<![CDATA[ webzine | Sherwood - La migliore alternativa]]> https://www.sherwood.it <![CDATA[Snatura Rock dell'8 ottobre 2017]]>

h14.45 Intervista a Orelle
Elisabetta Pasquale, in arte Orelle, è cantante e contrabbassista. Dopo un primo EP "Primulae Radix" del 2015, qualche mese fa è tornata con il suo esordio "Argo" uscito per Black Candy. La voce di Orelle è di quelle da far perder la gravità. Ci racconta, cantando in italiano, di sentimenti feriti ma anche di un modo poetico di affrontarli, all'interno di una struttura evanescente ma anche ben strutturata. Momenti di vita vissuti sulla propria pelle, rielaborati dalle melodie che ricamano aspetti prima invisibili e che dopo diventano punto di forza, perché rappresentano l'esperienza e quindi la forza. Il fil di voce di questa ragazza pulito e avvolgente è dove ti accorgi che ancora belle canzoni ci aspettano, dentro bellissimi dischi che si faranno sempre più ricchi di strumenti nuovi.

h15.30 Intervista agli Eugenio in Via di Gioia
Gli Eugenio in Via di Gioia hanno iniziato come buskers e a quanto pare ancora oggi continuano a 'provare' le loro canzoni provandole per strada tra la gente. Trovo questo meraviglioso e ammetto che si sente in effetti dalle loro canzoni del disco nuovo "Tutti su per terra", secondo album dopo "Lorenzo Federici", il loro esordio uscito per Libellula cinque anni fa. Con un sorriso amaro ci raccontano futuri catastrofici, amori che diventano ossessioni, la necessità di cavarsela da soli o una prima pace mondiale. Canzoni 'ballerine' che rimangono fisse nella testa e nel cuore. Ne parliamo con Paolo di Gioia, batterista, cajon, percussioni e cori. Completano il gruppo Eugenio Cesaro alla voce, chitarra e ukulele; Eugenio Via: pianoforte, fisarmonica e cori e Lorenzo Federici al basso e ai cori.

h16.00 Intervista a Ciccio Zabini
Ciccio Zabini è un cantante e musicista meraviglioso che si tiene per sé le sue canzoni da venti anni. Finalmente si è deciso a pubblicarne una decina su un suo esordio uscito qualche mese fa per Libellula e intitolato "Albume". L'armonica, il jazz, ritmi portoghese, una voce cavernosa alla De Andrè e una poeticità disarmante, ti portano a lasciare che tutto ti avvolga. Momenti emozionali inquadrati da un occhio sensibile che raggiunge chi lo ascolta anche se questo dovesse farlo distrattamente.

h16.30 Intervista agli Ella Goda
Gli Ella Goda dalla Val Seriana di Bergamo sono un trio punk con una voce melodica e pulita, quella del meraviglioso Brian Zaninoni, che suona anche le chitarre e il pianoforte. Al basso e ai sintetizzatori c'è Sebastiano Pezzoli e alla batteria e alle percussioni Marco Tower. Ci raccontano del loro esordio omonimo appena uscito per Bulbart label. Un disco di canzoni cantate in italiano con una grande cura per i testi e le voci. Ivan Graziani e Angelo Branduardi tra le similitudini e attinenze. Storie astratte, racconti di sguardi e chitarre storte con il pianoforte per il momenti più alti del loro rock pop. Ne parliamo con Marco.

Francesca Ognibene

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<![CDATA[Snatura Rock dell'8 ottobre 2017]]> info@sherwood.it (Sherwood Network) <![CDATA[Snatura Rock dell'8 ottobre 2017]]> info@sherwood.it (Sherwood Network) <![CDATA[Snatura Rock dell'8 ottobre 2017]]> info@sherwood.it (Sherwood Network) <![CDATA[Trent'anni di Cso Pedro - Inaugurazione della nuova pizzeria]]>

Domenica 8 OttobreC.S.O. PedroVia Ticino, 5 - Padova

 

Trent'anni di Cso Pedro

 

Mostra multimediale sui 30 anni di occupazione

Inaugurazione della nuova pizzeria

Dj set

 

 

Ci prepariamo ai prossimi 30 anni!
Sono stati 30 anni di lotta politica, di costruzione passo dopo passo di reti sociali e solidali, di riappropriazione di spazi e diritti, a partire dalla condivisione di valori come l'antifascismo e la lotta a tutte le discriminazioni.

30 anni che hanno lasciato un segno nella città di Padova, 30 anni di CSO Pedro.
Un anniversario importante, da festeggiare adeguatamente, ma anche un punto di partenza, per costruire insieme i prossimi 30, 40, 50 anni.

Per conoscere tutti i progetti e le idee che ruotano intorno al centro sociale di via ticino vi invitiamo domenica 8 ottobre dalle ore 18. In apertura godetevi un aperitivo e una mostra multimediale sui 30 anni trascorsi e dalle 19.30 inaugureremo la nuova pizzeria! 
A seguire si aprono le danze con un dj set!


Menu:

Pizza + Birra media/Bibita media a 12 euro


E' necessaria la prenotazione entro venerdì 6 ottobre, chiamando o scrivendo ad Asia al numero 3451660111, o con una mail all'indirizzo asia.pastorello.87@gmail.com


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<![CDATA[Snatura Rock dell'1 ottobre 2017]]>

h14.45 Intervista a Sawara
Fabio Agnesina, in arte Sawara, è tornato con terzo album "L'eccitante Attesa". Un disco spesso commovente. Una lunga notte passata con se stessi in una serie di immagini musicali visibili, create chiaramente che raccontano i pensieri interiori. Ossessioni segrete per momenti passati in solitudine ad attendere, gustando il sapore, il piacere dell'attesa, come ne "Il sabato del villaggio" di Leopardi. Storie intime da non nascondere e lucidare a nuovo. Una voce quasi fredda, seria che ci racconta della sofferenza di un uomo che esprime i propri sentimenti nonostante le conseguenze vissute.

h15.30 Intervista agli Slivovitz
"Liver" è la registrazione di un concerto a Milano degli strepitosi Slivovits da Napoli. Un settetto con strumenti per eseguire la classica, l'attitudine al rock e all'avanguardia. Un live in effetti dimostra il loro impatto dirompente col sax tenore drammatico, il violino elettrico che buca le pareti e arriva ad aprire al cielo. Strette sulle note basse e un grande impatto che attraversa il jazz e il progressive ma spinto dal rock e dal prog e rasserenato dal blues. Ne parliamo con Pietro Santangelo, sax tenore.

h16.00 Intervista ai Sula Ventrebianco
"Più Niente" è il quarto album dei Sula Ventrebianco uscito qualche mese fa per Ikebana records. Un album registrato in analogico e che sembra per i ragazzi un ulteriore passo avanti nel processo creativo che li porta a sperimentare con le velocità delle voci, le parti strumentali e ballate struggenti rimanendo ancorati al crossover con cui si sono formati. Un quartetto d'archi per supportare la canzone che chiude il disco a dimostrare inoltre quante varianti i ragazzi di Napoli reggono rimanendo credibili. Ne parliamo con Giuseppe Cataldo, chitarrista.

h16.30 Intervista a Carlo Barbagallo
"9" è l'ultimo album solista del produttore e plurimusicista cantante Carlo Barbagallo di Siracusa. Il suo disco nuovo col piccolo aiuto di una ventina di musicisti è piacevole dall'inizio alla fine ricamato dal folk, dal jazz, dal noise, dal soul e coltri di elettronica. Le trame sono mordenti e ricche di spunti emotivi e visioni del dolore e di viaggi interiori. Le storie a volte concrete di persone che si lamentano e si ubriacano se vogliono o sognanti, lisergiche. Un disco che decisamente non potrà annoiarvi. "9" è uscito per Trovarobato e Malintenti Dischi per l'Italia e Stereodischi, Noja Recordings e Wild Love Records per l'estero.

Francesca Ognibene

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<![CDATA[Snatura Rock dell'1 ottobre 2017]]> info@sherwood.it (Sherwood Network) <![CDATA[Snatura Rock dell'1 ottobre 2017]]> info@sherwood.it (Sherwood Network) <![CDATA[Snatura Rock dell'1 ottobre 2017]]> info@sherwood.it (Sherwood Network) <![CDATA[Ad Olol, con tutto l'amore che c'è]]>

Il mondo è sempre più solo quando muore un combattente. E tu, Olol, combattente lo sei sempre stato, nei centri sociali, nelle lotte per la difesa del territorio, in quelle a fianco dei lavoratori. Stanotte si è spezzato un cuore, di quelli tra i più generosi che abbiamo visto, di quelli più appassionati. Quell’infinito amore che hai sempre avuto per l’uguaglianza e per la libertà non si spegne; non si spegnerà mai.

È stato un onore averti al nostro fianco: per noi, tuoi fratelli e sorelle di sempre, per tutto il movimento, che ti ha dato e preso tutti gli anni della tua vita. Una vita breve, troppo breve. Che ci insegna che il mondo si cambia con la voglia di lottare, con quei desideri che abbiamo sempre condiviso e voluto realizzare insieme. No, il dolore non può passare in secondo piano. Ma il dolore è anche la speranza di continuare a guardare il presente ed il futuro anche con i tuoi occhi.

Ciao Olol, con tutto l’amore del mondo

I compagni e le compagne dei Centri sociali del Nord Est e di Adl Cobas

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<![CDATA[Snatura Rock del 24 settembre 2017]]>

h14.45 Intervista agli Airportman
"Dust & Storm" è il quindicesimo album, uscito qualche mese fa per Lizard, in rigoroso ordine che prevede per gli Airportman l'uscita di una disco una volta l'anno, questo dal 2002 al 2017. Anche quest'anno ce l'anno fatta e non ci hanno delusi. Il disco nuovo è un concept album nato dalla foto di un uomo - finita in copertina - la cui immagine è offuscata da una terribile tempesta come quelle devastanti degli anni 30. Otto tracce strumentali in cui si sottolineano i tratti emozionali di chi ha appena perso tutto, la speranza da ricostruire dentro di sé, il futuro da re-immaginare e il passato che rimane solo nei ricordi perché gli oggetti che lo evocavano non ci sono più. Ne parliamo con Giovanni.

h15.30 Intervista a SofaKing
SofaKing aka Paolo Pretto, cantante e chitarrista già conosciuto per i Lemmins, con questo primo disco omonimo, appena uscito per I Dischi del Minollo, è al suo esordio solista. Le canzoni sono nate nella sua cameretta e poi in corso d'opera SofaKing ha completato il sound con il bassista Nicola Sannino. La voce di Paolo riesce ad essere ora ammiccante, ora spettrale e ora sensuale, rimanendo comunque fedele alla melodia pop noise. Nel disco l'autore si spinge oltre il proprio background ma vuole anche riconoscerlo e sottolinearlo. Canzoni davvero piacevoli e ben strutturate.

h16.00 Intervista agli Earthset
Dopo "In a State of altered unconsciousness" di due anni fa il gruppo di Bologna è tornato con un disco nuovo, l'EP "Popism". Cinque canzoni di cui una strumentale in cui dominano i discorsi dei ragazzi del gruppo. Discussioni come intrecci di chitarre noise che sono sempre di più il fiore all'occhiello della struttura delle loro canzoni. Questo evolversi del rock non è nient'altro che un pensiero superiore, che cattura l'aria e l'atmosfera e ti prende dentro e ti ricorda quel che è già stato scritto in passato ma solo perché è semplicemente quel che è già stato anche provato. Ne parliamo con il gruppo al completo.

h16.30 Intervista ai Droning Maud
"Beautiful Mistakes" appena uscito per I Dischi del Minollo è il secondo album sulla lunga distanza per i laziali Droning Maud, dopo "Our Secret Code" uscito per Seahorse e l'ep di debutto "The World of Make Believe" uscito per U.D.U. Records. A dieci anni dalla formazione, le loro chitarre ricamano ancora le melodie per raccontare i momenti speciali. Non manca l'elettronica usata come ossessione e presa di spazi e le melodie storte sperimentali che suggestionano alternando i ritmi ora veloci ora lenti. Ne parliamo con Maurizio Tavani, voce e chitarra.

Francesca Ognibene

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<![CDATA[Snatura Rock del 24 settembre 2017]]> info@sherwood.it (Sherwood Network) <![CDATA[Snatura Rock del 24 settembre 2017]]> info@sherwood.it (Sherwood Network) <![CDATA[Snatura Rock del 24 settembre 2017]]> info@sherwood.it (Sherwood Network) <![CDATA[Snatura Rock del 17 settembre 2017]]>

h14.45 Intervista ai Supercanifradiciadespiaredosi
"Geni Compresi" è il quarto album sulla lunga distanza per il gruppo trentino. Un disco molto convincente e ricco di colori diversi. Giro di chitarre accattivanti con voci canterine tecnicamente sapienti che si districano in danze lisergiche o in melodie dritte o conturbanti. Dopo qualche cambio di formazione sono arrivati all'assetto finale, ma rispetto alla musica ci sarà sempre di ché strabuzzare gli occhi, perché cambiano continuamente la struttura delle loro canzoni nei momenti live, lasciando intatta la creatività e l'appeal. Ne parliamo con Boris, il cantante.

h15.30 Intervista ad Alessio Lega
Molto emozionata di intervistare Alessio Lega per il suo settimo album solista "Marenero, ritratto di un inferno bello mosso". L'amore e la difesa dei deboli, l'anarchia, il racconto concreto, i poeti francesi e le collaborazioni con i Mariposa (tutti o in parte) sono le costanti e le caratteristiche che hanno contraddistinto il cantautore in questi anni. Un disco come sempre ricchissimo di storie del passato, momenti poetici imprigionati da liberare e un sorriso grande da scaldare il cuore.

h16.00 Intervista a Giulia Villari
Giulia Villari, dopo il debutto "River" del 2010, torna con "Real" uscito per Ivory Records. Un disco in cui la cantante e chitarrista romana si avvicina all'elettronica, ma lo fa rimanendo lei con la sua voce fortemente coinvolgente e 'raccontante' e gli strumenti acustici che non mette da parte. Un disco che avvicina l'ascoltatore per i temi trattati che riguardano l'animo umano, ma anche che gode della voce tecnica e poetica assieme di Giulia capace di essere versatile e morbida sia che si tratti di violini che di batterie elettroniche.

h16.30 Intervista ai Il Vuoto Elettrico
Due anni fa il gruppo milanese aveva esordito con "Virale" e adesso con "Traum", ovvero sognare in tedesco, sono tornati. Canzoni che attraversano delle ipotetiche stanze che diventano momenti salienti della vita. La parola diventa importante e i testi sono descrittivi, come anche l'interpretazione diventa atto creativo che aggiunge 'sapore' a queste canzoni taglienti, sognanti e con ottimi momenti di sana tensione. Per il loro esordio avevano avuto un'esperienza 'umana' con il grande Fabio Magistrali che ha registrato il disco in presa diretta estrapolando la loro essenza invece per "Traum" sono stati guidati tecnicamente dalle sapienti mani di Xabier Iriondo che ha lasciato il suo tocco. Ne parliamo con Paolo, cantante e autore dei testi.

Francesca Ognibene

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<![CDATA[Snatura Rock del 17 settembre 2017]]> info@sherwood.it (Sherwood Network) <![CDATA[Snatura Rock del 17 settembre 2017]]> info@sherwood.it (Sherwood Network) <![CDATA[Snatura Rock del 17 settembre 2017]]> info@sherwood.it (Sherwood Network) <![CDATA[AQUAGRANDA in crescendo a Roma]]>

Appuntamento mercoledì 20 settembre, dopo la proiezione speciale del cortometraggio di Gianni Amelio "Casa d'Altri", a partire dalle 21,30, al Cinema Farnese con il documentario Aquagranda in crescendo, di Giovanni Pellegrini, presente alle Giornate degli Autori nel corso della 74° edizione della Mostra del Cinema di Venezia. Nell'ambito della 23esima edizione di "Il Cinema attravrso i grandi festival", che porta nella capitale alcune dei titoli legai alla Mostra del Cinema di Venezia, arriva a Roma il film che parla della storia e della cultura di Venezia, realizzato e prodotto da una troupe di giovani, dal regista Giovanni Pellegrini, alla giovane realtà produttiva KAMA Productions di Riccardo Biadene. In seguito a Venezia74 il documentario è stato raccontato anche dalla stampa internazionale con un pezzo uscito su El Paìs. “L’acqua alta fa parte del DNA di Venezia, fin dalla sua fondazione, segue i ritmi della natura – racconta il regista - per 6 ore cresce e per 6 ore cala, solo che in alcune occasioni accade qualcosa di memorabile. Il 4 novembre del 1966 una particolare situazione meteo provocò l’acqua alta più grave della storia, con un valore di +194 cm sul medio mare e tutta la città è stata sommersa dall’acqua per quasi per 24 ore”. Aquagranda in crescendo racconta il Teatro La Fenice durante la realizzazione di Aquagranda, l’opera-evento che commemora i 50 anni dalla terribile alluvione che colpì Venezia il 4 novembre 1966. Attraverso le testimonianze di chi ha vissuto quella tremenda giornata e le interviste ai creatori dell’Opera (in primis il compositore Filippo Perocco, il regista Damiano Michieletto e i librettisti Luigi Cerantola e Roberto Bianchin), le musiche, i lavori di preparazione dello spettacolo, le impressionanti immagini di repertorio dell'archivio RAI e dell'Archivio Montanaro, il documentario narra un momento cruciale della storia della città lagunare; secondo gli autori, l'abbandono di molte case del centro storico come conseguenza dell’alluvione ha dato inizio alla trasformazione della città dei dogi in parco turistico.


L'opera Aquagranda ha aperto la stagione 2017/18 del Teatro La Fenice per volontà del sovrintendente Cristiano Chiarot e del direttore artistico Fortunato Ortombina, ed è stata recentemente insignita del prestigioso Premio speciale Abbiati 2017. A partire dal romanzo di Roberto Bianchin, “Acqua Granda. Il romanzo dell’alluvione” ogni maestranza ha contribuito a creare un’opera nuova, che parte dalla cronaca e arriva a una dimensione esistenziale, che usa il dialetto veneziano e una raffinata tecnologia nell’allestimento, che prevede lo svuotarsi di un gigantesco acquario in scena nell'evocazione del culmine dell’alluvione. Il documentario racconta la costruzione dello spettacolo, dalla ricerca dei costumi all’idea scenografica, alle prove dei cantanti con il regista, le prove dell'orchestra, del coro, dei figuranti-ballerini. Il racconto delle prove ricalca la successione delle scene dello spettacolo; il film ricostruisce l'andamento di tutto lo spettacolo, ma nelle sue diverse fasi di produzione. Aquagranda in crescendo segue il crescere dell'opera, dalla fase di ideazione al primo giorno di prove fino alla sera della prima. Ma ci sono anche immagini di archivio: “in particolare due, scattate a Piazza San Marco – racconta Pellegrini - sintetizzano come un campo e controcampo ideale le due facce contrastanti dell’alluvione del ‘66. La prima è la famosa foto che ritrae la basilica di San Marco e il Palazzo Ducale sferzati dalle onde, un’immagine apocalittica che racconta molto bene la fragilità di Venezia ed il pericolo che ha corso. Nel controcampo invece vediamo un bar allagato in cui è stata fatta entrare una gondola, e attorno ad essa un gruppo di persone sorridenti che beve il caffè. Il fatto è che per molti veneziani si trattava semplicemente di un’acqua alta un po’ più alta del solito, un avvenimento tutto sommato normale, non si poteva immaginare gli effetti che avrebbe avuto, anche perché sono stati principalmente a lungo termine”.

IL TEAM

Giovane e veneziano il team del documentario: diretto da Giovanni Pellegrini (1981), regista di documentari, cortometraggi e spot (tra gli altri “Bring the sun home” pluripremiato nel mondo), e prodotto da Riccardo Biadene (1973), anch'egli regista e autore di film documentari premiati nel mondo (tra gli altri Come un uomo sulla terra e Alain Danielou-Il Labirinto di una vita, uscito a giugno in Italia al Biografilm Festival di Bologna) con KAMA Productions, nuova casa di produzioni audiovisive orientata alla musica, alle arti performative e al dialogo interculturale. Veneti anche la montatrice Chiara Andrich e i tecnici del suono Mattia Biadene e Alessandro Romano e la produzione con Fabrizio Weiss, Valentina Lacchin, e Tommaso Santinon.


