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Ogni tre canzoni "Odio la Lega"

Un contributo della nostra redazione sul recente dibattito attorno alla proposta di legge della Lega per istituire l'obbligo di una canzona italiana ogni tre nella programmazione radiofonica

21 Febbraio 2019
 - Redazione


Ci ha molto colpiti la proposta di legge della Lega che vorrebbe imporre di riservare almeno un terzo della programmazione delle radio italiane "alla produzione musicale italiana, opera di autori e di artisti italiani e incisa e prodotta in Italia".
Noi la musica l'abbiamo sempre intesa libera, libera come la nostra radio, che dagli anni '70 si propone come "La migliore alternativa", trasmettendo la musica che più ci piace, a prescindere dalla provenienza, e sempre con un occhio di riguardo agli emergenti.
Vogliamo quindi creare dibattito su questo tema, rilanciando con una nostra controproposta: e se invece ogni tre brani mandassimo in onda il coro "Odio la Lega"?
Segui gli hashtag #musicalibera e #ognitrecanzoniodiolalega ed aiutaci a far diventare virale questa iniziativa!



Tutto pare sia scaturito dal trionfo di un italo-egiziano al festival di Sanremo: questo probabilmente a causa delle presunte lobbies imboscatesi tra la giuria dei giornalisti. La stessa, lontana e scollata dal sentore popolare che invece aveva cinto d’alloro, a suon di 0,51 cent., un giovane, italiano, con un testo senza alcun neologismo o quantomeno, per carità, frasi in arabo.
La proposta di legge del Carroccio ha l’intenzione di riprendersi l’italianità rubata, le canzonette melense, la frangetta della Carrà, l’ugola ininterrotta di Albano che si sovrappone a decibel indefiniti.
È la nostra lingua che dovrà attraversare le onde sonore attraverso fili, antenne e casse metalliche.
La Nazione sovrana chiude i porti… Alla musica, dato che alla fin fine, dopo il precedente pilota d’oggi, non sembrerebbero esserci ripercussioni. La proposta di legge chiede che le emittenti radiofoniche, nazionali e private - riservino - almeno un terzo della loro programmazione giornaliera alla produzione musicale italiana, opera di autori e di artisti italiani e incisa e prodotta in Italia, distribuita in maniera omogenea durante le 24 ore di programmazione. Ed ancora, una quota pari almeno al 10 per cento della programmazione giornaliera della produzione musicale italiana è riservata alle produzioni degli artisti emergenti. Sempre secondo l'impostazione della proposta la vigilanza sull'applicazione della presente legge è affidata all'Autorità per le garanzie nelle comunicazioni - e l'Autorità, a fronte della reiterata inosservanza delle disposizioni di cui alla presente legge, può in ultima distanza disporre la sospensione dell'attività radiofonica da un minimo di otto ad un massimo di trenta giorni. Una molotov accesa predisposta ad alzare polveri, macerie e sdegno. E vi spiego come mai. La musica italiana è riconosciuta ed applaudita a livello internazionale: chiunque nel mondo ha almeno una volta nella vita sentito parlare di Verdi, Puccini, Rossini, della lirica, dell’opera, così come gli argentini hanno più volte riempito i concerti della Pausini ed i russi quelli della coppia Albano-Power.

L’Italia ha scolarizzato a livello musicale il mondo, ha oltrepassato gli oceani e creato orchestre, ma ad oggi quel che ci si ritrova tra le mani è seriamente ben poca roba rispetto ai tempi passati. Bisogna certamente porre il caso esemplare dell’insegnamento musicale nell’istruzione pubblica. Chiunque tu sia, proprio tu che stai leggendo, avrai sicuramente impugnato fra le mani un flauto dolce o spinto il fiato in una diamonica fra le quattro mura della scuola media. Vita grama quella dell’insegnate di musica delle scuole medie: dopo decenni di studi si ritroverà a spiegare una materia da un programma immenso ed indefinito in un monte ore risicato, tra la colonna sonora del Titanic e Silent Night, utili per il concerto di Natale e la recita di fine anno. Non ci sono buone notizie nemmeno sul fronte delle scuole superiori. La legge Gelmini istituì il Liceo Musicale con la ratio di specializzare la materia con sessioni pomeridiane dedicate allo studio di più strumenti. Ad oggi le famiglie degli studenti iscritti a questi licei ‘di settore’ son costretti ad elargire il contributo ‘facoltativo’ per legge, ma obbligatorio di fatto, per il finanziamento degli insegnamenti, costo che si aggira dai 200 fino ai 500 €. Senza soldi… Non si cantano messe. Per quanto riguarda i Conservatori, tardiva si è dimostrata la riforma che li ha riconosciuti e collocati al vertice che prima era un’esclusiva degli studi universitari, venendo così alla nascita dell’Alta formazione artistica e musicale (AFAM) – nomen omen. Purtroppo ad oggi l’opinione pubblica (e politica, se vogliamo) relega la pratica musicale ed artistica ad un aspetto ludico, hobbistico, tutt’altro che ad una vera e propria formazione professionale.
Basti pensare con quale stregua vengono trattati gli artisti e musicisti di strada, scacciati o multati, venendo quasi ad una creazione di una concezione criminogena nei loro confronti.
Eppure, in una tale catastrofe, ci si permette di elevare la musica italiana a mantra, senza un investimento in termini pragmatici, senza una conoscenza dello stato dell’arte, per pura e semplice tattica elettoralistica di cavalcare il momento dei rumors mainstream, mero populismo, nulla di nuovo sui nostri schermi.
È dal momento in cui tale notizia è rimbalzata ovunque che ho pensato nella mia testa a quello strano fenomeno dei simil-gruppi italiani che a partire dagli anni ’60 monopolizzavano la scena dell’Hit Parade: dagli Equipe 84 con la loro Bang bang! (dall'omonima hit scritta da Sonny Bono e incisa da Cher), ai Dik Dik con Sognando California – nient’altro che California Dreaming dei Mamas and Papas, o Bobby Solo, L’Elvis Presley dei noialtri… Le influenze musicali hanno sempre travalicato i confini: dalla Nigeria è nato l’Afro Beat di Fela Kuti diventando un must, dal viaggio in America Latina di Battisti nacque il disco monumentale del secolo Anima Latina, fino al fenomeno Trap dei giorni nostri, direttamente dagli USA. È un dare e ricevere bilateralmente, senza monopoli, senza censure.
La musica in quanto arte non ha nazionalità né etichette di provenienza, ed un messaggio dovrebbe andar ben oltre il consueto clamore: vogliamo aver la possibilità di fare quel che ci pare e piace.
La musica è l’arma, usiamola contro chi tenta di incatenarla.


La Redazione di Radio Sherwood

 
 

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