA["Niente", di Remy Charlip e Eric Dekker - videolibro]]>


Frutto della più sofisticata ricerca scientifica, Niente è versatile e polivalente. Ottimo come shampoo o dentifricio, è ideale per lavarsi il viso, ma anche il lavandino. Per la puzza di piedi, Niente fa le scarpe a tutti. Niente funziona per colmare i vuoti della vita. Di più. Moderno elisir, Niente guarisce mal di denti e reumatismi, emicrania e mal di pancia. Allegri e scanzonati, i "consigli per gli acquisti" di Niente sono una straordinaria fiaba satirica. Dall'inesauribile estro di Charlip e dal segno essenziale di Dekker, lo straordinario ritratto "dell'anima del commercio": Niente.


NIENTE” è un videolibro da me realizzato da un bellissimo omonimo libretto per ragazzi, e non solo, di Remy Charlip e Eric Dekker.


"Buffa come un film di Tati e altrettanto stralunata, questa piccola storia scritta ed elegantemente disegnata nel 2005 da Remy Charlip ed Eric Dekker va bene per i piccoli (specie se ipnotizzati dalla pubblicità televisiva), ma anche per adulti spot-dipendenti, insomma per tutti coloro che il marketing aziendale definisce lietamente consumatori (in pratica, un indifferenziato “niente” cui si può rifilare qualunque cosa, da un detersivo miracoloso a Berlusconi).(…)"
[Francesca Lazzarato, Il Manifesto, 11 dicembre 2007].


Questo libretto apparentemente innocuo, che qui potete guardare e leggere sotto forma di video, non sfigurerà nella vostra biblioteca, neppure accanto a Das Kapital di Karl Marx o a Ohio Impromptu di Samuel Beckett.

Contro il consumismo, contro il vuoto, contro questo assordante silenzio di valori.


Guardatelo! È molto bello e sempre più attuale.

Franco Ventimiglia


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<![CDATA[La bellezza della vecchiezza]]>

«Per quanto paradossale possa sembrare, occorre un approccio senile all’immaginazione del futuro»

Franco Berardi “Bifo” da Futurabilità

Su facebook sta girando una catena nella quale si pubblica una propria foto da “under 20” e si commenta “sfida accettata”. La prima cosa che si deduce da questo è che FB è frequentato soprattutto da persone non più giovanissime, la seconda è che la giovinezza, almeno guardandola a distanza, è bellissima. Essendo un “disertore” nato, la sfida per me è diventata parlare della “bellezza della vecchiezza”.

 

Gli anziani sono attualmente la categoria di popolazione maggiormente colpita dal nuovo corona virus. Le case di riposo diventano focolai che difficilmente danno scampo, le terapie intensive sono piene di over 65, il bollettino giornaliero continua a raccontarci che questo maledetto virus uccide soprattutto gli anziani. A volte sembra addirittura che quel ritornello 'per fortuna muoiono solo i vecchi' ce lo dicano per consolarci , ma chiunque abbia un genitore, un nonno/a, un suocero/a, non si consola affatto. Nonostante l’accanimento nei loro confronti del Covid19, e talvolta anche dei media, mi sembra siano quelli che stanno affrontando questo brutto periodo con maggiore tranquillità. Forse perché hanno già visto molto, non hanno dimenticato niente e ricordano che ne hanno passate tante e di peggio.

Qualche giorno fa, parlando al telefono con mio padre, ho recepito qualcosa di vagamente accusatorio tra le parole che mi ha detto:«mi preoccupo soprattutto per chi non mai vissuto grosse difficoltà, per chi non mai lottato, per la generazione di mezz’età, cresciuta in un benessere che non potrà essere più lo stesso». La speranza invece la rivolgeva ai più giovani: «forse hanno capito che non si può andare avanti così e sembra abbiano voglia di cambiare le cose». Insomma mi è sembrato preoccupato per i figli, e speranzoso per i nipoti. Ci ho pensato parecchio e ho paura di essere d’accordo con lui.

In questi difficili giorni la mia empatia con gli anziani è cresciuta molto, non solo per via del virus, ma anche grazie ad un programma di Rai3 che, a causa della reclusione forzata, mi è capitato di guardare in televisione. Si chiama “Non ho l’età” (https://www.raiplay.it/programmi/nonholeta/) e ci mostra in modo dolcissimo l’amore over ‘70. E poi, cosa non secondaria, accompagna il racconto di questi vecchi romantici con musiche bellissime. Nelle poche puntate viste ho ascoltato: Sigur Ros, Joy Division, Nick Drake, Jesus& Mary Chain, Olafur Arnalds, Xiu Xiu… e molti altri.

 

La popolazione senile in queste storie sembra essere portatrice di una predisposizione dello spirito, di un ritmo che mi sembra possa insegnare molto al mondo che verrà. Da loro impariamo la lentezza sensuale di coloro che dalla vita non si aspettano più molto, ma sono portatori della saggezza di chi sa godere del poco che resta. E in più, raccontando il loro amore, disvelano quella memoria indispensabile per guardare consapevolmente al nuovo.

La generazione senile può essere il soggetto che c’insegna, avendo conosciuto la scarsità, che l’idea dell’abbondanza, della crescita illimitata, è una tragico tranello, che la competizione aggressiva non porta ricchezza ma solamente penuria. Carenza dmondo naturale e dell’elemento più prezioso: il tempo di vita.

Ascoltiamo i nostri vecchi, ne abbiamo un gran bisogno.

 

invano bussano alla porta della poesia le persone che sono nel pieno di loro stessi”.

Platone e Aristotele

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<![CDATA[ReadBabyRead_484_Michele_Catozzi_5]]>

«Sul terreno, antiche gettate di cemento, schegge di pavimenti piastrellati e tracce di muri divisori testimoniavano che un tempo lì sorgevano costruzioni, gabinetti, spogliatoi, depositi. Poco più in là un affastellarsi di tubi multicolore corrosi all'esterno dalle intemperie e all'interno dai veleni rimasti intrappolati per anni nelle condutture, che ad aprirle si rischiava la vita... 
Chiunque sapeva cos'era accaduto al Petrolchimico, ma tutti cercavano di dimenticare. Aldani, al contrario, tentava di ricordare. Aveva seguito ogni fase del processo iniziato nel '98 e all'epoca si era letto gli atti e le sentenze. Il suo interesse era ai limiti del morboso. Ricordava molti dettagli, pur non essendo mai stato in quei luoghi di cui tante volte aveva letto, e trovarsi lì gli causava una specie di vertigine.» [Michele Catozzi, Marea tossica]


ReadBabyRead #484 del 2 aprile 2020


Michele Catozzi
Marea tossica

Brani (prime 116 pagine)

(5a parte)


per info su F. Ventimiglia e C. Tesser:

Lettura e altri crimini
iTunes podcast


voce: Francesco Ventimiglia


Venezia, 8 novembre 2012

“Il crepuscolo stendeva una luce incerta sulla laguna nord, ammantando di grigio rosato le acque, le barene, gli isolotti. Gli ultimi brandelli infuocati si stavano spegnendo dietro le montagne all'orizzonte e bagliori arancioni accarezzavano il profilo di Venezia.
Lungo il canale di San Secondo, che affianca il ponte della Libertà dal lato della ferrovia, l'isola delle Pantegane, con la sua bassa e inestricabile vegetazione spontanea, si stemperava nella penombra a poche centinaia di metri dalla terraferma della penisola di San Giuliano. Una quarantina di anni prima era una lunga spiaggetta sabbiosa ambita dai ragazzi di Mestre che la raggiungevano in barca per farsi una nuotata, ora rimaneva soltanto un relitto oblungo alla deriva nella laguna, con la sabbia mangiata via dal moto ondoso e sostituita da una distesa di fanghiglia puzzolente coperta di rifiuti di plastica multicolore. Quanto a fare il bagno, se uno ci teneva alla salute, era meglio lasciar perdere.”


Un romanzo per non dimenticare il Petrolchimico

Marea tossica non avrebbe potuto avere migliore relatore di Gianfranco Bettin alla presentazione del 25 ottobre alla Libreria Ubik di Mestre. Ho contattato Bettin, memoria storica di Marghera ed esperto delle vicende del Petrolchimico (cito soltanto Petrolkimiko, Le voci e le storie di un crimine di pace, Baldini & Castoldi 1998, da lui curato, e rimando al post di anteprima della presentazione per ulteriori dettagli), perché non poteva che essere lui ad affiancarmi in questa prima uscita pubblica del romanzo. Gianfranco ha accettato con entusiasmo e sono felice di averglielo chiesto.
La presentazione è andata molto bene, la libreria era piena, in sala anche un magistrato e un sindacalista, un poliziotto e un giornalista, insegnanti e docenti universitari, ma soprattutto i due ex operai Vinyls protagonisti del documentario Il pianeta in mare di Andrea Segre di cui ho parlato diffusamente nel post dedicato alla recente proiezione del film al “capannone” del Petrolchimico, Nicoletta Zago e Lucio Sabbadin. Dulcis in fundo, in prima fila sedeva Maurizio Dianese, nerista del Gazzettino di Venezia e coautore proprio con Bettin di un importante libro sulla tragedia del Petrolchimico, quel Petrolkiller (Feltrinelli 2002) che è stata una tra le mie fonti principali di documentazione per le vicende narrate nel romanzo. Per chi fosse interessato alle mie fonti, rimando alla lunga Nota autore pubblicata all’interno di Marea tossica.
Una serata entusiasmante (probabilmente, anzi di sicuro sono di parte, e ci mancherebbe) che da sola mi ha ripagato della lunga e faticosa gestazione del romanzo. Una serata che Alessandro Tridello, l’appassionato libraio della Ubik di Mestre senza il quale l’evento non sarebbe stato possibile (e che si era poco prima scatenato con una vetrina “creativa” piena di Marea tossica) ha suggellato con un enorme sorriso di soddisfazione. Alessandro ha anche detto che sono “ormai il beniamino della libreria” e che “la Ubik di Mestre mi vuole molto bene”. Ricambio con affetto.

Ma andiamo con ordine. Bettin, come previsto, è stato un relatore davvero impeccabile che non solo ha dimostrato una grande padronanza delle tematiche legate a Porto Marghera e al Petrolchimico, ma anche una capacità di analisi del testo davvero fuori dal comune. Il lettore mi perdonerà se riporterò alcuni stralci dei suoi interventi (e di quelli del pubblico), un piccolo florilegio che ho potuto recuperare grazie a una registrazione di fortuna (e che ho tentato di riportare il più fedelmente possibile compatibilmente con le problematiche di trascrizione). Aggiungo che il suo intervento è stato accompagnato dalle letture di alcuni brani del romanzo fatte dalla bravissima Stefania dell’associazione Voci di Carta. Il virgolettato è di Bettin, salvo ove diversamente indicato.

«Tutte le inchieste di Aldani si configurano come interne alla tradizione del genere, ma poi acquistano significati molto legati alla storia di Venezia e in sintonia con l’attualità, come la vicenda del Mose o della banda Maniero o, come in questo caso, una vicenda, quella del Petrolchimico, di grandissima importanza, forse anche maggiore rispetto alle precedenti.»

«Se si potesse entrare dentro l’area del Petrolchimico come si va in qualunque altra parte della città si potrebbe percorrerla con precisione seguendo le dettagliate descrizioni del romanzo. Credo sia la più completa ricostruzione in chiave letteraria del paesaggio del Petrolchimico.»

«La scrittura di Catozzi è una scrittura generosa, che dà molto e che dice molto, una generosità di cui si giova il lettore

«C’è poi l’uso del dialetto, i cui inserti apportano un senso di vita autentica che entra dentro il romanzo e che si lega bene con l’italiano del resto della storia. Questo fa la differenza e profila il commissario Aldani dentro il variegato e ricchissimo panorama della narrativa noir. È spesso il dialetto bastardo che parliamo in terraferma, un mix del vecchio veneziano con apporti dalla città meticcia che siamo da sempre e che quindi tende a non irrigidirsi in una forma, a creare una certa musicalità che deriva dall’utilizzo, non da una struttura classica di lingua dialettale

«Un tipo di scrittura che fa funzionare il racconto, che trascina il lettore dentro la storia e affabula con la generosità della lingua e i dettagli delle descrizioni.»

«Nella scrittura prevale la ricchezza del racconto che non ha gli alti e bassi scanditi dalla secchezza delle frasi o dall’intensità dell’effettaccio splatter ma fa emergere l’intensità, l’effettaccio, o quella secchezza dalla materia stessa di cui l’autore parla tenendo un costante registro letterario e questo conferisce originalità e autenticità al romanzo

«Nella narrazione spicca il forte ruolo dei paesaggi, così come anche nei libri precedenti, in cui erano più centrati sulla Venezia storica o sulla laguna, mentre qui lo sono sulla città industriale, su Marghera, sia quella storica che quella dell’attuale fase di transizione

«In tutto il romanzo c’è un grande rispetto per la storia di una parte importante della città, per la storia di questa comunità e dei suoi personaggi. C’è il rispetto del commissario, dichiarato, ma c’è anche il rispetto specificamente letterario che si evince dalla grande cura e attenzione riservate ai personaggi, anche quelli apparentemente minori, nessuno di loro è trattato in modo sbrigativo. Il rispetto più importante che uno scrittore può dimostrare verso i propri personaggi è quello di scriverne bene, nel senso di usare le parole appropriate, scegliendo quelle giuste per descrivere proprio quella persona, non “gli operai”, ma “quell’operaio”, ciascuno nella propria, distintiva, specifica, diversa caratteristica. Ci saranno almeno una ventina di operai di quel mondo che vengono raccontati nel romanzo e tutti sono trattati in maniera molto accurata, che significa rispettabile, sulla pagina, evitando cioè i soliti luoghi comuni. Mi capita in questi mesi di girare sia per il film di Segre che per il mio romanzo e mi imbatto spesso nei luoghi comuni. Un buon modo, un modo forte dal punto di vista letterario per contrastare i luoghi comuni è quello di scrivere in modo appropriato

A questo punto mi sono sentito di commentare la felice concomitanza dell’uscita dell’ultimo romanzo di Bettin, Cracking (Mondadori, 2019), mentre stavo completando la revisione di Marea tossica, per non parlare della recentissima uscita del documentario Il pianeta in mare. Oltretutto, giusto il giorno prima Gianni Favarato aveva firmato su La Nuova Venezia un bel pezzo dal titolo “Il Petrolchimico e Marghera ispirano scrittori e registi” che riporto qui sotto con orgoglio.

Nell’articolo Favarato coglie la coincidenza dell’uscita di alcuni romanzi su Marghera e Venezia e del documentario. Un onore per me essere affiancato a scrittori di fama come Bettin e Ferrucci.
Favarato, fonte inesauribile su Porto Marghera, è peraltro il coautore di un altro libro essenziale per la documentazione di Marea tossica: Processo a Marghera. L’inchiesta sul Petrolchimico, Nuovadimensione – Ass. G. Bortolozzo 2002. Anche in questo caso rimando alla mia Nota autore in Marea tossica.

Commenta Bettin a proposito di queste coincidenze. «Speriamo sia un segno anche di attenzione più generale per Porto Marghera, questa è una fase importante della sua storia. Sono realista, ci sono grandi potenzialità e credo di intuire come si possa valorizzarle, dobbiamo spingere in questa direzione. I racconti, i film, i romanzi, i gialli, i noir, tutto serve per non dimenticare. Il nemico principale di Porto Marghera da un certo punto in poi è stato sempre la rimozione, l’indifferenza, il lasciare i lavoratori soli ad arrangiarsi. Ci sono qui Lucio e Nicoletta, Davide Camuccio segretario dei chimici CGIL di Venezia. Perché si sono dovuti inventare di tutto e di più per attirare l’attenzione sulla vertenza Vinyls? Perché la città l’aveva rimossa, aveva rimosso il Petrolchimico che soltanto pochi anni prima avrebbe potuto scendere in strada e bloccare l’intera area industriale. Oggi bisogna rilanciare l’enorme potenziale di Marghera. Magari anche leggendo un libro come questo, che attraverso il piacere di una storia noir, tra la curiosità di sapere come va a finire e personaggi a volte divertenti, ti costringe a chiederti anche di quell’altra storia.»

In finale di serata ci sono state alcune domande del pubblico. Ne riporto un paio.

Anthony: «Questa azione di depositare in forma scritta aspetti che non sono noti è importantissima. Nel romanzo ci sono brani di saggistica, ci sono approfondimenti sugli impianti e poi c’è la storia gialla, in questo modo la materia diventa leggera e scorre. Fuori da Porto Marghera si sa che esistono questi luoghi, ma non sono mai stati descritti così in dettaglio. In questo modo si creano storie, si crea “la” storia, che rimane.» E ancora: «I miei studenti mi chiedono spesso di organizzare una visita di sera agli stabilimenti. Noi da ragazzi ci andavamo di notte per vedere i camini illuminati

Anche io, ci andavo… Il fascino estetico del Petrolchimico.

Alberta: «Ho letto tutti e tre i romanzi di Catozzi e gli elementi del paesaggio, i momenti di dialogo non secco e scabro ma coinvolgente e le mato: «I sociali, fatte passare attraverso il vincolo di una storia noir, tutto questo mi ha sempre fatto pensare a Ed McBain, l’americano di origini italiane padre del police procedural. È veramente notevole per me vedere per la prima volta nel noir italiano tutti insieme questi elementi. Finora, così ben compenetrate tra loro, le avevo trovate solo lì

Aggiunge Bettin, che ho scoperto essere, al pari di Alberta, un grande appassionato dell’autore americano: «Con McBain c’è l’elemento della dimensione collettiva della squadra che è più forte che in altri autori. Una sorta di collettivo che è anche un microcosmo e nei romanzi di Catozzi questo c’è. Non c’è soltanto Aldani ma anche tutti gli altri personaggi della squadra, partendo da Manin per finire con il piemme. Anche la città, così come i luoghi, anche quelli non abitati, come la Marghera dell’abbandono, sono personaggi forti».

Mentre firmavo gli ultimi autografi, Nicoletta e Lucio mi si sono avvicinati per scambiare due chiacchiere. A un certo punto Nicoletta ha esclamato: «Il romanzo di Bettin, poi il film di Segre, poi il tuo romanzo, e tu lo leggi, con dovizia di particolari, che mi sembra di stare dentro agli impianti, che io li conosco tutti quegli impianti, ci ho lavorato 25 anni, li ho girati in lungo e in largo, e leggendo la tua descrizione, mi ci sono ritrovata. Dentro la mia testa il Petrolchimico era proprio così».

C’era un modo migliore di concludere la serata?