KAMA Productions è una casa di produzioni nata per favorire la discussione e gli scambi tra la cultura orientale e occidentale, soprattutto attraverso approfondimenti sulla musica e le arti performative. Kama ha coprodotto e distribuito il lm documentario “Alain Daniélou Il Labirinto di una Vita” e ha prodotto il lm documentario “AQUAGRANDA in crescendo”, sull’opera lirica AQUAGRANDA, che commemora i 50 anni dalla grande alluvione a Venezia del 1966. KAMA produce anche concerti ed eventi di arti performative (ricordiamo tra gli altri Pt. Hariprasad Chaurasia all’Auditorium Parco della Musica di Roma e le Canzoni di Tagore alla Fondazioni Cini a Venezia); coproduce inoltre il più importante festival italiano di cultura indiana, che si tiene a Roma ogni anno, il Summer Mela.

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<![CDATA["Medusa" è il ritorno della band Il Giardino dopo l'esordio di tre anni fa]]>

Il Giardino
"Medusa"
Autoprodotto

I Il Giardino da Sassari sono un quintetto che aveva iniziato come duo con Alberto Atzori alla voce e chitarra e Fabiano Musinu alla chitarra. Avevano esordito tre anni fa con “Il Mondo In Due” e adesso con anche Carlo Manca al basso e Simone Giola alla batteria sono tornati con il secondo album sulla lunga distanza “Medusa”. Un disco cantato in italiano come era stato l’esordio ma adesso ci sono in più le tastiere di Edoardo Usai e le parole sono sempre più importanti e nobilitate dalla volontà di voler lasciare un messaggio, per consigliare quasi su come sarebbe meglio fare per non soffrire. “Non fare il punk” ad esempio incita a non bere solo per far finta di essere felici e, parafrasandoli, ‘ridere di chi invece lo fa’ e si mette delle maschere invece di essere sinceri. “Anemone”, che chiude il disco e ricorda lo stile dei Tre Allegri Ragazzi Morti, racconta di chi si tiene a distanza da tutti diventando irraggiungibile: mantenendo questa piccola distanza sale la rabbia di chi vuole bene alla persona in questione ma non si riesce a raggiungere e amare, come nel film “Mia Madre” di Nanni Moretti a cui la canzone è ispirata. “Bambole di carta” è una critica all’usanza di dare un’opinione su tutto, spesso senza cognizione di causa e non pensando all’effetto finale. La sterzata chitarra/batteria iniziale dà subito un punto a loro favore nella canzone che apre il disco e che lo intitola ovvero “Medusa”: una donna capace di uccidere/ pietrificare con uno sguardo e l’innamorato si strugge perché crede che sia colpa sua la fine del rapporto e vorrebbe una motivazione ma purtroppo a volte non c’è nessuna risposta. Bravi ragazzi che cantano.

Francesca Ognibene

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<![CDATA[La band milanese A Total Wall debutta con "Delivery", il primo album sulla lunga distanza]]>

A Total Wall
"Delivery"
Autoprodotto

Gli A Total Wall sono un quartetto di Milano dedito al djent metal. Dopo tre EP - di cui l’ultimo è uscito tre anni fa ‘Soundtrack For Your Honeymoon’ – è arrivato il momento dell’esordio sulla lunga distanza ‘Delivery’ che ben inquadra la band in tecnica e creatività. La versatilità della voce del cantante Gabriele Giacosa dà al gruppo quasi un doppio elemento vocale che passa dal progressive melodico al metal doom atonale e al djent. Si entra e si esce dalle viscere della terra in un’atmosfera tetra su cui battere le proprie idee che diventano dirompenti con la batteria di Davide Bertolini, il basso di Riccardo Maffioli e le chitarre di Umberto Chiroli. Diverse sfumature della rabbia caratterizzano i pezzi che hanno pochi momenti non serrati ma quando ci sono fanno diventare le canzoni quasi jazz, come in “The Right Question”, che inizia raccolta e implosa per poi aprirsi e diventare l’inferno o la stessa title track “Delivey” che nel cuore del pezzo diventa easy listening per qualche secondo. Mi piace poi il gusto hip-hop in “Reproaching Methodologies” per squarciare ogni possibilità di ribattere mettendo davanti parole su parole insultanti che creano un muro indistruttibile. La potenza e la complessità dei pezzi sono in un equilibrio gestito bene anche se questo è il debutto ufficiale, quindi solo l’inizio. Negli anni si scoprono direzioni diverse dove andare, soprattutto per ragazzi come gli A Total Wall che EP dopo EP hanno dimostrato di crescere tecnicamente e volere conoscere e scoprire novità in quanto sani e curiosi. Quindi ci portano nella condizione di fidarci su quello che sarà il disco nuovo fra qualche anno.

Francesca Ognibene

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<![CDATA[Suoni dal confine ]]>

La musica ci accompagna durante la nostra giornata, accende l'immaginazione, è fonte di suggestioni dolorose o, al contrario, serene. Noi diamo per scontata la sua presenza senza però soffermarci sulla sua vera essenza: il suono. Una componente fondamentale presente nella quotidianità ma che vive e si sviluppa anche ai confini della nostra esperienza uditiva. Esistono dei ricercatori che sanno come riconoscerlo e, soprattutto, sanno descriverlo. Leandro Pisano è uno di questi.

Leandro Pisano o forse dovrei dire Dottor Pisano, dietro il tuo nome si muove un universo di incarichi e iniziative culturali. La tua storia in poche righe, riesci a raccontarla?

È una storia radicata nella provincia del Sud, tra Venosa, in Basilicata, dove ho vissuto gli anni della mia adolescenza e la Valle Caudina, area di confine tra Sannio ed Irpinia e luogo di origine della mia famiglia, in cui ho cominciato a fare esperienza nell’organizzazione di piccoli eventi culturali su scala locale. Tutto ha cambiato improvvisamente prospettiva quando nei primissimi anni del nuovo secolo ho cominciato ad accostarmi alle arti digitali e a una serie di ascolti legati alla ricerca estetica di etichette come Raster-Noton, Rune Grammofon, Touch, Line e 12k ed ad artisti come Alva Noto, Ryoji Ikeda, Fennesz, Pan Sonic, Richard Chartier, Taylor Deupree o Biosphere. L’idea di portare alcuni tra questi artisti a performare nei luoghi rurali in cui vivevamo è stata la scintilla da cui è nato nel 2003 il festival Interferenze, di cui ricorre in queste settimane il quindicesimo anniversario. Da lì sono partite e si sono ramificate tutte le connessioni e le dinamiche che hanno generato un movimento di tipo geografico – da allora abbiamo presentato la nostra ricerca in più di venti stati e tre continenti in giro per il pianeta – e di ricerca, che ha prodotto nel corso degli anni festival, residenze artistiche ed altri tipi di format, fino ad arrivare alla pubblicazione del libro di cui parliamo in questa intervista.

I molti che seguono le vicissitudini legate al suono innovativo ti conoscono come fondatore e art director del ben conosciuto festival “Interferenze”. Come è nata l'idea e come si è sviluppata?

Nata come fascinazione pura rispetto agli ascolti ai quali facevo prima accenno ed alla scoperta di certe sperimentazioni artistiche in campo digitale (la software e la new media art), l’idea di Interferenze è poi stata influenzata in modo decisivo dalla dimensione territoriale del progetto. Rispetto al formato del festival di arti elettroniche, vincolato indissolubilmente - a cavallo tra i due secoli - allo spazio urbano e metropolitano, Interferenze proponeva invece una sorta di displacement, di sconfinamento atipico verso il territorio rurale. A partire dalla riflessione su questa irregolarità, abbiamo pensato che il nostro progetto potesse diventare una sorta di spazio di sperimentazione su temi come la ruralità, la comunità, l’ecologia, in intersezione con i linguaggi e i modelli culturali legati al digitale. Lavorando su questa formula, Interferenze è diventato nel corso del tempo un piccolo caso di studio nella scena internazionale, suscitando la curiosità di curatori, istituzioni ed organizzazioni, il cui interesse si è spinto fino all’invito ad organizzare un’edizione giapponese del festival, tenutasi nel 2010 a Tokyo.

Aggiungiamo un altro tassello. Nella tua bio si legge il termine “curatore”. Spiegaci.

Nel linguaggio dell’arte contemporanea, il termine “curatore” fa tradizionalmente riferimento ad una figura in grado di costruire ed attivare connessioni tra gli artisti, le istituzioni ed il pubblico. Si tratta di un ruolo che agisce, dunque, soprattutto all’interno delle istituzioni museali o delle gallerie ed intorno al quale negli ultimi due decenni è nata una questione relativa al senso stesso della sua presenza all’interno delle dinamiche dell’arte del nuovo millennio. Se penso alla definizione di questo profilo, devo dire che la mia esperienza “curatoriale” ha sovente sconfinato, configurandosi molto spesso come un lavoro in larga parte indipendente, di relazione comunitaria, spesso completamente al di fuori degli spazi e dei contesti istituzionali dell’arte. In generale, nel corso del tempo questa ricerca si è focalizzata sull’idea di territorio declinata come tema e strategia curatoriale. Tema, in riferimento alle modalità con cui insieme agli artisti abbiamo discusso e sviluppato pratiche su questioni come la relazione tra rurale ed urbano, la cartografia, l’identità, la comunità, le dinamiche coloniali; strategia curatoriale, e cioè il tentativo di sviluppare i singoli progetti in stretta relazione e dialogo con il contesto all’interno del quale essi sono stati attivati.

Quali i progetti che più ti hanno coinvolto e perché?

È difficile dare una risposta a questa domanda, nel senso che durante il mio percorso ho avuto la possibilità di lavorare a progetti che avessero sempre un significato preciso in senso strategico rispetto alla linea curatoriale e di ricerca che andavo sviluppando. Così, il livello di coinvolgimento è stato sempre alto, sia nel caso in cui mi sia trovato a lavorare a budget zero in progetti indipendenti e di scala molto piccola, come è spesso accaduto negli ultimi anni, sia quando si è trattato di collaborare con istituzioni museali riconosciute, come nel caso della mostra sulla sound art cilena che ho curato al MACRO di Roma insieme ad Antonio Arévalo poche settimane fa.

Gran parte del tuo lavoro lo svolgi all'estero, america latina in particolare. Come è nata questa relazione geografica, un'altra ennesima fuga dalla nostra penisola o una scelta dovuta ad altro?

Una delle questioni attorno alle quali si è articolata la mia ricerca di dottorato è proprio quella relativa alle voci degli artisti sonori provenienti dal Sud del mondo e in senso specifico dall’America del Sud. Nei miei viaggi di ricerca precedenti, dall’Europa agli Stati Uniti al Canada, fino al Giappone, ad Hong Kong e alla Corea, non avevo percepito tracce di connessioni o intersezioni con lavori o contributi di artisti sonori provenienti dall’area sudamericana, sia nelle sedi accademiche che nei contesti di presentazione tradizionali (gallerie, musei, festival). È da questa domanda che è nato un rapporto sempre più profondo di scambio e ricerca con quest’area, che si è sviluppato attraverso viaggi, incontri con artisti e curatori, collaborazioni con alcune istituzioni accademiche, la mostra al MACRO di cui dicevo prima e l’invito a sette artisti di stanza in Colombia, Cile, Uruguay e Peru a prendere parte alle residenze di Liminaria negli ultimi tre anni. Altri progetti sono in cantiere: la traduzione del mio libro in spagnolo da parte di una casa editrice cilena, con pubblicazione e distribuzione in tutta l’area latinoamericana e la partecipazione ad un programma speciale all’interno del progetto Encuentro Lumen nella Patagonia cilena, al quale parteciperò come curatore invitato nel novembre 2018.

In generale, al di là dell’interesse specifico per le pratiche e le riflessioni intorno al suono in area latinoamericana, mi interessa continuare a costruire questo tipo di connessioni in virtù anche dello sviluppo futuribile di una ricerca "da Sud”, anzitutto in senso epistemologico. Proprio in quest’ottica di intersezione relativa alle geografie critiche sul Sud, stiamo lavorando per esempio per portare Liminaria l’anno prossimo in Sicilia, aggiungendo un ulteriore livello alla ricerca "acustemologica” su spazi, territori e paesaggi delle aree mediterranee.

Lecture a Valparaíso, Cile, 2015

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Veniamo al suono, qual'è il tuo rapporto con questo elemento e come si è trasformato nel corso del tempo?

Partirei da un dato importante: il mio interesse intorno al suono non si è combinato ad alcun tipo di percorso di formazione “tecnica”, nel senso che non ho studiato come musicista, non sono un artista sonoro né un musicologo. Il mio approccio alla materia è stato mediato dai cultural studies e da altri tipi di letture trans-disciplinari, penso ai new media studies, alla filosofia, alla geografia critica. È una ricerca supportata da un lavoro di pratiche immersive nel suono stesso, tramite due tipi di esperienze: quella curatoriale e quella dell’ascolto riflesso attraverso la critica musicale in senso stretto, legata alla collaborazione con Blow-Up, cominciata nel 2007 e terminata poche settimane fa. L’avvicinamento alle arti sonore parte da lì, dall’ascolto di una serie di lavori di sperimentazione elettronica, per trovare definizione poi negli ultimi anni in un interesse sempre più orientato al suono come elemento materiale nei processi politici, culturali e dell’arte contemporanea.

A tal proposito mi piacerebbe sentire due parole anche sul progetto che condividi assieme ad Enrico Coniglio con l'etichetta digitale Galaverna. Una domanda che mi serve per entrare in un'area ben specifica.

Galaverna è una piattaforma di produzione di lavori sonori e visuali, nata nel 2012 dal tentativo di tradurre in un progetto una visione condivisa con Enrico intorno ad una serie di elementi estetici ed etici relativi alla produzione ed alla distribuzione di contenuti digitali. In questo senso, richiamarsi a teorie come quella del post-digitale o della decrescita ha rappresentato un modo per attivare insieme agli artisti una riflessione critica rispetto a certe modalità di creazione e diffusione di artefatti digitali nel mercato. Ma il modificarsi rapido dei contesti di riferimento, sia per quanto concerne i processi che le modalità di distribuzione e fruizione dei contenuti, ci ha recentemente posti di fronte ad una serie di interrogativi sul senso stesso del lavoro che stiamo facendo con Galaverna. L’esito di questa riflessione porterà nei prossimi mesi ad una serie di cambiamenti di direzione e di struttura del progetto, di cui stiamo al momento discutendo insieme ad Enrico.

Leandro Pisano e il paesaggio sonoro come nuova esperienza capace di contenere più realtà culturali, compresa ovviamente quella sonora. Come spiegare ad un pubblico abituato a proposte musicali tradizionali questa nuova forma di comunicazione.

Il concetto di soundscape, “paesaggio sonoro”, nato alla fine degli anni Sessanta dello scorso secolo in seno alle ricerche di Murray Schafer e della sua scuola, è stato oggetto negli ultimi anni di una serie di riletture critiche, che ne hanno messo in discussione non solo la nozione originaria di semplice ambiente acustico naturale, che comprende i suoni delle forze umane e non umane nel contesto naturale, ma anche la sua connotazione in senso musicale, come elemento talvolta armonico, per esempio nel caso di alcuni soundscape rurali. Quello che trovo particolarmente interessante in queste recenti riletture è la possibilità di ricollocare il paesaggio sonoro nel dinamismo degli spazi acustico-mediali della contemporaneità e di definire, attraverso di esso, dei percorsi che mettano in discussione il punto di ascolto antropocentrico. In questo rimescolamento di prospettiva, ogni tipo di gerarchizzazione dell’ascolto – mi riferisco a paesaggi sonori ad alta o bassa fedeltà ed in generale ad un approccio musicale più o meno colto – viene messa in questione.

Dall’altra parte, la stessa radice etimologica del termine connota il suono come elemento contiguo alla sfera visuale, attivando una molteplicità di riferimenti sensoriali e culturali che lo rivelano come contesto complesso e dinamico. In questo senso, è proprio a partire dal concetto di soundscape che si può rintracciare la possibilità di accostarsi al paesaggio, in senso lato, attraverso i suoi livelli di multisensorialità ed invisibilità.

Giungo alla parte centrale di questa intervista, dedicata al tuo libro, “Nuove Geografie del Suono – Spazi e Territori nell'Epoca Postdigitale”, da molti considerato come testo illuminante per meglio comprendere i cambiamenti in atto a livello territoriale e paesaggistico. Come sei giunto a tale pubblicazione, cosa ti ha spinto a farlo?

Nel libro converge integralmente il testo, opportunamente rivisto ed aggiornato, della dissertazione dottorale in Studi culturali e postcoloniali del mondo anglofono che ho difeso presso l’Università degli Studi di Napoli “L’Orientale” lo scorso anno. L’esperienza del dottorato ha rappresentato la possibilità di dare una sistemazione accademica alla ricerca indipendente svolta a lungo negli anni precedenti e mi ha fornito una serie di elementi metodologici ed epistemologici che hanno sostanziato la mia prospettiva di studio dandole, appunto, una cornice teorica più solida.

All’interno di questo framework di ricerca, ho avuto modo di sviluppare una ricerca legata al suono inteso come strumento di indagine per comprendere quelle che sono le trasformazioni territoriali a cui stiamo assistendo negli ultimi anni, in seguito all’avvento delle nuove tecnologie di comunicazione e dei processi legati alla globalizzazione. In questo senso, il suono diventa un elemento di analisi di indagine di dinamiche invisibili, impercettibili spesso allo sguardo.

Domanda iniziale che i molti non introdotti si pongono: il paesaggio e il suono, due realtà (solo) apparentemente separate, diverse, lontane. Come interagiscono e cosa possono produrre?

Credo di aver risposto in buona parte alla questione già in precedenza. Come dicevo, la radice del termine paesaggio sonoro/soundscape fa riferimento ad un contesto visualista nell’ambito del quale si articola la presenza del suono. In questo senso, paesaggio/paysage, come “ciò che si vede di...”, e suono costituiscono cioè i poli di tensione di un dualismo, quello visione/ascolto, che tende a sussumere il suono stesso nella sfera visuale. Riconsiderare in senso critico la nozione di paesaggio sonoro apre il campo ad un riequilibrio sensoriale – penso per esempio a quanto siano stati illuminanti in tal senso gli studi di Michel Serres - che parte dalla riconfigurazione del ruolo del suono all’interno del contesto del paesaggio. Questo processo implica anche una possibile riconsiderazione del lessico tradizionalmente adoperato dai sound studies, in relazione per esempio all’uso di soundscape o “ecologia acustica”, che richiede – a mio parere - non l’abbandono verso nuove terminologie, ma piuttosto un rinnovamento linguistico che passa attraverso un processo di riflessione e di rilettura concettuale.

Visto da fuori, sembra un'operazione, un progetto destinato ad un pubblico abituato al linguaggio cattedratico. Il libro stesso non è di facile consultazione per chi non possiede gli strumenti necessari. Ti sei posto il problema della semplificazione del messaggio durante la stesura del testo? A chi è rivolto il tuo lavoro?

Il libro è diviso tre capitoli e solo il primo, che pone le basi teoriche per il resto della trattazione, può essere ostico alla lettura per chi non è addentro ai temi del suono in senso stretto, ma è in ogni caso essenziale perché va a colmare, almeno nelle intenzioni, un vuoto bibliografico esistente in Italia su certi argomenti. Gli altri due capitoli sono decisamente più scorrevoli: in generale penso che questo libro, nell’attraversare tramite il suono territori trans- ed interdisciplinari – dalla filosofia alla geografia, dall’antropologia agli studi culturali - possa riscontrare attenzione da parte di lettori che hanno background, interessi, vocazione e provenienze disparate.

Si pronuncia poco la parola Musica, in queste pagine. Si preferisce usare il termine Suono o meglio, Sound Art. Cerchiamo di spiegare la diversità tra le due esperienze: musica e sound art.

In realtà i due elementi, quello musicale/musicologico e quello della sound art non vengono presentati mai in modo antitetico all’interno della trattazione, quanto piuttosto in tensione tra di loro, con l’idea di non mettere in opposizione due domini disciplinari differenti, nel tentativo di ibridarli per arricchire ciascuno di essi di questioni, prospettive ed approdi nuovi o inattesi. D’altra parte, è vero che una delle riflessioni da cui muove il libro è la possibile messa in discussione dello status minoritario della sound art rispetto alla musica e del suo ruolo di appendice nel dominio delle arti visuali. Questo lavoro di decostruzione poggia dunque su un’ipotesi di allargamento del campo di indagine del sound studies, in un’ottica che libera il suono da ogni subalternità disciplinare nei confronti della musicologia, producendo una moltiplicazione dei livelli di contatto ed intersezione del suono stesso con altre discipline: la filosofia, prima di tutto. È questo uno dei punti più delicati del libro, quello che più ha suscitato discussioni, affrontate in maniera serrata con alcuni musicologi nel corso delle diverse presentazioni in giro per l’Italia nelle scorse settimane. L’idea è quella dell’affermazione della possibilità di un ascolto altro, al di fuori delle coordinate e delle articolazioni musicali, soprattutto quelle della musica ‘colta’.

