<![CDATA[ radio-sherwood | Sherwood - La migliore alternativa]]> https://www.sherwood.it <![CDATA[ReadBabyRead_356_Marc_Augé_3]]>

Il giorno di Pasqua del 2018, durante il tradizionale discorso urbi et orbi, il papa, dopo un lungo silenzio, esclama a gran voce: "Dio non esiste!" Tre parole che gettano nello sconcerto cristiani, ebrei, musulmani, agnostici, atei, e scatenano uno tsunami nel mondo intero. È l’inizio di una settimana folle, che incendierà il pianeta e farà piazza pulita di ogni sentimento religioso. Ma che cosa ha spinto il sommo pontefice a un intervento così intempestivo?
In tempi di massacri nel nome della religione, questa favola contemporanea, visionarla e insolente, che tiene il lettore con il fiato sospeso, lascia trasparire gli accenti di una fede illuministica nella ragione: forse, senza la violenza che a volte il sentimento religioso comporta, la fratellanza tra gli esseri umani non sarebbe più un'utopia.


ReadBabyRead #356 del 19 ottobre 2017


Marc Augé 
Le tre parole che cambiarono il mondo

(parte 3 di 4)


per info su F. Ventimiglia e C. Tesser:

Lettura e altri crimini
iTunes podcast


voce: Francesco Ventimiglia


“Tutto ha avuto inizio il primo aprile 2018 a Roma, in piazza San Pietro.
Quella domenica qualcosa mi aveva spinto a uscire, forse un effluvio di primavera o un certo non so che nell'aria frizzante. Per buona parte della mattinata avevo bighellonato sui quais ed ero rincasato prima di mezzogiorno. Ho stappato un Saint-Émilion, affettato un po' di salame e acceso il televisore.
Lo spettacolo era straordinario - da poco mi ero regalato un apparecchio con un grande schermo piatto, che cambia la visione delle cose. In quella soleggiata domenica di Pasqua, i cattolici erano giunti numerosi per ascoltare il papa, che stava per impartire la benedizione urbi et orbi, alla città e al mondo.”


Dai nonluoghi al luogo che non c’è. 

Marc Augé e l’utopia di un mondo senza Dio


Marc Augé è l’etnologo e antropologo ideatore della teoria dei nonluoghi: spazi spersonalizzati, privi di identità e memoria, che caratterizzano la società contemporanea e in cui gli individui si muovono senza rapporti fra di loro, chiusi in una esasperata e insondabile solitudine. Nel romanzo Le tre parole che cambiarono il mondo, edito in Italia da Raffaello Cortina Editore (2016, 94 pagine; titolo originale La semaine sainte qui a changé le monde), Augé si interroga, sull’onda emotiva degli attentati del 13 novembre 2015 a Parigi, sui rischi di un fondamentalismo religioso che negli ultimi anni mostra un’aggressività sempre maggiore, infiammando l’Occidente con attentati sempre più violenti e sfrontati.
Eppure, mette in guardia il breve romanzo dell’antropologo francese, il fanatismo non è solamente quello di matrice islamica e anzi i vari fanatismi sono sollecitati l’uno dall’esistenza dell’altro, esasperati dalla loro stessa convivenza. Nati e radicalizzati nel segno dell’identità, i fanatismi religiosi finiscono con il creare non solo l’incomunicabilità fra i credenti in fedi differenti, ma anche un acritico appiattimento all’interno delle loro stesse comunità.

Le tre parole che cambiarono il mondo è scritto in prima persona, sotto forma di diario della settimana fra la domenica di Pasqua, il 1° aprile, e il 7 aprile 2018, in una chiara inversione dei sette giorni biblici della Creazione. Papa Bergoglio è l’uomo che dà inizio a una rivoluzionaria escalation che porterà il mondo alla piena conquista della libertà di pensiero. “Dio non esiste!” dichiara infatti il capo della più antica e potente teocrazia della Terra davanti a migliaia di fedeli che da giubilanti divengono annichiliti in una frazione di secondo. Una rivelazione che sembra nascere da un momento di personale obnubilamento e che conduce invece alla più grande rivoluzione mai conosciuta dal genere umano. Tocca al lettore scoprire come questo sia possibile e quali siano i mezzi con i quali questa consapevolezza riuscirà a diffondersi a macchia d’olio (– E Dio? – Non esiste! Diventa una sorta di saluto che molti si scambiano per strada, fra il divertito e il sollevato).

Un romanzo utopico, per certi versi fantascientifico e fantapolitico, che invita a riflettere su questioni che impregnano lo scenario politico mondiale: il terrorismo – o meglio, i terrorismi di matrice religiosa, gli effetti nefasti sulla politica di vari Paesi e sulla società, gli incoffessabili interessi economici che essi celano. Lo stile colloquiale, con numerosi riferimenti a fatti e persone reali, è impreziosito dalla consueta ironia d’Oltralpe, come nella scena in cui migliaia di atei convinti, militanti dell’Union Rationaliste, manifestano a Parigi in difesa di Jorge Bergoglio e della sua libertà di non credere: “Il papa è con noi! Viva il papa!” proclamano convinti.

Un libello illuminista quello di Augé, che vale la pena leggere per scoprire che la “salvezza”, a volte, sta proprio a un passo dal dirupo.

…qualche centinaio di morti in Nigeria; qualche amputazione di mano qua e là, qualche donna venduta come schiava in un altro Paese; qualche musulmano sventrato dai buddhisti in Birmania; copti di nuovo massacrati in Libia; due o tre ostaggi sgozzati in Africa; decine di jihadisti partiti per l’addestramento in Siria; in Medio Oriente sciiti uccisi da sunniti, e viceversa; un attentato non troppo grave a Londra – solo due morti e sei feriti… Ovviamente, come ben si sa, la religione non aveva niente a che fare con tutti questi avvenimenti: la religione è soltanto amore, tolleranza e temperanza”.

di Daniela Costanzo
da manifestblog.it, 15 gennaio 2017


Le Musiche, scelte da Claudio Tesser

Moloko, Radio Moscow [Moloko]
Moloko
, Pure Pleasure Seeker [Moloko]
David Bowie
, Space Oddity [David Bowie]
Roxy Music
, Re-Make/Re-Model [Bryan Ferry]
Moloko
, Sing It Back [Moloko]
Roxy Music
, The Bob [Bryan Ferry]
David Bowie
, Starman [David Bowie]
David Bowie
, Life On Mars? [David Bowie]
Roxy Music
, The Bogus Man [Bryan Ferry]
Roxy Music
, Bitters End [Bryan Ferry]

]]>
info@sherwood.it (Sherwood Network)
<![CDATA[Le Granate del 17 ottobre 2017 - Prima puntata della terza stagione]]>

Ritornano "Le Granate", ritorna la Sanpre in radio e lo fa con una puntata ricchissima. Iniziamo con il solito appuntamento, che ci accompagna per il terzo anno, "La Settimana Precaria" in cui vedremo come hanno inziato, o quando inzieranno, la stagione le nostre squadre e ci soffermeremo sull'iniziativa organizzata dalla Polisportiva San Precario e dal Comitato Provinciale UISP di Padova, per rilanciare la campagna #WeWantToPlay, nella settimana del #farenetwork di cui ci parlerà Davide. Avremo poi ospite in studio Sandra che ci parlerà dell'evento a cui la Sanpre parteciperà il 18 ottobre 2017, presso il Dipartimento di Sociologia dell'Università di Padova, "Non diamo i numeri:migrazioni, razzismo e dintorni". Sempre con Sandra parleremo più in generale di discriminazioni, per arrivare poi a chiudere con We Want To Play, di cui parleremo con Diego Bonavina, assessore allo sport del Comune di Padova,  e Stefano Ferro, direttore della Cooperativa Orizzonti e consigliere comunale a Padova . E come sempre non mancherà la buona musica della "selezione precaria".

Qui sotto i brani, di lato il podcast

Yuji Ohno & Lupinitic Five With Friends - Theme From Lupin III

Jimi Hendrix - Purple Haze

Caparezza - Ti Fa Stare Bene

Patois Brothers - Switch Off Babylon

Liberato - Tu T'è scurdat'e Me

]]>
info@sherwood.it (Sherwood Network)
<![CDATA[L'isola di Mr Robinson del 13 ottobre 2017]]>

In occasione dell'uscita del nuovo album dei Sud Sound System:

“ETERNAL VIBES”

sulla spiaggia dell'isola di Mr.Robinson è venuto a trovarci Nando Popu con il quale abbiamo percorso il viaggio che dal Salento ha portato i Sud Sound System in Jamaica realizzando queste 16 tracce nel quale si possono incontrare le più svariate collaborazioni di tutto rispetto tra le quali icone del reggae come

Freddie Mc Gregor

AnthonyB.

Wild Life

U.ROY

Enzo Avitabile

Un album straordinario che raccoglie tutte le sfumature artistiche dei Sud Sound System miscelando suoni ,liriche e atmosfere genuine e potenti senza trascurare temi destinati a durare nel tempo come solchi di un vinile che non smette mai di esprimere emozioni vere.

Qui sotto i brani, di lato il podcast

Time is the master - Don Carlos

Give up my soul - Luciano

Messenger - Luciano

Do The Dance -  Barrington Levy

Destiny - Buju Banton

Mistycal Sound - Sud Sound System

Eternal Vibes - Antony B. and Sud Sound System

Chi lotterà vivrà - Enzo Avitabile and Sud Sound System

Na Luce - Freddie Mc Gregor and Sud Sound System

Brigante - Sud Sound System

Come un Gabbiano - Nando Popu

Mare de lu Salentu - Sud Sound System

]]>
info@sherwood.it (Sherwood Network)
<![CDATA[ReadBabyRead_355_Marc_Augé_2]]>

Il giorno di Pasqua del 2018, durante il tradizionale discorso urbi et orbi, il papa, dopo un lungo silenzio, esclama a gran voce: "Dio non esiste!" Tre parole che gettano nello sconcerto cristiani, ebrei, musulmani, agnostici, atei, e scatenano uno tsunami nel mondo intero. È l’inizio di una settimana folle, che incendierà il pianeta e farà piazza pulita di ogni sentimento religioso. Ma che cosa ha spinto il sommo pontefice a un intervento così intempestivo?
In tempi di massacri nel nome della religione, questa favola contemporanea, visionarla e insolente, che tiene il lettore con il fiato sospeso, lascia trasparire gli accenti di una fede illuministica nella ragione: forse, senza la violenza che a volte il sentimento religioso comporta, la fratellanza tra gli esseri umani non sarebbe più un'utopia.


ReadBabyRead #355 del 12 ottobre 2017


Marc Augé 
Le tre parole che cambiarono il mondo

(parte 2 di 4)


per info su F. Ventimiglia e C. Tesser:

Lettura e altri crimini
iTunes podcast


voce: Francesco Ventimiglia


“Tutto ha avuto inizio il primo aprile 2018 a Roma, in piazza San Pietro.
Quella domenica qualcosa mi aveva spinto a uscire, forse un effluvio di primavera o un certo non so che nell'aria frizzante. Per buona parte della mattinata avevo bighellonato sui quais ed ero rincasato prima di mezzogiorno. Ho stappato un Saint-Émilion, affettato un po' di salame e acceso il televisore.
Lo spettacolo era straordinario - da poco mi ero regalato un apparecchio con un grande schermo piatto, che cambia la visione delle cose. In quella soleggiata domenica di Pasqua, i cattolici erano giunti numerosi per ascoltare il papa, che stava per impartire la benedizione urbi et orbi, alla città e al mondo.”


Dai nonluoghi al luogo che non c’è. 

Marc Augé e l’utopia di un mondo senza Dio


Marc Augé è l’etnologo e antropologo ideatore della teoria dei nonluoghi: spazi spersonalizzati, privi di identità e memoria, che caratterizzano la società contemporanea e in cui gli individui si muovono senza rapporti fra di loro, chiusi in una esasperata e insondabile solitudine. Nel romanzo Le tre parole che cambiarono il mondo, edito in Italia da Raffaello Cortina Editore (2016, 94 pagine; titolo originale La semaine sainte qui a changé le monde), Augé si interroga, sull’onda emotiva degli attentati del 13 novembre 2015 a Parigi, sui rischi di un fondamentalismo religioso che negli ultimi anni mostra un’aggressività sempre maggiore, infiammando l’Occidente con attentati sempre più violenti e sfrontati.
Eppure, mette in guardia il breve romanzo dell’antropologo francese, il fanatismo non è solamente quello di matrice islamica e anzi i vari fanatismi sono sollecitati l’uno dall’esistenza dell’altro, esasperati dalla loro stessa convivenza. Nati e radicalizzati nel segno dell’identità, i fanatismi religiosi finiscono con il creare non solo l’incomunicabilità fra i credenti in fedi differenti, ma anche un acritico appiattimento all’interno delle loro stesse comunità.

Le tre parole che cambiarono il mondo è scritto in prima persona, sotto forma di diario della settimana fra la domenica di Pasqua, il 1° aprile, e il 7 aprile 2018, in una chiara inversione dei sette giorni biblici della Creazione. Papa Bergoglio è l’uomo che dà inizio a una rivoluzionaria escalation che porterà il mondo alla piena conquista della libertà di pensiero. “Dio non esiste!” dichiara infatti il capo della più antica e potente teocrazia della Terra davanti a migliaia di fedeli che da giubilanti divengono annichiliti in una frazione di secondo. Una rivelazione che sembra nascere da un momento di personale obnubilamento e che conduce invece alla più grande rivoluzione mai conosciuta dal genere umano. Tocca al lettore scoprire come questo sia possibile e quali siano i mezzi con i quali questa consapevolezza riuscirà a diffondersi a macchia d’olio (– E Dio? – Non esiste! Diventa una sorta di saluto che molti si scambiano per strada, fra il divertito e il sollevato).

Un romanzo utopico, per certi versi fantascientifico e fantapolitico, che invita a riflettere su questioni che impregnano lo scenario politico mondiale: il terrorismo – o meglio, i terrorismi di matrice religiosa, gli effetti nefasti sulla politica di vari Paesi e sulla società, gli incoffessabili interessi economici che essi celano. Lo stile colloquiale, con numerosi riferimenti a fatti e persone reali, è impreziosito dalla consueta ironia d’Oltralpe, come nella scena in cui migliaia di atei convinti, militanti dell’Union Rationaliste, manifestano a Parigi in difesa di Jorge Bergoglio e della sua libertà di non credere: “Il papa è con noi! Viva il papa!” proclamano convinti.

Un libello illuminista quello di Augé, che vale la pena leggere per scoprire che la “salvezza”, a volte, sta proprio a un passo dal dirupo.

…qualche centinaio di morti in Nigeria; qualche amputazione di mano qua e là, qualche donna venduta come schiava in un altro Paese; qualche musulmano sventrato dai buddhisti in Birmania; copti di nuovo massacrati in Libia; due o tre ostaggi sgozzati in Africa; decine di jihadisti partiti per l’addestramento in Siria; in Medio Oriente sciiti uccisi da sunniti, e viceversa; un attentato non troppo grave a Londra – solo due morti e sei feriti… Ovviamente, come ben si sa, la religione non aveva niente a che fare con tutti questi avvenimenti: la religione è soltanto amore, tolleranza e temperanza”.

di Daniela Costanzo
da manifestblog.it, 15 gennaio 2017


Le Musiche, scelte da Claudio Tesser

Moloko, Radio Moscow [Moloko]
Moloko
, Pure Pleasure Seeker [Moloko]
David Bowie
, Space Oddity [David Bowie]
Roxy Music
, Re-Make/Re-Model [Bryan Ferry]
Moloko
, Sing It Back [Moloko]
Roxy Music
, The Bob [Bryan Ferry]
David Bowie
, Starman [David Bowie]
David Bowie
, Life On Mars? [David Bowie]
Roxy Music
, The Bogus Man [Bryan Ferry]
Roxy Music
, Bitters End [Bryan Ferry]

]]>
info@sherwood.it (Sherwood Network)
<![CDATA[Diserzioni: Nella città oscura]]>

Intro:

nello specchio delle prospettive

ho visto la mia faccia riflessa

tentare di tenere gli occhi aperti

mentre sognava di svegliarsi

nel suono sporco

di una città oscura



Playlist:

Andrew Weatherall - Darktown Figures

Ghostpoet: End Times

Tricky: The Only Way

Brokenchord: Ochra

Blood Language: Wires

Jabu: Fool If

Blanc - Nblwld

Prayer: First Light

Mønic - Deep Summer (Burial mix)

Four Tet: Daughter

]]>
info@sherwood.it (Sherwood Network)
<![CDATA[ReadBabyRead_354_Marc_Augé_1]]>

Il giorno di Pasqua del 2018, durante il tradizionale discorso urbi et orbi, il papa, dopo un lungo silenzio, esclama a gran voce: "Dio non esiste!" Tre parole che gettano nello sconcerto cristiani, ebrei, musulmani, agnostici, atei, e scatenano uno tsunami nel mondo intero. È l’inizio di una settimana folle, che incendierà il pianeta e farà piazza pulita di ogni sentimento religioso. Ma che cosa ha spinto il sommo pontefice a un intervento così intempestivo?
In tempi di massacri nel nome della religione, questa favola contemporanea, visionarla e insolente, che tiene il lettore con il fiato sospeso, lascia trasparire gli accenti di una fede illuministica nella ragione: forse, senza la violenza che a volte il sentimento religioso comporta, la fratellanza tra gli esseri umani non sarebbe più un'utopia.


ReadBabyRead #354 del 5 ottobre 2017


Marc Augé 
Le tre parole che cambiarono il mondo

(parte 1 di 4)


per info su F. Ventimiglia e C. Tesser:

Lettura e altri crimini
iTunes podcast


voce: Francesco Ventimiglia


“Tutto ha avuto inizio il primo aprile 2018 a Roma, in piazza San Pietro.
Quella domenica qualcosa mi aveva spinto a uscire, forse un effluvio di primavera o un certo non so che nell'aria frizzante. Per buona parte della mattinata avevo bighellonato sui quais ed ero rincasato prima di mezzogiorno. Ho stappato un Saint-Émilion, affettato un po' di salame e acceso il televisore.
Lo spettacolo era straordinario - da poco mi ero regalato un apparecchio con un grande schermo piatto, che cambia la visione delle cose. In quella soleggiata domenica di Pasqua, i cattolici erano giunti numerosi per ascoltare il papa, che stava per impartire la benedizione urbi et orbi, alla città e al mondo.”


Dai nonluoghi al luogo che non c’è. 

Marc Augé e l’utopia di un mondo senza Dio


Marc Augé è l’etnologo e antropologo ideatore della teoria dei nonluoghi: spazi spersonalizzati, privi di identità e memoria, che caratterizzano la società contemporanea e in cui gli individui si muovono senza rapporti fra di loro, chiusi in una esasperata e insondabile solitudine. Nel romanzo Le tre parole che cambiarono il mondo, edito in Italia da Raffaello Cortina Editore (2016, 94 pagine; titolo originale La semaine sainte qui a changé le monde), Augé si interroga, sull’onda emotiva degli attentati del 13 novembre 2015 a Parigi, sui rischi di un fondamentalismo religioso che negli ultimi anni mostra un’aggressività sempre maggiore, infiammando l’Occidente con attentati sempre più violenti e sfrontati.
Eppure, mette in guardia il breve romanzo dell’antropologo francese, il fanatismo non è solamente quello di matrice islamica e anzi i vari fanatismi sono sollecitati l’uno dall’esistenza dell’altro, esasperati dalla loro stessa convivenza. Nati e radicalizzati nel segno dell’identità, i fanatismi religiosi finiscono con il creare non solo l’incomunicabilità fra i credenti in fedi differenti, ma anche un acritico appiattimento all’interno delle loro stesse comunità.

Le tre parole che cambiarono il mondo è scritto in prima persona, sotto forma di diario della settimana fra la domenica di Pasqua, il 1° aprile, e il 7 aprile 2018, in una chiara inversione dei sette giorni biblici della Creazione. Papa Bergoglio è l’uomo che dà inizio a una rivoluzionaria escalation che porterà il mondo alla piena conquista della libertà di pensiero. “Dio non esiste!” dichiara infatti il capo della più antica e potente teocrazia della Terra davanti a migliaia di fedeli che da giubilanti divengono annichiliti in una frazione di secondo. Una rivelazione che sembra nascere da un momento di personale obnubilamento e che conduce invece alla più grande rivoluzione mai conosciuta dal genere umano. Tocca al lettore scoprire come questo sia possibile e quali siano i mezzi con i quali questa consapevolezza riuscirà a diffondersi a macchia d’olio (– E Dio? – Non esiste! Diventa una sorta di saluto che molti si scambiano per strada, fra il divertito e il sollevato).

Un romanzo utopico, per certi versi fantascientifico e fantapolitico, che invita a riflettere su questioni che impregnano lo scenario politico mondiale: il terrorismo – o meglio, i terrorismi di matrice religiosa, gli effetti nefasti sulla politica di vari Paesi e sulla società, gli incoffessabili interessi economici che essi celano. Lo stile colloquiale, con numerosi riferimenti a fatti e persone reali, è impreziosito dalla consueta ironia d’Oltralpe, come nella scena in cui migliaia di atei convinti, militanti dell’Union Rationaliste, manifestano a Parigi in difesa di Jorge Bergoglio e della sua libertà di non credere: “Il papa è con noi! Viva il papa!” proclamano convinti.

Un libello illuminista quello di Augé, che vale la pena leggere per scoprire che la “salvezza”, a volte, sta proprio a un passo dal dirupo.

…qualche centinaio di morti in Nigeria; qualche amputazione di mano qua e là, qualche donna venduta come schiava in un altro Paese; qualche musulmano sventrato dai buddhisti in Birmania; copti di nuovo massacrati in Libia; due o tre ostaggi sgozzati in Africa; decine di jihadisti partiti per l’addestramento in Siria; in Medio Oriente sciiti uccisi da sunniti, e viceversa; un attentato non troppo grave a Londra – solo due morti e sei feriti… Ovviamente, come ben si sa, la religione non aveva niente a che fare con tutti questi avvenimenti: la religione è soltanto amore, tolleranza e temperanza”.


di Daniela Costanzo
da manifestblog.it, 15 gennaio 2017


Le Musiche, scelte da Claudio Tesser

Moloko, Radio Moscow [Moloko]
Moloko
, Pure Pleasure Seeker [Moloko]
David Bowie
, Space Oddity [David Bowie]
Roxy Music
, Re-Make/Re-Model [Bryan Ferry]
Moloko
, Sing It Back [Moloko]
Roxy Music
, The Bob [Bryan Ferry]
David Bowie
, Starman [David Bowie]
David Bowie
, Life On Mars? [David Bowie]
Roxy Music
, The Bogus Man [Bryan Ferry]
Roxy Music
, Bitters End [Bryan Ferry]

]]>
info@sherwood.it (Sherwood Network)
<![CDATA[Diserzioni: Finestre sorde]]>

Intro:

La mia prigione, a volte,

ha finestre sorde,

perché sente l'assenza desolata di un fuori,

sente l'isolamento che ti urla dentro,

e solo il respiro del suono è capace di fari sentire

quel desiderio di liberazione

che non vuole finire.

Playlist:

Delete: Deaf Windows (distance Remix)

Wen: Blips

Sorrow: Frumoasa

Alis: Sai Strong

Mana: Crystalline

Offsoundbeat: Weekdays With Her

Menual X Spaceouters: Nightscape

Ambyion & Phelian: Farewell

Khalil:The White Hoodie I Wear Because I Love You

Christian.Loeffler: Haul (Max Cooper Remix)

Lali Puna: Two Windows

]]>
info@sherwood.it (Sherwood Network)
<![CDATA[Diserzioni: Montagna fumante]]>

intro:

quel suono timido e schivo

che ci sembra da sempre di sentire

nella montagna e nei suoi boschi

tra i secolari tronchi rivestiti di muschio

ed tra il manto di foglie che ricopre

il suo fumante terreno


Playlist:

Synkro & Micheal Red: Smoke Mountain

Rift: Fornever

Brimstone: Reminiscence

Insomnia - Monochrome

Detz - You And Me

Honeyruin: I'll Follow You Into The End

Gacha Bakradze - Knowledge

Jameson Hodge & Waller - Beyond (CITYTRONIX Remix)

b.b. – hope u know

Palence: Phaedra

Phaeleh - Everyone

]]>
info@sherwood.it (Sherwood Network)
<![CDATA[ReadBabyRead_353_Sergej_Esenin]]>

 
ReadBabyRead #353 del 28 settembre 2017

Sergej Esenin
Nei pressi di Acquabianca


per info su F. Ventimiglia e C. Tesser:

Lettura e altri crimini
iTunes podcast


voce: Francesco Ventimiglia

 
“L'estate era silenziosa e soleggiata, il cielo anziché azzurro era bianco, e anche il lago, che guardava il cielo sembrava bianco; solo presso la riva vacillava sull'acqua l'ombra del salice e dell'izba di Kornej Budarka. Talora il vento sollevava sulla sabbia un'intera nuvola di polvere, investendo l'acqua e l'izba di Kornej, poi, quando si quietava, dalla sabbia, nereggiando, affioravano massi in un punto esposto al vento; ma da essi non veniva ombra.
Kornej Budarka pescava su un lontano versante del fiume, e sua moglie Palaga ogni giorno stava sul balconcino di ingresso e guardava ora in quella direzione dove nereggiando affioravano massi in un punto esposto al vento, ora al cielo color latte.
Il salice solitario sotto la finestra faceva cadere la lanugine, l'acqua ancor più silenziosamente abbracciava la riva e, forse per la calura dell'acqua, forse perché in tutto il suo corpo sembrava traboccare il latte, Palaga pensava al marito, pensava a come trascorrevano bene il tempo, quando entrambi, stretti l'uno all'altra, passavano la notte nel fienile, ai suoi occhi azzurri, e in generale a tutto ciò che le rimescolava il sangue.”


NEI PRESSI DI ACQUABIANCA


Le parole del grande poeta e scrittore russo Sergej Esenin rivivono in un volume curato da Paolo Galvagni per Via del Vento Edizioni. Nei pressi di Acquabianca racchiude due prose – la prima inedita e la seconda di nuova traduzione – molto diverse tra loro che testimoniano la sensibilità e l’arguzia di uno dei più autorevoli rappresentanti dell’Immaginismo.

Nei pressi di Acquabianca, la prima prosa, quella che da il titolo alla raccolta, fu composta nel 1915 e pubblicata l’anno successivo sulla rivista “Birzevye vedomosti”.

Nella regione di Rjazan, precisamente nei pressi del lago di Acquabianca, Kornej Budarka si dedica  alla pesca, mente sua moglie Palaga ogni giorno sta in attesa sull’ingresso della sua abitazione. La loro è un’esistenza nella quale i vissuti  non trovano tangibile manifestazione. Lei lo attende fremente, fantasticando dimessamente sulla loro intimità, ma Kornej è minato dall’usura del lavoro ed è consapevole della sua inadeguatezza nei confronti della moglie. Intanto, Palaga avverte l’avvenenza del giovane Juska. I personaggi di Esenin sono fisicamente forti, quasi prorompenti, con una carica emotiva e passionale che li rende vivi e suscettibili.

Altre tematiche e altro registro per la seconda prosa, La Mirgorod di ferro, il resoconto del viaggio in Europa e Stati Uniti di Esenin con la ballerina Isadora Duncan – diventata poi sua moglie – tra il 1922 e il 1923. Il poeta russo appunta in questo testo tutte le sue impressioni su quell’America così “nuova” e inesperta, terra di rifugio e di occasioni, terra senza storia e senza arte, terra di luci e di spettacolo, terra di emulazione e gloria vuota. Un’America affascinante e lussuriosa ma, allo stesso tempo, emulatrice inconsapevole di quella Russia così lontana e così familiare per il grande poeta.

In una veste editoriale deliziosamente vintage (con  foto in bianco e nero di Esenin), l’editore Via del Vento dona al pubblico due gioiellini di prosa che fanno intravedere a lettore  le dimensioni del tesoro letterario del poeta russo autore di Confessioni di un teppista: il primo è edito per la prima volta in italiano; il secondo (un graffiante giudizio sul gigantismo americano visto con gli occhi di un russo antico) è ripubblicato in una nuova traduzione.

In questi due scritti la grandezza di un autore così tormentato e così sensibile si fa palpabile: la sua lucidità – spesso dimenticata nella vita privata – diventa la strada maestra da seguire per giungere a una scrittura vera, forte e sorprendente.

Lungi dal giudicare il valore letterario di questi brevissimi scritti (per dirla con Carmelo Bene, un autentico classico è fuori da ogni giudizio), ci limitiamo a ricordare che la forza di questa scrittura è rivissuta nell’opera del Branduardi di Confessioni di un malandrino. Dopo la conturbante lettura del primo di questi racconti - quello che dà il titolo al volumetto - un dubbio ci assale: Esenin avrà ispirato anche il Pierangelo Bertoli autore di Pescatore?

Francesco Clemente
da mangialibri.com


Nei pressi di Acquabianca
(2014, Edizioni di Via del Vento, Pistoia). Traduzione di Paolo Galvagni.


Le Musiche, scelte da Claudio Tesser

Angelo BranduardiConfessioni di un malandrino [Angelo Branduardi/Sergej Esenin] *


*
Confessioni di un malandrino è una canzone del 1975 composta e cantata da Angelo Branduardi, contenuta nel suo secondo album La luna. Il testo è frutto di una traduzione e adattamento dello slavista Renato Poggioli (su musica dello stesso Branduardi) di una poesia del 1920 del poeta russo Sergej Esenin, intitolata Confessioni di un teppista (in russo Исповедь хулигана).

]]>
info@sherwood.it (Sherwood Network)
<![CDATA[ReadBabyRead_352_Fulvio_Ervas]]>

 
ReadBabyRead #352 del 21 settembre 2017


Fulvio Ervas
Porto Marghera val bene una bocciatura

testo tratto dal libro
Porto Marghera
Cento anni di storie (1917-2017)


per info su F. Ventimiglia e C. Tesser:

Lettura e altri crimini
iTunes podcast


voce: Francesco Ventimiglia
(lettura live dallo Sherwood Festival 17)


“Una bella bocciatura in terza liceo, secca, quattro materie. Mio padre aveva aperto la porta della stanza e mi aveva avvisato che dai primi di giugno si andava in vacanza ai cantieri navali Breda.
Per vedere quanto costa guadagnarsi da vivere.
D'estate, per far felici gli operai, il primo turno iniziava alle sei del mattino sino alle quattordici, così si pitturavano le navi stando al fresco.
Perché quello sarebbe stato il mio lavoro: pitturare navi.
Per essere alle sei a Porto Marghera bisognava alzarsi alle quattro e mezza, prendere la corriera verso le cinque e sbarcare alle sei meno un quarto davanti ai cantieri navali. 
Il primo giorno di lavoro sono sceso dalla corriera blu come da un modulo lunare e mentre mio padre sfrecciava dall'altra parte della strada, io sono rimasto sbalordito ad osservare una marea maschile di formiche senza volto".


Cent’anni di Porto Marghera
Un libro raccoglie le storie di 16 scrittori


VENEZIA
È stata l’America a due passi da casa, duemila ettari di tubature e cemento e ciminiere e impianti e capannoni e grigio e vapori e vita e morte. Una bruttezza di metallurgia e chimica che esattamente da 100 anni si vede da Venezia e le fa da contrappunto: bella l’una, orrifica l’altra. La necessaria schiena al volto della bellezza che nell’assenza di decòr racconta come stanno le cose: a Porto Marghera dal 1917 si lavora, si suda, si guadagna, si muore. Si muore di lavoro e di mancanza di lavoro, il tempo scorre e la narrazione si adegua. A cento anni dalla nascita di Porto Marghera la casa editrice Helvetia ha chiesto a 16 scrittori del territorio di raccontare dal loro punto di vista storie che raccontassero la Storia, vicende che inquadrano il luogo che nella terraferma veneziana è stato il personaggio protagonista del tema e dello svolgimento: Venezia fulcro industriale dell’Italia.

Hanno risposto tutti e in cinque mesi il libro ha preso vita: il 16 marzo nella sala Gabriele Bortolozzo di Marghera la presentazione ufficiale porterà le prime copie di questo lavoro voluto dall’editrice Claudia Spagnol e curato da Elisabetta Tiveron e Cristiano Dorigo (14 euro, 176 pagine) che riferisce in forma narrativa ciò che è vita di migliaia di persone, storie personali della terraferma che sono un tassello della Storia. «C’è una casa a Portomarghera/ sotto le ciminiere/ che un uomo e un ragazzo / dipingono e ridipingono / continuamente». È una delle poesie di Ferruccio Brugnaro che il sindaco di Venezia, suo figlio Luigi, predilige e cita sempre. Una esortazione all’impegno infaticabile di ridipingere sempre il fondale del presente che Ferruccio ha voluto regalare al libro. «Il mio personaggio si chiama Tony. Esiste davvero, l’ho visto in un reportage di Presa Diretta: aveva le lacrime agli occhi e parlava dei giovani operai di Monfalcone. Diceva: questi sono tutti precari, tutti sacrificabili. Come abbiamo fatto ad arrivare a questo punto?», racconta Nicoletta Benatelli. Cronista e scrittrice, nella fine del lavoro a Marghera racconta la precarietà della fine del lavoro tout court, oltre la fabbrica e le ciminiere. Dentro quei capannoni c’è stata morte ma anche epifania e una data simbolo è il 12 maggio 1980, data dell’assassinio del capo dell’antiterrorismo della Polizia di Venezia, il commissario Alfredo Albanese.