Michele Catozzi,  4 novembre 2019


Le Musiche, scelte da Claudio Tesser

Joy Division, No Love Lost [Joy Division]
Hilmar
Örn Hilmarsson & Sigur Rós, Approach / Dream [Hilmar Örn Hilmarsson]
Hilmar
Örn Hilmarsson & Sigur Rós, Memory [Hilmar Örn Hilmarsson]
Hilmar
Örn Hilmarsson & Sigur Rós, The Black Dog and the Scottish Play [Hilmar Örn Hilmarsson]
Hilmar
Örn Hilmarsson & Sigur Rós, Degradation [Hilmar Örn Hilmarsson]
Hilmar
Örn Hilmarsson & Sigur Rós, Over the Band [Hilmar Örn Hilmarsson]
FKA twigs, Home wit you [FKA twigs, Ethan P. Flynn]
Hilmar
Örn Hilmarsson & Sigur Rós, Shave [Hilmar Örn Hilmarsson]
Hilmar
Örn Hilmarsson & Sigur Rós, On the Road [Hilmar Örn Hilmarsson]
Hilmar
Örn Hilmarsson & Sigur Rós, Another Memory [Hilmar Örn Hilmarsson]
Nine Inch Nails, Eraser [Trent Reznor]
Hilmar
Örn Hilmarsson & Sigur Rós, Bium Bium Bambalo [Hilmar Örn Hilmarsson]
FKA twigs, Fallen Alien [FKA twigs, Ethan P. Flynn, CY AN, Nicholas Jaar]
Hilmar
Örn Hilmarsson & Sigur Rós, Journey to the Underworld [Hilmar Örn Hilmarsson]
Sigur Rós, Ba Ba [Sigur Rós]
How To Destroy Angels, The Space In Between [How To Destroy Angels]
Tribalism3 (Yann Joussein, Olivia Scemama, Luca Ventimiglia), 5543 [Yann Joussein]
Rage Against The Machine, Killing In The Name [Rage Against The Machine]
Hilmar
Örn Hilmarsson & Sigur Rós, Helpless [Hilmar Örn Hilmarsson]
Hilmar
Örn Hilmarsson & Sigur Rós, Te Morituri [Hilmar Örn Hilmarsson]
How To Destroy Angels, BBB [How To Destroy Angels]
Tash Sultana, Jungle [Tash Sultana]
Nick Cave & The Bad Seeds, Hollywood [Nick Cave]
Sigur Rós, Ti Ki [Sigur Rós]
Billie Eilish, bad guy [FINNEAS & Billie Eilish]
FKA twigs, May Magdalene [FKA twigs, Nicholas Jaar]
Carla Bley & Paul Haines, Rawalpindi Blues [Paul Haines]

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<![CDATA[Rap e cassa: dalla disco fino alle contaminazioni deep house]]>

Ok, allora iniziamo con le cose semplici.

Domenica 1 marzo ad Indica facciamo una puntata dedicata al rap che si mischia con la deep house. Ce ne siamo accorti quando abbiamo messo assieme i pezzi, musicali. Bando di Anna, Ghali con Boogieman (feat. Salmo) e Extasy, Madame con Baby. Tutti pezzi usciti di recente e figli di quel Ho Paura di Uscire 2 di Salmo e Lazza della scorsa estate sul Machete Mixtape 3. Tutti brani dove si rappa sopra a beat deep house, o dal sapore simile, genere che una volta morta l’Edm (quella di Guetta, Swedish House Mafia, Avicii e Calvin Harris) sta prendendo piede come nuova wave mainstream, si ascoltino i successi di Fisher - Losing it, oppure Meduza - Piece Of Your Heart. Il rap italiano, la scena urban, lo fanno loro.

La settimana scorsa arriva poi la conferma di questo indirizzo da un nome con un certo peso, Salmo. La stessa week esce Shiva con un remix di Blue degli Eiffel 65 chiamato con grande originalità Auto Blu.

Vorrei far porre la vostra attenzione su due nomi che torneranno poi in questo articolo: Mace (produttore di Ho Paura di Uscire 2 e Ghali) e Crookers (produttore di Madame).

La storia dell’unione fra musica rap e dance però ci porta indietro. Perché se è vero sia possibile rappare su ogni sound è anche vero che i beat migliori non sono mai così scontati, e urban ed elettronica sono generi che hanno nel DNA la contaminazione e il cambiamento costante fin dagli albori. Tenetelo a mente.

Bene, andiamo col viaggio..

Anni ‘80 e ‘90: la storia del rap sui quattro quarti inizia fra la fine dei ‘70 e i primi anni ’80. Sputare parole sopra un beat viene partorito nei block party e il primo singolo a sfondare le classifiche è Rapper’s Delight della Sugarhill Gang, girando sul campione strumentale di Good Times degli Chich. Sono però gli 80’s che vedono un genere veramente elettronico ad incontrare la voce degli MC: a fine eighties I'll House You dei Jungle Brothers ha la produzione di Todd Terry e si crea l’Hip House.

Nei ‘90 invece l’eurodance spende le sue carte e la sua velocità portando nelle classifiche Ice Mc che assieme ad una giovanissima Alexia fanno sudare il mondo intero con Think About The Way. In Germania invece gli Snap! fra The Power e Rhythm is a Dancer pensano a dare la loro controparte aumentando esponenzialmente quel quid che lega 4/4 e rap: nato nei party ed evoluto in tali contesti. Ci mettono la loro pure gli Scooter (sempre tedeschi, paese dove la dance è un genere diffuso come state capendo) che fra 2003 e 2004 fanno uscire Weekend e One (Always Hardcore).

Anni 2010-2020: facciamo un salto temporale che manco Avengers Endgame ed andiamo sulla fine della prima decade del 2000.. Nel 2009 David Guetta produce I Got A Feeling per i Black Eyed Peas e fa un doppio macello: dà il via alla Edm e al contempo resuscita nel mainstream il connubio rap e dance. Inizia la serie di collaborazioni che vedranno sulle sue strumentali le maggiori star dell’urban americano: da Akon in Sexy Bitch a Where Them Girls At feat. Nicki Minaj e Flo Rida. Lo stesso Flo Rida campiona Blue per Sugar nel medesimo periodo, una decade prima di Shiva.

Nel mondo commercial della musica occidentale viene così sdoganata da Guetta la collaborazione fra pop dance e urban: basta nomi sconosciuti, solo nomi di pregio per fare ancora più hype e passaggi nei dancefloor e nelle radio, processo che culmina per David con la produzione del singolo Who's That Chick? (2010) assieme a Rihanna e col remix di Wet (2011) di Snoop Dogg, a cui aggiunge il synth di Felix - Don't You Want Me. Impossibile poi non citare il Bob Sinclair post french touch di Rock This Party (2006) e Sound of Freedom (2007), dove oltre a campionare classici anni ’90, rispettivamente Gonna Make You Sweat (Everybody Dance Now) -  C+C Music Factory e Everybody is Free - Rozalla, si rappa a dovere.

Ma è in Italia che si muove qualcosa di ancora più particolare: la fidget house degli italianissimi Crookers (vedete che tornano!) sbuca dal nulla sul piano internazionale remixando nel 2008 Day ‘n Night di Kid Cudi e porta l’allora duo a fare uscire nel 2010 Tons Of Friends, dove è contenuta una hit assoluta dei dancefloor italiani: Festa Festa con Fabri Fibra and Dargen D'Amico.

Il passaggio fra prima e seconda decade 2000 in Italia si caratterizza molto per il mix fra rap e beat adatti ai club. Spesso questo dipende dalla verve discotecara e zarra dei rapper di casa nostra: come non evocare i Club Dogo di Spacco Tutto e D.D.D. (Che Bello Essere Noi, 2010) o Erba del Diavolo (Noi Siamo il Club, 2012), dove campionano i Datura e La Furia proclama esplicitamente: «Sono l'eletto electro cresciuto con la techno col cuore a centottanta Bpm dentro al petto». Questo processo avviene nonostante i puristi del genere siano indignati come gli ospiti del sabato pomeriggio di Canale 5. Ad esempio alla presentazione di Noi Siamo il Club a Padova mandano in vacca l’instore iniziando ad inveire contro i Dogo col solito «siete dei venduti». Insomma, l’asilo. Il rap è nato nei block party facendo bordello. Dai, su, le basi.

Anche Marracash non ci pensa due volte ad entrare in pista e la produzione del secondo album Fino a Qui Tutto Bene (2010) vede le mani dei Crookers, Bloody Beetroots e Don Joe che imprimono l’anima clubbin all’intero lotto, elettronica pesante, distorta e cupa. Ritroviamo il Marra zarro nel successivo King del Rap (2011) coi pezzi In Faccia (dove Don Joe campiona l’hardstyle di D-block & s-te-fan - Music Made Addict) e Giusto un Giro (con Emis Killa). La storia continua col singolo La Tipa del Tipo assieme al fidato Tayone e Crack (da Status, 2015) giungendo a sonorità filo techno.

A sugellare il rapporto di piacere fra rap italiano e discoteca viene coniato dai Dogo in Chissenefrega (In Discoteca) (Noi Siamo il Club) il termine zarrogante.

In quel cambio di decade ci sono altri protagonisti della corrente. Nel 2008 esce l’inno di ogni festa universitaria che si rispetti: Useless Wooden Toys - Teen Drive In in feat. con Bassi Maestro e remixato da Spiller; Fibra in Controcultura (2010) caccia una mina colossale, hit che anche i genitori conoscono, con Tranne Te, a cui segue Le Donne (Roofio Remix); nel 2012 da una nuova collaborazione con i Crookers vieni fuori l’Italiano Balla. I Two Fingerz, formati da Roofio e Danti, se ne escono coi banger Hey Dj (Disco Nuovo, 2010), per portare al massimo il concept con Mouse Music (2012). Ascoltare per credere Mouse Music feat. Alex Farolfi e Questa Musica. L’anno successivo è la volta di un altro grande anthem dei party universitari: Bocciofili di Dargen D’amico, Fedez e Mistico; i primi due artisti già da tempo bazzicavano sonorità dance ma con questo singolo fanno faville.

Non meno importante il progetto curato da Mace (vedete che pure lui torna!) ovvero RESET! Il collettivo elettronico esce nel 2013 con l'album Future Madness che include la partecipazione di Gué Pequeno, Emis Killa, Noyz Narcos, Clementino, Ensi e Ghemon.

Dopo il 2015 è il tempo della svolta, di quelle talmente radicali da fare piazza pulita. Se è chiaro che il mondo urban italiano risponde a dovere alla wave guettiana a cavallo degli anni '10, risponde con più ritardo all’onda della trap che nel frattempo era cresciuta dismisura negli States e in Uk. Nel 2015 e nel 2016 Sfera, Dark Polo, Ghali, Wild Bandana e Love Gang mandano a casa un presente che nel giro di qualche mese si fa passato. Il suono diventa cupo nelle produzioni di Sick Luke e Charlie Charles, poi colorato e ora essenziale e scarno per aderire ad un urban di matrice trap che ha conquistato il pop, assieme all’indie leggero di Giornalisti, Calcutta e derivati.

Questi ultimi sono i primi a tornare ad avere il 4/4 nei beat, forgiando con esso l’indie pop che tutti conoscono. Esempi? Oroscopo di Calcutta (2016), Riccione dei TheGiornalisti e Sayonara di Gazzelle (ambedue 2017). Franchino 126 e Carl Brave sono il trait d’union fra i due sound e in un certo senso trasferiscono le sonorità dell’indie pop alla trap più leggera. Da qui forse - e dico forse - viene una parte della spinta che porta a tornare a rappare su beat in 4/4, gli altri motivi sono quasi sicuramente Ho Paura di Uscire 1 di Salmo (fine 2018) e il revival de l’Amour Toujours e di una certa dance maranza che fino a 15 anni prima era di rigore su m2o, Discoradio (la radio che diffuse per prima il sound di Blue nel Belpaese), Rin e su spazi web come Danceteque (qui parte una nostalgia che più che canaglia è criminale, perché, si, anche l’italodance ha avuto la sua bella sottocultura fatta di stilemi, gemme rare, notizie da insider e una comunità grande quanto lo stivale). Quest’ultimo influsso lo vedi nella citazione a D’agostino in Polo Nord (C+N Progressive Mix) (2019) di Massimo Pericolo, dove si riprende l’inizio di In My Mind (2018) di Gigi e Dynoro, oppure nel tiro hardstyle di Criminali (2019), fusione di Massimo Pericolo, Speranza, Barracano, ambedue i brani con dietro i Crookers, i quali risultano di fatto i promotori del mix rap/dance italiano, un po’ i nostri Guetta ma più raffinati. Da segnalare i Fuera con Vertigine.

E cosi, nel men che non si dica, arriviamo al 2020, ad inizio articolo, dove, ricordiamo, l’Edm viene meno, prende piede la deep house fra ’18 e ‘19 (chiamata così per via del sound dove le frequenze basse sono assai presenti) e il rap in Italia vi trova nuova fertile contaminazione.

Volendo fare un ragionamento finale a questo recap storico, è lampante come sia nella disco della Sugarhill che in Bando di Anna la componente ludica, festaiola, zarra, nonché la contaminazione e cambiamento costante facciano parte del DNA del rap fin dalle sue origini, fin da quando nei ghetti USA i block party combattevano emarginazione, povertà, razzismo, solitudine sociale e pochezza di mezzi con un mixer, due dischi e un microfono, lanciando frasi ad effetto per incitare la gente nel dancefloor. Divertire per alleggerire, pensare, e agire. I club banger fanno parte del rap quanto tutto il resto. No fun, no change.


Se volete ascoltare tutte le canzoni citate, a voi la playlist Spotify

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<![CDATA[Camminare Raccontando - La Battaglia di Eddie]]>

Sono i primi mesi del 2019 e a contribuire al gelo invernale, come un doccia fredda, tornano in auge parole come sorveglianza speciale e divieto di dimora. È quello che ha chiesto la procura di Torino per cinque persone, esponenti della cosiddetta area antagonista. I cinque sono militanti No Tav e del centro sociale Askatasuna: in passato sono andati, in tempi diversi, in Siria per unirsi alle Ypg, le “Unità di milizia popolare” curde che combattono, fra l’altro, contro l’Isis oppure c’è chi è andato in Rojava come civile, a documentare ciò che di drammatico stava succedendo. Già qualche mese prima la stessa sorte era toccata ad un altro giovane, un combattente sardo, anche per lui: “sorveglianza speciale”.
Qual è la colpa? In sostanza essere stati in Siria del nord a supportare la rivoluzione confederale e la guerra di liberazione contro lo Stato Islamico (Isis). C’è chi, infatti, ha combattuto contro Daesh, arruolandosi come volontaria e volontario nelle fila delle YPJ, le Unità di protezione delle donne, e YPG, Unità di protezione del popolo,. Jacopo invece è stato volontario nelle strutture civili della rivoluzione e, come mediattivista, ha denunciato e raccontato dal campo l’invasione turco-jihadista del cantone di Afrin, con i crimini di guerra commessi dall’esercito di Ankara e dalle bande jihadiste sue alleate. Prima e dopo l’esperienza in Siria, a Torino, tutti sono sempre stati attivi nelle lotte sociali, per il diritto all’abitare e contro lo sfuttamento e la precarietà, e ambientali, come quella contro la grande opera inutile e dannosa dell’Alta Velocità Torino-Lione. In questo, secondo l’assurdo teorema costruito da polizia e magistratura nei loro confronti, consisterebbe la loro pericolosità sociale.

Passa qualche mese, arriva l’estate Davide, Jack di Torino e Luisi in Sardegna vengono assolti. Ma per altre tre persone, Maria Edgarda Marcucci, Paolo Andolina e Jacopo Bindi, sono necessari degli approfondimenti. Si torna alla solita litania: secondo la Procura aver fatto parte di quelle organizzazioni portano al timore che, tornati in Italia, potessero sfruttare le loro nuove conoscenze in materia di armi e guerriglia. È il 16 dicembre 2019 e il Tribunale di Torino si riserva di prendere una decisione entro 90 giorni, nel frattempo l’emergenza sanitaria che attraversa l’Italia paralizza gran parte del Paese, non è così per il tribunale di Torino e mentre ci si appresta a ricordare il primo anniversario della caduta di Lorenzo Orsetti, il combattente italiano ucciso dall’Isis a Baghouz, come una scure arriva la sentenza.
Viene condannata a due anni di sorveglianza speciale Eddi come viene chiamata Maria Edgarda Marcucci, unica donna del gruppo dei cinque attivisti per i quali era partita la richiesta di provvedimento. Gli altri sono Paolo, Davide, Jacopo, Fabrizio, per loro la richiesta è decaduta in diverse fasi del dibattimento giudiziario.

Più volte come Yabasta Edi bese abbiamo raccontato la loro vicenda e l’assurdità di un provvedimento coercitivo, lesivo di diritti di base, risalente al periodo fascista e reazionario nel merito e nel metodo.
Oggi ci troviamo di fronte a questa gravissima decisione finale e alle conseguenze estremamente pesanti per Eddi.
La norma della sorveglianza speciale, di origine fascista, prevede gravi limitazioni della libertà di espressione, riunione, movimento, azione e comunicazione con l’esterno da parte dei soggetti interessati. Fatto ancora più grave, la norma viene applicata in assenza di reato, ma come valutazione soggettiva del magistrato riguardo la presunta “pericolosità” definita secondo motivi politici e di opinione del sorvegliato speciale.
Quello che si vuole colpire è il dissenso, in quanto le accuse si basano sulla partecipazione a iniziative pubbliche (presidi, azioni), senza che queste si siano trasformate in denunce ma solo in segnalazioni della Digos.
Eddi è stata considerata «socialmente pericolosa» perché dopo la sua esperienza in Rojava avrebbe partecipato ad altre iniziative politiche considerate “reato”.
Eddi, viene oggi punita per la sua storia di militante del movimento No Tav e delle lotte anticapitaliste nella città di Torino. In particolare tra le motivazioni vi sarebbe la sua partecipazione a un’iniziativa di protesta pacifica presso la Camera di Commercio di Torino contro la vendita di armi alla Turchia.
Si tratta di un gravissimo atto contro una donna che ha rischiato la vita contro il jihadismo e l’Isis, per proteggere le donne e i civili contro l’aggressione turca, proprio da parte di uno stato che non ha un mosso un dito contro le guerre di Erdogan e che anzi, nonostante le promesse non mantenute, non ha mai smesso di vendergli armi.
Ci si accanisce contro l’unica donna del gruppo perché attiva nelle battaglie per il lavoro precario sottopagato, contro la guerra turca in Siria e in Non Una Di Meno.
È scandaloso che a una persona come Eddi si dia una misura del genere seguendo una procedura che non assicura le garanzie di uno stato di diritto e deriva dal ventennio fascista.
Eddi, nella coerenza della sua militanza, ha scelto di andare a fornire supporto a una causa dall'altissimo valore umano, la Rivoluzione del Rojava, basata sulla democrazia dal basso, l’ecologia, la liberazione delle donne e la convivenza pacifica tra i popoli.
Ha sostenuto la resistenza curda contro gli jihadisti del sedicente stato islamico, finanziati e armati dalla Turchia di Erdogan, alleato della NATO, contribuendo a dare una luce di speranza a popolazioni, a donne, uomini e bambini, che da anni vivono nel buio e nella barbarie che hanno investito la Siria dallo scoppio della guerra civile.
Lo Stato italiano, che dopo aver fatto proclami roboanti sulla fine del commercio di armi con la Turchia ai quali non è seguita alcuna azione concreta, oggi mantiene rapporti con il dittatore Erdogan che nel suo delirio neo-ottomano conduce una guerra di aggressione in violazione della legalità internazionale e il cui esercito, con l’aiuto dei mercenari islamisti suoi alleati, commette quotidianamente crimini di guerra e violazioni dei diritti umani e crea centinaia di migliaia di profughi.
Ci si riduce così a condannare alla sorveglianza speciale una donna che ha lottato e combattuto non solo per i suoi ideali, ma difendere quei valori umani e democratici cui tanto aspiriamo.
Continueremo a portare avanti la voce e la memoria delle partigiane e dei partigiani caduti per la libertà. Facciamo nostre le parole di Eddi: «a ciascuna le sue battaglie, per tutte la vittoria!».

