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Un ultimo saluto a Christo

È morto ieri uno dei più celebri esponenti della Land Art

1 Giugno 2020

In questi mesi è capitato spesso di ironizzare su questa prima parte di 2020 piuttosto nefasta, e purtroppo anche per il mondo dell’arte l’annus horribilis si è fatto sentire: oltre alla cancellazione della Biennale Architettura di quest’anno, rimandata all’anno prossimo, per cui poi la Biennale Arte slitterà al successivo, e i lutti degli scorsi mesi, in cui sono venuti a mancare l’artista Ulay e il critico Germano Celant (teorico dell’arte povera), è arrivata un’altra brutta notizia.

Si è spento ieri a New York l’artista Christo, celebre per le sue opere di Land Art firmate in coppia con la compagna Jeanne-Claude, scomparsa nel 2009.

 

L'enigma di Isidore Ducasse

«bello come l’incontro casuale di una macchina per cucire e di un ombrello su un tavolo operatorio»

A questo aforisma si ispira L’enigma di Isidore Ducasse, opera di Man Ray, il primo esempio di impacchettamento, quella tecnica che poi verrà portata alla sua massima espressione da Christo, che si ispirerà all'opera. Le solite avanguardie dunque, alla base di tutte le ricerche dell’arte contemporanea.

 

Christo, al secolo Christo Vladimirov Javacheff, nasce a Sofia nel 1935, nello stesso giorno di quella che diventerà poi la sua compagna di vita e di arte, Jeanne-Claude.

Impacchettando gli oggetti l’artista, che nella prima fase aderisce al Noveau Réalisme, il gruppo nato nel 1960 su iniziativa del critico Restany, voleva sottolineare il mistero che avvolge l’oggetto ed al tempo stesso valorizzarlo. Pian piano, ed in particolare a partire dall’incontro con Jeanne-Claude, gli interventi iniziano ad ampliarsi nello spazio, fino a diventare opere ambientali.

Tra le prime realizzazioni in coppia, nel 1962 i due bloccano un’intera via di Parigi, rue Visconti, con Rideau de Fer, una monumentale barriera di barili metallici, per protestare contro la creazione del Muro di Berlino. Seguono impacchettamenti di monumenti, edifici (Wrapped Reichstag, 1995), ponti (The Pont Neuf Wrapped, 1985), isole (Surrounded islands, 1983), confini (Running Fence, 1976), paesaggi (Wrapped Coast, 1969).

Le opere sono dei veri e propri happening, in cui sono coinvolte centinaia di persone. Dalla fase di progettazione, disegni ed aspetti organizzativi, agli aspetti burocratici: ad esempio l’impacchettamento del Reichstag di Berlino ha richiesto 20 anni di lavoro preliminare, mentre la realizzazione di Running Fence, la recinzione che si snodava per 40 chilometri nella campagna californiana, ha dovuto tener conto dei permessi rilasciati o meno dai proprietari dei terreni, che hanno influenzato la conformazione dell’opera, non una linea retta come nei progetti, ma piena di curve.

Questo tipo di installazioni rappresenta una vera e propria sfida al concetto di arte predominante nella società occidentale, che vuole l’opera come eterna, infatti si tratta di opere effimere, di durata limitata nel tempo, destinate poi ad essere presto smantellate e che spesso scatenano accesi dibattiti e polemiche.

L’ultimo intervento che ricordiamo qui in Italia è del 2016, The Floating Piers, un’installazione composta da una serie di pontili galleggianti, attraversabili dai visitatori, che collegavano la terraferma alle due isole presenti nel Lago d’Iseo.

Con i suoi celebri impacchettamenti, Christo ha nascosto ed al tempo stesso posto in evidenza oggetti, edifici, elementi del paesaggio, dando un contributo fondamentale all’arte ambientale ed anche alla perenne ricerca dell’arte contemporanea di ridefinire costantemente il concetto di cos’è arte.

 
 

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