«Fu uno spartiacque, il giorno nel quale operai, studenti e poliziotti si ritrovarono tutti assieme a manifestare con le lacrime agli occhi in piazza Ferretto», spiega Gianluca Prestigiacomo, poliziotto e scrittore. Per Annalisa Bruni Porto Marghera è un paesaggio dell’anima nella storia di una coppia che festeggia 45 anni di nozze e parte dal Molino Stucky in un viaggio che attraversa le vicende di Venezia, Mestre, Marghera e intreccia il personale all’urbano e al politico. Giovanni Montanaro nel racconto - che pubblichiamo a lato - narra l’agonia di un padre operaio e della sua famiglia. Tra gli altri autori, Gianfranco Bettin (che si sofferma sulla parte mortale di quell’America a due passi da casa), Maurizio Dianese (sulle traversie di Gabriele Bortolozzo che sollevò il velo sulla verità della bruttezza di Porto Marghera), Sergio Tazzer (la nascita del più grande polo chimico d’Italia).

Monica Zicchiero
da Corriere del Veneto
3 marzo 2017


Le Musiche
, scelte da Claudio Tesser

Harold BuddAbandoned Cities [Harold Budd]

]]>
info@sherwood.it (Sherwood Network)
<![CDATA[ReadBabyRead_351_Joseph_Conrad_6]]>

 
ReadBabyRead #351 del 14 settembre 2017


Joseph Conrad 
Un avamposto del progresso
La laguna

(parte 6 di 6)


per info su F. Ventimiglia e C. Tesser:

Lettura e altri crimini
iTunes podcast


voce: Francesco Ventimiglia


“Reggendosi con le braccia alla tuga di poppa il bianco comunicò al timoniere: «È tardi. Passiamo la notte nella radura di Arsat». Per tutta risposta il malese emise un grugnito, continuando a tenere lo sguardo fisso sul fiume. Il bianco appoggiò il mento sulle braccia incrociate e si mise a fissare la scia del battello. L'infilata delle foreste era tagliata in due dalla luce liquida del fiume: e il sole basso, abbacinante e senza nuvole, faceva brillare l'acqua come una placca di metallo. Le rive erano una cortina scura e inerte di vegetazione: non un suono, né un movimento. Ai piedi degli alberi immani i pesanti festoni delle palme nipa, che non hanno tronco, spuntavano dal fango, come pietrificati sui mulinelli scuri. Nell'aria ferma sembrava che un sortilegio avesse fissato ogni albero, ogni foglia, ogni ramoscello, ogni viticcio di liana, ogni petalo dei fiori minuscoli in un'immobilità perfetta e definitiva".


Un avamposto del progresso
di Joseph Conrad


I primi due racconti
 che Joseph Conrad pubblicò nel 1897, su due diversi giornali, vengono ora riproposti, in un unico, elegantissimo volumetto, da Adelphi (Un avamposto del progresso, 2014): scelta tanto più meritoria, in quanto, come noto, l’editoria italiana si mostra generalmente piuttosto refrattaria verso il genere letterario del racconto, o comunque di ogni narrazione che non sfami gli onnivori lettori con corposi tomi sulle cinquecento pagine, ma provi piuttosto a misurarsi nella squisita arte necessaria a sviluppare e condurre a conclusione una storia nel giro di qualche decina di pagine, al più.

Arte di cui questi due racconti, e soprattutto il secondo in ordine di pubblicazione, ma qui impaginato per primo, rappresentano già due splendidi esempi.

Nel più antico, infatti, La laguna, oltre alla raffinatezza, non aliena da toni e preziosità da prosa lirica, degli squarci descrittivi che intercalano la voce narrante, Conrad adotta per la prima volta il meccanismo narrativo destinato ad essere portato alla perfezione in molte delle sue opere maggiori: quello, cioè, per cui una parte della narrazione, naturalmente il suo nucleo più ricco di passione e d’intensità umana, viene svolta non dal narratore, ma da uno dei personaggi interni al racconto, talvolta a grande distanza, cronologica o spaziale, dal teatro della vicenda. Un espediente narrativo che rende la storia, come è facile capire, assai più coinvolgente, per il lettore, che se fosse stata narrata tutta con l’imparzialità “fotografica” del narratore onnisciente caro alla grande narrativa del pieno Ottocento.

È dunque Arsat, «un uomo giovane, robusto, con un ampio torace e le braccia muscolose», vestito appena di un sarong e «in testa, niente», che accoglie il «bianco» (nient’altro ci viene detto, di questo personaggio che si lascia facilmente interpretare come un alter ego di Conrad stesso) in viaggio sul fiume, e gli dà ospitalità per la notte. Sarà appunto la notte in cui, mentre all’interno del capanno la sua giovane donna «respira e brucia come se dentro avesse un fuoco. Non dice niente; non sente niente; brucia e basta», divorata da un male di cui non conosceremo la causa e per cui il nuovo venuto non ha portato alcuna medicina, Arsat ripercorrerà per il suo ospite occidentale la storia che lo ha condotto, per amore di quella di donna, ad abbandonare in mano dei suoi nemici la persona a lui più cara: suo fratello.

Sì che quando, all’alba, dopo che un maestoso uccello bianco si alza in volo nella luce del sole per «sparire nel blu come se avesse lasciato la terra», la donna «non brucia più», ci sembra di cogliere il senso di questo explicit imposto dal destino (essendo ormai il cielo di Conrad del tutto deserto di dei) ad Arsat: che di fronte ad esso però – nelle righe finali del racconto, mentre il «bianco» si allontana sul suo sampan – assume, da eroe già pienamente conradiano, la posa di un qualche protagonista di laicizzata tragedia greca: «Era in pedi, solo, nella luce spietata: e oltre il chiarore immenso di un giorno senza nuvole scrutava  la tenebra di un mondo senza illusioni».

La tangenza rispetto alla grande tragedia è ancora più evidente nell’altro racconto, che presta il titolo al volume, giacché i due protagonisti, dalla cui descrizione il racconto stesso prende le mosse, resteranno indissolubilmente legati uno all’altro – un po’ come poi i due ufficiali rivali attraverso i decenni, nei Duellanti – fino alla conclusione, di alto, drammatico impatto emotivo e, perché no, morale.

Meno elaborato, rispetto alla “Laguna”, sul piano della tecnica narrativa – che è, rigorosamente, focalizzata sull’esterno dei personaggi e condotta con scrupolosa sovrapponibilità del tempo narrativo al tempo dell’azione – il racconto è invece più complesso su quello dell’impalcatura ideologica. E lo dimostra il fatto che al delitto e al castigo risolutivi, oltre che da un crescendo di angoscia (l’isolamento rispetto al mondo da cui si proviene, i viveri che si rarefanno, il ritardo del battello, che giungerà, sì, nelle ultime pagine, ma solo per affrettare la sconvolgente katastrofé) misurato con la sapienza narrativa di un Conrad già perfettamente padrone dei propri mezzi, i due protagonisti vengano indotti dal lanciarsi contro una sola ingiuria, «schiavista».

Con quella parola, è come se l’imbiancatura perbenista che essi hanno cercato di darsi – uno vuol arricchire per procurare la dote all’amatissima, e poco avvenente, figliola, l’altro, per più prosaiche questioni di bolletta, e di riscatto di fronte all’intero gruppo famigliare – crollasse, e, preannunciata dall’amara ironia del titolo, non restasse che la nuda, belluina ferocia dell’essere umano: la redditività dell’avorio strappato dalla Compagnia per loro tramite ai quasi subumani nativi l’ha resa socialmente accettabile, ed essa ormai non ha più alcuna remora a scatenarsi. Fino alle estreme, tremende conseguenze: che ci prendono alla gola, come un tuffo nel nostro stesso sangue.


di Mario Massimo
da Flanerì.com, 22 dicembre 2014


Le Musiche
, scelte da Claudio Tesser

Miles DavisThe Mask [Miles Davis]
Jon Hassell/Brian EnoDelta Rain Dream [Jon Hassel/Brian Eno]
Jon Hassell/Brian EnoRising Thermal 14 16' N; 32 28' E [Jon Hassel/Brian Eno]
Jon Hassell/Brian EnoCharm (Over 'Burundi Cloud') [Jon Hassel/Brian Eno]
Herbie HancockWatermelon Man [Herbie Hancock]
Jon Hassell/Brian EnoBa-benzele [Jon Hassel/Brian Eno]
Jon Hassell/Brian EnoChemistry [Jon Hassel/Brian Eno]
Herbie HancockVein Melter [Herbie Hancock]
Jon HassellRavinia/Vancouver [Jon Hassel]

]]>
info@sherwood.it (Sherwood Network)
<![CDATA[ReadBabyRead_350_Joseph_Conrad_5]]>

 
ReadBabyRead #350 del 7 settembre 2017


Joseph Conrad 
Un avamposto del progresso
La laguna

(parte 5 di 6)


per info su F. Ventimiglia e C. Tesser:

Lettura e altri crimini
iTunes podcast


voce: Francesco Ventimiglia
(lettura live dallo Sherwood Festival 17)


“Reggendosi con le braccia alla tuga di poppa il bianco comunicò al timoniere: «È tardi. Passiamo la notte nella radura di Arsat». Per tutta risposta il malese emise un grugnito, continuando a tenere lo sguardo fisso sul fiume. Il bianco appoggiò il mento sulle braccia incrociate e si mise a fissare la scia del battello. L'infilata delle foreste era tagliata in due dalla luce liquida del fiume: e il sole basso, abbacinante e senza nuvole, faceva brillare l'acqua come una placca di metallo. Le rive erano una cortina scura e inerte di vegetazione: non un suono, né un movimento. Ai piedi degli alberi immani i pesanti festoni delle palme nipa, che non hanno tronco, spuntavano dal fango, come pietrificati sui mulinelli scuri. Nell'aria ferma sembrava che un sortilegio avesse fissato ogni albero, ogni foglia, ogni ramoscello, ogni viticcio di liana, ogni petalo dei fiori minuscoli in un'immobilità perfetta e definitiva".


Un avamposto del progresso
di Joseph Conrad


I primi due racconti
 che Joseph Conrad pubblicò nel 1897, su due diversi giornali, vengono ora riproposti, in un unico, elegantissimo volumetto, da Adelphi (Un avamposto del progresso, 2014): scelta tanto più meritoria, in quanto, come noto, l’editoria italiana si mostra generalmente piuttosto refrattaria verso il genere letterario del racconto, o comunque di ogni narrazione che non sfami gli onnivori lettori con corposi tomi sulle cinquecento pagine, ma provi piuttosto a misurarsi nella squisita arte necessaria a sviluppare e condurre a conclusione una storia nel giro di qualche decina di pagine, al più.

Arte di cui questi due racconti, e soprattutto il secondo in ordine di pubblicazione, ma qui impaginato per primo, rappresentano già due splendidi esempi.

Nel più antico, infatti, La laguna, oltre alla raffinatezza, non aliena da toni e preziosità da prosa lirica, degli squarci descrittivi che intercalano la voce narrante, Conrad adotta per la prima volta il meccanismo narrativo destinato ad essere portato alla perfezione in molte delle sue opere maggiori: quello, cioè, per cui una parte della narrazione, naturalmente il suo nucleo più ricco di passione e d’intensità umana, viene svolta non dal narratore, ma da uno dei personaggi interni al racconto, talvolta a grande distanza, cronologica o spaziale, dal teatro della vicenda. Un espediente narrativo che rende la storia, come è facile capire, assai più coinvolgente, per il lettore, che se fosse stata narrata tutta con l’imparzialità “fotografica” del narratore onnisciente caro alla grande narrativa del pieno Ottocento.

È dunque Arsat, «un uomo giovane, robusto, con un ampio torace e le braccia muscolose», vestito appena di un sarong e «in testa, niente», che accoglie il «bianco» (nient’altro ci viene detto, di questo personaggio che si lascia facilmente interpretare come un alter ego di Conrad stesso) in viaggio sul fiume, e gli dà ospitalità per la notte. Sarà appunto la notte in cui, mentre all’interno del capanno la sua giovane donna «respira e brucia come se dentro avesse un fuoco. Non dice niente; non sente niente; brucia e basta», divorata da un male di cui non conosceremo la causa e per cui il nuovo venuto non ha portato alcuna medicina, Arsat ripercorrerà per il suo ospite occidentale la storia che lo ha condotto, per amore di quella di donna, ad abbandonare in mano dei suoi nemici la persona a lui più cara: suo fratello.

Sì che quando, all’alba, dopo che un maestoso uccello bianco si alza in volo nella luce del sole per «sparire nel blu come se avesse lasciato la terra», la donna «non brucia più», ci sembra di cogliere il senso di questo explicit imposto dal destino (essendo ormai il cielo di Conrad del tutto deserto di dei) ad Arsat: che di fronte ad esso però – nelle righe finali del racconto, mentre il «bianco» si allontana sul suo sampan – assume, da eroe già pienamente conradiano, la posa di un qualche protagonista di laicizzata tragedia greca: «Era in pedi, solo, nella luce spietata: e oltre il chiarore immenso di un giorno senza nuvole scrutava  la tenebra di un mondo senza illusioni».

La tangenza rispetto alla grande tragedia è ancora più evidente nell’altro racconto, che presta il titolo al volume, giacché i due protagonisti, dalla cui descrizione il racconto stesso prende le mosse, resteranno indissolubilmente legati uno all’altro – un po’ come poi i due ufficiali rivali attraverso i decenni, nei Duellanti – fino alla conclusione, di alto, drammatico impatto emotivo e, perché no, morale.

Meno elaborato, rispetto alla “Laguna”, sul piano della tecnica narrativa – che è, rigorosamente, focalizzata sull’esterno dei personaggi e condotta con scrupolosa sovrapponibilità del tempo narrativo al tempo dell’azione – il racconto è invece più complesso su quello dell’impalcatura ideologica. E lo dimostra il fatto che al delitto e al castigo risolutivi, oltre che da un crescendo di angoscia (l’isolamento rispetto al mondo da cui si proviene, i viveri che si rarefanno, il ritardo del battello, che giungerà, sì, nelle ultime pagine, ma solo per affrettare la sconvolgente katastrofé) misurato con la sapienza narrativa di un Conrad già perfettamente padrone dei propri mezzi, i due protagonisti vengano indotti dal lanciarsi contro una sola ingiuria, «schiavista».

Con quella parola, è come se l’imbiancatura perbenista che essi hanno cercato di darsi – uno vuol arricchire per procurare la dote all’amatissima, e poco avvenente, figliola, l’altro, per più prosaiche questioni di bolletta, e di riscatto di fronte all’intero gruppo famigliare – crollasse, e, preannunciata dall’amara ironia del titolo, non restasse che la nuda, belluina ferocia dell’essere umano: la redditività dell’avorio strappato dalla Compagnia per loro tramite ai quasi subumani nativi l’ha resa socialmente accettabile, ed essa ormai non ha più alcuna remora a scatenarsi. Fino alle estreme, tremende conseguenze: che ci prendono alla gola, come un tuffo nel nostro stesso sangue.


di Mario Massimo
da Flanerì.com, 22 dicembre 2014


Le Musiche
, scelte da Claudio Tesser

Miles DavisThe Mask [Miles Davis]
Jon Hassell/Brian EnoDelta Rain Dream [Jon Hassel/Brian Eno]
Jon Hassell/Brian EnoRising Thermal 14 16' N; 32 28' E [Jon Hassel/Brian Eno]
Jon Hassell/Brian EnoCharm (Over 'Burundi Cloud') [Jon Hassel/Brian Eno]
Herbie HancockWatermelon Man [Herbie Hancock]
Jon Hassell/Brian EnoBa-benzele [Jon Hassel/Brian Eno]
Jon Hassell/Brian EnoChemistry [Jon Hassel/Brian Eno]
Herbie HancockVein Melter [Herbie Hancock]
Jon HassellRavinia/Vancouver [Jon Hassel]

]]>
info@sherwood.it (Sherwood Network)
<![CDATA[ReadBabyRead_349_Joseph_Conrad_4]]>

 
ReadBabyRead #349 del 31 agosto 2017


Joseph Conrad 
Un avamposto del progresso
La laguna

(parte 4 di 6)


per info su F. Ventimiglia e C. Tesser:

Lettura e altri crimini
iTunes podcast


voce: Francesco Ventimiglia


“La stazione commerciale era affidata a due bianchi. Kayerts, il capo, era piccolo e grasso; Carlier, il suo vice, era alto, con un gran testone e un tronco massiccio poggiato su due lunghe gambe sottili. Il terzo uomo era un negro della Sierra Leone. Sosteneva di chiamarsi Henry Price, anche se per ragioni oscure i nativi di quella parte del fiume gli avevano dato un altro nome, con cui ormai era conosciuto da tutti: Makola. Makola parlava inglese e francese con un accento melodioso, aveva una magnifica grafia, sapeva fare di conto, e intratteneva un suo rapporto intimo con gli spiriti del male. Aveva sposato una negra di Loanda molto grassa e altrettanto rumorosa. Davanti alla porta del loro basso capanno tre ragazzini si rotolavano al sole. Silenzioso e impenetrabile, Makola disprezzava i due bianchi”.


Un avamposto del progresso
di Joseph Conrad


I primi due racconti
 che Joseph Conrad pubblicò nel 1897, su due diversi giornali, vengono ora riproposti, in un unico, elegantissimo volumetto, da Adelphi (Un avamposto del progresso, 2014): scelta tanto più meritoria, in quanto, come noto, l’editoria italiana si mostra generalmente piuttosto refrattaria verso il genere letterario del racconto, o comunque di ogni narrazione che non sfami gli onnivori lettori con corposi tomi sulle cinquecento pagine, ma provi piuttosto a misurarsi nella squisita arte necessaria a sviluppare e condurre a conclusione una storia nel giro di qualche decina di pagine, al più.

Arte di cui questi due racconti, e soprattutto il secondo in ordine di pubblicazione, ma qui impaginato per primo, rappresentano già due splendidi esempi.

Nel più antico, infatti, La laguna, oltre alla raffinatezza, non aliena da toni e preziosità da prosa lirica, degli squarci descrittivi che intercalano la voce narrante, Conrad adotta per la prima volta il meccanismo narrativo destinato ad essere portato alla perfezione in molte delle sue opere maggiori: quello, cioè, per cui una parte della narrazione, naturalmente il suo nucleo più ricco di passione e d’intensità umana, viene svolta non dal narratore, ma da uno dei personaggi interni al racconto, talvolta a grande distanza, cronologica o spaziale, dal teatro della vicenda. Un espediente narrativo che rende la storia, come è facile capire, assai più coinvolgente, per il lettore, che se fosse stata narrata tutta con l’imparzialità “fotografica” del narratore onnisciente caro alla grande narrativa del pieno Ottocento.

È dunque Arsat, «un uomo giovane, robusto, con un ampio torace e le braccia muscolose», vestito appena di un sarong e «in testa, niente», che accoglie il «bianco» (nient’altro ci viene detto, di questo personaggio che si lascia facilmente interpretare come un alter ego di Conrad stesso) in viaggio sul fiume, e gli dà ospitalità per la notte. Sarà appunto la notte in cui, mentre all’interno del capanno la sua giovane donna «respira e brucia come se dentro avesse un fuoco. Non dice niente; non sente niente; brucia e basta», divorata da un male di cui non conosceremo la causa e per cui il nuovo venuto non ha portato alcuna medicina, Arsat ripercorrerà per il suo ospite occidentale la storia che lo ha condotto, per amore di quella di donna, ad abbandonare in mano dei suoi nemici la persona a lui più cara: suo fratello.

Sì che quando, all’alba, dopo che un maestoso uccello bianco si alza in volo nella luce del sole per «sparire nel blu come se avesse lasciato la terra», la donna «non brucia più», ci sembra di cogliere il senso di questo explicit imposto dal destino (essendo ormai il cielo di Conrad del tutto deserto di dei) ad Arsat: che di fronte ad esso però – nelle righe finali del racconto, mentre il «bianco» si allontana sul suo sampan – assume, da eroe già pienamente conradiano, la posa di un qualche protagonista di laicizzata tragedia greca: «Era in pedi, solo, nella luce spietata: e oltre il chiarore immenso di un giorno senza nuvole scrutava  la tenebra di un mondo senza illusioni».

La tangenza rispetto alla grande tragedia è ancora più evidente nell’altro racconto, che presta il titolo al volume, giacché i due protagonisti, dalla cui descrizione il racconto stesso prende le mosse, resteranno indissolubilmente legati uno all’altro – un po’ come poi i due ufficiali rivali attraverso i decenni, nei Duellanti – fino alla conclusione, di alto, drammatico impatto emotivo e, perché no, morale.

Meno elaborato, rispetto alla “Laguna”, sul piano della tecnica narrativa – che è, rigorosamente, focalizzata sull’esterno dei personaggi e condotta con scrupolosa sovrapponibilità del tempo narrativo al tempo dell’azione – il racconto è invece più complesso su quello dell’impalcatura ideologica. E lo dimostra il fatto che al delitto e al castigo risolutivi, oltre che da un crescendo di angoscia (l’isolamento rispetto al mondo da cui si proviene, i viveri che si rarefanno, il ritardo del battello, che giungerà, sì, nelle ultime pagine, ma solo per affrettare la sconvolgente katastrofé) misurato con la sapienza narrativa di un Conrad già perfettamente padrone dei propri mezzi, i due protagonisti vengano indotti dal lanciarsi contro una sola ingiuria, «schiavista».

Con quella parola, è come se l’imbiancatura perbenista che essi hanno cercato di darsi – uno vuol arricchire per procurare la dote all’amatissima, e poco avvenente, figliola, l’altro, per più prosaiche questioni di bolletta, e di riscatto di fronte all’intero gruppo famigliare – crollasse, e, preannunciata dall’amara ironia del titolo, non restasse che la nuda, belluina ferocia dell’essere umano: la redditività dell’avorio strappato dalla Compagnia per loro tramite ai quasi subumani nativi l’ha resa socialmente accettabile, ed essa ormai non ha più alcuna remora a scatenarsi. Fino alle estreme, tremende conseguenze: che ci prendono alla gola, come un tuffo nel nostro stesso sangue.


di Mario Massimo
da Flanerì.com, 22 dicembre 2014


Le Musiche
, scelte da Claudio Tesser

Miles DavisThe Mask [Miles Davis]
Jon Hassell/Brian EnoDelta Rain Dream [Jon Hassel/Brian Eno]
Jon Hassell/Brian EnoRising Thermal 14 16' N; 32 28' E [Jon Hassel/Brian Eno]
Jon Hassell/Brian EnoCharm (Over 'Burundi Cloud') [Jon Hassel/Brian Eno]
Herbie HancockWatermelon Man [Herbie Hancock]
Jon Hassell/Brian EnoBa-benzele [Jon Hassel/Brian Eno]
Jon Hassell/Brian EnoChemistry [Jon Hassel/Brian Eno]
Herbie HancockVein Melter [Herbie Hancock]
Jon HassellRavinia/Vancouver [Jon Hassel]

]]>
info@sherwood.it (Sherwood Network)
<![CDATA[ReadBabyRead_348_Joseph_Conrad_3]]>

 
ReadBabyRead #348 del 24 agosto 2017


Joseph Conrad 
Un avamposto del progresso
La laguna

(parte 3 di 6)


per info su F. Ventimiglia e C. Tesser:

Lettura e altri crimini
iTunes podcast


voce: Francesco Ventimiglia


“La stazione commerciale era affidata a due bianchi. Kayerts, il capo, era piccolo e grasso; Carlier, il suo vice, era alto, con un gran testone e un tronco massiccio poggiato su due lunghe gambe sottili. Il terzo uomo era un negro della Sierra Leone. Sosteneva di chiamarsi Henry Price, anche se per ragioni oscure i nativi di quella parte del fiume gli avevano dato un altro nome, con cui ormai era conosciuto da tutti: Makola. Makola parlava inglese e francese con un accento melodioso, aveva una magnifica grafia, sapeva fare di conto, e intratteneva un suo rapporto intimo con gli spiriti del male. Aveva sposato una negra di Loanda molto grassa e altrettanto rumorosa. Davanti alla porta del loro basso capanno tre ragazzini si rotolavano al sole. Silenzioso e impenetrabile, Makola disprezzava i due bianchi”.


Un avamposto del progresso
di Joseph Conrad


I primi due racconti
 che Joseph Conrad pubblicò nel 1897, su due diversi giornali, vengono ora riproposti, in un unico, elegantissimo volumetto, da Adelphi (Un avamposto del progresso, 2014): scelta tanto più meritoria, in quanto, come noto, l’editoria italiana si mostra generalmente piuttosto refrattaria verso il genere letterario del racconto, o comunque di ogni narrazione che non sfami gli onnivori lettori con corposi tomi sulle cinquecento pagine, ma provi piuttosto a misurarsi nella squisita arte necessaria a sviluppare e condurre a conclusione una storia nel giro di qualche decina di pagine, al più.

Arte di cui questi due racconti, e soprattutto il secondo in ordine di pubblicazione, ma qui impaginato per primo, rappresentano già due splendidi esempi.

Nel più antico, infatti, La laguna, oltre alla raffinatezza, non aliena da toni e preziosità da prosa lirica, degli squarci descrittivi che intercalano la voce narrante, Conrad adotta per la prima volta il meccanismo narrativo destinato ad essere portato alla perfezione in molte delle sue opere maggiori: quello, cioè, per cui una parte della narrazione, naturalmente il suo nucleo più ricco di passione e d’intensità umana, viene svolta non dal narratore, ma da uno dei personaggi interni al racconto, talvolta a grande distanza, cronologica o spaziale, dal teatro della vicenda. Un espediente narrativo che rende la storia, come è facile capire, assai più coinvolgente, per il lettore, che se fosse stata narrata tutta con l’imparzialità “fotografica” del narratore onnisciente caro alla grande narrativa del pieno Ottocento.

È dunque Arsat, «un uomo giovane, robusto, con un ampio torace e le braccia muscolose», vestito appena di un sarong e «in testa, niente», che accoglie il «bianco» (nient’altro ci viene detto, di questo personaggio che si lascia facilmente interpretare come un alter ego di Conrad stesso) in viaggio sul fiume, e gli dà ospitalità per la notte. Sarà appunto la notte in cui, mentre all’interno del capanno la sua giovane donna «respira e brucia come se dentro avesse un fuoco. Non dice niente; non sente niente; brucia e basta», divorata da un male di cui non conosceremo la causa e per cui il nuovo venuto non ha portato alcuna medicina, Arsat ripercorrerà per il suo ospite occidentale la storia che lo ha condotto, per amore di quella di donna, ad abbandonare in mano dei suoi nemici la persona a lui più cara: suo fratello.

Sì che quando, all’alba, dopo che un maestoso uccello bianco si alza in volo nella luce del sole per «sparire nel blu come se avesse lasciato la terra», la donna «non brucia più», ci sembra di cogliere il senso di questo explicit imposto dal destino (essendo ormai il cielo di Conrad del tutto deserto di dei) ad Arsat: che di fronte ad esso però – nelle righe finali del racconto, mentre il «bianco» si allontana sul suo sampan – assume, da eroe già pienamente conradiano, la posa di un qualche protagonista di laicizzata tragedia greca: «Era in pedi, solo, nella luce spietata: e oltre il chiarore immenso di un giorno senza nuvole scrutava  la tenebra di un mondo senza illusioni».

La tangenza rispetto alla grande tragedia è ancora più evidente nell’altro racconto, che presta il titolo al volume, giacché i due protagonisti, dalla cui descrizione il racconto stesso prende le mosse, resteranno indissolubilmente legati uno all’altro – un po’ come poi i due ufficiali rivali attraverso i decenni, nei Duellanti – fino alla conclusione, di alto, drammatico impatto emotivo e, perché no, morale.

Meno elaborato, rispetto alla “Laguna”, sul piano della tecnica narrativa – che è, rigorosamente, focalizzata sull’esterno dei personaggi e condotta con scrupolosa sovrapponibilità del tempo narrativo al tempo dell’azione – il racconto è invece più complesso su quello dell’impalcatura ideologica. E lo dimostra il fatto che al delitto e al castigo risolutivi, oltre che da un crescendo di angoscia (l’isolamento rispetto al mondo da cui si proviene, i viveri che si rarefanno, il ritardo del battello, che giungerà, sì, nelle ultime pagine, ma solo per affrettare la sconvolgente katastrofé) misurato con la sapienza narrativa di un Conrad già perfettamente padrone dei propri mezzi, i due protagonisti vengano indotti dal lanciarsi contro una sola ingiuria, «schiavista».

Con quella parola, è come se l’imbiancatura perbenista che essi hanno cercato di darsi – uno vuol arricchire per procurare la dote all’amatissima, e poco avvenente, figliola, l’altro, per più prosaiche questioni di bolletta, e di riscatto di fronte all’intero gruppo famigliare – crollasse, e, preannunciata dall’amara ironia del titolo, non restasse che la nuda, belluina ferocia dell’essere umano: la redditività dell’avorio strappato dalla Compagnia per loro tramite ai quasi subumani nativi l’ha resa socialmente accettabile, ed essa ormai non ha più alcuna remora a scatenarsi. Fino alle estreme, tremende conseguenze: che ci prendono alla gola, come un tuffo nel nostro stesso sangue.


di Mario Massimo
da Flanerì.com, 22 dicembre 2014


Le Musiche
, scelte da Claudio Tesser

Miles DavisThe Mask [Miles Davis]
Jon Hassell/Brian EnoDelta Rain Dream [Jon Hassel/Brian Eno]
Jon Hassell/Brian EnoRising Thermal 14 16' N; 32 28' E [Jon Hassel/Brian Eno]
Jon Hassell/Brian EnoCharm (Over 'Burundi Cloud') [Jon Hassel/Brian Eno]
Herbie HancockWatermelon Man [Herbie Hancock]
Jon Hassell/Brian EnoBa-benzele [Jon Hassel/Brian Eno]
Jon Hassell/Brian EnoChemistry [Jon Hassel/Brian Eno]
Herbie HancockVein Melter [Herbie Hancock]
Jon HassellRavinia/Vancouver [Jon Hassel]

]]>
info@sherwood.it (Sherwood Network)
<![CDATA[ReadBabyRead_347_Joseph_Conrad_2]]>

 
ReadBabyRead #347 del 17 agosto 2017


Joseph Conrad 
Un avamposto del progresso
La laguna

(parte 2 di 6)


per info su F. Ventimiglia e C. Tesser:

Lettura e altri crimini
iTunes podcast


voce: Francesco Ventimiglia


“La stazione commerciale era affidata a due bianchi. Kayerts, il capo, era piccolo e grasso; Carlier, il suo vice, era alto, con un gran testone e un tronco massiccio poggiato su due lunghe gambe sottili. Il terzo uomo era un negro della Sierra Leone. Sosteneva di chiamarsi Henry Price, anche se per ragioni oscure i nativi di quella parte del fiume gli avevano dato un altro nome, con cui ormai era conosciuto da tutti: Makola. Makola parlava inglese e francese con un accento melodioso, aveva una magnifica grafia, sapeva fare di conto, e intratteneva un suo rapporto intimo con gli spiriti del male. Aveva sposato una negra di Loanda molto grassa e altrettanto rumorosa. Davanti alla porta del loro basso capanno tre ragazzini si rotolavano al sole. Silenzioso e impenetrabile, Makola disprezzava i due bianchi”.


Un avamposto del progresso
di Joseph Conrad


I primi due racconti
 che Joseph Conrad pubblicò nel 1897, su due diversi giornali, vengono ora riproposti, in un unico, elegantissimo volumetto, da Adelphi (Un avamposto del progresso, 2014): scelta tanto più meritoria, in quanto, come noto, l’editoria italiana si mostra generalmente piuttosto refrattaria verso il genere letterario del racconto, o comunque di ogni narrazione che non sfami gli onnivori lettori con corposi tomi sulle cinquecento pagine, ma provi piuttosto a misurarsi nella squisita arte necessaria a sviluppare e condurre a conclusione una storia nel giro di qualche decina di pagine, al più.

Arte di cui questi due racconti, e soprattutto il secondo in ordine di pubblicazione, ma qui impaginato per primo, rappresentano già due splendidi esempi.