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<![CDATA[Queer Code - Puntata 1]]>

Le donne hanno sempre pensato.
Le donne hanno sempre parlato e scritto.
Le donne hanno sempre lavorato.
Le donne hanno sempre subito.
Le donne hanno sempre lottato.
Ciò che nella storia viene letto e narrato come una concessione della società alle donne ed ai corpi in lotta in realtà è stato per anni terreno di lotta.
Nessuna concessione, si tratta di diritti conquistati a spinta. A partire dal diritto al voto, al poter svolgere lavori da maschio vs lavori da femmina, dal divorzio al poter parlare in pubblico, dal diritto all'aborto al sex working.
Le donne e tutte le soggettività non binarie che escono dalla norma eterosessuale, hanno sempre messo le bombe e spaccato le vetrine, senza ferire nessuno. E hanno fatto scontri con la polizia. E sono state incarcerare e sono state uccise.
E continuano a venire uccise oggi, continuano a subire violenza fisica e verbale, continuano a venire escluse dai diritti e dalla storia. Così come ne vengono escluse tutte quelle esistenze che escono dalla norma eterosessuale, soggettività gay, lesbiche, bisex, transgender, queer, non binarie. Quello che il capitalismo non può sfruttare per i suoi scopi produttivi viene reso invisibile, nient'altro che polvere da nascondere sotto il tappeto.
Non siamo polvere, siamo una tempesta di sabbia. Non siamo invisibili, siamo favolose.
Per questo abbiamo deciso di mettere a disposizione le nostre voci, quelle di compagne e compagnu che lottano e costruiscono alternativa ogni giorno, per approfondire alcune tematiche e dare spazio alla storia, ai concetti, alle istanze, alle espressioni artistiche e al pensiero di migliaia di donne e di soggettività non conformi, che vengono escluse dalla narrazione odierna.
E parleremo di queer. E parleremo di riproduzione sociale. Parleremo della lotta collettiva e di quella individuale, che ognuna o ognunu porta avanti nel quotidiano, contro una società che sminuisce, rende stereotipato o invisibile, che violenta i nostri corpi non conformi. Ancora di più questo succede oggi, all'interno dell'emergenza causata dal virus, momento in cui l'isolamento e l'incertezza del futuro hanno preso il sopravvento.
Così vogliamo consolarci. Così vogliamo mantenere i legami. Così vogliamo essere pronte e prontu per la battaglia che dovremo portare nelle piazze un domani.
Seguiteci su Radio Sherwood, dedicheremo alcuni minuti della normale programmazione per provare a riconoscerci insieme.
Il primo tema che vogliamo affrontare è quello del NON BINARISMO DI GENERE, ovvero uno dei più grandi stereotipi di questa società.
Esistono cose da maschio e cose da femmina? La risposta ovviamente è NO!

Qui sotto i brani, di lato il podcast

Ana Tijoux - Antipatriarca

Management del dolore post-operatorio - Il mio giovane e libero amore

Against Me! - Transgender Dysphoria Blues

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<![CDATA[Don't panic, stay Sherwood - consigli di lettura]]>

Che non ci siano più le mezze stagioni, sarà pure vero nella realtà. Ma non in letteratura. E allora, ecco quattro speedy consigli letterari dedicati.

 

 

Primavera

Milk and honey
di Rupi Kaur

Che non lo mettiamo un libro di poesie per la questa stagione? E allora eccone qui uno abbastanza recente. Molto piacevole pure graficamente.

 

Estate

Il buio oltre la siepe
di H. Lee

Non che abbia bisogno di presentazione ma magari di una nuova lettura, no?

 

Autunno

Le notti di Salem
di Stephen King

Perché l'autunno non è solo foglie colorate e passeggiate. Il suo lato dark offre appasionanti spunti letterari.

 

Inverno

La tana
di Gabrielle Filteau-Chiba

Un diario di 15 giorni per narrare un'esperienza al limite della sopravvivenza tra ghiaccio, neve e temperature spaventosamente sotto zero.

E voi? Che altro proporreste?

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<![CDATA[La Penultima Ruota del Carro - Puntata 1.1 ]]>

Di come quella volta che i penultimi hanno aggirato con naturalezza la finta quarantena dichiarata da Boris "Godunov" Johnson e, scorrazzando lungo il Tamigi, hanno trovato un doppelgänger del Dottor Blaster intento a pescare una trota. Come dite? non ci sono trote nel Tamigi? Forse no, ma le increspature sulla superficie dell'acqua sono verissime e sono prodotte dalle vibrazioni di un autentico sommovimento culturale: la nuova scena jazz londinese, qualsiasi cosa quest'etichetta possa voler significare, è un movimento artistico a trecentosessanta gradi che merita (e sta fortunatamente ricevendo) il massimo dell'attenzione. Con senso critico da penultimi, i carristi provano a metterci del loro e, per il capitolo della loro maggiore età, realizzano uno speciale monografico dedicato alle musiche più eccitanti della capitale oltremanica.

In copertina, le fenomenali Nérija.

Qui sotto i brani, di lato il podcast:

KOKOROKO - Carry Me Home (single, 2020)

Nérija - Where It Ends And Begins (single, 2019)

Moses Boyd - B.T.B. (da Dark Matter, 2020)

Sarah Tandy - Nursery Rhyme (da Infection In The Sentence, 2019)

Shabaka And The Ancestors - The Coming Of The Strange Ones (da We Are Sent Here By History, 2020)

The Comet Is Coming - Space Carnival (da Channel The Spirits, 2016)

Yazz Ahmed - Ruby Bridges (da Polyhymnia, 2019)

GoGo Penguin - Bardo (da A Humdrum Star, 2018)

Makaya McCraven feat. Joe Armon-Jones, Theon Cross, Nubya Garcia - Run 'Dem [da Where We Come From (CHICAGOxLONDON Mixtape), 2018]

Yussef Kamaal - Joint 17 (da Black Focus, 2016)

Nubiyan Twist fea. Mulatu Astatke - Addis To London (da Jungle Run, 2019)

Binker and Moses - Intoxication From The Jahvmonishi Leaves (da Journey To The Mountain Of Forever, 2017)

Sons Of Kemet - My Queen Is Albertina Sisulu (da Your Queen Is A Reptile, 2018)

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<![CDATA[Heart and Soul Mix Session :: Valentino Borgia dj]]>

Esiste, vive da sempre quella strana musica che mai ha cessato di attirarti. Per quanto tu cerchi di sondare nel suono a venire, di adattarti al ritmo di un ballo futuribile e distante, basta una singola nota giunta da un passato talmente denso di esperienze e armonie, sguardi e gesti, lineamenti e sogni vissuti, che quella danza a piedi nudi risulta essere l'unica possibile. Tu stesso hai trascorso le notti del tuo passato davanti al mixer raggruppando lungo il nastro magnetico di decine e decine di cassette prima, e altrettanti cd poi, quei suoni che ora stai riascoltando con un misto di nostalgia e sconfinata tenerezza. Suoni e volti, si diceva, quelli di chi ti era sempre vicino nei lunghissimi week-end colorati all'inverosimile di blu notte, di alba arancione, del rosso fuoco della pelle, delle mille sfumature dei drink e del rassicurante saluto di chi quei colori ti permetteva di viverli in sicurezza, nella loro sfrenata e irruenta pienezza, Valentino Borgia.

Tutti coloro che negli anni '80 regolavano il loro orologio vitale del fine settimana sull'ora del TAG di Mestre, non potevano non trovare all'entrata una figura che si distingueva per la finta durezza indossata con lunghi spolverini o giubbotti di pesante pelle nera. E' così che ho conosciuto Valentino Borgia, dj, agitatore della scena notturna mestrina, veneziana e padovana con il TAG, l'ex cinema Nazionale prima e il Banale poi e molto altro lungo un tragitto professionale di decenni. Un piglio da duro dietro il quale si nascondeva un'anima capace di mostrare vera amicizia, la stessa che ci lega da oltre trent'anni.

Il tempo passa e trasforma le esperienze in cari e bellissimi ricordi. Valentino Borgia ora è coproduttore del progetto SoundChef, opera come sound designer per ristoranti di alta fascia, forte anche di un'esperienza ventennale a stretto contatto con alcuni chef stellati e frequentatore abituale di molte location esclusive in Italia ed Europa.

Il passato però non lo scorda e di tanto in tanto lo riporta alla luce con un dj set che racchiude alcune piccole perle ancora luccicanti di passione. Eravamo animali notturni dal battito accellerato e l'anima in tumulto, il tempo ha forse placato la nostra insaziabile ansia di vita anche se continuiamo costantemente ad affacciarci sul limitare di quel confine impossibile tra il cuore e l'anima, alla ricerca della stretta di una mano mercenaria.


Valentino Borgia Heart&Soul playlist:

:: Potete ascoltarlo  in streaming qui a destra::

William Borroughs - reading
Tuxedomoon - lightbulb overkill
Nicky Mono and Minimal Compact - dancing in barefoot
Portished - roads
New Order - truth
Crime and the City solution - the adversary
Echo & the bunnymen - all my colours
Fad Gadget - life on the line
Renegade sound wave - funky dropout
The Darkside - don't stop the rain
Xtc-dear - god
Kas Product - loony bin J
Joy Division - heart and soul
Jesus and mary chain - just like honey
Krisma - thank you
New Order - doubts even here
William Borroughs - reading

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<![CDATA[Tregua Mai - Marco Pandin e il progetto F/Ear this! ]]>

Quelli nati da poco, quelli che giungevano dalle frastornate spiagge del rock esausto, quelli che ancora pogavano sotto i palchi ricoperti di sputi scaduti, quelli già fuori tempo massimo e affascinati dalla nuova scintilla, tutti attratti dal fulgore luccicante di un'anima nuova che si esprimeva attraverso più lingue, molte delle quali legate a stili e mode ben definite. La storia si ripeteva, ciò che venne conosciuto come inedito verbo musicale sarebbe divenuta l'ennesima moda alla quale ci si sottometteva con superba e inconscia austerità. Esisteva comunque una zona in cui l'ombra si allungava ulteriormente e non era l'ombra cara agli amanti del gotico. Periferie, quartieri operai, disoccupazione, vita difficile, impegno politico, gioventù cresciuta nel disagio, nuova generazione pronta alla vera rivolta anarchica, lontana dalla divise e dai lustrini, immersa nella dura realtà impermeabile alle mode. Questa è una storia che viene tramandata da generazione a generazione, quella di una gioventù che mai si concesse tregua.

Il 1987 è stato un anno magnifico - in realtà molte annate lo sono state in quei tempi -per la quantità e qualità di opere discografiche che uscivano e riuscivano a stupirci. In quell'anno per esempio usciva “Substance” dei New Order, cito un disco (quasi) a caso. Il mondo della tendenza musicale si ritrovava in piena rivoluzione, il punk era ormai musica sdoganata ma non tutti i giovani che si sentivano parte di questo movimento ci si ritrovavano a loro agio.

Gli anni Ottanta sono un discorso complicato del quale la colonna sonora rappresenta soltanto una parte, anche se molto importante. Era la musica che abitava nelle nostre orecchie di ventenni, trovo che l’argomento meriterebbe un approfondimento ed un minimo di introduzione storica. Ma penso anche che raccontare un gruppo, una corrente, una moltitudine, sia un’impresa che riesce solo agli scrittori più dotati, o ai poeti. Io posso impegnarmi a raccontare attraverso una lettura critica dei miei ricordi, incontri ed esperienze quello che di me stesso sono riuscito a capire in questi anni - ed anche questa è una cosa mica facile. Ci provo. I miei compagni ed io eravamo gente semplice: ascoltavamo e leggevamo di tutto, macinavamo tutto e inghiottivamo tutto. Ci incuriosiva tutto. Mi sembra importante questa cosa che dici, cioè che allora noi ragazzi ci si stupiva di quella musica: era la reazione più spontanea. Certa letteratura certa pittura certa musica dopo il Sessantotto dai musei e dai palazzi dei ricchi si riversavano nelle strade e diventavano forme di cultura accessibile e condivisibile, quando appena pochi anni prima che io e te nascessimo c’erano stati il fascismo e la guerra e la voglia di libertà si pagava con il carcere se non con la vita. I miei genitori volevano per me quello che loro non avevano avuto - tipo una certa pace e giustizia sociale, un tetto sotto cui non temere bombe, pasti più o meno regolari e sani. Hanno sempre cercato di sostenermi, così hanno dato ascolto alla vecchia preside delle scuole medie che insisteva per farmi proseguire gli studi. Frequentare le scuole superiori era segno di una certa emancipazione sociale: si supponeva imparassi delle cose utili al mio futuro lavorativo e così è anche stato, ma lì dentro ho imparato di più dagli incontri e dagli scontri ideologici, dagli scambi, dalle letture. Bruce Springsteen in “No surrender” dice press’a poco: “Da una canzone di tre minuti abbiamo imparato più di quanto ci è stato insegnato a scuola”. Per me è stato proprio così: mi è sempre piaciuto leggere e ascoltare musica e soprattutto mettermi a curiosare tra i testi delle canzoni, se ci penso sono stati questi la mia letteratura. La mia fortuna è stata incontrare qualche insegnante giusto che mi ha indirizzato verso alcuni libri giusti e capitare nel mezzo di ambienti giusti. Mi sono ritrovato a bazzicare gli anarchici frequentando le radio libere e i giri marginali in città, c’era una libreria anarchica a Venezia proprio sulla strada fra piazzale Roma e l’università, poi ho incontrato il punk e conosciuto di persona vari gruppi anarchici inglesi tipo Crass, Flux of Pink Indians, Poison Girls che il mio gatto proprio detestava, e tutte le ragazze e ragazzi strani e meravigliosi conosciuti ai concerti, i Raf Punk a Bologna, il Virus, il Victor Charlie, il Tuwat, Franti, Kina, Detonazione… Quello che sono è un insieme di tante cose, che ognuno di questi incontri mi ha lasciato dentro. Una canzone ciascuno, o anche solo un pezzetto, una scheggia, una scintilla.

Come ben descrivi nella presentazione della nuova edizione di “F/Ear this!”, esistevano giovani assai più coinvolti socialmente e politicamente che non accettavano quelle, per loro, nuove mode. Tu eri uno di questi. Raccontaci chi eravate e come vivevate questo vostro comunque sentirvi contro, anche contro quella nuova onda che aveva invaso la vita e gli ascolti di moltissimi giovani non omologati.

Beh sì, a Venezia noi eravamo ragazzi fortunati: erano aperti in città degli spazi sociali importanti come biblioteche e piccoli teatri, si organizzavano parecchi cineforum a pochi soldi, la Fenice spalancava abitualmente le porte agli studenti durante le prove generali. Alle varie feste dell’Unità e dell’Avanti! venivano a suonare spesso dei musicisti importanti, come pure ai raduni dell’estrema sinistra. Penso che soprattutto grazie alle radio libere a partire dalla metà degli anni Settanta si sia potuta ascoltare nel nostro paese parecchia musica strana: contaminazioni, esperimenti, o più semplicemente cose fatte in paesi lontani che avevano forme sonore inaudite. Bologna e Padova erano città grosse dove accadevano concerti e si organizzavano raduni, ed erano a facile portata di treno. Anche a Mestre e dintorni erano stati aperti alcuni negozi di dischi: certi erano gestiti da gente giovane e trattavano materiale d’importazione per cui non era difficile mettere mani ed orecchie su musicisti e produzioni musicali indipendenti. Sin dai primi anni Settanta era nata e si era sviluppata in Italia un certo tipo di stampa a target giovanile: era possibile trovare dei fari o degli specchi in edicola e in libreria, e quindi era relativamente facile trovare informazioni o, senza pretendere così tanto, almeno del materiale infiammabile per innescare disastri con la nostra fantasia. Ma ogni rivista, ogni giornale, ogni libro, ogni cassetta, ogni disco avevano un prezzo: questa che adesso suona come una banalità costituiva invece un problema insormontabile per chi come me non aveva soldi, o non ne aveva abbastanza. Non mi vergogno affatto nel confessare che ho rubato parecchi dischi e libri che diversamente non avrei potuto conoscere. E la povertà aggiungeva oppressione all’oppressione che già vivevamo: gli anni di piombo, i posti di blocco, le bombe nelle piazze e gli attentati sui treni, il dilagare dell’eroina. Posso riassumere brevemente la lista di prospettive sociali che ci venivano offerte: dopo la scuola c’era il servizio militare obbligatorio, bisognava trovarsi la morosa, trovare un lavoro, sposarsi, fare figli. Nei momenti liberi dai turni in fabbrica si poteva giocare a carte al bar sotto casa, oppure darsi ad altri passatempi tipo alcool e sigarette, droga più o meno pesante, giornali porno, teppismo gratuito, rincoglionimento davanti alla televisione: era il non futuro dei Sex Pistols. A me francamente stavano sul cazzo - mi stava sul cazzo che col mio non futuro ci facessero dei dischi e lo vendessero ai ragazzini. Questo non futuro mi stava molto stretto alla gola, e un giorno parlando con il mio amico Franco viene fuori che stava molto stretto alla gola anche a lui. E stava stretto anche a Mauro, a Sandra, a Ermanno, a Rosa, a Loris, a Giovanna a parecchie altre ragazze e ragazzi amici miei: nel disegnare il nostro destino sembrava si fossero completamente dimenticati dei nostri desideri e dei nostri sogni, non c’era affatto posto per la nostra fame di scoprire vedere conoscere sperimentare. Zero speranze, insomma. Chi poteva andarsene l’ha fatto, ma in tanti siamo dovuti rimanere e siamo rimasti e c’è stato parecchio da muovere il culo per non finire sotto terra o al SERT. Il punk, sebbene non fossimo affatto un collettivo punk o un gruppo in qualche misura politicizzato, ha senz’altro contribuito a farci stare insieme, a mettere in funzione tra di noi certi meccanismi di aggregazione e non altri - ad esempio non c’erano capi, si prendevano decisioni insieme ed in maniera informale, era possibile prendere iniziative e soprattutto era possibile cambiare idea senza doversi sentire in colpa. Se mi metto a guardare adesso, direi che con molta naturalezza incoscienza spontaneità e gioia stavamo sperimentando l’autogestione delle nostre vite - niente di meno. Mica poco, per dei ventenni problematici persi nella periferia dell’impero.

Come risposta ad una sorte di immobilità non solo musicale che sentivi e difficilmente sopportavi, decidi di pubblicare una raccolta altra, diversa da qualsiasi classica compila punk potesse essere stata pubblicata in quel periodo. Racconta.