Può il termine soundscape esser la risposta alla crescente mancanza di innovazione in campo musicale? Potrà contribuire a risollevare la stanchezza nell'ascolto percepita dai più attenti fruitori di innovazione sonora?

Non so. Credo si tratti alla fine poi di percorsi, di traiettorie d’ascolto molto personali. Per quanto mi riguarda, proprio la stanchezza verso un certo tipo di proposte che invece mi avevano entusiasmato negli ultimi due decenni, insieme naturalmente ad un interesse specifico e crescente per alcune pratiche estetiche maturato - per così dire - sul campo, mi hanno spinto sempre di più verso “altri” tipi di territori.

Leandro Pisano con Taylor Deupree, Pedro Tudela, Miguel Carvalhais ed Aurelio Cianciotta a Barsento Mediascape 2013

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Tornando alle tue pagine, esattamente alla 160, si legge: “Il sound artist non si appropria della comunità politicamente o simbolicamente ma, servendosi della forza concreta del suono, contribuisce alla 'liberazione' del paesaggio sonoro della comunità, insieme ad essa, rendendolo spazio attivo al di fuori dalla rappresentazione, dalla referenza, dalle verità oggettive e lo articola come un ambiente fluido (…) nel quale è possibile inscrivere nuove storie, nuove narrazioni, che rimettono in circolo attraverso le pratiche del suono e dell'ascolto elementi già esistenti ed in circolazione nel paesaggio stesso”. Credo che questo passaggio tratto dal capitolo dedicato agli spazi sonori della ruralità, racchiuda gran parte delle intenzioni progettuali legate a questa ancora nuova modalità di ascolto. Potresti tradurre concretamente quanto scritto?

Queste righe sono estrapolate da una riflessione ampia, oggetto di trattazione del terzo capitolo, che riguarda le dinamiche di interazione tra comunità ed artisti sonori, con riferimento specifico ad una serie di pratiche sviluppate nelle aree rurali ed analizzate nel volume. Il punto di partenza è la possibilità di considerare il territorio rurale stesso come un laboratorio culturale in cui riassemblare, attraverso questa interazione, pratiche ed elementi culturali che sono già esistenti. Non più luogo nostalgico, il territorio rurale emerge, attraverso le pratiche dell'arte (sonora) e di un ascolto “profondo”, come uno spazio critico in cui mettere in questione il significato di termini come "comunità" o "identità" ed individuare nuove modalità di traduzione anche rispetto alle tradizioni. L’incontro tra artisti e comunità, attraverso processi temporanei e imprevedibili di traduzione, lascia riaffiorare frammenti di un passato che si apre alle voci ed alle risonanze del presente, alimentando un processo nel quale, a partire dalla rielaborazione dell’attuale, si può re-immaginare il territorio come un “paesaggio diverso”, al di fuori dei luoghi comuni di una ruralità ereditata e posta ai margini dai discorsi della modernità. Ascoltare, in questo senso, prelude alla possibilità di “riguardare” il proprio territorio con occhi diversi, adoperando una metafora usata da Franco Cassano.

Un altro passaggio che ho trovato interessante è quello riguardante il sound mapping e il field recording in relazione a forme di ascolto legate alla consapevolezza di classe. Amerei una tua spiegazione.

Più che di consapevolezza di classe, io parlerei di subalternità e differenze. Come ha scritto Chantal Mouffe, il suono ci mette di fronte all’“ineradicabilità” delle differenze. Lo spazio uditivo, in quanto libero da frontiere in senso visuale, si rivela come un ambiente particolarmente produttivo nel quale pensare alle identificazioni ed alle disarticolazioni culturali – non solo nei discorsi orali e musicali, ma anche nel più ampio contesto del paesaggio sonoro in cui siamo immersi. Al di là di un approccio puramente musicale, la cultura del suono, considerata nel senso più ampio possibile del termine, può potenziare le relazioni inter-culturali, favorire incontri e forme di traduzione culturale, configurare le pratiche di attraversamento dei confini, contribuire a ridefinire i discorsi sul genere, la razza e la differenza e dando nuovo significato a concetti come “identità” e “comunità”.

La suddivisione che fai tra i 'luoghi abbandonati del suono' e 'gli spazi sonori della ruralità'. mi ha particolarmente interessato. Ti ascoltiamo.

Più che una suddivisione, si tratta – di nuovo – di un attraversamento di geografie e dei territori che emergono dal contesto post-globale: aree rurali, luoghi abbandonati, zone ai margini affiorano attraverso modalità di ascolto e pratiche artistiche che le rivelano come spazi “aumentati”, sia dal punto di vista sensoriale che delle risonanze del pensiero. In questo senso, il suono non è semplicemente un linguaggio o uno strumento, ma piuttosto un metodo ed un dispositivo di indagine che invita a riconsiderare l’esperienza e la conoscenza dei luoghi secondo modalità differenti rispetto a quelle mediate dalle categorie del pensiero della modernità. Quanto ai luoghi abbandonati del suono, e cioè quelli che rientrano nel Terzo Paesaggio Sonoro ed agli spazi sonori della ruralità, essi vengono letti come ambienti di conflittualità e problematicità riverberata sul territorio e nello spazio sociale. L’ascolto, all’interno di essi, rende udibile tutto ciò che è invisibile, assente, intangibile, residuale in una sorta di geografia delle rovine: in questo senso, l’attraversamento sonoro palesa un’attenzione “ecologica”, o “ecosofica”, nel momento dell’incontro con il territorio.

Esiste una componente utopica all'interno di questo pensiero o, anche in base alla tua notevole esperienza sul campo, hai assistito a reali cambiamenti o per ora si tratta solo di enunciazioni?

Credo che l’impatto di questo tipo di pratiche e riflessioni sia legato ad una serie di questioni, che sono alla base dell’analisi su cui si costruisce il mio libro: è possibile che le pratiche artistiche sonore producano in qualche modo tensioni “agonistiche” rispetto alle forme egemoniche di soggettivazione, mettendo in discussione le dinamiche di dominazione? Possono aiutarci a rendere percepibili “altre” posizioni, nel momento in cui ci costringono a pensare e a sentire, a continuare ad apprendere? Se la risposta a queste domande è affermativa, allora possiamo, come scrive Owen Hatherley, “cercare di scavare l’utopia”.

Dovessi riassumere illustrando fisicamente la materia, che suoni intesi come supporti discografici e altre letture ci proporresti?

 Cinque lavori discografici:

- Chris Watson, “El Tren Fantasma”, Touch (2011);

- Angus Carlyle & Rupert Cox, “Air Pressure”, Gruenrekorder (2012);

- Budhaditya Chattopadhyay, “Landscape In Metamorphoses”, Gruenrekorder (2007);

- Peter Cusack, “Sounds from Dangerous Places”, ReR Megacorp (2012);

- Francisco López, “Wind (Patagonia)”, and/OAR (2007).

Cinque libri:

- Salomé Voegelin, Sonic Possible Worlds, Bloomsbury, London/New York 2014;

- Anja Kanngieser, Experimental Politics and the Making of Worlds, Ashgate, Farnham 2013;

- Brandon LaBelle, Acoustic Territories. Sound Culture and Everyday Life, Continuum New York, NY 2010;

- Gilles Clément, Manifeste pour le Tiers paysage, Éditions Sujet/Objet, Paris 2004;

- Franco Farinelli, La crisi della ragione cartografica, Einaudi, Torino 2003.

Chiudo con una domanda “filosofica”: cos'è per Leandro Pisano l'esperienza d'ascolto

Semplicemente, l’esperienza dell’ascolto è un atto di contatto e di immersione nel mondo ed allo stesso tempo un atto di affermazione su più livelli: culturale, sociale, politico.

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<![CDATA[Snatura Rock del 28 agosto 2017]]>

h15.15 Intervista agli A Total Wall
I milanesi A Total Wall hanno appena esordito con "Delivery" che arriva dopo l'ep "Soundtrack For Your Honeymoon". Il cantante Gabriele in un contesto metal passa dalla voce progressive al growl in maniera naturale. Musicisti preparati tecnicamente che sanno essere dirompenti, feroci ma anche architettonici, complessi e a volte jazz. Raccontano il male del mondo che riaffiora in superficie dalle viscere della terra. Ne parliamo con il chitarrista Umberto Chiroli. Completano il quartetto il già nominato Gabriele Giacosa alla voce, Riccardo Maffioli al basso e Davide Bertolini alla batteria e programming.

h15.45 Intervista agli Statale 107Bis
Il gruppo della provincia di Crotone ci racconta di "Muri Muti", terzo album sulla lunga distanza dopo "Il Randagio" del 2009 e "Demo" del 2011. Storie poetiche come quella di un bar dove rifugiarsi o di illusioni a cui aggrapparsi e muri da riempire di quotidianità e speranza. Strumenti a fiato che creano atmosfere ora cupe ora esplosive. Tutti e tre cantano e le differenze timbriche danno ulteriori colori alle canzoni. Ne parliamo con Alex Facente.

h16.00 Intervista ai Il Giardino
"Medusa" è il secondo album del gruppo sassarese Il Giardino e arriva dopo l'esordio dell'anno scorso "Il mondo in due". Cantano in italiano e sembrano dei bravi ragazzi dai sani principi. Nelle loro canzoni incitano a non bere solo per sentirsi felici in modo finto e mettersi un mascara mostrando una bugia agli altri ottenendo solo di sentirsi più soli. Canzoni toccanti da ascoltare con attenzione. Ne parliamo con Alberto Atzori, cantante, chitarrista e co-fondatore della band assieme a Fabiano Musinu (chitarra).

h16.30 Intervista a Elise
Elisa Salvo aka Elise ci racconta del suo esordio "A Cuore Aperto". Canzoni che raccontano momenti drammatici vissuti con sè stessi prima che con gli altri. Conflitti interiori e riflessioni che arrivano a reazioni forti messe in atto da chi non si abbatte: un'eroina femminile che soffre ma alla fine sa difendersi. Non si lascia abbattere dalle violenze psicologiche. La speranza che tutto cambi è sempre dietro l'angolo. Storie ben strutturate e una voce di tutto rispetto che si difende anche nelle due tracce in inglese: "Clorer" e "Goodnigth".

Francesca Ognibene

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<![CDATA[Snatura Rock del 28 agosto 2017]]> info@sherwood.it (Sherwood Network) <![CDATA[Snatura Rock del 28 agosto 2017]]> info@sherwood.it (Sherwood Network) <![CDATA[Snatura Rock del 28 agosto 2017]]> info@sherwood.it (Sherwood Network) <![CDATA[Snatura Rock del 3 settembre 2017]]>

h15.15 Intervista ai Wendy?!
Dopo l'esordio "Eleven" del 2012 uscito per Rbl, nel 2014 è uscito per Tide Records "Notebook" e adesso sempre per Tide Records è arrivato il momento del disco nuovo per i Wendy?! che intitolano Idols & Gods e che considerano il primo disco di cui sono completamente soddisfatti. Un gusto new wave e canzoni che optano per il risveglio delle coscienze. Si sente un grande amore per la musica tutta ma soprattutto per il rock che ha dato loro modo di scrivere e comporre canzoni ben strutturate. Ne parliamo con Lorenzo Canevacci, autore delle canzoni, cantante e chitarrista. Completano la band Alessandro Ressa alla chitarra ritmica e tastiere, Fabio Valerio al basso e Luca Calabrò alla batteria.

h16.00 Intervista agli Skom
"Chi Odi Sei" è il primo album sulla lunga distanza per gli Skom dopo l'ep "Funf" di due anni fa. Oggi sono tornati con una formazione diversa e ospiti da ciliegina sulla torta. Un disco incredibilmente bello pieno di poesia e profondità. Il male esiste e non viene nascosto ma preso a schiaffi fatti di cultura dalla mitologia greca. Espressioni chitarristiche molto efficaci e batterie dirompenti. Rimandi ai Marlene Kunts e tanti particolari da scoprire ma soprattutto un buon disco. Ne parliamo con Gianluca Grementieri, voce e chitarra. Completano il trio Ester (La Cruz) Santacroce alle chitarre e voci e Martin Rush al basso, beats, sinth e voci.

h16.30 Intervista alla Band Bunker Club
Dopo il loro esordio del 2014 "Musica per Cefalopodi e Colombi Selvatici" la Band Bunker Club è tornata con "è da troppi giorni che non prego". Un membro in meno, Serena, che non è stata sostituita e con la ballerina dei live che ha cominciato a suonare le tastiere. I brani scritti da Francesco Casabianca, cantante, chitarre synth e ritmiche computerizzate sono suonati anche da Elisabetta Morando che è al basso elettrico e ai cori.

Francesca Ognibene

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<![CDATA[Snatura Rock del 3 settembre 2017]]> info@sherwood.it (Sherwood Network) <![CDATA[Snatura Rock del 3 settembre 2017]]> info@sherwood.it (Sherwood Network) <![CDATA["Dunkirk" di Christopher Nolan]]>

In "Dunkirk" il nemico non si vede mai,
del resto è un film di fuga più che di guerra,
uomini che provano a scappare con ogni mezzo,
sguardi che parlano senza parole, senza possibilità di scelta,
e il mare diventa la frontiera da attraversare,
il luogo della lotta per la vita

le imbarcazioni private, dai traghetti alle piccole barchette con bandiera inglese
che salpano da ogni parte per riportare a casa i soldati
sono il miraggio e la speranza, sono l'ultimo baluardo dell'umano
che resiste alla barbarie.

Ma si può mettere una bandiera all'umano, alla lotta per la vita, alla fuga da morte certa? 
Credo di no!

Ecco perchè ci vorrebbe anche oggi quella flotta di piccole barchette 
che salpano dai porti dell'europa meditteranea
battendo bandiera internazionalista
portando in salvo i migranti che affogano. 
Ma non c’è niente da fare, oggi quelli che provano a scappare,
quegli sguardi che parlano senza parole, senza possibilità di scelta,
non meritano aiuto.
Anzi quella flotta la boicottiamo e blocchiamo ogni via di fuga.
Perché quel nemico che nel film non si vede mai forse siamo noi.

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 ps) consiglio la visione del film in una sala che vi permetta di apprezzare la soundtrack di Hans Zimmer

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<![CDATA["YasDYes" second album della siberiana Ekat Bork che si dimostra un talento da tenere d'occhio]]>

Ekat Bork
"YasDYes"
Ginkho Box

L’oscurità non fa paura ma è motivo di ispirazione per questa guerriera coraggiosa che affronta la vita attraverso la musica che le arriva addosso in un flusso creativo che sa dominare con naturalezza. Sin dalla Siberia, dove è cresciuta e poi scappata, questa ragazza ha affrontato i suoi giorni grazie alla musica che l’ha portata, dopo tanti chilometri, a stabilirsi nel Ticino in Svizzera. Dopo “Veramellious” del 2013 è arrivato “YasDYes” in giugno 2017: secondo album della cantante e musicista siberiana Ekaterina Borkova aka Ekat Bork. È un disco che ha una tragicità nella voce che lascia senza respiro. Unioni e divisioni che tagliano netti i sentimenti provati senza possibilità di tornare indietro perché c’è solo il futuro per sognare la vera differenza. Così “When i Was” diventa come una vecchia foto da guardare con distanza. Il suo modo di raccontare la sua malinconia con la voce rotta che ti stravolge è la chiave per arrivare agli altri e la chitarra slabbrata si aggrappa proprio alla melodia del cantato. In “Happiness” si danza tra le squame dello squalo del lutto e le piume morbide dell’incanto e del sogno. E si entra in questo scontro tra analogico e digitale tra rarefatto e acustico in una calma apparente. “Dakota” arriva dal punk dei Dead Kennedys unito a delle Breeders risucchiate in una fiamma che diventa sempre più alta. “Jungle” cantata con una voce sottile che attraversa gli spigoli con scioltezza e come un’innamorata consapevole vorrebbe gridare al mondo il suo stato di felicità. O “The Jumb off the Cliff” dove la struggente richiesta di essere salvata diventa canzone d’amore immenso e incommensurabile. E non ci dimentichiamo neanche della canzone fantasma intitolata “React” che spinge dura, metallica e brucia tutto.
Davvero un disco incredibile e pieno di speranza per un futuro musicale radioso.

Francesca Ognibene

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<![CDATA[Muri Muti testimonia ancora una volta l'amore per i live di questa band estrosa che vuol fare ancora molti chilometri sulla Statale 107 bis]]>

Statale 107 bis
"Muri Muti"
Autoprodotto

La band di Santa Severina (KR) nata da poco più di dieci anni ha immediatamente iniziato con un primo album di debutto live nel 2009 “Il Randagio”, disco autoprodotto che ha subito messo in risalto la loro attitudine preferita: fare concerti. Il secondo album registrato in studio nel 2011 e intitolato “Demo” conteneva le stesse canzoni con in più tre inediti. “Muri Muti” quindi è il terzo album sulla lunga distanza che si autoproducono. Il disco inizia con una nuova versione di “Randagio” e più avanti ritroviamo anche “Pena d’Amor” già pluripremiata. “Lui Lei e Saturno” racconta la storia di una fuga verso un destino migliore, ma la lontananza lo immalinconisce finché non arriva la cura che fa venire fuori, parafrasandoli, il calore di una lacrima. Il ritmo qui ha due facce distinte che i respiri degli strumenti a fiato sanno moderare, passando da intrecci ben imbastiti con la batteria alla morbidezza jazz soul da atmosfera dai colori ben definiti che riflettono su quel che è accaduto e quello che accadrà.
Un passo felpato ironico alla Pantera Rosa monitorato dai sax, la tromba e le tastiere è il suono che apre “Fumo” per descrivere un personaggio sfortunato, incarcerato per sbaglio, ma che non si lascia abbattere e così delle scale musicali dritte o al contrario giocano a scivolare su un cantato cavernoso che spinge su un equilibrio a cui ci si aggrappa per non impazzire.
La title tack “Muri Muti” per raccontare le prigioni invisibili di oggi. Con un finale esplosivo che sembra distruggerli questi muri moderni che in un crescendo di boogie-woogie si vanno poi a svuotare e poi ripartire per poi schiacciare le note, spiattellarle per terra e riprendere il boogie-woogie.
Da segnalare la presenza della già edita “Questo Deserto” con superospite Bader Dridi. Un canzone che sembra un ode all’anima da salvaguardare con le voci che si alternano e tirano fuori l’urlo di disperazione e di rabbia che non si rassegna e stride la tromba per gli ostacoli da superare ma poi esplode e avvolge tutto nel suo morbido manto.

Francesca Ognibene

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<![CDATA[Esordio della messinese Elise che racconta "A cuore aperto" le sue storie]]>

Elise
"A Cuore Aperto"
EnZoneRecords

Dopo il primo singolo estrapolato dalla title track “A Cuore Aperto” uscito nel 2016 e supportato dal video, la giovane cantautrice messinese Elisa Salvo aka Elise arriva, dopo un po’ di gavetta e concorsi canori, al primo album sulla lunga distanza. Canta in italiano tranne per due canzoni dove usa l’inglese: ama raccontare storie importanti che fanno riflettere e ama il pop country. Dalle canzoni si sente tutto il coraggio dei vent’anni di questa cantante come “In mezzo all’inferno” dove dice: 'questo progresso che ci vuole dei fossili senza ragione mentre tutto ci porta a diventare macchine d’esibizione'. Una canzone inoltre con una buona sensorialità pop. “A Cuore Aperto” esplica la voglia di voltare pagina e l’ostacolo di fronte a cui ci si trova sono i fantasmi del passato che tornano sempre, ma la voglia di reagire fa diventare tutto chiaro. “Closer”, dove canta in inglese, inizia come una ballata folk arricchita col contro canto e viene fuori un’altra canzone sulla speranza che rappresenta il senso di liberazione dalle proprie catene di solitudine. Anche “Goodnight”, la seconda canzone cantata in inglese, desta la mia attenzione sia per il ritmo folk che per il cantato ‘battagliero’ che spezza e viene fuori in tutta la sua forza, trovando la giusta quadra.
“Questa melodia” attraversa suoni pop dove la musicalità diventa evanescente per raccontare una storia dura di violenza psicologica che viene affrontata con coraggio per non cascarci più.
Elise oltre a cantare suona la chitarra acustica e i cori. Al suo fianco Peppe Barbera - anche produttore dell’album - alle chitarre elettriche e acustiche, pianoforte, organo farfisa e drum programming. E di supporto numerosi ospiti tra cui ricordiamo il bravo Francesco Frudà al banjo.

