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Vodka Martini

Recensione del film Blue Jasmine di Woody Allen

7 Gennaio 2014

"Sono partito dal dramma personale, storia vera e tragedia greca insieme". Woody Allen

Il cocktail newyorkese preferito di Jasmine è senza dubbio un Vodka Martini molto secco e molto freddo, servito nel classico bicchiere in cui nuota una spirale di scorza di limone, con oliva a parte: dalla mia analisi lo certificherei mescolato e non agitato, con buona pace del Comandante Bond. Quando torna per cause di forza maggiore a essere Jeanette deve sostituirlo con un bicchiere da cucina colmo a metà di Stolichnaya alla temperatura ambiente di San Francisco d'estate, con pillola di Xanax a parte. Il doppio binario di Blue Jasmine è scandito da questa alternanza. Dalle cinque regole auree dello short drink (colore, sapore, profumo, secchezza, vigore) a quel che si riesce a rimediare. Dalla massima articolazione estetico-filosofica normata da codici sublimi alla terrena quotidianità del consumo compulsivo e nocivo. Dalla complessità armonica di una vita molto più che agiata alle banali difficoltà che tutti i comuni mortali debbono superare per sopravvivere. Woody Allen scrive e dirige questo gioiellino dopo avere girovagato senza troppa convinzione tra le capitali europee più suggestive ed essere finalmente tornato in patria, tra NY City e Frisco. Spostandosi avanti e indietro nel tempo e nello spazio tra i salotti lussuosi di Madison Avenue, gli scorci suggestivi degli Hamptons e gli interni accaldati della Baia, torna al racconto morale (non moralista) cucinato in salsa agrodolce per la consueta durata di un'ora e mezza.

Ne costituisce il centro una gigantesca Cate Blanchett che da subito ci rimanda alla Blanche Dubois del “Tram” di Tennessee Williams: anche lei ha avuto un tracollo nervoso, è stata curata a psicofarmaci ed elettroshock, parla da sola. I perduti privilegi snob sono testimoniati dall'attaccamento inalienabile alle griffe della moda da Chanel a Vuitton e dai modi altezzosi e affettati, ma lo sfascio finanziario che ha dato inizio a una caduta rovinosa l'ha costretta a chiedere aiuto alla rozza seppure solare sorella Ginger, laggiù all'Ovest. Che sorella in realtà non è, essendo entrambe state adottate da bambine. E d'altra parte nemmeno Jasmine si chiama Jasmine, ma Jeanette: il nome fasullo se lo è scelto lei - quella che la madre ha convinto di possedere i geni migliori - in quanto evocativo di suggestive visioni di gelsomini notturni. Nella finzione ha sempre vissuto, costruendosi una parte, interpretando un ruolo: quello della raffinata, colta e distratta moglie del potente e spregiudicato uomo d'affari. Fingendo di non capire che erano affari loschi,  fingendo che tutto fosse dovuto alla sua intelligenza, fingendo di non vedere i suoi tradimenti seriali. Fino a quando il castello di carte non è crollato in un momento, imprimendo una drastica accelerazione alla finzione e costringendo Jasmine a inventarsi una terza personalità. Non più modellata dagli agi e dal lusso, ma interamente segnata dalla falsità. Periodicamente sottolineata dalle note di “Blue Moon”, la luna malinconica di una canzone degli anni trenta.

Sostenuto da un'interprete straordinaria - Blanchett lascia senza fiato per come padroneggia  repentini cambi di registro e di intonazione - Allen realizza un componimento caustico e crudele sulla lotta di classe del nuovo millennio. Dietro l'andirivieni della mente di Jasmine e le impennate dei soliloqui innescati da un odore, un oggetto, una musica, non ci sono solo matrimoni frantumati, ricchezze perdute, figli fuggiti, famiglie che non sono mai esistite. Si intravede il tessuto di cui sono fatti gli Stati Uniti oggi, segnati profondamente dai tracolli del capitale finanziario, dal disorientamento dei ricchi diventati poveri in un attimo, dall'incapacità di relazione e confronto tra  strati sociali diversi, dall'aggressività che il venir meno del benessere inevitabilmente scatena in un mondo in cui nemmeno i “semplici” si sottraggono alla critica. Anche loro mentono, fingono, tradiscono: essere sfigati non è garanzia di onestà. Senza trascurare uno sguardo acuto sulla nocività dei consumi e degli abusi, dall'alcol agli psicofarmaci, in quest'ultima declinazione di Crimini e Misfatti Allen riesce a regalarci anche una sorpresa in sottofinale, incastrandovi un disvelamento decisivo per decifrare tutta la faccenda. Confermandosi ancora una volta e dopo qualche tonfo turistico un autore, alla soglia degli ottanta, ancora in grado di confezionare meccanismi a orologeria che sfiorano la perfezione. Perché la classe non è acqua. Casomai un Vodka Martini.

Marco Rigamo

 
 

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