Nel più antico, infatti, La laguna, oltre alla raffinatezza, non aliena da toni e preziosità da prosa lirica, degli squarci descrittivi che intercalano la voce narrante, Conrad adotta per la prima volta il meccanismo narrativo destinato ad essere portato alla perfezione in molte delle sue opere maggiori: quello, cioè, per cui una parte della narrazione, naturalmente il suo nucleo più ricco di passione e d’intensità umana, viene svolta non dal narratore, ma da uno dei personaggi interni al racconto, talvolta a grande distanza, cronologica o spaziale, dal teatro della vicenda. Un espediente narrativo che rende la storia, come è facile capire, assai più coinvolgente, per il lettore, che se fosse stata narrata tutta con l’imparzialità “fotografica” del narratore onnisciente caro alla grande narrativa del pieno Ottocento.

È dunque Arsat, «un uomo giovane, robusto, con un ampio torace e le braccia muscolose», vestito appena di un sarong e «in testa, niente», che accoglie il «bianco» (nient’altro ci viene detto, di questo personaggio che si lascia facilmente interpretare come un alter ego di Conrad stesso) in viaggio sul fiume, e gli dà ospitalità per la notte. Sarà appunto la notte in cui, mentre all’interno del capanno la sua giovane donna «respira e brucia come se dentro avesse un fuoco. Non dice niente; non sente niente; brucia e basta», divorata da un male di cui non conosceremo la causa e per cui il nuovo venuto non ha portato alcuna medicina, Arsat ripercorrerà per il suo ospite occidentale la storia che lo ha condotto, per amore di quella di donna, ad abbandonare in mano dei suoi nemici la persona a lui più cara: suo fratello.

Sì che quando, all’alba, dopo che un maestoso uccello bianco si alza in volo nella luce del sole per «sparire nel blu come se avesse lasciato la terra», la donna «non brucia più», ci sembra di cogliere il senso di questo explicit imposto dal destino (essendo ormai il cielo di Conrad del tutto deserto di dei) ad Arsat: che di fronte ad esso però – nelle righe finali del racconto, mentre il «bianco» si allontana sul suo sampan – assume, da eroe già pienamente conradiano, la posa di un qualche protagonista di laicizzata tragedia greca: «Era in pedi, solo, nella luce spietata: e oltre il chiarore immenso di un giorno senza nuvole scrutava  la tenebra di un mondo senza illusioni».

La tangenza rispetto alla grande tragedia è ancora più evidente nell’altro racconto, che presta il titolo al volume, giacché i due protagonisti, dalla cui descrizione il racconto stesso prende le mosse, resteranno indissolubilmente legati uno all’altro – un po’ come poi i due ufficiali rivali attraverso i decenni, nei Duellanti – fino alla conclusione, di alto, drammatico impatto emotivo e, perché no, morale.

Meno elaborato, rispetto alla “Laguna”, sul piano della tecnica narrativa – che è, rigorosamente, focalizzata sull’esterno dei personaggi e condotta con scrupolosa sovrapponibilità del tempo narrativo al tempo dell’azione – il racconto è invece più complesso su quello dell’impalcatura ideologica. E lo dimostra il fatto che al delitto e al castigo risolutivi, oltre che da un crescendo di angoscia (l’isolamento rispetto al mondo da cui si proviene, i viveri che si rarefanno, il ritardo del battello, che giungerà, sì, nelle ultime pagine, ma solo per affrettare la sconvolgente katastrofé) misurato con la sapienza narrativa di un Conrad già perfettamente padrone dei propri mezzi, i due protagonisti vengano indotti dal lanciarsi contro una sola ingiuria, «schiavista».

Con quella parola, è come se l’imbiancatura perbenista che essi hanno cercato di darsi – uno vuol arricchire per procurare la dote all’amatissima, e poco avvenente, figliola, l’altro, per più prosaiche questioni di bolletta, e di riscatto di fronte all’intero gruppo famigliare – crollasse, e, preannunciata dall’amara ironia del titolo, non restasse che la nuda, belluina ferocia dell’essere umano: la redditività dell’avorio strappato dalla Compagnia per loro tramite ai quasi subumani nativi l’ha resa socialmente accettabile, ed essa ormai non ha più alcuna remora a scatenarsi. Fino alle estreme, tremende conseguenze: che ci prendono alla gola, come un tuffo nel nostro stesso sangue.


di Mario Massimo
da Flanerì.com, 22 dicembre 2014


Le Musiche
, scelte da Claudio Tesser

Miles DavisThe Mask [Miles Davis]
Jon Hassell/Brian EnoDelta Rain Dream [Jon Hassel/Brian Eno]
Jon Hassell/Brian EnoRising Thermal 14 16' N; 32 28' E [Jon Hassel/Brian Eno]
Jon Hassell/Brian EnoCharm (Over 'Burundi Cloud') [Jon Hassel/Brian Eno]
Herbie HancockWatermelon Man [Herbie Hancock]
Jon Hassell/Brian EnoBa-benzele [Jon Hassel/Brian Eno]
Jon Hassell/Brian EnoChemistry [Jon Hassel/Brian Eno]
Herbie HancockVein Melter [Herbie Hancock]
Jon HassellRavinia/Vancouver [Jon Hassel]

]]>
info@sherwood.it (Sherwood Network)
<![CDATA[ReadBabyRead_346_Joseph_Conrad_1]]>

 
ReadBabyRead #346 del 10 agosto 2017


Joseph Conrad
Un avamposto del progresso
La laguna

(parte 1 di 6)


per info su F. Ventimiglia e C. Tesser:

Lettura e altri crimini
iTunes podcast


voce: Francesco Ventimiglia


“La stazione commerciale era affidata a due bianchi. Kayerts, il capo, era piccolo e grasso; Carlier, il suo vice, era alto, con un gran testone e un tronco massiccio poggiato su due lunghe gambe sottili. Il terzo uomo era un negro della Sierra Leone. Sosteneva di chiamarsi Henry Price, anche se per ragioni oscure i nativi di quella parte del fiume gli avevano dato un altro nome, con cui ormai era conosciuto da tutti: Makola. Makola parlava inglese e francese con un accento melodioso, aveva una magnifica grafia, sapeva fare di conto, e intratteneva un suo rapporto intimo con gli spiriti del male. Aveva sposato una negra di Loanda molto grassa e altrettanto rumorosa. Davanti alla porta del loro basso capanno tre ragazzini si rotolavano al sole. Silenzioso e impenetrabile, Makola disprezzava i due bianchi”.


Un avamposto del progresso
di Joseph Conrad


I primi due racconti
che Joseph Conrad pubblicò nel 1897, su due diversi giornali, vengono ora riproposti, in un unico, elegantissimo volumetto, da Adelphi (Un avamposto del progresso, 2014): scelta tanto più meritoria, in quanto, come noto, l’editoria italiana si mostra generalmente piuttosto refrattaria verso il genere letterario del racconto, o comunque di ogni narrazione che non sfami gli onnivori lettori con corposi tomi sulle cinquecento pagine, ma provi piuttosto a misurarsi nella squisita arte necessaria a sviluppare e condurre a conclusione una storia nel giro di qualche decina di pagine, al più.

Arte di cui questi due racconti, e soprattutto il secondo in ordine di pubblicazione, ma qui impaginato per primo, rappresentano già due splendidi esempi.

Nel più antico, infatti, La laguna, oltre alla raffinatezza, non aliena da toni e preziosità da prosa lirica, degli squarci descrittivi che intercalano la voce narrante, Conrad adotta per la prima volta il meccanismo narrativo destinato ad essere portato alla perfezione in molte delle sue opere maggiori: quello, cioè, per cui una parte della narrazione, naturalmente il suo nucleo più ricco di passione e d’intensità umana, viene svolta non dal narratore, ma da uno dei personaggi interni al racconto, talvolta a grande distanza, cronologica o spaziale, dal teatro della vicenda. Un espediente narrativo che rende la storia, come è facile capire, assai più coinvolgente, per il lettore, che se fosse stata narrata tutta con l’imparzialità “fotografica” del narratore onnisciente caro alla grande narrativa del pieno Ottocento.

È dunque Arsat, «un uomo giovane, robusto, con un ampio torace e le braccia muscolose», vestito appena di un sarong e «in testa, niente», che accoglie il «bianco» (nient’altro ci viene detto, di questo personaggio che si lascia facilmente interpretare come un alter ego di Conrad stesso) in viaggio sul fiume, e gli dà ospitalità per la notte. Sarà appunto la notte in cui, mentre all’interno del capanno la sua giovane donna «respira e brucia come se dentro avesse un fuoco. Non dice niente; non sente niente; brucia e basta», divorata da un male di cui non conosceremo la causa e per cui il nuovo venuto non ha portato alcuna medicina, Arsat ripercorrerà per il suo ospite occidentale la storia che lo ha condotto, per amore di quella di donna, ad abbandonare in mano dei suoi nemici la persona a lui più cara: suo fratello.

Sì che quando, all’alba, dopo che un maestoso uccello bianco si alza in volo nella luce del sole per «sparire nel blu come se avesse lasciato la terra», la donna «non brucia più», ci sembra di cogliere il senso di questo explicit imposto dal destino (essendo ormai il cielo di Conrad del tutto deserto di dei) ad Arsat: che di fronte ad esso però – nelle righe finali del racconto, mentre il «bianco» si allontana sul suo sampan – assume, da eroe già pienamente conradiano, la posa di un qualche protagonista di laicizzata tragedia greca: «Era in pedi, solo, nella luce spietata: e oltre il chiarore immenso di un giorno senza nuvole scrutava  la tenebra di un mondo senza illusioni».

La tangenza rispetto alla grande tragedia è ancora più evidente nell’altro racconto, che presta il titolo al volume, giacché i due protagonisti, dalla cui descrizione il racconto stesso prende le mosse, resteranno indissolubilmente legati uno all’altro – un po’ come poi i due ufficiali rivali attraverso i decenni, nei Duellanti – fino alla conclusione, di alto, drammatico impatto emotivo e, perché no, morale.

Meno elaborato, rispetto alla “Laguna”, sul piano della tecnica narrativa – che è, rigorosamente, focalizzata sull’esterno dei personaggi e condotta con scrupolosa sovrapponibilità del tempo narrativo al tempo dell’azione – il racconto è invece più complesso su quello dell’impalcatura ideologica. E lo dimostra il fatto che al delitto e al castigo risolutivi, oltre che da un crescendo di angoscia (l’isolamento rispetto al mondo da cui si proviene, i viveri che si rarefanno, il ritardo del battello, che giungerà, sì, nelle ultime pagine, ma solo per affrettare la sconvolgente katastrofé) misurato con la sapienza narrativa di un Conrad già perfettamente padrone dei propri mezzi, i due protagonisti vengano indotti dal lanciarsi contro una sola ingiuria, «schiavista».

Con quella parola, è come se l’imbiancatura perbenista che essi hanno cercato di darsi – uno vuol arricchire per procurare la dote all’amatissima, e poco avvenente, figliola, l’altro, per più prosaiche questioni di bolletta, e di riscatto di fronte all’intero gruppo famigliare – crollasse, e, preannunciata dall’amara ironia del titolo, non restasse che la nuda, belluina ferocia dell’essere umano: la redditività dell’avorio strappato dalla Compagnia per loro tramite ai quasi subumani nativi l’ha resa socialmente accettabile, ed essa ormai non ha più alcuna remora a scatenarsi. Fino alle estreme, tremende conseguenze: che ci prendono alla gola, come un tuffo nel nostro stesso sangue.


di Mario Massimo
da Flanerì.com, 22 dicembre 2014


Le Musiche
, scelte da Claudio Tesser

Miles DavisThe Mask [Miles Davis]
Jon Hassell/Brian EnoDelta Rain Dream [Jon Hassel/Brian Eno]
Jon Hassell/Brian EnoRising Thermal 14 16' N; 32 28' E [Jon Hassel/Brian Eno]
Jon Hassell/Brian EnoCharm (Over 'Burundi Cloud') [Jon Hassel/Brian Eno]
Herbie HancockWatermelon Man [Herbie Hancock]
Jon Hassell/Brian EnoBa-benzele [Jon Hassel/Brian Eno]
Jon Hassell/Brian EnoChemistry [Jon Hassel/Brian Eno]
Herbie HancockVein Melter [Herbie Hancock]
Jon HassellRavinia/Vancouver [Jon Hassel]

]]>
info@sherwood.it (Sherwood Network)
<![CDATA[ReadBabyRead_345_Matteo_Strukul_9]]>

“Con la stesura della sua nuova trilogia dedicata alla famiglia Medici, Matteo Strukul ha intrapreso un viaggio molto ambizioso e interessante, un’impresa che potrebbe essere paragonata alla caccia a una bestia feroce, che nel primo volume, intitolato I Medici. Una dinastia al potere, esegue in modo esemplare, se mi perdonate l’espressione, da cacciatore siberiano: «Rovescia la preda» e - in una narrazione arricchita da un lessico colto e ricercato, da dialoghi vivi, da descrizioni riuscitissime, che trasportano immediatamente il lettore nei luoghi dove si snoda la trama - affonda con estrema eleganza quell’affilatissima lama che non è altro se non l’allegoria della sua intenzione letteraria, fermando il cuore della creatura sottomessa e assorbendone la vita, il potere, versando a terra e regalando a noi, con la generosità di un filibustiere, il suo prezioso, inebriante sangue”. [Nicolai Lilin]  


ReadBabyRead #345 del 3 agosto 2017

Matteo Strukul
I Medici. Una dinastia al potere
Lettura dei capitoli: 1, 3, 4, 6, 13, 14, 16, 22, 23, 29, 36, 40, 42, 49, 50.

(parte 9 di 9)

per info su F. Ventimiglia e C. Tesser:

Lettura e altri crimini
iTunes podcast


voce: Francesco Ventimiglia


“Alzò gli occhi al cielo. Pareva polvere di lapislazzuli. Per un istante sentì la vertigine salire e rapirgli i pensieri. Poi, riposò gli occhi, spostando lo sguardo attorno a sé. Vide i muratori che preparavano la malta, mescolando la calce alla sabbia chiara dell'Arno. Alcuni di loro se ne stavano appollaiati sui tramezzi, consumando una veloce colazione. Svolgevano turni massacranti e capitava spesso che trascorressero lì intere settimane, dormendo fra impalcature di legno, lastre di marmo, mattoni e calcinacci.
A oltre cento braccia dal suolo.
Cosimo sgusciò fra i ponteggi in legno: sembravano i denti neri e affilati di una creatura fantastica. Avanzò facendo grande attenzione a non mettere i piedi in fallo. Quella visione di una città sopra la città lo affascinava e lo lasciava sgomento a un tempo.”


Matteo Strukul, “La cultura deve tornare a essere condivisa”


«È iniziato tutto qualche anno fa. Da lettore non trovavo una saga dedicata alla famiglia Medici così ho deciso di occuparmene io. Quando poi ho cominciato a scrivere ho capito perché nessuno l’aveva fatto prima: era una mezza follia». Così ci racconta Matteo Strukul la genesi della trilogia dei Medici, che ha fatto innamorare di sé tanti italiani. Questo mese è uscito “I Medici. Una regina al potere“, il terzo e ultimo volume della saga cominciata con “Una dinastia al potere” e proseguita con “Un uomo al potere“. Abbiamo intervistato lo scrittore. Ecco cosa ci ha raccontato.

Come interpreti il successo della trilogia?

Più ci penso e più arrivo alla conclusione che sia dovuto al fatto che io l’abbia affrontata con una certa incoscienza. Ciò non significa che non mi sia preparato prima di buttar giù anche solo una riga. Ho studiato due anni in modo da creare un mondo con una sua attendibilità, basandomi sulle “Istorie fiorentine” di Machiavelli, sulla “Storia d’Italia” di Guicciardini, e su una miriade di saggi e monografie dedicate a Caterina e al resto della famiglia. Però mi sono dato un modello letterario preciso, ovvero quello del feuilleton o romanzo d’appendice, ma anche quello del romanzo storico con un atteggiamento scanzonato, fanfarone, come “I tre moschettieri” e il ciclo dei Valois di Dumas padre, o “La freccia nera” di Stevenson. Il grande romanzo d’avventura insomma. In più, il mio immaginario è nutrito da film, serie Tv, fumetti, in generale i linguaggi della letteratura più ad ampio spettro, motivo per cui i lettori di questa trilogia sono sì gli amanti del romanzo storico, ma anche i ragazzi molto giovani che si appassionano alla saga grazie al ritmo della storia. Ho cercato poi di proporre i Medici con quell’attitudine un po’ fuori legge e irriverente che è poi la cifra rappresentativa di tutto il mio lavoro.

Una delle caratteristiche del feuilleton è la capacità di tenere sempre alta la tensione e tu lo fai, anche grazie a un linguaggio scorrevole. Come lavori sul linguaggio?

Con la lettura, con la lettura, con la lettura. Quando leggi Omero, Dumas, Von Kleist, Dostoevskij, Puskin, Salgari, Vassalli, è difficile che poi non ti resti qualcosa. È chiaro che serve un minimo di talento ma va nutrito con le storie. Così quando cominci ad avere 35 o 40 anni di letture serrate qualcosa resta: qualcosa come una voce, uno stile, un’attitudine, un approccio, per cui, come dici tu, ti rendi conto di sapere giocare col ritmo, l’intrigo, la sorpresa. Ciò che colpisce di più i lettori è una voce forte e personale. Con i personaggi – che poi racconti con la tua voce e con il tuo stile – si crea una sorta di intesa, per cui loro, nel momento in cui li conosci, si comportano con una loro coerenza. Cosa che non cancella la possibilità che sappiano sorprenderti. E quando ti sorprendi tu, autore, delle scelte che fanno i personaggi, ti rendi conto che il racconto ha una sua efficacia. Se sorprendono te è probabile che sorprendano anche i lettori. Tutto ciò credo derivi dalla lettura.

Veniamo alla protagonista di questo terzo e ultimo volume della saga. Cos’ha di affascinante Caterina?

Innanzitutto è un personaggio femminile e io ho sempre adorato i personaggi femminili. Caterina in particolare ha il fascino di una donna che deve affrontare infinite difficoltà. È una donna italiana che diventa regina di Francia, una donna colta, di grande gusto, di assoluta intelligenza, pragmatica, che però proviene da una famiglia borghese, di mercanti, e non è di sangue nobile, cosa che le causa grandi problemi. Non riuscendo ad avere figli per i primi nove anni di matrimonio col re di Francia, è anche una donna sotto scacco, perché il fatto di non essere in grado di generare figli inevitabilmente la pone sotto il pericolo di essere ripudiata dal sovrano. È  una donna di bellezza normale (se non addirittura bruttina) che si trova a doversi confrontare con la donna più bella di Francia che è Diana de Poitiers, anche amante di Enrico II. Quando riesce finalmente a concepire un figlio ne avrà dieci di fila e questo la allontanerà dalla gestione del potere. Sarà anche costretta a vivere questa sorta di triangolo amoroso tra lei, suo marito e l’amante.

Sembra avere contro tutti e tutto, insomma.

Sì, è una donna che ha dovuto affrontare infinite difficoltà. Tra le altre cose, per tutta la vita lei si impegna a impedire la morte del marito, morte che le era stata profetizzata da Nostradamus. Ha insomma dei caratteri che tradizionalmente caratterizzano la tragedia greca e, molto tempo dopo, il noir: un destino ineluttabile, già scritto, contrastato dal protagonista che tenta di opporglisi ma fallisce e vede perire davanti a sé tutto quello che ama. Questo romanzo è la storia di una grande sconfitta, che è Caterina. Una donna che però combatte e non si arrende mai, proprio come Ettore ha affrontato Achille pur sapendo che avrebbe perso il duello. Ed è in questa dimensione di ineluttabilità che sta la grandezza del personaggio. Caterina non si dà mai per vinta, dimostrando una virtù straordinaria da raccontare e che penso abbia una grande capacità di colpire l’immaginazione e certe corde sentimentali del lettore.

Se abbiamo da imparare la virtù da Caterina, cos’ha l’Italia di oggi da imparare dal mondo rinascimentale?

Il Rinascimento è caratterizzato sì dall’imprenditoria e dalla nascita della borghesia, ma soprattutto dalle committenze, dal mecenatismo, che sono alla base della bellezza e della cultura che caratterizza il Rinascimento. Un periodo che vede la nascita di grandi artisti come Ghirlandaio, Leonardo da Vinci, Donatello, Raffaello, Sandro Botticelli, Paolo Uccello, Pico della Mirandola, Machiavelli e tantissimi altri. Quello rinascimentale è chiaramente un sistema che non trascura l’aspetto economico ma in cui il modello economico è fondato sulla cultura. Questo è un paese che più che il culto della memoria ha il culto dell’oblio. Da un certo punto di vista ho scritto questa storia anche per ricordare da dove veniamo. Comunque qualcuno negli ultimi tempi si è svegliato, penso a “Stanotte a Firenze“, quella bella fiction condotta da Alberto Angela, e alla ricaduta sulle visite agli Uffizi che hanno segnato un’affluenza record. Una fiction acquistata anche dai paesi di lingua inglese che ha portato a Firenze tantissimi turisti dagli Stati Uniti e dall’Inghilterra. Questo per dire quanto la cultura può contare e avere un ruolo importante e virtuoso nella economia. E in questo modo non la sviliamo ma la valorizziamo. Trascurandola ci comportiamo come si comporterebbero gli Emirati Arabi se non vendessero il petrolio.

E per quanto riguarda il mondo del libro?

Credo che una delle cause del calo della lettura e del cattivo stato di salute dell’editoria sia l’autoreferenzialità del mondo letterario, dedito a una autocelebrazione assolutamente sterile, che mira a dividere la critica dal pubblico, autori maggiori da autori minori. Questo snobismo è una delle grandi piaghe dell’Italia. Dovremmo cambiare il concetto stesso di cultura, o riportarlo a quello che era, ovvero condivisione. Dobbiamo renderci conto che se un committente fa realizzare la cupola di Brunelleschi di quella cupola ne godono tutti. Il palazzo dei Medici era aperto a tutti e per questa ragione Cosimo e il resto della famiglia erano amati da tutti gli strati della popolazione (fuorché dalle invidiose famiglie nobili). All’epoca la cultura non era qualcosa tenuta gelosamente nelle stanze del proprio palazzo ma qualcosa che esplodeva nella città.

da libreriamo.it
26 gennaio 2017


Le Musiche, scelte da Claudio Tesser

Peter Phillips: The Tallis ScholarsPalestrina: Missa Benedicta Es [Josquin Des Prez]
Oranssi PazuzuLahja [Oranssi Pazuzu]
Oranssi PazuzuSaturaatio [Oranssi Pazuzu]
MetallicaThe Memory Remains [Metallica]
Pink FloydAtom Heart Mother [Pink Floyd]
SleepJerusalem [Sleep]
Black SabbathParanoid [Tony Iommi, Ozzy Osbourne, William Thomas Ward]
Stephen Darlington: Christ Church Cathedral Choir OxfordPalestrina: Mass For Pentecost, Five Motets [Giovanni Pierluigi da Palestrina]
Deep PurpleChild In Time [Ian Paice/Roger Glover/Richie Blackmore/Ian Gillan/Jon Lord]
Lithuanian Chamber OrchestraPärt: Tabula Rasa [Arvo Pärt]
Oranssi PazuzuValveavaruus [Oranssi Pazuzu]

]]>
info@sherwood.it (Sherwood Network)
<![CDATA[ReadBabyRead_344_Matteo_Strukul_8]]>

“Con la stesura della sua nuova trilogia dedicata alla famiglia Medici, Matteo Strukul ha intrapreso un viaggio molto ambizioso e interessante, un’impresa che potrebbe essere paragonata alla caccia a una bestia feroce, che nel primo volume, intitolato I Medici. Una dinastia al potere, esegue in modo esemplare, se mi perdonate l’espressione, da cacciatore siberiano: «Rovescia la preda» e - in una narrazione arricchita da un lessico colto e ricercato, da dialoghi vivi, da descrizioni riuscitissime, che trasportano immediatamente il lettore nei luoghi dove si snoda la trama - affonda con estrema eleganza quell’affilatissima lama che non è altro se non l’allegoria della sua intenzione letteraria, fermando il cuore della creatura sottomessa e assorbendone la vita, il potere, versando a terra e regalando a noi, con la generosità di un filibustiere, il suo prezioso, inebriante sangue”. [Nicolai Lilin]  


ReadBabyRead #344 del 27 luglio 2017

Matteo Strukul
I Medici. Una dinastia al potere

Lettura dei capitoli: 1, 3, 4, 6, 13, 14, 16, 22, 23, 29, 36, 40, 42, 49, 50.

(parte 8 di 9)

per info su F. Ventimiglia e C. Tesser:

Lettura e altri crimini
iTunes podcast


voce: Francesco Ventimiglia


“Alzò gli occhi al cielo. Pareva polvere di lapislazzuli. Per un istante sentì la vertigine salire e rapirgli i pensieri. Poi, riposò gli occhi, spostando lo sguardo attorno a sé. Vide i muratori che preparavano la malta, mescolando la calce alla sabbia chiara dell'Arno. Alcuni di loro se ne stavano appollaiati sui tramezzi, consumando una veloce colazione. Svolgevano turni massacranti e capitava spesso che trascorressero lì intere settimane, dormendo fra impalcature di legno, lastre di marmo, mattoni e calcinacci.
A oltre cento braccia dal suolo.
Cosimo sgusciò fra i ponteggi in legno: sembravano i denti neri e affilati di una creatura fantastica. Avanzò facendo grande attenzione a non mettere i piedi in fallo. Quella visione di una città sopra la città lo affascinava e lo lasciava sgomento a un tempo.”


Matteo Strukul, “La cultura deve tornare a essere condivisa”


«È iniziato tutto qualche anno fa. Da lettore non trovavo una saga dedicata alla famiglia Medici così ho deciso di occuparmene io. Quando poi ho cominciato a scrivere ho capito perché nessuno l’aveva fatto prima: era una mezza follia». Così ci racconta Matteo Strukul la genesi della trilogia dei Medici, che ha fatto innamorare di sé tanti italiani. Questo mese è uscito “I Medici. Una regina al potere“, il terzo e ultimo volume della saga cominciata con “Una dinastia al potere” e proseguita con “Un uomo al potere“. Abbiamo intervistato lo scrittore. Ecco cosa ci ha raccontato.

Come interpreti il successo della trilogia?

Più ci penso e più arrivo alla conclusione che sia dovuto al fatto che io l’abbia affrontata con una certa incoscienza. Ciò non significa che non mi sia preparato prima di buttar giù anche solo una riga. Ho studiato due anni in modo da creare un mondo con una sua attendibilità, basandomi sulle “Istorie fiorentine” di Machiavelli, sulla “Storia d’Italia” di Guicciardini, e su una miriade di saggi e monografie dedicate a Caterina e al resto della famiglia. Però mi sono dato un modello letterario preciso, ovvero quello del feuilleton o romanzo d’appendice, ma anche quello del romanzo storico con un atteggiamento scanzonato, fanfarone, come “I tre moschettieri” e il ciclo dei Valois di Dumas padre, o “La freccia nera” di Stevenson. Il grande romanzo d’avventura insomma. In più, il mio immaginario è nutrito da film, serie Tv, fumetti, in generale i linguaggi della letteratura più ad ampio spettro, motivo per cui i lettori di questa trilogia sono sì gli amanti del romanzo storico, ma anche i ragazzi molto giovani che si appassionano alla saga grazie al ritmo della storia. Ho cercato poi di proporre i Medici con quell’attitudine un po’ fuori legge e irriverente che è poi la cifra rappresentativa di tutto il mio lavoro.

Una delle caratteristiche del feuilleton è la capacità di tenere sempre alta la tensione e tu lo fai, anche grazie a un linguaggio scorrevole. Come lavori sul linguaggio?

Con la lettura, con la lettura, con la lettura. Quando leggi Omero, Dumas, Von Kleist, Dostoevskij, Puskin, Salgari, Vassalli, è difficile che poi non ti resti qualcosa. È chiaro che serve un minimo di talento ma va nutrito con le storie. Così quando cominci ad avere 35 o 40 anni di letture serrate qualcosa resta: qualcosa come una voce, uno stile, un’attitudine, un approccio, per cui, come dici tu, ti rendi conto di sapere giocare col ritmo, l’intrigo, la sorpresa. Ciò che colpisce di più i lettori è una voce forte e personale. Con i personaggi – che poi racconti con la tua voce e con il tuo stile – si crea una sorta di intesa, per cui loro, nel momento in cui li conosci, si comportano con una loro coerenza. Cosa che non cancella la possibilità che sappiano sorprenderti. E quando ti sorprendi tu, autore, delle scelte che fanno i personaggi, ti rendi conto che il racconto ha una sua efficacia. Se sorprendono te è probabile che sorprendano anche i lettori. Tutto ciò credo derivi dalla lettura.

Veniamo alla protagonista di questo terzo e ultimo volume della saga. Cos’ha di affascinante Caterina?

Innanzitutto è un personaggio femminile e io ho sempre adorato i personaggi femminili. Caterina in particolare ha il fascino di una donna che deve affrontare infinite difficoltà. È una donna italiana che diventa regina di Francia, una donna colta, di grande gusto, di assoluta intelligenza, pragmatica, che però proviene da una famiglia borghese, di mercanti, e non è di sangue nobile, cosa che le causa grandi problemi. Non riuscendo ad avere figli per i primi nove anni di matrimonio col re di Francia, è anche una donna sotto scacco, perché il fatto di non essere in grado di generare figli inevitabilmente la pone sotto il pericolo di essere ripudiata dal sovrano. È  una donna di bellezza normale (se non addirittura bruttina) che si trova a doversi confrontare con la donna più bella di Francia che è Diana de Poitiers, anche amante di Enrico II. Quando riesce finalmente a concepire un figlio ne avrà dieci di fila e questo la allontanerà dalla gestione del potere. Sarà anche costretta a vivere questa sorta di triangolo amoroso tra lei, suo marito e l’amante.

Sembra avere contro tutti e tutto, insomma.

Sì, è una donna che ha dovuto affrontare infinite difficoltà. Tra le altre cose, per tutta la vita lei si impegna a impedire la morte del marito, morte che le era stata profetizzata da Nostradamus. Ha insomma dei caratteri che tradizionalmente caratterizzano la tragedia greca e, molto tempo dopo, il noir: un destino ineluttabile, già scritto, contrastato dal protagonista che tenta di opporglisi ma fallisce e vede perire davanti a sé tutto quello che ama. Questo romanzo è la storia di una grande sconfitta, che è Caterina. Una donna che però combatte e non si arrende mai, proprio come Ettore ha affrontato Achille pur sapendo che avrebbe perso il duello. Ed è in questa dimensione di ineluttabilità che sta la grandezza del personaggio. Caterina non si dà mai per vinta, dimostrando una virtù straordinaria da raccontare e che penso abbia una grande capacità di colpire l’immaginazione e certe corde sentimentali del lettore.

Se abbiamo da imparare la virtù da Caterina, cos’ha l’Italia di oggi da imparare dal mondo rinascimentale?

Il Rinascimento è caratterizzato sì dall’imprenditoria e dalla nascita della borghesia, ma soprattutto dalle committenze, dal mecenatismo, che sono alla base della bellezza e della cultura che caratterizza il Rinascimento. Un periodo che vede la nascita di grandi artisti come Ghirlandaio, Leonardo da Vinci, Donatello, Raffaello, Sandro Botticelli, Paolo Uccello, Pico della Mirandola, Machiavelli e tantissimi altri. Quello rinascimentale è chiaramente un sistema che non trascura l’aspetto economico ma in cui il modello economico è fondato sulla cultura. Questo è un paese che più che il culto della memoria ha il culto dell’oblio. Da un certo punto di vista ho scritto questa storia anche per ricordare da dove veniamo. Comunque qualcuno negli ultimi tempi si è svegliato, penso a “Stanotte a Firenze“, quella bella fiction condotta da Alberto Angela, e alla ricaduta sulle visite agli Uffizi che hanno segnato un’affluenza record. Una fiction acquistata anche dai paesi di lingua inglese che ha portato a Firenze tantissimi turisti dagli Stati Uniti e dall’Inghilterra. Questo per dire quanto la cultura può contare e avere un ruolo importante e virtuoso nella economia. E in questo modo non la sviliamo ma la valorizziamo. Trascurandola ci comportiamo come si comporterebbero gli Emirati Arabi se non vendessero il petrolio.

E per quanto riguarda il mondo del libro?

