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Uno su un milione

Recensione del film Lunchbox di Ritesh Batra

11 Dicembre 2013

“Entrambi i protagonisti vivono in una prigione”. Ritesh Batra

Ogni mattina a Mumbai cinquemila “dabbawallas”, fattorini (walla) molto efficienti e spesso analfabeti, consegnano circa 200.000 pranzi caldi, cucinati a casa o in luoghi di ristoro, presso uffici, scuole, posti di lavoro. I contenitori (dabba - titolo originale del film) cambiano più volte mezzo di trasporto, attraversano una città popolata da 13 milioni di abitanti, animata da un traffico caotico e giungono sempre a destinazione grazie a un complesso metodo di codifica fatto di colori e simboli. A pasto ultimato i contenitori vengono riconsegnati ai loro luoghi di provenienza. Un sistema in vigore dal 1890, studiato come modello di efficienza anche dall'Università di Harvard, che garantisce una percentuale di errore nella consegna della proporzione di uno su un milione. Ila è una casalinga e vive a Kandivili, il quartiere di Mumbai abitato dalla classe media conservatrice, Saajan è un contabile prossimo al pensionamento e vive nel villaggio di Ranwar, nel vecchio quartiere cattolico di Bandra. L'inceppamento di uno su un milione tocca a loro due.

E' un piccolo film Lunchbox, diretto e sceneggiato dall'indiano Ritesh Batra al suo esordio nel lungometraggio, premiato dal pubblico a Cannes 2013. Partendo da questo innesco evidentemente esile Batra sembra voler confezionare un prodotto off Bollywood in controtendenza rispetto alla cinematografia dominante nel suo paese, tutta musica e colori, suggerendoci di avere un carattere affine a quello dei protagonisti. Ila consegnata al lavoro domestico e alla cura della figlia piccola da un marito assente, distratto, probabilmente fedifrago. Sua unica interlocutrice la zia che vive al piano di sopra e che non vedremo mai. Ila prova a riconquistare l'attenzione del marito inviandogli un pasto di alta cucina tradizionale. Saajan è solo, serio, scontroso, assuefatto a progressivi gradi di infelicità dopo la morte della moglie. Due solitudini, due diverse forme di imprigionamento: nella reclusione di un matrimonio sbagliato lei, in un passato dolente e nella rinuncia alla vita lui. Fino a quando Ila non riceve di ritorno il suo dabba, da Saajan perfettamente ripulito in ogni suo comparto. Un successo che la spinge a mettere un bigliettino nella consegna successiva. Inizia così un dialogo a distanza, che se fosse condotto da adolescenti occidentali sarebbe a raffiche di sms.

L'espediente non si limita a esprimere nostalgia per un modo di comunicare superato, ma riesce a restituire verità e profondità alla condizione di una giovane donna in cerca di una strada che torni a dare un senso alla sua vita, in questo riflettendo la condizione di tutte le donne inserita in quel complesso contesto culturale che è la società indiana. Al tempo stesso rendendo percettibili le successive approssimazioni per cui un uomo non più giovane e inizialmente riluttante coglie l'occasione per trovare una via che rompa l'accerchiamento invisibile che lui stesso ha edificato attorno alla possibilità di ritrovare la serenità. In questo supportato dalla figura di un giovane che dovrà prendere il suo posto, incarnazione del nuovo soggetto sociale destinato a modificare un paese che non esiste più. Ne esce un film nostalgico, malinconico, non senza momenti di umorismo. Un melò pudico e trattenuto che fa di una confezione solo apparentemente convenzionale il proprio punto di forza. Riuscendo a riportarci i colori, dandoci la percezione dei sapori, squarci rapidi ma significativi organizzano e attualizzano il nostro sguardo sulla più vasta metropoli indiana.

Batra imprime al suo film un progressivo cambio di passo scivolando dalla leggerezza iniziale verso un finale sospeso e dolceamaro. Dietro la superficie di commedia romantica offre il suggerimento di riflessioni sulla vulnerabilità dei sentimenti, sulle difficoltà del superamento del dolore, sul coraggio che serve per (ri)prendere in mano le redini del proprio destino. Ci lascia il compito di mettere a valore la ricchezza di sfumature, la molteplicità di informazioni, le modificazioni di spessore che il suo racconto con molto garbo ci propone. Creando un senso di intimità ci spinge ad avere fiducia nel cambiamento, nella forza delle emozioni, nell'incidenza del Caso: “a volte il treno sbagliato ti porta nella stazione giusta”. Mentre sullo sfondo i dabbawallas continuano a portare felicemente a compimento le loro consegne. Per chissà quanti secoli ancora.

di Marco Rigamo

 
 

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