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Family Life 2.0

Recensione del film Miss Violence di Alexandros Avranas

12 Novembre 2013

"Non ho fatto un film costruito per scioccare il pubblico".  Alexandros Avranas

Sono trascorsi meno di due minuti dai titoli di testa, Leonard Cohen canta "Dance me to the end of love”. Angeliki si lascia alle spalle la festicciola familiare organizzata per il suo undicesimo compleanno, scavalca con calma il parapetto del terrazzo, ci guarda negli occhi, ci sorride e si lasca cadere, schiantandosi sul selciato diversi piani più sotto. Da quel momento cominciamo a cadere anche noi in una sorta di pozzo dell’orrore, ovattato e profondo. Il titolo Miss Violence ci ha informato, sappiamo da sempre che la vendetta è un piatto che si serve freddo. Sappiamo del Leone d’argento all’ultima Mostra veneziana. Conosciamo niente o quasi del greco Alexandros Avranas, al suo secondo lungometraggio. Non sappiamo, non possiamo onestamente prevedere quello che ci aspetta. Serve a nulla o quasi conoscere l’opera omnia di Haneke, Vinterberg e Lars von Trier. Qui siamo dalle parti del primo Ken Loach di Family Life, aggiornato alla massima potenza e mescolato (non agitato) assieme a Kim Ki-duk e Park Chan-wook, con uno spruzzo di Mike Leigh. La nostra è una caduta lenta, le informazioni sono poche e spesso contraddittorie, non ci sono appigli, niente che ci rallenti, intuiamo che ci schianteremo anche noi sul fondo, anche se non riusciamo a vederlo. Scendendo c’è sempre meno aria, si fa fatica a respirare, a deglutire.

Ma non ci sono ombre e buio nel racconto, solo un'asettica enunciazione di eventi. La tessitura di fondo emerge con lentezza, ci costringe a indagare ogni fotogramma. Un po' alla volta individuiamo un equilibrio spiazzante tra la semplicità primordiale nel tratteggio dei personaggi e la costruzione delle azioni, tra l'elementarietà della messa in scena e la progressione dell'angoscia che l'evolversi della narrazione induce. Identifichiamo con fatica i legami che intercorrono tra nonni padri figli madri nipoti: sono sei, proprio come i Sei personaggi in cerca d'autore di Pirandello, opera cui il film deve probabilmente qualcosa. In compenso abbiamo molto presto la percezione di trovarci dentro una fiaba nera, spettatori di una tragedia che certamente deve andare ben oltre ciò che ci è stato mostrato con la sequenza iniziale. Intuiamo che ci sarà il momento in cui verranno messe in scena l'ineluttabilità del castigo e la forza della vendetta prima ancora di capire quale è il peccato e chi è il peccatore. Nella caduta nessun simbolo stratificato ad aiutarci, solo una serie di semplici prese d'atto da mettere insieme per costruire il puzzle. Di puzzle è costituita la maggior parte dei quadri dell'abitazione in cui si svolge quasi tutta l'azione.

Miss Violence è una linea retta che presto diventa labirinto, organizzato attorno all'orrore troppo spesso nascosto all'interno della famiglia tradizionale. Non si presta a psicologismi facili, facendo a pezzi qualsiasi interpretazione convenzionale, né lascia troppo spazio a letture sociologiche che potrebbero servirsi dello stato disastroso in cui versa la Grecia di oggi. Avranas descrive un quadro familiare borghese, caratterizzato da un estremo e rigido perbenismo di superficie, completamente alienato dalla realtà esterna. La famiglia non come rifugio, ma luogo di separazione e occultamento dove bisogno, sottomissione, viltà e alterazione dei valori assumono il respiro del Male. Un respiro che in diversa misura accomuna tutti i personaggi uniformando dispotismo, catatonia, indifferenza, aggressività, autolesionismo. Vecchiaia, età adulta, adolescenza e infanzia sono schiacciati allo stesso modo contro un barriera sottile che separa dall'inferno. Nella barriera si aprono porte, si richiudono, qualche porta viene letteralmente smontata. Il confine viene superato per poi essere subito dopo riattraversato all'indietro.

Non si può raccontare nulla della trama di Miss Violence, ci si può solo buttare dentro e lasciare che la storia ci lavori ai fianchi. Lasciare che ci costringa a chiederci fino a dove può arrivare l'essere umano quando ha deciso di divorare il suo simile, quand'anche fosse suo figlio, quanta sofferenza è in grado di indurre, quanta di sopportare. Avranas squaderna le dinamiche più scioccanti che il cinema “di vendetta” degli ultimi anni ci ha proposto per confezionare un racconto compatto e crudele, coinvolgente e duro, assolutamente originale. Ricolloca personaggi, ruoli e dinamiche familiari all'interno di un circuito di delitti e di castighi che alza in continuazione la posta in gioco senza smettere per un attimo di tenerci il fiato sul collo. Un'iperbole di violenza raffreddata eppure senza sconti, della quale poco o nulla viene esibito sul piano dell'azione fisica. Un microcosmo dominato da un ordine interno che allude a un ordine umano autodistruttivo e paralizzante ogni ribellione. Avranas non lascia alcuna via di scampo. C'è un aggettivo che può essere utilizzato per riassumere il tutto: agghiacciante.

Marco Rigamo

 
 

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