Francesca Ognibene

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<![CDATA[Mark Lanegan live a Sexto 'Nplugged]]>

Mark Lanegan parla poco, molto poco, si limita ad un “thank you” ogni tanto e a dichiarare suo nemico il caldo di questa sera d’estate. Parla poco ma non è silente, anzi. Ci parla, da trent’anni, attraverso canzoni dall'innata capacità di infilarsi dannatamente sottopelle, ascolto dopo ascolto. Riesce a parlare con la sua bellissima, cavernosa voce, anche a chi, come il sottoscritto, si è allontanato da tempo dall’ascolto del “rock”, e lo fa non rinunciando alla sua camicia nera a maniche lunghe a costo di ricorrere spesso ad un asciugamano (nero anche quello) per asciugarsi. È così che questa calda serata d'apertura di Sexto 'Nplugged si tinge di nero trasmettendo un feeling “dark” attraverso un mix sapiente di rock-blues elettrico e new wave, ma soprattutto attraverso il canto rauco e profondo di Lanegan che ci accompagna nell' abisso del suo animo.
Ma partiamo dall'inizio. Sexto 'Nplugged, ovvero quando il luogo determina la musica, ed il luogo è il sagrato dell’abbazia di Santa Maria, a Sesto al Reghena (PN), location splendida dove da anni si svolge un festival unico e non solo per la bellezza del posto. Un luogo dove appena iniziano i concerti si chiude il bar e si spengono gli smartphone e si lascia spazio solo alla musica. Qui, in questo spazio magico, a sorpresa alle 20:30 ad aprire il live ci sono due inattesi musicisti (scopriremo che fanno parte della band di Lanegan) con due performance minimali ed intime ma di grande impatto emotivo. Lyenn e Duke Garwood accompagnandosi con la sola chitarra ci fanno capire che i loro sono nomi da tener d’occhio.
Alle 21.45 puntuale sale sul palco Lanegan con la sua band. Fin da subito è evidente come abbia trovato nella chitarra Jeff Fielder la spalla ideale ma è tutta la band ad essere affiatata. Il setlist del concerto alterna songs dall'ultimo "Gargoyle" a quelle degli album precedenti mantenendo un sound malato ed oscuro. A mio avviso "Nocturne", dall'ultimo disco, è la vetta della performance con quel incipit sulle note di un basso inequivocabilmente darkwave.
Dopo un’ora e un quarto di musica di grande impatto, la band saluta e se ne va. Tornerà acclamata dopo poco e quel basso darkwave risalterà ancor di più con le cover di “Atmosphere” e "Love Will Tear Us Apart" dei Joy Division.
Mark Lanegan parla poco, molto poco e a volte usa parole di altri (in questo caso quelle di Ian Curtis) ma lo fa andando sempre al cuore pulsante della cosa, che poi è sempre la stessa: la parte più profonda e oscura dell'animo umano.

Ps) a Sexto 'Nplugged il 20 luglio arrivano gli Air; il 26 luglio è la volta di Benjamin Clementine; il 27 luglio chiude in bellezza Trentemøller. Non mancate!

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Setlist Concerto Mark Lanegan

Death’s Head Tattoo
The Gravedigger’s Song
Riot in My House
No Bells on Sunday
Hit the City
Nocturne
Emperor
Goodbye to Beauty
Beehive
Ode to Sad Disco
Harborview Hospital
Deepest Shade
Harvest Home
Torn Red Heart
One Hundred Days
Head
The Killing Season

BIS

Atmosphere
Love Will Tear Us Apart

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<![CDATA[Snatura Rock del 18 giugno 2017]]>

h15.15 Intervista a Giuseppe Fiori
"Spazi di vita scomodi" è l'album d'esordio solista di Giuseppe Fiori, musicista in diversi gruppi e ultimamente bassista degli Egokid. Un progetto suonato in trio con il fratello Raffaele alla batteria e Lele Battista alle tastiere, piano e percussioni. Un disco dove la voce è usato come un spiraglio di luce che penetra su una notte buia. Le difficoltà del quotidiano sono spazi organizzati con i propri sogni che la realtà fa diventare scomodi. Diversi ospiti tra queste canzoni per duettare sui particolari e le sfumature e rendere stabile e strutturato quel che per sua natura non lo è: il continuo bisogno degli altri per un po' di comprensione e amore. Ne parliamo con Giuseppe che oltre al basso suona le chitarre elettriche e acustiche, tastiere, synth, piano, ukulele, sassofono giocattolo, percussioni e voce.

h16.00 Intervista a Davide Ravera
Dopo "Gospel" del 2014 il modenese Davide Ravera torna con "Ramingo", disco autoprodotto con la sua etichetta Hazy Music e prodotto artisticamente da Umberto Palazzo. L'osservatore romantico Davide Ravera ci racconta come al solito quello che i suoi occhi hanno visto attraverso il suo personale sentire autentico e palpabile. L'amore che non ha programmi va in contrapposizione con il piano padano o l'istinto musicale liberato da qualsiasi dubbio si contrappone al lupo che non capisce il branco o ancora cercare una direzione con gli occhi puntati nello sguardo dell'altro. Episodi non convenzionali che innestano meccanismi apprezzabili e apprezzati tra rock, blues e jazz nella libertà compositiva innata che lo contraddistingue.

h16.30 Intervista ai Morkobot
Marcello "Lan" Bellina al basso, Andrea "Lin" Bellon al basso e Jacopo "Lon" Pierazzuoli alla batteria. Ovvero i Morkobot sono tornati con il quinto album in studio "Gorgo" uscito per Supernatural Cat Records. Un disco che è come una lunga corsa ad ostacoli dove gli ostacoli sono le emozioni. La passione math rock e psichedelica è sempre trainante, sferzante e coinvolgente. Scontri tra muri del suono alzati e poi buttati giù sul battere di un Charleston un po' più placato. Vortici creati da una melodia che si fa sempre più complessa e rimanendo solida spinge il ritmo sull'acceleratore. Ne parliamo con Andrea Bellon.

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<![CDATA[Snatura Rock del 18 giugno 2017]]> info@sherwood.it (Sherwood Network) <![CDATA[Snatura Rock del 18 giugno 2017]]> info@sherwood.it (Sherwood Network) <![CDATA[Snatura Rock dell'11 giugno 2017]]>

h15.15 Intervista a Ekat Bork
Dopo l'esordio "Veramellious" del 2013 Ekaterina Borkova, in arte Ekat Bork, torna con il disco nuovo "Yaspgrecoyes", un titolo russo che in italiano significa "Sono qui adesso". Un disco che si fa spazio tra cose materiali e fa emergere sentimenti di felicità e tristezza che si contrappongono come nella lunga battaglia della vita e dei suoi eventi e vengono rappresentati in modo astratto, poetando sulle parole che la voce della cantante riesce a far danzare tirando fuori la sua intensità interiore. Ekat è una ricercatrice del suono che pulsa dentro di sé in quanto musicista e compositrice e sembra disposta a camminare tanto pur di trovarlo.

h16.00 Intervista ai Revo Fever
"Vivere Il Buio" è il disco d'esordio del progetto musicale "Revo Fever". Aligi, voce e chitarra, Eddi, chitarra acustica, Costantino, voce e basso, e Mauro alla batteria e ai cori. Un quartetto da Milano che parte da una certa ora della notte, quando si esce per andare in giro a divertirsi e farsi sorprendere da atmosfere più rilassate, il buio che cambia le sfumature delle case e dei visi che diventano più interessanti. Così liberi si gira per la città in macchina senza meta oppure con una precisa ma non obbligatoria. Un concept album dunque cantato in italiano con rimandi al pop anni 60 metropolizzato con vista Milano al 2017. Ne parliamo con Eddi.

h16.00 Intervista agli U-Bit
A Buzz Suprime e la neo label Camullo Records hanno co-prodotto "Tales for digital bodies", disco elettropop rock degli esordienti U-Bit. Una voce commovente quella di Giuseppe Vitale che sa cantare a cuore aperto e trasforma il flusso capace di tornare al punto di partenza. Sognare il posto perfetto dove viverlo e lasciarsi andare alla speranza di trovarlo. Qui abbiamo un quintetto consapevole del proprio equilibrio compositivo che cerca l'arcobaleno dopo la pioggia semplicemente e voracemente. Sogni solidi da coltivare non sono mai banali. Ne parliamo con Giuseppe che oltre a cantare suona la chitarra. Completano il gruppo Alessandro Messina, chitarra e basso, Claudio Buondonno, basso, chitarra, synthesizers, Matteo Postorino ai keyboards, synthesizers e Paolo Meneghini alla batteria e percussioni.

Francesca Ognibene

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<![CDATA[Snatura Rock dell'11 giugno 2017]]> info@sherwood.it (Sherwood Network) <![CDATA[Snatura Rock dell'11 giugno 2017]]> info@sherwood.it (Sherwood Network) <![CDATA[ “ALAIN DANIÈLOU - IL LABIRINTO DI UNA VITA” del regista veneziano RICCARDO BIADENE]]>

Avrà la sua anteprima nazionale al Biografilm Festival edizione 2017 il documentario del regista veneziano Riccardo Biadene, dedicato alla figura emblematica di Alain Daniélou e alla straordinaria vita dell’uomo che ha portato l’India in Occidente, con proiezioni giovedì 15 giugno e lunedì 19 a Bologna. “Alain Daniélou. Il labirinto di una vita”, questo il titolo del film, racconta l’avventuroso viaggio musicale, esistenziale e spirituale che Alain – bretone d’origine, figlio di un ministro socialista e con un fratello cardinale, amico di A. Gide e J. Cocteau – intraprende dal 1932, con il compagno fotografo svizzero Raymond Burnier, alla volta dell’India, lasciando un Occidente che non lo soddisfa. Il documentario parte dalla Bretagna e accompagna lo spettatore in India (Shantiniketan, Varanasi, Chennai, Pondicherry...), a Berlino, Venezia, e Roma, seguendo la storia del francese Daniélou, indologo e musicologo che ha vissuto, soprattutto in India, tra gli anni ‘30 e ‘60 del ‘900. A Benares (ora Varanasi), Daniélou, insieme a Burnier, abita per 15 anni nel palazzo di Rewa, sulle rive del Gange, dove incontra fra gli altri, Eleanor Roosvelt o Roberto Rossellini.

Qui Daniélou si dedica allo studio del sanscrito, viene iniziato all’induismo, e studia la musica classica indiana e la Veena a livello professionale. È a quegli anni che si deve la stesura di diversi libri sulla filosofia indù, lo shivaismo e i testi vedici. Dal 1950 è curatore della prima collana di world music classica per l’UNESCO. Nel 1963, di ritorno in Europa, fonda e dirige l’Istituto Internazionale di Studi per la Musica Tradizionale (IITM) a Berlino, e in seguito crea a Venezia l’Istituto Internazionale per gli studi di musica comparata, affinché la musica orientale abbia importanza paritaria rispetto a quella occidentale, e dove tale studio è mantenuto vivo oggi dalla Fondazione Giorgio Cini. E, proprio per raccontare il periodo in cui visse in Laguna il regista è tornato, nella sua città natale, per effettuare parte delle riprese del documentario, sull’Isola di San Giorgio Maggiore. Gli ultimi anni di vita, Alain Daniélou, li trascorre tra Roma, Losanna, Berlino e Parigi, con una certa preferenza per la villa sulle colline di Zagarolo, un paesino vicino a Roma. Musica, danza, religione, tradizione e modernità, scultura e filosofia vengono esplorati in questo documentario attraverso le parole dello stesso Daniélou, tratte dall’autobiografia “La via del labirinto”.

Il regista, classe 1973 ­­– agli inizi della carriera cinematografica co-diresse “Come un uomo sulla terra” con Andrea Segre – dopo l’anteprima nazionale, accompagnerà il film il 22 al Ravenna Festival, importante manifestazione dedicata alla musica, il 29 al SummerMela, il festival di arte e cultura indiana a Roma, il 30 giugno a Padova al River Film Festival, in una serata particolare, a chiusura della rassegna, e l’8 luglio al Soleluna Festival a Palermo. Il progetto poi si aprirà a una distribuzione internazionale, che lo farà sbarcare in molti paesi europei, fra cui la Germania e l’India, nel corso del 2017. Ma per Biadene ci sarà unulteriore ritorno a Venezia il 2 luglio, al Teatro la Fenice, in veste di produttore, con la sua Kama Productions per il documentario “Aquagranda in crescendo” che racconta il Teatro La Fenice durante la realizzazione di “Aquagranda” – l’opera-evento che commemora i 50 anni dalla terribile alluvione che colpì Venezia il 4 novembre 1966 – diretto da un altro veneziano Giovanni Pellegrini, e trasmesso lo scorso maggio su Rai 5.

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<![CDATA[Snatura Rock del 4 giugno 2017]]>

h15.15 Intervista ai Sex Pizzul
"Pedate" appena uscito per Chic Paguro è l'esordio del trio Sex Pizzul il cui nome unisce Bruno Pizzul, il calcio commentato col cuore, e i Sex Pistols, l'ibrido del punk più anarchico. Canzoni che arrivano da una spontanea ispirazione punk che gioca con i ritmi ripetuti dei mantra e che mettono in rilievo la passione per il calcio con le sue ossessioni, aspettative, suspence e fede. Soldati della musica fieri e ordinati ma anche psichedelici e dilatati. Piacevoli dall'inizio alla fine. Ne parliamo con Francesco D'Elia voce e sinth. Completano il gruppo Irene Bavecchi al basso e Simone Vassallo alla batteria.

h16.00 Intervista a Bononcini
"Non fate caso al disordine" è il secondo album di Tizio Bononcini, appena uscito per A Buzz Supreme, dopo l'esordio "Entrambi Tre" del 2012. Essere anche un attore, la seconda passione del cantante bolognese, lo porta a raccontare dei personaggi che emergono con descrizione fisiche e in uno scenario molto chiaro e divertente. Il violoncellista Vincenzo De Franco torna anche per questo disco e sembra fare da guida sicura alle composizioni che prendono corpo e creatività con le sue melodie. Lo spirito versatile di Bononcini viaggia tra swing e dondolii arabeggianti, innesti rock e jazz, capace a questo punto di comporre, eseguire e interpretare.

h16.00 Intervista a Elisa Genghini
Elisa Genghini, scrittrice e cantante di Bologna, esce in questi giorni per Pendragon "Sposerò Manuel Agnelli" ma raccontiamo per ora del suo secondo album "Fuorimoda" che arriva dopo l'EP "Le briciole del pasto consumato" e il disco uscito nel 2013 " Catturarti è inutile". Un disco di una persona serena che sa prendersi in giro e racconta di sé e di chi le è vicino con una sua prospettiva che sa essere complessa e semplice allo stesso tempo. Capace di affrontare con tatto e delicatezza episodi molto pesanti come la violenza sulle donne. Ringraziare dell'amore in modo mai così esplicito e cantare accompagnata da un ukulele una serenata. Un contesto contornato dal vintage ma senza ombre di malinconia.

Francesca Ognibene

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<![CDATA[Snatura Rock del 4 giugno 2017]]> info@sherwood.it (Sherwood Network) <![CDATA[Snatura Rock del 4 giugno 2017]]> info@sherwood.it (Sherwood Network) <![CDATA[Snatura Rock del 28 maggio 2017]]>

h14.50 Intervista a Fabio Strinati
Fabio Strinati poeta, pianista e compositore ci racconta del suo terzo libro di poesie "Dal proprio nido alla vita": un poemetto in versi liberi ispirato a "Miracolo a Piombino" di Gordiano Lupi e uscito per Edizioni Il Foglio. Un libro che è un'immersione interiore profonda per indagare sulle spinte emozionali che la crescita per sua natura impone. L'ambiente che circonda l'autore diventa il supporto metaforico per i suoi pensieri che vengono così composti. Esanatoglia nelle Marche diventa teatro quindi di queste esplorazioni, soprattutto adolescenziali, che troveranno tante luci quante ombre, tanti respiri a pieni polmoni che affanni.

h15.30 Intervista a Davide Solfrini
Dopo due dischi sulla lunga distanza e 2 EP, Davide Solfrini ci racconta del suo terzo EP "Vèstiti male", uscito per New Model Label all'inizio dell'anno. Blues con impatto quasi punk, folk, rock progressive per raccontare storie amare di stati d'animo che attraversano un abisso, di bisogno di uscire dalla catena di montaggio e di voltare pagina. Questi sono i momenti salienti di questo EP composto in modo ragionato e arrivano all'obbiettivo.

h16.00 Intervista agli O.R.k.
Lorenzo Esposito Fornasari degli Obake e mille altre collaborazioni, ci racconta del secondo album degli O.R.K che arriva dopo l'esordio del 2015 Inflamed Rides". Il supergruppo, condiviso con Carmelo Pipitone dei Martesuitubi alle chitarre acustiche ed elettriche, Colin Edwin dei Porcupine Tre al basso elettrico e Pat Mastellotto dei King Crimson alla batteria, ha portato al quartetto tante soddisfazioni live e viene fuori anche su disco la loro voglia di musica a cui si donano pienamente tirando fuori meraviglie math, prog e diversi momenti acustici. Quattro perle rare che dal vivo sono al massimo della loro espressività ma anche su disco è spettacolo tecnico emotivo puro: riflessivo, eccitante e contorto. L'etichetta che supporta e produce è la Rare Noise recording di Londra. Massimo rispetto.

h16.30 Intervista a Cesare Livrizzi
"Milano non contiene amore" uscito per Orphans/Pitlibellula è il secondo album di Cesare Livrizzi dopo l'esordio "Dall'altra parte del cielo" del 2012 uscito per Zone di Musica. Da Caltanissetta a Bologna e poi a Milano, Cesare ha trovato una strada musicale e una forma canzone che rimangono e si mostrano credibili. Cantando in italiano su suggerimento della buonanina di Lucio Dalla, ha cominciato una ricerca interessante sulle liriche costruita su respiri, sussulti, ritmi ubriachi, sbalzi umorali, suggestioni emotive che si soffermano su momenti di momenti entrando dentro. La presenza del grande Marco Parente alla produzione artistica crea l'orpello all'intera operazione creativa. Ma Marco non si ferma qui e suona anche la batteria, Alessandro "Asso" Stefana è alle chitarre elettriche, Vincenzo Vasi al basso e tastire Casio, Valeria Sturba al violino elettrico e acustico, all'elettronica e alle voci, Roberto Dell'Era al basso. Cesare oltre a cantare suona le chitarre elettriche e acustiche e il pianoforte. Cotanto gruppo ce lo si poteva aspettare che facessero un ottimo disco.

Francesca Ognibene

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<![CDATA[Snatura Rock del 28 maggio 2017]]> info@sherwood.it (Sherwood Network) <![CDATA[Snatura Rock del 28 maggio 2017]]> info@sherwood.it (Sherwood Network) <![CDATA[Snatura Rock del 28 maggio 2017]]> info@sherwood.it (Sherwood Network) <![CDATA[Snatura Rock del 21 maggio 2017]]>

h14.50 Intervista a Loris Dalì
"Gekrisi" è il secondo album di Lori Dalì cantantattore come gli piace autodefinirsi. Dal vivo infatti mostra le sue doti di interpretazione delle sue canzoni, che rappresenta una parte parecchio importante per apprezzarlo pienamente. Il disco nuovo, che arriva dopo l'esordio "Scimpanzè", mette a fuoco sempre di più la sua personalità esuberante ma anche riflessiva. Storie sul suo essere artista, storie d'amore toccanti dei nonni emigrati, citazioni sulla storia musicale italiana per giocare sul non sentirsi a proprio agio nel parlare d'amor.

h15.30 Intervista a Une Passante
Giulia Sarno è la voce di Une Passante e "Seasonal Beast" è il terzo album sulla lunga distanza oltre l'EP "Enjoy The Road" del 2008. Un disco in cui le movenze folk pop, il basso, la batteria e i fiati vengono abbandonati per esplorare il mondo dell'elettronica e usufruire delle diverse opportunità che essa concede. Ma non è sola. Il progetto è condiviso con Emanuele Fiordellisi appunto all'elettronica e David Matteini ai sinth. Il risultato è ottimo perché il capitano Giulia è una grande navigatrice grazie alla sua voce che "umanizza" la melodia e ci si aggrappa forte al vento emozionale che provoca partendo da un sibilo che diventerà passo dopo passo una voce intensa e chiara come una luce intensa che illuminerà tutto.

h16.00 Intervista ai Campos
"Viva" è il suggestivo esordio del trio Campos da Pisa. Amore al primo ascolto. II cantante spesso ricorda Mark Lanagan blues. Ci sono diversi aspetti che sembrano lì per scavare dentro noi stessi, come certi scricchiolii o discorsi amorosi fallimentari da superare, nudità emotive, sussurri e incubi che diventano elementi a cui girare attorno. Un esordio come questo ci stupisce davvero e rasserena per il futuro. Ne parliamo con Simone Bettin, voce e chitarra. Completano il trio Davide Barbafiera all'elettronica e seconda voce e l'australiana Dhari Vij, bassista con un passato da contrabbassista classico. Ne parliamo con Simone.

h16.30 Intervista ai Cranchi
"Spiegazioni improbabili" è il quarto album di Massimiliano Cranchi: voce, chitarra acustica e pianoforte. Un progetto che è solista nelle molte storie descrittive che si scrivono nell'intimità e nella riflessione di quel che accade e quel che è accaduto, ma che diventa album dopo album un progetto condiviso con dei compagni di viaggio meravigliosi come Marco Degli Esposti alla seconda voce, chitarra elettrica, fisarmonica, pianoforte e banjo; Simone Castaldelli al basso e ai cori; Fausto Negrelli e Federico Maio alla batteria, percussioni e cori; Alessandro Gelli al violino e Luca Zerbinati al piano e alle tastiere.