Dovrei raccontare di me e mi accorgo che invece parlo spesso di “noi”. Dico “noi” per raccontare un gruppo di ragazze e ragazzi dello stesso quartiere o di quartieri press’a poco simili, accomunati dalle scarse possibilità economiche, dalle assenze dei nostri padri occupati nei turni degli stabilimenti, e dalle assenze causa lavoro nero delle nostre madri - tutte a montare gocce di vetro di Murano per i lampadari dei ricchi, oppure a cucire tagliare rammendare stoffe per conto dei negozi di vestiti del centro storico, mia mamma impiraressa. Dico “noi” per spiegare lo spirito di branco che scorre nel respiro di chi spende le sue ore libere di bambino a star dietro ai fratelli e alle sorelle nati dopo. Dico “noi” che abitavamo stanze minime e sovraffollate in piccoli appartamenti in affitto, casermoni supereconomici da nove dodici diciotto ventiquattro trentasei appartamenti senza fogne né strade asfaltate, le luci solo sulla statale. Buchi umidi senza riscaldamento, senza televisione, senza telefono. La nostra benzina fino all’adolescenza è stata la fantasia, siamo cresciuti immaginando cose, fantasticando su come sarebbe stato il presente se… e invece non è stato. Troppa paura per spingersi a immaginare domani, fra un mese, un anno. Attorno a Rockgarage eravamo una dozzina di ragazze e ragazzi dei quartieri a rischio, più un gruppo folto di sostenitori, età media vent’anni. Ci eravamo non-organizzati in un collettivo e pubblicato una fanzine e poi fatto dischi e cassette. Non c’era mai stato praticamente niente di simile in zona. Siamo partiti da zero, nel senso che nessuno aveva una qualche esperienza nel settore: ci siamo improvvisati scrittori, critici ed esperti musicali, grafici, disegnatori tutti a sostegno dei nostri compagni che più o meno sapevano suonare e si erano aggregati in bande musicali. Non importava affatto il genere espressivo: la musica la fanzine i concerti erano dei pretesti per poterci riappropriare della nostra vita o almeno per cercare di darle un senso accettabile, che non lasciasse troppo amaro in bocca. Per certi versi Rockgarage era una fanzine del cazzo: raccogliticcia, senza orientamento, frammentaria, contraddittoria. Eppure, proprio per quegli stessi certi versi, Rockgarage è stata un laboratorio politico indipendente dove si è messa in pratica l’autogestione e sperimentata l’aggregazione sociale non gerarchica. Dico questo adesso che ho più di sessant’anni, ma allora non eravamo affatto politicizzati: si pensava solo a tener duro, ad andare avanti, a cercare di vivere invece che sopravvivere. Il primo numero di Rockgarage risale al 1982, l’ultimo è uscito nel settembre 1984; tra il 1984 e il 1986 sono usciti a nome Rockgarage alcuni dischi e cassette (Degada Saf, Plasticost, Politrio, Hakkah, Funkwagen etc.). L’attività attorno a “F/Ear this!” e P.E.A.C.E. è immediatamente successiva a Rockgarage - praticamente quando ci si è accorti che ci avevano rubato tutto e non valeva la pena continuare. Un giorno abbiamo avuto la cattiva idea di affidare tutto il nostro lavoro ad un distributore commerciale, dal quale abbiamo ricevuto solo bugie e nessun soldo, così siamo stati costretti a chiudere. Ho imparato molto da quel grosso errore: ho deciso di continuare a sbattermi da solo e cercare di fare quanto più possibile per conto mio senza dover dipendere da nessuno - men che meno dai distributori. Per “F/Ear this!” la spinta decisiva è stata l’incidente di Chernobyl, un guasto ad una centrale nucleare che distava da casa neanche un paio di giorni di viaggio. Per chi come me e i miei amici abitava in una città di stabilimenti chimici fabbriche di plastica e raffinerie il pericolo era particolarmente sentito. Era la primavera del 1986 e non è che allora noi ragazzi si vivesse così tranquilli, a consumare le giornate cazzeggiando tra new wave, sintetizzatori, discoteca e spritz. L’idea era di muoversi, protestare, alzare la voce, far sfogare la pressione e l’incazzatura. Ci siamo detti: sappiamo suonare sappiamo fare un disco allora facciamo un disco - sarebbe stata una raccolta collettiva, tutti i soldi che raccogliamo li destiniamo ad A/Rivista Anarchica. Quel giornale aveva dimostrato un interesse sincero nei nostri confronti: ci trattavano da persone invece che da fenomeno sociologico, ed avevano messo a disposizione dello spazio e dell’attenzione per chiunque avesse delle cose da comunicare, da proporre e discutere. Nessun altro lo aveva mai fatto. Nel primo 1984 ho incontrato Paolo Finzi e Aurora Failla ad una riunione della redazione, mi avevano invitato perché si erano incuriositi di questo sbarbo che scriveva di punk anarchico e musiche indipendenti su Rockerilla: mi hanno proposto di scrivere un articolo di prova, gli è piaciuto e da allora sono un collaboratore e fiancheggiatore stabile.

Il progetto Rockgarage ti aveva aiutato dal punto di vista dell'esperienza o ti sei lanciato nel vuoto?

Certo, con Rockgarage e collaborando con Rockerilla e soprattutto la A/Rivista Anarchica ho imparato col tempo a dare una certa forma scritta ai miei ragionamenti. Ho anche accumulato una certa esperienza frequentando musicisti e gruppi e gironzolando per cantine e studi di registrazione, in radio e nel backstage ai concerti - così da sviluppare una certa capacità come produttore indipendente di dischi e cassette. “F/Ear this!” è nata dalle riflessioni personali e dalle discussioni collettive attorno alla paura del disastro nucleare che si veniva ad aggiungere a quella per la guerra, per il lavoro che non si trovava se non in nero e sottopagato, per la militarizzazione della società, per l’avvelenamento dell’ambiente, per l’AIDS che condizionava in maniera pesantissima la libertà sessuale che era stata appena conquistata. L’idea era quella di raccogliersi ed alzare la voce insieme, di farsi sentire - dove con Rockgarage ci si era accontentati di restare nei confini prima locali e poi nazionali, stavolta sarebbe stato necessario creare collegamenti con altre persone di altre zone geografiche. Allora internet non era ancora diffuso, ci si è affidati al passaparola e all’ufficio postale e con nostra enorme sorpresa la cosa ha funzionato: tra l’estate e l’autunno del 1986 sono arrivate decine di proposte di collaborazione, cassette, bobine, lettere, dischi. Il problema è che è arrivata tanta roba, troppa - invece che un disco bisognava farne almeno due, e anche così è rimasta fuori un sacco di gente.

Chi ti ha affiancato nella realizzazione del progetto?

Mi hanno dato una mano un paio dei vecchi compagni di Rockgarage. Fabio Scroccaro dei Detonazione si è occupato del riversamento delle registrazioni dalle cassette su bobina e del montaggio del master analogico. Vittore Baroni ha realizzato le immagini per il libretto attingendo agli archivi della Trax ed utilizzando del materiale grafico inviato da alcuni musicisti insieme ai nastri. Vittore ha anche avuto l’idea del titolo. Per realizzarlo ci eravamo messi insieme ad altri individui e piccoli collettivi incontrati nei nostri giri indipendenti, un assembramento di fanzinari, microscopiche etichette, gruppi musicali e teste calde - ne è venuto fuori P.E.A.C.E., un collettivo di collettivi. Diversissimi come potevano esserlo i Plasticost e Giacomo Spazio e i Franti: tutti hanno contribuito, tutti hanno aiutato concretamente ciascuno com’è stato capace, non ultimo diffondendo “F/Ear this!” ai propri concerti. Oltre che dall’Italia sono arrivati contributi grafici scritti e sonori un po’ da tutta Europa e dal Nordamerica, quasi tutti nomi sconosciuti ma sorprendentemente anche gli Embryo, un gruppo tedesco che è riduttivo definire mitico e profetico, ed i Nurse With Wound - protagonisti indiscussi nonché pionieri della sperimentazione industrial inglese. Un paio di pezzi li ha mandati anche Stephen Thrower, che dai Possession aveva appena raggiunto i Coil: di passaggio a Venezia era venuto a trovarmi ma io ero via per studio - ci siamo scritti e sentiti per telefono ma non ci siamo mai incontrati. C’è una registrazione dal vivo al CBGB’s dei Doctor Nerve, una degli HUM e un’altra dei Don King - tutte formazioni attive nei circuiti off-wave di New York City con cui erano stati presi contatti sin dai primi tempi di Rockgarage. Dalla Francia sono arrivati contributi da Philippe Fichot, tuttora attivo con Die Form, e dai Look De Bouk del giro di Rock In Opposition. I Franti hanno mandato del materiale scritto ed una meravigliosa versione di “Voghera” registrata dal vivo durante una trasmissione di Radio Popolare di Torino curata da Alberto Campo con Renato Striglia e Paolo Ferrari. E’ un pezzo dove si riflette sulla maternità all’interno di un carcere femminile, credo sia uno dei loro pezzi più dolorosi e strazianti - aveva fatto parecchia impressione quando l’ho fatto ascoltare a Dial House.

Un titolo che è anche un bel gioco di parole tra Paura e Ascolto. Spiegaci.

Come ho detto, il titolo l’aveva pensato Vittore Baroni ed è davvero un gioco di parole curioso. L’idea era di fare un concept album sulla paura e abbiamo chiesto contributi più o meno collegati o collegabili all’argomento: andavano bene cose scritte, disegni, musica. Speravamo molto fortemente che aderisse gente strana - e meno male che così è stato: sarebbe stato piuttosto imbarazzante e come minimo difficoltoso ritrovarsi a gestire contributi tipo canzoni di lotta e di protesta, come pure dei vuoti a perdere punkrock. Parecchie sono proprio sorprese spiazzanti, tipo Pete Wright dei Crass che invece di un forse prevedibile manifesto anarcopunk ha scritto un esercizio zen assieme a Kishi Yamamoto - allora era la compagna di Adrian Sherwood. C’è una registrazione casalinga della poetessa americana Annie Anxiety che legge un suo testo mentre la figlia di un’amica sta improvvisando al pianoforte. Un altra sorpresa è venuta da Nick Didkovsky dei Doctor Nerve che ha mandato un estratto della performance allestita assieme a Limpe Fuchs (una protagonista del krautrock e del circuito alternativo tedesco, faceva parte degli Anima Sound) per un festival di musica d’avanguardia notturno al Loft di Monaco. E’ stato presto chiaro che ne sarebbe venuto fuori un miscuglio poco o per nulla identificabile e men che meno inscatolabile in un qualche genere espressivo codificato. Una raccolta anarcoide senza direzione né indicazioni né planimetria - pensa che non abbiamo neppure riportato i nomi dei partecipanti in copertina, e chiuso la confezione con un adesivo con sopra l’a cerchiata. Questo lavoro è stato sul cazzo a parecchia gente, in certi giri anche anarchici “F/Ear this!” è stata considerata robaccia incomprensibile e politicamente inservibile, mentre per i giri punk ultrapoliticizzati era solo una raccolta di merde d’artista.

Suoni, immagini, parole - che caratteristiche dovevano avere?

Abbiamo pubblicato solo una parte del materiale raccolto. Era tecnicamente impossibile farci stare dell’altra musica nelle quattro facciate dell’album, ed economicamente fuori discussione l’aggiunta di un terzo disco. Abbiamo dato a tutti carta bianca, tutti hanno aderito gratuitamente e spontaneamente. Le registrazioni sono state utilizzate proprio così come sono state realizzate, nel senso che non si è intervenuti in studio per migliorarne la qualità tecnica. Parecchio di questo materiale è stato realizzato con attrezzature economiche, sono registrazioni casalinghe fatte su cassetta per cui la qualità della riproduzione, paragonata agli standard di oggi, è quella che è. Ma allora non ce ne fregava niente della confezione: l’importante era non restare fermi, non restare zitti. Non ho affatto cambiato idea: in questi anni ho ascoltato e pure pubblicato registrazioni di fortuna che hanno un impatto formidabile, anche oggi sono più concentrato sul significato dei messaggi che non sulla qualità della riproduzione.

Una carrellata sul contenuto della prima edizione - te la senti di farla?

Direi che innanzitutto c’è il meglio della scena marginale italiana di allora: Detonazione, il Politrio con Giorgio Canali, Franti, LA1919 con Luciano Margorani, 2+2=5, Thelema, Weimar Gesang. Mancano i gruppi patentati col bollino di anarchici su Frigidaire e Rockerilla, tutti occupati a mandare avanti la parrocchia. Tranne quella manciata di nomi più o meno noti nei giri indipendenti che ho già fatto prima, ha partecipato un sacco di gente sconosciuta. Tipo le Two Tone - due ragazze di Eindhoven, pianoforte e voce, allora avevano fatto solo qualche uscita in pubblico e offrivano quelle loro prime registrazioni. Come altri due mai visti né sentiti prima, i francesi Erik Baron e Pascale Jakubovski che avevano da poco pubblicato una cassetta col nome Orient-Express. Come i tedeschi The Blech che stavano registrando il loro secondo disco e pure Body and the Buildings che stavano invece registrando il loro album di debutto - tutta gente che direi molto poco probabilmente tentava di agganciarsi per avere una qualche visibilità, meccanismo questo che stava invece alla base di parecchie altre raccolte. Alcuni partecipanti erano poco noti allora, ma sono riusciti nel tempo a divenire dei musicisti di riferimento, come Giancarlo Toniutti allora fresco di studi di musica elettronica al conservatorio Benedetto Marcello di Venezia, o Gregorio Bardini considerato anche all’estero un flautista eccellente e non solo.

Cosa ha rappresentato per te questa storica uscita?

Il progetto l’ho seguito io con un piede ancora dentro Rockgarage e l’altro dentro Catfood Press (cioè quello che poi è diventato stella*nera), e questa raccolta per me rappresenta un passaggio importante dal lavorare in branco al ritrovarmi con la responsabilità di dover prendere delle decisioni da solo. Ero un fanzinaro deluso dalla scena rock indipendente, e mi sentivo a disagio nel circuito punk sedicente alternativo. Non sono mai stato capace di mettere in piedi una casa editrice o un’etichetta discografica: ho offerto quello che potevo offrire, cioè me stesso e i miei ragionamenti. Niente contratti né obblighi ma una stretta di mano ed un abbraccio, niente compensi per la partecipazione così da poter destinare gli eventuali guadagni a sostegno della stampa anarchica, niente promesse difficili e impossibili a mantenersi ma un impegno costante a far sì che la gestione economica del progetto fosse trasparente. Poi sono andato avanti su questa strada, ho realizzato altre raccolte collettive a sostegno di A/Rivista Anarchica e curato e pubblicato parecchio altro materiale.

Dopo 33 anni decidi di pubblicare una seconda edizione. Di cosa dobbiamo avere ancora paura?

Il motivo più grossolano e banale per rimettere le mani addosso al progetto è stato che un giorno qualche anno fa rimettendo un po’ d’ordine in garage è saltata fuori una cartellina con dentro la copertina originale disegnata da Franco Raffin di Rockgarage, copertina che al tempo avevamo scartata con motivazioni che ripensandoci sono ridicole - era “un po’ troppo Joy Division”, quanto siamo stati stupidi. Nella cartellina c’erano anche le tavole originali realizzate da Vittore e altra roba. In più la presenza degli scatoloni di bobine in garage oltre che occupare spazio metteva ansia. Un altro motivo è stata l’incazzatura nell’accorgersi del periodico affiorare di vecchie copie dell’album poste in vendita nei giri dei collezionisti a prezzi schifosi, e bisognava secondo me tentare di darci un taglio. Un altro motivo ancora direi che lo stiamo sperimentando tutti sulla nostra vita di questi giorni: il tema è caldo e condiviso, la paura non passa di moda. Giocando sporco sulla paura si accumulano ricchezze e consenso.

“F/Ear this!” 2020 è stata pubblicata da tre label indipendenti, tra cui la tua stella*nera. Spiegaci come sono andate le cose.

Ci si conosce e ci si vuole bene da allora. Stefano Gentile di Silentes mandava avanti con il fratello Manuel la fanzine Nashville Skyline ed uno dei primissimi gruppi punk veneti, gli Hyxteria. Dethector aveva messo in piedi con suo fratello Luca l’impresa impossibile di un piccolo centro di distribuzione anarcopunk in Cadore, inoltre suonava con i Detriti - uno dei gruppi che adoro. Siamo molto amici, ci si incontra spesso ed è stato naturale ritrovarsi a fare delle cose insieme. “F/Ear this!” non è la nostra prima uscita collettiva, abbiamo già pubblicato il cd di Lalli e Stefano Risso e di recente anche The Last Five Minutes.

Vedo che in questa nuova edizione ci sono delle tracce non presenti nella prima.

Con l’aiuto di Marco Giaccaria e di Marco Milanesio sono riuscito a recuperare alcune delle vecchie bobine e cassette, sopravvissute in un mucchio di scatoloni a qualche trasloco. Come dicevo prima con Vittore e gli altri avevamo messo in giro la voce e nell’era pre-internet la velocità delle comunicazioni era quella che era, parecchia roba ha continuato ad arrivare anche dopo che “F/Ear this!” era stato pubblicato - questo è il caso di Scott Marshall, i pezzi di Funkwagen e Rivolta dell’Odio erano arrivati mentre si stava già montando il master. Un paio di contributi sono stati riciclati in raccolte successive - tipo il pezzo dei Funkwagen che è presente in una compilation di Rockgarage a sostegno di Amnesty International, quello dei Davaiciass e un altro inviato dalle Two Tone sono poi finiti su “Voix vulgaires #3”. Alcune bobine erano purtroppo deteriorate e inutilizzabili, anzi alcune delle registrazioni che siamo riusciti a salvare sono la documentazione in tempo reale dell’ultimo scorrere del nastro sulla testina prima di sbriciolarsi - osservo che questo fatto ha aggiunto una certa drammaticità al pezzo dei 2+2=5 (non abbiamo neanche tentato di ricostruirlo da vinile e l’abbiamo lasciato così) e una certa nebbia polverosa al contributo senza nome di Massimo Giacon e Mimì Colucci. E’ stato ritrovato un frammento inedito dei Plasticost, e passato in digitale anche il contenuto di un’altra bobina che avevano inviato i Possession. Purtroppo un bel po’ di roba, a volte neanche identificabile perché mancavano le indicazioni sulle scatole, è andata irrimediabilmente persa.

Un'operazione questa prettamente legata alla passione o ha ancora un senso pubblicare queste raccolte multimediali nel secondo ventennio del 2000?

