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Invecchiati bene #2: L'odio

La rubrica che vi offre un occhio unico sui classici del cinema!

26 Giugno 2020

Benvenuti al secondo numero di questa rubrica. Come promesso ci spostiamo indietro nel tempo di un'altra decade, e qui l'età dei film in questione comincia a farsi importante, parliamo dell'epoca di Jumanji e Babe maialino coraggioso, insomma non proprio antichità ma cose che è già diec'anni che a guardarle ci si sente un po' vintage.

Il film di cui parliamo oggi, in particolare, è vecchio esattamente quanto me: è la primavera del 1995 e mentre io, con dedizione e ardore, imparo a infilarmi le mani in bocca, in Francia viene nominato primo ministro Alain Juppé, la cui agenda di riforme porterà allo scatenarsi di scioperi e proteste sociali che si avvicineranno per portata a quelli del maggio '68. Sciopereranno gli impiegati delle ferrovie e della metro di Parigi, quelli delle poste e gli insegnanti, e quello passerà alla storia come un anno decisamente burrascoso per il paese. Come se non bastasse al festival di Cannes un regista appena ventottenne, Mathieu Kassovitz, presenta un film che mostra una parte di Francia misconosciuta e scomoda: si tratta de L'odio, in lingua originale La haine, il bizzarro racconto di una giornata all'interno delle più povere banlieue parigine, in un quartiere soffocato dagli enormi progetti residenziali a basso costo pensati per i cittadini stranieri. E, come si può facilmente intuire dal titolo, è di rabbia che parla il film: non rabbia del singolo, ma rabbia sociale.

Said, Hubert e Vinz sono tre giovani amici, vengono tutti da famiglie povere anche se di etnia diversa: il primo è un arabo, il secondo un africano e il terzo un ebreo dell'est Europa. La storia inizia all'indomani di una notte di violenze nel quartiere: in seguito al pestaggio di un ragazzo da parte di un agente che lo aveva fermato per un controllo, un centinaio di giovani delle banlieue ha preso d'assedio il commissariato di polizia e vandalizzato un centro commerciale. Nel mezzo delle proteste Vinz, il più impulsivo e apparentemente violento dei tre, si è impossessato della pistola persa da un poliziotto e ora la tiene nascosta nella tasca del giubbotto, giurando di volerla usare per vendicare il ragazzo ferito dalla polizia. E, come diceva Checov, se in una stanza c'è una pistola, allora prima o poi deve sparare: il film segue i protagonisti lungo ventiquattro ore di vagabondaggi e peripezie durante le quali dovranno, in un modo o nell'altro, fare fronte all'odio che dà il titolo all'opera e che sentono crescere in loro, fomentato dalla società che li ha cresciuti dimenticandoli, senza mai degnarli di un riguardo. Hubert è pacifista, crede che ci sia un modo per fuggire dalla violenza delle periferie, è saggio e meditabondo. Vinz, al contrario, prenderebbe a testate il mondo: non passano due minuti senza che litighi con qualcuno e crede solo nella vendetta. A Said sta il compito di fare da mediatore tra i due, completando un terzetto improbabile e pieno di attriti, i cui membri si prendono cura l'uno dell'altro come possono, nel modo ingenuo e goffo che si sono insegnati da soli.

Per tutto il film li vediamo vagare tra situazioni buffe, tristi o surreali, in cui spesso noi (come i protagonisti) intuiamo un significato più profondo e che però non riusciamo a cogliere pienamente, e così spalanchiamo la bocca assieme a Vinz, stupefatto per aver visto una mucca nel bel mezzo del quartiere, ma prima di avere il tempo per farci un'opinione a riguardo i ragazzi sono finiti in un altro guaio e noi siamo obbligati a seguirli, perché non sappiamo se e quando la pistola sparerà, speriamo di non ma non possiamo esserne certi e allora è meglio stare bene attenti. Il razzismo, la povertà, la brutalità della polizia, sembra che perfino il cemento della banlieue sia contro a questi ragazzi condannati a una vita uguale a quella dei loro genitori se non peggiore. Quando i tre si avventurano fino al centro di Parigi trovano solo repulsione, vengono scacciati da ogni luogo: è la città che rifiuta le sue stesse periferie, preferisce non vederle perché sono volgari e malvestite.
Eppure, nonostante tutto, l'odio non riesce a vincere sui tre ragazzi: anche Vinz capisce alla fine che non c'è pace nella vendetta, che non è quello il modo giusto per far sentire la sua voce.

Ma perché questo film è invecchiato bene?
Visivamente ha dello sbalorditivo. È girato interamente in bianco e nero: l'assenza di colori, oltre a dare un forte messaggio, conferisce alla storia un'anomala eleganza urbana, addolcisce il brutto delle periferie senza nasconderlo, e offre bellissimi quadri di luci e ombre. La regia poi, che valse a Kassovitz il relativo premio a Cannes, è evidentemente opera di un regista giovane, con voglia di esplorare, stupire e divertirsi. Usando solamente telecamere a spalla e un piccolo elicottero radiocomandato (non c'erano ancora i droni ma ci si arrangiava comunque) riesce a creare movimenti di macchina sorprendenti e trucchi visivi che inizialmente passano inosservati, ma se ti fermi a rifletterci non puoi che chiederti come diamine ha fatto. Ci sono sequenze davvero memorabili, come quella del DJ improvvisato che, affacciato alla finestra del suo appartamento, si lancia in un mash-up tra Non, je ne regrette rien e Sound of da police, mentre noi seguiamo la musica in un volo aereo sulla piazza sottostante, dove si affolla un'umanità marginale ma autentica.

Le prove attoriali poi sono di assoluto spessore, quella di Vincent Cassel con la famosissima scena davanti allo specchio («dici a me? Che dici a me?») ma anche quelle dei suoi colleghi Hubert Koundé e Said Taghmaoui, genuini e forti. E anche i personaggi secondari, grazie alla brillante scrittura, risultano spesso indimenticabili.

Tutto questo rende L'odio un film godibile ancora oggi, ma è qualcosa che va oltre gli aspetti tecnici a fargli valere il titolo di "invecchiato bene":

il film si apre con una frase che dice «Questa è la storia di un uomo che cade da un palazzo di cinquanta piani. Mano a mano che cadendo passa da un piano all'altro, il tizio, per farsi coraggio, si ripete: - Fino a qui tutto bene. Fino a qui tutto bene. Fino a qui tutto bene. - Il problema non è la caduta, ma l'atterraggio.» La stessa frase verrà poi ripetuta con un soggetto diverso: non è un uomo che sta cadendo, ma la società.

Questo film è da vedere perché, purtroppo, stiamo ancora cadendo ma, per fortuna, non siamo ancora atterrati. E come dice anche il regista, finché ci saranno persone con la voglia di impegnarsi per una società più giusta, possiamo sperare che il marciapiede si allontani sempre più e che magari, un giorno, la caduta si trasformi in un pacifico levitare.

 
 

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