Francesca Ognibene

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<![CDATA[Snatura Rock del 21 maggio 2017]]> info@sherwood.it (Sherwood Network) <![CDATA[Snatura Rock del 21 maggio 2017]]> info@sherwood.it (Sherwood Network) <![CDATA[Snatura Rock del 21 maggio 2017]]> info@sherwood.it (Sherwood Network) <![CDATA[Eraldo Bernocchi & Netherworld: Himuro]]>

Sintoniazziamo il nostro battito, lo avvolgiamo nei quattro quarti del più prezioso e morbido dei tessuti disponibili abbracciandolo stretto mentre vibra cadenzato, lento; mentre inspira ed espira note indissolubilmente legate alla religiosa dottrina del silenzio e del suo infinito riverbero. Un procedimento in divenire, una creatura che lentamente cresce, affiora lieve mentre immerge le sue sensibili vibrisse bene a fondo nell'immaterialità del nostro ascolto. Procediamo nella ricerca della sintonia agganciando stabilmente quel segnale che giunge da lontano e ancor più lontano ci condurrà, in un viaggio dentro la percezione del bianco e delle sue ghiacciate e solitarie pianure.

Siamo parte del tutto racchiuso nell'immensa vastità di una particella di ghiaccio che si nutre del respiro ritmico del suo grandioso custode, l'iceberg. Im-mobile ed instabile solcatore di correnti oceaniche e autostrade oniriche, creatura dalla gelida anima avvolta nei quattro quarti del più prezioso e morbido dei tessuti disponibili, l'Himuro.

Così ci piace pensarlo, come un tessuto fine che mantiene incredibilmente la temperatura sotto lo zero, la conserva e preserva rendendo fruibile quanto avvolge, anche nei periodi di piena siccità musicale. Chi ha ideato tale materia appartiene al mondo altro, quello della sovranità del silenzio e della maestosità del gesto sonoro, il mondo dal quale provengono Eraldo Bernocchi e Netherworld, al secolo Alessandro Tedeschi.

Sei pericolosissime tracce che rilasciano ipnotici filamenti ambient immersi sotto la superficie spaziale di un mare immoto sul quale galleggia la massa imponente di una creatura che pulsa lento dub tecnologico e narcotici intrecci sonici sprigionati da baritone guitars e field recordings, essenza elettronica trattata e macchine sensibili al sogno. Una liturgia del freddo che scalda il cuore e infiamma la visione. Elegia per un'intimità di confine.

Tu sei bella, o bianca distesa!
Il lieve gelo mi riscalda il sangue!

S.A. Esenin

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<![CDATA[Snatura Rock del 14 maggio 2017]]>

h15.15 Intervista ai Big Whales
"Bubble Blower" è l'esordio autoprodotto dei Big Whales, trio da Teramo. La voce del cantante e chitarrista Stefano Paris delicata e sottile guida la melodia caratterizzandola con toni psichedelici, sussurranti o animosi, a volte persino jazz. Le tinte scure e graffianti del basso di Federico Fazia e della batteria di Luca Di Pancrazio sferzante e a passo stretto rendendo credibili i momenti noise e stoner. Ne parliamo con il bassista.

h16.00 Intervista agli Ofeliadorme
"Secret Fires" è il terzo disco degli Ofeliadorme e registrato nel corso di due anni di frequentazione con Howie B che ha quindi prodotto e registrato il disco e ha firmato per registrarne altri due con il trio da Bologna. Francesca Bono alla voce chitarra e sinth, Michele Postpischi alla batteria e percussioni e Tato Izzia Chitarra al basso e sinth. Canzoni rigorose e disarmanti che si portano dentro tante movenze musicali dal dream pop al trip hop al dark wave che s'insinuano dentro e la voce di Francesca prende il controllo della linea melodica e delle sue trame creative creando dei vortici emotivi che diventano abissi. Ne parliamo con Francesca.

h16.30 Intervista a Marta Collica
Marta Collica sa sussurrare e urlare da dentro la malinconia di un desiderio. Già con i Micevice, Sepiatone, Hugo Race solista, John Parish ecc., la cantante e polistrumentista torna con "Inverno" - appena uscito per Brutture Moderne - a occuparsi del proseguo della sua carriera solista, dopo "About Anything" che risale a otto anni fa. Momenti musicali, piccole preziosità conservate in un cassetto della memoria e tirate fuori in un momento di estasi creativa e compositiva. Il produttore Brio Tagliaferro sapeva di queste canzoni "nascoste" è ha dato il LA al disco. Ascoltarlo è come immergersi nei pensieri intimi di chi parla a sé stessa e si immagina di riuscire a cambiare il proprio immaginario osservando il di fuori e il di dentro. Un disco suonato assieme a Cam Butler e Deko in trio ma dentro ci sono anche i suoi meravigliosi amici musicisti che fanno parte della sua musica.

Francesca Ognibene

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<![CDATA[Snatura Rock del 14 maggio 2017]]> info@sherwood.it (Sherwood Network) <![CDATA[Snatura Rock del 14 maggio 2017]]> info@sherwood.it (Sherwood Network) <![CDATA[The Black Angels – Death Song]]>

Da quando abbiamo aperto questo blog, nell’ormai lontano 2013, è la prima volta che riesco a scrivere dei Black Angels. Per uno come me che – tra le altre cose – ama la retromania fatta bene, la band texana è uno di quei riferimenti imprescindibili quando si parla della devozione alla psichedelia degli anni ’60. Dal 2004 ad oggi, Alex Maas e compagnia hanno esplorato e dissezionato ogni sfaccettatura dell’immensa eredità lasciata da gente come 13th Floors Elevators, Velvet Underground e perché no anche i Doors. Il loro quinto album, Death Song (il primo per la Partisan Records), si colloca in questo magico solco ma ci dice anche qualcosa in più sullo stato attuale della neopsichedelia del Sud.

Scritto e registrato – tra Seattle e la natia Austin – durante le recenti elezioni americane, Death Song è essenzialmente una radiografia della pessima esperienza che l’incredibile corsa elettorale ha rappresentato per tutti, al di là di come sia poi finita. Un’oscura e cinica riflessione sull’era Trump che fin dal primo singolo Currency si manifesta diretta e senza sconti. In questo notevole pezzo stoner-rock, la band tira in ballo il ruolo dominante del sistema monetario USA nella vita di tutti i giorni, paventando una fine inevitabile quanto apocalittica (“One day this will be over, one day you will be gone”).

In realtà questo è più che altro uno spunto per andare oltre, verso una critica storico-politica del Paese, come nella feroce Comanche Moon – cantata dalla prospettiva dei Nativi Americani – un acido space-stoner che focalizza l’attenzione sulla questione del Dakota Access Pipeline (“They’ve stolen the land we’ve been rooming”“I swear it’s the end of the line”). Ma è anche il punto di partenza per capire cosa sia rimasto sul terreno, quali siano i cocci che dovremo raccogliere. I’d Kill For Her – piena di fuzz e organo Hammond – è appunto una provocazione, una sorta di farsa che finge di ritrarre in astratto la relazione che intercorre tra amore, bellezza e paura, mentre in realtà si concentra sulla violenza reale che da quest’ultima si genera: “I will not kill for her again” non si riferisce ad una donna generica ma all’America stessa, che evidentemente ha tradito il suo sogno ed i suoi stessi figli.

I Black Angels, ora nella formazione a cinque con l’ingresso definitivo di Jake Garcia, danno a vita a loro modo ad un album politico e di protesta, riuscendo a cogliere il massimo dal clima di divisione ansietà ed agitazione che attraversa la loro terra. Una buona parte di merito è da ascrivere al produttore Phil Ek (che ha già lavorato con Father John Misty, Fleet Foxes e The Shins) che incanala tutte queste ispirazioni, assieme al classico sound del gruppo, lungo le spirali tentacolari di Grab As Much (As You Can) o nel mezzo delle atmosfere cupe della labirintica I Dreamt. Sono questi alcuni dei momenti di massimo splendore, nei quali la tradizionale inclinazione verso i Velvet – ora chiudono finalmente il cerchio con quella The Black Angel’s Death Song da cui tutto era cominciato – si unisce in matrimonio con la sapienza musicale e l’abilità strumentale di Estimate – ballata psych-folk, un po’ western un po’ Brian Jonestown Massacre – tanto quanto con la ricercatezza di un momento addirittura ballabile come Medicine, dove le tastiere godono quasi degli stessi privilegi della chitarra di Christian Bland.

Il precedente Indigo Meadow aveva esplorato nuove soluzioni per vecchie questioni, finendo col dividere i fan sulle scelte un po’ mainstream della band. Personalmente avevo molto gradito il risultato, ma il valore aggiunto che abbiamo in Death Song è quello di un gruppo ancora alla ricerca di risposte, che aggiunge un’ulteriore dimensione al suo status già consolidato. Da un lato, momenti personali come il lento incedere ipnotico della magnifica Half Believing avvolgono l’ascoltatore in un mood trasognante, mentre i cinque scavano a fondo nella natura confusa della devozione (“It’s like my spell on you it’s useless”). Dall’altro troviamo le allucinazioni di Death March – brano che dà il nome al grandioso tour che i Black Angels porteranno in giro per il mondo – che al di là di un leggero ammiccamento ai Jefferson Airplane affascina per la sua incompiutezza ed il suo manierismo perfetto, ben oltre il debole garage-noise di Hunt Me Down.

Come fosse una summa della loro carriera, in questo durissimo LP i Black Angels mettono tutto quello che hanno imparato, e confezionano un finale clamoroso con Life Song ...continua su Vinylistics

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<![CDATA[I tre gradi di separazione e le referenze degli addetti ai lavori del mondo culturale italiano]]>

Ben sapendo di incorrere in una generica sanzione o, più semplicemente, nella definizione di Paranoico, espongo pubblicamente un pensiero ricorrente. Sembrerebbe, quest'ultima, una frase tratta da qualche lirica firmata Battiato, in realtà è un vissuto che da sempre segna il mio procedere verso quel luogo indefinito dove tutti coloro che si adoperano culturalmente spererebbero di trovare limpide acque con le quali, finalmente e dopo un lungo cammino, calmare vincenti e riconosciuti la propria sete di passione.

L'occasione mi è stata data dalla lettura di un post su Facebook nel quale si leggeva come richiedere l'accredito per partecipare alla vernice di “Light Music”, la mostra che Brian Eno ha inaugurato a Trani dove gli inviti venivano concessi solo a “persone referenziate”. A prescindere dal metodo di selezione, sul quale si potrebbe aprire un altro confronto, la lettura di questa notizia mi ha sollecitato una domanda: chi sono le “persone referenziate” che affollano un mondo culturale sempre più alieno e infrequentabile.


Credo esistano almeno tre Gradi di Separazione che distinguono i frequentatori di questo mondo.

Coloro che nascono in famiglie da sempre a contatto con il “mondo dell'arte e della cultura” inteso in senso lato. Queste persone non troveranno certo difficoltà nel loro procedere verso luoghi ad altri “proibiti” o raggiungibili solo attraverso pesanti fatiche e pratiche infernali. Prescindendo dalla preparazione e bravura, fanno parte di un sistema elitario loro malgrado, conoscono personalmente chi potrà aprir le porte, sanno a chi rivolgersi e come farlo e difficilmente aiuteranno altri ad entrare, tenendo ben stretta la chiave d'accesso.

Ci sono poi coloro che nascono comuni mortali ma da subito iniziano un percorso altro, legato alla cultura artistica contemporanea che non prevede “aperture popolari”. Per loro il cammino è comunque difficile, comunque devono armarsi di preparazione e bravura ma si muovono in una realtà ben circoscritta, che continuamente si confronta solo con sé stessa e fatica a capire e concedere dialogo a chi proviene dal mondo esterno.

Il terzo grado di separazione riguarda gli altri, coloro che sulle spalle hanno un lungo percorso di normale crescita culturale legata però all'espressione artistica popolare indipendente, nel mio caso musicale. Anni di pubblicazioni su mensili storici nazionali tutt'ora non riconosciuti come cool magazines, giornali che seppur indipendenti, ahimè non “fanno moda”. Una militanza radiofonica decennale, lunghe frequentazioni giovanili come programmatore nel circuito delle discoteche un tempo chiamate “di tendenza”, una declinazione sonora partita dal rock trasformatosi nel corso degli anni in suono elettronico e di ricerca. Una solida appartenenza ad un mondo di mezzo costruito anche sulla diffusione culturale digitale, una presenza concreta distinguibile solo da chi lo frequenta ma incredibilmente invisibile se visto da fuori, da coloro che appartengono alle realtà sopra descritte. Quando raramente avviene il contatto, la sensazione che si percepisce è quella di un'accettazione critica immersa in una sorta di paternalismo ironico che cade dall'alto, assolutamente inaccettabile per una persona con un lungo bagaglio di esperienza sulle spalle, che supera largamente il mezzo secolo di età, come lo scrivente.

Chi vive questa condizione fatica moltissimo, non dico ad imporsi ma proprio a farsi notare. All'irruenza giovanile che permetteva un faticoso, continuo e inconsapevolmente inutile tentativo di aperture verso la visibilità, si sostituisce una sorta di serena calma nella continuità di un percorso indissolubilmente legato alla passione ma che prevede lunghi periodi di 'inattività' con qualche breve licenza espressiva, quasi sempre mai pagata – e qui si dovrebbe aprire un'altra lunghissima parentesi -. Un viaggio infinito all'interno del limbo dei passionari indipendenti che raramente trovano la via della 'redenzione culturale pubblica'.

Fin qui il racconto personale che descrive però una diffusa realtà italiana nella quale vige l'estrema osservanza dei gradi di separazione. Guai a ritrovarsi soggetto autonomo, battitore Libero all'interno di una macchina culturale ben confezionata che assolutamente non ama ricevere sollecitazioni esterne, non le prevede e comprende. O sei parte dei suoi complicati ingranaggi, o sei irrimediabilmente fuori, relegato al ruolo marginale di strillone che cerca di distribuire il suo quotidiano ad un pubblico di addetti ai lavori che ne userà le pagine per pulirsi le scarpe, senza neanche tentare di leggerlo. Con questo ci si deve confrontare quotidianamente, con persone che non conoscono il termine modestia, o lo usano falsamente per nascondere la loro irrinunciabile presunzione.

Per concludere non posso che ringraziare la mia inesauribile passione, unica eroica Amica che mi permette di continuare la frequentazione di un mondo altrimenti ostico, mai riconoscente o amico. Un ingombrante universo nel quale non è consentito lo scambio alla pari, nel quale devi sempre presentare le tue referenze prima di varcare i suoi ben controllati confini.

'Cause we're lovers, and that is a fact
Yes we're lovers, and that is that …

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<![CDATA[Snatura Rock del 7 maggio 2017]]>

h15.15 Intervista ai Dorian Gray
"Moonage Mantra" è il settimo album sulla lunga distanza dei Dorian Gray. Un disco che li fa 'sdoppiare' rimanendo Dorian Gray quando continuano a cantare in italiano e diventano Golem In Love quando cantano in inglese. La ricerca nei testi e nell'espressività delle melodie sin dall'inizio della loro storia musicale li ha portati nella cerchia dei gruppi concettuali a cui ci si poteva affidare se alla ricerca di poesia e contenuti. "Moonage Mantra" è semplicemente il proseguo del loro discorso sempre piacevole da ascoltare e con numerosi ospiti tra cui ricordiamo Blaine L. Reininger dei Tuxedomoon. Ne parliamo con il cantante e polistrumentista Davide Cantinari.

h16.00 Intervista Roberto Vitale
"Di Legno e di Cenere" è il disco d'esordio del bolognese Roberto Vitale. Canzoni che si appoggiano a emozioni profonde in cui immergersi non dimenticando di respirare l'aria intorno, di farsi conquistare da un tramonto e trovare il ricordo di lei portandosi una conchiglia all'orecchio. Chiari/scuri, ombre che rimangono dentro, tra le trame di queste canzoni supportate inoltre dalle movenze intriganti della chitarra acustica e cantate in italiano da una voce che rassicura, si dispera e ama.


h16.30 Intervista a Marti
"King of the Minibar" è il terzo disco di Andrea Bruschi in arte Marti. Un disco in cui ogni canzone è ambientata in una stanza di un hotel di Berlino e il minibar e l'ospite sono i due elementi a cui gira attorno. Storie di stelle cadenti che ripensano al passato anche se senza malinconia, amori finiti per la cui fine si vuol dare spiegazioni improbabili, megafoni pieni di amore per lei/lui. Insomma personaggi ubriachi di sentimenti che si sfogano diventando protagonisti. Ammaliati e affascinati dal rock, new wave, dark, colonne sonore patinate, non si può che apprezzare questo disco di Marti che chiude la trilogia iniziata con "Unmade beds" del 2006 e proseguita con "Better Mistakes" nel 2011.

Francesca Ognibene

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<![CDATA[Snatura Rock del 7 maggio 2017]]> info@sherwood.it (Sherwood Network) <![CDATA[Snatura Rock del 7 maggio 2017]]> info@sherwood.it (Sherwood Network) <![CDATA[10 Festival in Veneto che anticipano lo Sherwood 2017]]>

Manca meno di un mese all'inizio dello Sherwood Festival di Padova. L'edizione 2017 è in programma da mercoledì 7 giugno a sabato 15 luglio al Park Nord dello stadio Euganeo e presenta in cartellone nomi, come sempre, di primissimo piano. Tra questi sicuramente Baustelle, Brunori Sas, The Zen Circus e Fast Animals and Slow Kids. Ci sono poi nomi caldi come Lo Stato Sociale, Ex-Otago e Ghali, o ancora la coppia Giorgio Poi e Gazzelle, che uno dopo l'altro apriranno la rassegna di concerti. C'è spazio per grandi ritorni come The Bloody Beetroots, Dente, Sick TamburoEspaña Circo Este e Cattive Abitudini, e per appuntamenti fissi come Altavoz de Dia, Holi - Il festival dei colori, Hip Hop Day con Murubutu + freestyle battleSherwood Goes Hardcore con gli statunitensi Suicidal Tendencies. Da segnalare la chiusura con ospiti i bosniaci Dubioza kolektiv e le tante serate con la formula "1€ può bastare": da Willy Peyote a Birthh, dai Patois Brothers ai Voina, da Blindur ai Moplen, fino a Cut e Universal Sex Arena nella Sisma Night. Infine due opening act molto interessanti come Pietro Berselli e Verano.

Nel frattempo qui sotto trovate una lista con DIECI appuntamenti per intrattenervi da qui a giugno.


13 MAGGIO // VENEZIA HARDCORE FESTIVAL, Centro Sociale Rivolta (Marghera)

Torna per la quinta edizione il principale festival hardcore del Veneto. Al Rivolta porte aperte dalle 14:30 con un programma che recita "2 Stages, 1 huge skate ramp, 26 live bands, Illustration area, Merch area, Vinyls and Distros, bar and vegan food." La line up qui sotto non ha bisogno di ulteriori commenti.


17-21 MAGGIO // CEREBRATION FEST, Parco Fistomba (Padova)

Mercoledì 17 parte l'ottava edizione di un festival che comprende laboratori gratuiti, dibattiti, teatro, aperitivi culturali, concerti e dj-set. La location è il Parco Fistomba, zona verde vicino al quartiere studentesco del Portello. In concerto La Rappresentante di Lista, Pinguini Tattici Nucleari, Groov A Nation, Mistaman + ROC BEATS aka DJ SHOCCA & Frank Siciliano, più tanti altri ospiti.