In qualche modo sono figlio del punk anarcopacifista e della controcultura hippie, sono uno che sogna ad alto volume, eppure sono sempre stato uno spaesato: sono nato nel 1957 quindi a me è successo di vivere i miei vent’anni troppo tardi per il 1968 e gli hippies. Penso di essere stato anche fuori tempo massimo per il punk, che sembrava essere più adatto ai ragazzini: avevo preso i dischi di Patti Smith e dei Television e li amavo, e da lì avevo cominciato ad ascoltare musica punk, quella che girava allora. Quei dischi dei vari gruppi punk che si potevano trovare nei negozi tipo Damned o Ultravox a me facevano cagare, o come minimo pena: diffidavo della “musica punk”, quella delle spille da balia e delle magliette strappate apposta. Non ci trovavo dentro proprio niente. Per me i Sex Pistols erano banali, John Lydon tutto spettinato che diceva “fuck” e faceva le linguacce al fotografo era tutt’altro che trasgressivo. Peggio, era inconsistente, quando fino a poco tempo prima con certi miei compagni si andava a manifestare in piazza con i sassi e la fionda in tasca. Sai, ho sviluppato una certa devozione per san Fabrizio da Genova che ha detto: “e al dio degli inglesi non credere mai”. Io e i miei amici eravamo sfigati frustrati e isolati, non c’erano dei modelli da imitare. Eppure i punks anarchici mi avevano devastato: le loro canzoni erano assolutamente concrete, mi ci riconoscevo, riconoscevo quei posti, come ci si sentiva, il rumore dentro. Mi sono reso conto che era una maniera radicalmente diversa di fare della musica politica, abituato com’ero a tutt’altra roba, agli Stormy Six e agli Area insomma, e a tutt’altro livello di trasgressioni, che so, a Lindsay Kemp, a Dario Fo, a Frank Zappa, gente che aveva un certo spessore - altro che le spille da balia, appunto. Altra differenza importante: Sex Pistols, Damned, Clash, Ultravox eccetera i gruppi punk grossi, quelli coi dischi dentro alle vetrine dei negozi, avevano tutti firmato dei contratti con grosse case discografiche, invece gli anarcopunks si stampavano i dischi e le cassette da sé e se li distribuivano per conto proprio e a basso prezzo, s’era sviluppato intorno anche un gran bel giro di fanzine, che erano un’alternativa dal basso alla stampa musicale. C’era un abisso tra i dischi dei Crass e delle Poison Girls, i primi gruppi anarcopunk con cui sono venuto a contatto, e quelli di “musica punk” di allora. E non era soltanto un problema di qualità del suono, di produzione, di confezione: era un problema di comunicazione e di impatto culturale molto più complesso e articolato: facevano tutti una musica di merda, lo sapevamo noi e soprattutto lo sapevano bene loro e a nessuno non gliene fregava niente, ma i dischi degli anarcopunks offrivano degli spunti, non era solo un blando lamentarsi per la mancanza di futuro, o un atteggiamento, una posa per la foto di copertina. Il punk era comunque una mentalità nuova, un modo di pensare discutibile e magari non del tutto condivisibile ma mi è servito a rivedere certe convinzioni, a ripensare certi atteggiamenti. Potrei citare un vecchio volantino dei Crass: l’arte e la creatività sono le nostre armi più potenti. Io ci credo ancora. Per me tutto questo mescolare sogni e realtà è una cosa normale, spontanea, è il tipo di anarchia che sento dentro da quando ero un ragazzino, è il tipo di anarchia che so esprimere. Come dicevo prima non ho una formazione politica, la mia letteratura sono stati i testi delle canzoni. Il mio ricordo più vivo del 1968 è mio padre in lacrime combattuto tra la necessità consapevole degli scioperi e la necessità disperata di pagare l’affitto e le medicine per mia madre, ed è un ricordo vivo che contrasta aspramente con la propaganda editoriale e televisiva di quegli anni. Come pure degli anni Settanta ricordo i ragazzi ammazzati nei cessi dall’eroina, ricordo quelli ammazzati per strada dalla polizia alle manifestazioni, ricordo i carri armati a Bologna - altro che le discoteche e il disimpegno e le stronzate finite in cima alla hit parade.

Sono trascorsi 33 anni - che mi dici Marco, cosa e come sono cambiate le cose.

Lo ripeto spesso: stella*nera è il mio impegno politico, non la mia etichetta discografica. Ho organizzato parecchie iniziative a sostegno di A/Rivista Anarchica, ho sparso la voce e chiesto aiuto a molta gente: certo ho raccolto tanti "no grazie", ma anche solidiarietà e adesioni di altrettanti musicisti, spesso non anarchici. Ho raccolto contributi di gente come André Duchesne, David Moss, Eugene Chadbourne, i Walkabouts, i sudafricani anti-apartheid Kalahari Surfers, gli svizzeri giamaicani Peeni Waali, Tony Coe, Linton Kwesi Johnson, Lady June, Jello Biafra, Lawrence Ferlinghetti… persino Judith Malina del Living Theatre ha letto un testo per me. Ci sono musicisti non anarchici con cui amo collaborare e che hanno acconsentito a pubblicare con me i propri lavori: non è un progetto politico che ci unisce, ma un’amicizia profonda, ci conosciamo da tanto tempo e ci piace stare insieme, ci prendiamo cura l’uno dell’altro, facciamo fatica a stare lontani. Voglio dire che sono persone care a cui tengo molto, persone che sono state vicinissime a me e alla mia famiglia nei momenti più difficili. Ho avuto una figlia gravemente disabile, e questo mi ha tenuto parecchio lontano dalla strada. Non ho mai preso un centesimo per me. Buona parte di quanto è stato ricavato finora è andato a sostegno di A/Rivista Anarchica - le spese per mantenere in piedi stella*nera sono minime e si recuperano velocemente. Comunque, il discorso che ci tengo a fare è che fondamentalmente non mi interessa vendere cd: voglio fare cose che facciano pensare, voglio che queste musiche siano fonte di ispirazione e di ragionamento e magari di discussione.

Cosa abbiamo il dovere di ascoltare?

Penso dovremmo aprire gli occhi e le orecchie al mondo, il cuore poi verrà da sé. Più che un dovere ascoltare è una fortuna: la musica ed il silenzio ci danno la possibilità di riflettere, meditare, ragionare. Usiamola per costruire ponti che ci arrivino dentro, per mandare messaggi, per accendere fuochi nella notte. La musica ci succede intorno come il vento, come il calore del sole, come le onde del mare sulla riva. Non importa che sia musica cosiddetta classica oppure jazz oppure qualcos’altro: sia Egle Sommacal che Stefano Battaglia che Mario Brunello che i Godspeed You Black Emperor mi hanno spalancato delle enormi finestre dentro, e ad ognuno ci sono arrivato per una strada differente. La mia curiosità mi ha permesso di ignorare i confini di genere, di non preoccuparmi degli steccati, delle etichette. Per me è stato molto importante stabilire dei rapporti anche profondi con i vari musicisti, condividere cibo e letture e visioni e musica oltre che opinioni e speranze: trovo sia molto bello avere fame dei gusti dei tuoi amici, rende l’amicizia più salda. Penso che aver incontrato Bruno Romani dei Detonazione mi abbia spinto ad ascoltare John Coltrane, così come frequentare Massimo Franco Andrea e gli altri Funkwagen mi ha senz’altro indicato un percorso preferenziale per aprire la mente ed arrivare a Miles Davis. Incontrare Federico Fiumani mi ha fatto addentrare in certe oscurità e magari apprezzarle, così da farmi avvicinare a letture impreviste - avevo Federico da qualche parte in mente quando ho letto la prima volta Pierluigi Cappello e Giuliano Bugani. Anche alcuni incontri più recenti sono stati per me occasione d’illuminazione: avvicinarmi a Luca Serrapiglio, Nicola Guazzaloca, Francesco Guerri, Jacopo Andreini, Roberto Dani, Roberto Bartoli ha senz’altro reso la mia vita migliore. Provo una profonda gratitudine per tutti.

Marco Pandin si è rimesso in corsa, a quanto pare. Ho visto una nuova uscita firmata Matteo Uggeri con Alberto Carozzi. Che altro ci riservi per il futuro, magari una serie di ristampe dei numeri di Rockgarage?

Di Rockgarage si sta già occupando la Materiali Sonori: hanno raccolto i nostri tre 7” e l’ellepì in un album doppio che dovrebbe essere pubblicato a breve in collaborazione con Spittle. Gli ho chiesto di avere accesso al master per pubblicare con stella*nera una versione a tiratura limitata su due cd, infilandoci dentro qualche bonus. Con Alberto Carozzi degli Sparkle in Grey c’è stato un incontro casuale da cui si sono sviluppati curiosità ed interesse reciproci, e da qui una collaborazione che farò di tutto per mantenere. Una cosa che mi accorgo avrei dovuto chiarire prima è che stella*nera da progetto personale nel corso di questi ultimi anni si è trasformata in un progetto collettivo: c’è collaborazione attiva con alcuni compagni come Dethector, Marco, Miguel e Franz - in pratica abbiamo accatastato ciascuno i propri tiramenti di culo e deliri e gli stiamo dando fuoco, ma lentamente. Ci sono dei lavori in corso assieme ai Kina e a Thollem McDonas, come pure parecchia voglia di fare qualcosa assieme a Bob Corn ma non è che ci si sia organizzati, che so, un catalogo, il calendario delle prossime uscite, cose così. Mica è un lavoro, non lo è mai stato.

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<![CDATA[Tregua Mai - Marco Pandin e il progetto F/Ear this! ]]> info@sherwood.it (Sherwood Network) <![CDATA[Tregua Mai - Marco Pandin e il progetto F/Ear this! ]]> info@sherwood.it (Sherwood Network) <![CDATA[Tregua Mai - Marco Pandin e il progetto F/Ear this! ]]> info@sherwood.it (Sherwood Network) <![CDATA[Tregua Mai - Marco Pandin e il progetto F/Ear this! ]]> info@sherwood.it (Sherwood Network) <![CDATA[Tregua Mai - Marco Pandin e il progetto F/Ear this! ]]> info@sherwood.it (Sherwood Network) <![CDATA["69 - Sixty Nine" di Murakami Ryū - la recensione]]>


Murakami Ryū è autore dello scandaloso Tokyo Decadence. Un anno fa è stato tradotto anche il suo romanzo di formazione 69, epopea nipponica della generazione boomer che scopriva l’amore e la musica, l’impegno politico, la militanza.

In 69 Sixty-Nine (Atmosphere Libri), romanzo di formazione pubblicato nell’87, prende voce/azione/mosse un io narrante diciasettenne, Ken, alle prese con le prime esperienze sentimentali e sessuali, il mondo della musica e della cultura pop, della politica e della ribellione all’istituzione.

Ed è proprio la ribellione all’istituzione il perno di tutto il romanzo, fosse essa rivolta alla scuola, ai padri, allo stato, all’esercito. Ken ed i suoi amici vedranno mutare sé stessi ed il proprio Paese: due elementi questi che si mescolano e che attraversano tutte le contraddizioni della modernizzazione del Giappone. Il tutto mutuato con gli occhi dell’adolescente: «Fantasia al Potere».

Il Giappone della narrazione è, però, impossibile da riconoscere nel Paese che è diventato oggi. In 69 la presenza dell’America è costantemente sullo sfondo sia come cultura sia come presenza militare: basi enormi e soldati per strada, rock’n’roll e frullatori.
Sul sottofondo un paese surreale, a tratti antico ed insieme all’avanguardia. Il lettore di manga troverà tante care immagini delle scuole giapponesi che non sembrano mutate nella forma in 50 anni, cosa per altro lamentata dall’autore in apertura di romanzo. Un romanzo sull’adolescenza in provincia che, anche se ambientato ai nostri antipodi, sembra svolgersi nel liceo in fondo la strada.

A metà tra l’autobiografia ed il romanzo, Murakami intreccia, così, realtà vissuta e finzione narrativa, ci racconta come ha vissuto il Vietnam, il lungo maggio francese, l’istituzione scolastica.
Chi conosce il Murakami regista e scrittore resterà spiazzato da questo spaccato della vita dell’autore, troverà rimandi alle opere successive ma anche tanta dolcezza dovuta ai ricordi di gioventù. Non è la benzina fiammeggiante cui siamo abituati da Murakami ma è l’inizio del percorso.

 

Autore: Murakami Ryū, Nasce nel 1952 a Sasebo, città portuale non lontana da Nagasaki e sede di una delle maggiori basi navali americane. Nel 1976 scrive Blu quasi trasparente, romanzo d’esordio shock con cui si aggiudica il prestigioso premio Akutagawa. Tra i suoi capolavori, spesso a base di trasgressione, utopia e ribellione giovanile, Sixty-Nine, Coin Locker Babies, Piercing e Esodo nel paese della speranza. Si è dedicato in prima persona alla musica e al cinema, suonando la batteria in un gruppo rock e scrivendo diverse sceneggiature, nonché firmando la regia di film tratti dai suoi romanzi.

Traduzione dal giapponese: Gianluca Coci

Casa editrice: Atmosphere Libri, casa editrice attiva dal 2010, ha collane per ragazzi ed adulti con tematiche di disagio sociale e psicologico. Offre traduzioni di alta qualità dal mondo arabo ed asiatico attraverso collane dedicate.

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<![CDATA[Indica Diretta 29/03/2020 - S03]]>

Nonostante il periodo duro per fare radio, con mezzi punk siamo sempre qua, e anche se non al massimo della qualità audio cerchiamo di portavi dei veri contenuti underground!

Con noi i So Beast, progetto musicale che ci fa ascoltare in anteprima alcuni brani del nuovo Ep Superblack in uscita il 27 aprile! Assieme a loro abbiamo fatto una chiacchierata sui retroscena della loro musica, innovativa, sperimentale, difficilmente classificabile e originale!

In esclusiva hanno anche reccato per noi una versione Live dalla quarantena di Multiplayer, brano anch'esso inedito

Tracklist brani ascoltati:

Summer Steam + Supernatural (da Fit Unformal)

Glitchbitch RMX (Superblack Ep) + Multiplayer live dalla quarantena

Wash (Superblack Ep)

(Thanks to È un Brutto Posto Dove Vivere per la connection)

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Buon ascolto e seguite Indica su Facebook e Instagram!

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<![CDATA[Domenica al museo - parte 3]]>

Per questa terza puntata della rubrica Domenica al museo, ho deciso di addentrarmi in un’area che non è esattamente il mio principale ambito di interesse o ciò in cui sono più ferrata, ma che di sicuro potrà rivelarsi molto interessante: quella delle scienze!

Per quanto il mio campo prediletto sia quello della cultura e delle arti, credo che spaziare ed ampliare i propri interessi sia fondamentale, quindi vi propongo una serie di musei di scienze, tecnologia e storia naturale, alcuni dei quali ho anche avuto la fortuna di visitare fisicamente, per esplorare il sapere umano, le scoperte scientifiche, le innovazioni tecnologiche, il regno animale e vegetale.

Bando quindi ad ogni indugio, e buona visita!

 

 

American Museum of Natural History
New York (USA)

Uno dei maggiori musei di storia naturale al mondo, fondato a New York nel 1869. Si distingue per le ricostruzioni di habitat naturali, la sezione di zoologia dei vertebrati e quella di antropologia. Qui si possono vedere alcune esposizioni online e visitare le sale con la funzione esplora.

 

 

Museum of Natural Sciences
Bruxelles (BEL)

Parte del Royal Belgian Institute of Natural Sciences e fondato nel 1846, ospita il più grande padiglione in Europa dedicato ai dinosauri, oltre ad aree dedicate all’evoluzione, alla biodiversità, ai minerali. Qui trovate numerose mostre online, la possibilità di visitare le sale del museo e, tramite un’apposita app, anche la possibilità di fare un tour virtuale.

 

 

Smithsonian’s National Museum of Natural History
Washington D.C. (USA)

Sicuramente uno dei più conosciuti, oltre che un museo è anche un importante centro di ricerca. Qui trovate una mostra online e diverse raccolte di immagini mentre qui sono disponibili alcuni tour virtuali.

 

 

Science Museum
Londra (UK)

Importantissima attrazione della capitale inglese, fondato nel 1857, ospita una delle collezioni di primordine sulle conquiste scientifiche, tecnologiche e mediche da tutto il mondo. Qui si possono consultare diverse mostre tematiche ed esplorare le sale del museo.

 

 

Museo Galileo – Istituto e Museo di Storia della Scienza
Firenze (ITA)

Conserva importanti collezioni di strumenti scientifici, in particolare provenienti dai Medici e dai Lorena (XVI-XIX sec.) oltre ad un ricco patrimonio di testi di carattere storico-scientifico. A questo link potete consultare le collezioni e visitare le sale del museo.

 

 

Museum für Naturkunde
Berlino (DEU)

Una delle più importanti istituzioni di ricerca su evoluzione biologica e geologica e biodiversità, ospita varie esposizioni, dai dinosauri, al sistema solare, agli insetti. Lo potete visitare qui.

 

 

Computer History Museum
Mountain View (USA)

Ospita una delle più grandi collezioni al mondo di manufatti sul computer, ripercorrendo le varie tappe della storia dei computer, la rivoluzione informatica e l’impatto di queste tecnologie sulla vita dell’uomo. Qui trovate una presentazione sulla rivoluzione portata dagli strumenti informatici e la possibilità di esplorare le sale del museo.

 

 

MUSE – Museo delle scienze
Trento (ITA)

Disegnato da Renzo Piano, il museo trentino tratta di scienza, natura, biodiversità, innovazione e tecnologia. Qui trovate una presentazione e la possibilità, tramite un’apposita app, di fare un tour virtuale, mentre qui trovate i link ad una serie di contenuti video che illustrano le collezioni del museo.

 

 

Natural History Museum
Londra (UK)

Anche questo istituzione di primordine tra i musei londinesi, nasce nel 1881 per ospitare la sezione di storia naturale del British Museum. A questo link si trovano numerosissime mostre online tematiche sulle varie collezioni del museo, oltre alla possibilità di un tour vistuale, tramite apposita app.

 

 

Museo Regionale di Scienze Naturali
Torino (ITA)

Istituito dalla Regione Piemonte nel 1978, ospita anche un’importante biblioteca. Qui potete visitare la mostra Lo spettacolo della natura, storie di scienza e di mondi da conservare, una dedicata ai libri storici e rari ed alcune raccolte di immagini.

 

 

Museo Nazionale Scienza e Tecnologia Leonardo da Vinci
Milano (ITA)

Nato negli anni ’50, è il più grande museo scientifico e tecnologico in Italia ed uno dei maggiori in Europa. Tra le tantissime diverse collezioni presenti, non posso non segnalare, da buona appassionata di radio, quelle su Guglielmo Marconi e la nascita del broadcasting, che raccoglie moltissimi reperti sulla storia della radiofonia e delle comunicazioni, a partire dal telegrafo. Qui si trovano moltissime esposizioni online tematiche, raccolte di immagini, la funzione esplora per visitare i vari padiglioni e la possibilità di fare un tour virtuale, tramite l’apposita app. Qui invece le informazioni sui contenti extra prodotti in questo periodo dal museo, consultabili sui social.

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<![CDATA[La Penultima Ruota del Carro - Puntata 17]]>

Di come quella volta che Daniele Fanton, con la scusa di raccogliere del materiale scientifico sul tema dell'"inciampare", è stato scaraventato giù sul selciato a carro in corsa, perché i penultimi avevano preparato un posto d'onore per un cocchiere d'eccezione: Alessandro Gori aka Lo Sgargabonzi, cooptato a bordo per raccontare di vita, morte, miracoli, psicologia, letteratura, Oasis e, soprattutto, della sua personalissima rapsodia prog, il mirabolante Jocelyn uccide ancora. Poteva uscirne fuori di tutto: è uscito questo.

La puntata e l'edizione in essa contenuta de La Solitudine Del Satiro sono dedicate alla memoria di Alberto Arbasino (1930-2020).

In copertina, un furente Sgargabonzi legge la propria relazione di fronte alla commissione parlamentare d'inchiesta sulla loggia massonica P2.