Credo che una delle cause del calo della lettura e del cattivo stato di salute dell’editoria sia l’autoreferenzialità del mondo letterario, dedito a una autocelebrazione assolutamente sterile, che mira a dividere la critica dal pubblico, autori maggiori da autori minori. Questo snobismo è una delle grandi piaghe dell’Italia. Dovremmo cambiare il concetto stesso di cultura, o riportarlo a quello che era, ovvero condivisione. Dobbiamo renderci conto che se un committente fa realizzare la cupola di Brunelleschi di quella cupola ne godono tutti. Il palazzo dei Medici era aperto a tutti e per questa ragione Cosimo e il resto della famiglia erano amati da tutti gli strati della popolazione (fuorché dalle invidiose famiglie nobili). All’epoca la cultura non era qualcosa tenuta gelosamente nelle stanze del proprio palazzo ma qualcosa che esplodeva nella città.

da libreriamo.it
26 gennaio 2017


Le Musiche
, scelte da Claudio Tesser

Peter Phillips: The Tallis ScholarsPalestrina: Missa Benedicta Es [Josquin Des Prez]
Oranssi PazuzuLahja [Oranssi Pazuzu]
Oranssi PazuzuSaturaatio [Oranssi Pazuzu]
MetallicaThe Memory Remains [Metallica]
Pink FloydAtom Heart Mother [Pink Floyd]
SleepJerusalem [Sleep]
Black SabbathParanoid [Tony Iommi, Ozzy Osbourne, William Thomas Ward]
Stephen Darlington: Christ Church Cathedral Choir OxfordPalestrina: Mass For Pentecost, Five Motets [Giovanni Pierluigi da Palestrina]
Deep PurpleChild In Time [Ian Paice/Roger Glover/Richie Blackmore/Ian Gillan/Jon Lord]
Lithuanian Chamber OrchestraPärt: Tabula Rasa [Arvo Pärt]
Oranssi PazuzuValveavaruus [Oranssi Pazuzu]

]]>
info@sherwood.it (Sherwood Network)
<![CDATA[L'Isola di Mr Robinson del 14 luglio 2017]]>

Questa sera sull'Isola di Mr Robinson sbarcano i Northern Lights SoundSystem, in un'intervista speciale sul One Love World Reggae Festiva, dal 21 al 29 luglio al Camping Girasole di Lignano-Latisana (UD)

]]>
info@sherwood.it (Sherwood Network)
<![CDATA[ReadBabyRead_343_Matteo_Strukul_7]]>

“Con la stesura della sua nuova trilogia dedicata alla famiglia Medici, Matteo Strukul ha intrapreso un viaggio molto ambizioso e interessante, un’impresa che potrebbe essere paragonata alla caccia a una bestia feroce, che nel primo volume, intitolato I Medici. Una dinastia al potere, esegue in modo esemplare, se mi perdonate l’espressione, da cacciatore siberiano: «Rovescia la preda» e - in una narrazione arricchita da un lessico colto e ricercato, da dialoghi vivi, da descrizioni riuscitissime, che trasportano immediatamente il lettore nei luoghi dove si snoda la trama - affonda con estrema eleganza quell’affilatissima lama che non è altro se non l’allegoria della sua intenzione letteraria, fermando il cuore della creatura sottomessa e assorbendone la vita, il potere, versando a terra e regalando a noi, con la generosità di un filibustiere, il suo prezioso, inebriante sangue”. [Nicolai Lilin]  


ReadBabyRead #343 del 20 luglio 2017

Matteo Strukul
I Medici. Una dinastia al potere
Lettura dei capitoli: 1, 3, 4, 6, 13, 14, 16, 22, 23, 29, 36, 40, 42, 49, 50.

(parte 7 di 9)

per info su F. Ventimiglia e C. Tesser:

Lettura e altri crimini
iTunes podcast


voce: Francesco Ventimiglia


“Alzò gli occhi al cielo. Pareva polvere di lapislazzuli. Per un istante sentì la vertigine salire e rapirgli i pensieri. Poi, riposò gli occhi, spostando lo sguardo attorno a sé. Vide i muratori che preparavano la malta, mescolando la calce alla sabbia chiara dell'Arno. Alcuni di loro se ne stavano appollaiati sui tramezzi, consumando una veloce colazione. Svolgevano turni massacranti e capitava spesso che trascorressero lì intere settimane, dormendo fra impalcature di legno, lastre di marmo, mattoni e calcinacci.
A oltre cento braccia dal suolo.
Cosimo sgusciò fra i ponteggi in legno: sembravano i denti neri e affilati di una creatura fantastica. Avanzò facendo grande attenzione a non mettere i piedi in fallo. Quella visione di una città sopra la città lo affascinava e lo lasciava sgomento a un tempo.”


Matteo Strukul, “La cultura deve tornare a essere condivisa”


«È iniziato tutto qualche anno fa. Da lettore non trovavo una saga dedicata alla famiglia Medici così ho deciso di occuparmene io. Quando poi ho cominciato a scrivere ho capito perché nessuno l’aveva fatto prima: era una mezza follia». Così ci racconta Matteo Strukul la genesi della trilogia dei Medici, che ha fatto innamorare di sé tanti italiani. Questo mese è uscito “I Medici. Una regina al potere“, il terzo e ultimo volume della saga cominciata con “Una dinastia al potere” e proseguita con “Un uomo al potere“. Abbiamo intervistato lo scrittore. Ecco cosa ci ha raccontato.

Come interpreti il successo della trilogia?

Più ci penso e più arrivo alla conclusione che sia dovuto al fatto che io l’abbia affrontata con una certa incoscienza. Ciò non significa che non mi sia preparato prima di buttar giù anche solo una riga. Ho studiato due anni in modo da creare un mondo con una sua attendibilità, basandomi sulle “Istorie fiorentine” di Machiavelli, sulla “Storia d’Italia” di Guicciardini, e su una miriade di saggi e monografie dedicate a Caterina e al resto della famiglia. Però mi sono dato un modello letterario preciso, ovvero quello del feuilleton o romanzo d’appendice, ma anche quello del romanzo storico con un atteggiamento scanzonato, fanfarone, come “I tre moschettieri” e il ciclo dei Valois di Dumas padre, o “La freccia nera” di Stevenson. Il grande romanzo d’avventura insomma. In più, il mio immaginario è nutrito da film, serie Tv, fumetti, in generale i linguaggi della letteratura più ad ampio spettro, motivo per cui i lettori di questa trilogia sono sì gli amanti del romanzo storico, ma anche i ragazzi molto giovani che si appassionano alla saga grazie al ritmo della storia. Ho cercato poi di proporre i Medici con quell’attitudine un po’ fuori legge e irriverente che è poi la cifra rappresentativa di tutto il mio lavoro.

Una delle caratteristiche del feuilleton è la capacità di tenere sempre alta la tensione e tu lo fai, anche grazie a un linguaggio scorrevole. Come lavori sul linguaggio?

Con la lettura, con la lettura, con la lettura. Quando leggi Omero, Dumas, Von Kleist, Dostoevskij, Puskin, Salgari, Vassalli, è difficile che poi non ti resti qualcosa. È chiaro che serve un minimo di talento ma va nutrito con le storie. Così quando cominci ad avere 35 o 40 anni di letture serrate qualcosa resta: qualcosa come una voce, uno stile, un’attitudine, un approccio, per cui, come dici tu, ti rendi conto di sapere giocare col ritmo, l’intrigo, la sorpresa. Ciò che colpisce di più i lettori è una voce forte e personale. Con i personaggi – che poi racconti con la tua voce e con il tuo stile – si crea una sorta di intesa, per cui loro, nel momento in cui li conosci, si comportano con una loro coerenza. Cosa che non cancella la possibilità che sappiano sorprenderti. E quando ti sorprendi tu, autore, delle scelte che fanno i personaggi, ti rendi conto che il racconto ha una sua efficacia. Se sorprendono te è probabile che sorprendano anche i lettori. Tutto ciò credo derivi dalla lettura.

Veniamo alla protagonista di questo terzo e ultimo volume della saga. Cos’ha di affascinante Caterina?

Innanzitutto è un personaggio femminile e io ho sempre adorato i personaggi femminili. Caterina in particolare ha il fascino di una donna che deve affrontare infinite difficoltà. È una donna italiana che diventa regina di Francia, una donna colta, di grande gusto, di assoluta intelligenza, pragmatica, che però proviene da una famiglia borghese, di mercanti, e non è di sangue nobile, cosa che le causa grandi problemi. Non riuscendo ad avere figli per i primi nove anni di matrimonio col re di Francia, è anche una donna sotto scacco, perché il fatto di non essere in grado di generare figli inevitabilmente la pone sotto il pericolo di essere ripudiata dal sovrano. È  una donna di bellezza normale (se non addirittura bruttina) che si trova a doversi confrontare con la donna più bella di Francia che è Diana de Poitiers, anche amante di Enrico II. Quando riesce finalmente a concepire un figlio ne avrà dieci di fila e questo la allontanerà dalla gestione del potere. Sarà anche costretta a vivere questa sorta di triangolo amoroso tra lei, suo marito e l’amante.

Sembra avere contro tutti e tutto, insomma.

Sì, è una donna che ha dovuto affrontare infinite difficoltà. Tra le altre cose, per tutta la vita lei si impegna a impedire la morte del marito, morte che le era stata profetizzata da Nostradamus. Ha insomma dei caratteri che tradizionalmente caratterizzano la tragedia greca e, molto tempo dopo, il noir: un destino ineluttabile, già scritto, contrastato dal protagonista che tenta di opporglisi ma fallisce e vede perire davanti a sé tutto quello che ama. Questo romanzo è la storia di una grande sconfitta, che è Caterina. Una donna che però combatte e non si arrende mai, proprio come Ettore ha affrontato Achille pur sapendo che avrebbe perso il duello. Ed è in questa dimensione di ineluttabilità che sta la grandezza del personaggio. Caterina non si dà mai per vinta, dimostrando una virtù straordinaria da raccontare e che penso abbia una grande capacità di colpire l’immaginazione e certe corde sentimentali del lettore.

Se abbiamo da imparare la virtù da Caterina, cos’ha l’Italia di oggi da imparare dal mondo rinascimentale?

Il Rinascimento è caratterizzato sì dall’imprenditoria e dalla nascita della borghesia, ma soprattutto dalle committenze, dal mecenatismo, che sono alla base della bellezza e della cultura che caratterizza il Rinascimento. Un periodo che vede la nascita di grandi artisti come Ghirlandaio, Leonardo da Vinci, Donatello, Raffaello, Sandro Botticelli, Paolo Uccello, Pico della Mirandola, Machiavelli e tantissimi altri. Quello rinascimentale è chiaramente un sistema che non trascura l’aspetto economico ma in cui il modello economico è fondato sulla cultura. Questo è un paese che più che il culto della memoria ha il culto dell’oblio. Da un certo punto di vista ho scritto questa storia anche per ricordare da dove veniamo. Comunque qualcuno negli ultimi tempi si è svegliato, penso a “Stanotte a Firenze“, quella bella fiction condotta da Alberto Angela, e alla ricaduta sulle visite agli Uffizi che hanno segnato un’affluenza record. Una fiction acquistata anche dai paesi di lingua inglese che ha portato a Firenze tantissimi turisti dagli Stati Uniti e dall’Inghilterra. Questo per dire quanto la cultura può contare e avere un ruolo importante e virtuoso nella economia. E in questo modo non la sviliamo ma la valorizziamo. Trascurandola ci comportiamo come si comporterebbero gli Emirati Arabi se non vendessero il petrolio.

E per quanto riguarda il mondo del libro?

Credo che una delle cause del calo della lettura e del cattivo stato di salute dell’editoria sia l’autoreferenzialità del mondo letterario, dedito a una autocelebrazione assolutamente sterile, che mira a dividere la critica dal pubblico, autori maggiori da autori minori. Questo snobismo è una delle grandi piaghe dell’Italia. Dovremmo cambiare il concetto stesso di cultura, o riportarlo a quello che era, ovvero condivisione. Dobbiamo renderci conto che se un committente fa realizzare la cupola di Brunelleschi di quella cupola ne godono tutti. Il palazzo dei Medici era aperto a tutti e per questa ragione Cosimo e il resto della famiglia erano amati da tutti gli strati della popolazione (fuorché dalle invidiose famiglie nobili). All’epoca la cultura non era qualcosa tenuta gelosamente nelle stanze del proprio palazzo ma qualcosa che esplodeva nella città.

da libreriamo.it
26 gennaio 2017


Le Musiche, scelte da Claudio Tesser

Peter Phillips: The Tallis ScholarsPalestrina: Missa Benedicta Es [Josquin Des Prez]
Oranssi PazuzuLahja [Oranssi Pazuzu]
Oranssi PazuzuSaturaatio [Oranssi Pazuzu]
MetallicaThe Memory Remains [Metallica]
Pink FloydAtom Heart Mother [Pink Floyd]
SleepJerusalem [Sleep]
Black SabbathParanoid [Tony Iommi, Ozzy Osbourne, William Thomas Ward]
Stephen Darlington: Christ Church Cathedral Choir OxfordPalestrina: Mass For Pentecost, Five Motets [Giovanni Pierluigi da Palestrina]
Deep PurpleChild In Time [Ian Paice/Roger Glover/Richie Blackmore/Ian Gillan/Jon Lord]
Lithuanian Chamber OrchestraPärt: Tabula Rasa [Arvo Pärt]
Oranssi PazuzuValveavaruus [Oranssi Pazuzu]

]]>
info@sherwood.it (Sherwood Network)
<![CDATA[ReadBabyRead_342_Matteo_Strukul_6]]>

“Con la stesura della sua nuova trilogia dedicata alla famiglia Medici, Matteo Strukul ha intrapreso un viaggio molto ambizioso e interessante, un’impresa che potrebbe essere paragonata alla caccia a una bestia feroce, che nel primo volume, intitolato I Medici. Una dinastia al potere, esegue in modo esemplare, se mi perdonate l’espressione, da cacciatore siberiano: «Rovescia la preda» e - in una narrazione arricchita da un lessico colto e ricercato, da dialoghi vivi, da descrizioni riuscitissime, che trasportano immediatamente il lettore nei luoghi dove si snoda la trama - affonda con estrema eleganza quell’affilatissima lama che non è altro se non l’allegoria della sua intenzione letteraria, fermando il cuore della creatura sottomessa e assorbendone la vita, il potere, versando a terra e regalando a noi, con la generosità di un filibustiere, il suo prezioso, inebriante sangue”. [Nicolai Lilin]  


ReadBabyRead #342 del 13 luglio 2017

Matteo Strukul
I Medici. Una dinastia al potere
Lettura dei capitoli: 1, 3, 4, 6, 13, 14, 16, 22, 23, 29, 36, 40, 42, 49, 50.

(parte 6 di 9)

per info su F. Ventimiglia e C. Tesser:

Lettura e altri crimini
iTunes podcast


voce: Francesco Ventimiglia


“Alzò gli occhi al cielo. Pareva polvere di lapislazzuli. Per un istante sentì la vertigine salire e rapirgli i pensieri. Poi, riposò gli occhi, spostando lo sguardo attorno a sé. Vide i muratori che preparavano la malta, mescolando la calce alla sabbia chiara dell'Arno. Alcuni di loro se ne stavano appollaiati sui tramezzi, consumando una veloce colazione. Svolgevano turni massacranti e capitava spesso che trascorressero lì intere settimane, dormendo fra impalcature di legno, lastre di marmo, mattoni e calcinacci.
A oltre cento braccia dal suolo.
Cosimo sgusciò fra i ponteggi in legno: sembravano i denti neri e affilati di una creatura fantastica. Avanzò facendo grande attenzione a non mettere i piedi in fallo. Quella visione di una città sopra la città lo affascinava e lo lasciava sgomento a un tempo.”


Matteo Strukul, “La cultura deve tornare a essere condivisa”


«È iniziato tutto qualche anno fa. Da lettore non trovavo una saga dedicata alla famiglia Medici così ho deciso di occuparmene io. Quando poi ho cominciato a scrivere ho capito perché nessuno l’aveva fatto prima: era una mezza follia». Così ci racconta Matteo Strukul la genesi della trilogia dei Medici, che ha fatto innamorare di sé tanti italiani. Questo mese è uscito “I Medici. Una regina al potere“, il terzo e ultimo volume della saga cominciata con “Una dinastia al potere” e proseguita con “Un uomo al potere“. Abbiamo intervistato lo scrittore. Ecco cosa ci ha raccontato.

Come interpreti il successo della trilogia?

Più ci penso e più arrivo alla conclusione che sia dovuto al fatto che io l’abbia affrontata con una certa incoscienza. Ciò non significa che non mi sia preparato prima di buttar giù anche solo una riga. Ho studiato due anni in modo da creare un mondo con una sua attendibilità, basandomi sulle “Istorie fiorentine” di Machiavelli, sulla “Storia d’Italia” di Guicciardini, e su una miriade di saggi e monografie dedicate a Caterina e al resto della famiglia. Però mi sono dato un modello letterario preciso, ovvero quello del feuilleton o romanzo d’appendice, ma anche quello del romanzo storico con un atteggiamento scanzonato, fanfarone, come “I tre moschettieri” e il ciclo dei Valois di Dumas padre, o “La freccia nera” di Stevenson. Il grande romanzo d’avventura insomma. In più, il mio immaginario è nutrito da film, serie Tv, fumetti, in generale i linguaggi della letteratura più ad ampio spettro, motivo per cui i lettori di questa trilogia sono sì gli amanti del romanzo storico, ma anche i ragazzi molto giovani che si appassionano alla saga grazie al ritmo della storia. Ho cercato poi di proporre i Medici con quell’attitudine un po’ fuori legge e irriverente che è poi la cifra rappresentativa di tutto il mio lavoro.

Una delle caratteristiche del feuilleton è la capacità di tenere sempre alta la tensione e tu lo fai, anche grazie a un linguaggio scorrevole. Come lavori sul linguaggio?

Con la lettura, con la lettura, con la lettura. Quando leggi Omero, Dumas, Von Kleist, Dostoevskij, Puskin, Salgari, Vassalli, è difficile che poi non ti resti qualcosa. È chiaro che serve un minimo di talento ma va nutrito con le storie. Così quando cominci ad avere 35 o 40 anni di letture serrate qualcosa resta: qualcosa come una voce, uno stile, un’attitudine, un approccio, per cui, come dici tu, ti rendi conto di sapere giocare col ritmo, l’intrigo, la sorpresa. Ciò che colpisce di più i lettori è una voce forte e personale. Con i personaggi – che poi racconti con la tua voce e con il tuo stile – si crea una sorta di intesa, per cui loro, nel momento in cui li conosci, si comportano con una loro coerenza. Cosa che non cancella la possibilità che sappiano sorprenderti. E quando ti sorprendi tu, autore, delle scelte che fanno i personaggi, ti rendi conto che il racconto ha una sua efficacia. Se sorprendono te è probabile che sorprendano anche i lettori. Tutto ciò credo derivi dalla lettura.

Veniamo alla protagonista di questo terzo e ultimo volume della saga. Cos’ha di affascinante Caterina?

Innanzitutto è un personaggio femminile e io ho sempre adorato i personaggi femminili. Caterina in particolare ha il fascino di una donna che deve affrontare infinite difficoltà. È una donna italiana che diventa regina di Francia, una donna colta, di grande gusto, di assoluta intelligenza, pragmatica, che però proviene da una famiglia borghese, di mercanti, e non è di sangue nobile, cosa che le causa grandi problemi. Non riuscendo ad avere figli per i primi nove anni di matrimonio col re di Francia, è anche una donna sotto scacco, perché il fatto di non essere in grado di generare figli inevitabilmente la pone sotto il pericolo di essere ripudiata dal sovrano. È  una donna di bellezza normale (se non addirittura bruttina) che si trova a doversi confrontare con la donna più bella di Francia che è Diana de Poitiers, anche amante di Enrico II. Quando riesce finalmente a concepire un figlio ne avrà dieci di fila e questo la allontanerà dalla gestione del potere. Sarà anche costretta a vivere questa sorta di triangolo amoroso tra lei, suo marito e l’amante.

Sembra avere contro tutti e tutto, insomma.

Sì, è una donna che ha dovuto affrontare infinite difficoltà. Tra le altre cose, per tutta la vita lei si impegna a impedire la morte del marito, morte che le era stata profetizzata da Nostradamus. Ha insomma dei caratteri che tradizionalmente caratterizzano la tragedia greca e, molto tempo dopo, il noir: un destino ineluttabile, già scritto, contrastato dal protagonista che tenta di opporglisi ma fallisce e vede perire davanti a sé tutto quello che ama. Questo romanzo è la storia di una grande sconfitta, che è Caterina. Una donna che però combatte e non si arrende mai, proprio come Ettore ha affrontato Achille pur sapendo che avrebbe perso il duello. Ed è in questa dimensione di ineluttabilità che sta la grandezza del personaggio. Caterina non si dà mai per vinta, dimostrando una virtù straordinaria da raccontare e che penso abbia una grande capacità di colpire l’immaginazione e certe corde sentimentali del lettore.

Se abbiamo da imparare la virtù da Caterina, cos’ha l’Italia di oggi da imparare dal mondo rinascimentale?

Il Rinascimento è caratterizzato sì dall’imprenditoria e dalla nascita della borghesia, ma soprattutto dalle committenze, dal mecenatismo, che sono alla base della bellezza e della cultura che caratterizza il Rinascimento. Un periodo che vede la nascita di grandi artisti come Ghirlandaio, Leonardo da Vinci, Donatello, Raffaello, Sandro Botticelli, Paolo Uccello, Pico della Mirandola, Machiavelli e tantissimi altri. Quello rinascimentale è chiaramente un sistema che non trascura l’aspetto economico ma in cui il modello economico è fondato sulla cultura. Questo è un paese che più che il culto della memoria ha il culto dell’oblio. Da un certo punto di vista ho scritto questa storia anche per ricordare da dove veniamo. Comunque qualcuno negli ultimi tempi si è svegliato, penso a “Stanotte a Firenze“, quella bella fiction condotta da Alberto Angela, e alla ricaduta sulle visite agli Uffizi che hanno segnato un’affluenza record. Una fiction acquistata anche dai paesi di lingua inglese che ha portato a Firenze tantissimi turisti dagli Stati Uniti e dall’Inghilterra. Questo per dire quanto la cultura può contare e avere un ruolo importante e virtuoso nella economia. E in questo modo non la sviliamo ma la valorizziamo. Trascurandola ci comportiamo come si comporterebbero gli Emirati Arabi se non vendessero il petrolio.

E per quanto riguarda il mondo del libro?

Credo che una delle cause del calo della lettura e del cattivo stato di salute dell’editoria sia l’autoreferenzialità del mondo letterario, dedito a una autocelebrazione assolutamente sterile, che mira a dividere la critica dal pubblico, autori maggiori da autori minori. Questo snobismo è una delle grandi piaghe dell’Italia. Dovremmo cambiare il concetto stesso di cultura, o riportarlo a quello che era, ovvero condivisione. Dobbiamo renderci conto che se un committente fa realizzare la cupola di Brunelleschi di quella cupola ne godono tutti. Il palazzo dei Medici era aperto a tutti e per questa ragione Cosimo e il resto della famiglia erano amati da tutti gli strati della popolazione (fuorché dalle invidiose famiglie nobili). All’epoca la cultura non era qualcosa tenuta gelosamente nelle stanze del proprio palazzo ma qualcosa che esplodeva nella città.

da libreriamo.it
26 gennaio 2017


Le Musiche, scelte da Claudio Tesser

Peter Phillips: The Tallis ScholarsPalestrina: Missa Benedicta Es [Josquin Des Prez]
Oranssi PazuzuLahja [Oranssi Pazuzu]
Oranssi PazuzuSaturaatio [Oranssi Pazuzu]
MetallicaThe Memory Remains [Metallica]
Pink FloydAtom Heart Mother [Pink Floyd]
SleepJerusalem [Sleep]
Black SabbathParanoid [Tony Iommi, Ozzy Osbourne, William Thomas Ward]
Stephen Darlington: Christ Church Cathedral Choir OxfordPalestrina: Mass For Pentecost, Five Motets [Giovanni Pierluigi da Palestrina]
Deep PurpleChild In Time [Ian Paice/Roger Glover/Richie Blackmore/Ian Gillan/Jon Lord]
Lithuanian Chamber OrchestraPärt: Tabula Rasa [Arvo Pärt]
Oranssi PazuzuValveavaruus [Oranssi Pazuzu]

]]>
info@sherwood.it (Sherwood Network)
<![CDATA[In Diretta dal Festival: Speciale ReadBabyRead dell'8 luglio 2017]]>

Joseph Conrad, La laguna

La laguna, uscito nel 1897 sul «Cornhill Magazine», è il primo racconto pubblicato da Joseph Conrad. 

Un capitano bianco dà fondo all'ancora su un maestoso fiume malese, e trascorre la notte ascoltando la storia di due fuggitivi, Arsat e la sua donna morente, fino a che l'alba gli rivela, nel «chiarore immenso di un giorno senza nuvole ... la tenebra di un mondo di illusioni». Col passare delle pagine, tuttavia, la sensazione iniziale si dissolve, lasciando il posto alla consapevolezza che in questi due casi Conrad ha ridotto il proprio commento al minimo, per far sì che nulla si frapponga fra la storia e il suo lettore: in modo da lasciare quest'ultimo senza difese davanti alle parole del racconto, alla lenta allucinazione che sprigionano e al carico di orrore che portano con se.

Un avamposto del progresso e La laguna, due racconti (2014, Adelphi, Piccola Biblioteca 668)

Le musiche sono tratte dall'album "The surgeon of the nightsky restoresdead things by the power of music" di Jon Hassel

]]>
info@sherwood.it (Sherwood Network)
<![CDATA[In Diretta dal Festival del 6 luglio 2017: Speciale On The Road Again]]>

Siamo a Sherwood Festival 2017 e continuiamo a trasmettere dallo stand Books&Media. Questa volta animano l'orario aperitivo i The Mojos, che sfoggiano una puntata speciale di On The Road Again per far ballare la foresta di Sherwood prima di Ascanio Celestini. Una puntata tutta da ballare a suon di mambo!

Qui sotto i brani, di lato il podcast

Zylla Mays - Calypso Blues

Harry Belafonte - Matilda

La Lupe - Fever

Al Escobar - Tighten Up

Henry Stephen - Mi Limon Mi Limonero

Perez Prado - Mambo N°8

Perez Prado - El Taconazo

Rico Ricardo - Cuban Pete

Mongo Santamaria - Get Money

]]>
info@sherwood.it (Sherwood Network)
<![CDATA[ReadBabyRead_341_Matteo_Strukul_5]]>

“Con la stesura della sua nuova trilogia dedicata alla famiglia Medici, Matteo Strukul ha intrapreso un viaggio molto ambizioso e interessante, un’impresa che potrebbe essere paragonata alla caccia a una bestia feroce, che nel primo volume, intitolato I Medici. Una dinastia al potere, esegue in modo esemplare, se mi perdonate l’espressione, da cacciatore siberiano: «Rovescia la preda» e - in una narrazione arricchita da un lessico colto e ricercato, da dialoghi vivi, da descrizioni riuscitissime, che trasportano immediatamente il lettore nei luoghi dove si snoda la trama - affonda con estrema eleganza quell’affilatissima lama che non è altro se non l’allegoria della sua intenzione letteraria, fermando il cuore della creatura sottomessa e assorbendone la vita, il potere, versando a terra e regalando a noi, con la generosità di un filibustiere, il suo prezioso, inebriante sangue”. [Nicolai Lilin]  


ReadBabyRead #341 del 6 luglio 2017

Matteo Strukul
I Medici. Una dinastia al potere
Lettura dei capitoli: 1, 3, 4, 6, 13, 14, 16, 22, 23, 29, 36, 40, 42, 49, 50.

(parte 5 di 9)

per info su F. Ventimiglia e C. Tesser:

Lettura e altri crimini
iTunes podcast


voce: Francesco Ventimiglia


“Alzò gli occhi al cielo. Pareva polvere di lapislazzuli. Per un istante sentì la vertigine salire e rapirgli i pensieri. Poi, riposò gli occhi, spostando lo sguardo attorno a sé. Vide i muratori che preparavano la malta, mescolando la calce alla sabbia chiara dell'Arno. Alcuni di loro se ne stavano appollaiati sui tramezzi, consumando una veloce colazione. Svolgevano turni massacranti e capitava spesso che trascorressero lì intere settimane, dormendo fra impalcature di legno, lastre di marmo, mattoni e calcinacci.
A oltre cento braccia dal suolo.
Cosimo sgusciò fra i ponteggi in legno: sembravano i denti neri e affilati di una creatura fantastica. Avanzò facendo grande attenzione a non mettere i piedi in fallo. Quella visione di una città sopra la città lo affascinava e lo lasciava sgomento a un tempo.”


Matteo Strukul, “La cultura deve tornare a essere condivisa”


«È iniziato tutto qualche anno fa. Da lettore non trovavo una saga dedicata alla famiglia Medici così ho deciso di occuparmene io. Quando poi ho cominciato a scrivere ho capito perché nessuno l’aveva fatto prima: era una mezza follia». Così ci racconta Matteo Strukul la genesi della trilogia dei Medici, che ha fatto innamorare di sé tanti italiani. Questo mese è uscito “I Medici. Una regina al potere“, il terzo e ultimo volume della saga cominciata con “Una dinastia al potere” e proseguita con “Un uomo al potere“. Abbiamo intervistato lo scrittore. Ecco cosa ci ha raccontato.

Come interpreti il successo della trilogia?

Più ci penso e più arrivo alla conclusione che sia dovuto al fatto che io l’abbia affrontata con una certa incoscienza. Ciò non significa che non mi sia preparato prima di buttar giù anche solo una riga. Ho studiato due anni in modo da creare un mondo con una sua attendibilità, basandomi sulle “Istorie fiorentine” di Machiavelli, sulla “Storia d’Italia” di Guicciardini, e su una miriade di saggi e monografie dedicate a Caterina e al resto della famiglia. Però mi sono dato un modello letterario preciso, ovvero quello del feuilleton o romanzo d’appendice, ma anche quello del romanzo storico con un atteggiamento scanzonato, fanfarone, come “I tre moschettieri” e il ciclo dei Valois di Dumas padre, o “La freccia nera” di Stevenson. Il grande romanzo d’avventura insomma. In più, il mio immaginario è nutrito da film, serie Tv, fumetti, in generale i linguaggi della letteratura più ad ampio spettro, motivo per cui i lettori di questa trilogia sono sì gli amanti del romanzo storico, ma anche i ragazzi molto giovani che si appassionano alla saga grazie al ritmo della storia. Ho cercato poi di proporre i Medici con quell’attitudine un po’ fuori legge e irriverente che è poi la cifra rappresentativa di tutto il mio lavoro.

Una delle caratteristiche del feuilleton è la capacità di tenere sempre alta la tensione e tu lo fai, anche grazie a un linguaggio scorrevole. Come lavori sul linguaggio?

Con la lettura, con la lettura, con la lettura. Quando leggi Omero, Dumas, Von Kleist, Dostoevskij, Puskin, Salgari, Vassalli, è difficile che poi non ti resti qualcosa. È chiaro che serve un minimo di talento ma va nutrito con le storie. Così quando cominci ad avere 35 o 40 anni di letture serrate qualcosa resta: qualcosa come una voce, uno stile, un’attitudine, un approccio, per cui, come dici tu, ti rendi conto di sapere giocare col ritmo, l’intrigo, la sorpresa. Ciò che colpisce di più i lettori è una voce forte e personale. Con i personaggi – che poi racconti con la tua voce e con il tuo stile – si crea una sorta di intesa, per cui loro, nel momento in cui li conosci, si comportano con una loro coerenza. Cosa che non cancella la possibilità che sappiano sorprenderti. E quando ti sorprendi tu, autore, delle scelte che fanno i personaggi, ti rendi conto che il racconto ha una sua efficacia. Se sorprendono te è probabile che sorprendano anche i lettori. Tutto ciò credo derivi dalla lettura.

Veniamo alla protagonista di questo terzo e ultimo volume della saga. Cos’ha di affascinante Caterina?

Innanzitutto è un personaggio femminile e io ho sempre adorato i personaggi femminili. Caterina in particolare ha il fascino di una donna che deve affrontare infinite difficoltà. È una donna italiana che diventa regina di Francia, una donna colta, di grande gusto, di assoluta intelligenza, pragmatica, che però proviene da una famiglia borghese, di mercanti, e non è di sangue nobile, cosa che le causa grandi problemi. Non riuscendo ad avere figli per i primi nove anni di matrimonio col re di Francia, è anche una donna sotto scacco, perché il fatto di non essere in grado di generare figli inevitabilmente la pone sotto il pericolo di essere ripudiata dal sovrano. È  una donna di bellezza normale (se non addirittura bruttina) che si trova a doversi confrontare con la donna più bella di Francia che è Diana de Poitiers, anche amante di Enrico II. Quando riesce finalmente a concepire un figlio ne avrà dieci di fila e questo la allontanerà dalla gestione del potere. Sarà anche costretta a vivere questa sorta di triangolo amoroso tra lei, suo marito e l’amante.

Sembra avere contro tutti e tutto, insomma.

Sì, è una donna che ha dovuto affrontare infinite difficoltà. Tra le altre cose, per tutta la vita lei si impegna a impedire la morte del marito, morte che le era stata profetizzata da Nostradamus. Ha insomma dei caratteri che tradizionalmente caratterizzano la tragedia greca e, molto tempo dopo, il noir: un destino ineluttabile, già scritto, contrastato dal protagonista che tenta di opporglisi ma fallisce e vede perire davanti a sé tutto quello che ama. Questo romanzo è la storia di una grande sconfitta, che è Caterina. Una donna che però combatte e non si arrende mai, proprio come Ettore ha affrontato Achille pur sapendo che avrebbe perso il duello. Ed è in questa dimensione di ineluttabilità che sta la grandezza del personaggio. Caterina non si dà mai per vinta, dimostrando una virtù straordinaria da raccontare e che penso abbia una grande capacità di colpire l’immaginazione e certe corde sentimentali del lettore.