CEREBR


18-21 MAGGIO // SAN PRECARIO SPORT FESTIVAL, Parco Milcovich (Padova)

Nel quartiere Arcella si celebrano i dieci anni della Polisportiva San Precario con quattro giorni di sport, musica e cultura. Il programma è ricco di appuntamenti: tornei di basket, calcio e volley, ma anche allenamenti di boxe e capoeira, concerti, dibattiti, documentari e spettacoli teatrali.


19-22 MAGGIO // LIDO - Carmignano Sabbiadoro, Carmignano di Brenta (Padova)

Carmignano di Brenta diventa Sabbiadoro per quattro giorni di eventi che strizzano già l'occhio all'estate. Di sicuro è la mia impressione quando penso alle camicie di Bruno Belissimo, che sarà presente nel cartellone insieme a Mudimbi, Bee Bee Sea, Senzabenza, Oceanicmood e tanti altri. 

LIDO


20-21 MAGGIO // AWAKEN FEST, Torreglia (Padova)

Ritorna per il secondo anno consecutivo Awaken Fest, "24 ore di cultura, arte e musica nella splendida cornice naturale dei Colli Euganei". Sabato c'è spazio per l'arte e lo sport prima di assistere alle esibizioni sul palco di Phil Reynolds, Nautilus, Talk To Her, Soviet Soviet, Thalos e Moseek. La domenica show acustico di Ulisse Schiavo, yoga e teatro. È possibile dormire in tenda nell'area campeggio.


26-28 MAGGIO // TREVISO STREET FESTIVAL, ModularSpace (Villorba, Treviso)

In un nuovo spazio polifunzionale della città arriva Treviso Street Festival. Venerdì 26 la presentazione, in anteprima nazionale, della rivista CITIES, a cura di Italian Street Photography. Gli scatti sono dedicati alle città di Torino, Milano, Genova, Venezia, Roma e Catania. Una sala espositiva di 1500 mq ospiterà inoltre le esibizioni di 25 artisti da tutta Italia, oltre a workshop, talk e dj-set. 


26 MAGGIO-3 GIUGNO // SUMMER STUDENT FESTIVAL (JE T'AIME), Golena San Massimo (Padova)

Il Je t'aime si svolge a Padova da 16 anni e propone ogni sera concerti ricercati e imperdibili, oltre a proiezioni, incontri e dibattiti. Il Festival, organizzato da ASU Padova, Il Sindacato Degli Studenti e da Pulse, ha appena annunciato i primi nomi di questa edizione: Croatian Amor, Lorenzo Senni e Nite Jewel. Occhio ai prossimi! 


28 MAGGIO // OSTIGLIA RAILSOUND, Ex Stazione Cocche (San Giorgio delle Pertiche, Padova)

Per il quarto anno consecutivo viene organizzata una giornata circondati nel verde sullo sfondo della vecchia ferrovia militare Ostiglia-Treviso. In programma una lezione di Hatha Yoga, un laboratorio per bambini e tanta musica, oltre alla possibilità di godersi la ciclopedonale Ostiglia-Treviso in mezzo alla natura.


1-4 GIUGNO // HORTIS FESTIVAL, Parco Ca' Diedo (Oderzo, Treviso)

A Oderzo giunge alla quarta edizione anche Hortis Festival con quattro giorni densi di appuntamenti. Sul palco saliranno tra gli altri Naives, the Cyborgs, Piotta, Altre di B e Canova, band milanese che sta ricevendo ottimi consensi negli ultimi mesi con l'uscita del disco "Avete ragione tutti".


2-3 GIUGNO // FABRIK FESTIVAL, Jara Park (Fontaniva, Padova)

La seconda edizione presenta concerti di artisti italiani importanti come Altre di B e i lanciatissimi Gomma, ma anche The Slaps e I Botanici. In aggiunta dj-set e un'esposizione di illustrazioni. Il tutto sarà "garantito con qualsiasi condizione meteorologica", il che non guasta mai.

A cura di Enrico Brunetta


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<![CDATA[Gorillaz – Humanz]]>

Gorillaz sono sempre stati un progetto piuttosto strambo. Per i primi due – notevoli – album la band virtuale di Damon Albarn e Jamie Hewlett ha rappresentato qualcosa di fresco ed in parte innovativo, uno sfogo concesso all’incessante creatività del leader dei Blur allorquando il ciclo vitale di questi pareva esaurirsi per sempre. È curioso pensare che se con la sua main band non era mai riuscito a sfondare in America, coi Gorillaz il buon Damon finalmente ci riuscì. Inoltre, avere hip hop, trip hop, elettronica, rap, rock, britpop, dub e quant’altro tutti insieme nella stessa stanza era una sensazione straniante ma comunque dotata di una visione, di un’idea. Dall’ultimo lavoro The Fall, sono ormai passati sei anni, e per resuscitare 2-D, Noodle, Murdoc e Russell serviva più di un semplice pretesto tipo ‘bella rimpatriata tra amici’. Perché Humanz potesse nascere, occorreva qualcosa che fosse così penetrante e carico di significato da convincere loro due a comporre un nuovo disco e noi ad ascoltarlo.

Quando verso la fine del 2015 Albarn comincia a radunare il solito stuolo di amiz/collaboratori, per motivarli rivolge loro – l’aneddoto ci è raccontato da Pusha T ma vale per tutti – il più classico dei what if?: cosa succederebbe se accadesse, che ne so tipo a novembre 2016, qualcosa di così sconvolgente da cambiare il mondo come lo conosciamo? Come sarebbe se vincesse LUI? Di certo non sarà stato l’unico a porsi la domanda – sarà stato uno dei pochi a farsela un anno e mezzo fa – ma ora che è stato pubblicato dopo così tanto tempo il rischio è che Humanz possa finire nel calderone delle espressioni artistiche post-Trump insieme alle innumerevoli altre. Ed è un peccato perché, almeno sulla carta, dietro c’è un progetto che parte da lontano e si snoda in mille posti, tra cui Londra, Parigi, NYC, Chicago e la Jamaica. Composto per la maggior parte sull’iPod di Albarn, il quinto LP dei Gorillaz è una risposta emotiva del suo autore alla politica dei nostri giorni, la conseguenza (un po’ di pancia un po’ di cervello) di un evento inaspettato.

I brani che mordono alla gola il tema politico-sociale sono disseminati qua e là senza un preciso costrutto. Il singolo di lancio Hallelujah Money – che vanta Benjamin Clementine alla voce principale – è un notevole elettro-gospel contro il capitalismo, la Let Me Out in cui si alternano Mavis Staples e Pusha T è stata scritta durante un viaggio in treno e si snoda a ritmo di hip hop su cupe meditazioni (“Together we mourn, I’m praying for my neighbors”), mentre l’unico episodio in cui si fa riferimento esplicito a The President è in The Apprentice, forse la migliore delle bonus-track dell’edizione deluxe. Quella di tenere la figura di Trump in ombra è stata una scelta espressamente voluta da Albarn, che paga i maggiori dividendi nell’ottima Ascension, dove il poderoso flow di Vince Staples può essere piuma (“The sky’s falling baby, drop that ass ‘fore it crash!”) o ferro (“This is the land of the free […] Where you can live your dreams long as you don’t look like me. Be a puppet on a string, hanging from a fucking tree”) senza soluzione di continuità.

Humanz, vale la pena ricordarlo, è stato presentato come un party-album, un disco da club. Analizzandolo da quest’ottica, se Saturn Barz – impreziosito dalla geniale performance auto-tunizzata di Popcaan – fa da apripista, l’elementare Charger – che resuscita l’altrettanto giamaicana Grace Jones (!) in duetto con il ‘vecchio’ 2-D – si addentra decisamente nell’intimità notturna (“I am the ghost. I’m the soul. I’m gonna take you for a ride. No antennas”) ma è Andromeda a cristallizare alla perfezione le atmosfere del vecchio nightclub di Colchester in cui si suonava il soul. Qui Damon, insieme a D.R.A.M. (e ai cori di Roses Gabor), ci invita nei suoi ricordi adolescenziali in pieno mood Billie Jean e dà vita, con la successiva Busted And Blue, all’unico e vero ‘momento Albarn’ dell’album. Dagli inizi, l’ingombro del songwriter si è via via affievolito, finendo per relegarlo quasi solo a mero accompagnatore, lontano dal faro illuminante cui eravamo abituati. La contraddizione che si è andata creando dà come risultato il non capire più se i Gorillaz sono al meglio quando Albarn c’è o quando non c’è, e tutto ciò si ripercuote anche sul resto. Tipo che alla fin fine, per essere un qualcosa di ballabile, di dance qui c’è solo Sex Murder Party, un pezzo house sì nobilitato da Jamie Principle e Zebra Katz ma di certo non memorabile.

Dunque se lo schema teorico di partenza è lo stesso di sempre – scenario apocalittico imminente dipinto da un narratore di ritorno da un futuro oscuro e distopico – quello reale ricalca la tradizione fatta di ospitate e collaborazioni con qualche problema in più nell’amalgama e nell’equilibrio della formula. Ciò fa inevitabilmente di Humanz più una playlist (o mixtape) che un concept vero e proprio. Si vive di episodi, alcuni come Submission – con Danny BrownKelela e la chitarra di Graham Coxon – sono per forza migliori di altri, soprattutto quelli che non riescono a sfruttare in pieno il loro potenziale. È il caso di Momentz, dove De La Soul, Jean-Michel Jarre (!) ai synth e pure quell’Azekel che avevamo apprezzato coi Massive Attack sono così sottoutilizzati da far venire le lacrime agli occhi pensando a quello che sarebbe potuto essere e invece no.

Purtroppo non sono pochi i brani trascurabili (tra cui StrobeliteCarnival o She’s My Collar) tuttavia vengono ampiamente compensati da una produzione impeccabile, frutto anche del lavoro di The Twilite Tone of D/\P, Remi Kabaka Jr. e Fraser T. Smith. Insieme ad Albarn confezionano un prodotto che tutto sommato funziona (ottima la scelta di seminare lo Humanz Choir ovunque) nonostante l’eccessiva lunghezza (gli intermezzi narrati da un Ben Mendelsohn a metà tra il Pope di Animal Kingdom ed il Krennic di Rogue One può essere spassoso quanto noioso) e che si conclude in gran bellezza coi 2 minuti e poco più di We Got The Power. Nel synth-punk che tira giù il sipario si respira l’aria dei bei tempi andati che furono, con tutte le cose al posto giusto: la vivacità di Jehnny Beth, la classe di Jarre ed il duetto tra Albarn e quello furbo dei Gallagher a mettere il fiocco ad un ventennio ormai quasi dimenticato...continua su Vinylistics

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<![CDATA[Snatura Rock del 23 Aprile 2016]]>

14:50 Intervista ai Big Bang Muff
"Crash test" è l'esordio del duo dei Big Bang Muff. La loro particolarità più evidente è che sanno coinvolgere e hanno l'espressività di un gruppo nonostante siano solo in due. Canzoni tra rabbia e stanchezza cantate dritte con battiti irruenti e chitarre che accarezzno la melodia come sanno targliarla. Il disco è uscito per la neo label "Rosso al tramonto".

15:30 Intervista a Firmani
Dopo l'EP "The 4th row" e "We say goodbye, we always stay" arriva per Antonio Firmani il secondo album sullla lunga distanza "La Galleria del Vento". Con questo disco nuovo comincia a cantare in italiano e così diventa un nuovo inzio per il cantante che si ritrova a guardarsi allo specchio e viene fuori la sua passione per il cinema, quando ad esempio anima dei personaggi come in "Pacey Witter". Le pennellate creative sfumate dal pop, dal jazz e da spunti di vista e di emozioni provate.

16:00 Intervista agli Asymmetry
"Tomorrow's Inner Space" è l'esordio degli Asymmetry, quintetto di Milano. Canzoni ipnotiche che raccontano i momenti solitari che vanno a sbattere e tornano indietro. Momenti tragici che cercano di risalre con forza e potenza nello snodo cruciale chitarra e batteria. Un disco davvero apprezzabile.

16:30 Intevista agli An Italian Tale
An Italian tale è il duo composto da Antonio Cicero al fagotto e Luciano Troja al pianoforte, per un progetto ispirato alle canzoni di Giovanni D'Anzi e uscito per Almendra. Momenti musicali piacevoli e intensi tra le sfumatore più o meno intensificate dai due strumenti che raccontano uno stile della canzone italiana dagli anni 30 agli anni 60 innestando qui sorrisi ammiccanti, il bisogno di leggerezza e la libertà del jazz che apriva diverse strade alla struttura della canzone. Ne parliamo con Antonio Cicero.

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<![CDATA[Snatura Rock del 23 Aprile 2016]]> info@sherwood.it (Sherwood Network) <![CDATA[Snatura Rock del 23 Aprile 2016]]> info@sherwood.it (Sherwood Network) <![CDATA[Snatura Rock del 23 Aprile 2016]]> info@sherwood.it (Sherwood Network) <![CDATA[Snatura Rock del 30 aprile 2016]]>

h16:00 Intervista ai I Dei Degli Olimpo
Dopo un primo EP omonimo registrato quando avevano 16/17 anni, i Dei Degli Olimp sono arrivati alla meta dell'album d'esordio "Uno". Canzoni di ragazzi che si vattono per la bellissima di turno e nel frattempo imbracciano per bene le loro chitarra e fanno uscire coinvolgenti melodia. Un cantate con una voce molto potente che guida la forma della canzone e se in "Mille anni dell'ombra" si avvicina alle timbriche di Branduardi in "Taci, Miserabile" la voce s'ingrassa e diventa rock

h16:30 Intervista a Paolo Cattaneo
"Una piccola tregua" è il quarto album di Paolo Cattaneo uscito per Lavorare Stanca ed Eclectic Music alla fine del 2016. Un disco eclettico e ricco di primi piani sulle emozioni che vengono aristicizzate con cognizione di causa ed effetto. Immergersi in questo disco significa entrare nel mondo del cantante musicista e attraversarlo con le paure, le insicurezze, le prese di posizione, le scoperte e le malinconie da far diventare semplicemente il saggio passato.

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<![CDATA[Snatura Rock del 30 aprile 2016]]> info@sherwood.it (Sherwood Network) <![CDATA[E si canta: lo sguardo perduto, le costole rotte, comunque si canta]]>

Ho avuto modo di vederli, vederli e ascoltarli. Li ho accolti con il cuore libero da ricordi, ricordi per me fondamentali, vitali come i ricordi che appartengono al periodo più veloce della tua vita a cavallo tra i '70 e gli '80. Li chiamavo per nome, i miei cantautori preferiti. Divoravo i loro dischi, cantavo a memoria tutti i loro testi, parole che erano le mie e quelle di una generazione che molto aveva da dire e molto ha fatto per dirlo. Ho avuto modo di vederli, ora, i “nuovi cantautori”. Li ho visti dietro i loro nomi, sempre più arditi e giocosamente cool, appiattiti al limite della triste resa immaginativa. Li ho visti intonare una canzone, mettere assieme degli accordi, tentare una recita di liriche per me aliene. Ho visto la loro spavalda pochezza, vestita di vuota convinzione poetica e inascoltabile superbia pseudo-sociale. Eccomi quindi testimone della decadenza intimista italiana di ultima generazione, un diluvio del nulla che genera vuoto assoluto e crea irresistibile voglia di passato, anche in chi se lo è lasciato alle spalle e corre veloce verso l'oltre.

Nulla di nostalgico ben s'intenda! Ad ognuno la sua stagione, oggi vuota e muta, un tempo viva e straripante.

Nulla di nostalgico, dicevo, anzi. Le celebrazioni d'antan hanno sempre portato con loro disastri come le reunion o le riapparizioni che solo tristezza sanno donare. Quella stagione ha segnato tutti, tutti abbiamo perso qualcosa. Il nostro sguardo si perde spesso nel vuoto e le costole ancora dolgono per le batoste ricevute. Comunque però si canta, a volte lo si fa con fierezza a fianco di chi non c'è più, a volte con chi porta lo stesso nome ma continua a calpestare le assi dei palchi portandosi dentro il grande freddo e il calore di una poesia lucida e incredibilmente attuale.

Claudio Lolli torna con un suo ennesimo album completamente autoprodotto grazie alla raccolta fondi tramite crwodfounding. Torna e rinnova quella magia che mai ha abbandonato l'ascolto dei suoi lavori.

      

Ora lo spazio è pieno, direbbe qualcuno. I testi si riappropriano del loro ruolo, la poesia riesplode finalmente libera. Niente mode insulse, niente gratuito e ignorante nichilismo ma 'semplici' testi che riescono, come un tempo, a rapire l'attenzione.

Non discutere più di niente
i biglietti sono già pagati
le valigie chiuse da qualche parte
con quegli stracci dimenticati

Con quella vita da dimenticare
persa nel sole di un povero mare
e pensare che ci avevo creduto
io, il solo che parla in un cinema muto

E non importa se è un gioco di carte
oppure un racconto fantascientifico
ma in questo mondo io sono
un prigioniero politico

Pensa le strade le risonanze
gli autobus fermi e il futuro meccanico
pensati nuda quando piangevi
solo davanti a un mio “ciao” malinconico

E pensaci insieme nel caldo del tempo
stretti negli occhi e risate magnifiche
pensaci lì tra la Russia e l’America
la gioventù che pescava i suoi numeri

E non importa la luce negli angeli
né la bellezza di un sorriso equivoco
ma nei tuoi occhi io ero
un prigioniero politico

E poi la storia lancia ossi di seppia
e pagliacci che recitano nel seminterrato
ma anche lei ha bisogno di nebbia
e soprattutto di riprendere fiato

La vecchiaia è una tassa impagabile
e la poesia l’accompagna lontano
poi le sorelle camminano sempre
e le sorelle si danno la mano

Ma non è chiaro se è rosso il futuro
o se è il passato che si finge pacifico
ma a questo punto io mi dichiaro
un prigioniero politico

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“Il Grande Freddo” è questo, uno splendido libro di poesia contemporanea ed intimista, questa si veramente intimista! scritto da di chi sa come raccontare un vissuto a cavallo tra il cuore e la passione, tra il privato e il pubblico, un percorso comune a molti di noi. Un lavoro che punta sulle parole con arrangiamenti che sostengono la voce e raramente prendono la scena, se non per le note di un sax che difficilmente si può dimenticare.

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link utili:

http://www.sem.gte.it/claudiololli/

http://www.associazionemusicalbox.com/claudio-lolli.html

https://www.facebook.com/Lolli.Claudio.Bologna/

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<![CDATA[E si canta: lo sguardo perduto, le costole rotte, comunque si canta]]> info@sherwood.it (Sherwood Network) <![CDATA[E si canta: lo sguardo perduto, le costole rotte, comunque si canta]]> info@sherwood.it (Sherwood Network) <![CDATA[E si canta: lo sguardo perduto, le costole rotte, comunque si canta]]> info@sherwood.it (Sherwood Network) <![CDATA[E si canta: lo sguardo perduto, le costole rotte, comunque si canta]]> info@sherwood.it (Sherwood Network) <![CDATA[Teho Teardo: Arlington]]>

Vite aggrappate ad una realtà vuota, anonima. Uno stanzone asettico sulla cima di un grattacielo che domina un'umanità resa schiava dal controllo assoluto sulle proprie vite. Nella stanza si aggira una donna, tra sedie in plastica e distributori automatici di numeri, nel vuoto totale dell'attesa. Vicino, in un'altra stanza, il controllore. Un ragazzo che spia la vita altrui e la valuta. Due solitudini che forse si incontreranno, forse riusciranno a sopravvivere nel sottovuoto vitale, forse useranno la poesia per abbattere la fredda determinazione tirannica. Teatro, danza e musica, quella composta da Teho Teardo per questo nuovo dramma firmato Enda Walsh. Una collaborazione nata con Ballyturk nel 2014 e proseguita con Arlington, il nuovo dramma che debutta a New York in questi giorni.

Il suono di Teardo ci accoglie come sempre acquattato, nascosto nell'angolo più oscuro del nostro ascolto. Si fa intravvedere ma lentamente, molto lentamente. Scivola verso di noi con la sapiente eleganza del mago che sa dosare lo stupore in chi lo guarda. Oramai conosci il tocco, l'andamento ondivago, ipnotico del suono. Attendi solo il suo classico stacco finale, il momento nel quale il puro silenzio irrompe, ed è lì che ti getti a capofitto e cadi. Cadi dentro le immagini che via via ti suggerisce, le suggestione che riesce a richiamare, la grave potenza del suo lieve tocco classico volutamente e amorevolmente contaminato di splendida poetica contemporanea.