Qui sotto i brani, di lato il podcast:

Joni Mitchell - Talk To Me (da Don Juan's Reckless Daughter, 1977)

Giorgio Gaber - Torpedo Blu (single, 1968)

RUBRICA: MASSIMO RISERBO ("Et in Glock ego")

Massimo Volume - Il Nuotatore (da Il Nuotatore, 2019)

Red Snapper - Village Tap (da Hyena, 2014)

INTERVISTA A LO SGARGABONZI

Il Lungo Addio - Tennis (da Estate Violenta, 2020)

The Decemberists - Dear Avery (da The King Is Dead, 2011)

RUBRICA: LA SOLITUDINE DEL SATIRO

Maria Callas - Un Bel Dì Vedremo [da Madama Butterfly (Recorded at Teatro alla Scala, Milano, 1-6.VIII.1955), 1955]

Flying Lotus feat. Kendrick Lamar - Never Catch Me (da You're Dead!, 2014)

Camel - Rainbow's End (da Breathless, 1978)

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<![CDATA[Con Nati Diversi di Gianni Bismark torna uno storytelling potente e genuino ]]>

Sarà il nome cosi tedesco che porta con sé già, sarà la voce e la vocazione street, popolare di Gianni, ma l’imponenza delle sue canzoni arriva diretta, ricca eppure chiara e limpida come una giornata sole.

Nati Diversi è altro discorso dal precedente Re Senza Corona per timbri, temi, sonorità e mood generale. Quello che lascia colpiti è la vena maggiormente autoriale del tutto, dove si intende qualcosa di più intimo, leggermente meno di strada e in questo la musica del Gianni, che ora gioca in nazionale come novello Capitan Tsubasa, ne ha giovato.

Il motivo di per sé è molto semplice: quello che racconta sembra meno il tipico racconto del rapper che fa la vita difficile, suona assai più genuino, autentico, tagliato su misura sulla sua persona perché la sua persona ne esce senza fronzoli.

Gianni sa essere, poi, l’esatta spiegazione del perché il rap non è il nuovo cantautorato come spesso troviamo in bocca a vari critici musicali. Il rap non è il cantautore delle nuove generazioni perché le racconta, le rappresenta, certo, ma non deve essere sempre impegnato, può essere anche cafone o mischiare queste due forme. Può mostrare i lati frivoli e unici quanto quelli scuri e densi.

Ad esempio mi ritrovo nella semplicità dei momenti di vita citati da Bismark in Nse Vedemo Mai, nella quale basta una linea melodica di chitarra e i rumori del traffico romano a creare un’immagine forte, dove semplicità e sostanza la fanno da padrone all’unisono. Personalmente questo è il capitolo due simbolico di So Finiti I Giochi (contenuta nel precedente album).

Lo stereotipo del cantautore italiano invece lo vede impegnato «anche quando se ne va al cesso»… Gianni invece può mettersi a rappare su un beat come quello di Gianni Nazionale risultando credibile, assieme al resto della musica dell’album, conscious, consapevole senza doverlo ribadire nell’atteggiamento delle parole.

Bismark così facendo racconta la sua esistenza dove il passato è un personaggio importante, semmai il conflitto dello storytelling che riesce a superare attraverso la musica, catalizzatrice catartica del male passato, ma in questa prospettiva retrò ci stanno pure i momenti belli e solari di quando s’era ragazzini (si veda il pezzo con Franco 126). Qui, forse, sta la svolta rispetto al Re Senza Corona: la narrazione di un passato e di un presente che iniziano ad essere consapevoli di quanto vi siano raggi di luce pure nel mare in tempesta, nella caotica città dell’interiorità, individuabili solamente tramite semplicità e genuinità. Fattori i quali pare quasi banale dirlo ma vengono dati per scontati specialmente nella scena urban italiana, dove pare che se non sei ampolloso nel vestiario e negli atteggiamenti non sei nessuno.

L’intero cammino del disco sembra impostato come un percorso di nascita, morte e resurrezione, tendendo verso un qualcosa di maggiore, tanto spirituale quanto umano. Si parte, infatti, da Nati Diversi arrivando alle rime di San Francesco, dove Gianni gioca col suo fischio rappresentando il senso di libertà, finendo in Fateme Santo.

Ma questa è puramente la lettura di chi vi scrive. L’ulteriore valore di questo album, e motivo per cui va spinto, è che è talmente empatico che ognuno può trovarvi un senso per la propria terapia.

È davvero una seconda prova bella, dove morte e vita, intimità e potenza, semplicità e ricchezza riescono ad incontrarsi.

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<![CDATA[Youth Of Today Collective Fest 2020]]>

Sabato 28 Marzo Centro Sociale RivoltaVia F.lli Bandiera, 45 - Marghera (VE)
www.facebook.com/rivoltamarghera


Youth Of Today Collective & Trivel Collective presentano:


Youth Of Today Collective Fest 2020

Venezia Hardcore Fest Warmup Show

www.facebook.com/events/2511473322450615


Apertura Porte ore 19.00

Inizio Concerti ore 19.30


Ingresso 5 Euro

Come lo scorso anno, Youth Of Today Collective e Trivel Collective hanno unito le forze per far coincidere il Warm Up del Venezia Hardcore Festival con lo YOT Festival in un'unica data. Venite a scaldarvi in vista del festival di Maggio.


Sul palco:

Marnero

Dogs For Breakfast

Cheap Date

Blvd Of Death

Rope

Mad Cow Sins

Definite

Decacy

LIR


Proudly powered by American Socks, Trivel Collective and Rambla Event


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<![CDATA[Utras, tu t'è scurdat' 'e nuje]]>

Tratto da Sportallarovescia.it

Non serve per forza essere dei critici cinematografici - ed è bene tenerlo a mente per tutta la lettura dell’articolo - per recensire una storia che può toccare anche parecchio da vicino. Quando si parla di un fenomeno così popolare come il calcio - o meglio, come lo intendiamo noi - viene difficile non dare una propria lettura su Ultras, il primo lungometraggio firmato da Francesco Lettieri.

Chi scrive ha visto questo film comodamente dal divano di casa propria, ultras, ex ultras, supporter, gente che ha o ha avuto a che fare con il mondo delle curve da Nord a Sud e anche in piazze come quella di Napoli, non si è lasciato sfuggire l’occasione di vedere il debutto del giovane regista e, a causa del tema trattato, probabilmente il seguito è stato maggiore.

Possiamo parlare di un’occasione mancata? Crediamo proprio di si. Poteva essere l’occasione di capovolgere il racconto che era stato fatto nel film ACAB, dove si guardava al mondo degli ultras soltanto dal punto di vista della polizia? Sì, assolutamente; peccato che non sia riuscito il tentativo. Dietro Ultras c’è un progetto molto più ampio e complesso che va oltre a questo film e che gira attorno alla figura, anzi al prodotto, di Liberato. Infatti, spostandosi in un terreno in cui «se non sai» rischi di cadere in banalità, con questo film si è arrivati addirittura a denigrare e mettere in cattiva luce il movimento ultras.

A primo impatto nel film di Lettieri gli ultras sarebbero tutti teste vuote, tossici e violenti.
Sullo sfondo di tutto c’è il gruppo degli Apache, identitario, old school, con individui legati al proprio gruppo e alla sua storia. Nulla di nuovo sotto al sole, tutti i gruppi ultras sono così. Anche il gruppo di fuoriusciti, che prende forma dopo il veto messo dai vecchi del gruppo di non partecipare alla trasferta di Roma e soprattutto di non portare con sé uno striscione con su scritto «Bruciamo la capitale», avrà gli stessi valori. No Name Naples, decide di chiamarsi il gruppo di fuoriusciti dagli Apache. La loro sigla, impressa a lettere cubitali sulla parete della palestra-quartier generale. Tempio era l’angolo del porto dove gli Apache si incontrano, tempio diventerà la palestra dei NNN.

Due templi, due generazioni a confronto, con una ancora più giovane che diventerà ago della bilancia in tutta la storia, anzi ne determinerà la storia. Una contrapposizione che va oltre la battaglia generazionale, ma sottolinea come la cultura modaiola stia entrando all’interno del mondo ultras. Una guerra all’interno del gruppo, come una guerra è diventata il mondo dello stadio. Diffide, daspo, tessere del tifoso. Due sono le figure centrali del film. Da una parte Sandro detto il Mohicano, co-fondatore e capo dello storico gruppo ultras Apache, sottoposto alla misura del Daspo andrà ogni domenica a firmare, mentre Angelo è un ragazzo che ha visto morire il fratello Sasà durante degli scontri accaduti anni addietro tra napoletani e romanisti. Sono vari i riferimenti al mondo reale delle curve napoletane. Già il nome Apache fa pensare per associazione al gruppo Fedayn E.A.M. Anche lo striscione «Spirito selvaggio» che ricorda il gruppo Spirito libero.

L’appartenenza e la violenza vengono sottolineati dalla causa scatenante delle tensioni all’interno del gruppo, ossia l’oltraggio fatto ad uno storico striscione legato ad una delle imprese definite come mitologiche degli Apache, e conservato come una reliquia: ecco, i segni sono destinati a bruciare, l’appartenenza ad essere ridefinita in un’esperienza che non passa più dalla riconoscibilità monolitica in pratiche tribali, ma attraversa una sorta di replica generica, di riferimenti comportamentali e modelli già visti.

Questi ragazzini si comportano un po’ come quelli della Paranza dei bambini di Giovannesi, immortalati in pose da camorrista per i selfie, imparati dalla tv e per la voglia che hanno di divertirsi, al di la dell’appartenenza al gruppo. Quando davanti al panorama della città i ragazzini connetteranno Napoli al mondo («se vinciamo davvero crolla Napoli», «no, crolla il mondo intero»), è perché davanti a loro in quell’istante si stagliano i confini conosciuti di tutto il loro universo, abbracciato dal Vesuvio come unico orizzonte possibile. Ultras mixa così la vetrinizzazione della città partenopea (esplicitata da inserti che ironizzano apertamente sul canone turistico del capoluogo) con il dietro le quinte della metropoli, edifici in costruzione, passaggi sotterranei e angoli nascosti della mappa, alla stessa maniera con cui l’elettronica di Liberato passa a intervalli con il repertorio popolare di Pino Daniele e Lucio Dalla. Gli NNN con i giovanissimi andranno a Roma. Qualcuno andrà li per «vendicare un fratello morto», altri perché devono dimostrare il loro potere all’interno del nuovo gruppo. C’è chi andrà a Roma, in barba a qualsiasi restrizione per salvare il salvabile, o forse no!

L’arrivo a Roma sembra accostare gli ultras al peggior commando di terroristi. Arrivano chiusi dentro a dei furgoni, armati fino ai denti. Gli scontri con la polizia sono surreali, più che cinematografici. Il finale è quasi scontato. Il Mohicano, nonostante dovesse essere in questura a firmare, è lì in prima linea per cercare di salvare il giovane Angelo.

Il film ha sollevato critiche sia nel mondo degli ultras ma anche tra la gente comune. Una tra tutte Antonella Leardi, madre di Ciro Esposito, il tifoso napoletano ucciso nel 2014 da un ultrà della Roma.

«Nel vedere il trailer del film Ultras con la regia di Francesco Lettieri, sono stata colta da sgomento e profonda tristezza. Non posso che condividere le parole espresse dall’avvocato degli Ultras Emilio Coppola: questo film è una pugnalata al cuore ed una offesa nei confronti non solo della mia famiglia ma anche e soprattutto della memoria di Ciro, mio figlio». Per quanto riguarda i riferimenti alla storia personale di Ciro, Antonella Leardi ha aggiunto: «I riferimenti alla storia di mio figlio sono così espliciti, che non posso tacere. La narrazione, anche solo del trailer è davvero offensiva per mio figlio. Ciro non è mai appartenuto a quel mondo che viene descritto nel film. Ma soprattutto non ci identifichiamo nei sentimenti e nei messaggi che vengono in questo film promossi. Mio figlio è morto per un deliberato atto di violenza. E dal momento della sua morte, tutta la mia famiglia, si è prodigata per diffondere un messaggio di non violenza che abbiamo condiviso nelle TV, negli eventi, negli stadi e nelle scuole. Questo voglio sia chiaro e, nel film, non emerge nessuno di questi messaggi».

Antonella, difende giustamente suo figlio, e noi non vogliamo entrare nel merito del fatto se Ciro fosse o meno un ultras, non è questo il punto ma quello che è certo è che Ciro è morto per un agguato, non perché gli ultras del Napoli fossero andati a Roma in cerca di vendetta.
Qualcuno potrà dire che il racconto del film Ultras non è quello della vicenda di Ciro Esposito o che magari addirittura Ciro sia quel Sasà che è morto prima dell’inizio del film e che gli ultras vanno a vendicare a Roma. Comunque la si prenda e qualunque sia il personaggio di Ciro che viene impersonificato nel film, si sottolinea una voglia di vendetta che attorno alla vicenda di Ciro Esposito non è mai esistita. Non vogliamo entrare nel dibattito della violenza ultras, dell’appartenenza, della mentalità, ma vorremmo che non vengano strumentalizzate storie come quella di Ciro Esposito e di tutti quei ragazzi morti soltanto perché seguivano una passione, coltivavano un sogno, sentivano di appartenere a qualcosa simile ad una famiglia.

Dalla sua pagina Facebook, Lettieri ha provato a smarcarsi rispetto alla strumentalizzazione della vicenda di Ciro Esposito, definendolo un semplice equivoco. Il regista ha sottolineato anche che ogni gruppo ultras ha il proprio martire e che il Sasà che fa da sfondo a tutta la storia rappresenta ognuno di essi. È vero, Lettieri con le immagini riesce a restituire al pubblico una bellissima immagine di Napoli (anche se molte scene sono girate a Pozzuoli), nessuno mette in dubbio la sua bravura nella scelta della fotografia, e i video di Liberato ne sono un esempio. Una cosa è certa: è stata un’occasione mancata! Bastava non calcare la mano sugli stereotipi che investono il mondo degli ultras.

Si poteva raccontare un’altra storia!

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<![CDATA[La musica ai tempi del Covid-19]]>

Quello che stiamo vivendo è un tempo di sospensione in cui tutto ciò che scandiva le nostre giornate è fermo e con esso sembra essersi fermata anche la vita, che però, al di là dei vetri delle finestre della casa in cui siamo relegati continua a scorrere indifferente, anzi si direbbe risanata nella natura, con le giornate di sole, gli uccelli che cantano, i prati che si coprono di margherite. Mi viene alla mente l’immagine che di essa dà Leopardi, di un’entità indifferente alle vicende umane, da cui anzi riceve danno, aggiungo.

Gli appelli a stare a casa si arricchiscono col consiglio di riempire il tempo con la lettura e l’ascolto di buona musica.
I libri, gli spartiti, l’ascolto musicale da sempre hanno fatto parte della mia vita e ne sono stati spesso sostegno e salvezza nei momenti difficili. Lo sono ancor più adesso, insieme alla presenza dei quattro, di numero, gatti che dividono con me l’esistenza.

La musica però ha una sua specificità e ancor più della parola scritta, proprio grazie alla sua immaterialità e inafferrabilità, in quanto è un qualcosa che esiste solo nel momento in cui la si fa e che smette di esistere subito dopo, a differenza di un quadro o di un libro che hanno una loro oggettività permanente, è capace di dar voce ai nostri pensieri e alle nostre emozioni. Diceva Victor Hugo che ciò che non si può dire e non si può tacere, la musica lo può esprimere. Portava inoltre ad esempio della superiorità della musica rispetto alla parola, scritta o parlata, il famoso quartetto dal terzo atto del Rigoletto (Bella figlia dell’amore). In questo momento dell’opera infatti vi sono quattro personaggi che esprimono contemporaneamente ognuno un sentimento diverso e contrastante, senza che questo crei confusione, ma anzi, dandone l’esatta consapevolezza all’ascoltatore, cosa, che ovviamente in un teatro di prosa o in una narrazione scritta avrebbe potuto avvenire solo in successione. Ascoltate il quartetto, se non lo conoscete, per rendervene conto, magari avvalendovi della lettura del libretto o di una guida all’ascolto. (Potete ascoltarlo a questo link)

La musica quindi è sì uno specchio della vita che ci scorre attorno, ma è essa stessa esperienza di vita, nella sua essenza indicibile, nella individualità di ognuno di noi. Quando ascoltiamo musica diventiamo partecipi del vissuto materiale ed immateriale del compositore e allo stesso tempo vi troviamo ciò di cui abbiamo bisogno. Vi sarà capitato ascoltando un determinato passaggio di una sinfonia, di una sonata, di un quartetto di percepirlo come se fosse stato modellato esattamente sul vostro sentire? A me, è successo molto spesso, anzi in alcuni momenti della mia vita, particolarmente difficili e sofferti, mi riusciva impossibile sostenere alcuni ascolti musicali che amplificavano, esacerbandoli, alcuni stati d’animo.

Sappiamo bene come Platone affidasse alla musica non una funzione ludica o gratificante, ma etica, educativa e quindi, in molti casi e soprattutto in alcune espressioni, sosteneva andasse bandita, in quanto corruttrice dei costumi dei giovani.

Sicuramente sono concetti superati, l’arte in quanto tale deve essere libera, anche se, in alcune manifestazioni può svolgere benissimo una funzione etica. È indubbio però, per quel che mi riguarda, che l’ascolto musicale produca effetti diversi in chi ascolta. Tornando al discorso che accennavo sopra, cioè dell’impossibilità dell’ascolto di determinati autori, che pure prediligo, in alcuni momenti della mia vita, mi riferivo all’epoca tardoromantica, a Wagner e ai suoi epigoni, Mahler in particolare. 

Wagner, è autore complesso, in genere idolatrato o detestato, da cui però tutto ciò che è venuto dopo non ha potuto prescindere. Autodidatta, drammaturgo autore dei suoi libretti, studioso di filosofia, uomo controverso. Sulle barricate con Bakunin durante i moti di Dresda del 1848, seduttore della moglie del commerciante svizzero che lo ospitava durante il suo esilio e capace di sfruttare le nevrosi di Ludwig II di Baviera per il proprio interesse personale. La sua musica resta però una vetta assoluta nel teatro musicale e non sempre mi è stato possibile ascoltarla.

Ora che sono matura e ho composto dentro me tanti conflitti, mi è più facile abbandonarmi, senza risentirne, al pessimismo cosmico della Tetralogia dell’Anello dei Nibelunghi, saga nordica in cui ai temi dalla dannazione e redenzione, ricorrenti costantemente nelle sue opere, vi è sottotraccia anche la tematica sociale e politica espressa nel suo piccolo saggio Arte e Rivoluzione, con la condanna del capitalismo nascente, in cui la brama del possesso dell’oro porta alla distruzione dell’umanità (cos’è l’incendio del Walhalla se non quello a cui l’umanità assiste da quando la brama di profitto violenta e distrugge la natura?).
Il finale del Crepuscolo degli Dei è di una tragicità assoluta, apparentemente senza rimedio, che rimanda al finale della Coscienza di Zeno in cui Svevo immagina l’Apocalisse, quasi prefigurando l’avvento della bomba atomica, con una grande esplosione che ridurrà la Terra ad una nebulosa che vagherà nel cosmo. «Forse attraverso una catastrofe inaudita prodotta dagli ordigni torneremo alla salute».
Allo stesso modo la famosa melodia infinita che si avvolge continuamente su sé stessa descrivendo le fiamme che distruggono la dimora degli Dei e con essa l’umanità, dà l’esatta dimensione della catastrofe, della dissoluzione, anche se l’accordo finale in tonalità maggiore apre alla possibilità, così come in Svevo, di una rinascita. La risposta, però, ahimè, non ci viene fornita.