Se abbiamo da imparare la virtù da Caterina, cos’ha l’Italia di oggi da imparare dal mondo rinascimentale?

Il Rinascimento è caratterizzato sì dall’imprenditoria e dalla nascita della borghesia, ma soprattutto dalle committenze, dal mecenatismo, che sono alla base della bellezza e della cultura che caratterizza il Rinascimento. Un periodo che vede la nascita di grandi artisti come Ghirlandaio, Leonardo da Vinci, Donatello, Raffaello, Sandro Botticelli, Paolo Uccello, Pico della Mirandola, Machiavelli e tantissimi altri. Quello rinascimentale è chiaramente un sistema che non trascura l’aspetto economico ma in cui il modello economico è fondato sulla cultura. Questo è un paese che più che il culto della memoria ha il culto dell’oblio. Da un certo punto di vista ho scritto questa storia anche per ricordare da dove veniamo. Comunque qualcuno negli ultimi tempi si è svegliato, penso a “Stanotte a Firenze“, quella bella fiction condotta da Alberto Angela, e alla ricaduta sulle visite agli Uffizi che hanno segnato un’affluenza record. Una fiction acquistata anche dai paesi di lingua inglese che ha portato a Firenze tantissimi turisti dagli Stati Uniti e dall’Inghilterra. Questo per dire quanto la cultura può contare e avere un ruolo importante e virtuoso nella economia. E in questo modo non la sviliamo ma la valorizziamo. Trascurandola ci comportiamo come si comporterebbero gli Emirati Arabi se non vendessero il petrolio.

E per quanto riguarda il mondo del libro?

Credo che una delle cause del calo della lettura e del cattivo stato di salute dell’editoria sia l’autoreferenzialità del mondo letterario, dedito a una autocelebrazione assolutamente sterile, che mira a dividere la critica dal pubblico, autori maggiori da autori minori. Questo snobismo è una delle grandi piaghe dell’Italia. Dovremmo cambiare il concetto stesso di cultura, o riportarlo a quello che era, ovvero condivisione. Dobbiamo renderci conto che se un committente fa realizzare la cupola di Brunelleschi di quella cupola ne godono tutti. Il palazzo dei Medici era aperto a tutti e per questa ragione Cosimo e il resto della famiglia erano amati da tutti gli strati della popolazione (fuorché dalle invidiose famiglie nobili). All’epoca la cultura non era qualcosa tenuta gelosamente nelle stanze del proprio palazzo ma qualcosa che esplodeva nella città.

da libreriamo.it
26 gennaio 2017


Le Musiche, scelte da Claudio Tesser

Peter Phillips: The Tallis ScholarsPalestrina: Missa Benedicta Es [Josquin Des Prez]
Oranssi PazuzuLahja [Oranssi Pazuzu]
Oranssi PazuzuSaturaatio [Oranssi Pazuzu]
MetallicaThe Memory Remains [Metallica]
Pink FloydAtom Heart Mother [Pink Floyd]
SleepJerusalem [Sleep]
Black SabbathParanoid [Tony Iommi, Ozzy Osbourne, William Thomas Ward]
Stephen Darlington: Christ Church Cathedral Choir OxfordPalestrina: Mass For Pentecost, Five Motets [Giovanni Pierluigi da Palestrina]
Deep PurpleChild In Time [Ian Paice/Roger Glover/Richie Blackmore/Ian Gillan/Jon Lord]
Lithuanian Chamber OrchestraPärt: Tabula Rasa [Arvo Pärt]
Oranssi PazuzuValveavaruus [Oranssi Pazuzu]

]]>
info@sherwood.it (Sherwood Network)
<![CDATA[“Take Five, Jazz & dintorni” del 29 giugno 2017]]>

Beh, siamo arrivati di nuovo al capolinea estivo, alla pausa. Tempo di bilanci e sommari, tempo che utilizziamo per un viaggio attraverso le etichette discografiche che collaborano durante tutto l’anno alla realizzazione del programma, che ne permettono il continuo aggiornamento con le varie novità discografiche puntualmente inviate (questa settimana il nuovo disco degli Oregon, per Cam Jazz). Un viaggio che vede almeno un ascolto per ognuna delle etichette, un viaggio che al suo interno vede altri viaggi, immaginari, musicali, ma geografici grazie ai riferimenti dei titoli dei brani scelti, oppure solo onirici, veramente immaginari, spaziali, financo fiabeschi… e poi viaggi con la memoria… e infine un curioso e semplice viaggio nell’attualità (ius soli). Alcune etichette, per ragioni di tempo, non sono state trasmesse questa volta quindi, oltre a Ponderosa Music, Cam Jazz, Abeat For Jazz, Alfa Music, Itinera, Parco della Musica, Tuk Music, Tosky Rec., Auand, Dodici Lune, Artesuono, Ultra Sound rec., ringrazio ECM dalla Germania, Albore dal Giappone, Via Veneto Jazz da Roma e gli indipendenti autoprodotti qui rappresentati, arbitrariamente, per colpa mia, da Massimo Barbiero con i suoi Odwalla… l’estate offre molte possibilità di godere della musica dal vivo andateci, se potete, ma poi, passata la bella stagione, state connessi, cercate il certo ritorno di “Take Five, Jazz & dintorni”, sempre il giovedì sera dalle 23:00 ma, se volete, se vi piace, cercate la mia voce e la musica brasiliana che, insieme anche a Ligia França, precederà il jazz alle 21:30 sempre del giovedì con “Avenida Atlantica, Musiche e Storie dal Brasile”.  Buon ascolto.   JPY

***********************************************************************************

Playlist:

01. take five (P. Desmond) – Dave Brubeck 4et – time out (columbia) - 1959

02. viaggio (R. Galliano) – Richard Galliano – new jazz musette (ponderosa music)  - 2016

03. Dolomiti dance (R. Towner)  - Oregon – lantern (cam jazz) - 2017

04. flying to Florence (J. Bodilsen) – Max De Aloe Baltic Trio – valo (abeat) - 2017

05. dolce Napoli (E. Amazio) – Enzo Amazio – essence (alfa music) - 2014

06. Napoli centrale (M. Zurzolo) – Marco Zurzolo – chiamate Napoli… 081 (itinera) - 2015

07. Roma non fa la stupida stasera (Garinei/Giovannini/Trovajoli) – Fabrizio Bosso/Antonello Salis – stunt (parco della musica) - 2008

08. Isfahan (T.Tracanna) – inside jazz 4et  – four by four (abeat) - 2017

09. Alabama (F. Ponticelli) – Francesco Ponticelli – Kon Tiki (tuk music) - 2017

10.my journey (F. Giachino) – Fabio Giachino – north clouds (tosky rec) - 2017

11. belo monte/sobre as nuvens (E. Taufic/R. Taufic) – Roberto Taufic/Fausto Beccalossi/Carlos Buschini – tres mundos(abeat) - 2017

12. la bella e la bestia (M. Barbiero) – Odwalla + Baba Sissoko – ancestral ritual (autoprodotto) - 2017

13. ricordi nella pioggia (V. Maurogiovanni) – Cercle Magique Trio – cercle magique (dodici lune) - 2017

14. windy (F. Vignato) -  Filippo Vignato – plastic breath (auand) - 2016

15. Moon song (S. Coslow/A. Johnston) – Vanessa Tagliabue York – we like it hot (artesuono) - 2016

16. ¾ di Luna (L. Mazzaglia) – Les Sens Jazz – Earth (USR) - 2017

17. East of the Sun (B. Bowman) – Stefano Bagnoli We Kids Trio – un altro viaggio (USR) - 2013

18. ius soli (F. Morgera) – Fabio Morgera & NY Cats – ctrl z (alfa music)  - 2015

19. take five (P. Desmond) – Dave Brubeck 4et – time out (columbia) - 1959

 
]]>
info@sherwood.it (Sherwood Network)
<![CDATA[ReadBabyRead: speciale In Diretta dal Festival del 23 giugno 2017]]>

Per la diretta dallo Sherwood Festival Francesco Ventimiglia di ReadBabyRead stasera legge un brano dal libro "Porto Marghera. Cento anni di storie (1917-2017)", a cura di Cristiano Dorigo ed Elisabetta Tiveron, opera collettiva che raccoglie svariate voci del territorio veneziano (giornalisti, scrittori, storici, politici, artisti) uscita in occasione del centenario della fondazione dell'area produttiva di Porto Marghera. Il titolo del brano, di Fulvio Ervas, è "Porto Marghera val bene una bocciatura", un delizioso e intenso racconto sulla situazione operaia degli anni Sessanta in una delle zone produttive allora più importanti nel nostro Paese.

Buon ascolto
Francesco Ventimiglia e Claudio Tesser

]]>
info@sherwood.it (Sherwood Network)
<![CDATA[ReadBabyRead_340_Matteo_Strukul_4]]>

“Con la stesura della sua nuova trilogia dedicata alla famiglia Medici, Matteo Strukul ha intrapreso un viaggio molto ambizioso e interessante, un’impresa che potrebbe essere paragonata alla caccia a una bestia feroce, che nel primo volume, intitolato I Medici. Una dinastia al potere, esegue in modo esemplare, se mi perdonate l’espressione, da cacciatore siberiano: «Rovescia la preda» e - in una narrazione arricchita da un lessico colto e ricercato, da dialoghi vivi, da descrizioni riuscitissime, che trasportano immediatamente il lettore nei luoghi dove si snoda la trama - affonda con estrema eleganza quell’affilatissima lama che non è altro se non l’allegoria della sua intenzione letteraria, fermando il cuore della creatura sottomessa e assorbendone la vita, il potere, versando a terra e regalando a noi, con la generosità di un filibustiere, il suo prezioso, inebriante sangue”. [Nicolai Lilin]  


ReadBabyRead #340 del 29 giugno 2017

Matteo Strukul
I Medici. Una dinastia al potere
Lettura dei capitoli: 1, 3, 4, 6, 13, 14, 16, 22, 23, 29, 36, 40, 42, 49, 50.

(parte 4 di 9)

per info su F. Ventimiglia e C. Tesser:

Lettura e altri crimini
iTunes podcast


voce: Francesco Ventimiglia


“Alzò gli occhi al cielo. Pareva polvere di lapislazzuli. Per un istante sentì la vertigine salire e rapirgli i pensieri. Poi, riposò gli occhi, spostando lo sguardo attorno a sé. Vide i muratori che preparavano la malta, mescolando la calce alla sabbia chiara dell'Arno. Alcuni di loro se ne stavano appollaiati sui tramezzi, consumando una veloce colazione. Svolgevano turni massacranti e capitava spesso che trascorressero lì intere settimane, dormendo fra impalcature di legno, lastre di marmo, mattoni e calcinacci.
A oltre cento braccia dal suolo.
Cosimo sgusciò fra i ponteggi in legno: sembravano i denti neri e affilati di una creatura fantastica. Avanzò facendo grande attenzione a non mettere i piedi in fallo. Quella visione di una città sopra la città lo affascinava e lo lasciava sgomento a un tempo.”


Matteo Strukul, “La cultura deve tornare a essere condivisa”


«È iniziato tutto qualche anno fa. Da lettore non trovavo una saga dedicata alla famiglia Medici così ho deciso di occuparmene io. Quando poi ho cominciato a scrivere ho capito perché nessuno l’aveva fatto prima: era una mezza follia». Così ci racconta Matteo Strukul la genesi della trilogia dei Medici, che ha fatto innamorare di sé tanti italiani. Questo mese è uscito “I Medici. Una regina al potere“, il terzo e ultimo volume della saga cominciata con “Una dinastia al potere” e proseguita con “Un uomo al potere“. Abbiamo intervistato lo scrittore. Ecco cosa ci ha raccontato.

Come interpreti il successo della trilogia?

Più ci penso e più arrivo alla conclusione che sia dovuto al fatto che io l’abbia affrontata con una certa incoscienza. Ciò non significa che non mi sia preparato prima di buttar giù anche solo una riga. Ho studiato due anni in modo da creare un mondo con una sua attendibilità, basandomi sulle “Istorie fiorentine” di Machiavelli, sulla “Storia d’Italia” di Guicciardini, e su una miriade di saggi e monografie dedicate a Caterina e al resto della famiglia. Però mi sono dato un modello letterario preciso, ovvero quello del feuilleton o romanzo d’appendice, ma anche quello del romanzo storico con un atteggiamento scanzonato, fanfarone, come “I tre moschettieri” e il ciclo dei Valois di Dumas padre, o “La freccia nera” di Stevenson. Il grande romanzo d’avventura insomma. In più, il mio immaginario è nutrito da film, serie Tv, fumetti, in generale i linguaggi della letteratura più ad ampio spettro, motivo per cui i lettori di questa trilogia sono sì gli amanti del romanzo storico, ma anche i ragazzi molto giovani che si appassionano alla saga grazie al ritmo della storia. Ho cercato poi di proporre i Medici con quell’attitudine un po’ fuori legge e irriverente che è poi la cifra rappresentativa di tutto il mio lavoro.

Una delle caratteristiche del feuilleton è la capacità di tenere sempre alta la tensione e tu lo fai, anche grazie a un linguaggio scorrevole. Come lavori sul linguaggio?

Con la lettura, con la lettura, con la lettura. Quando leggi Omero, Dumas, Von Kleist, Dostoevskij, Puskin, Salgari, Vassalli, è difficile che poi non ti resti qualcosa. È chiaro che serve un minimo di talento ma va nutrito con le storie. Così quando cominci ad avere 35 o 40 anni di letture serrate qualcosa resta: qualcosa come una voce, uno stile, un’attitudine, un approccio, per cui, come dici tu, ti rendi conto di sapere giocare col ritmo, l’intrigo, la sorpresa. Ciò che colpisce di più i lettori è una voce forte e personale. Con i personaggi – che poi racconti con la tua voce e con il tuo stile – si crea una sorta di intesa, per cui loro, nel momento in cui li conosci, si comportano con una loro coerenza. Cosa che non cancella la possibilità che sappiano sorprenderti. E quando ti sorprendi tu, autore, delle scelte che fanno i personaggi, ti rendi conto che il racconto ha una sua efficacia. Se sorprendono te è probabile che sorprendano anche i lettori. Tutto ciò credo derivi dalla lettura.

Veniamo alla protagonista di questo terzo e ultimo volume della saga. Cos’ha di affascinante Caterina?

Innanzitutto è un personaggio femminile e io ho sempre adorato i personaggi femminili. Caterina in particolare ha il fascino di una donna che deve affrontare infinite difficoltà. È una donna italiana che diventa regina di Francia, una donna colta, di grande gusto, di assoluta intelligenza, pragmatica, che però proviene da una famiglia borghese, di mercanti, e non è di sangue nobile, cosa che le causa grandi problemi. Non riuscendo ad avere figli per i primi nove anni di matrimonio col re di Francia, è anche una donna sotto scacco, perché il fatto di non essere in grado di generare figli inevitabilmente la pone sotto il pericolo di essere ripudiata dal sovrano. È  una donna di bellezza normale (se non addirittura bruttina) che si trova a doversi confrontare con la donna più bella di Francia che è Diana de Poitiers, anche amante di Enrico II. Quando riesce finalmente a concepire un figlio ne avrà dieci di fila e questo la allontanerà dalla gestione del potere. Sarà anche costretta a vivere questa sorta di triangolo amoroso tra lei, suo marito e l’amante.

Sembra avere contro tutti e tutto, insomma.

Sì, è una donna che ha dovuto affrontare infinite difficoltà. Tra le altre cose, per tutta la vita lei si impegna a impedire la morte del marito, morte che le era stata profetizzata da Nostradamus. Ha insomma dei caratteri che tradizionalmente caratterizzano la tragedia greca e, molto tempo dopo, il noir: un destino ineluttabile, già scritto, contrastato dal protagonista che tenta di opporglisi ma fallisce e vede perire davanti a sé tutto quello che ama. Questo romanzo è la storia di una grande sconfitta, che è Caterina. Una donna che però combatte e non si arrende mai, proprio come Ettore ha affrontato Achille pur sapendo che avrebbe perso il duello. Ed è in questa dimensione di ineluttabilità che sta la grandezza del personaggio. Caterina non si dà mai per vinta, dimostrando una virtù straordinaria da raccontare e che penso abbia una grande capacità di colpire l’immaginazione e certe corde sentimentali del lettore.

Se abbiamo da imparare la virtù da Caterina, cos’ha l’Italia di oggi da imparare dal mondo rinascimentale?

Il Rinascimento è caratterizzato sì dall’imprenditoria e dalla nascita della borghesia, ma soprattutto dalle committenze, dal mecenatismo, che sono alla base della bellezza e della cultura che caratterizza il Rinascimento. Un periodo che vede la nascita di grandi artisti come Ghirlandaio, Leonardo da Vinci, Donatello, Raffaello, Sandro Botticelli, Paolo Uccello, Pico della Mirandola, Machiavelli e tantissimi altri. Quello rinascimentale è chiaramente un sistema che non trascura l’aspetto economico ma in cui il modello economico è fondato sulla cultura. Questo è un paese che più che il culto della memoria ha il culto dell’oblio. Da un certo punto di vista ho scritto questa storia anche per ricordare da dove veniamo. Comunque qualcuno negli ultimi tempi si è svegliato, penso a “Stanotte a Firenze“, quella bella fiction condotta da Alberto Angela, e alla ricaduta sulle visite agli Uffizi che hanno segnato un’affluenza record. Una fiction acquistata anche dai paesi di lingua inglese che ha portato a Firenze tantissimi turisti dagli Stati Uniti e dall’Inghilterra. Questo per dire quanto la cultura può contare e avere un ruolo importante e virtuoso nella economia. E in questo modo non la sviliamo ma la valorizziamo. Trascurandola ci comportiamo come si comporterebbero gli Emirati Arabi se non vendessero il petrolio.

E per quanto riguarda il mondo del libro?

Credo che una delle cause del calo della lettura e del cattivo stato di salute dell’editoria sia l’autoreferenzialità del mondo letterario, dedito a una autocelebrazione assolutamente sterile, che mira a dividere la critica dal pubblico, autori maggiori da autori minori. Questo snobismo è una delle grandi piaghe dell’Italia. Dovremmo cambiare il concetto stesso di cultura, o riportarlo a quello che era, ovvero condivisione. Dobbiamo renderci conto che se un committente fa realizzare la cupola di Brunelleschi di quella cupola ne godono tutti. Il palazzo dei Medici era aperto a tutti e per questa ragione Cosimo e il resto della famiglia erano amati da tutti gli strati della popolazione (fuorché dalle invidiose famiglie nobili). All’epoca la cultura non era qualcosa tenuta gelosamente nelle stanze del proprio palazzo ma qualcosa che esplodeva nella città.

da libreriamo.it
26 gennaio 2017


Le Musiche, scelte da Claudio Tesser

Peter Phillips: The Tallis ScholarsPalestrina: Missa Benedicta Es [Josquin Des Prez]
Oranssi PazuzuLahja [Oranssi Pazuzu]
Oranssi PazuzuSaturaatio [Oranssi Pazuzu]
MetallicaThe Memory Remains [Metallica]
Pink FloydAtom Heart Mother [Pink Floyd]
SleepJerusalem [Sleep]
Black SabbathParanoid [Tony Iommi, Ozzy Osbourne, William Thomas Ward]
Stephen Darlington: Christ Church Cathedral Choir OxfordPalestrina: Mass For Pentecost, Five Motets [Giovanni Pierluigi da Palestrina]
Deep PurpleChild In Time [Ian Paice/Roger Glover/Richie Blackmore/Ian Gillan/Jon Lord]
Lithuanian Chamber OrchestraPärt: Tabula Rasa [Arvo Pärt]
Oranssi PazuzuValveavaruus [Oranssi Pazuzu]

]]>
info@sherwood.it (Sherwood Network)
<![CDATA[“Take Five, Jazz & dintorni” del 22 giugno 2017]]>

Protagonista della penultima puntata del ciclo 2016-2017 è l’anno 1917! A parte la Grande Guerra mondiale, a parte la Rivoluzione Russa, un anno più o meno come tutti gli altri, un anno in cui molti nascono e molti se ne vanno, un anno come sempre di avvenimenti positivi e negativi, insomma, cosa può spingere a dedicare una puntata ad un anno in particolare? Beh, per noi jazzomani è l’ Anno con la A maiuscola, l’anno in cui viene prodotto quello che ufficialmente viene considerato il primo disco di jazz della Storia, anzi, di JASS, come si diceva allora, giusti giusti 100 anni fa!!! Era “Livery stable blues”, incisa dai bianchi della Original Dixieland Jass Band, di New Orleans, subito vittima di sporchi giochi di appropriazione per quanto riguarda la paternità compositiva! E, curiosamente, in quell’anno, mentre nasceva il jazz, moriva Scott Joplin, il re, la personificazione dello stile pre-jazz, il ragtime, un vero passaggio di consegne! giochi della Storia! E allora ascolteremo insieme qualcosa di Joplin per introdurre poi le originali registrazioni di un secolo fa alternate ad alcune versioni attuali, tra le quali una di un virtuosismo pazzesco, all’organo Wurlitzer. Ma in quell’anno sarebbero nati anche alcuni grandi personaggi che avrebbero onorato e resa preziosa la Storia proprio di quel genere loro coetaneo: Ella Fitzgerald, Buddy Rich, Henry Salvador e, soprattutto, l’immenso Thelonious Monk. Inevitabili alcuni ascolti ad essi relativi, ovvio, con un paio di interpretazioni (Ella ed Henry) di classici brasiliani perché, come sapete, almeno una volta ad ogni puntata devo rendere omaggio alla mia terra d’origine (che nel 1917 dichiarava guerra alla Germania insieme agli USA). Ma, sorpresa! Il 1917 è pure l’anno di uscita sul mercato del primo disco ufficiale della Storia del Samba!!! Era “Pelo Telefone”… Un’annata veramente straordinaria!!! E infatti, a fine puntata si potrà ascoltare l’originale del secolo scorso e una interpretazione moderna… buon ascolto.   JPY

************************************************************************************

Playlist:

01. take five (P. Desmond) – Dave Brubeck 4et – time out (columbia) - 1959

02. solstizio (V. Abbracciante) – Vincenzo Abbracciante – sincretico (dodici lune) - 2017

03. solace, a mexican serenade (s. Joplin) – Claudio Cojaniz – stride vol.2 (caligola) - 2016

04. maple leaf rag (S. Joplin) – electro swing skeewiff T.D. H. L. O. & T.D.O.D.

05. livery stable blues (Nunez/Lopez) - Original Dixieland Jass Band 1917

06. livery stable blues (Nunez/Lopez) – The Hugee Swing Band live

07. tiger rag (N. La Rocca & Original Dixieland Jazz Band) – Nick La Rocca & Original Dixieland Jazz Band 1917

08. tiger rag (N. La Rocca & Original Dixieland Jazz Band) – Pasadena Roof Band live

09. tiger rag (N. La Rocca & Original Dixieland Jazz Band) – Richard Hills – organ solo

10. buggle call rag (Pettis/Meyers/Schoebel) – Buddy Rich Orchestra live at Statler Hotel in New York 1982

11. night and day (C. Porter) – Ella Fitzgerald

12. one note samba/samba de uma nota so (A.C. Jobim)  - Ella Fitzgerald live 22.06.1969

13. eu sei que vou ti amar/tu sais je vais t’aimer (A.C. Jobim) – Henry Salvador/Giberto Gil live

14. le blues du dentist (H. Salvador) – Henry Salvador/Ray Charles live

15. it don’t mean a thing (D. Ellington) – Thelonious Monk – plays the music of Duke Ellington (riverside) - 1955

16. pelo telepone (Donga/De Almeida + vari) – Baiano (oden) – 1917

17. pelo telefone (Donga/De Almeida + vari) – Martinho da Vila/Nelson Sargento/Diogo Nogueira – live samba na Gamboa

18. take five (P. Desmond) – Dave Brubeck 4et – time out (columbia) - 1959

]]>
info@sherwood.it (Sherwood Network)
<![CDATA[ReadBabyRead del 26 giugno 2017]]>

Nel giorno del cinquantenario della scomparsa di Don Lorenzo Milani, ReadBabyRead ne ricorda la figura con la riproposta della lettura di alcuni brani da "Lettera a una professoressa"


ReadBabyRead del 26 giugno 2017


Don Lorenzo Milani
Lettera a una professoressa (brani)

per info su F. Ventimiglia e C. Tesser:

Lettura e altri crimini
iTunes podcast

voce: Francesco Ventimiglia


Don Milani, è ora di cogliere il suo invito alla disobbedienza


Il 26 giugno del 1967 moriva Lorenzo Milani, prete, maestro, profeta e rivoluzionario. La rivoluzione di don Milani era culturale, l’unica in grado di determinare un profondo cambiamento personale e sociale. Sui banchi di Barbiana si edificava un progetto di società in cui nessuno deve restare indietro, dove ogni creatura, soprattutto la più svantaggiata, doveva essere consapevole dei propri diritti e della forza di essere cittadino e non suddito.

Serve a poco ricordare il priore di Barbiana se non si attualizza e concretizza il suo insegnamento. La visita a Barbiana del Papa è stato un gesto simbolico significativo e commovente; dopo 50 anni il Vaticano nel suo plateale e colpevole ritardo, ha omaggiato la grandiosità di don Milani con Francesco, un papa umile che ha conosciuto e incontrato i poveri. Dopo la sua visita sarebbe auspicabile seguisse un gesto concreto come la destituzione di quell’istituto dei cappellani militari con cui don Lorenzo polemizzò.

Un ordine antitetico al messaggio del Vangelo dato che le guerre sono combattute dai popoli ma vengono innescate dai potenti al fine di accumulare ricchezze e risorse. Celebrare il cinquantennale della sua dipartita rischia di essere una festa senza il festeggiato se non si coglie il suo stimolo a sovvertire quei meccanismi elitari che ieri, ma ancor più oggi, determinano diseguaglianze e ingiustizie.

Temo che dopo tanti anni non si sia ancora compresa l’inestimabile eredità che ci ha lasciato e questo perché le sue parole sono scomode per tutti e non solo per le élite religiose e politiche che lo hanno tormentato in vita. Il suo è un fermo invito ad agire, ad essere coerenti, a partecipare pragmaticamente al cambiamento, a distaccarsi da ogni forma di omologazione e dalle proprie sicurezze culturali ed economiche. Per questo don Milani, come il suo Gesù di Nazareth è stato un vero rivoluzionario.

Una rivoluzione che lui ha realizzato prima di tutto individualmente. Rampollo di una ricca e acculturata famiglia di origini ebraiche, si è liberato dal suo vissuto per celebrare con coerenza la sua scelta di campo al fianco degli impoveriti. Come scrive don Luigi Ciotti, nella postfazione del prezioso libro di Michele Gesualdi (Don Milani l’esilio di Barbiana), che insieme al fratello Francuccio, ha vissuto con il priore: “Don Milani ha insegnato che non si può combattere la povertà materiale senza una formazione delle coscienze, senza un’educazione alla ricerca”.

Una formazione che però è mancata. Ogni anno trascorso dalla morte di don Lorenzo, la sperequazione sociale è progredita in maniera esponenziale. Le diseguaglianze e le ingiustizie si sono globalizzate e cristallizzate. Oggi, ancor più dei tempi in cui ha vissuto don Milani, si è vittime di un conformismo culturale che è degenerato in pensiero unico. I suoi testi sono un antidoto all’avvelenamento sociale che mira a renderci tutti individui inconsapevoli, fatti in serie come lattine della Coca Cola.

Nel tempo odierno, in cui si combattono pianificate guerre tra poveri, dove razzismo e paure incontrollate ribollono nel tessuto sociale, le sue parole risultano ancora una volta profetiche. A 50 anni dalla sua morte bisogna cogliere il suo invito alla disobbedienza. Occorre disobbedire prima di tutto a questa classe politica incolta e parassitaria che semina paure e divisioni e che rappresenta gli interessi solo di banche e multinazionali.

Don Milani insegnava ai suoi ragazzi che la verità pur essendo una sola, nessuno la può possedere del tutto, ognuno ha il privilegio di averne un pezzetto e solo unendoli insieme, come si fa con un puzzle, si può scorgere quel disegno d’insieme dove il tutto è uno, a prescindere da ogni provenienza e condizione sociale. Ecco l’importanza per il priore della scrittura collettiva e la celebre affermazione riportata in Lettera a una professoressa: “Ho imparato che il problema degli altri è uguale al mio. Sortirne tutti insieme è politica. Sortirne da soli è avarizia”.

A 50 anni dalla sua morte da più parti si ritiene che inizierà il suo processo di beatificazione. Io mi auguro che questo non accada. Don Milani era un uomo che aveva compiuto la sua umanità, oggi nel processo di disumanizzazione in atto servono esempi di uomini autentici come lui e non santini da attaccare alla parete per pacificare la propria coscienza sporca.

dii Gianluca Ferrara

da Il Fatto Quotidiano online
26 giugno 2017

Le Musiche, scelte da Claudio Tesser

Robert Wyatt
, Te recuerdo Amanda (Victor Jara)
Robert Wyatt, I'm a believer (Neil Diamond)
Arturo Benedetti Michelangeli, Sonata n. 5 in Do maggiore, Andante (Baldassarre Galluppi)
Dinu Lipatti, Chorale "Jesu Bleibet meine Freude", from Cantata 147, BWV 147 (Johann Sebastian Bach)

]]>
info@sherwood.it (Sherwood Network)
<![CDATA[ReadBabyRead_339_Matteo_Strukul_3]]>

“Con la stesura della sua nuova trilogia dedicata alla famiglia Medici, Matteo Strukul ha intrapreso un viaggio molto ambizioso e interessante, un’impresa che potrebbe essere paragonata alla caccia a una bestia feroce, che nel primo volume, intitolato I Medici. Una dinastia al potere, esegue in modo esemplare, se mi perdonate l’espressione, da cacciatore siberiano: «Rovescia la preda» e - in una narrazione arricchita da un lessico colto e ricercato, da dialoghi vivi, da descrizioni riuscitissime, che trasportano immediatamente il lettore nei luoghi dove si snoda la trama - affonda con estrema eleganza quell’affilatissima lama che non è altro se non l’allegoria della sua intenzione letteraria, fermando il cuore della creatura sottomessa e assorbendone la vita, il potere, versando a terra e regalando a noi, con la generosità di un filibustiere, il suo prezioso, inebriante sangue”. [Nicolai Lilin]  


ReadBabyRead #339 del 22 giugno 2017

Matteo Strukul
I Medici. Una dinastia al potere
Lettura dei capitoli: 1, 3, 4, 6, 13, 14, 16, 22, 23, 29, 36, 40, 42, 49, 50.

(parte 3 di 9)

per info su F. Ventimiglia e C. Tesser:

Lettura e altri crimini
iTunes podcast


voce: Francesco Ventimiglia


“Alzò gli occhi al cielo. Pareva polvere di lapislazzuli. Per un istante sentì la vertigine salire e rapirgli i pensieri. Poi, riposò gli occhi, spostando lo sguardo attorno a sé. Vide i muratori che preparavano la malta, mescolando la calce alla sabbia chiara dell'Arno. Alcuni di loro se ne stavano appollaiati sui tramezzi, consumando una veloce colazione. Svolgevano turni massacranti e capitava spesso che trascorressero lì intere settimane, dormendo fra impalcature di legno, lastre di marmo, mattoni e calcinacci.
A oltre cento braccia dal suolo.
Cosimo sgusciò fra i ponteggi in legno: sembravano i denti neri e affilati di una creatura fantastica. Avanzò facendo grande attenzione a non mettere i piedi in fallo. Quella visione di una città sopra la città lo affascinava e lo lasciava sgomento a un tempo.”


Matteo Strukul, “La cultura deve tornare a essere condivisa”


«È iniziato tutto qualche anno fa. Da lettore non trovavo una saga dedicata alla famiglia Medici così ho deciso di occuparmene io. Quando poi ho cominciato a scrivere ho capito perché nessuno l’aveva fatto prima: era una mezza follia». Così ci racconta Matteo Strukul la genesi della trilogia dei Medici, che ha fatto innamorare di sé tanti italiani. Questo mese è uscito “I Medici. Una regina al potere“, il terzo e ultimo volume della saga cominciata con “Una dinastia al potere” e proseguita con “Un uomo al potere“. Abbiamo intervistato lo scrittore. Ecco cosa ci ha raccontato.

Come interpreti il successo della trilogia?