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Pur non avendo visto le due anime vagare sul palco riesci a percepire la loro tensione, il drammatico gioco che le unisce, l'incredibile danza di respiri e sguardi che forse le unirà. Il mestiere dell'attore si trasforma in arte poetica così come il suono di Teardo che commuove, fitto com'è di sentimento vero, udibile, concreto.

E' sempre più complicato ascoltare, di questi tempi. Si fatica notevolmente nel trovare produzioni che possano soddisfare un'antica e nobile esigenza, nata con il vinile e mai sopita. Teardo è uno dei pochi che permettono il salto indietro nel tempo, quando ci si alzava più e più volte dalla sedia, mai stanchi nello spostare nuovamente il braccio del giradischi sul primo solco di un disco già ascoltato decine e decine di volte.


Arlington è disponibile dal 28 Aprile solo attraverso download digitale su iTunes.

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Facciamo così, io eviterei direttamente la parte in cui scrivo il recap per quelli che sono arrivati solo alla fine, e confido che, visto che lo conosce anche mia madre, ormai tutti sappiano chi sia Kendrick Lamar Duckworth. Andiamo dritti al punto: il 23 marzo scorso, l’MC di Compton pubblica il brano The Heart Part 4 in cui ad un certo punto dichiara Y’all got ‘til April the 7th to get y’all shit together”. Poi quel giorno arriva ma porta con sé soltanto l’annuncio che il quarto album in studio, DAMN., sarebbe uscito una settimana dopo, di Venerdì Santo. Non una coincidenza. Da lì in avanti, l’internet è già bruciato una decina di volte, il singolo HUMBLE. è arrivato al n°2 di Billboard, Drake ha visto la sua ‘season’ finire ancora prima di iniziare e, se ce ne fosse ancora bisogno, abbiamo capito con certezza chi sia il più grande rapper sul pianeta Terra.

Registrato in vari studi a Hollywood, Santa Monica e New York, DAMN. è stato pubblicato via TDE, Aftermath e Interscope e co-prodotto da una sfilza impressionante di collaboratori che elencherò di volta in volta, tra cui vale la pena citare Dr. Dre come produttore esecutivo e collegamento nemmeno troppo ideale col rap degli anni ’90. Come per i due ultimi dischi, Vlad Sepetov si è occupato della cover definita ‘carica ed abrasiva’, in questo già emblematica di quello che ci aspetta nei 55 minuti successivi.

L’introduzione di BLOOD. ci sbatte subito molto realisticamente in faccia la filosofica questione dell’eccellenza nera soffocata dal razzismo istituzionale e dalla brutalità della polizia americana. In mezzo ai violini ed al contributo vocale di Bēkon (alias Daniel ‘Danny Keyz’ Tannenbaum) – che produce la track insieme ad Anthony ‘Top Dawg’ Tiffith – Eric Bolling e Kimberly Guilfoyle di Fox News si esibiscono in un grottesco commento all’esibizione di Lamar ai Grammy del 2016. Quel “I don’t like it”, il consapevole rovesciamento di ciò che quel momento ha significato, sono parole tanto scellerate quanto invece è determinante la riflessione sul senso che abbia, oggi, essere ancora buoni in un mondo irrimediabilmente cattivo. Il colpo di pistola che riecheggia segna simbolicamente lo strappo del velo illusorio che avvolge le nostre vite, che ci impedisce di vedere la vera realtà delle cose. In questo percorso di illuminazione, King Kenny non ci porta per mano ma ci spinge letteralmente nell’abisso della successiva DNA., un pezzo che colpisce e fa male, in cui sulle onde di un flow micidiale, rivendica la sua discendenza nera (I got loyalty, got royalty inside my DNA” ) di fronte ai deliri dell’anchorman della Fox Geraldo Riviera e della sua idea che per i giovani afroamericani il rap abbia prodotto più danni del razzismo. E non inganni l’ironia con cui K-Dot decanta le lodi della sua gente (Sex, money, murder – our DNA”): in un assalto frontale come questo non c’è tempo per respirare, figurarsi per ridere.

Tuttavia restringere il discorso alla Black Nation sarebbe colpevolmente riduttivo. Quello che gigioneggia nel languido r&b di YAH. è un uomo che si innalza sulla famiglia e sulla razza (“Fox News wanna use my name for percentage, somebody tell Geraldo this nigga got ambition”) entrando diretto nella sfera religiosa, definendosi israelita e quindi redentore dei soppressi di tutte le epoche e di tutte le nazioni. L’urgenza che esprime ogni minuto di DAMN. è dunque il riflesso di una duplice esigenza. Da un lato, quella di smarcarsi dall’aura trascendente in cui l’avevamo lasciato dopo To Pimp A Butterfly, per cui ora abbiamo un lavoro estremamente più diretto e meno influenzato dal jazz e dalla strumentazione tradizionale suonata dal vivo, mentre rientrano beat lineari, samples e TR-808. Dall’altro, la delusione di chi è arrivato in cima alla montagna più alta, oltre le nuvole, solo per accorgersi di essere tremendamente solo.“Last LP I tried to lift the black artists, but it’s a difference between black artists and wack artists” è l’epigrafe incisa a fuoco su ELEMENT. e su buona parte del disco, l’esatto momento in cui il californiano si riappropria degli stilemi del rap/hip hop tradizionale (If I gotta slap a pussy-ass nigga, I’ma make it look sexy”). Nel brano in cui collaborano Sounwave, James Blake e Ricci Riera (più l’intro di Kid Capri), Kendrick, attraverso gli spazi lasciati vuoti dal piano e dalla drum machine, rinnova la sfida di Heart Part 4 rivolta ai suoi più autorevoli rivali ed in fondo anche a se stesso. Sfida che nell’ormai già classica HUMBLE. – su cui c’è ben poco altro da aggiungere che non sia già stato scritto – raggiunge un’incisività ed una precisione chirurgica senza eguali, merito anche del lavoro di Mike Will Made It, vero valore aggiunto di questo album.

Il producer di Atlanta è anche l’eminenza grigia dietro al miracolo di XXX. ed alla chiacchierata collaborazione con gli U2 che tanto ha, giustamente, spaventato l’umanità. In realtà, insieme a DNA. e HUMBLE.XXX. – oltre ad essere esempio di produzione virtuosa per come riesca ad integrare le varie parti con naturalezza – esprime il potere della semplicità come rinnovato mezzo per veicolare l’immane talento del rapper di Compton. Una semplicità più a livello mentale che tecnico – perché poi, dopo ripetuti ascolti, si percepisce quanto lavoro ci sia sotto anche solo per dare quest’idea in apparenza – ma che permette di gestire le guest-star senza snaturare nessuno dei protagonisti. In LOYALTY. è Rihanna (nel ruolo di Bad gyal RiRi) a duettare con Lamar (nel ruolo di Kung Fu Kenny) – con Terrace MartinDj Dahi e Kuk Harrell a fare da preziosissimi ornamenti – in un pezzo che parla del difficile rapporto tra la fede ed il denaro, e che inonderà le radio nella prossima estate. Nella ballad poppy LOVE. la voce femminea di Zacari Pacaldo porta il brano verso un curioso incrocio new wave tra pop ed hip hop, in territorio quasi drakeiano, mentre nella melliflua LUST. Lamar si riprende la scena con l’incredibile versatilità vocale che la natura gli ha donato, accompagnato da mr. Kamasi Washington agli archi, Kaytranada e Rat Boy alle voci ed i Badbadnotgood dietro al mixer.

L’errore da evitare, che a conti fatti sarebbe stato un peccato imperdonabile, era quello di scavare ancora di più nella mitologia (musicale ed ideologica) di TPAB, dopo che già la compilation untitled unmastered. aveva detto tutto quello che c’era da dire. DAMN. non è super politicizzato come il capolavoro del 2015, né così melodico come Good Kid, M.A.A.D City (di cui possiamo dire sia il seguito ideale), ma in alcuni dei suoi episodi migliori è una sintesi dei suddetti. FEEL., sostenuta dal basso di Thundercat, è un abbagliante flusso di coscienza (“The world is ending, I’m done pretendin’. And fuck you if you get offended, I feel like friends been overrated, I feel like the family been fakin”) in cui l’autore riversa le sue meditazioni sull’isolamento dovuto al successo di cui parlavamo sopra. Dubbi che investono la sfera personale e che fanno luce su come lo stesso Kendrick Lamar non si senta più un messia ma piuttosto un martire dannato (I feel like the whole world want me to pray for ‘em, but who the fuck prayin’ for me?”). Un approccio che viene sublimato in FEAR., forse il pezzo più introverso di tutta la sua carriera, nel quale affronta la paura di chi è lasciato solo dalla sua comunità attraverso tre punti di vista differenti.

È dunque un Kendrick Lamar decisamente più spirituale ed umano quello che si affaccia in GOD., un uomo alla ricerca non tanto di Dio, quanto di quello che solitamente Dio rappresenta per le varie comunità del mondo (“This what God feels like”). Tra glitch a 8 bit e duetto con CardoGOD. è la ricerca ultima del senso del sacrificio (“Seen it all, done it all, felt pain, more. For the cause, I done poured blood on sword”) di un capo-popolo contro la sua volontà, che ora si scopre mortale. Perché pur non essendo un concept album (ed è la prima volta, almeno da Section.80), il tema della morte e della mortalità attraversa DAMN.da cima a fondo in modo inequivocabile. Se è solo accennato nella gigantesca PRIDE.(“Love’s gonna get you killed, but pride’s gonna be the death of you”) – che si riallaccia alla These Walls di Butterfly – deflagra come mille bombe atomiche che esplodono nella conclusiva DUCKWORTH.. In questo titanico finale gestito in collaborazione con 9th Wonder la classe sopraffina da storyteller di K-Dot viene declinata in un’incredibile storia su quanto il boss della TDE, l’Anthony Tiffith di cui parlavamo all’inizio, sia andato vicino ad uccidere il padre del nostro amato Kung Fu Kenny, rischiando sì di privarci della benefica esistenza di quest’ultimo, ma soprattutto realizzando un corto circuito clamoroso con lo sparo di BLOOD., cui si torna riavvolgendo il nastro di quella che paradossalmente potrebbe essere una qualunque vicenda di un qualunque uomo afroamericano (Just remember what happens on Earth stays on Earth! We’re going to put it in reverse!”) nato a Compton, California.

Diciamoci la verità, chi tra noi si sarebbe aspettato un altro passo di queste dimensioni verso la leggenda dopo TPAB?

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<![CDATA[Presentazione di "Libia 1911 - 1912"]]>

Venerdì 28 aprile dalle ore 18:00

Sherwood Open Livevicolo Pontecorvo 1/A, 35121 Padova

Presentazione del libro
Libia 1911 - 1912 - Immaginari coloniali ed italianità
di Gabriele Proglio 

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L'altra sponda del Mediterraneo, vista dall'Italia, è la Libia. Oggi ne parliamo comunemente come il punto di partenza dei barconi con cui migliaia di persone sfidano la sorte e la morte per cercare una chance di vita in Europa. Poco più di cent'anni fa fu l'Italia di Giolitti a conquistare militarmente la Libia: all'insegna del razzismo, guidata da un immaginario di supremazia della modernità "bianca" sull'arretratezza africana. Questo stereotipo duro a morire continua ad essere vivo, il discorso razzista ancora oggi pervade l'opinione pubblica e la retorica dell'invasione è alla base degli accordi bilaterali sottoscritti da Gentiloni con la Libia del post-Gheddafi.
Il libro di Gabriele Proglio offre una prospettiva storica per approfondire la condizione attuale dello stato africano.
Ne parliamo con:
Gabriele Proglio, docente di storia contemporanea presso l'Università di Tunisi;
Nadia Zingarelli, ricercatrice di storia dell'Africa mediterranea presso l'Universtà di Perugia
Antonio Pio Lancellotti, co-direttore di Globalproject.info

Nota biografica:Gabriele Proglio è docente di storia contemporanea e studi postcoloniali presso l'Università di Tunisi 'El Manar' e lavora nel progetto 'Bodies Across Borders: Oral and Visual Memory in Europe and Beyond' presso lo European University Institute. La sua ricerca verte sulla storia orale sulle diaspore dal Corno d'Africa in Europa. È tra i fondatori di Intergrace - Interdisciplinary Research Group on Race and Racism. Sta lavorando ad un contributo nell'opera collettanea "Fortress Europe, Border Lampedusa" e "Decolonizing the Mediterranean Area, Colonial Cultural Heritage, between Europe and North Africa" previste in uscita nel 2017.

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<![CDATA["Gekrisi" è il secondo album per la carriera solista di Loris Dalì che continua a stupire e divertire sperimentando attorno al folk rock]]>

Loris Dalì
"Gekrisi"
Autoprodotto

Loris D’Alimonte, in arte Loris Dalì, dopo l’esordio solista del 2015 “Scimpanzè” torna con il disco nuovo “Gekrisi” dove continua a sperimentare cantando in italiano, interrogandosi sul come divertire, stupire e far riflettere. Istrionico e sicuro nella presenza sul palcoscenico il cantautore e polistrumentista piemontese porta anche su disco il suo approccio live. Mette sul piatto canzoni ubriache da fine della festa, parole che ululano alla luna, aldilà della voce e della melodia io mi inchino e ringrazio chiunque tu sia da “Aldilà”. Una canzone sul proprio sentirsi ebbri di gioia dopo aver trovato orecchie attente nell’ascoltare quel che si aveva da dire. Davvero non facile oggi.
“Jack Risi”, altra canzone sul suo essere cantante, ironizza sulle sue capacità canterine e nel frattempo le esalta mostrando la sua versatilità sui toni e sui generi puntando sul blues dal folk rock.
Diverse citazioni di cantanti del Bel Paese e scrittori americani di cui si è nutrito e così ricco li infila nelle sue canzoni. Anche il vecchietto che fa parlare in “Altri Tempi” che incontravamo spesso e ci diceva quanto le cose andavano meglio ai suoi tempi, potrebbe essere una citazione del paese sul sociale. “Migrante”, la traccia più vicina alla forma canzone, racconta il momento della separazione di una coppia che è costretta a lasciarsi per nuove speranze per il futuro a cui aggrapparsi. E si trovano attimi di estrema e struggente malinconia fotografati e descritti con cura e rispetto per un dolore urlato da dentro.
“3 accordi, fischio e delay” che chiude il disco in modo buffo è una canzone senza pretese che ti aspetteresti canticchiare proprio da lui con questo suo aspetto con i suoi baffetti all’insù e una barba rassicurante.

Francesca Ognibene

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<![CDATA[Cinque giovani innamorati del rock progressive al loro esordio con "Uno" e innalzano un nome roboante "I dei degli Olimpo"]]>

I Dei Degli Olimpo
"Uno"
Ed. Music. 22R

Dopo l’EP omoniomo il quintetto dei laziali I Dei Degli Olimpo sono tornati con l’album sulla lunga distanza uscito alla fine del 2016 e prodotto da Matteo “Kutso” Gabbianelli e Marco “Cinghio” Mastrobuono. Il loro nome era uno scherzo risalente ai giorni del liceo che poi però si è diffuso diventando virale e quindi hanno pensato di tenerlo.
Sono giovanissimi ma questo non traspare da nessuna parte. Riferimenti anni 70 con le chitarre in primo piano e una voce imponente che preferirei andasse sempre dritta per non ricordare Ligabue ma rimanere originali.
Angelo Branduardi e il rock progressive aleggiano e s’impongono nella struttura di “Mille anni dall’ombra”. Una storia proiettata nel passato e piena di catene che privano della libertà di essere felici e spensierati. Pensieri pesanti invece che fanno mancare l’aria in un’atmosfera quasi rinascimentale: ci si aggrappa alla speranza che sia solo un incubo e si riaprono gli occhi sulla coda rock progressive molto interessante.
“Taci, Miserabile” una filastrocca velocizzata che descrive una persona abbietta che non ha nessuna possibilità di essere perdonato e così a colpi di slanci di chitarroni, imbracciate da Nicolò Baldini e Simone Marini, il basso di Valeria Scaparro e la batteria di Roberto Cataldi, le parole cantate da Andrea Stocchino diventato schiaffi.
“Verdiana”, la più giocosa del disco, è una storia per conquistare una ragazza che rimane immobile fino ad andarsene e così i bollori di lui, che prima era sicuro e baldanzoso e poi era arrivato a supplicarla, si spengono per sempre. Il gioco di saliscendi delle note sembra andare di pari passo ai sentimenti del borioso co-protagonista alla fine umiliato.
Proposta interessante.

Francesca Ognibene

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<![CDATA[Snatura Rock del 9 aprile 2017]]>

h14.50 Intervista a Milo Scaglioni"A Simple Present" è l'esordio solista di Milo Scaglioni, già bassista in diverse formazioni ma qui intento a forgiare una personale creatura che si nutre delle sue elucubrazioni più intime già elaborate e corrette. Sentimenti musicali già provati e adesso messi a lucido con amici musicisti d'eccezione a fare da ciliegina sulla torta. Un disco pensato quindi ma che non perde la sua spontaneità e passione sempre in evidenza nella ricerca melodica d'ispirazione pop psichedelica.

h15.30 Intervista ai Via LatteaDopo un ep omonimo uscito nel 2015 tornano i Via Lattea. Una voce imponente quella del cantante e piena di ombrosità e concretezza per raccontare quello che accade, mentre la musica raccoglie i dettagli delle sfumature. Un disco capace di essere struggente su diversi momenti e che rimane nell'aria come un bel sogno molto intenso. Ne parliamo con il cantante e chitarrista Giovanni Rafanelli.

h16.00 Intervista a Rosso PetrolioAntonio Rossi - aka Rosso Petrolio - è al suo esordio omonimo, un ep di cinque canzoni un po' in italiano e un po' in inglese che va a corredare con un libricino che contiene alcuni suoi scritti e quindi il suo lavoro diventa un cd libro che intitola "Chronicles of a Naufragio". Buone canzoni e buone poesie con una struttura molto curata. L'inglese porta la sua voce a cantare più solare e si fa più carnosa. Grazie alla linea melodica si riconoscono le atmosfere descritte dalle parole. La lontananza e la difesa dei propri desideri diventano punti di vista diversi.

h16.30 Intervista a Massimo Torresi"Possibilità" è l'esordio solista di Massimo Torresi già con i Bluff per più di dieci anni. Un disco malinconico che la fisarmonica e le parole descrivono intersecandosi nella poesia nera della vita che ci sa straziare in un istante per fatti tragici, come anche farci aspettare diversi anni per la guarigione dai dispiaceri. Non mancano descrizioni di favole per trattenere un sogno e farlo combaciare con la realtà come "Credi anche tu" o anche la goliardia folk wave come in "Possibiltà" o i diversi umori raccontati dalle mutazioni della voce nella romantica "Miele". Un esordio che ha avuto davvero il suo perché.

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<![CDATA[Snatura Rock del 9 aprile 2017]]> info@sherwood.it (Sherwood Network) <![CDATA[Snatura Rock del 9 aprile 2017]]> info@sherwood.it (Sherwood Network) <![CDATA[Snatura Rock del 9 aprile 2017]]> info@sherwood.it (Sherwood Network) <![CDATA[The Jesus and Mary Chain – Damage and Joy]]>

La recensione del nuovo album dei Jesus and Mary Chain sarebbe già dovuta uscire da tempo, purtroppo per impegni personali ho dovuto rimandare fino ad ora. Ma il fatto che proprio la domenica di Pasqua sia il giorno in cui vi parlo di Damage and Joy è certamente un segno del destino. Atteso più o meno da ben 19 anni, il settimo lavoro della band scozzese alternative rock guidata dai fratelli Jim e William Reid ha suscitato lo stesso interesse che c’è stato per i recenti ritorni dei My Bloody Valentine o dei Pixies: curiosità, timore, nostalgia canaglia.

Già una decina di anni fa i Reid erano tornati a guardarsi negli occhi dopo essersi presi a pizze in faccia per una vita, tuttavia nulla di serio era uscito da quei timidi abboccamenti. Cos’è cambiato, allora? Di preciso non si sa, deve essere stato qualcosa a metà tra voglia di rimettersi in gioco ed esigenza di dare un seguito ad un storia durata sei album ma interrotta forse prematuramente. Ai due nativi di Glasgow si affiancano Brian Young alla batteria e Phil King al basso, più un terzetto di voci femminili ospiti che scopriremo più avanti. La scelta determinante, però, è stata quella di avere Martin Glover (aka Youth) come produttore e bassista occasionale. Il sound di Damage and Joy – registrato per lo più in Spagna – risulta così abbastanza ricercato e robusto da non far notare la ruggine che i fratelli coltelli si portano inevitabilmente addosso, e questa è già una mezza vittoria. Brani come War On Peace o Facing Up To The Facts pur non brillando di magia sono solide e dense, stoner-jangle con chitarre fuzzate la prima, rumorosa e (banalmente) confessionale (“I hate my brother and he hates me, that’s the way it’s supposed to be”) la seconda.