La musica contiene in sé la vita con le sue emozioni forti, ma anche con le sue astrazioni, le sue sublimazioni e forse, Beethoven, tutt’altra figura umana e d’artista è quello che più ha da dirci in questi tempi, col suo senso invincibile della vita, l’accettazione e sublimazione del dolore, la consapevolezza dell’Eterno, cose di cui abbiamo tutti bisogno.

Beethoven, spirito fiero e orgoglioso, figlio dell’Illuminismo e di Kant, ha per primo interamente rivendicato la libertà dell’artista in un’epoca in cui i musicisti erano considerati poco più che servitori dai potenti e obbligati, se al loro servizio, ad indossare la livrea, come fece lo stesso Haydn. Genio solitario, apparentemente misantropo, in realtà forte di un sentimento di fratellanza universale, come testimonia il suo Testamento di Heiligenstadt e la carica ideale delle ultime sue composizioni, compreso il tanto abusato (e mal compreso) Inno alla gioia della Nona Sinfonia. Coerente però con i propri ideali, tanto da morire in solitudine e povertà minato dalla cirrosi epatica in un letto infestato di cimici in una povera casa in affitto.
Mi ha sempre commosso leggere le cronache della sua biografia e in particolare la sua sofferenza per la sordità totale in cui fu relegato per buona parte della sua vita, che poi corrisponde agli anni delle sue creazioni più alte.
Quella stessa sordità che gli impedì di sentire gli applausi entusiasti del pubblico alla prima della Nona sinfonia al Teatro di Porta Carinzia a Vienna, vestito della sua vecchia giacca di velluto verde che non aveva potuto cambiare con una nuova perché, malgrado il trionfo, la vendita dei biglietti era riuscita appena a coprire le spese.

«Raccomandate ai vostri figli la virtù, essa sola può rendere felici, non il denaro, parlo per esperienza. Fu essa che mi ha sollevato dalla miseria, devo ad essa e alla mia arte se non ho finito i miei giorni col suicidio. Addio, ed amatevi!»
Heiligenstadt, 6 ottobre 1802

La musica è vita quindi, sia essa nella disperata dissoluzione del crepuscolo wagneriano, come nella redenzione/sublimazione del Parsifal dello stesso autore. Nella apollinea serenità degli adagi mozartiani come nella tragicità del suo Requiem o della sua Musica funebre Massonica. Nella sublime malinconia della musica da camera di Schubert, morto a soli 31 anni e nella eroicità della Marcia funebre della terza sinfonia di Beethoven. Nella sacralità della polifonia vocale, da Palestrina fino ai contemporanei Arvo Part e Ola Gjeilo.

La musica non ci risolve i problemi della vita, ma ci indica una strada, quella della bellezza e dell’Infinito, senza i quali essa diventerebbe molto più dura e, forse, priva di senso.

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<![CDATA[Diario di una quarantena - III settimana]]>

Un’ennesima settimana in quarantena è quasi terminata.
Sembra ieri che scrivevo la prima puntata di questo strambo format, eppure - non me ne sono neanche accorta - sono trascorsi altri interminabili sette giorni.

Per fortuna non mi sono ancora ridotta a segnare sulla parete della cucina i giorni che passano e a chiudere, di volta in volta, con una linea orizzontale, le sette bacchette trascritte in matita.
Tuttavia, associare una reclusione del mio tipo con quella di un vero e proprio carcerato, è notevolmente insensibile. Ho calore, cibo, un bagno personale, un computer e una connessione, qualcuno da abbracciare di notte. Non esattamente come una persona che vive dietro delle sbarre di ferro in cunicoli sovraffollati e umidi.

Mentre scrivo, una domanda fa capolino nella mia mente. «Ma che cosa ho fatto questa settimana?».
Sbraccio nella nebbia fitta, raggomitolo i ricordi: sicuramente come un altro mezzo milione di italiani ho dato sfoggio di dubbie qualità culinarie. I tutorial invadono la mia home, conosco il procedimento per ottenere la lievitazione perfetta. Peccato che il supermarket più vicino casa in cui mi reco, è sempre – dico sempre – sprovvisto del lievito di birra.

Questa settimana, rispetto alla precedente, è stata caratterizzata da un cielo plumbeo, pioggia fitta e vento tagliente. Ho coperto il viso con una sciarpa di lana per andar a ritirare i giornali settimanali: internazionale, l’espresso, qualche quotidiano nazionale. Ormai è l’unico acquisto di lusso che mi concedo, dopo aver grandemente limitato l’acquisto del tabacco.
Sto conservando gelosamente i giornali, ormai quasi invadono casa.
Penso che li terrò come ricordo simbolico: quando lì vedrò tutti lì, spiegazzati e sgualciti nel portariviste, ricorderò il sacrificio della libertà, e che la mia unica evasione dalle mura casalinga, per un intero mese, è stato l’acquisto del giornale al chiosco più vicino.

Fortunatamente, nel paese di poeti, naviganti e – ovviamente – cuochi, sono riuscita a manifestare la mia creatività latente. Ho effettuato esercizi mirabolanti di fitness con sottofondo otto e mezzo di Lili Gruber. Ho macinato in poco tempo un libro, che tuttavia ho trovato scialbo e mal scritto, e ne ho iniziato un altro, molto meglio. Ho ascoltato una sinfonia di Mahler, un disco metal e, per non farmi mancare proprio nulla, un artista Trap italiano, domandandomi per 2 minuti su 3.40, in che lingua stesse rappando (spoiler: italiano).
Ho notato che nei talk show televisivi i relatori ospiti si fanno inquadrare sempre dinanzi una libreria. Alle volte scarna, altre ben più fornita, un giorno ho individuato anche un Capitale. Dettagli non propriamente di poco conto di questi tempi.

Nel frattempo la stessa tv è divisa: ci sono i triti servizi con sottofondo musicale malinconico inerenti ospedali al collasso, pazienti intubati e parenti in lacrime. Il focus della telecamera si sofferma sulle lacrime che scorrono copiose sul volto di una giovane.
Giro stizzita per quella manifestazione di impudicizia. E che diamine. Non si può speculare così profondamente sul dolore come in un servizio di Studio Aperto qualunque.
Lo zapping mi spinge su uno schermo composto da dati, statistiche, grafici e istogrammi: non vuoi empatia? Beccati il cinismo calcolatore dei numeri. 8000 mila morti, 10mila contagiati, +10% di guariti, -12% della borsa, + 9% della borsa, et similia. Ingoio un boccone amaro e prendo a fare il caffè. Si prospettano tempi da far paura.

L’immagine della settimana, dato che il signore seduto (il Van Gogh padovano) ha dovuto obbligatoriamente togliere – di fretta e furia per la pioggia – la sedia di vimini (col cuscino rosa) dal poggiolo, è mutata.
Questo sabato dono a tutti voi l’immagine che ho dinanzi la finestra (…e che culo direte voi), il parco vuoto, senza nessun bambino, con le altalene che cigolano acute ad ogni soffio di vento.

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<![CDATA[España Circo Este]]>

Venerdi 27 MarzoCso PedroVia Ticino, 5 - Padova


España Circo Este

www.facebook.com/espanacircoeste

Club Tour 2020

España Circo Este ritornano in tour con il nuovo album, in uscita a marzo 2020 per Garrincha Dischi.


Apertura cancelli ore 21.00

Inizio concerto ore 23.00


Ingresso 5 € - No prevendite

Biglietti disponibili alla porta la sera del concerto


Appena 6 anni di attività e più di 500 concerti tra Italia, Europa ed America, per la band España Circo Este. La musica degli E.C.E. è un mix di Pop e di Punk, di Tango e di Cumbia, di Latin e di Reggae. Un sound unico ribattezzato Tango-Punk.

La loro carriera ha inizio nel 2013 quando la band pubblica l’E.P. autoprodotto Il Bucatesta a cui fa seguito un tour di oltre 100 date tra Spagna ed Italia.

Nel gennaio 2015 pubblicano La Revolucion del Amor, il primo LP, che li impegna in un tour europeo di 120 date in 6 paesi diversi (Italia, Svizzera, Austria, Danimarca, Germania e Repubblica Ceca), mentre nell’estate dello stesso anno vengono chiamati come opening act ufficiali nei tour italiani di artisti dal calibro di Manu Chao e Gogol Bordello.

Il 2016 li vedrà ancora “on the road” in Italia e nel resto d’Europa. Un lungo Tour che farà tappa in alcuni dei più importanti festival europei, come l’Hafenfest di Amburgo, il Breminalia di Brema, il Passpop ed il Lowlands in Olanda (unica band italiana invitata da questi due storici festival olandesi in oltre 20 anni di programmazione).

Nel 2017 pubblicano in Italia con Garrincha Dischi – ed in licenza anche in Spagna, Portogallo, Andorra, Francia e Germania, Austria e Svizzera – il loro secondo album Scienze Della Maleducazione e nell’autunno dello stesso anno ricevono a Faenza il premio MEI per il “Miglior Tour Nazionale ed Internazionale” dell’anno. Il 20 Ottobre dello stesso anno esce il loro primo disco live Tour della Maleducazione che imprime su disco l'energia incendiaria che la band sprigiona sul palco.

A marzo 2018 volano verso gli Stati Uniti selezionati tra le 12 band ospiti dell’International Day Stage del mitico South by Southwest di Austin in Texas, siglando così la loro prima apparizione fuori dal Vecchio Continente. A giugno dello stesso anno pubblicano per il mercato Sud Americano Bau Bau Ciudad, un EP di tre tracce in collaborazione con l’artista messicana Flor Amargo.

Nel 2019 entrano in studio con il produttore Fabio Gargiulo (Lo Stato Sociale, Arisa, Eros Ramazzotti, La Rappresentante di Lista, Motta, ecc…) per le registrazioni del nuovo album in uscita in primavera 2020 per Garrincha Dischi.

Gli España Circo Este sono: Marcelo (Voce, Chitarre), Jimmy (Batteria, Percussioni, Voce), Ponz (Basso, Synth, Voce), Matteo (Fisarmonica, Chitarre, Violino, Voce)

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<![CDATA[Spiritualità e distorsione: la doppia anima dell’istrionico francese Igorrr]]>

Con Savage Sinusoid nel 2017, Igorrr (al secolo Gautier Serre) ci aveva già lasciato tutti a bocca aperta.

Sia chiaro, non è propriamente un artista comprensibile al quisque de populo, d’altronde nemmeno i suoi fan riescono a comprendere pienamente il suo estro.
La sua meticolosa follia sfocia nel genio apodittico! Le varie tracce che di volta in volta compone sembrano dei quadri dipinti di getto da pittori in evidente trance assassina. Quasi appaiono tangibili le pennellate di colore ad ogni frequenza melodica: ora toccanti e sensibili in celeste, ora strazianti e rudi in rosso sangue.

Il nuovo album, fuori il 27 marzo 2020 per la Metal Blade Records è intitolato Spirituality and Distortion e consolida la sua meritata reputazione composta di genio Spirituale e sregolatezza Distorsiva.

Il francese riesce ad unire, nella maniera meno convenzionale possibile, svariati generi musicali: dalla musica classica o barocca sino alle linee più fosche del death metal.
Inconcepibile combinare Cannibal Corpse e Chopin? Beh, non per Igorrr.
Ed è proprio per questo motivo che lo si riesce ad apprezzare: l’ascolto musicale non si può incasellare in un reparto statico e stantio, gli stimoli, come nella vita relazionale di tutti i giorni, provengono dal multiculturalismo, dalla diversità artistica, sentimentale, perfino psicologica.

L’album è un vero e proprio viaggio nei diversi stati mentali, nulla di artificiosamente costruito, ma è un calarsi a pieno in una composizione naturale, seguendo istinto e passione.
L’incipit del disco già fa intuire da lontano che l’ascolto sarà un’esperienza sensazionale: Downgrade Desert è un combinato di elementi: il tocco arabesk del sitar lascia spazio a riff piombati di chitarra, sino a growl elettrificati in 8 bit.
Nel prosieguo ci si imbatte in un valzer nevrotico, i violini traghettano in una suite da danza rinascimentale, sino all’intervento di chitarra sferzante ed un doppio-pedale vorace.

Sono in trance. Sento violini, pianoforte veloci, elettronica dal groove portentoso, mi chiedo più volte «Ma cosa diamine sto ascoltando?» Eppure mi piace, dannatamente mi piace.

Il sitar ritorna portentoso nel singolo Camel Dancefloor che insieme ad elementi propriamente dance, disegna un pezzo dalle frequenze elevate. Impossibile non lasciarsi trascinare da una melodia così sensuale.
Parpaing, sesta traccia dell’album è nata con la collaborazione di una voce (o meglio, ugola) nota, George Fisher dei Cannibal Corpe, su una base velocizzata come in un videogame dalle soundtrack ansiogene.
La fisarmonica, già elemento peculiare della traccia Cheval, dell’album precedente, ritorna da protagonista mettendo in scena una mazurka dai toni ilari. Segue un basso in slapt, doppi-pedali chiodati e ritmi che dir caotici è dir poco.
Uno scenario sinistro dalle tonalità fluo (Lost in Introspection) compare all’orizzonte: archi in combinato con corde stilizzate e gettate in pasto all’elettronica più insaziabile, spirali in eco di voci operistiche, lontane e inquietanti, sino all’immancabile intervento in focus di Laure Le Prunenec, la cui voce inconfondibile impreziosisce da tempo le composizioni di Igorrr.

Di un’immensa bellezza è la traccia Paranoid Buldozer Italiano, in cui la combinazione opera – brutal metal arriva ad una sublimazione. Entrambe prendono la rincorsa su se stesse per poter arrivare ad abbracciare l’altra: ed è così che la voce soprana muta e si maschera in vocali mostruosi e stizziti.
Proprio sul termine del disco, mi viene in mente la figura del Barochore: un genere d’invenzione Igorriana, all’interno del quale si miscelano archi e clavicembali angelici con l’animo diabolico-piombato di distorsioni e roboanti batterie.

La conclusione è affidata all’intervento degli ospiti Pierre Lacasa e Jasmine Barra che arricchiscono ancor di più, in versatilità ed originalità, il nuovo disco Gauteriano.

La sintesi del disco può rientrare nel detto «Il diavolo e l’acqua santa» che come uno yin e uno yang rappresentano la combinazione necessaria di un’anima, dissoluta o ammodo che sia, che fuoriesce imperante in tutte le sue forme possibili immaginabili.

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<![CDATA[Snatura Rock del 22 marzo 2020]]>

Intervista a Il Silenzio delle Vergini
Il Silenzio delle Vergini è una band del bergamasco che mette in scena delle emozioni, come fossero piccoli cortometraggi e così i momenti diventano strutturati, complessi e profondi. "Fiori Recisi" è il titolo del loro ultimo album uscito per Restisto e I Dischi del Minollo e segue l'esordio "Colonne sonore per cyborg senza voce" del 2017 e l' EP "Sui Rami di Diamante" del 2018. Suoni scuri, appuntiti, ossessivi, claustrufibici e dall'impatto noise, come anche tranquillizzanti per il gran finale. Ne parliamo con Armando Greco, chitarrista e co-fondatore della band assieme a Cristina Tinella, voce e basso. Completa la band il batterista Francesco Lauro Geruso.

Francesca Ognibene

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<![CDATA[ReadBabyRead_483_Michele_Catozzi_4]]>

«Sul terreno, antiche gettate di cemento, schegge di pavimenti piastrellati e tracce di muri divisori testimoniavano che un tempo lì sorgevano costruzioni, gabinetti, spogliatoi, depositi. Poco più in là un affastellarsi di tubi multicolore corrosi all'esterno dalle intemperie e all'interno dai veleni rimasti intrappolati per anni nelle condutture, che ad aprirle si rischiava la vita... 
Chiunque sapeva cos'era accaduto al Petrolchimico, ma tutti cercavano di dimenticare. Aldani, al contrario, tentava di ricordare. Aveva seguito ogni fase del processo iniziato nel '98 e all'epoca si era letto gli atti e le sentenze. Il suo interesse era ai limiti del morboso. Ricordava molti dettagli, pur non essendo mai stato in quei luoghi di cui tante volte aveva letto, e trovarsi lì gli causava una specie di vertigine.» [Michele Catozzi, Marea tossica]


ReadBabyRead #483 del 26 marzo 2020


Michele Catozzi
Marea tossica

Brani (prime 116 pagine)

(4a parte)


per info su F. Ventimiglia e C. Tesser:

Lettura e altri crimini
iTunes podcast


voce: Francesco Ventimiglia


Venezia, 8 novembre 2012

“Il crepuscolo stendeva una luce incerta sulla laguna nord, ammantando di grigio rosato le acque, le barene, gli isolotti. Gli ultimi brandelli infuocati si stavano spegnendo dietro le montagne all'orizzonte e bagliori arancioni accarezzavano il profilo di Venezia.
Lungo il canale di San Secondo, che affianca il ponte della Libertà dal lato della ferrovia, l'isola delle Pantegane, con la sua bassa e inestricabile vegetazione spontanea, si stemperava nella penombra a poche centinaia di metri dalla terraferma della penisola di San Giuliano. Una quarantina di anni prima era una lunga spiaggetta sabbiosa ambita dai ragazzi di Mestre che la raggiungevano in barca per farsi una nuotata, ora rimaneva soltanto un relitto oblungo alla deriva nella laguna, con la sabbia mangiata via dal moto ondoso e sostituita da una distesa di fanghiglia puzzolente coperta di rifiuti di plastica multicolore. Quanto a fare il bagno, se uno ci teneva alla salute, era meglio lasciar perdere.”


Un romanzo per non dimenticare il Petrolchimico

Marea tossica non avrebbe potuto avere migliore relatore di Gianfranco Bettin alla presentazione del 25 ottobre alla Libreria Ubik di Mestre. Ho contattato Bettin, memoria storica di Marghera ed esperto delle vicende del Petrolchimico (cito soltanto Petrolkimiko, Le voci e le storie di un crimine di pace, Baldini & Castoldi 1998, da lui curato, e rimando al post di anteprima della presentazione per ulteriori dettagli), perché non poteva che essere lui ad affiancarmi in questa prima uscita pubblica del romanzo. Gianfranco ha accettato con entusiasmo e sono felice di averglielo chiesto.
La presentazione è andata molto bene, la libreria era piena, in sala anche un magistrato e un sindacalista, un poliziotto e un giornalista, insegnanti e docenti universitari, ma soprattutto i due ex operai Vinyls protagonisti del documentario Il pianeta in mare di Andrea Segre di cui ho parlato diffusamente nel post dedicato alla recente proiezione del film al “capannone” del Petrolchimico, Nicoletta Zago e Lucio Sabbadin. Dulcis in fundo, in prima fila sedeva Maurizio Dianese, nerista del Gazzettino di Venezia e coautore proprio con Bettin di un importante libro sulla tragedia del Petrolchimico, quel Petrolkiller (Feltrinelli 2002) che è stata una tra le mie fonti principali di documentazione per le vicende narrate nel romanzo. Per chi fosse interessato alle mie fonti, rimando alla lunga Nota autore pubblicata all’interno di Marea tossica.
Una serata entusiasmante (probabilmente, anzi di sicuro sono di parte, e ci mancherebbe) che da sola mi ha ripagato della lunga e faticosa gestazione del romanzo. Una serata che Alessandro Tridello, l’appassionato libraio della Ubik di Mestre senza il quale l’evento non sarebbe stato possibile (e che si era poco prima scatenato con una vetrina “creativa” piena di Marea tossica) ha suggellato con un enorme sorriso di soddisfazione. Alessandro ha anche detto che sono “ormai il beniamino della libreria” e che “la Ubik di Mestre mi vuole molto bene”. Ricambio con affetto.