Più ci penso e più arrivo alla conclusione che sia dovuto al fatto che io l’abbia affrontata con una certa incoscienza. Ciò non significa che non mi sia preparato prima di buttar giù anche solo una riga. Ho studiato due anni in modo da creare un mondo con una sua attendibilità, basandomi sulle “Istorie fiorentine” di Machiavelli, sulla “Storia d’Italia” di Guicciardini, e su una miriade di saggi e monografie dedicate a Caterina e al resto della famiglia. Però mi sono dato un modello letterario preciso, ovvero quello del feuilleton o romanzo d’appendice, ma anche quello del romanzo storico con un atteggiamento scanzonato, fanfarone, come “I tre moschettieri” e il ciclo dei Valois di Dumas padre, o “La freccia nera” di Stevenson. Il grande romanzo d’avventura insomma. In più, il mio immaginario è nutrito da film, serie Tv, fumetti, in generale i linguaggi della letteratura più ad ampio spettro, motivo per cui i lettori di questa trilogia sono sì gli amanti del romanzo storico, ma anche i ragazzi molto giovani che si appassionano alla saga grazie al ritmo della storia. Ho cercato poi di proporre i Medici con quell’attitudine un po’ fuori legge e irriverente che è poi la cifra rappresentativa di tutto il mio lavoro.

Una delle caratteristiche del feuilleton è la capacità di tenere sempre alta la tensione e tu lo fai, anche grazie a un linguaggio scorrevole. Come lavori sul linguaggio?

Con la lettura, con la lettura, con la lettura. Quando leggi Omero, Dumas, Von Kleist, Dostoevskij, Puskin, Salgari, Vassalli, è difficile che poi non ti resti qualcosa. È chiaro che serve un minimo di talento ma va nutrito con le storie. Così quando cominci ad avere 35 o 40 anni di letture serrate qualcosa resta: qualcosa come una voce, uno stile, un’attitudine, un approccio, per cui, come dici tu, ti rendi conto di sapere giocare col ritmo, l’intrigo, la sorpresa. Ciò che colpisce di più i lettori è una voce forte e personale. Con i personaggi – che poi racconti con la tua voce e con il tuo stile – si crea una sorta di intesa, per cui loro, nel momento in cui li conosci, si comportano con una loro coerenza. Cosa che non cancella la possibilità che sappiano sorprenderti. E quando ti sorprendi tu, autore, delle scelte che fanno i personaggi, ti rendi conto che il racconto ha una sua efficacia. Se sorprendono te è probabile che sorprendano anche i lettori. Tutto ciò credo derivi dalla lettura.

Veniamo alla protagonista di questo terzo e ultimo volume della saga. Cos’ha di affascinante Caterina?

Innanzitutto è un personaggio femminile e io ho sempre adorato i personaggi femminili. Caterina in particolare ha il fascino di una donna che deve affrontare infinite difficoltà. È una donna italiana che diventa regina di Francia, una donna colta, di grande gusto, di assoluta intelligenza, pragmatica, che però proviene da una famiglia borghese, di mercanti, e non è di sangue nobile, cosa che le causa grandi problemi. Non riuscendo ad avere figli per i primi nove anni di matrimonio col re di Francia, è anche una donna sotto scacco, perché il fatto di non essere in grado di generare figli inevitabilmente la pone sotto il pericolo di essere ripudiata dal sovrano. È  una donna di bellezza normale (se non addirittura bruttina) che si trova a doversi confrontare con la donna più bella di Francia che è Diana de Poitiers, anche amante di Enrico II. Quando riesce finalmente a concepire un figlio ne avrà dieci di fila e questo la allontanerà dalla gestione del potere. Sarà anche costretta a vivere questa sorta di triangolo amoroso tra lei, suo marito e l’amante.

Sembra avere contro tutti e tutto, insomma.

Sì, è una donna che ha dovuto affrontare infinite difficoltà. Tra le altre cose, per tutta la vita lei si impegna a impedire la morte del marito, morte che le era stata profetizzata da Nostradamus. Ha insomma dei caratteri che tradizionalmente caratterizzano la tragedia greca e, molto tempo dopo, il noir: un destino ineluttabile, già scritto, contrastato dal protagonista che tenta di opporglisi ma fallisce e vede perire davanti a sé tutto quello che ama. Questo romanzo è la storia di una grande sconfitta, che è Caterina. Una donna che però combatte e non si arrende mai, proprio come Ettore ha affrontato Achille pur sapendo che avrebbe perso il duello. Ed è in questa dimensione di ineluttabilità che sta la grandezza del personaggio. Caterina non si dà mai per vinta, dimostrando una virtù straordinaria da raccontare e che penso abbia una grande capacità di colpire l’immaginazione e certe corde sentimentali del lettore.

Se abbiamo da imparare la virtù da Caterina, cos’ha l’Italia di oggi da imparare dal mondo rinascimentale?

Il Rinascimento è caratterizzato sì dall’imprenditoria e dalla nascita della borghesia, ma soprattutto dalle committenze, dal mecenatismo, che sono alla base della bellezza e della cultura che caratterizza il Rinascimento. Un periodo che vede la nascita di grandi artisti come Ghirlandaio, Leonardo da Vinci, Donatello, Raffaello, Sandro Botticelli, Paolo Uccello, Pico della Mirandola, Machiavelli e tantissimi altri. Quello rinascimentale è chiaramente un sistema che non trascura l’aspetto economico ma in cui il modello economico è fondato sulla cultura. Questo è un paese che più che il culto della memoria ha il culto dell’oblio. Da un certo punto di vista ho scritto questa storia anche per ricordare da dove veniamo. Comunque qualcuno negli ultimi tempi si è svegliato, penso a “Stanotte a Firenze“, quella bella fiction condotta da Alberto Angela, e alla ricaduta sulle visite agli Uffizi che hanno segnato un’affluenza record. Una fiction acquistata anche dai paesi di lingua inglese che ha portato a Firenze tantissimi turisti dagli Stati Uniti e dall’Inghilterra. Questo per dire quanto la cultura può contare e avere un ruolo importante e virtuoso nella economia. E in questo modo non la sviliamo ma la valorizziamo. Trascurandola ci comportiamo come si comporterebbero gli Emirati Arabi se non vendessero il petrolio.

E per quanto riguarda il mondo del libro?

Credo che una delle cause del calo della lettura e del cattivo stato di salute dell’editoria sia l’autoreferenzialità del mondo letterario, dedito a una autocelebrazione assolutamente sterile, che mira a dividere la critica dal pubblico, autori maggiori da autori minori. Questo snobismo è una delle grandi piaghe dell’Italia. Dovremmo cambiare il concetto stesso di cultura, o riportarlo a quello che era, ovvero condivisione. Dobbiamo renderci conto che se un committente fa realizzare la cupola di Brunelleschi di quella cupola ne godono tutti. Il palazzo dei Medici era aperto a tutti e per questa ragione Cosimo e il resto della famiglia erano amati da tutti gli strati della popolazione (fuorché dalle invidiose famiglie nobili). All’epoca la cultura non era qualcosa tenuta gelosamente nelle stanze del proprio palazzo ma qualcosa che esplodeva nella città.

da libreriamo.it
26 gennaio 2017


Le Musiche, scelte da Claudio Tesser

Peter Phillips: The Tallis ScholarsPalestrina: Missa Benedicta Es [Josquin Des Prez]
Oranssi PazuzuLahja [Oranssi Pazuzu]
Oranssi PazuzuSaturaatio [Oranssi Pazuzu]
MetallicaThe Memory Remains [Metallica]
Pink FloydAtom Heart Mother [Pink Floyd]
SleepJerusalem [Sleep]
Black SabbathParanoid [Tony Iommi, Ozzy Osbourne, William Thomas Ward]
Stephen Darlington: Christ Church Cathedral Choir OxfordPalestrina: Mass For Pentecost, Five Motets [Giovanni Pierluigi da Palestrina]
Deep PurpleChild In Time [Ian Paice/Roger Glover/Richie Blackmore/Ian Gillan/Jon Lord]
Lithuanian Chamber OrchestraPärt: Tabula Rasa [Arvo Pärt]
Oranssi PazuzuValveavaruus [Oranssi Pazuzu]

]]>
info@sherwood.it (Sherwood Network)
<![CDATA[In Diretta dal Festival]]>

In questi giorni di Sherwood Festival 2017 stiamo trasmettendo direttamente dalla nostra festa. Questa volta ci hanno fatto compagnia i Patois Brothers, che si sono esibiti la sera del 15 giugno sul Second Stage dello Sherwood Festival. Li abbiamo intervistati, ospiti di una chiacchierata sull'Isola di Mr Robinson, che per questa occasione si sposta all'aperto, tra gli stand del festival.

Di lato il podcast e qui sotto i brani che ci hanno consigliato i Patois Brothers

Patois Brothers - Switch of Babylon

Patois Brothers - Life Learning (Ft. Max Romeo)

Patois Brothers - Play Roots

]]>
info@sherwood.it (Sherwood Network)
<![CDATA[ReadBabyRead_338_Matteo_Strukul_2]]>

“Con la stesura della sua nuova trilogia dedicata alla famiglia Medici, Matteo Strukul ha intrapreso un viaggio molto ambizioso e interessante, un’impresa che potrebbe essere paragonata alla caccia a una bestia feroce, che nel primo volume, intitolato I Medici. Una dinastia al potere, esegue in modo esemplare, se mi perdonate l’espressione, da cacciatore siberiano: «Rovescia la preda» e - in una narrazione arricchita da un lessico colto e ricercato, da dialoghi vivi, da descrizioni riuscitissime, che trasportano immediatamente il lettore nei luoghi dove si snoda la trama - affonda con estrema eleganza quell’affilatissima lama che non è altro se non l’allegoria della sua intenzione letteraria, fermando il cuore della creatura sottomessa e assorbendone la vita, il potere, versando a terra e regalando a noi, con la generosità di un filibustiere, il suo prezioso, inebriante sangue”. [Nicolai Lilin]  


ReadBabyRead #338 del 15 giugno 2017

Matteo Strukul
I Medici. Una dinastia al potere
Lettura dei capitoli: 1, 3, 4, 6, 13, 14, 16, 22, 23, 29, 36, 40, 42, 49, 50.

(parte 2 di 9)

per info su F. Ventimiglia e C. Tesser:

Lettura e altri crimini
iTunes podcast


voce: Francesco Ventimiglia


“Alzò gli occhi al cielo. Pareva polvere di lapislazzuli. Per un istante sentì la vertigine salire e rapirgli i pensieri. Poi, riposò gli occhi, spostando lo sguardo attorno a sé. Vide i muratori che preparavano la malta, mescolando la calce alla sabbia chiara dell'Arno. Alcuni di loro se ne stavano appollaiati sui tramezzi, consumando una veloce colazione. Svolgevano turni massacranti e capitava spesso che trascorressero lì intere settimane, dormendo fra impalcature di legno, lastre di marmo, mattoni e calcinacci.
A oltre cento braccia dal suolo.
Cosimo sgusciò fra i ponteggi in legno: sembravano i denti neri e affilati di una creatura fantastica. Avanzò facendo grande attenzione a non mettere i piedi in fallo. Quella visione di una città sopra la città lo affascinava e lo lasciava sgomento a un tempo.”


Matteo Strukul, “La cultura deve tornare a essere condivisa”


«È iniziato tutto qualche anno fa. Da lettore non trovavo una saga dedicata alla famiglia Medici così ho deciso di occuparmene io. Quando poi ho cominciato a scrivere ho capito perché nessuno l’aveva fatto prima: era una mezza follia». Così ci racconta Matteo Strukul la genesi della trilogia dei Medici, che ha fatto innamorare di sé tanti italiani. Questo mese è uscito “I Medici. Una regina al potere“, il terzo e ultimo volume della saga cominciata con “Una dinastia al potere” e proseguita con “Un uomo al potere“. Abbiamo intervistato lo scrittore. Ecco cosa ci ha raccontato.

Come interpreti il successo della trilogia?

Più ci penso e più arrivo alla conclusione che sia dovuto al fatto che io l’abbia affrontata con una certa incoscienza. Ciò non significa che non mi sia preparato prima di buttar giù anche solo una riga. Ho studiato due anni in modo da creare un mondo con una sua attendibilità, basandomi sulle “Istorie fiorentine” di Machiavelli, sulla “Storia d’Italia” di Guicciardini, e su una miriade di saggi e monografie dedicate a Caterina e al resto della famiglia. Però mi sono dato un modello letterario preciso, ovvero quello del feuilleton o romanzo d’appendice, ma anche quello del romanzo storico con un atteggiamento scanzonato, fanfarone, come “I tre moschettieri” e il ciclo dei Valois di Dumas padre, o “La freccia nera” di Stevenson. Il grande romanzo d’avventura insomma. In più, il mio immaginario è nutrito da film, serie Tv, fumetti, in generale i linguaggi della letteratura più ad ampio spettro, motivo per cui i lettori di questa trilogia sono sì gli amanti del romanzo storico, ma anche i ragazzi molto giovani che si appassionano alla saga grazie al ritmo della storia. Ho cercato poi di proporre i Medici con quell’attitudine un po’ fuori legge e irriverente che è poi la cifra rappresentativa di tutto il mio lavoro.

Una delle caratteristiche del feuilleton è la capacità di tenere sempre alta la tensione e tu lo fai, anche grazie a un linguaggio scorrevole. Come lavori sul linguaggio?

Con la lettura, con la lettura, con la lettura. Quando leggi Omero, Dumas, Von Kleist, Dostoevskij, Puskin, Salgari, Vassalli, è difficile che poi non ti resti qualcosa. È chiaro che serve un minimo di talento ma va nutrito con le storie. Così quando cominci ad avere 35 o 40 anni di letture serrate qualcosa resta: qualcosa come una voce, uno stile, un’attitudine, un approccio, per cui, come dici tu, ti rendi conto di sapere giocare col ritmo, l’intrigo, la sorpresa. Ciò che colpisce di più i lettori è una voce forte e personale. Con i personaggi – che poi racconti con la tua voce e con il tuo stile – si crea una sorta di intesa, per cui loro, nel momento in cui li conosci, si comportano con una loro coerenza. Cosa che non cancella la possibilità che sappiano sorprenderti. E quando ti sorprendi tu, autore, delle scelte che fanno i personaggi, ti rendi conto che il racconto ha una sua efficacia. Se sorprendono te è probabile che sorprendano anche i lettori. Tutto ciò credo derivi dalla lettura.

Veniamo alla protagonista di questo terzo e ultimo volume della saga. Cos’ha di affascinante Caterina?

Innanzitutto è un personaggio femminile e io ho sempre adorato i personaggi femminili. Caterina in particolare ha il fascino di una donna che deve affrontare infinite difficoltà. È una donna italiana che diventa regina di Francia, una donna colta, di grande gusto, di assoluta intelligenza, pragmatica, che però proviene da una famiglia borghese, di mercanti, e non è di sangue nobile, cosa che le causa grandi problemi. Non riuscendo ad avere figli per i primi nove anni di matrimonio col re di Francia, è anche una donna sotto scacco, perché il fatto di non essere in grado di generare figli inevitabilmente la pone sotto il pericolo di essere ripudiata dal sovrano. È  una donna di bellezza normale (se non addirittura bruttina) che si trova a doversi confrontare con la donna più bella di Francia che è Diana de Poitiers, anche amante di Enrico II. Quando riesce finalmente a concepire un figlio ne avrà dieci di fila e questo la allontanerà dalla gestione del potere. Sarà anche costretta a vivere questa sorta di triangolo amoroso tra lei, suo marito e l’amante.

Sembra avere contro tutti e tutto, insomma.

Sì, è una donna che ha dovuto affrontare infinite difficoltà. Tra le altre cose, per tutta la vita lei si impegna a impedire la morte del marito, morte che le era stata profetizzata da Nostradamus. Ha insomma dei caratteri che tradizionalmente caratterizzano la tragedia greca e, molto tempo dopo, il noir: un destino ineluttabile, già scritto, contrastato dal protagonista che tenta di opporglisi ma fallisce e vede perire davanti a sé tutto quello che ama. Questo romanzo è la storia di una grande sconfitta, che è Caterina. Una donna che però combatte e non si arrende mai, proprio come Ettore ha affrontato Achille pur sapendo che avrebbe perso il duello. Ed è in questa dimensione di ineluttabilità che sta la grandezza del personaggio. Caterina non si dà mai per vinta, dimostrando una virtù straordinaria da raccontare e che penso abbia una grande capacità di colpire l’immaginazione e certe corde sentimentali del lettore.

Se abbiamo da imparare la virtù da Caterina, cos’ha l’Italia di oggi da imparare dal mondo rinascimentale?

Il Rinascimento è caratterizzato sì dall’imprenditoria e dalla nascita della borghesia, ma soprattutto dalle committenze, dal mecenatismo, che sono alla base della bellezza e della cultura che caratterizza il Rinascimento. Un periodo che vede la nascita di grandi artisti come Ghirlandaio, Leonardo da Vinci, Donatello, Raffaello, Sandro Botticelli, Paolo Uccello, Pico della Mirandola, Machiavelli e tantissimi altri. Quello rinascimentale è chiaramente un sistema che non trascura l’aspetto economico ma in cui il modello economico è fondato sulla cultura. Questo è un paese che più che il culto della memoria ha il culto dell’oblio. Da un certo punto di vista ho scritto questa storia anche per ricordare da dove veniamo. Comunque qualcuno negli ultimi tempi si è svegliato, penso a “Stanotte a Firenze“, quella bella fiction condotta da Alberto Angela, e alla ricaduta sulle visite agli Uffizi che hanno segnato un’affluenza record. Una fiction acquistata anche dai paesi di lingua inglese che ha portato a Firenze tantissimi turisti dagli Stati Uniti e dall’Inghilterra. Questo per dire quanto la cultura può contare e avere un ruolo importante e virtuoso nella economia. E in questo modo non la sviliamo ma la valorizziamo. Trascurandola ci comportiamo come si comporterebbero gli Emirati Arabi se non vendessero il petrolio.

E per quanto riguarda il mondo del libro?

Credo che una delle cause del calo della lettura e del cattivo stato di salute dell’editoria sia l’autoreferenzialità del mondo letterario, dedito a una autocelebrazione assolutamente sterile, che mira a dividere la critica dal pubblico, autori maggiori da autori minori. Questo snobismo è una delle grandi piaghe dell’Italia. Dovremmo cambiare il concetto stesso di cultura, o riportarlo a quello che era, ovvero condivisione. Dobbiamo renderci conto che se un committente fa realizzare la cupola di Brunelleschi di quella cupola ne godono tutti. Il palazzo dei Medici era aperto a tutti e per questa ragione Cosimo e il resto della famiglia erano amati da tutti gli strati della popolazione (fuorché dalle invidiose famiglie nobili). All’epoca la cultura non era qualcosa tenuta gelosamente nelle stanze del proprio palazzo ma qualcosa che esplodeva nella città.

da libreriamo.it
26 gennaio 2017


Le Musiche, scelte da Claudio Tesser

Peter Phillips: The Tallis ScholarsPalestrina: Missa Benedicta Es [Josquin Des Prez]
Oranssi PazuzuLahja [Oranssi Pazuzu]
Oranssi PazuzuSaturaatio [Oranssi Pazuzu]
MetallicaThe Memory Remains [Metallica]
Pink FloydAtom Heart Mother [Pink Floyd]
SleepJerusalem [Sleep]
Black SabbathParanoid [Tony Iommi, Ozzy Osbourne, William Thomas Ward]
Stephen Darlington: Christ Church Cathedral Choir OxfordPalestrina: Mass For Pentecost, Five Motets [Giovanni Pierluigi da Palestrina]
Deep PurpleChild In Time [Ian Paice/Roger Glover/Richie Blackmore/Ian Gillan/Jon Lord]
Lithuanian Chamber OrchestraPärt: Tabula Rasa [Arvo Pärt]
Oranssi PazuzuValveavaruus [Oranssi Pazuzu]

]]>
info@sherwood.it (Sherwood Network)
<![CDATA[“Take Five, Jazz & dintorni” del 8 giugno 2017]]>

Forse un malinteso senso del pudore, forse il tentativo di non cadere nel conflitto d’interesse, mi hanno impedito inconsapevolmente sino ad oggi di farvi ascoltare una serie di cd assolutamente interessanti ma prodotti da un’etichetta alla quale sono legato da tempo in quanto diretta emanazione di un’associazione culturale a cui ho avuto l’onore, la fortuna, il piacere di far parte da decenni ormai… parlo di Associazione Culturale Caligola, di Mestre (VE) e di Caligola Records, frutto del lavoro di Claudio Donà, Valerio Bonicelli, Raffaello Patron e di quelli che volta per volta entrano a far parte di questo o quel progetto. Rimedio allora con un’intera “puntata caligolense”. Facile sentirsi dire, in questi casi, che ogni oste vende il vino più sublime, il suo, quindi niente di meglio che non fidarvi delle mie parole e ascoltare questa dozzina di assaggi da altrettanti dischi, dischi che offrono, tra l’altro, un ventaglio di generi, stili, modi e formazioni tale da suscitare sicuramente l’interesse degli appassionati… musicisti di pregio e fama, musicisti esordienti, solisti o quintetti, alcune riletture ma molti originali, dallo “stride” al “baiao”. È proprio a causa dell’ascolto di questo tipico genere musicale e danzante del nord-est del mio Brasile, che la puntata si chiude con un trittico dedicato al grande Paese sudamericano spesso presente in questo programma in attesa del nuovo inizio di quello specifico, a lui dedicato, condotto sempre da me e da Ligia França. Buon ascolto.   JPY

**************************************************************************

Playlist:

01. take five (P. Desmond) – Dave Brubeck 4et – time out (columbia) - 1959

02. ceci n’est pa un blues (T. Troncon) – Venice Connection Quartet (caligola)  - 2016

03. frame by frame (A. Belew/King Crimson) – Riccardo Morpurgo 5et – lemniscata (caligola)  - 2015

04. lunaria (D. Vianello) – Davide Vianello – lunaria (caligola)  - 2016

05. hercules (M. Ponchiroli) – The New House Quartett – tommitu (caligola)  - 2016

06. rag per Danilo (C. Cojaniz) – Claudio Cojaniz – stride vol.2 (caligola)  - 2016

07. thanatos (A. Ruggieri) – Aisha Ruggieri – southlitude (caligola)  - 2016

08. Shardana (Z. Pia) – Zoe Pia – Shardana (caligola)  - 2016

09. the owl of Cranston (P. Motian)  - Groove & Move/Mitelli & Mirra – water stress (caligola)  - 2016

10. pequod (M. Brunod/D. Gallo/M. Barbiero) – Maurizio Brunod/Danilo Gallo/Massimo Barbiero – extrema ratio (caligola)  - 2016

11. 100% organic (M. Brunod/D. Gallo/M. Barbiero) – Maurizio Brunod/Danilo Gallo/Massimo Barbiero – extrema ratio (caligola)  - 2016

12. abendai (M. Donà) – Mssimo Donà Trio – il santo che vola (caligola)  - 2016

13. il sogno di una cosa (B. Cesselli/m. De Mattia) – Javier Girotto/ Massimo de Mattia/Bruno Cesselli/ /Zlatko Kaucic - il sogno di una cosa (caligola)  - 2016

14. baiao nosso (T. Goulart) – Gileno Santana & Tuniko Goulart – inevitavel (caligola)  - 2016

15. baiao do amor (D. Firpo) – Daniella Firpo – vento di Bahia e nebbia (alfa music) - 2016

16. choro do casamento (G. Guaccero) – Giovanni Guaccero & Choro de Rua – a roda dos planetas errantes (Alfa music) - 2016

17. take five (P. Desmond) – Dave Brubeck 4et – time out (columbia) - 1959

]]>
info@sherwood.it (Sherwood Network)
<![CDATA[ReadBabyRead_337_Matteo_Strukul_1]]>

“Con la stesura della sua nuova trilogia dedicata alla famiglia Medici, Matteo Strukul ha intrapreso un viaggio molto ambizioso e interessante, un’impresa che potrebbe essere paragonata alla caccia a una bestia feroce, che nel primo volume, intitolato I Medici. Una dinastia al potere, esegue in modo esemplare, se mi perdonate l’espressione, da cacciatore siberiano: «Rovescia la preda» e - in una narrazione arricchita da un lessico colto e ricercato, da dialoghi vivi, da descrizioni riuscitissime, che trasportano immediatamente il lettore nei luoghi dove si snoda la trama - affonda con estrema eleganza quell’affilatissima lama che non è altro se non l’allegoria della sua intenzione letteraria, fermando il cuore della creatura sottomessa e assorbendone la vita, il potere, versando a terra e regalando a noi, con la generosità di un filibustiere, il suo prezioso, inebriante sangue”. [Nicolai Lilin]  


ReadBabyRead #337 dell’8 giugno 2017


Matteo Strukul
I Medici. Una dinastia al potere

Lettura dei capitoli: 1, 3, 4, 6, 13, 14, 16, 22, 23, 29, 36, 40, 42, 49, 50.

(parte 1 di 9)

per info su F. Ventimiglia e C. Tesser:

Lettura e altri crimini
iTunes podcast


voce: Francesco Ventimiglia


“Alzò gli occhi al cielo. Pareva polvere di lapislazzuli. Per un istante sentì la vertigine salire e rapirgli i pensieri. Poi, riposò gli occhi, spostando lo sguardo attorno a sé. Vide i muratori che preparavano la malta, mescolando la calce alla sabbia chiara dell'Arno. Alcuni di loro se ne stavano appollaiati sui tramezzi, consumando una veloce colazione. Svolgevano turni massacranti e capitava spesso che trascorressero lì intere settimane, dormendo fra impalcature di legno, lastre di marmo, mattoni e calcinacci.
A oltre cento braccia dal suolo.
Cosimo sgusciò fra i ponteggi in legno: sembravano i denti neri e affilati di una creatura fantastica. Avanzò facendo grande attenzione a non mettere i piedi in fallo. Quella visione di una città sopra la città lo affascinava e lo lasciava sgomento a un tempo.”


Matteo Strukul, “La cultura deve tornare a essere condivisa”


«È iniziato tutto qualche anno fa. Da lettore non trovavo una saga dedicata alla famiglia Medici così ho deciso di occuparmene io. Quando poi ho cominciato a scrivere ho capito perché nessuno l’aveva fatto prima: era una mezza follia». Così ci racconta Matteo Strukul la genesi della trilogia dei Medici, che ha fatto innamorare di sé tanti italiani. Questo mese è uscito “I Medici. Una regina al potere“, il terzo e ultimo volume della saga cominciata con “Una dinastia al potere” e proseguita con “Un uomo al potere“. Abbiamo intervistato lo scrittore. Ecco cosa ci ha raccontato.

Come interpreti il successo della trilogia?

Più ci penso e più arrivo alla conclusione che sia dovuto al fatto che io l’abbia affrontata con una certa incoscienza. Ciò non significa che non mi sia preparato prima di buttar giù anche solo una riga. Ho studiato due anni in modo da creare un mondo con una sua attendibilità, basandomi sulle “Istorie fiorentine” di Machiavelli, sulla “Storia d’Italia” di Guicciardini, e su una miriade di saggi e monografie dedicate a Caterina e al resto della famiglia. Però mi sono dato un modello letterario preciso, ovvero quello del feuilleton o romanzo d’appendice, ma anche quello del romanzo storico con un atteggiamento scanzonato, fanfarone, come “I tre moschettieri” e il ciclo dei Valois di Dumas padre, o “La freccia nera” di Stevenson. Il grande romanzo d’avventura insomma. In più, il mio immaginario è nutrito da film, serie Tv, fumetti, in generale i linguaggi della letteratura più ad ampio spettro, motivo per cui i lettori di questa trilogia sono sì gli amanti del romanzo storico, ma anche i ragazzi molto giovani che si appassionano alla saga grazie al ritmo della storia. Ho cercato poi di proporre i Medici con quell’attitudine un po’ fuori legge e irriverente che è poi la cifra rappresentativa di tutto il mio lavoro.

Una delle caratteristiche del feuilleton è la capacità di tenere sempre alta la tensione e tu lo fai, anche grazie a un linguaggio scorrevole. Come lavori sul linguaggio?

Con la lettura, con la lettura, con la lettura. Quando leggi Omero, Dumas, Von Kleist, Dostoevskij, Puskin, Salgari, Vassalli, è difficile che poi non ti resti qualcosa. È chiaro che serve un minimo di talento ma va nutrito con le storie. Così quando cominci ad avere 35 o 40 anni di letture serrate qualcosa resta: qualcosa come una voce, uno stile, un’attitudine, un approccio, per cui, come dici tu, ti rendi conto di sapere giocare col ritmo, l’intrigo, la sorpresa. Ciò che colpisce di più i lettori è una voce forte e personale. Con i personaggi – che poi racconti con la tua voce e con il tuo stile – si crea una sorta di intesa, per cui loro, nel momento in cui li conosci, si comportano con una loro coerenza. Cosa che non cancella la possibilità che sappiano sorprenderti. E quando ti sorprendi tu, autore, delle scelte che fanno i personaggi, ti rendi conto che il racconto ha una sua efficacia. Se sorprendono te è probabile che sorprendano anche i lettori. Tutto ciò credo derivi dalla lettura.

Veniamo alla protagonista di questo terzo e ultimo volume della saga. Cos’ha di affascinante Caterina?

Innanzitutto è un personaggio femminile e io ho sempre adorato i personaggi femminili. Caterina in particolare ha il fascino di una donna che deve affrontare infinite difficoltà. È una donna italiana che diventa regina di Francia, una donna colta, di grande gusto, di assoluta intelligenza, pragmatica, che però proviene da una famiglia borghese, di mercanti, e non è di sangue nobile, cosa che le causa grandi problemi. Non riuscendo ad avere figli per i primi nove anni di matrimonio col re di Francia, è anche una donna sotto scacco, perché il fatto di non essere in grado di generare figli inevitabilmente la pone sotto il pericolo di essere ripudiata dal sovrano. È  una donna di bellezza normale (se non addirittura bruttina) che si trova a doversi confrontare con la donna più bella di Francia che è Diana de Poitiers, anche amante di Enrico II. Quando riesce finalmente a concepire un figlio ne avrà dieci di fila e questo la allontanerà dalla gestione del potere. Sarà anche costretta a vivere questa sorta di triangolo amoroso tra lei, suo marito e l’amante.

Sembra avere contro tutti e tutto, insomma.

Sì, è una donna che ha dovuto affrontare infinite difficoltà. Tra le altre cose, per tutta la vita lei si impegna a impedire la morte del marito, morte che le era stata profetizzata da Nostradamus. Ha insomma dei caratteri che tradizionalmente caratterizzano la tragedia greca e, molto tempo dopo, il noir: un destino ineluttabile, già scritto, contrastato dal protagonista che tenta di opporglisi ma fallisce e vede perire davanti a sé tutto quello che ama. Questo romanzo è la storia di una grande sconfitta, che è Caterina. Una donna che però combatte e non si arrende mai, proprio come Ettore ha affrontato Achille pur sapendo che avrebbe perso il duello. Ed è in questa dimensione di ineluttabilità che sta la grandezza del personaggio. Caterina non si dà mai per vinta, dimostrando una virtù straordinaria da raccontare e che penso abbia una grande capacità di colpire l’immaginazione e certe corde sentimentali del lettore.

Se abbiamo da imparare la virtù da Caterina, cos’ha l’Italia di oggi da imparare dal mondo rinascimentale?

Il Rinascimento è caratterizzato sì dall’imprenditoria e dalla nascita della borghesia, ma soprattutto dalle committenze, dal mecenatismo, che sono alla base della bellezza e della cultura che caratterizza il Rinascimento. Un periodo che vede la nascita di grandi artisti come Ghirlandaio, Leonardo da Vinci, Donatello, Raffaello, Sandro Botticelli, Paolo Uccello, Pico della Mirandola, Machiavelli e tantissimi altri. Quello rinascimentale è chiaramente un sistema che non trascura l’aspetto economico ma in cui il modello economico è fondato sulla cultura. Questo è un paese che più che il culto della memoria ha il culto dell’oblio. Da un certo punto di vista ho scritto questa storia anche per ricordare da dove veniamo. Comunque qualcuno negli ultimi tempi si è svegliato, penso a “Stanotte a Firenze“, quella bella fiction condotta da Alberto Angela, e alla ricaduta sulle visite agli Uffizi che hanno segnato un’affluenza record. Una fiction acquistata anche dai paesi di lingua inglese che ha portato a Firenze tantissimi turisti dagli Stati Uniti e dall’Inghilterra. Questo per dire quanto la cultura può contare e avere un ruolo importante e virtuoso nella economia. E in questo modo non la sviliamo ma la valorizziamo. Trascurandola ci comportiamo come si comporterebbero gli Emirati Arabi se non vendessero il petrolio.

E per quanto riguarda il mondo del libro?

