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Invecchiati bene #4: Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto

La rubrica che vi offre un occhio unico sui classici del cinema!

24Luglio2020

Mancava ancora, a questa rubrica, un film italiano, ed eccoci qua per rimediare, sacrificando i tanti titoli che hanno reso grandi gli anni 70 di Hollywood (solo per dirne alcuni Star Wars - la minaccia fantasma, Arancia Meccanica, Grease, Il Cacciatore) in favore di un gioiello di casa nostra.

Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto ha vinto l'Oscar come miglior film straniero nel 1971 ma, rispetto ad altri film italiani premiati con lo stesso riconoscimento, mi sembra che si tenda molto più spesso a dimenticarlo, ed è un po' un peccato. Certo non è un film di conforto, non è una storia che ci gonfia di speranza e tenerezza come Nuovo Cinema Paradiso o La vita è bella, non lo fareste vedere a un bambino e difficilmente, credo, avreste voglia di riguardarlo una terza o quarta volta e quindi è comprensibile che, da classico del cinema, non sia mai veramente assorto a classico della cultura italiana (o almeno questa è la mia percezione). Però la maestria con cui è realizzato, la portata e la profondità dei temi trattati, l'inconvenzionalità che ne permea ogni aspetto lo rendono qualcosa da recuperare, qualcosa da avere nel proprio bagaglio di appassionati. 

Protagonista della vicenda è il dottore, commissario a capo della squadra omicidi della polizia di Roma che, al suo ultimo giorno di incarico prima di una promozione, uccide l'amante tagliandole la gola. L'uomo, prima di abbandonare la scena del delitto, si fa la doccia, si versa un bicchiere di champagne, calpesta appositamente il sangue della vittima per poi lasciare impronte in tutta la casa e, andandosene, si fa vedere da un vicino di casa. Per una ragione che ancora non riusciamo a capire dissemina ovunque prove della sua colpevolezza. Poi torna alla centrale e comincia ad assistere agli sforzi dei suoi colleghi che vanamente cercano di risalire all'assassino. Il dottore è un uomo malato di potere, violento, superbo, che fa dell'autorità e dell'istituzione la sua religione, che gode nell'esercizio della sua superiorità, e ha fatto tutto questo per un motivo: dimostrare di essere, per l'appunto, al di sopra di ogni sospetto, un intoccabile protetto dalla sua posizione che può seminare tutti gli indizi che vuole senza temere alcuna conseguenza. Uccidere una persona e rimanere impunito è per lui, poliziotto della omicidi, la prova di potere definitiva.

L'assurda situazione però, e questo il dottore non l'aveva previsto, scatena in lui dei conflitti apparentemente insormontabili: a tratti vuole spingere sempre più in là il suo gioco fornendo ai colleghi investigatori prove via via più schiaccianti, altre volte invece teme la cattura e quindi distrugge e inquina le stesse prove da lui fornite. E poi la sua "insospettabilità" lo esalta, ma allo stesso tempo la sua fede assoluta nei confronti della legge costituita vorrebbe che il delitto venisse punito. Da qui la nascita nel dottore della "nevrosi", egli sente nel suo animo pulsioni fortissime e contrarie, la cui coesistenza sembrerebbe impossibile.

Con Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto Elio Petri firma il primo film della cosiddetta Trilogia della nevrosi, e indaga quella che lui stesso definisce come nevrosi del potere; il potere che, per affermarsi appieno, deve tradire i suoi stessi principi. Ai tempi dell'uscita nelle sale, la coraggiosa accusa alle istituzioni portata avanti dal film in un ambiente politico tutt'altro che tranquillo fece passare in secondo piano l'aspetto artistico e universale dell'opera. L'Italia, impegnata a definire l'orientamento politico del regista e a tracciare parallelismi coi fatti di cronaca di allora, prestò poca attenzione agli abbondanti riferimenti culturali (Dostoevskij nell'impostazione, Kafka nell'assurdo finale) o al respiro esistenziale, globale dell'opera: è questo uno dei pochi casi in cui un film italiano venne apprezzato più all'estero che in patria.

Dal punto di vista tecnico l'opera spicca sotto molti punti di vista; non per niente, oltre all'oscar come miglior film straniero e a quello per la miglior sceneggiatura originale i premi sono volati un po' da tutte le parti (David di donatello, Cannes...). Elio Petri dirige un Gian Maria Volonté che la pagina Wikipedia dedicata al film definisce giustamente "in stato di grazia": è difficile, guardandolo, tenere a mente che si tratta di un attore, si arriva a odiare quel volto, a provare pena e disgusto per quell'uomo. Un ruolo davvero difficilissimo. Il regista manipola la storia con sicurezza, le informazioni per lo sviluppo della trama vengono fornite allo spettatore col contagocce attraverso titoli di giornali, targhette appese a una porta, indizi che ci guidano verso la risoluzione della vicenda al ritmo esatto pensato dagli autori. Le inquadrature sono decise, colme di significato, ci sono primissimi piani  che sembrano quasi violenti e spesso le scene appaiono oscurate da un qualche tipo di filtro: una tenda, una tapparella, un vetro colorato, dei cartelloni appesi al soffitto che alterano la nostra visione, ci nascondono pezzi dell'ambiente, rendono la nostra visione parziale e insicura così com'è la visione della giustizia, che per forza di cose deve accontentarsi di una verità ricostruita. Molto bella la scena in cui il dottore sale lungo la tromba delle scale del condominio dove è stato commesso l'omicidio: tutti gli inquilini si sporgono a guardare verso il basso, come in cerca di un qualche indizio, di una qualche spiegazione, mentre lui, il vero colpevole, cammina tranquillo alle loro spalle, immune all'occhio della legge. L'atmosfera, da quella tipica dei film polizieschi, diventa a tratti surreale, distopica, angosciante. La colonna sonora, poi, è di Ennio Morricone, e non serve aggiungere altro.

Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto richiede, per essere visto, un po' della pazienza necessaria per adattarsi ai ritmi della cinematografia di cinquanta anni fa, ma vi assicuro che ne vale la pena. È talmente diverso da qualsiasi altro film che vi ci vorrà del tempo per assimilarlo, per farvi una vostra opinione a riguardo, e sono certo che alcune scene, alcune battute vi resteranno impresse per un po'. Possiamo dire che è un film invecchiato bene? Forse no, ma perché i capolavori sono senza tempo, non invecchiano proprio, e neanche in un mondo frenetico come quello di oggi, quindi, corrono il rischio di passare di moda.

 
 

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