Ma andiamo con ordine. Bettin, come previsto, è stato un relatore davvero impeccabile che non solo ha dimostrato una grande padronanza delle tematiche legate a Porto Marghera e al Petrolchimico, ma anche una capacità di analisi del testo davvero fuori dal comune. Il lettore mi perdonerà se riporterò alcuni stralci dei suoi interventi (e di quelli del pubblico), un piccolo florilegio che ho potuto recuperare grazie a una registrazione di fortuna (e che ho tentato di riportare il più fedelmente possibile compatibilmente con le problematiche di trascrizione). Aggiungo che il suo intervento è stato accompagnato dalle letture di alcuni brani del romanzo fatte dalla bravissima Stefania dell’associazione Voci di Carta. Il virgolettato è di Bettin, salvo ove diversamente indicato.

«Tutte le inchieste di Aldani si configurano come interne alla tradizione del genere, ma poi acquistano significati molto legati alla storia di Venezia e in sintonia con l’attualità, come la vicenda del Mose o della banda Maniero o, come in questo caso, una vicenda, quella del Petrolchimico, di grandissima importanza, forse anche maggiore rispetto alle precedenti.»

«Se si potesse entrare dentro l’area del Petrolchimico come si va in qualunque altra parte della città si potrebbe percorrerla con precisione seguendo le dettagliate descrizioni del romanzo. Credo sia la più completa ricostruzione in chiave letteraria del paesaggio del Petrolchimico.»

«La scrittura di Catozzi è una scrittura generosa, che dà molto e che dice molto, una generosità di cui si giova il lettore

«C’è poi l’uso del dialetto, i cui inserti apportano un senso di vita autentica che entra dentro il romanzo e che si lega bene con l’italiano del resto della storia. Questo fa la differenza e profila il commissario Aldani dentro il variegato e ricchissimo panorama della narrativa noir. È spesso il dialetto bastardo che parliamo in terraferma, un mix del vecchio veneziano con apporti dalla città meticcia che siamo da sempre e che quindi tende a non irrigidirsi in una forma, a creare una certa musicalità che deriva dall’utilizzo, non da una struttura classica di lingua dialettale

«Un tipo di scrittura che fa funzionare il racconto, che trascina il lettore dentro la storia e affabula con la generosità della lingua e i dettagli delle descrizioni.»

«Nella scrittura prevale la ricchezza del racconto che non ha gli alti e bassi scanditi dalla secchezza delle frasi o dall’intensità dell’effettaccio splatter ma fa emergere l’intensità, l’effettaccio, o quella secchezza dalla materia stessa di cui l’autore parla tenendo un costante registro letterario e questo conferisce originalità e autenticità al romanzo

«Nella narrazione spicca il forte ruolo dei paesaggi, così come anche nei libri precedenti, in cui erano più centrati sulla Venezia storica o sulla laguna, mentre qui lo sono sulla città industriale, su Marghera, sia quella storica che quella dell’attuale fase di transizione

«In tutto il romanzo c’è un grande rispetto per la storia di una parte importante della città, per la storia di questa comunità e dei suoi personaggi. C’è il rispetto del commissario, dichiarato, ma c’è anche il rispetto specificamente letterario che si evince dalla grande cura e attenzione riservate ai personaggi, anche quelli apparentemente minori, nessuno di loro è trattato in modo sbrigativo. Il rispetto più importante che uno scrittore può dimostrare verso i propri personaggi è quello di scriverne bene, nel senso di usare le parole appropriate, scegliendo quelle giuste per descrivere proprio quella persona, non “gli operai”, ma “quell’operaio”, ciascuno nella propria, distintiva, specifica, diversa caratteristica. Ci saranno almeno una ventina di operai di quel mondo che vengono raccontati nel romanzo e tutti sono trattati in maniera molto accurata, che significa rispettabile, sulla pagina, evitando cioè i soliti luoghi comuni. Mi capita in questi mesi di girare sia per il film di Segre che per il mio romanzo e mi imbatto spesso nei luoghi comuni. Un buon modo, un modo forte dal punto di vista letterario per contrastare i luoghi comuni è quello di scrivere in modo appropriato

A questo punto mi sono sentito di commentare la felice concomitanza dell’uscita dell’ultimo romanzo di Bettin, Cracking (Mondadori, 2019), mentre stavo completando la revisione di Marea tossica, per non parlare della recentissima uscita del documentario Il pianeta in mare. Oltretutto, giusto il giorno prima Gianni Favarato aveva firmato su La Nuova Venezia un bel pezzo dal titolo “Il Petrolchimico e Marghera ispirano scrittori e registi” che riporto qui sotto con orgoglio.

Nell’articolo Favarato coglie la coincidenza dell’uscita di alcuni romanzi su Marghera e Venezia e del documentario. Un onore per me essere affiancato a scrittori di fama come Bettin e Ferrucci.
Favarato, fonte inesauribile su Porto Marghera, è peraltro il coautore di un altro libro essenziale per la documentazione di Marea tossica: Processo a Marghera. L’inchiesta sul Petrolchimico, Nuovadimensione – Ass. G. Bortolozzo 2002. Anche in questo caso rimando alla mia Nota autore in Marea tossica.

Commenta Bettin a proposito di queste coincidenze. «Speriamo sia un segno anche di attenzione più generale per Porto Marghera, questa è una fase importante della sua storia. Sono realista, ci sono grandi potenzialità e credo di intuire come si possa valorizzarle, dobbiamo spingere in questa direzione. I racconti, i film, i romanzi, i gialli, i noir, tutto serve per non dimenticare. Il nemico principale di Porto Marghera da un certo punto in poi è stato sempre la rimozione, l’indifferenza, il lasciare i lavoratori soli ad arrangiarsi. Ci sono qui Lucio e Nicoletta, Davide Camuccio segretario dei chimici CGIL di Venezia. Perché si sono dovuti inventare di tutto e di più per attirare l’attenzione sulla vertenza Vinyls? Perché la città l’aveva rimossa, aveva rimosso il Petrolchimico che soltanto pochi anni prima avrebbe potuto scendere in strada e bloccare l’intera area industriale. Oggi bisogna rilanciare l’enorme potenziale di Marghera. Magari anche leggendo un libro come questo, che attraverso il piacere di una storia noir, tra la curiosità di sapere come va a finire e personaggi a volte divertenti, ti costringe a chiederti anche di quell’altra storia.»

In finale di serata ci sono state alcune domande del pubblico. Ne riporto un paio.

Anthony: «Questa azione di depositare in forma scritta aspetti che non sono noti è importantissima. Nel romanzo ci sono brani di saggistica, ci sono approfondimenti sugli impianti e poi c’è la storia gialla, in questo modo la materia diventa leggera e scorre. Fuori da Porto Marghera si sa che esistono questi luoghi, ma non sono mai stati descritti così in dettaglio. In questo modo si creano storie, si crea “la” storia, che rimane.» E ancora: «I miei studenti mi chiedono spesso di organizzare una visita di sera agli stabilimenti. Noi da ragazzi ci andavamo di notte per vedere i camini illuminati

Anche io, ci andavo… Il fascino estetico del Petrolchimico.

Alberta: «Ho letto tutti e tre i romanzi di Catozzi e gli elementi del paesaggio, i momenti di dialogo non secco e scabro ma coinvolgente e le mato: «I sociali, fatte passare attraverso il vincolo di una storia noir, tutto questo mi ha sempre fatto pensare a Ed McBain, l’americano di origini italiane padre del police procedural. È veramente notevole per me vedere per la prima volta nel noir italiano tutti insieme questi elementi. Finora, così ben compenetrate tra loro, le avevo trovate solo lì

Aggiunge Bettin, che ho scoperto essere, al pari di Alberta, un grande appassionato dell’autore americano: «Con McBain c’è l’elemento della dimensione collettiva della squadra che è più forte che in altri autori. Una sorta di collettivo che è anche un microcosmo e nei romanzi di Catozzi questo c’è. Non c’è soltanto Aldani ma anche tutti gli altri personaggi della squadra, partendo da Manin per finire con il piemme. Anche la città, così come i luoghi, anche quelli non abitati, come la Marghera dell’abbandono, sono personaggi forti».

Mentre firmavo gli ultimi autografi, Nicoletta e Lucio mi si sono avvicinati per scambiare due chiacchiere. A un certo punto Nicoletta ha esclamato: «Il romanzo di Bettin, poi il film di Segre, poi il tuo romanzo, e tu lo leggi, con dovizia di particolari, che mi sembra di stare dentro agli impianti, che io li conosco tutti quegli impianti, ci ho lavorato 25 anni, li ho girati in lungo e in largo, e leggendo la tua descrizione, mi ci sono ritrovata. Dentro la mia testa il Petrolchimico era proprio così».

C’era un modo migliore di concludere la serata?

Michele Catozzi,  4 novembre 2019


Le Musiche, scelte da Claudio Tesser

Joy Division, No Love Lost [Joy Division]
Hilmar
Örn Hilmarsson & Sigur Rós, Approach / Dream [Hilmar Örn Hilmarsson]
Hilmar
Örn Hilmarsson & Sigur Rós, Memory [Hilmar Örn Hilmarsson]
Hilmar
Örn Hilmarsson & Sigur Rós, The Black Dog and the Scottish Play [Hilmar Örn Hilmarsson]
Hilmar
Örn Hilmarsson & Sigur Rós, Degradation [Hilmar Örn Hilmarsson]
Hilmar
Örn Hilmarsson & Sigur Rós, Over the Band [Hilmar Örn Hilmarsson]
FKA twigs, Home wit you [FKA twigs, Ethan P. Flynn]
Hilmar
Örn Hilmarsson & Sigur Rós, Shave [Hilmar Örn Hilmarsson]
Hilmar
Örn Hilmarsson & Sigur Rós, On the Road [Hilmar Örn Hilmarsson]
Hilmar
Örn Hilmarsson & Sigur Rós, Another Memory [Hilmar Örn Hilmarsson]
Nine Inch Nails, Eraser [Trent Reznor]
Hilmar
Örn Hilmarsson & Sigur Rós, Bium Bium Bambalo [Hilmar Örn Hilmarsson]
FKA twigs, Fallen Alien [FKA twigs, Ethan P. Flynn, CY AN, Nicholas Jaar]
Hilmar
Örn Hilmarsson & Sigur Rós, Journey to the Underworld [Hilmar Örn Hilmarsson]
Sigur Rós, Ba Ba [Sigur Rós]
How To Destroy Angels, The Space In Between [How To Destroy Angels]
Tribalism3 (Yann Joussein, Olivia Scemama, Luca Ventimiglia), 5543 [Yann Joussein]

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<![CDATA[I Migliori Pensieri: Il Rap per Emergency contro il COVID-19]]>

I Migliori Pensieri è il brano introduttivo dell’omonimo progetto discografico corale che coinvolge più di 100 artisti tra musicisti, cantanti, attori rappers e writers, uniti con lo scopo di sostenere Emergency attraverso una raccolta fondi a favore di chi sta operando contro il COVID-19.

“Ci servono i migliori pensieri” è la frase che Gruff e le sue voci ripetono come un mantra, nel tentativo di regalare 7 minuti di ottimismo agli ascoltatori.

In questa prima traccia, il rap di Clementino si alterna a quello di Oyoshe e di Militant A (Assalti Frontali), la cantante Petra Magoni invita ad apprezzare il tempo lento di quest’oggi, mentre il trombonista Gianluca Petrella ne impreziosisce la melodia, cadenzata dalle percussioni del salentino Roberto Chiga (Notte della Taranta). Le voci di Asia Argento, Frankie Hi-Energy, Corrado Fortuna, Dj Ralf e altri fuoriclasse del cinema e della musica, che hanno contribuito alla generazione del brano, vengono scratchate dalle mani esperte di Gruff, anche ideatore dell’intera base accompagnatrice.

Ascolta il brano: https://djgruff.com/i-migliori-pensieri-emergency/

La Genesi del progetto:

L’idea nasce da una telefonata intercorsa tra Sandro Orrù e Dario Fichera, perfusionista cardiovascolare dell’azienda ospedaliera dell’Università di Padova, in trincea da giorni, sin dalla primissima diffusione del virus COVID-19.

Fichera invita Gruff a supportare il corpo dei medici e degli infermieri con la sua musica, così come già fece nel 2015, quando l’operatore sanitario e l’artista organizzarono il tour italiano del “Camps Breakerz Crew”, progetto a sostegno della danza, dell’arte e dell’istruzione, che tramite una raccolta fondi mirata aveva l’obiettivo di garantire studi a molti ragazzi profughi di Gaza, che poi ha avuto un seguito nel 2019 con il progetto “Gaza is Alive” promosso dall’Associazione Ya Basta! Êdî Bese!

Le parole di Fichera commuovono Gruff, che si muove immediatamente, diffondendo un appello a musicisti, cantanti, attori, rappers e writers.

«Via le barriere, via i conflitti, in questo momento difficile per l’Italia, uniamoci nella musica e insieme, da lontano, ognuno porti il suo messaggio.» Dj Gruff.

In pochi minuti arrivano le registrazioni: chi da cellulare, chi dallo studio, e poi le musiche che sono tante, troppe per un solo brano. Così il progetto si amplia e nasce l’idea di un album, che si comporrà di brani ciascuno in uscita cadenzata, rispondendo alla (non) logica di questo tempo incerto e sospeso.

Come detto in precedenza, dalla notte tra il 24 ed il 25 marzo 2020, I Migliori Pensieri è disponibile online, mentre già ci prepariamo per l’uscita della seconda traccia, Viene e Va 2020, il terzo (attesissimo) lato del progetto uscito nel 2008, che aveva già visto la straordinaria partecipazione di diversi musicisti, dj e tantissimi rappers, che tornano finalmente in campo uniti, dopo tutti questi anni, per una nuova lotta: quella contro il Corona Virus.

Per questo secondo brano ci aspettano i contributi di oltre 50 artisti tra i quali Cenzou, Inoki, Ekspo, Esa, Ramtzu, 5l e Fakser (alien army), Willy Valanga, DJ Stile, Reka Uomodisu, Zorlak e molti altri.

Tutti i brani che comporranno I Migliori Pensieri saranno rigorosamente no profit.

Ogni ascoltatore troverà le istruzioni per la libera donazione, che verrà devoluta alla ONG Emergency onlus.

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<![CDATA[Anime gentili e isole lontane]]>

Cosa può generare lo scontro tra due elementi carichi di tensione che collidono e si amalgano dopo un lungo viaggio nel tempo. Cosa può accadere se il suono prodotto da un longevo e balbuziente registratore a bobine, accompagnato dalla voce di un synth di vecchia generazione penetra nelle texture create dall'innovazione digitale.

L'intensa e struggente materia che costantemente avvolge le nostre anime si palesa, inizia a pulsare e trasmettere segnali di limpida purezza. La natura umana si manifesta in tutta la sua fragile e maestosa potenza, portando con sé antichi e impagabili segnali di esperienze meccaniche e futura speranza nella potenza onirica del sogno digitale.

Due fuoriclasse si sono riuniti per offrirci questo magnifico ascolto, hanno scelto un nome che in italiano suona come Bobine Lente, un'immagine che rende perfettamente il dipanarsi di questo suono e delle immagini che contiene. Ian Hawgood e James Murray sono gli artefici di questo ennesimo viaggio nell'infinito e vasto spazio dell'introspezione indotta dal suono. Quelle bobine trasportano la preziosità di un linguaggio che sa penetrare a fondo. Si potrebbe quasi creare un parallelo tra questo disco e certi lavori di Bill Viola come, per esempio, l'immersivo e travolgente Ocean Without A Shore. Quelle Farewell Islands, quelle isole lontane e disperse nell'oceano in tempesta che continuamente minaccia le nostre piccole e fragili imbarcazioni, sono come i corpi ripresi mentre oltrepassano le barriere del tempo rappresentate dalla liquidità dell'acqua che scrosciando violenta divide, crea un confine tra vita e morte, tra definitiva rinuncia e riappropriazione e diritto all'esistenza. Il continuo incessante rombo dei droni e dei loop, supportati dall'incessante lavoro del noise che si espande dai veccchi tracciati su nastro, ricorda il liquido riversarsi del furioso elemento capace di creare quella barriera oltre la quale si cela la magia di una tessitura sonora che riporta alla vita perchè di vita risuona.

 

L'elemento poetico è la costante di questo avvincente album, la poesia declinata in suono creato da due anime gentili, lontane tra loro come le isole che descrivono. L'una vive a Varsavia, l'altra a Londra, una fitta corrispondenza digitale ha loro permesso di comporre questa ennesima e travolgente lirica che aggiunge un ulteriore tassello di fascino ad un genere capace di rinnovarsi mostrando senza timore il suo lato più sensibile e suadente.

 

Ian Hawgood è owner della label Home Normal: https://www.homenormal.com/

James Murray è owner dalla label Slowcraft: http://www.slowcraft.info/

 

Farewell Island è uscito il 13 Marzo su etichetta Morr Music: https://www.morrmusic.com/release/ECC2/slow-reels/farewell-islands

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<![CDATA[Anime gentili e isole lontane]]> info@sherwood.it (Sherwood Network) <![CDATA[Anime gentili e isole lontane]]> info@sherwood.it (Sherwood Network) <![CDATA[25 marzo 2020. RBR per il Dantedì]]>


Oggi, 25 marzo 2020, la prima edizione del Dantedì, la giornata dedicata a Dante Alighieri. La bellezza dei versi di Dante come auspicio che si possa uscire il prima possibile dalla "selva oscura" che avvolge tutto il mondo, per "riveder le stelle".


25 marzo 2020. RBR partecipa al primo Dantedì

Franco Ventimiglia legge i Canti primo e ultimo della Commedia

La prima edizione 2020 del Dantedì sarà tutta virtuale, nel rispetto dei decreti per far fronte all’emergenza sanitaria in corso e in seguito al necessario annullamento dei tanti eventi previsti in Italia per celebrare Dante Alighieri il 25 marzo, giorno di inizio del viaggio ultraterreno del Poeta nella Divina Commedia, attraverso l’Inferno, il Purgatorio e il Paradiso.

Il Dantedì sarà celebrato ogni anno.

La giornata, istituita dal Consiglio dei Ministri in vista del 700° anniversario della morte di Dante nel 2021, quest’anno sarà celebrata solo sul web.
Un modo per riscoprire insieme Dante, simbolo della lingua e della cultura italiana, in un momento di unione nazionale e di condivisione che dà appuntamento a tutti nella rete: mercoledì 25 marzo a mezzogiorno.

Anche Radio Sherwood, con ReadBabyRead, partecipa a questa giornata dantesca proponendovi i video delle due letture di Franco Ventimiglia: Inferno, Canto I e Paradiso, Canto XXXIII della Divina Commedia.


Buon ascolto e visione.

Franco Ventimiglia
Claudio Tesser

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