Credo che una delle cause del calo della lettura e del cattivo stato di salute dell’editoria sia l’autoreferenzialità del mondo letterario, dedito a una autocelebrazione assolutamente sterile, che mira a dividere la critica dal pubblico, autori maggiori da autori minori. Questo snobismo è una delle grandi piaghe dell’Italia. Dovremmo cambiare il concetto stesso di cultura, o riportarlo a quello che era, ovvero condivisione. Dobbiamo renderci conto che se un committente fa realizzare la cupola di Brunelleschi di quella cupola ne godono tutti. Il palazzo dei Medici era aperto a tutti e per questa ragione Cosimo e il resto della famiglia erano amati da tutti gli strati della popolazione (fuorché dalle invidiose famiglie nobili). All’epoca la cultura non era qualcosa tenuta gelosamente nelle stanze del proprio palazzo ma qualcosa che esplodeva nella città.

da libreriamo.it
26 gennaio 2017


Le Musiche
, scelte da Claudio Tesser

Peter Phillips: The Tallis ScholarsPalestrina: Missa Benedicta Es [Josquin Des Prez]
Oranssi PazuzuLahja [Oranssi Pazuzu]
Oranssi PazuzuSaturaatio [Oranssi Pazuzu]
MetallicaThe Memory Remains [Metallica]
Pink FloydAtom Heart Mother [Pink Floyd]
SleepJerusalem [Sleep]
Black SabbathParanoid [Tony Iommi, Ozzy Osbourne, William Thomas Ward]
Stephen Darlington: Christ Church Cathedral Choir OxfordPalestrina: Mass For Pentecost, Five Motets [Giovanni Pierluigi da Palestrina]
Deep PurpleChild In Time [Ian Paice/Roger Glover/Richie Blackmore/Ian Gillan/Jon Lord]
Lithuanian Chamber OrchestraPärt: Tabula Rasa [Arvo Pärt]
Oranssi PazuzuValveavaruus [Oranssi Pazuzu]

]]>
info@sherwood.it (Sherwood Network)
<![CDATA[“Take Five, Jazz & dintorni” del 1 giugno 2017]]>

C’è un’interessante rassegna che giunge alla sua sesta edizione e che colpisce per la sua struttura: musicisti prestigiosi, concerti gratuiti in località scelte con cura fra le più attraenti della zona sotto il punto di vista storico e ambientale, due crociere, ovviamente a suon di jazz nel cartellone… e via dicendo. Parlo di Sile Jazz 2017, un evento che mescola le acque del fiume che attraversa il trevisano, e che da lui prende il nome, con le genti che suonano e quelle che ascoltano, che mescola tradizioni antiche con suoni contemporanei. La rassegna ha un sottotitolo, “Di Resta in Corda”, che ancor di più risulta essere un manifesto programmatico essendo la Resta una corda con cui si legavano le barche ai buoi che, dalle rive, trainandole, permettevano di risalire la corrente dei fiumi su cui si svolgevano gli antichi traffici. E di corde si parlerà, anzi, si ascolterà, per tutta la manifestazione che vedrà protagonisti gli strumenti che su esse si basano per suonare:  chitarre varie e diverse, bassi e contrabbassi, oud, banjo, violoncelli ma anche pianoforti, con le loro corde percosse dai martelletti. Una dozzina i Comuni interessati dalla manifestazione, da Treviso a Mogliano Veneto, da Preganziol a Quarto D’Altino e decine i musicisti, daEvan Parker a Massimo Barbiero, da Giovanni Guidi a Linda Oh, da Danilo Gallo a Greg Burk, da Maurizio Brunod a Bruce Ditmas ma, per una completa visione di luoghi e artisti, consiglio ovviamente di consultare il sito della rassegna. Come colonna sonora della parte di serata dedicata a questo avvenimento, ho scelto di fare ascoltare un assaggio di quasi tutti i cd prodotti dall’etichetta Nusica.org, accomunata alla rassegna grazie ad Alessandro Fedrigo che ne è il direttore artistico ma anche uno dei fondatori dell’etichetta. Nell’altra parte di puntata una bella serie di ascolti relativi a recenti pubblicazioni di varie etichette amiche del programma, da ECM a Tuk Music, da Alfa Music a Abeat e Itinera. Buon ascolto.   JPY

*****************************************************************

Playlist:

01. take five (P. Desmond) – Dave Brubeck 4et – time out (Columbia) - 1959

02. life and death (A. Cohen) – Avishai Cohen – into the silence (ecm) - 2016

03. break stuff (V. Iyer) – Vijay Iyer Trio - break stuff (ecm) - 2015

04. eros mediterraneo (P. Fresu) – Paolo Fresu & Omar Sosa – Eros (tuk music) - 2016

05. the sound of silence (P. Simon) – Alessandro La Corte 5et – smile in winter (alfa music) - 2017

06. zona di transizione (B. Ferra) – Bebo Ferra/Gianluca di Ienno/Nicola Angelucci – voltage (abeat) - 2016

07. dea (A. Rea) – Dea Trio – secret love (itinera) - 2016

08. alagitz (L. Martinale) – Luigi Martinale – il valzer di Sofia (abeat) - 2016

09. diva (E. Rava) – Enrico Rava- wild dance (ecm) - 2015

10. autumn leaves (J. Kosma) – Alessandro Fedrigo – solitario (nusica.org)

11. space jazz astro bop (A. Fedrigo) – Quartetto Terrestre – secondo gradino (nusica.org)

12. spirali (A. Fedrigo) – XY Quartet – idea F (nusica.org)

13. astronautilo (A. Fedrigo) – XY Quartet – XY (nusica.org)

14. per sempre (R. Gemo) – Roberto Gemo & Alessandro Fedrigo – corde alterne (nusica.org)

15. n°44,45,46,1,2 (N. Fazzini) – Nicola Fazzini Minimum Sax – random2 (nusica.org)

16. kosh reng (A. Elsaffar) – Hyper + Amir Elsaffar – saadif (nusica.org)

17. Valentina Tereskova (S. Tasca) – XY Quartet – orbite (nusica.org)

18. take five (P. Desmond) – Dave Brubeck 4et – time out (Columbia) - 1959

]]>
info@sherwood.it (Sherwood Network)
<![CDATA[ReadBabyRead_336_Éric_Faye_8]]>

Essere nel mondo confinati in sé stessi, vittime nei propri errori in modo inconvertibile, è la natura dell’uomo qui dipinta con straordinario talento dal geniale scrittore francese Éric Faye, che con sapienza imbastisce un dialogo con l’indefinito e lo rende materia letteraria potente. Il racconto più lungo di questa bella raccolta – che da il titolo al libro – è Sono il guardiano del faro, in cui un uomo che non ha nulla da segnalare al mondo, se non il fatto stesso di vivere in un faro completamente isolato in mezzo al mare, diventa vittima della costante disattesa dell’arrivo di qualche evento che dia senso alle sue giornate: è la prova narrativa che rappresenta al meglio tutti i precetti disseminati nei racconti precedenti, in un’ascesa metafisica verso la dissoluzione del mondo razionale e in un completo annichilimento interiore.


ReadBabyRead #336 dell'1 giugno 2017


Éric Faye 
Sono il guardiano del faro


(
parte 8 di 8)


per info su F. Ventimiglia e C. Tesser:

Lettura e altri crimini
iTunes podcast


voce: Francesco Ventimiglia


“Sono il guardiano del faro, il guardiano della torre d'avorio al di là del vortice delle anime, da qualche anno a questa parte. È un'opera notevole che sorge dal mare, bisogna vederlo nei giorni di pioggia, placido come me quando salgo sul balcone superiore, accanto alla lanterna. Il faro ha questa particolarità, quella d'esser stato costruito in alto mare, lontano dalle coste che, a quanto pare, è possibile scorgere quando fa sereno; a memoria d'uomo un giorno così non s'è mai levato da queste parti.

Ha questo di singolare, che non ha alcuna scogliera da segnalare. Qui il mare è profondo, niente minaccia le eventuali navi. Del resto è stato costruito alla larga dalle rotte marittime, proprio per non essere d'impedimento alla circolazione dei bastimenti, non dargli modo di pensare che ci siano pericoli per mare”.


La letteratura perturbante di Eric Faye

Intervista all'autore francese

"Sono il guardiano del faro" è la raccolta di storie pubblicata da Racconti edizioni


“Sono il guardiano del faro” (Racconti edizioni, 2016), scritto da Eric Faye, è un libricino di novelle dal gusto kafkiano. Ne ho scritto, più approfonditamente, nel numero di ottobre del Mucchio cartaceo: la metafisica dei racconti di Faye non lascia traccia del reale e le storie sembrano tutte come sospese, cioè partecipi di un tempo impalpabile. I personaggi quindi sono e non-sono. Vivono ma sembrano non-vivere. Pare, come dicevo, intravedersi sopra la narrazione l’aura di Kafka, ma anche una divinità malefica che giostra la solitudine e la brama di ascesa dei personaggi del volume.

Lo scrittore francese, con la sua prima raccolta di racconti Je suis le gardien du phare, ha vinto il Prix de Deux Magots nel 1998. Con Nagasaki, invece si aggiudica il Grand Prix du roman de l’Academie française.

Ho avuto l’opportunità di intervistarlo, via mail, attraverso i suoi editori italiani di Racconti edizioni. Ringrazio Valentina D’Onofrio per la traduzione.

Che cos’è, secondo te, la Letteratura?

Io citerei quanto detto da Fernando Pessoa in Il libro dell’inquietudine: «La letteratura, come ogni forma d’arte, è la confessione che la vita non basta». E Kafka, nei suoi diari: «Scrivo per mettere qualcosa al riparo dalla morte».

Le tue novelle sono impregnate di una misterica bellezza: mi ricordano i racconti kafkiani. Kafka ti ha influenzato?

Indubbiamente… Diciamo che sono stato un gran lettore di Kafka, mi sono messo più volte «alla sua ricerca» tra le strade di Praga… Amo la sua arte del racconto, il suo modo di comprendere il fantastico e, chiaramente, i temi di Il Processo e Il Castello. Sartre vedeva in Kafka il fondatore del fantastico moderno, al cui centro v’è l’uomo, l’uomo in quanto mistero. C’è un prima e un dopo Kafka. Non si può immaginare la letteratura moderna senza Kafka.

Quali sono gli scrittori del passato che hanno segnato la tua letteratura?

Si possono citare, oltre a Kafka, Gogol’, Conrad, Cortázar e poi, quanto al pensiero, Seneca, Marco Aurelio, Epitteto; io citerei anche Julien Gracq, Maupassant e Čechov per la loro arte del racconto…

La tua lingua è quasi silenziosa, e pertanto perturbante. Da dove trai questo mondo, direi, splendidamente orrifico?

Da dove lo traggo? Sicuramente dalle mie angosce, dai miei sogni, dalle mie passioni letterarie…

Qual è il luogo fisico in cui dedichi la tua attività di scrittura?

Per diversi anni, sono andato a scrivere nei caffè, di mattina. Avevo bisogno del brusio di un caffè, bisogno di guardare la strada e l’animazione del caffè, di sentire la presenza della gente intorno a me. Ora scrivo a casa mia, su una poltrona o sulla scrivania. Quando sono in viaggio, a volte scrivo negli hotel, almeno per prendere appunti.

Quando hai incominciato a impegnarti con continuità nella scrittura?

All’età di vent’anni ho scritto un grosso romanzo storico sulla guerra civile greca del 1940-1950 che è rimasto inedito. Era un romanzo di formazione, un romanzo molto maldestro che non corrisponde proprio più al mio universo e al mio modo di scrivere attuali. Penso che la mia scrittura e il mio universo siano «maturati» intorno ai 25-30 anni d’età ed è verso il 1990 che ho scritto tutti i miei primi racconti, di cui una parte è stata riunita nella raccolta Sono il Guardiano del faro.

Nelle tue novelle c’è il tuo Io reale? O quello fantasmatico, di  uno scrittore consapevole dell’Aldilà, che io sento così incombente nel tuo narrare?

A volte, nei miei racconti c’è un punto di partenza che attinge dalla mia vita. Un esempio è un racconto in cui il narratore non riesce a rientrare nel suo appartamento perché la porta gli si è chiusa dietro e le chiavi sono rimaste dentro. Una cosa che m’è successa realmente. Certo, ciò costituisce un trampolino per il mio universo immaginario. Il resto della storia non m’è mai capitato.

Che cosa suggerisci a un giovane che vuole approcciarsi alla scrittura?

Di leggere molto: di essere, prima di tutto, un gran lettore.

Apprezzi i libri di qualche scrittore italiano?

Certamente. In primis, l’Inferno di Dante. E molti altri. I racconti di Buzzati e di Calvino hanno contato molto per la mia formazione di scrittore, così come i due romanzi di Buzzati: Il Deserto de Tartari e Il grande ritratto. Potrei citare anche l’opera di Cesare Pavese, così come Gli anni perduti di Brancati, o ancora Senilità di Italo Svevo, ma anche, ovviamente, Kaputt e La Pelle, due capolavori di Malaparte… Ma devo ammettere che non leggo autori italiani contemporanei, nonostante molti siano tradotti in francese. Ci sono troppi bei libri su questo pianeta, una vita da lettore non basterà mai per conoscerli tutti. Ah, sì, ho letto Seta di Alessandro Baricco. Un libro che m’ha deluso. Non ho ben capito perché abbia avuto tanto successo in Francia.

Sei tu il guardiano del faro?

Sì e no. Un po’. Ma sai, in fondo in fondo, non è poi così importante per il lettore cercare di sapere se l’autore si nasconde dietro questo o quel personaggio. È un lato di me gettato in un mondo assurdo, un po’ comico e nero allo stesso tempo.

Orazio Labbate (da ilmucchio.it)
10 ottobre 2016


Le Musiche, scelte da Claudio Tesser

Pink FloydShine On You Crazy Diamond (Parts I-V) [Richard Wright/David Gilmour]
Pink FloydWelcome To The Machine [Pink Floyd/Roger]
Gavin BryarsThe Sinking of the Titanic (Live) [Gavin Bryars]
Brian EnoThe Ship [Brian Eno]
Brian EnoFickle Sun (i) [Brian Eno]
Ólafur Arnalds1995 [Ólafur Arnalds]
Ólafur ArnaldsDoria [Ólafur Arnalds]
Ólafur ArnaldsÁrbakkinn [Ólafur Arnalds]
Ólafur ArnaldsStudy For Player Piano (II) [Ólafur Arnalds]
Bernard Haitink: Royal Concertgebouw OrchestraDebussy: La Mer, Jeux De Vagues [Claude Debussy]
Royal Concertgebouw OrchestraDebussy: La Mer, Dialogue Du Vent Et De La Mer [Claude Debussy]
Royal Concertgebouw OrchestraDebussy: La Mer, De L'Aube À Midi Sur La Mer [Claude Debussy]
Brian EnoThree Variations On The Canon In D Major: (ii) French Catologues [John Pachelbel]
Alexei LubimovPregando [Arvo Pärt]
Alexei LubimovLamentabile [Arvo Pärt]
Jordi SavallMarais: Sarabande À L'Espagnol [Marin Marais]
Jordi SavallSchenck: Aria Burlesca In D [Johannes Schenck
Jordi SavallMachy: Prelude In D Minor [Le Sieur De Machy]
Charles TrenetLa Mer [Charles Trenet]

]]>
info@sherwood.it (Sherwood Network)
<![CDATA[Diserzioni: Viaggio notturno]]>

Lungo una strada bagnata
scorrevano le mie emozioni
e attraverso le gocce sul finestrino
scivolavano nell'ignoto
riflettendosi nell'orizzonte buio
di un viaggio notturno

 

Les Discreet: Virée nocturne

Mark Lanegan: Nocturne

Hante: Eternite

Hunϯer.ѧnѧmi: Orlog.in

Noire Shapes: Claire

ZéM: True

Wu Wei - Automated Shadows

Neozaïre: Blue Bell Treasure

Slowdive: Falling Ashes

Telefon Tel Aviv: Something Akin To Lust

Stefano Guzzetti: Night

 

]]>
info@sherwood.it (Sherwood Network)
<![CDATA[“Take Five, Jazz & dintorni” del 25 maggio 2017]]>

Poche chiacchiere! senza scuse, senza fili conduttori, senza temi o argomenti ispiratori, stavolta ci ascoltiamo una bella serie di novità discografiche, molte delle quali provenienti da alcune delle etichette nazionali amiche di questo programma, Abeat, Via Veneto, Parco della Musica, ma non mancano neppure alcune produzioni internazionali per rendere la puntata un po’ più completa nel suo panorama… un suggerimento: ascoltate bene le riletture comprese in questa lista, specialmente quella di Mussorsky da parte di Vito di Modugno, e quella dei King Crimson da parte di B. Ferra/P. Dalla Porta/F. Sferra e G. Petrella, imperdibili, anche se poi ci sono quelle di Charlie Chaplin, Dizzy Gillespie, Kenny Wheeler e Sam Rivers… un consiglio: godetevi il Brasile tradotto in Napoletano, di Maria de Vito, una perla!  e poi un finale infiltratissimo di suoni e sapori dal mondo, lingua occitana, Cuba, il mio buon Brasile (un eccellente Roberto Taufic), Argentina, Napoli…

Buon ascolto.   JPY

************************************************************************

Playlist:

01. take five (P. Desmond) – Dave Brubeck 4et – time out (columbia) - 1959

02. con alma (D. Gillespie) – Gonzalo Rubalcaba – fe/faith (passion rec.) - 2010

03. promenade 1 (M.P. Mussorsky) – Vito di Modugno – my pictures at an exibition (Abeat) - 2017

04. revontulet (M. de Aloe) – Max de Aloe Baltic Trio – valo (Abeat) - 2017

05. Beatrice (S. Rivers) – Lorenzo Cominoli – city of dreams (Abeat) - 2017

06. smatter (K. Wheeler) – Inside Jazz 4et – four by four (Abeat) - 2017

07. now! (R. Gatto) – Roberto Gatto 4et – now (Abeat) - 2017

08. I talk to the wind (Mc Donald/Sinfield) – Bebo Ferra/ Paolino Dalla Porta/Fabrizio Sferra/Gianluca Petrella – frames of Crimson (Via Veneto Jazz) - 2017

09. skyscapes (Y. Goloubev) – Roberto Olzer 4et – floatin’ (Abeat) - 2017

10. cantor (M. Zenon) – Miguel Zenon – tipico (miel) - 2016

11. smile (C. Chaplin) – Mirko Signorile/Claudio Filippini/Giovanni Guidi – the three pianos (musica jazz ed.) - 2017

12. better than yesterday (J. De Francesco) – Joey De Francesco – project freedom (mc avenue) - 2016

13. mains libres (D. Douglas) – dada people (greenleaf) - 2016

14. giant steps (J. Coltrane) – Matt Criscuolo – dialogue (jezzeria)

15. keter (G. Coen) – Gabriele Coen 6et – Sephirot, Kabbalah in music (parco della musica)  - 2017

16. a costruçao/ ‘a costruzione (C. Buarque/M.P. De Vito) – Maria Pia de Vito – core/coraçao (via veneto jazz) - 2017

17. segrados (R. Taufic) – Roberto Taufic/Fausto Beccalossi/Carlos Buschini – tres mundos (abeat) - 2017

18. la rumba me llamo yo (D. Arocena) - Daymè Arocena  - Cubafonia (brownswood) - 2017

19. navega (Moussu T) – Moussu T e Lei Jovents – navega (world village) - 2016

20. wish you were here/skip step – Nate Smith – kinkfolk, postcards from everywhere (ropeadope) - 2016

21. take five (P. Desmond) – Dave Brubeck 4et – time out (columbia) - 1959

 
]]>
info@sherwood.it (Sherwood Network)
<![CDATA[Le Granate del 29 maggio 2017]]>

Siamo arrivati alla fine della stagione sportiva della Sanpre e siamo alla fine anche di quella radiofonica per Le Granate, che in questa puntata finale chiudono alla grande con super ospiti provenienti da tutte le squadre della nostra polisportiva e che ci racconteranno come sono andati i campionati.

Di lato il podcast, qui sotto i brani

Lumpen - Sloop John B (Beach Boys Cover) [Sigla]

Moderat - Bad Kngdom

Dente - Beato Me (28/06 @ Sherwood Festival)

Lo Stato Sociale - Quello Che Le Donne Non Dicono (23 giugno @ Sherwood Festival)

Er Costa - Enbiei

St Paul & The Broken Bones - Call me

Jerry and The Pacemakers - You'll Never Walk Alone [Chiusura]

]]>
info@sherwood.it (Sherwood Network)
<![CDATA[Diserzioni: Deep down]]>

sconfinare nel silenzio
oppure in suoni emozionanti
quelli che ti scuotono dolcemente
quelli che spingono l'animo
a coltivare la sensibilità
ad andare in profondità

Vacant: Deep Down

Vagrant: Riverboat

Ecepta: By My Side

Deadboy: Cabalero

Tim Schaufert & Cashforgold: Lost

Axel Grassi-Havnen: Arcane

Tru.Ant: My Dreams

Marco Shuttle : Adrift

Burial: Beachfire

Fis & Rob Thorne: Phase Transition.

]]>
info@sherwood.it (Sherwood Network)
<![CDATA[ReadBabyRead_335_Éric_Faye_7]]>

Essere nel mondo confinati in sé stessi, vittime nei propri errori in modo inconvertibile, è la natura dell’uomo qui dipinta con straordinario talento dal geniale scrittore francese Éric Faye, che con sapienza imbastisce un dialogo con l’indefinito e lo rende materia letteraria potente. Il racconto più lungo di questa bella raccolta – che da il titolo al libro – è Sono il guardiano del faro, in cui un uomo che non ha nulla da segnalare al mondo, se non il fatto stesso di vivere in un faro completamente isolato in mezzo al mare, diventa vittima della costante disattesa dell’arrivo di qualche evento che dia senso alle sue giornate: è la prova narrativa che rappresenta al meglio tutti i precetti disseminati nei racconti precedenti, in un’ascesa metafisica verso la dissoluzione del mondo razionale e in un completo annichilimento interiore.


ReadBabyRead #335 del 25 maggio 2017


Éric Faye 
Sono il guardiano del faro


(
parte 7 di 8)


per info su F. Ventimiglia e C. Tesser:

Lettura e altri crimini
iTunes podcast


voce: Francesco Ventimiglia


“Sono il guardiano del faro, il guardiano della torre d'avorio al di là del vortice delle anime, da qualche anno a questa parte. È un'opera notevole che sorge dal mare, bisogna vederlo nei giorni di pioggia, placido come me quando salgo sul balcone superiore, accanto alla lanterna. Il faro ha questa particolarità, quella d'esser stato costruito in alto mare, lontano dalle coste che, a quanto pare, è possibile scorgere quando fa sereno; a memoria d'uomo un giorno così non s'è mai levato da queste parti.

Ha questo di singolare, che non ha alcuna scogliera da segnalare. Qui il mare è profondo, niente minaccia le eventuali navi. Del resto è stato costruito alla larga dalle rotte marittime, proprio per non essere d'impedimento alla circolazione dei bastimenti, non dargli modo di pensare che ci siano pericoli per mare”.


La letteratura perturbante di Eric Faye

Intervista all'autore francese

"Sono il guardiano del faro" è la raccolta di storie pubblicata da Racconti edizioni


“Sono il guardiano del faro” (Racconti edizioni, 2016), scritto da Eric Faye, è un libricino di novelle dal gusto kafkiano. Ne ho scritto, più approfonditamente, nel numero di ottobre del Mucchio cartaceo: la metafisica dei racconti di Faye non lascia traccia del reale e le storie sembrano tutte come sospese, cioè partecipi di un tempo impalpabile. I personaggi quindi sono e non-sono. Vivono ma sembrano non-vivere. Pare, come dicevo, intravedersi sopra la narrazione l’aura di Kafka, ma anche una divinità malefica che giostra la solitudine e la brama di ascesa dei personaggi del volume.

Lo scrittore francese, con la sua prima raccolta di racconti Je suis le gardien du phare, ha vinto il Prix de Deux Magots nel 1998. Con Nagasaki, invece si aggiudica il Grand Prix du roman de l’Academie française.

Ho avuto l’opportunità di intervistarlo, via mail, attraverso i suoi editori italiani di Racconti edizioni. Ringrazio Valentina D’Onofrio per la traduzione.

Che cos’è, secondo te, la Letteratura?

Io citerei quanto detto da Fernando Pessoa in Il libro dell’inquietudine: «La letteratura, come ogni forma d’arte, è la confessione che la vita non basta». E Kafka, nei suoi diari: «Scrivo per mettere qualcosa al riparo dalla morte».

Le tue novelle sono impregnate di una misterica bellezza: mi ricordano i racconti kafkiani. Kafka ti ha influenzato?

Indubbiamente… Diciamo che sono stato un gran lettore di Kafka, mi sono messo più volte «alla sua ricerca» tra le strade di Praga… Amo la sua arte del racconto, il suo modo di comprendere il fantastico e, chiaramente, i temi di Il Processo e Il Castello. Sartre vedeva in Kafka il fondatore del fantastico moderno, al cui centro v’è l’uomo, l’uomo in quanto mistero. C’è un prima e un dopo Kafka. Non si può immaginare la letteratura moderna senza Kafka.

Quali sono gli scrittori del passato che hanno segnato la tua letteratura?

Si possono citare, oltre a Kafka, Gogol’, Conrad, Cortázar e poi, quanto al pensiero, Seneca, Marco Aurelio, Epitteto; io citerei anche Julien Gracq, Maupassant e Čechov per la loro arte del racconto…

La tua lingua è quasi silenziosa, e pertanto perturbante. Da dove trai questo mondo, direi, splendidamente orrifico?

Da dove lo traggo? Sicuramente dalle mie angosce, dai miei sogni, dalle mie passioni letterarie…

Qual è il luogo fisico in cui dedichi la tua attività di scrittura?

Per diversi anni, sono andato a scrivere nei caffè, di mattina. Avevo bisogno del brusio di un caffè, bisogno di guardare la strada e l’animazione del caffè, di sentire la presenza della gente intorno a me. Ora scrivo a casa mia, su una poltrona o sulla scrivania. Quando sono in viaggio, a volte scrivo negli hotel, almeno per prendere appunti.

Quando hai incominciato a impegnarti con continuità nella scrittura?

All’età di vent’anni ho scritto un grosso romanzo storico sulla guerra civile greca del 1940-1950 che è rimasto inedito. Era un romanzo di formazione, un romanzo molto maldestro che non corrisponde proprio più al mio universo e al mio modo di scrivere attuali. Penso che la mia scrittura e il mio universo siano «maturati» intorno ai 25-30 anni d’età ed è verso il 1990 che ho scritto tutti i miei primi racconti, di cui una parte è stata riunita nella raccolta Sono il Guardiano del faro.

Nelle tue novelle c’è il tuo Io reale? O quello fantasmatico, di  uno scrittore consapevole dell’Aldilà, che io sento così incombente nel tuo narrare?

A volte, nei miei racconti c’è un punto di partenza che attinge dalla mia vita. Un esempio è un racconto in cui il narratore non riesce a rientrare nel suo appartamento perché la porta gli si è chiusa dietro e le chiavi sono rimaste dentro. Una cosa che m’è successa realmente. Certo, ciò costituisce un trampolino per il mio universo immaginario. Il resto della storia non m’è mai capitato.

Che cosa suggerisci a un giovane che vuole approcciarsi alla scrittura?

Di leggere molto: di essere, prima di tutto, un gran lettore.

Apprezzi i libri di qualche scrittore italiano?

Certamente. In primis, l’Inferno di Dante. E molti altri. I racconti di Buzzati e di Calvino hanno contato molto per la mia formazione di scrittore, così come i due romanzi di Buzzati: Il Deserto de Tartari e Il grande ritratto. Potrei citare anche l’opera di Cesare Pavese, così come Gli anni perduti di Brancati, o ancora Senilità di Italo Svevo, ma anche, ovviamente, Kaputt e La Pelle, due capolavori di Malaparte… Ma devo ammettere che non leggo autori italiani contemporanei, nonostante molti siano tradotti in francese. Ci sono troppi bei libri su questo pianeta, una vita da lettore non basterà mai per conoscerli tutti. Ah, sì, ho letto Seta di Alessandro Baricco. Un libro che m’ha deluso. Non ho ben capito perché abbia avuto tanto successo in Francia.

Sei tu il guardiano del faro?

Sì e no. Un po’. Ma sai, in fondo in fondo, non è poi così importante per il lettore cercare di sapere se l’autore si nasconde dietro questo o quel personaggio. È un lato di me gettato in un mondo assurdo, un po’ comico e nero allo stesso tempo.

Orazio Labbate (da ilmucchio.it)
10 ottobre 2016


Le Musiche, scelte da Claudio Tesser

Pink FloydShine On You Crazy Diamond (Parts I-V) [Richard Wright/David Gilmour]
Pink FloydWelcome To The Machine [Pink Floyd/Roger]
Gavin BryarsThe Sinking of the Titanic (Live) [Gavin Bryars]
Brian EnoThe Ship [Brian Eno]
Brian EnoFickle Sun (i) [Brian Eno]
Ólafur Arnalds1995 [Ólafur Arnalds]
Ólafur ArnaldsDoria [Ólafur Arnalds]
Ólafur ArnaldsÁrbakkinn [Ólafur Arnalds]
Ólafur ArnaldsStudy For Player Piano (II) [Ólafur Arnalds]
Bernard Haitink: Royal Concertgebouw OrchestraDebussy: La Mer, Jeux De Vagues [Claude Debussy]
Royal Concertgebouw OrchestraDebussy: La Mer, Dialogue Du Vent Et De La Mer [Claude Debussy]
Royal Concertgebouw OrchestraDebussy: La Mer, De L'Aube À Midi Sur La Mer [Claude Debussy]
Brian EnoThree Variations On The Canon In D Major: (ii) French Catologues [John Pachelbel]
Alexei LubimovPregando [Arvo Pärt]
Alexei LubimovLamentabile [Arvo Pärt]
Jordi SavallMarais: Sarabande À L'Espagnol [Marin Marais]
Jordi SavallSchenck: Aria Burlesca In D [Johannes Schenck
Jordi SavallMachy: Prelude In D Minor [Le Sieur De Machy]
Charles TrenetLa Mer [Charles Trenet]

]]>
info@sherwood.it (Sherwood Network)
<![CDATA[Le Granate del 22 maggio 2017]]>

Ventiduesimo appuntamento stagionale con "Le Granate". Ci avviciniamo alla conclusione della stagione e in questa puntata parliamo del San Precario Sport Festival, che ha tenuto la sua seconda edizione nel week end al Parco Milchovic a Padova. Intervistiamo Roberta Li Calzi, consigliera comunale a presso il Comune di Bologna e avvocatessa, che ci spiegherà cosa comporta la differenza di genere nello sport dal punto di vista legale. Alessia Rotondo ci presenterà il documentario "Voglio Una Ruota" sul ruolo che ha avuto la bicicletta nell'affermare i diritti delle donne in campo sportivo e non solo. E poi Christian "Picciotto" Paterniti, con il progetto che compie dieci anni quest'anno di "Mediterraneo Antirazzista", nato a Palermo e che si sta espandendo in tutta Italia. Infine non mancheranno, come sempre, la "Settimana Precaria" e la buona musica che troverete allo Sherwood Festival 2017.

