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La recensione del film "12 anni schiavo" di Steve McQueen

Una storia di schiavi

25 Febbraio 2014

Una storia di schiavi

"Una storia vera impone rispetto, non permette eccessi di invenzioni visuali". Steve McQueen

C'è un percorso possibile in ordine alla valutazione di 12 anni schiavo, terzo e a oggi ultimo lungometraggio del videoartista e regista britannico Steve McQueen. E' quello per cui la nostra distribuzione ha fatto vedere prima il suo secondo Shame, vicenda di un giovane professionista newyorkese sex addicted e solo dopo il successo di questo il primo Hunger, lotta estrema di Bobby Sands per i diritti dei detenuti dell'Ira nel carcere The Maze, girato tre anni prima. Entrambe pellicole aventi al loro centro una diversa declinazione dell'autodistruzione del corpo umano. La patina drammatica, ma con palesi riverberi glamour, che ricopriva l'essere desiderante e ossessionato di Michael Fassbender si sostituiva al rigore disturbante e alla grande presa emotiva della concreta distruzione fisica inflitta precedentemente allo stesso corpo attoriale. Uno slittamento che consegnava al protagonista la Coppa Volpi alla Mostra veneziana del 2011 e a noi la possibilità di (ri)vederlo finalmente in uno squarcio di storia recente dallo spessore fortemente evocativo. Attraversando una confezione in cui l'evidenza della ricerca autoriale si traduceva in originalità di sguardo, invenzione visiva e vigore narrativo. Con il suo ultimo lavoro McQueen sembra volersi spostare ancora. Dalla fisicità del suo attore feticcio e dalla posizione di nicchia del suo primo film.

In 12 anni schiavo McQueen intende raccontare una storia vera, tratta dal libro di memorie con lo stesso titolo edito dal protagonista nel 1853. Un libro che “è anche più duro del film”. Nuovamente un personaggio realmente esistito, esibito nella convinzione che di film sulla schiavitù ce ne siano pochissimi e che sull'argomento ci fosse un vuoto di narrazione. Il nero libero Solomon Northup, benestante di Saratoga, sposato e padre, appassionato di violino, viene rapito e consegnato alla condizione di schiavo nelle piantagioni della Louisiana. Per un incubo lungo 12 anni. La scelta di campo di McQueen è ancora una volta quella dello sguardo ravvicinato sull'uomo, sul suo stato di essere umano improvvisamente non più libero. Spogliato degli abiti borghesi, degli affetti, del nome, della dignità. Della vita. Le catene che dopo una narcosi scopre serrate ai polsi e alle caviglie non hanno nulla a che fare con quelle di Tarantino. Sono il sigillo che i fratelli Grimm, Kafka o Collodi avrebbero apposto a una loro favola nera. Segnano la trasformazione di un corpo che, a differenza di quello di Bobby Sands, volendo tornare a vivere accetta di sopravvivere. A zero il caleidoscopio pop di Django Unchained, a zero la verbosità politica di Lincoln. Fedeltà alla storia vera, iperrealismo figurativo spurgato di enfatizzazione, coerenza nell’aggirare il melodramma.

La sua lezione di rispetto filologico non può questa volta, per evidente motivo, assegnare il ruolo di protagonista nuovamente a Fassbender, affidandogli il compito di rappresentare il Male nella sua espressione più malata e sadica. In una deriva patologica e febbrile meno inquietante della “normalità” dei mercanti, dei negrieri, dei signori pacati delle piantagioni, delle loro mogli bene educate. Non c'è effettivamente alcuna novità visuale nelle profonde ferite lasciate dalla frusta sulla schiena di una giovane donna. La violenza restando elemento essenziale di una schiavitù in cui non c'è confine tra obbedienza, brutalità, tortura. McQueen sembra cercare nella ordinarietà del Male il punto di forza del suo film, concentrandosi non solo e non tanto sulla violenza in sé quanto sull'accettazione, quando non vera indifferenza, degli “altri”. Mentre un nigger in un lunghissimo pianosequenza è a rischio di morire impiccato tutto attorno scorre come sempre: bambini che giocano, donne che stendono i panni, uomini che vanno verso i campi. Tutti neri, tutti schiavi. Suggerendo in sottotraccia una possibilità: tra gli “altri” potremmo essere collocati anche noi. Chiamandoci così al rilancio, nel sospetto che lo spostamento della sua cinematografia stia maturando qualcosa di autoreferenziale che ha accantonato la sperimentazione dei graffiti fatti di escrementi prigionieri del suo primo film per viaggiare con maggiore sicurezza verso gli Academy Awards, forte di nove nominations. In quella che appare come la ricerca di uno sguardo analitico obiettivo si avverte la pretesa di una lucidità che, per ottenersi, non può lasciare spazio all'odio. Sentimento che va invece riservato a tutti gli schiavisti di tutte le epoche. Compresa la nostra.

 
 

di Marco Rigamo

 
 

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