Ben sette brani su quattordici sono già stati pubblicati in altra forma, in altri anni. L’iniziale Amputation, per distacco forse il pezzo migliore in assoluto, è una ri-registrazione di quella che si chiamava Dead End Kids composta dal solo Jim; a tutti gli effetti potrebbe essere un brano indie dei ’90, sfido chiunque non lo sapesse ad accorgersi della differenza. All Things Pass era invece nella colonna sonora della serie tv Heroes con un ‘Must’ in più nel titolo ed ha conservato l’andamento motorik assicurato dalla coppia batteria/drum machine rimandando alle atmosfere di Automatic anche nei testi (“Each drug I take, it’s gonna be my last”). Ancora, le due discrete canzoni con Isobel Campbell (ex Belle And Sebastian per chi avesse poca memoria) Song For A Secret e The Two Of Usrisalgono addirittura al 2005; dello stesso anno, infine, è la conclusiva Can’t Stop The Rockdove stavolta il duetto è con Linda Fox, la sorella di William e Jim, che proprio con quest’ultimo aveva messo su il progetto Sister Vanilla.

Accanto a questo conservatorismo, che penso nessuno possa davvero biasimare fino in fondo, troviamo qualcosa di nuovo di cui i Jesus and Mary Chain vogliono parlarci, ovviamente con il loro attuale linguaggio. Non sarà super originale, ma buona parte di Damage and Joy ci tiene molto a farci sapere che il tempo è passato anche per loro, e che maturando alcuni angoli si sono smussati, per non dire ammorbiditi. Alla soglia dei sessant’anni non possono di certo essere più quelli dei concerti che durano venti minuti e che finiscono in rissa, e state certi che si drogheranno anche con moderazione evitando pure i carboidrati per cena. In quest’ottica, allora, dobbiamo guardare a momenti come Always Sad in cui la voce sconosciuta di Bernadette Denning – al secolo fidanzata di William Reid – ci accompagna in una love story agrodolce molto melodica e pop, quasi un compendio della perfetta storia finita male (“I think I’m always gonna be sad, because you’re the best I ever had”).

Il problema vero, semmai, è che se come band i Reid sono tutt’ora venerati come strambo oggetto di culto, a livello personale nessuno si interessa più realmente di loro, con la logica conclusione di farli sentire fuori luogo nella musica di oggi. A ciò, secondo me, va imputata la volontà di continuare ad apparire stronzi e provocatori, che da un lato li porta a citare una vecchia leggenda metropolitana degli anni ’90 non abbastanza dimenticata ed inutile (“I killed Kurt Cobain, I put the shot right through his brain”) nell’episodio invece forse più esplorativo ed interessante di tutti, quella Simian Split livida di batteria e graffiata dal sax; mentre dall’altro fa recitare loro “God bless America! […] the land of the free, wishing they were dead” nella luminosa ed acustica Los Feliz (Blues And Greens), dove di nuovo insieme alla sorella Linda, danno sfoggio di un nichilismo gratuito e pretestuoso. È l’essere rimasti troppo legati alla loro epoca d’oro, questa mitizzazione revivalistica delle icone discusse e discutibili che furono trent’anni fa, a rappresentare la vera zavorra di questo disco.

Perché quando si liberano delle loro pur ingombranti ombre e si lasciano affiancare da una come Sky Ferreira nell’ottima Black And Blues, una pepita d’argento a metà tra una ballata americana classica ed i Velvet Underground, riescono a tirare fuori il meglio di sé non solo come musicisti ma anche come uomini di mondo che ti prendono sottobraccio e davanti ad una birra al pub ti lasciano il loro testamento spirituale (“I don’t have nothing to give, but if I could I’d give my heartbeat”)...continua su Vinylistics

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<![CDATA[We All Are Digital Junkies]]>

Mi avvicino con passo guardingo, fingo di non conoscere l'essere impalpabile che governa il mondo nel quale mi trovo. So per certo che al minimo cenno lui si volterà, cercherà i miei ricettori sensoriali e trovati, inizierà la danza circolare che pian piano avvolgerà tutte le mie difese trascinandomi tanto così, vicino alla sorgente della sua magia.                               

 Succede sempre, immancabilmente da quando ho iniziato ad ascoltare i suoi lavori, nel 2009. Brock Van Wey in arte BVDUB espande nuovamente l'eco irresistibile della sue visioni, la sostanza metafisica che le compone e lo fa attraverso una delle più prestigiose labels in circolazione, l'italiana Glacial Movements che produce l'ultima possente produzione del sound artist americano: Epilogues For The End Of The Sky.

 Il suo tratto, oramai noto, ha la capacità di non stancare. Al pari di qualche misteriosa soluzione chimica, una volta assunta richiede di essere riproposta all'ascolto per un numero svariato di volte. Ad ogni assunzione i particolari si sommano ai particolari, la base ambient allarga all'infinito le sue spire accogliendo al suo interno esplosioni musicali che si dilatano e abbracciano e si mescolano in un unico codice d'ascolto che si erge maestoso al limite dello spleen e dello splendore tardo romantico. Iterazione infinita, voci in loop, echi, droni e uso massiccio di melodia, questa la riserva immaginaria che serve per raggiungere l'angolo remoto dove termina il cielo.

La traversata continua, abbandonati i cieli infiammati dal dolce languore elettronico, mi ritrovo nel vasto territorio abitato dai suoni taglienti e dolorosi di Maurizio Bianchi che occupa una side delle due che compongono questo split EP prodotto assieme ad Abul Mogard. Due mondi decisamente lontani che hanno in comune un luogo d'origine: la fabbrica. Da sempre referente sonico per MB e la sua filosofia industriale, reale luogo di vita lavorativa per Abul Mogard, abbandonato solo dopo la raggiunta pensione.

Come sempre il suono di MB ci penetra da parte a parte, non permette tregua, si irradia lucido e diretto usando i canoni della ripetitività industriale. Tutto attorno il caos di un mondo in delirio che gira vorticoso attorno al ritmo della battuta imposta dalle macchine. Danza folle, trasfigurata belle èpoque meccanica, trionfo del vuoto dell'anima schiacciata dagli ingranaggi di un'ansia che appare come Hydra, creatura che si rigenera, ferita dopo ferita

 

Tutto si placa, all'improvviso. Una dolce, gentile litania sale lenta iniziando ad avvolgermi. Abul Mogard è qui, vicino a me. Lo sento. Ascolto le amate antiche onde soniche del suo synth modulare, la soffusa melodia del Farfisa, la grazia sconfinata di un suono che non riesco ad abbandonare. Il suo gesto artistico è colmo di antica gentilezza e celata poesia, la sua musica colloquia con te, ti permette di aprire pagine di lettura intima. Con lui a fianco ti commuovi pensando ad un passato per sempre fermo nell'attimo del ricordo.

Durante questo breve viaggio ho incontrato varie tipologie di sound artists ma quello che mi attende nell'angolo più buio e metropolitano del paesaggio sonoro che sto attraversando, è forse il più misterioso e complicato da capire. Si chiama Ran Slavin, principalmente si occupa di video installazioni, ma il suono ha sempre accompagnato il suo respiro.

Digital Junkies In Strange Times è il suo ultimo lavoro, l'ennesimo per la portoghese Crònica che lo distribuisce in free download via Bandcamp. Un titolo che meglio non poteva rappresentare l'attualità di un popolo curvo sul proprio pc, totalmente assuefatto al suono che quei circuiti producono, musica che veste perfettamente la taglia di questi strani tempi. Quattro traccie che non rispondono a nessun canone di genere, sbandano volutamente tra l'ambient, il jazz, il soul, la ricerca e l'improvvisazione. Un melting pot metropolitano nel quale stranamente ci si riconosce e 'piacevolmente' ci si immerge, convinti di far parte di un mondo abitato da junkies digitali, con i motori di ricerca sempre spinti al massimo della potenza.

BVDUB – Epilogues For The end Of The Sky – Glacial Movements 2017

MB+ABUL MOGARD – Split Ep – Ecstatic 2017

RAN SLAVIN – Digital Junkies In Strange Times - Crònica2017

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Vivo in una terra dai confini indistinti, un luogo nel quale la vita scorre come soffice allegato alle immagini. Forme, apparenze in-definite che emanano inebrianti odori capaci di rapire e rendere dipendenti. Sono uno sniffatore di sogni e questa è la mia storia.

 Potrebbe iniziare così il racconto mai scritto, ideato come preambolo all'opera artistica di Maria Assunta Karini, un film meravigliosamente intitolato Dreamsmellers.

Si oltrepassano i quaranta minuti di visione entrando ed uscendo dalla materia indefinita che la contiene, scivolando soffici attraverso tentativi descrittivi che evaporano al solo contatto con l'alfabeto che tutto tende a racchiudere e catalogare.

Immaginare visioni, viverle mescolandole con la realtà del presente che subito si inceppa perché incapace di sostenere il ritmo della lenta corsa: la nuotata del pesce appeso che ancora conserva il ricordo del ranocchio che fatica a camminare, immerso com'è nel cotone. Il canto delle cicale lungo le assolate distese estive mentre una ragazzina sogna di essere donna. Lo spago annodato alle dita dei piedi sporchi di terra madre, la stessa che forse ora li sta tirando a sè.

Siamo tutti dei Dreamsmellers, tutti amiamo sognare e tutti vorremmo vivere i nostri sogni, vorremmo vederli realizzati ma pochi sono coloro che riescono a fermare il momento nel quale il sogno si struttura, pochi riescono a carpirne la forma e il vero odore. Karini è una di questi medium che sanno vedere oltre il semplice scorrere delle immagini, un'artista che usa il bianco e nero in modo stupefacente, creando poesia anche nell'attimo semplice del raccogliere in un sacco cemento con le mani. Una regista che sa altresì riprendere contatto subitaneo con la durezza della realtà rappresentata da una figura femminile goffamente danzante sullo scheletro in cemento armato di uno stabile in costruzione. Sogni nei sogni che si amalgamano con la realtà anch'essa sognata ma realmente vissuta.

Dreamsmellers è una sorta di nuovo sur-realismo che usa tecniche diversamente moderne per creare lo stesso stato di sospensione dal reale usato da Man Ray con l'obbiettivo della sua cinepresa puntato sulle infinite sfaccettature di un vetro che rendeva indistinta la visione. Karini usa lo stesso metodo alternando immagini e dialoghi a visioni, piegando le stesse e portandole in dimensioni altre, solo apparentemente simili al reale. Inutile indagare sul significato di quanto si vede, importante è capire quanto si immagina, perché in fondo tutti tentiamo di usare quel soffice toner che ci permette di trasportare vicino a noi qualcosa che appartiene ad un mondo altro, quello dei sogni.

Dreamsmellers viene fornito in un pacchetto speciale con incluse foto originali 20x20 cm, DVD, note e crediti stampate su carta trasparente (inglese / italiano) e due 20x20 cm forex.

Limitato a 30 copie numerate a mano e firmate dall'artista.

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http://www.dreamsmellers.com

Edito da 13_silentes - store.silentes.it

 

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Un collettivo di artisti che in meno di una settimana autoproduce un brano per dire no al razzismo: questo è il piccolo grande miracolo che ruota intorno alla canzone “Gente do sud”. Il brano nasce da un’idea di Massimo Jovine che, in occasione della visita dell’11 marzo a Napoli di Matteo Salvini, ha pensato di smuovere le coscienze, contrapponendo al razzismo la grande capacità della gente del Sud, quella di allargare le braccia per accogliere.

Gente do sud” è una canzone che ha preso forma in corso d’opera, man mano che gli artisti, le collaborazioni, i contributi, sono cresciuti, fino a formare un vero e proprio collettivo dal nome “Terroni Uniti”, che coinvolge ben trenta artisti che vanno dai nomi che hanno fatto la storia della musica napoletana, fino alle nuove leve come: Massimo Jovine (99 Posse), Ciccio Merolla, Enzo Gragnaniello, James Senese, O’ Zulu’ (99 Posse), Eugenio Bennato, Speaker Cenzou, Valentina Stella, Daniele Sepe, Franco Ricciardi, Dario Sansone (Foja), Valerio Jovine, M’Barka Ben Taleb, Pepp-Oh, Francesco Di Bella, Simona Boo, Tommaso Primo, Andrea Tartaglia, Tueff, Gnut, Nto’, Roberto Colella (La Maschera), Dope One, Gianni Simioli, Carmine D’Aniello (‘O Rom), Oyoshe, Djarah Akan, Joe Petrosino, Massimo De Vita, Giuseppe Spinelli, Alessandro Aspide (Jovine), Sacha Ricci (99 Posse).

L’occasione della visita di Matteo Salvini a Napoli è stata solo un pretesto per accendere il fuoco creativo degli artisti che vivono, cantano e suonano all’ombra del Vesuvio. “Gente do sud” non è una canzone di odio e il leader della lega non ne è di sicuro il protagonista. Il brano è un inno d’amore, un invito all’accoglienza che parla di solidarietà e di fratellanza. Il Mediterraneo è sempre stato crocevia di storia e cultura, Napoli stessa è una felice mescolanza di popoli e razze che ha fatto delle differenze tra gli individui, una forza. Il brano si avvale di un videoclip per la regia di Luciano Filangieri che racconta in presa diretta il clima che hanno respirato gli artisti mentre registravano la canzone.

Gente do Sud” non è solo un brano che ha messo insieme un’importante fetta di musicisti del Sud, ma è un progetto che ha unito diverse realtà imprenditoriali che operano nella città di Napoli. Etichette, studi di registrazione, professionalità diverse, scese in campo con l’unico scopo di dar vita ad un progetto importante destinato a diventare esempio per le generazioni future, un inno contro tutte le forme di razzismo, un invito a restare umani. Da tutto questo fermento è nata una compilation, formata da brani degli artisti del collettivo Terroni Uniti, i cui proventi saranno devoluti ad Alarm Phone di Watch The Med,  istituito nell’ottobre del 2014 da reti di attivisti e rappresentanti della società civile in Europa e NordAfrica. Il progetto ha creato una linea telefonica diretta e autorganizzata per rifugiati in difficoltà nelle acque del Mar Mediterraneo (https://alarmphone.org/it ).

Ecco la genesi del brano “Gente do Sud” dal racconto di Massimo Jovine.

Gente do Sud nasce da quegli incroci multipli tipici del centro antico. Qualche giorno fa scendo a prendere un caffè con mio fratello Egidio. Subito gli chiedo curioso come sta andando la costruzione della manifestazione contro Salvini. La Lega è un nostro vecchio pallino e negli ultimi anni ce ne hanno fatte talmente tante che l’idea che il segretario del partito che odia Napoli e i napoletani pensi di sfilare impunemente a Napoli per raccattare una manciata di voti, mi manda al manicomio. Egidio è ottimista. Mi spiega che la città è pronta, il clima positivo, la Lega troppo odiata per lasciare indifferenti ma mi dice anche che la partecipazione al corteo non è conseguenziale a quello che leggiamo sui social e che c’è tanto, davvero tanto da lavorare. A un certo punto, proprio mentre mi racconta dei preparativi e del resto, mi propone un'idea.

Fra ce vulesse ’na canzone”. E’ una frase buttata lì. In tanti anni mi sarà capitato un milione di volte in un milione di occasioni di sentirmi dire che ci sarebbe voluta una canzone. Ma stavolta mi fermo. Egidio ha ragione. Ognuno contro Salvini deve fare la sua parte. I napoletani devono scendere a migliaia in piazza e noi che siamo artisti dobbiamo fare una canzone. Comincio a pensare astrattamente a come e soprattutto con chi.

Ed è a questo punto che entra in scena Ciccio Merolla.

Ciccio è un vecchio amico, un fratello, uno con cui ho pensato immediatamente di condividere l’idea della canzone contro la Lega. Io ed Egidio cominciamo a parlargli dell’ipotesi. Il corteo è l’11, il tempo è pochissimo. Chiunque avrebbe detto “siete matti”. Ciccio no. Si appassiona all’istante. E’ dei nostri e in tre il progetto diventa già realtà. Per me e Ciccio è fatta. Il giorno dopo si comincia a registrare.Chiaramente coinvolgiamo subito Alessandro Aspide, l’unico che avrebbe potuto “sopportare” l’invasione degli artisti uniti contro la lega per tutto il tempo necessario a produrre il brano.

Fogli alla mano cominciamo le telefonate. I primi contributi sono quasi scontati, sono i fratelli più stretti, i compagni di avventure di una vita. Luca (Zulù), mio fratello Valerio, Simona Boo, Speaker Cenzou. Il pezzo prende forma attorno a un ritornello che ascoltiamo e canticchiamo e più lo riascoltiamo, più lo canticchiamo e più ci convince. Quello che è successo dopo è difficile da raccontare. Lo studio di Alessandro e gli altri in cui abbiamo registrato si sono trasformati nella piazza dell’underground di una città che si dimostra sempre una spanna sopra il mondo. In pochi giorni l’elenco delle collaborazioni è arrivato a contare trenta artisti. Agli astri più o meno nascenti della città: Foja, La Maschera, Gnut, Carmine ‘O Rom e ad alcuni dei più noti rapper campani si sono rapidamente aggiunti i nomi che della musica napoletana hanno fatto la storia. Eugenio Bennato, James Senese, Enzo Gragnaniello, Francesco di Bella, Daniele Sepe, Valentina Stella e tanti altri. Musicisti straordinari come i miei compagni della 99 Posse, Marco Messina e Sacha Ricci, che hanno messo a disposizione i loro strumenti per arricchire la melodia della canzone. Tanti tecnici hanno lavorato giorno e notte in una corsa contro il tempo che ha entusiasmato tutti.

In una settimana è nato un brano bellissimo in cui ognuno ha messo a disposizione della città e di tutto il sud le proprie migliori parole di solidarietà, amore e disprezzo per tutti i razzismi. E ancora di più: il progetto si è allargato fino a diventare una compilation di brani degli artisti che hanno collaborato al pezzo, i cui ricavi saranno devoluti tutti a progetti di solidarietà.

Gente do sud è Napoli che contro la Lega sceglie di restare umana.

CREDITS “GENTE DO SUD”

VALERIO JOVINE, CICCIO MEROLLA, SIMONA BOO, DJARAH AKAN, OYOSHE, VALENTINA STELLA, O' ZULU’

ANDREA TARTAGLIA, EUGENIO BENNATO, TOMMASO PRIMO, CARMINE D’ANIELLO ('O ROM), SPEAKER CENZOU, DARIO SANSONE (FOJA), M'BARKA BEN TALEB, PEPP-OH, FRANCESCO DI BELLA, DOPE ONE, ROBERTO COLELLA (LA MASCHERA), FRANCO RICCIARDI, TUEFF, GNUT, ENZO GRAGNANIELLO, NTÒ, GIANNI SIMIOLI

Musicisti:

GIUSEPPE SPINELLI (chitarra), JOE PETROSINO (mandolino), MASSIMO DE VITA (synth e flauto), DANIELE SEPE (fiati), MASSIMO JOVINE (basso), ALESSANDRO ASPIDE (basso), SACHA RICCI (synth), CICCIO MEROLLA (percussioni), JAMES SENESE (sax),

Tecnici:

ALESSANDRO ASPIDE, MARCO MESSINA (mix/additional programming), DANILO VIGORITO (mix/mastering), ANTONIO ESPOSITO, DAVIDE IANNUZZO, TONICO 70

Studi di registrazione:

BEAT BOX STUDIO, TP STUDIO, RR SOUND, KATANGA STUDIO

Compositori

MASSIMO JOVINE, CICCIO MEROLLA, ALESSANDRO ASPIDE

Direzione esecutiva

FIORITA NARDI, LUCIANO CHIRICO, DIEGO MAGNETTA, LUCA NOTTOLA, CLAUDIA FOGLIA MANZILLO, MARCO JAPPELLI, EGIDIO GIORDANO

Illustrazione:

ZEROCALCARE

Grafica

LUCA COPPOLA

Segretaria di produzione

FRANCESCA GUERRIERO

Ufficio stampa

MANUELA RAGUCCI

VIDEOCLIP

Regia: LUCIANO FILANGIERI 

Sceneggiatura: LUCA DELGADO 

Fotografia: PEPPE DE MURO

Assistente alla regia: ELIANA MANVATI 

Organizzatore: STEFANO MARIA CAPOCELLI 

Con: DALAL SULEIMAN e il piccolo CRISTIAN FILANGIERI


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