Di lato il podcast, qui sotto i brani

Lumpen - Sloop John B (Beach Boys Cover) [Sigla]

Sick Tamburo - Il Fiore Per Te (10/06 Sherwood Festival)

Ghali - Ninna Nanna (11/07 Sherwood Festival)

Baustelle - Lili Marleen 08/07 Sherwood Festival)

The Bloody Beetroots - Rockstedy (01/07 Sherwood Festival)

Picciotto - Sogno Brigante (Ft. Murumbutu) (Murumbutu 02/07 Sherwood Festival)

Jerry and The Pacemakers - You'll Never Walk Alone [Chiusura]

]]>
info@sherwood.it (Sherwood Network)
<![CDATA[“Take Five, Jazz & dintorni” del 11 maggio 2017]]>

Qualche settimana fa si è celebrato ovunque il cinquantesimo anniversario della nascita ufficiale dei Pink Floyd… mezzo secolo!!! Per chi li ha vissuti, come al solito, sembra impossibile che sia passato così tanto tempo (ovviamente sulla scala temporale umana) eppure è così, ed è vero anche che questi ragazzi inglesi hanno segnato la Storia della Musica con le loro intuizioni, invenzioni, improvvisazioni, con i loro happening, con le mitiche “suites”, i brani quasi senza limiti di durata. Non potevo non dedicare loro uno spazietto d’onore almeno in una delle puntate di questo programma visto che, come me, anche alcuni dei “nostri” musicisti, più o meno coetanei, ne sono rimasti affascinati in gioventù e ancora li ricordano, al punto da tradurne alcune composizioni nel nostro linguaggio jazz. Apertura e chiusura quindi con due diverse riletture di “Money”, titolo che evoca significativamente le conseguenze del loro successo planetario! Nella puntata ci sarà poi spazio, ovviamente, per le novità discografiche di turno, stavolta delle etichette Cam Jazz, Tosky Rec., Dodicilune Dischi e Nusica.org, ma soprattutto per una sorta di “bonsai” del Vicenza Jazz Festival 2017. Infatti, oltre alla chiacchieratina di presentazione con il direttore artistico e fondatore Riccardo Brazzale, ascolteremo in successione identica al programma dello storico festival, giunto alla 22^ edizione, i principali artisti invitati alla rassegna che apre le manifestazioni tipiche della cosiddetta bella stagione, appunto i Festivals. Solo i principali, visto che Riccardo Brazzale, noto anche come direttore della Lydian Sound Orchestra, una fra le più importanti band del panorama nazionale, ha preparato una lista di ben 150 concerti sparsi ovunque in Vicenza e dintorni. Quindi Uri Caine, Dave Douglas, Black Art Jazz Collective, Chris Potter, Gonzalo Rubalcaba, Dee Dee Bridgewater, Enrico Rava, Geri Allen, e l’attesissimo Jacob Collier (22enne neo vincitore di due Grammy)  in rappresentanza di tutti gli altri, compreso Umberto Petrin e Stefano Benni, impegnati in un omaggio a Thelonious Monk nell’ambito delle celebrazioni per il suo centesimo anniversario della nascita. Buon ascolto.   JPY

 ***********************************************************************

Playlist:

01. take five (p. Desmond) – Dave Brubeck 4et – time out (columbia) - 1959

02. money (R. Waters) – Roberto Gatto – Progressivamente (La Repubblica) - 2008

03. broadwalk sunshine (J.P. Koch) – Dock in Absolute – Dock in Absolute (cam jazz) - 2017

04. pianeti affini (G. Falzone) – Giovanni Falzone – pianeti affini (cam jazz) - 2017

05. for life (Y. Lateeff) – Dario Germani – for life (tosky) - 2013

06. Mr. Jay (L. Masciari) – Luigi Masciari/Aaron Parks/Roberto Giaquinto – the Gsession (tosky) - 2016

07. dancing swan (F. Giachino) – Fabio Giachino -  north clouds (tosky) - 2017

08. giant steps (J. Coltrane) – Claudio Piselli – now (dodici lune) – 2017

09. re: person I knew (B. Evans) – Mc Candless/Taylor/Balducci/Rabbia – Evansiana (dodicilune) - 2017

10. Valentina Tereskova (S. Tasca) – XY 4et – orbite (nusica. Org) - 2017

11. tufrial (J. Zorn) – Uri Caine – Moloch: 6° book of angels (tzadik) - 2006

12. deep river (trad.) – Dave Douglas 5et – brazen heart (greenleaf) - 2015

13. live at Lincoln Center – Black Art Jazz Collective - 2017

14. yasodhara (C. Potter) – Chris Potter – the dream is the dreamer (ecm) - 2017

15. night in Tunisia (D. Gillespie)  - Gonzalo Rubalcaba – live 2016

16. one fine thing (H. Connick Jr.) – Dee Dee Bridgewater – Dee Dee’s Feathers (okeh) - 2015

17. the man I love (G. Gershwin) – Enrico Rava – Tati (ecm) - 2005

18. lush life (B. Strayhorne) – Geri Allen/Dave Holland/Jack DeJohnette – the life of a song (telarc) - 2004

19. dont worry bout a thing (S. Wonder) – Jacob Collier – in my room (membran) - 2016

20. lover man/nature boy (J. Davis,R.Ramirez,J. Sherman/E. Ahbez) – Antonella Chionna meets Pat Battstone –rylenonable (dodicilune) - 2017

21. money (R. Waters) – Rita Marcotulli – Pink Floyd (La Repubblica) - 2008

22. take five (p. Desmond) – Dave Brubeck 4et – time out (columbia) - 1959

]]>
info@sherwood.it (Sherwood Network)
<![CDATA[Diserzioni: Spiegare le ali]]>

a volte può sembrare una prigione
anche l'immaginazione
chiusa a chiave dalle catene della formattazione
sono sbarre da spezzare per farla ancora volare
liberandola da recinti e barriere
perché possa finalmente le sue ali spiegare


100 Day Delay: Raise Your Wings

Forest Swords: Border Margin Barrier

Forest Biz: In the glen

Drohves - _Escape

Insomnia: Unpleasant

Bucky: Meltdown

aLone: Black

Lynchobite: Need You.

Nuage: Wild

KOSIKK: Expanse

Jack-o -Lantern: Wonderful Times

]]>
info@sherwood.it (Sherwood Network)
<![CDATA[ReadBabyRead_334_Éric_Faye_6]]>

Essere nel mondo confinati in sé stessi, vittime nei propri errori in modo inconvertibile, è la natura dell’uomo qui dipinta con straordinario talento dal geniale scrittore francese Éric Faye, che con sapienza imbastisce un dialogo con l’indefinito e lo rende materia letteraria potente. Il racconto più lungo di questa bella raccolta – che da il titolo al libro – è Sono il guardiano del faro, in cui un uomo che non ha nulla da segnalare al mondo, se non il fatto stesso di vivere in un faro completamente isolato in mezzo al mare, diventa vittima della costante disattesa dell’arrivo di qualche evento che dia senso alle sue giornate: è la prova narrativa che rappresenta al meglio tutti i precetti disseminati nei racconti precedenti, in un’ascesa metafisica verso la dissoluzione del mondo razionale e in un completo annichilimento interiore.


ReadBabyRead #334 del 18 maggio 2017


Éric Faye 
Sono il guardiano del faro


(
parte 6 di 8)


per info su F. Ventimiglia e C. Tesser:

Lettura e altri crimini
iTunes podcast


voce: Francesco Ventimiglia


“Sono il guardiano del faro, il guardiano della torre d'avorio al di là del vortice delle anime, da qualche anno a questa parte. È un'opera notevole che sorge dal mare, bisogna vederlo nei giorni di pioggia, placido come me quando salgo sul balcone superiore, accanto alla lanterna. Il faro ha questa particolarità, quella d'esser stato costruito in alto mare, lontano dalle coste che, a quanto pare, è possibile scorgere quando fa sereno; a memoria d'uomo un giorno così non s'è mai levato da queste parti.

Ha questo di singolare, che non ha alcuna scogliera da segnalare. Qui il mare è profondo, niente minaccia le eventuali navi. Del resto è stato costruito alla larga dalle rotte marittime, proprio per non essere d'impedimento alla circolazione dei bastimenti, non dargli modo di pensare che ci siano pericoli per mare”.


La letteratura perturbante di Eric Faye

Intervista all'autore francese

"Sono il guardiano del faro" è la raccolta di storie pubblicata da Racconti edizioni


“Sono il guardiano del faro” (Racconti edizioni, 2016), scritto da Eric Faye, è un libricino di novelle dal gusto kafkiano. Ne ho scritto, più approfonditamente, nel numero di ottobre del Mucchio cartaceo: la metafisica dei racconti di Faye non lascia traccia del reale e le storie sembrano tutte come sospese, cioè partecipi di un tempo impalpabile. I personaggi quindi sono e non-sono. Vivono ma sembrano non-vivere. Pare, come dicevo, intravedersi sopra la narrazione l’aura di Kafka, ma anche una divinità malefica che giostra la solitudine e la brama di ascesa dei personaggi del volume.

Lo scrittore francese, con la sua prima raccolta di racconti Je suis le gardien du phare, ha vinto il Prix de Deux Magots nel 1998. Con Nagasaki, invece si aggiudica il Grand Prix du roman de l’Academie française.

Ho avuto l’opportunità di intervistarlo, via mail, attraverso i suoi editori italiani di Racconti edizioni. Ringrazio Valentina D’Onofrio per la traduzione.

Che cos’è, secondo te, la Letteratura?

Io citerei quanto detto da Fernando Pessoa in Il libro dell’inquietudine: «La letteratura, come ogni forma d’arte, è la confessione che la vita non basta». E Kafka, nei suoi diari: «Scrivo per mettere qualcosa al riparo dalla morte».

Le tue novelle sono impregnate di una misterica bellezza: mi ricordano i racconti kafkiani. Kafka ti ha influenzato?

Indubbiamente… Diciamo che sono stato un gran lettore di Kafka, mi sono messo più volte «alla sua ricerca» tra le strade di Praga… Amo la sua arte del racconto, il suo modo di comprendere il fantastico e, chiaramente, i temi di Il Processo e Il Castello. Sartre vedeva in Kafka il fondatore del fantastico moderno, al cui centro v’è l’uomo, l’uomo in quanto mistero. C’è un prima e un dopo Kafka. Non si può immaginare la letteratura moderna senza Kafka.

Quali sono gli scrittori del passato che hanno segnato la tua letteratura?

Si possono citare, oltre a Kafka, Gogol’, Conrad, Cortázar e poi, quanto al pensiero, Seneca, Marco Aurelio, Epitteto; io citerei anche Julien Gracq, Maupassant e Čechov per la loro arte del racconto…

La tua lingua è quasi silenziosa, e pertanto perturbante. Da dove trai questo mondo, direi, splendidamente orrifico?

Da dove lo traggo? Sicuramente dalle mie angosce, dai miei sogni, dalle mie passioni letterarie…

Qual è il luogo fisico in cui dedichi la tua attività di scrittura?

Per diversi anni, sono andato a scrivere nei caffè, di mattina. Avevo bisogno del brusio di un caffè, bisogno di guardare la strada e l’animazione del caffè, di sentire la presenza della gente intorno a me. Ora scrivo a casa mia, su una poltrona o sulla scrivania. Quando sono in viaggio, a volte scrivo negli hotel, almeno per prendere appunti.

Quando hai incominciato a impegnarti con continuità nella scrittura?

All’età di vent’anni ho scritto un grosso romanzo storico sulla guerra civile greca del 1940-1950 che è rimasto inedito. Era un romanzo di formazione, un romanzo molto maldestro che non corrisponde proprio più al mio universo e al mio modo di scrivere attuali. Penso che la mia scrittura e il mio universo siano «maturati» intorno ai 25-30 anni d’età ed è verso il 1990 che ho scritto tutti i miei primi racconti, di cui una parte è stata riunita nella raccolta Sono il Guardiano del faro.

Nelle tue novelle c’è il tuo Io reale? O quello fantasmatico, di  uno scrittore consapevole dell’Aldilà, che io sento così incombente nel tuo narrare?

A volte, nei miei racconti c’è un punto di partenza che attinge dalla mia vita. Un esempio è un racconto in cui il narratore non riesce a rientrare nel suo appartamento perché la porta gli si è chiusa dietro e le chiavi sono rimaste dentro. Una cosa che m’è successa realmente. Certo, ciò costituisce un trampolino per il mio universo immaginario. Il resto della storia non m’è mai capitato.

Che cosa suggerisci a un giovane che vuole approcciarsi alla scrittura?

Di leggere molto: di essere, prima di tutto, un gran lettore.

Apprezzi i libri di qualche scrittore italiano?

Certamente. In primis, l’Inferno di Dante. E molti altri. I racconti di Buzzati e di Calvino hanno contato molto per la mia formazione di scrittore, così come i due romanzi di Buzzati: Il Deserto de Tartari e Il grande ritratto. Potrei citare anche l’opera di Cesare Pavese, così come Gli anni perduti di Brancati, o ancora Senilità di Italo Svevo, ma anche, ovviamente, Kaputt e La Pelle, due capolavori di Malaparte… Ma devo ammettere che non leggo autori italiani contemporanei, nonostante molti siano tradotti in francese. Ci sono troppi bei libri su questo pianeta, una vita da lettore non basterà mai per conoscerli tutti. Ah, sì, ho letto Seta di Alessandro Baricco. Un libro che m’ha deluso. Non ho ben capito perché abbia avuto tanto successo in Francia.

Sei tu il guardiano del faro?

Sì e no. Un po’. Ma sai, in fondo in fondo, non è poi così importante per il lettore cercare di sapere se l’autore si nasconde dietro questo o quel personaggio. È un lato di me gettato in un mondo assurdo, un po’ comico e nero allo stesso tempo.

Orazio Labbate (da ilmucchio.it)
10 ottobre 2016


Le Musiche, scelte da Claudio Tesser

Pink FloydShine On You Crazy Diamond (Parts I-V) [Richard Wright/David Gilmour]
Pink FloydWelcome To The Machine [Pink Floyd/Roger]
Gavin BryarsThe Sinking of the Titanic (Live) [Gavin Bryars]
Brian EnoThe Ship [Brian Eno]
Brian EnoFickle Sun (i) [Brian Eno]
Ólafur Arnalds1995 [Ólafur Arnalds]
Ólafur ArnaldsDoria [Ólafur Arnalds]
Ólafur ArnaldsÁrbakkinn [Ólafur Arnalds]
Ólafur ArnaldsStudy For Player Piano (II) [Ólafur Arnalds]
Bernard Haitink: Royal Concertgebouw OrchestraDebussy: La Mer, Jeux De Vagues [Claude Debussy]
Royal Concertgebouw OrchestraDebussy: La Mer, Dialogue Du Vent Et De La Mer [Claude Debussy]
Royal Concertgebouw OrchestraDebussy: La Mer, De L'Aube À Midi Sur La Mer [Claude Debussy]
Brian EnoThree Variations On The Canon In D Major: (ii) French Catologues [John Pachelbel]
Alexei LubimovPregando [Arvo Pärt]
Alexei LubimovLamentabile [Arvo Pärt]
Jordi SavallMarais: Sarabande À L'Espagnol [Marin Marais]
Jordi SavallSchenck: Aria Burlesca In D [Johannes Schenck
Jordi SavallMachy: Prelude In D Minor [Le Sieur De Machy]
Charles TrenetLa Mer [Charles Trenet]

]]>
info@sherwood.it (Sherwood Network)
<![CDATA[ReadBabyRead_333_Éric_Faye_5]]>

Essere nel mondo confinati in sé stessi, vittime nei propri errori in modo inconvertibile, è la natura dell’uomo qui dipinta con straordinario talento dal geniale scrittore francese Éric Faye, che con sapienza imbastisce un dialogo con l’indefinito e lo rende materia letteraria potente. Il racconto più lungo di questa bella raccolta – che da il titolo al libro – è Sono il guardiano del faro, in cui un uomo che non ha nulla da segnalare al mondo, se non il fatto stesso di vivere in un faro completamente isolato in mezzo al mare, diventa vittima della costante disattesa dell’arrivo di qualche evento che dia senso alle sue giornate: è la prova narrativa che rappresenta al meglio tutti i precetti disseminati nei racconti precedenti, in un’ascesa metafisica verso la dissoluzione del mondo razionale e in un completo annichilimento interiore.


ReadBabyRead #333 dell'11 maggio 2017


Éric Faye 
Sono il guardiano del faro


(
parte 5 di 8)


per info su F. Ventimiglia e C. Tesser:

Lettura e altri crimini
iTunes podcast


voce: Francesco Ventimiglia


“Sono il guardiano del faro, il guardiano della torre d'avorio al di là del vortice delle anime, da qualche anno a questa parte. È un'opera notevole che sorge dal mare, bisogna vederlo nei giorni di pioggia, placido come me quando salgo sul balcone superiore, accanto alla lanterna. Il faro ha questa particolarità, quella d'esser stato costruito in alto mare, lontano dalle coste che, a quanto pare, è possibile scorgere quando fa sereno; a memoria d'uomo un giorno così non s'è mai levato da queste parti.

Ha questo di singolare, che non ha alcuna scogliera da segnalare. Qui il mare è profondo, niente minaccia le eventuali navi. Del resto è stato costruito alla larga dalle rotte marittime, proprio per non essere d'impedimento alla circolazione dei bastimenti, non dargli modo di pensare che ci siano pericoli per mare”.


La letteratura perturbante di Eric Faye

Intervista all'autore francese

"Sono il guardiano del faro" è la raccolta di storie pubblicata da Racconti edizioni


“Sono il guardiano del faro” (Racconti edizioni, 2016), scritto da Eric Faye, è un libricino di novelle dal gusto kafkiano. Ne ho scritto, più approfonditamente, nel numero di ottobre del Mucchio cartaceo: la metafisica dei racconti di Faye non lascia traccia del reale e le storie sembrano tutte come sospese, cioè partecipi di un tempo impalpabile. I personaggi quindi sono e non-sono. Vivono ma sembrano non-vivere. Pare, come dicevo, intravedersi sopra la narrazione l’aura di Kafka, ma anche una divinità malefica che giostra la solitudine e la brama di ascesa dei personaggi del volume.

Lo scrittore francese, con la sua prima raccolta di racconti Je suis le gardien du phare, ha vinto il Prix de Deux Magots nel 1998. Con Nagasaki, invece si aggiudica il Grand Prix du roman de l’Academie française.

Ho avuto l’opportunità di intervistarlo, via mail, attraverso i suoi editori italiani di Racconti edizioni. Ringrazio Valentina D’Onofrio per la traduzione.

Che cos’è, secondo te, la Letteratura?

Io citerei quanto detto da Fernando Pessoa in Il libro dell’inquietudine: «La letteratura, come ogni forma d’arte, è la confessione che la vita non basta». E Kafka, nei suoi diari: «Scrivo per mettere qualcosa al riparo dalla morte».

Le tue novelle sono impregnate di una misterica bellezza: mi ricordano i racconti kafkiani. Kafka ti ha influenzato?

Indubbiamente… Diciamo che sono stato un gran lettore di Kafka, mi sono messo più volte «alla sua ricerca» tra le strade di Praga… Amo la sua arte del racconto, il suo modo di comprendere il fantastico e, chiaramente, i temi di Il Processo e Il Castello. Sartre vedeva in Kafka il fondatore del fantastico moderno, al cui centro v’è l’uomo, l’uomo in quanto mistero. C’è un prima e un dopo Kafka. Non si può immaginare la letteratura moderna senza Kafka.

Quali sono gli scrittori del passato che hanno segnato la tua letteratura?

Si possono citare, oltre a Kafka, Gogol’, Conrad, Cortázar e poi, quanto al pensiero, Seneca, Marco Aurelio, Epitteto; io citerei anche Julien Gracq, Maupassant e Čechov per la loro arte del racconto…

La tua lingua è quasi silenziosa, e pertanto perturbante. Da dove trai questo mondo, direi, splendidamente orrifico?

Da dove lo traggo? Sicuramente dalle mie angosce, dai miei sogni, dalle mie passioni letterarie…

Qual è il luogo fisico in cui dedichi la tua attività di scrittura?

Per diversi anni, sono andato a scrivere nei caffè, di mattina. Avevo bisogno del brusio di un caffè, bisogno di guardare la strada e l’animazione del caffè, di sentire la presenza della gente intorno a me. Ora scrivo a casa mia, su una poltrona o sulla scrivania. Quando sono in viaggio, a volte scrivo negli hotel, almeno per prendere appunti.

Quando hai incominciato a impegnarti con continuità nella scrittura?

All’età di vent’anni ho scritto un grosso romanzo storico sulla guerra civile greca del 1940-1950 che è rimasto inedito. Era un romanzo di formazione, un romanzo molto maldestro che non corrisponde proprio più al mio universo e al mio modo di scrivere attuali. Penso che la mia scrittura e il mio universo siano «maturati» intorno ai 25-30 anni d’età ed è verso il 1990 che ho scritto tutti i miei primi racconti, di cui una parte è stata riunita nella raccolta Sono il Guardiano del faro.

Nelle tue novelle c’è il tuo Io reale? O quello fantasmatico, di  uno scrittore consapevole dell’Aldilà, che io sento così incombente nel tuo narrare?

A volte, nei miei racconti c’è un punto di partenza che attinge dalla mia vita. Un esempio è un racconto in cui il narratore non riesce a rientrare nel suo appartamento perché la porta gli si è chiusa dietro e le chiavi sono rimaste dentro. Una cosa che m’è successa realmente. Certo, ciò costituisce un trampolino per il mio universo immaginario. Il resto della storia non m’è mai capitato.

Che cosa suggerisci a un giovane che vuole approcciarsi alla scrittura?

Di leggere molto: di essere, prima di tutto, un gran lettore.

Apprezzi i libri di qualche scrittore italiano?

Certamente. In primis, l’Inferno di Dante. E molti altri. I racconti di Buzzati e di Calvino hanno contato molto per la mia formazione di scrittore, così come i due romanzi di Buzzati: Il Deserto de Tartari e Il grande ritratto. Potrei citare anche l’opera di Cesare Pavese, così come Gli anni perduti di Brancati, o ancora Senilità di Italo Svevo, ma anche, ovviamente, Kaputt e La Pelle, due capolavori di Malaparte… Ma devo ammettere che non leggo autori italiani contemporanei, nonostante molti siano tradotti in francese. Ci sono troppi bei libri su questo pianeta, una vita da lettore non basterà mai per conoscerli tutti. Ah, sì, ho letto Seta di Alessandro Baricco. Un libro che m’ha deluso. Non ho ben capito perché abbia avuto tanto successo in Francia.

Sei tu il guardiano del faro?

Sì e no. Un po’. Ma sai, in fondo in fondo, non è poi così importante per il lettore cercare di sapere se l’autore si nasconde dietro questo o quel personaggio. È un lato di me gettato in un mondo assurdo, un po’ comico e nero allo stesso tempo.

Orazio Labbate (da ilmucchio.it)
10 ottobre 2016


Le Musiche, scelte da Claudio Tesser

Pink FloydShine On You Crazy Diamond (Parts I-V) [Richard Wright/David Gilmour]
Pink FloydWelcome To The Machine [Pink Floyd/Roger]
Gavin BryarsThe Sinking of the Titanic (Live) [Gavin Bryars]
Brian EnoThe Ship [Brian Eno]
Brian EnoFickle Sun (i) [Brian Eno]
Ólafur Arnalds1995 [Ólafur Arnalds]
Ólafur ArnaldsDoria [Ólafur Arnalds]
Ólafur ArnaldsÁrbakkinn [Ólafur Arnalds]
Ólafur ArnaldsStudy For Player Piano (II) [Ólafur Arnalds]
Bernard Haitink: Royal Concertgebouw OrchestraDebussy: La Mer, Jeux De Vagues [Claude Debussy]
Royal Concertgebouw OrchestraDebussy: La Mer, Dialogue Du Vent Et De La Mer [Claude Debussy]
Royal Concertgebouw OrchestraDebussy: La Mer, De L'Aube À Midi Sur La Mer [Claude Debussy]
Brian EnoThree Variations On The Canon In D Major: (ii) French Catologues [John Pachelbel]
Alexei LubimovPregando [Arvo Pärt]
Alexei LubimovLamentabile [Arvo Pärt]
Jordi SavallMarais: Sarabande À L'Espagnol [Marin Marais]
Jordi SavallSchenck: Aria Burlesca In D [Johannes Schenck
Jordi SavallMachy: Prelude In D Minor [Le Sieur De Machy]
Charles TrenetLa Mer [Charles Trenet]

]]>
info@sherwood.it (Sherwood Network)
<![CDATA[Diserzioni: Lacrime Frattali]]>

Percorro suoni, che si incrociano
in infinite scie senza fine,
un eterno divenire di piccole mutazioni,
sfumature e riflessi di eterni flussi
che lentamente scivolano giù
e goccia dopo goccia si infrangono
come lacrime frattali

 

Skit: Fractal Tears

CLFRD:  timeframe

Whisper: Where the Wild Things Are

Holly x VVV - C4C8E3

TPOCTHNK189: breathe

Quantum Optics: I'm near

Mr_Mitch: If I Wanted

Curtis Heron: we will pray for you

Nebula: Rarity

Shumno (feat. blΔnc): Swiftly

Alva Noto: Milan (for Kostas Murkudis)

]]>
info@sherwood.it (Sherwood Network)
<![CDATA[ReadBabyRead_332_Éric_Faye_4]]>

Essere nel mondo confinati in sé stessi, vittime nei propri errori in modo inconvertibile, è la natura dell’uomo qui dipinta con straordinario talento dal geniale scrittore francese Éric Faye, che con sapienza imbastisce un dialogo con l’indefinito e lo rende materia letteraria potente. Il racconto più lungo di questa bella raccolta – che da il titolo al libro – è Sono il guardiano del faro, in cui un uomo che non ha nulla da segnalare al mondo, se non il fatto stesso di vivere in un faro completamente isolato in mezzo al mare, diventa vittima della costante disattesa dell’arrivo di qualche evento che dia senso alle sue giornate: è la prova narrativa che rappresenta al meglio tutti i precetti disseminati nei racconti precedenti, in un’ascesa metafisica verso la dissoluzione del mondo razionale e in un completo annichilimento interiore.


ReadBabyRead #332 del 4 maggio 2017


Éric Faye 
Sono il guardiano del faro


(
parte 4 di 8)


per info su F. Ventimiglia e C. Tesser:

Lettura e altri crimini
iTunes podcast


voce: Francesco Ventimiglia


“Sono il guardiano del faro, il guardiano della torre d'avorio al di là del vortice delle anime, da qualche anno a questa parte. È un'opera notevole che sorge dal mare, bisogna vederlo nei giorni di pioggia, placido come me quando salgo sul balcone superiore, accanto alla lanterna. Il faro ha questa particolarità, quella d'esser stato costruito in alto mare, lontano dalle coste che, a quanto pare, è possibile scorgere quando fa sereno; a memoria d'uomo un giorno così non s'è mai levato da queste parti.

Ha questo di singolare, che non ha alcuna scogliera da segnalare. Qui il mare è profondo, niente minaccia le eventuali navi. Del resto è stato costruito alla larga dalle rotte marittime, proprio per non essere d'impedimento alla circolazione dei bastimenti, non dargli modo di pensare che ci siano pericoli per mare”.


La letteratura perturbante di Eric Faye

Intervista all'autore francese

"Sono il guardiano del faro" è la raccolta di storie pubblicata da Racconti edizioni


“Sono il guardiano del faro” (Racconti edizioni, 2016), scritto da Eric Faye, è un libricino di novelle dal gusto kafkiano. Ne ho scritto, più approfonditamente, nel numero di ottobre del Mucchio cartaceo: la metafisica dei racconti di Faye non lascia traccia del reale e le storie sembrano tutte come sospese, cioè partecipi di un tempo impalpabile. I personaggi quindi sono e non-sono. Vivono ma sembrano non-vivere. Pare, come dicevo, intravedersi sopra la narrazione l’aura di Kafka, ma anche una divinità malefica che giostra la solitudine e la brama di ascesa dei personaggi del volume.

Lo scrittore francese, con la sua prima raccolta di racconti Je suis le gardien du phare, ha vinto il Prix de Deux Magots nel 1998. Con Nagasaki, invece si aggiudica il Grand Prix du roman de l’Academie française.

Ho avuto l’opportunità di intervistarlo, via mail, attraverso i suoi editori italiani di Racconti edizioni. Ringrazio Valentina D’Onofrio per la traduzione.

Che cos’è, secondo te, la Letteratura?

Io citerei quanto detto da Fernando Pessoa in Il libro dell’inquietudine: «La letteratura, come ogni forma d’arte, è la confessione che la vita non basta». E Kafka, nei suoi diari: «Scrivo per mettere qualcosa al riparo dalla morte».

Le tue novelle sono impregnate di una misterica bellezza: mi ricordano i racconti kafkiani. Kafka ti ha influenzato?

Indubbiamente… Diciamo che sono stato un gran lettore di Kafka, mi sono messo più volte «alla sua ricerca» tra le strade di Praga… Amo la sua arte del racconto, il suo modo di comprendere il fantastico e, chiaramente, i temi di Il Processo e Il Castello. Sartre vedeva in Kafka il fondatore del fantastico moderno, al cui centro v’è l’uomo, l’uomo in quanto mistero. C’è un prima e un dopo Kafka. Non si può immaginare la letteratura moderna senza Kafka.

Quali sono gli scrittori del passato che hanno segnato la tua letteratura?

Si possono citare, oltre a Kafka, Gogol’, Conrad, Cortázar e poi, quanto al pensiero, Seneca, Marco Aurelio, Epitteto; io citerei anche Julien Gracq, Maupassant e Čechov per la loro arte del racconto…

La tua lingua è quasi silenziosa, e pertanto perturbante. Da dove trai questo mondo, direi, splendidamente orrifico?

Da dove lo traggo? Sicuramente dalle mie angosce, dai miei sogni, dalle mie passioni letterarie…

Qual è il luogo fisico in cui dedichi la tua attività di scrittura?

Per diversi anni, sono andato a scrivere nei caffè, di mattina. Avevo bisogno del brusio di un caffè, bisogno di guardare la strada e l’animazione del caffè, di sentire la presenza della gente intorno a me. Ora scrivo a casa mia, su una poltrona o sulla scrivania. Quando sono in viaggio, a volte scrivo negli hotel, almeno per prendere appunti.

Quando hai incominciato a impegnarti con continuità nella scrittura?

All’età di vent’anni ho scritto un grosso romanzo storico sulla guerra civile greca del 1940-1950 che è rimasto inedito. Era un romanzo di formazione, un romanzo molto maldestro che non corrisponde proprio più al mio universo e al mio modo di scrivere attuali. Penso che la mia scrittura e il mio universo siano «maturati» intorno ai 25-30 anni d’età ed è verso il 1990 che ho scritto tutti i miei primi racconti, di cui una parte è stata riunita nella raccolta Sono il Guardiano del faro.

Nelle tue novelle c’è il tuo Io reale? O quello fantasmatico, di  uno scrittore consapevole dell’Aldilà, che io sento così incombente nel tuo narrare?

A volte, nei miei racconti c’è un punto di partenza che attinge dalla mia vita. Un esempio è un racconto in cui il narratore non riesce a rientrare nel suo appartamento perché la porta gli si è chiusa dietro e le chiavi sono rimaste dentro. Una cosa che m’è successa realmente. Certo, ciò costituisce un trampolino per il mio universo immaginario. Il resto della storia non m’è mai capitato.

Che cosa suggerisci a un giovane che vuole approcciarsi alla scrittura?

Di leggere molto: di essere, prima di tutto, un gran lettore.

Apprezzi i libri di qualche scrittore italiano?

Certamente. In primis, l’Inferno di Dante. E molti altri. I racconti di Buzzati e di Calvino hanno contato molto per la mia formazione di scrittore, così come i due romanzi di Buzzati: Il Deserto de Tartari e Il grande ritratto. Potrei citare anche l’opera di Cesare Pavese, così come Gli anni perduti di Brancati, o ancora Senilità di Italo Svevo, ma anche, ovviamente, Kaputt e La Pelle, due capolavori di Malaparte… Ma devo ammettere che non leggo autori italiani contemporanei, nonostante molti siano tradotti in francese. Ci sono troppi bei libri su questo pianeta, una vita da lettore non basterà mai per conoscerli tutti. Ah, sì, ho letto Seta di Alessandro Baricco. Un libro che m’ha deluso. Non ho ben capito perché abbia avuto tanto successo in Francia.

Sei tu il guardiano del faro?

Sì e no. Un po’. Ma sai, in fondo in fondo, non è poi così importante per il lettore cercare di sapere se l’autore si nasconde dietro questo o quel personaggio. È un lato di me gettato in un mondo assurdo, un po’ comico e nero allo stesso tempo.

Orazio Labbate (da ilmucchio.it)
10 ottobre 2016


Le Musiche, scelte da Claudio Tesser

Pink FloydShine On You Crazy Diamond (Parts I-V) [Richard Wright/David Gilmour]
Pink FloydWelcome To The Machine [Pink Floyd/Roger]
Gavin BryarsThe Sinking of the Titanic (Live) [Gavin Bryars]
Brian EnoThe Ship [Brian Eno]
Brian EnoFickle Sun (i) [Brian Eno]
Ólafur Arnalds1995 [Ólafur Arnalds]
Ólafur ArnaldsDoria [Ólafur Arnalds]
Ólafur ArnaldsÁrbakkinn [Ólafur Arnalds]
Ólafur ArnaldsStudy For Player Piano (II) [Ólafur Arnalds]
Bernard Haitink: Royal Concertgebouw OrchestraDebussy: La Mer, Jeux De Vagues [Claude Debussy]
Royal Concertgebouw OrchestraDebussy: La Mer, Dialogue Du Vent Et De La Mer [Claude Debussy]
Royal Concertgebouw OrchestraDebussy: La Mer, De L'Aube À Midi Sur La Mer [Claude Debussy]
Brian EnoThree Variations On The Canon In D Major: (ii) French Catologues [John Pachelbel]
Alexei LubimovPregando [Arvo Pärt]
Alexei LubimovLamentabile [Arvo Pärt]
Jordi SavallMarais: Sarabande À L'Espagnol [Marin Marais]
Jordi SavallSchenck: Aria Burlesca In D [Johannes Schenck
Jordi SavallMachy: Prelude In D Minor [Le Sieur De Machy]
Charles TrenetLa Mer [Charles Trenet]

]]>
info@sherwood.it (Sherwood Network)
<![CDATA[Diserzioni: Perso nel pensiero]]>

per sopportare l'assurdità
di questo mondo malato,
per fuggire dal rancore
di chi mi sta attorno,
mi immergo nel suono
e mi perdo totalmente nel pensiero

 

Elyon: Lost In Thoughts

Annie Smart: Blow Me a Kiss (Tru.anT Edit)

Vacant & Sorrow: Requiem

Sorrow : My Love (Spheriá's Rework Version)

Dark_Sky: Angels

Giz: Worlds Within Us

Pensee: Laguna

Gaussian Curve: Ceremony

Clem Leek: The Breeze

Dreissk: Near The Shore

]]>
info@sherwood.it (Sherwood Network)